L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta

La giornalista investigativa del Washington Post Beth Reinhard se n’era accorta per la prima volta a gennaio 2025. Le gelide temperature avevano obbligato lo spostamento al chiuso della cerimonia di insediamento di Donald Trump come 47esimo presidente degli Stati Uniti. Migliaia di spettatori vennero lasciati fuori al freddo, nonostante fossero in possesso del biglietto. Ma «almeno 17 miliardari, con un patrimonio complessivo di oltre mille miliardi di dollari», avevano il loro posto a sedere, al caldo, dentro il Campidoglio. C’erano l’immancabile (all’epoca) Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg e Bernard Arnault, tra gli altri. «Una storica concentrazione di ricchezza che sembrava annunciare una nuova classe di oligarchi americani», ha scritto il Washington Post confermando di fatto l’avvertimento lanciato da Joe Biden alla fine del suo mandato.

L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta
Da sinistra Priscilla Chan, Mark Zuckerberg (Meta), Lauren Sanchez, Jeff Bezos (Amazon), Sundar Pichai (Google) ed Elon Musk (Tesla) alla cerimonia di insediamento di Trump (foto Ansa).

Nei mesi successivi, Reinhard e alcuni colleghi hanno scoperto che l’investimento totale dei 100 americani più ricchi sulle elezioni del 2024 aveva superato per la prima volta la soglia del miliardo di dollari: un dollaro su 13 spesi nella campagna per le Presidenziali è arrivato quindi da una manciata di cittadini con importanti interessi economici. Una crescita vertiginosa, se si pensa che il contributo di questi Paperoni è passato dallo 0,25 per cento di inizio millennio al 7,5 del 2024.

Democrazia rimodellata, se non addirittura minata nelle sue fondamenta

I miliardari non solo hanno fatto lievitare i costi delle campagne elettorali, ma potrebbero rimodellare la democrazia americana, come fa notare Reinhard. Se non addirittura minarla nella sue fondamenta. Queste donazioni, infatti, spesso si allineano con interessi personali che finiscono per influenzare le decisioni politiche anche su temi di interesse collettivo, come il cambiamento climatico e l’assistenza sanitaria. L’esempio più lampante riguarda, tanto per cambiare, Musk: con donazioni da oltre 290 milioni ai Repubblicani si è “comprato” un posto nella classe dirigente trumpiana, con gli alti e bassi a cui abbiamo assistito in questi mesi.

«Se sei un miliardario, vuoi rimanere tale»

«Se sei un miliardario, vuoi rimanere tale», ha dichiarato al Washington Post il newyorkese John Catsimatidis. Da tempo impegnato in politica, il magnate del petrolio e dell’immobiliare nel 2024 ha fatto la sua donazione più grande di sempre: 2,4 milioni di dollari a sostegno di Trump, quasi il doppio rispetto alla cifra versata nel 2016. Catsimatidis, il cui patrimonio ammonta a 4,5 miliardi di dollari, ha spiegato di sentire la necessità di provare a influenzare il corso della politica negli Stati Uniti il ​​più rapidamente possibile, date le ampie divergenze tra i due principali partiti. Ma, a detta sua, non è solo una questione di soldi: «Mi preoccupo per l’America e per lo stile di vita che abbiamo».

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John Catsimatidis, uomo d’affari.

La Corte suprema nel 2010 ha aperto la strada a donazioni illimitate

Gli esempi, però, ci sono anche tra i democratici. L’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, per esempio, ha sborsato più di 60 milioni. Alle urne americane dunque non si consuma soltanto il confronto tra i due principali partiti, ma anche una battaglia tra super ricchi, legittimata da una sentenza della Corte suprema del 2010 che ha aperto la strada a donazioni illimitate. In cambio di potere politico, in alcuni casi direttamente con ruoli di prestigio da occupare: almeno 44 dei 902 americani presenti nella lista dei miliardari del 2025 di Forbes, o i loro coniugi, hanno ricoperto importanti cariche federali o statali nell’ultimo decennio. Tra questi, personaggi come Howard Lutnick, segretario al Commercio, e J. B. Pritzker, governatore dell’Illinois.

L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta
Michael Bloomberg in mezzo fra Joe Biden e Donald Trump (foto Ansa).

Emblema dei tempi che cambiano, fa notare Forbes, è proprio l’ultimo governo Trump il più ricco della storia degli Stati Uniti: il patrimonio netto complessivo dell’intero gabinetto, pari a 7,5 miliardi di dollari, è più del doppio di quello del Trump I (3,2 miliardi di dollari) e 64 volte superiore a quello dell’esecutivo Biden.

