Sondaggi in calo e pericolo midterm: nel 2026 inizierà l’era post-Trump?
Il 2026 potrebbe passare alla storia come l’inizio dell’era post-trumpiana. Gli Stati Uniti sono chiamati alle urne per le elezioni di metà mandato. Tradizione vuole che questo parziale rinnovo del Congresso – tutta la Camera dei rappresentanti e un terzo del Senato – sia deleterio per chi controlla la Casa Bianca. Raramente, nella storia, i presidenti in carica hanno vinto le midterm. Donald Trump, alla seconda presidenza, è destinato a finire il suo mandato senza possibilità di ricandidarsi, salvo forzature al limite dell’incostituzionalità. Per questo un’eventuale onda blu democratica potrebbe accelerare la crisi del Partito repubblicano, compromettendo l’eredità di Trump e del suo possibile erede, il vicepresidente JD Vance.
Per Trump un tasso di approvazione solo del 41 per cento
Per avere un’idea dell’anno elettorale che verrà bisogna partire dal malcontento crescente che circonda il presidente. Secondo la media dei sondaggi realizzata dall’analista Nate Silver, Trump viaggia con un tasso di approvazione intorno al 41 per cento. Dopo il voto del 2024, la luna di miele tra lui e gli americani è durata poco. E già a metà marzo 2025 gli scontenti superavano gli elettori soddisfatti.

Persino la sua base non è entusiasta. Come ha notato un sondaggio di NBC news, due segmenti importantissimi per Trump hanno iniziato a mostrare segni di cedimento. Stiamo parlando di elettori che si identificano come repubblicani e quelli che dicono apertamente di essere parte del mondo Maga, Make America great again. Tra i primi, quelli che supportano fortemente il presidente sono il 35 per cento, contro il 38 per cento di aprile; tra i secondi la preferenza resta alta, al 70 per cento, ma comunque in calo di 8 punti rispetto ad aprile.
I dem hanno riconquistato 25 seggi tra Congresso e parlamenti statali
Lo scenario è quindi molto difficile per lui e il suo Gop (Grand old party). E la scia di sconfitte che i repubblicani hanno patito nel 2025 è emblematica. Il sito Down Ballot, che monitora le elezioni a qualsiasi livello in tutti gli Usa, ha fatto un po’ di conti. Scoprendo che in tutte le tornate che si sono tenute nel corso del 2025 i democratici sono riusciti a riconquistare 25 seggi tra Congresso e parlamenti statali, mentre ai repubblicani non è riuscito nessun recupero.

Al di là di partite fuori dalla portata del Gop, come l’elezione a sindaco di New York vinta dal socialista Zohran Mamdani, le corse per i governatori di Virginia e New Jersey hanno messo al centro il tema del carovita, con i dem abili a cogliere la sfumatura economica e ribaltare la narrazione che Trump aveva fatto di se stesso fino a qualche mese prima.
Il partito dell’asinello è avanti di quasi quattro punti
Oggi i sondaggi fotografano una forbice che si sta allargando tra i due partiti. Secondo la media di Real Clear Polling, il partito dell’asinello è avanti di quasi quattro punti, 46,1 contro 42,2 per cento, anche se alcune rilevazioni mostrano forbici superiori addirittura al 10 per cento. Ovviamente la partita resta aperta, in particolare per il Senato. I seggi in gioco sono 35, 13 in mano ai democratici e 22 ai repubblicani. Secondo il modello predittivo dell’analista Larry Sabato, allo stato attuale sono quattro i seggi contenibili (Georgia, Michigan, Maine e North Carolina). Mentre gli altri sarebbero virtualmente già assegnati. Se così fosse, ai repubblicani resterebbe una maggioranza di 51 senatori. Al di là del pallottoliere, però, il rischio di uno tsunami blu capace di abbattersi sul Congresso resta alto. Come ha notato il giornalista Chris Cillizza, tutte le elezioni del 2025 hanno mostrato che molti deputati repubblicani sono a rischio, anche quelli candidati in distretti dove Trump ha vinto con margini superiori ai 15 punti.
Sull’inflazione aumenta il malcontento verso l’amministrazione
A ogni modo i macro temi da osservare nei prossimi mesi, per capire la portata di questa possibile spallata, sono tre: economia, immigrazione e politica estera (hai detto niente). Secondo un sondaggio di AP-NORC pubblicato a inizio dicembre, solo il 31 per cento degli americani pensa che il presidente stia gestendo bene il dossier economico. Queste sensazioni sono da ricollegare al carovita. I prezzi elevati da sempre sono sinonimo di malcontento. E così per mesi il concetto di “affordability”, che potremmo tradurre in sostenibilità economica, ha dominato campagne elettorali e media. Guardando ancora i dati elaborati da Nate Silver, si notano due indicatori importanti: il tasso di gradimento netto sull’economia e quello sull’inflazione. In entrambi i casi Trump ha numeri in profondo rosso: rispettivamente -21,3 e -28,8 per cento (i dati derivano dalla differenza tra chi approva e chi non approva il suo operato).

