Kanye West, ora è ufficiale: nel 2026 un concerto in Italia

Kanye West sembra finalmente pronto a esibirsi in Italia. Il rapper terrà un concerto alla Rcf Arena di Campovolo, a Reggio Emilia, il 18 luglio 2026 come headliner dell’Hellwatt Festival, format crossover che unirà musica, visioni e performance. Sarà il primo live europeo dell’artista di Atlanta in assoluto negli ultimi 10 anni e il primo in Italia se si escludono i listening party in playback a inizio 2024 fra i Forum di Assago e Casalecchio di Reno per l’album Vultures. Sul palco, di fronte a 103 mila persone, dovrebbe interpretare anche i brani dell’atteso disco Bully, annunciato da mesi ma sempre rinviato: l’uscita è ora prevista per il 30 gennaio. I biglietti per il concerto a Campovolo saranno disponibili su Ticketmaster a partire dalle ore 10 di lunedì 22 dicembre.

Kanye West in concerto in Italia: il caso del live saltato nel 2023

La notizia del concerto arriva a due anni dall’interminabile tira e molla tra Kanye West e Campovolo in occasione della presentazione di Vultures nel 2023. Ye, come l’artista ha deciso di farsi chiamare dal 2021, si sarebbe dovuto esibire anche in quel caso alla Rcf Arena di Reggio Emilia, prima che il live venisse annullato improvvisamente per via di richieste irrealizzabili in pochi giorni avanzate dallo stesso rapper di Atlanta. Come ha rivelato successivamente Clemente Zard, direttore di Vivo Concerti che avrebbe dovuto seguire la produzione dell’evento, Kanye West avrebbe voluto far costruire un duomo enorme in appena 30 giorni. «Non era qualcosa da fare sul palco, per quello c’erano progetti meravigliosi a parte che resteranno per sempre in archivio», ha spiegato al Corriere di Bologna. «Voleva proprio una struttura che celebrasse le sue canzoni e la sua figura, compresa un’area per il merchandising».

Kanye West, ora è ufficiale: nel 2026 un concerto in Italia
Kanye West a Los Angeles (Getty Images).

«Quando gli ho spiegato che nessuno avrebbe mai dato i permessi per realizzare tale edificio, mi ha accusato di mettere a repentaglio la sua salute mentale, si è infuriato ed è andato via improvvisando un rap», ha proseguito Zard. «Non è tutto. Dopo un’ora e mezza tornò con la moglie Bianca Censori chiedendo la cittadinanza italiana. Disse di non voler tornare negli Stati Uniti, dove gli stava scadendo il visto, e voler restare qui». Sentendosi ancora una volta respinto per comprovate ragioni burocratiche, si infuriò nuovamente. La data del concerto, inizialmente prevista per il 13 ottobre, venne dapprima spostata di una settimana e poi riprogrammata per il 27 dello stesso mese. Salvo essere annullata definitivamente poco dopo.

Leonardo Maria Del Vecchio rileva il 30 per cento de Il Giornale

Dopo il no di Exor all’offerta presentata per Gedi, Leonardo Maria Del Vecchio entra nel mondo dell’editoria puntando su Il Giornale. LMDV Capital, holding di investimento dell’erede del patron di Luxottica, ha infatti sottoscritto un accordo per l’acquisizione del 30 per cento del quotidiano da Finanziaria Tosinvest, società della famiglia Angelucci. «L’operazione rappresenta un passo strategico per lo sviluppo e la valorizzazione dell’informazione come asset centrale per il sistema Paese, con l’obiettivo di coniugare qualità editoriale, innovazione tecnologica e sostenibilità economica», si legge in una nota di Tosinvest. La famiglia Angelucci, che deteneva il 70 per cento, non scenderà al 40 per cento ma al 65 per cento: questo grazie all’acquisto di un quarto del capitale societario da Paolo Berlusconi, che passerà dal 30 al 5 per cento.

Del Vecchio rileverà il 30 per cento per circa 3 milioni di euro

Del Vecchio rileverà il 30 per cento de Il Giornale per una somma di circa 3 milioni di euro, entrando così nel mondo dell’editoria dopo aver presentato un’offerta per tutte le attività editoriali messe in vendita da Gedi, respinta da John Elkann che ha rinnovato almeno fino a febbraio 2026 l’esclusiva per trattare solo con i greci di Antenna. «Le due iniziative delineano il primo perimetro del polo editoriale italiano che Leonardo Maria Del Vecchio intende sviluppare come base del proprio futuro piano industriale nei media. Un progetto industriale per l’editoria italiana», spiega Lmvd.