In pochi pensano che che i super ricchi abbiano un impatto positivo sulla società

Un quadro questo che, secondo un sondaggio elaborato dal Washington Post in collaborazione con Ipsos, preoccupa l’opinione pubblica. Solo il 12 per cento degli oltre 2.500 intervistati ritiene che i miliardari abbiano un impatto positivo sulla società. Il 75 per cento dei dem e il 60 per cento degli indipendenti disapprovano le donazioni spropositate dei più ricchi in vista delle elezioni. Insieme a loro, il 42 per cento dei repubblicani. Elettori di destra e sinistra sono però nettamente divisi su quanto gli investimenti dei miliardari influenzino il modo in cui i funzionari eletti governano: quasi due repubblicani su tre pensano che i politici prestino comunque attenzione agli interessi collettivi, a prescindere dai finanziamenti dell’oligarchia. Un’identica quota di democratici sostiene, invece, l’esatto contrario.

Bernie Sanders e il tour contro gli oligarchi

Tra i primi a rilanciare l’inchiesta e il sondaggio del Washington Post c’è stato Bernie Sanders, che da febbraio sta girando gli Stati Uniti col suo Fighting Oligarchy tour: interventi pubblici e comizi in cui l’84enne senatore del Vermont accusa i miliardari di aver iniziato un processo di dirottamento della democrazia americana, subordinandola ai propri interessi e minando i principi fondamentali del governo rappresentativo: «I super ricchi possono comprare elezioni e politici», dice Sanders tappa dopo tappa.

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Zohran Mamdani e Bernie Sanders (foto Ansa).

L’obiettivo è mobilitare la «classe media e i lavoratori» come contro‑forza a questo fenomeno. Una «guerra di classe» appoggiata da volti progressisti come Alexandria Ocasio-Cortez, spesso con lui sul palco, e ovviamente l’astro nascente Zohran Mamdani. Durante la campagna elettorale per la poltrona di sindaco di New York, il neosocialista ha più volte dichiarato che i miliardari non dovrebbero esistere. I ricconi ovviamente hanno risposto spendendo ingenti somme per opporsi alla sua vittoria. Inutilmente.

Cos’ha detto Re Carlo nel tradizionale discorso di Natale

Re Carlo III ha pronunciato il tradizionale discorso di Natale. Dopo aver ricordato la visita in Vaticano, ha parlato dell’importanza di imparare dal passato per guardare al futuro e si è focalizzato sul tema del pellegrinaggio, legato alla spiritualità e alla tradizione religiosa che da sempre caratterizzano il messaggio del monarca inglese. Ecco di seguito il testo integrale.

«Ricordiamo il passato per imparare dalle sue lezioni»

«Alcune settimane fa la regina ed io abbiamo pregato con papa Leone in uno storico momento di unità religiosa, pellegrini di speranza per il Giubileo. Oggi, a Natale, celebriamo il pellegrinaggio della fede. Pellegrinaggio è una parola meno usata oggi, ma ha un significato particolare per il nostro mondo moderno, e soprattutto a Natale. Si tratta di viaggiare in avanti, nel futuro, ma anche di tornare indietro per ricordare il passato e imparare dalle sue lezioni. Lo abbiamo fatto durante l’estate, in occasione della celebrazione dell’ottantesimo anniversario del VE (Victory in Europe day) e del VJ Day (Victory over Japan day). La fine della Seconda Guerra mondiale è ormai ricordata da sempre meno persone, con il passare degli anni. Ma il coraggio e il sacrificio dei nostri uomini e donne in servizio, e il modo in cui le comunità si sono unite di fronte a una sfida così grande, portano un messaggio senza tempo per tutti noi. Questi sono i valori che hanno plasmato il nostro Paese e il Commonwealth. Mentre sentiamo parlare di divisione, sia in patria che all’estero, sono valori che non dobbiamo mai perdere di vista. È impossibile, ad esempio, non commuoversi profondamente guardando l’età dei caduti – come ricordano le lapidi dei nostri cimiteri di guerra. I giovani che hanno combattuto e contribuito a salvarci dalla sconfitta in entrambe le guerre mondiali avevano spesso solo 18, 19 o 20 anni».