Non piace nemmeno il pugno (troppo) duro contro l’immigrazione
Altro tema complesso è quello dell’immigrazione. Durante la campagna elettorale del 2024 si è parlato molto dei flussi di ingressi illegali negli Usa, con gli americani che chiedevano un approccio più deciso rispetto a quello di Joe Biden e Kamala Harris. Il problema è che Trump sembra essersi spinto troppo oltre. Le retate dell’Ice, la super polizia che effettua spietati blitz anti-immigrazione ai quattro angoli del Paese, non piacciono. Secondo l’istituto Gallup, oltre il 60 per cento degli elettori non approva il pugno di ferro di Trump, e addirittura in un solo anno il numero di cittadini favorevoli alla riduzione dell’immigrazione è crollato dal 55 al 30 per cento. Eppure per il 2026 Trump prepara una stretta ancora più feroce. L’amministrazione sta pompando soldi nell’Ice e prevede di assumere migliaia di agenti e aprire nuovi centri di detenzione.

Le guerre infastidiscono la frangia isolazionista Maga
Ultimo punto, ma non certo per importanza, la politica estera. Gli americani notoriamente non sono interessati a quello che avviene oltreoceano, quindi una pace vera e duratura a Gaza o in Ucraina avrebbe un impatto relativo. Quello che più realisticamente sarebbe determinante è una nuova guerra che rischia di vedere coinvolti gli Usa contro il Venezuela. Da mesi gli Stati Uniti hanno dispiegato un dispositivo militare massiccio intorno alla Repubblica bolivariana, Trump ha lanciato avvisi al presidente Nicolás Maduro e il rischio di operazioni militari ad ampio spettro si fa sempre più concreto. Se nel 2026 Trump decidesse di attaccare sarebbe un duro colpo per la frangia isolazionista Maga, ma in generale per tutto il Paese.

Partita anche la battaglia per il ridisegno dei collegi
Ci sono però altri due elementi che rendono l’esito delle midterm non così scontato. Il primo è la battaglia per il ridisegno dei collegi. Trump ha chiesto a diversi Stati di ritratteggiare i distretti elettorali in modo da favorire il partito repubblicano: alcuni hanno risposto apertamente “no”, vedi l’Indiana, mentre altri – come il Texas e la Florida – hanno avviato i processi. Così il Gop potrebbe reggere l’urto del voto mantenendo qualche seggio in più, anche se parte di questo riequilibrio potrebbe essere vanificato da iniziative analoghe in Stati blu come California, Virginia o Illinois.

Occhio infine alla strisciante lotta intestina nel mondo Maga. Dopo l’uccisione dell’attivista e fondatore di Turning Point Usa Charlie Kirk avvenuta a settembre, il mondo conservatore si è diviso tra moderati, radicali e antisemiti, in una sorta di tutti contro tutti che si è visto proprio alla convention di Turning Point Usa tenuta a Phoenix dal 18 al 21 dicembre. Queste spaccature potrebbero minare sia l’entusiasmo degli attivisti nella campagna elettorale sia la capacità di replicare il consenso nelle fasce più giovani degli elettori che ha tanto aiutato Trump nel 2024.
Nel 2018 il Gop perse una quarantina di seggi: e stavolta…
Alle midterm del 2018 il Gop e Trump persero una quarantina di seggi al Congresso. E nel 2026 potrebbe avvenire la stessa cosa. L’impatto, però, rischia di essere anche più forte. Una bocciatura ampia, con spostamenti di voti importanti, sarebbe uno schiaffo non solo al presidente, ma a tutto il movimento. Mettendo a rischio il futuro di JD Vance, al momento erede designato del trumpismo. È immaginabile infatti che una sonora sconfitta inasprisca il confronto interno, dando spazio a eventuali leadership alternative.

A tutto questo si aggiunge poi il rinnovamento a cui va incontro il Congresso. Giorno per giorno, infatti, cresce il numero di parlamentari che annunciano di non volersi ricandidare: al momento 10 senatori e 43 deputati della Camera. Un simile ricambio aprirebbe un’era politica nuova, anche a sinistra, come fu nel 2018 quando in parlamento entrò la pattuglia socialista capitanata da Alexandria Ocasio-Cortez.




