LEGGI ANCHE: Gedi, la guerra per Repubblica passa dalla comunicazione

Napoli contro Allegri dopo la sfida di Supercoppa, la nota del club

Sembrava finita lì. Con un (pesante) alterco tra le panchine durante la partita, Allegri che minimizza in conferenza stampa: «Sono cose di campo». E invece, nella mattinata successiva alla semifinale di Supercoppa, il Napoli ha rilasciato un comunicato al vetriolo proprio contro il tecnico rossonero: «La SSC Napoli condanna con fermezza l’atteggiamento dell’allenatore del Milan, Massimiliano Allegri che, durante la semifinale di Supercoppa Italiana, alla presenza di decine di persone a bordocampo e in diretta televisiva, ha pesantemente insultato Gabriele Oriali con termini offensivi e reiterati».

Non solo, il club campione d’Italia ha inoltre sollecitato un intervento degli organi competenti, sottolineando la gravità dell’episodio e la sua ampia visibilità: «Auspichiamo che tale aggressione, totalmente fuori controllo, non passi inosservata, a maggior ragione perché, con 33 telecamere impegnate nella produzione dell’evento, è impossibile non riscontrare quanto avvenuto». La gara era stata caratterizzata fin dai primi minuti da continui confronti verbali tra le due panchine, accesi a ogni decisione arbitrale contestata. In particolare, le proteste si sono intensificate quando l’arbitro Zufferli ha evitato di estrarre cartellino giallo per un fallo di Rabiot alla mezz’ora su Politano, con il francese che ha scalciato da terra l’avversario. Da lì lo scontro verbale, con Allegri che ripetutamente, il labiale è abbastanza eloquente, grida: «Sei un coglione» a Oriali.

È morta l’attrice svedese May Britt, moglie di Sammy Davis Jr.

May Britt, attrice svedese il cui matrimonio con Sammy Davis Jr. fu oggetto di controversia per via dell’atteggiamento degli Usa contro le nozze miste, è morta all’età di 91 anni. A darne notizia è stato il figlio Mark Davis in una nota all’Hollywood Reporter, spiegando che il decesso è avvenuto lo scorso 11 dicembre a Los Angeles per cause naturali. Originaria di un piccolo centro vicino Stoccolma, iniziò la carriera in Italia negli Anni 50 dopo essere stata scoperta da Carlo Ponti e Mario Soldati. A seguito delle nozze con Davis Jr., perse il contratto con la Fox e abbandonò definitivamente la recitazione.

La carriera di May Britt e i film in Italia per Soldati e Monicelli

Nata Maj-Britt Wilkens nel 1934, ottenne il primo ruolo per caso. Mentre lavorava come assistente di un fotografo di Stoccolma, fu notata appena 18enne da Ponti e Soldati, in cerca di una ragazza cui affidare il ruolo da protagonista nel loro nuovo film Jolanda, la figlia del Corsaro Nero. Presentatisi per vedere degli shooting con alcune modelle, non appena la videro decisero di scritturarla proprio per la parte principale della ragazza in cerca di vendetta per la morte del padre. Dopo il trasferimento a Roma, recitò in diverse produzioni di Cinecittà: ne Le Infedeli di Steno e Mario Monicelli interpretò Liliana al fianco di Gina Lollobrigida e Pierre Cressoy. Apparve anche ne La lupa di Alberto Lattuada, Il più comico spettacolo del mondo di Mario Mattioli e Vergine moderna di Marcello Pagliero.

Grazie alle sue performance ottenne una parte in Guerra e pace, adattamento di King Vidor del 1956, che la vide dividere il set con Vittorio Gassmann, Henry Fonda, Anita Ekberg e Audrey Hepbrurn. La sua interpretazione le valse un contratto con la 20th Century Fox, firmato l’anno seguente, che le permise di apparire ne I giovani leoni al fianco di Marlon Brando e ne I cacciatori con Robert Mitchum fra il 1958 e il 1959. Spesso descritta come «una Greta Garbo più calorosa», raggiunse la fama grazie a L’angelo azzurro di Edward Dmytryk, per cui vestì i panni della cabarettista Lola-Lola, negli Anni 30 interpretata da Marlene Dietrich. Un ruolo per cui vinse la concorrenza di Marilyn Monroe. Lo stesso anno apparve sulla copertina di Life, senza sapere che la sua carriera sarebbe finita poco dopo.