«I valori del Natale fonti di speranza e resilienza»

«Il viaggio è un tema costante della storia del Natale. La Sacra Famiglia fece un viaggio verso Betlemme e arrivò senza casa, senza un riparo adeguato. I magi fecero un pellegrinaggio dall’Oriente per adorare la culla di Cristo, e i pastori viaggiarono di campo in città alla ricerca di Gesù, il salvatore del mondo. In ogni caso, viaggiarono con altri e confidarono nella compagnia e nella gentilezza degli altri. Attraverso sfide fisiche e mentali, trovarono una forza interiore. Ancora oggi, in tempi di incertezza, questi modi di vivere sono apprezzati da tutte le grandi fedi e ci forniscono profonde fonti di speranza, di resilienza di fronte alle avversità, di pace attraverso il perdono, semplicemente conoscendo i nostri vicini e mostrando rispetto reciproco, creando nuove amicizie. In effetti, poiché il nostro mondo sembra girare sempre più velocemente, il nostro viaggio può fare una pausa, per calmare le nostre menti – nelle parole di TS Eliot “nel punto fermo del mondo che gira” – e consentire alle nostre anime di rinnovarsi.

«Dobbiamo custodire i valori della compassione e della riconciliazione»

“In questo, nella grande diversità delle nostre comunità, possiamo trovare la forza per garantire che il giusto trionfi sullo sbagliato. Mi sembra che dobbiamo custodire i valori della compassione e della riconciliazione, il modo in cui nostro Signore visse e morì. Quest’anno ho sentito tanti esempi di questo, sia qui che all’estero. Queste storie del trionfo del coraggio sulle avversità mi danno speranza, dai nostri venerabili veterani militari agli altruisti operatori umanitari nelle zone di conflitto più pericolose di questo secolo fino ai modi in cui individui e comunità mostrano coraggio spontaneo, mettendosi istintivamente in pericolo per difendere gli altri. Quando incontro persone di fedi diverse, trovo estremamente incoraggiante sentire quanto abbiamo in comune: un desiderio condiviso di pace e un profondo rispetto per tutta la vita. Se riusciamo a trovare il tempo, nel nostro viaggio attraverso la vita, per pensare a queste virtù, possiamo tutti rendere il futuro più pieno di speranza.

«Quello di Gesù un pellegrinaggio per portare pace sulla Terra»

Naturalmente, il pellegrinaggio più grande di tutti è il viaggio che celebriamo oggi – la storia di Colui che discese sulla terra dal cielo, il cui rifugio era una stalla e che condivise la sua vita con i poveri e gli umili. Era un pellegrinaggio con uno scopo, annunciato dagli angeli, che ci fosse pace sulla Terra. Quella preghiera per la pace e la riconciliazione – per “fare agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi” – che risuonò nei campi vicino a Betlemme più di 2 mila anni fa risuona ancora da lì e in tutto il mondo oggi. È una preghiera per i nostri tempi, e anche per le nostre comunità, mentre camminiamo attraverso le nostre vite. Quindi, con queste parole e con tutto il cuore, auguro a tutti voi un sereno e felicissimo Natale».

Libano, Idf: «Ucciso capo delle forze Quds»

L’Idf ha annunciato di aver ucciso un comandante della Forza Quds, l’unità d’elite dei pasdaran iraniani, in una raid nella zona di Ansariyah, nel Libano meridionale. Si tratta di Hussein Mahmoud Marshad al-Jawhari, «coinvolto negli ultimi anni nella pianificazione e nell’avanzamento di attacchi terroristici contro lo Stato di Israele dalla Siria e dal Libano» secondo quanto riportato dalle forze armate israeliane. Faceva parte dell’Unità 840 «che si occupa della supervisione delle operazioni iraniane contro Israele». Poche ore prima i media libanesi avevano dato notizia di un attacco condotto da un drone israeliano contro un veicolo su una strada in Libano che porta al confine con la Siria e l’Idf aveva confermato un raid «contro un agente terroristico», senza però fornire immediatamente ulteriori dettagli.

Putin scrive a Trump per Natale

Il presidente russo Vladimir Putin ha inviato gli auguri di Natale al suo omologo statunitense Donald Trump. Lo ha reso noto il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, citato dalla Tass. «Il presidente ha già fatto gli auguri a Trump per il Natale e gli ha inviato un telegramma in occasione delle festività», ha detto, precisando che non è prevista alcuna telefonata tra i due. Peskov ha inoltre commentato il video di Zelensky in cui il leader ucraino si è augurato, pur senza nominarlo, la morte di Putin: «Abbiamo visto le notizie dello strano discorso di Natale di Zelensky. Era di cattivo gusto, pieno di rabbia, sembrava una persona poco equilibrata. Ci si chiede se sia in grado di prendere decisioni adeguate per una soluzione politica e diplomatica». Nel suo discorso pubblicato la vigilia di Natale, il presidente ucraino aveva detto: «Oggi condividiamo tutti un sogno. Che muoia. Ma, quando ci rivolgiamo a chiedere qualcosa di più grande, chiediamo la pace per l’Ucraina».

