L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta
La giornalista investigativa del Washington Post Beth Reinhard se n’era accorta per la prima volta a gennaio 2025. Le gelide temperature avevano obbligato lo spostamento al chiuso della cerimonia di insediamento di Donald Trump come 47esimo presidente degli Stati Uniti. Migliaia di spettatori vennero lasciati fuori al freddo, nonostante fossero in possesso del biglietto. Ma «almeno 17 miliardari, con un patrimonio complessivo di oltre mille miliardi di dollari», avevano il loro posto a sedere, al caldo, dentro il Campidoglio. C’erano l’immancabile (all’epoca) Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg e Bernard Arnault, tra gli altri. «Una storica concentrazione di ricchezza che sembrava annunciare una nuova classe di oligarchi americani», ha scritto il Washington Post confermando di fatto l’avvertimento lanciato da Joe Biden alla fine del suo mandato.

Nei mesi successivi, Reinhard e alcuni colleghi hanno scoperto che l’investimento totale dei 100 americani più ricchi sulle elezioni del 2024 aveva superato per la prima volta la soglia del miliardo di dollari: un dollaro su 13 spesi nella campagna per le Presidenziali è arrivato quindi da una manciata di cittadini con importanti interessi economici. Una crescita vertiginosa, se si pensa che il contributo di questi Paperoni è passato dallo 0,25 per cento di inizio millennio al 7,5 del 2024.
Democrazia rimodellata, se non addirittura minata nelle sue fondamenta
I miliardari non solo hanno fatto lievitare i costi delle campagne elettorali, ma potrebbero rimodellare la democrazia americana, come fa notare Reinhard. Se non addirittura minarla nella sue fondamenta. Queste donazioni, infatti, spesso si allineano con interessi personali che finiscono per influenzare le decisioni politiche anche su temi di interesse collettivo, come il cambiamento climatico e l’assistenza sanitaria. L’esempio più lampante riguarda, tanto per cambiare, Musk: con donazioni da oltre 290 milioni ai Repubblicani si è “comprato” un posto nella classe dirigente trumpiana, con gli alti e bassi a cui abbiamo assistito in questi mesi.
«Se sei un miliardario, vuoi rimanere tale»
«Se sei un miliardario, vuoi rimanere tale», ha dichiarato al Washington Post il newyorkese John Catsimatidis. Da tempo impegnato in politica, il magnate del petrolio e dell’immobiliare nel 2024 ha fatto la sua donazione più grande di sempre: 2,4 milioni di dollari a sostegno di Trump, quasi il doppio rispetto alla cifra versata nel 2016. Catsimatidis, il cui patrimonio ammonta a 4,5 miliardi di dollari, ha spiegato di sentire la necessità di provare a influenzare il corso della politica negli Stati Uniti il più rapidamente possibile, date le ampie divergenze tra i due principali partiti. Ma, a detta sua, non è solo una questione di soldi: «Mi preoccupo per l’America e per lo stile di vita che abbiamo».

La Corte suprema nel 2010 ha aperto la strada a donazioni illimitate
Gli esempi, però, ci sono anche tra i democratici. L’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, per esempio, ha sborsato più di 60 milioni. Alle urne americane dunque non si consuma soltanto il confronto tra i due principali partiti, ma anche una battaglia tra super ricchi, legittimata da una sentenza della Corte suprema del 2010 che ha aperto la strada a donazioni illimitate. In cambio di potere politico, in alcuni casi direttamente con ruoli di prestigio da occupare: almeno 44 dei 902 americani presenti nella lista dei miliardari del 2025 di Forbes, o i loro coniugi, hanno ricoperto importanti cariche federali o statali nell’ultimo decennio. Tra questi, personaggi come Howard Lutnick, segretario al Commercio, e J. B. Pritzker, governatore dell’Illinois.

Emblema dei tempi che cambiano, fa notare Forbes, è proprio l’ultimo governo Trump il più ricco della storia degli Stati Uniti: il patrimonio netto complessivo dell’intero gabinetto, pari a 7,5 miliardi di dollari, è più del doppio di quello del Trump I (3,2 miliardi di dollari) e 64 volte superiore a quello dell’esecutivo Biden.
In pochi pensano che che i super ricchi abbiano un impatto positivo sulla società
Un quadro questo che, secondo un sondaggio elaborato dal Washington Post in collaborazione con Ipsos, preoccupa l’opinione pubblica. Solo il 12 per cento degli oltre 2.500 intervistati ritiene che i miliardari abbiano un impatto positivo sulla società. Il 75 per cento dei dem e il 60 per cento degli indipendenti disapprovano le donazioni spropositate dei più ricchi in vista delle elezioni. Insieme a loro, il 42 per cento dei repubblicani. Elettori di destra e sinistra sono però nettamente divisi su quanto gli investimenti dei miliardari influenzino il modo in cui i funzionari eletti governano: quasi due repubblicani su tre pensano che i politici prestino comunque attenzione agli interessi collettivi, a prescindere dai finanziamenti dell’oligarchia. Un’identica quota di democratici sostiene, invece, l’esatto contrario.
Bernie Sanders e il tour contro gli oligarchi
Tra i primi a rilanciare l’inchiesta e il sondaggio del Washington Post c’è stato Bernie Sanders, che da febbraio sta girando gli Stati Uniti col suo Fighting Oligarchy tour: interventi pubblici e comizi in cui l’84enne senatore del Vermont accusa i miliardari di aver iniziato un processo di dirottamento della democrazia americana, subordinandola ai propri interessi e minando i principi fondamentali del governo rappresentativo: «I super ricchi possono comprare elezioni e politici», dice Sanders tappa dopo tappa.

L’obiettivo è mobilitare la «classe media e i lavoratori» come contro‑forza a questo fenomeno. Una «guerra di classe» appoggiata da volti progressisti come Alexandria Ocasio-Cortez, spesso con lui sul palco, e ovviamente l’astro nascente Zohran Mamdani. Durante la campagna elettorale per la poltrona di sindaco di New York, il neosocialista ha più volte dichiarato che i miliardari non dovrebbero esistere. I ricconi ovviamente hanno risposto spendendo ingenti somme per opporsi alla sua vittoria. Inutilmente.