Il matrimonio con Sammy Davis Jr. che cambiò tutto

Reduce dal naufragio delle sue prime nozze con Edward Gregson, rampollo di un’agenzia immobiliare sposato nel 1958 ma da cui si separò dopo appena un anno, sul set de L’angelo azzurro May Britt fece la conoscenza di Sammy Davis Jr., icona della musica afroamericana e attivista per i diritti civili. Quest’ultimo, che a sua volta usciva da un flirt clandestino con Kim Novak, la invitò dapprima a cena. Dopo poche sere la coppia si fidanzò e qualche mese dopo annunciò le nozze. Immediatamente, la 20the Century Fox decise di non rinnovare il contratto di Britt: all’epoca, le unioni miste erano illegali in 31 Stati degli Usa e in 15 erano perseguite con la massima pena. I due, che si sposarono nel 1960 con Frank Sinatra testimone di nozze, ricevettero minacce di morte che li costrinsero ad assumere guardie del corpo 24 ore su 24.

Ebbero una figlia, Tracy, e adottarono due bambini, Mark e Jeff. Lei smise di lavorare, ma negli anni l’artista iniziò a bere troppo e ad esserci sempre meno. Nel 1968 Martin Luther King, grande amico di Sammy Davis Jr., venne assassinato e l’artista andò in pezzi e con lui anche il matrimonio. «Non potevo essere quello che lei voleva», avrebbe dichiarato il cantante anni dopo. «Non potevo essere un uomo di famiglia». Britt non si risposò fino al maggio 1993, quando convolò a nozze con Lennart Ringquist, dirigente del mondo dello spettacolo e allevatore di cavalli, morto nel 2017.

Australia, dopo la strage di Bondi Beach via al più grande programma di riacquisto di armi dal 1996

Dopo la strage di Bondi Beach, in cui hanno perso la vita 15 persone di fede ebraica che stavano celebrando il primo giorno di Hanukkah, il governo australiano istituirà un importante programma nazionale di riacquisto delle armi da fuoco in eccedenza, recentemente vietate e illegali. Lo ha annunciato il primo ministro Anthony Albanese. Si tratterà del più grande National Gun Buyback da quello avviato nel 1996 dall’amministrazione di John Howard all’indomani della strage di Port Arthur, che vide un uomo fare fuoco sui turisti uccidendo 35 persone.

Australia, dopo la strage di Bondi Beach via al più grande programma di riacquisto di armi dal 1996
Anthony Albanese (Ansa).

Oggi ci sono oltre quattro milioni di armi da fuoco in Australia

«Quanto successo a Bondi Beach dimostra che dobbiamo togliere le armi dalle nostre strade. Sappiamo che uno dei terroristi (Sajid Akram, ndr) era titolare di un porto d’armi e possedeva sei pistole, nonostante vivesse nel cuore della periferia di Sydney, a Bonnyrigg. Non c’è motivo per cui qualcuno in quella situazione avesse bisogno di così tante pistole», ha affermato Albanese, aggiungendo che «oggi ci sono oltre quattro milioni di armi da fuoco in Australia, più di quante ce ne fossero all’epoca del massacro di Port Arthur».

Il governo limiterà le licenze permanenti e i tipi di armi consentiti

I costi del programma di riacquisto delle armi verranno ripartiti tra il governo federale e i vari Stati australiani, ha chiarito Albanese. L’Australian Federal Police ne supervisionerà la distruzione. Il Consiglio dei ministri di Canberra ha inoltre concordato di porre dei limiti al numero di armi da fuoco che una persona può possedere, di limitare le licenze permanenti e i tipi di armi consentiti, così come di rendere la cittadinanza australiana una condizione per ottenere una licenza.

Palermo, bimbo di 11 anni violentato dai compagni fuori da scuola

A Madonie, in provincia di Palermo, un bambino di 11 anni è stato vittima di una violenza sessuale di gruppo avvenuta fuori da scuola. A riportarlo è Repubblica, secondo cui gli aggressori sarebbero un gruppo di ragazzi più grandi che frequentano lo stesso istituto della vittima. L’abuso è emerso grazie al racconto del piccolo che, rientrato a casa in stato di shock e con evidenti segni sul corpo, ha confessato l’accaduto alla madre. I successivi accertamenti medici presso l’ospedale Termini Imerese hanno confermato lesioni compatibili con la violenza denunciata. Sul caso indaga la procura dei minori di Palermo. Venerdì il bambino verrà ascoltato dalla procuratrice Caramanna in presenza di uno psicologico, come previsto dal protocollo del “codice rosso”.