Natale, gli auguri social dei politici: dal maglione di Meloni alle foto di famiglia

Come di consueto, gli auguri di Natale di politici e istituzioni sono arrivati via social. Dal video del Quirinale ai post dei leader di partito, eccone una carrellata.

Gli auguri di Natale della politica

Il video del Quirinale

Sugli account del Colle è comparso un filmato con diverse immagini. La prima ritrae una bambina nei corridoi del Quirinale che saluta un corazziere, il quale le risponde con un tenero sorriso. Poi c’è la stella che illumina il piazzale d’onore, le statuine del Presepe e il maestoso albero alla Vetrata, con tanto di pallina personalizzata con le insegne della presidenza della Repubblica.

Il maglione di Meloni

La premier Giorgia Meloni ha optato per una foto davanti all’albero con uno spiritoso maglione rosso che reca la scritta «anche a te e famiglia».

Salvini e il suo primo Natale da assolto dopo cinque anni

Più loquace il suo vice Matteo Salvini, che non ha mancato di ricordare come questo sia il suo primo Natale da assolto dopo cinque anni di processo Open Arms. Proprio nei giorni scorsi, infatti, la Cassazione ha confermato definitivamente la sua assoluzione. «Tanti, tanti e tanti auguri di serenità, di salute, di successo, di pace per il mondo che ci circonda. Io sono felice perché dopo cinque anni di processi, di viaggi e testimonianze, è il primo Natale che posso festeggiare in famiglia, non più da indagato o da imputato, ma da italiano assolto, libero, perché ho difeso la sicurezza, i confini e la dignità del mio Paese», ha detto in un video.

La foto di Tajani

«Che questo Natale sia un’occasione per riscoprire la sacralità della vita, il rispetto dell’altro, la libertà che costruisce dialogo e la pace che rinnova», ha invece scritto il vicepremier Antonio Tajani postando un’immagine della Natività.

Santanchè in mezzo alla neve

Gli auguri di Daniela Santanché, ministra del Turismo, sono arrivati dalla montagna. Paesaggio innevato, fiocchi che cadono, un cagnolino e un outfit coordinato color nocciola per augurare «buon Natale a tutti, ma soprattutto ai lavoratori del settore del turismo, a tutti coloro che per rendere più grande la nostra nazione in questi giorni di festa lavoreranno». Poi la chiosa: «Gli auguri li faccio a chi mi vuole bene e a chi mi vuole male. Cerchiamo di essere tutti un po’ più buoni, forse sarà difficile ma ci dobbiamo provare».

Conte e la foto con la compagna Olivia

Foto di famiglia invece per il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte, che ha condiviso un’immagine che lo ritrae accanto alla compagna Olivia Palladino e a un cane nero con l’albero di Natale sullo sfondo.

Papa Leone XIV: «Il mio pensiero va alle tende di Gaza»

Papa Leone XIV ha celebrato la messa di Natale nella Basilica di San Pietro. Dal pontificato di Paolo VI la celebrazione diurna del 25 dicembre era stata generalmente affidata a un cardinale, mentre il Papa presiedeva solo la benedizione Urbi et Orbi di mezzogiorno. L’ultimo pontefice a officiare personalmente la messa del giorno di Natale era stato Giovanni Paolo II nel 1994. Durante l’omelia, il Papa ha richiamato l’urgenza di farsi carico delle sofferenze dell’umanità, citando Papa Francesco: «A volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Ma Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza».

Papa Leone XIV: «Il mio pensiero va alle tende di Gaza»
Papa Leone XIV in piazza San Pietro (Ansa).

Dopo questo passaggio, Leone XIV si è espresso sulla situazione a Gaza: «Il Verbo ha stabilito fra noi la sua fragile tenda. E come non pensare alle tende di Gaza, da settimane esposte alle piogge, al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni continente, o ai ripari di fortuna di migliaia di persone senza dimora, dentro le nostre città? Fragile è la carne delle popolazioni inermi, provate da tante guerre in corso o concluse lasciando macerie e ferite aperte. Fragili sono le menti e le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna di cui sono intrisi i roboanti discorsi di chi li manda a morire».

Papa Leone XIV: «Preghiamo per il martoriato popolo ucraino»

Nella benedizione Urbi et Orbi il Pontefice riserva un pensiero anche per l’Ucraina: «Al Principe della Pace affidiamo tutto il continente europeo, chiedendogli di continuare a ispirarvi uno spirito comunitario e collaborativo, fedele alle sue radici cristiane e alla sua storia, solidale e accogliente con chi si trova nel bisogno. Preghiamo in modo particolare per il martoriato popolo ucraino: si arresti il fragore delle armi e le parti coinvolte, sostenute dall’impegno della comunità internazionale, trovino il coraggio di dialogare in modo sincero, diretto e rispettoso».

Allerta meteo in Emilia-Romagna: la situazione

Il centro operativo regionale della Protezione civile dell’Emilia-Romagna continuerà a funzionare senza interruzioni, giorno e notte, dopo l’emissione dell’allerta rossa che interessa un’ampia zona della regione. L’avviso riguarda in particolare la pianura bolognese e porzioni dei territori di Ferrara e Ravenna, dove sono previste piogge estese e durature, soprattutto nella fascia centrale. L’attenzione resta alta sui corsi d’acqua: tra quelli monitorati con maggiore apprensione c’è l’Idice, nei pressi di Bologna, che ha già oltrepassato il livello di attenzione. Nel frattempo, la situazione appare in miglioramento a Venezia, dove l’acqua alta ha raggiunto i 95 centimetri: il sistema Mose non entrerà in funzione e, secondo le previsioni del Centro Maree del Comune, nei prossimi giorni sono attesi livelli di marea nella norma.

Usa, la scritta a Times Square: «Gesù è palestinese»

Un’insegna luminosa con la scritta «Gesù è palestinese», in nero su fondo verde acceso, è apparsa a Times Square, accompagnata sull’altro lato dal messaggio «Buon Natale». L’iniziativa è stata finanziata dall’American-Arab Anti-Discrimination Committee (Adc). Adeb Ayoub, direttore esecutivo nazionale dell’organizzazione arabo-americana, ha spiegato che l’ente no-profit affitta spazi pubblicitari nella celebre piazza di New York dall’inizio dell’anno, cambiando slogan ogni settimana. Secondo Ayoub, il filo conduttore delle campagne è «America First», con l’intento di favorire il riconoscimento di elementi comuni tra le comunità arabe e musulmane e quella cristiana negli Stati Uniti, soprattutto durante il «periodo di maggiore affluenza a New York City».

Il direttore di Adc: «Gesù ebreo? È un tema oggetto di interpretazione»

Intervistato dal New York Times, Ayoub ha dichiarato: «Ci sono molte più somiglianze tra arabi, musulmani e cristiani in questo Paese di quanto altri vogliano farci credere, e c’è una paura della cultura e della religione comune». Ha poi aggiunto: «La maggior parte degli americani in questo Paese è cristiana e la culla del cristianesimo è la Palestina. Se la gente vuole discuterne, allora bene, il cartellone ha scatenato il dibattito». Alla domanda sul fatto che Gesù fosse ebreo, Ayoub ha risposto che «Gesù vive in ognuno di noi» e che si tratta di un tema «oggetto di interpretazione».

Enel e Rummo insieme per la transizione energetica industriale

Dalla collaborazione tra Enel e Rummo, storica azienda italiana specializzata nella produzione di pasta di alta qualità, nasce un progetto che unisce tradizione e innovazione, vale a dire la realizzazione di un impianto fotovoltaico ad alta efficienza dedicato all’autoconsumo industriale. L’iniziativa segna un passo importante nella transizione energetica dell’industria agroalimentare italiana e conferma la volontà condivisa di ridurre le emissioni, migliorare l’efficienza energetica e promuovere un modello produttivo più sostenibile. Grazie a questa collaborazione, due eccellenze italiane, una nel campo dell’energia, l’altra nel mondo dell’alimentare, si uniscono per costruire un futuro fondato sull’innovazione, la responsabilità e il rispetto per l’ambiente.