Brown University, trovato morto il presunto autore dell’attacco

Claudio Neves Valente, 48 anni, con rapporti consolidati con la Brown University, è stato identificato come l’autore della sparatoria nel campus dell’ateneo e dell’omicidio di un docente del Massachusetts Institute of Technology avvenuto a circa 80 chilometri di distanza. Nel primo attacco sono morti due studenti e altri nove sono rimasti feriti. L’uomo è stato poi rinvenuto senza vita: per l’Fbi e per la polizia di Providence si è trattato di un suicidio. Valente, cittadino portoghese, risultava iscritto all’Università del Rhode Island. Portoghese era anche Nuno Loureiro, 47 anni, fisico nucleare e direttore di un centro di ricerca al Mit, ucciso nella sua abitazione di Brookline, a Boston, due giorni dopo l’assalto al campus.

Brown University, trovato morto il presunto autore dell’attacco
L’esterno della Brown University (Ansa).

L’azione alla Brown University risale a sabato 12 dicembre, quando l’uomo ha raggiunto a piedi l’edificio del dipartimento di Fisica e ha aperto il fuoco all’interno di un’aula, per poi fuggire. Le registrazioni delle telecamere di sorveglianza hanno ripreso una figura vestita di nero, con il volto coperto da una mascherina. Successivamente il killer si sarebbe spostato verso l’area di Boston. Gli inquirenti ritengono che l’uomo, capito di essere stato individuato, si sia tolto la vita. Dalle verifiche è emerso che Valente era entrato negli Stati Uniti una prima volta tra il 2000 e il 2001 e che era tornato nel 2017 per intraprendere un dottorato alla Brown University. Nella richiesta di visto aveva indicato come indirizzo quello del dipartimento di Fisica dell’ateneo dove ha poi compiuto l’attacco. Accanto al suo corpo sono stati rinvenuti una borsa, due armi da fuoco e «prove corrispondenti alla scena del crimine».

OpenAI annuncia una nuova leadership creativa

OpenAI ha rafforzato la propria struttura creativa con due nuovi ingressi nel direttivo. La società di Sam Altman accoglie infatti Julia Hoffmann e Andrew McKechnie in ruoli chiave nella leadership del team globale, riflettendo l’impegno strategico nel consolidare la propria posizione internazionale e il supporto alle imprese nell’adozione dell’intelligenza artificiale. Le due nomine si inseriscono in un contesto di grande espansione per OpenAI, che proprio venerdì 19 dicembre ha raggiunto un nuovo incredibile traguardo. Secondo le stime di Appfigures, i consumatori hanno speso 3 miliardi di dollari su ChatGPT per quanto riguarda i dispositivi mobile dal lancio nel maggio 2023, di cui 2,48 soltanto nel 2025.

OpenAI annuncia una nuova leadership creativa
Julia Hoffmann (da LinkedIn).

OpenAI, chi sono Hoffmann e McKechnie e quali ruoli avranno

Per quanto riguarda le due nuove assunzioni, Julia Hoffmann avrà base a Londra ed entra in OpenAI come Head of International Creative: sua la responsabilità di guidare la comunicazione mondiale del brand e di coordinare lo sviluppo di campagne, esperienze e progetti creativi nei diversi mercati. Per sei anni in Google come Executive Creative Director dell’area Emea Creative Lab, ha trascorso diverso tempo anche in EF Education e in Etsy, maturando esperienza nel branding, nella comunicazione e nella creatività integrata. Avrà base a New York invece Andrew McKechnie, che assumerà l’incarico di Head of Business Creative: si occuperà pertanto di delineare e in seguito guidare la strategia per sviluppatori, startup e imprese enterprise. Arriva da Airco, realtà innovativa nella conversione del carbonio, e nel curriculum vanta esperienze come Chief Creative Officer e Senior Vice President di Verizon, dove ha guidato per sei anni la trasformazione creativa.

OpenAI annuncia una nuova leadership creativa
Andrew McKechnie (da LinkedIn).