Un impianto fotovoltaico ad alta efficienza Made in Italy

L’impianto fotovoltaico sarà composto da circa 15 mila moduli fotovoltaici prodotti da 3Sun, la gigafactory del Gruppo Enel. Interamente realizzati nello stabilimento di Catania, sono basati sulla tecnologia proprietaria Hjt Core – H e registrati alla lettera C del registro Enea.
3Sun si distingue come unica gigafactory europea capace di realizzare celle e moduli fotovoltaici con tecnologia avanzata confermando il ruolo strategico dell’Italia nella transizione energetica. L’impianto avrà una potenza complessiva di circa 9 Mwp, rappresentando un passo significativo verso la sostenibilità energetica. Sarà installato su diverse sezioni tra tetto e terreno. Quest’ultima sarà dotata di tecnologia con tracker monoassiali ad inseguimento solare, progettata per massimizzare la produzione di energia. Con una produzione annua stimata tra i 15Gwh e 17Gwh, l’impianto coprirà una quota tra il 65 e il 75 per cento del fabbisogno di energia elettrica dello stabilimento Rummo, contribuendo in modo concreto alla sua transizione verso un modello produttivo più sostenibile.

Sostenibilità ambientale e responsabilità industriale

Oltre al vantaggio economico, l’impianto rappresenta una scelta di responsabilità sociale e ambientale. Grazie a questo progetto, l’azienda potrà registrare un risparmio delle emissioni di Co2 stimata tra 3.500 e 4.000 tonnellate ogni anno. Ridurre le emissioni significa contribuire alla decarbonizzazione del settore agroalimentare, ma anche generare valore per il territorio e per le comunità locali. Rummo si impegna inoltre a proseguire su questa strada con ulteriori progetti di generazione distribuita ed efficientamento energetico, con l’obiettivo di decarbonizzare completamente il sito produttivo di Benevento entro i prossimi cinque anni.

Una partnership strategica per un’energia 100 per cento rinnovabile

In attesa della piena operatività dell’impianto fotovoltaico, Rummo ha scelto Enel 100 per cento rinnovabile per la fornitura di energia nel biennio 2026–2027. Una decisione coerente con la visione dell’azienda e con la volontà di mantenere un approvvigionamento energetico interamente rinnovabile già durante la fase di transizione. L’accordo conferma il ruolo di Enel come partner energetico di riferimento per le imprese italiane che intendono accelerare il proprio percorso verso la decarbonizzazione, grazie a soluzioni integrate che combinano innovazione tecnologica, efficienza e riduzione dell’impatto ambientale. Enel, Rummo e 3Sun dimostrano che la transizione energetica industriale è una sfida possibile e concreta, un modello virtuoso di collaborazione che, grazie al Made in Italy, rafforza la resilienza delle industrie locali e costruisce un futuro più pulito, competitivo e responsabile.

Zelensky: «Sogniamo che Putin muoia»

Nel suo discorso di Natale Volodymyr Zelensky si è rivolto al Paese con un messaggio in cui ha sottolineato che, pur tra le sofferenze causate dalla guerra, la Russia non può prendere ciò che per l’Ucraina è essenziale: «la coesione nazionale. Celebriamo il Natale in un momento difficile. Purtroppo, non tutti siamo a casa stasera. Purtroppo, non tutti hanno ancora una casa. E purtroppo, non tutti sono con noi stasera. Ma nonostante tutte le sofferenze portate dalla Russia, non è in grado di occupare o bombardare ciò che più conta. Questo è il nostro cuore ucraino, la nostra fiducia reciproca e la nostra unità». Nel suo intervento, senza nominare direttamente Putin, Zelensky ha anche evocato il desiderio della sua «morte», definendolo un sogno «condiviso dagli ucraini».

Zelensky: «A Dio chiediamo la pace per l’Ucraina»

«Oggi condividiamo tutti un sogno. Ed esprimiamo un desiderio, per tutti noi: che muoia, ognuno di noi potrebbe pensare tra sé e sé. Ma quando ci rivolgiamo a Dio, ovviamente, chiediamo qualcosa di più grande. Chiediamo la pace per l’Ucraina. Lottiamo per essa. E preghiamo per essa. E la meritiamo». Zelensky ha aggiunto che le preghiere vanno a chi «combatte in prima linea affinché torni vivo, ai prigionieri perché rientrino a casa, ai caduti che hanno difeso il Paese». Ha infine ricordato che questo è il terzo Natale celebrato il 25 dicembre secondo il calendario gregoriano, scelta compiuta due anni fa abbandonando il calendario giuliano seguito da altre chiese ortodosse, tra cui quella russa, che festeggiano il Natale il 7 gennaio.