Leandro Barreto nuovo Chief Marketing Officer di Unilever

Cambio della guardia ai vertici di Unilever: dal primo gennaio il nuovo Chief Marketing Officer sarà Leandro Barreto. Subentrerà a Esi Eggleston Bracey, al passo d’addio dopo otto anni in azienda. Barreto è entrato in Unilever nel 2003 e da allora ha ricoperto numerosi incarichi nel gruppo, soprattutto nel marchio Dove. Dal 2024 era Chief Marketing Officer per la divisione Beauty and Wellbeing, che raggruppa brand come Clear, Dove, Sunsilk, TRESemmé e Vaseline.

TikTok ha firmato l’accordo per cedere le attività negli Usa

TikTok ha firmato l’accordo, proposto dal presidente americano Donald Trump, per cedere le attività negli Usa a un consorzio di imprenditori locali. La notizia, riportata in anteprima da Axios, è stata poi confermata dallo stesso amministratore delegato Shou Chew con una nota interna allo staff, ripresa da diverse testate. «I vostri sforzi ci consentono di operare ai massimi livelli e garantiranno che TikTok continui a crescere e prosperare negli Stati Uniti e in tutto il mondo», ha spiegato il Ceo. «Con questi accordi in vigore, il nostro obiettivo sarà immutato: garantire agli utenti, ai creator e alle aziende un servizio impeccabile». La chiusura dell’operazione è prevista entro il 22 gennaio 2026.

TikTok, come saranno divise le quote della divisione Usa

Secondo le anticipazioni, la nuova divisione statunitense si chiamerà TikTok USDS Joint Venture LLC. Circa la metà, ossia il 45 per cento, sarà controllato da un consorzio composto da Oracle, dalla società di private equity Silver Lake e dal fondo di investimento statale di Abu Dhabi MGX. Un ulteriore cinque per cento sarà di proprietà di nuovi finanziatori. Quasi un terzo sarà invece in mano ad affiliati degli attuali investitori, mentre il restante 20 per cento rimarrà alla casa madre ByteDance. Il Ceo Chew, nel confermare la firma dell’accordo, ne ha definito alcuni termini tra cui «la riqualificazione dell’algoritmo di raccomandazione dei contenuti sui dati degli utenti americani per garantire che il feed dei contenuti sia esente da manipolazioni esterne» e la supervisione della protezione dei dati da parte di Oracle.

TikTok ha firmato l’accordo per cedere le attività negli Usa
La sede di ByteDance negli Usa (Ansa).

La Casa Bianca e il governo cinese avevano raggiunto, lo scorso settembre, un accordo di principio per vendere le operazioni statunitensi di TikTok a una joint venture controllata da un gruppo di investitori americani guidato da Andreessen Horowitz, Silver Lake e Oracle. Il presidente Trump aveva emesso per la prima volta un ordine esecutivo nel 2020 chiedendo a ByteDance di vendere le operazioni statunitensi. Nel 2024, il Congresso aveva invece approvato una legge, confermata nel gennaio dell’anno successivo dalla Corte Suprema, per imporre il divieto dell’app in caso di mancata cessione. Trump ne ha ripetutamente rinviato l’applicazione tramite una serie di ordini esecutivi, mentre la sua amministrazione cercava di negoziare una vendita.

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi

Toh, è tornato Matteo Renzi. Vabbè, ma quando mai se n’è andato via, si dirà. E in effetti è vero. Renzi c’è anche quando non c’è. Le trattative di Gedi con i greci? «C’è Renzi dietro!». Silvia Salis? «C’è Renzi dietro!». La Fiorentina è in vendita? «C’è Renzi dietro!». C’è un po’ di retorica del complotto, ad accompagnare l’ex presidente del Consiglio, visto come l’artefice di qualsiasi sommovimento politico-editorial-sportivo. Nemmeno fosse Dario Franceschini, che diamine.

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi
Silvia Salis, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi (Imagoeconomica).

La nuova fase politica del leader di Iv

Il fondatore di Italia Viva è alle prese con una nuova fase politica. Un po’ per convinzione, un po’ per convenienza, Renzi è il nuovo portavoce del campo largo. Ci crede più lui di Giuseppe Conte, per dire. È più in sintonia con Elly Schlein sulla logica testardamente unitaria dell’alleanza di quanto non lo siano gli alleati a cinque stelle. Lo dice in ogni intervista che fa, e ne fa sempre parecchie: solo uniti si vince contro Giorgia Meloni. Solo con la sacra alleanza TTG, Tutti Tranne Giorgia, il centrosinistra può sperare di battere la destra nel 2027. Ma se Meloni perde il referendum sulla giustizia, beh, se ne deve andare a casa, ripete sempre Renzi facendo però leva su esperienze personali e su un’impostazione del dibattito pubblico che la presidente del Consiglio però non ha dato. Perché lei, a differenza di Renzi nel 2016, non ha mai detto «se perdo vado a casa».

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi
Matteo Renzi con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Quella sintonia (interessata) con Bonaccini

È così in buoni rapporti ormai con Schlein che le facilita pure il compito di tenere insieme testardamente anche il Pd, diviso finora fra maggioranza schleiniana e riformisti. Ora però questi ultimi si sono scissi e Stefano Bonaccini ha dichiarato sostegno alla segretaria. Sicché l’ex presidente del Consiglio sembra persino provare simpatia per i riformisti bonacciniani. Il presidente del Pd è stato anche ospite all’ultima edizione della Leopolda, dov’è stato molto applaudito per il suo intervento contro il governo. E il motivo forse non è così complicato da intuire: Renzi ci tiene ad avere un buon rapporto con Schlein, non fosse altro perché deve tenere i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole del campo largo. Quindi Bonaccini, accusato non a caso di un atteggiamento troppo consociativo nei confronti della segreteria nazionale dai riformisti che lo hanno appena salutato, è perfetto: non è uno che disturba il manovratore, in questo caso la manovratrice, e lascia il campo ad altri per intestarsi una eventuale futura battaglia riformista. Per Renzi, insomma, Giorgio Gori, Pina Picierno e Matteo Biffoni sono soprattutto dei competitor. E il leader di Italia Viva vuole essere certo di poter occupare quello spazio appena lasciato libero da Bonaccini con la sua piroetta verso Schlein.  

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi
Matteo Renzi con Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).

L’invenzione di Casa Riformista e il tentativo di restare in Parlamento

Ordunque, Renzi da rottamatore è diventato muratore, costruttore, architetto, ingegnere edile, cercate voi il mestiere che vi garba di più. Nel centrosinistra è rimasto tra i pochissimi a saper fare politica, il suo problema è che tutt’ora rimane inviso all’elettorato. In molti non lo sopportano al di là dei propri demeriti politici. Sicché ha capito che Italia Viva non poteva andare più da nessuna parte, avendo saturato l’opinione pubblica dopo averla saturata già lui stesso. Al che si è inventato Casa Riformista, con cui cerca di dare una risposta civica alla insoddisfazione dell’elettorato per tutto ciò che proviene dai partiti. In Toscana ha funzionato, grazie anche alla collaborazione di Eugenio Giani, in Calabria anche. Non è tuttavia diventato un buon samaritano gratis. Attacca Meloni, anche sulla legge elettorale, ma solo perché è pronto a sedersi attorno al tavolo principale per poter negoziare un accordo. D’altronde prima o poi si porrà il tema di come fare per rientrare in Parlamento. C’è anche il rischio che non ce la faccia, ma se c’è una cosa che ci ha insegnato Renzi è che non va sottovalutato. Anche se da Andreotti del prossimo secolo alla fine si è trasformato nel Fanfani dei prossimi decenni. 

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi
Il siparietto di Guido Crosetto e Matteo Renzi ad Atreju, insieme con Fabio Rampelli e Bruno Vespa (Imagoeconomica).

L’Ue ha raggiunto un accordo sul prestito all’Ucraina

Nel lungo vertice del Consiglio europeo finito in piena notte, i leader dei 27 Paesi hanno trovato un compromesso sul finanziamento all’Ucraina: dal 2026 al 2027 Kyiv riceverà 90 miliardi di euro in forma di prestito a tasso zero, garantito dal bilancio comune dell’Unione. In pratica sarà debito europeo, senza utilizzare i beni russi congelati. L’ipotesi di impiegare gli asset finanziari di Mosca – circa 210 miliardi bloccati in Europa, di cui 185 gestiti in Belgio – è stata accantonata dopo settimane di tensioni e minacce da parte della Russia. Usarli avrebbe consentito di sostenere Kyiv senza risorse proprie, ma avrebbe esposto l’Ue a contenziosi legali e a ritorsioni politiche. Il Belgio è stato il Paese più contrario, seguito da Italia, Bulgaria, Malta e Repubblica Ceca. La Germania e Ursula von der Leyen, invece, avevano spinto per tracciare una strada immediata sull’uso degli asset, ma la linea è naufragata.

Come funziona il prestito all’Ucraina

La soluzione scelta prevede un prestito convenzionale finanziato con garanzie comuni. Per ottenere l’unanimità sul bilancio, tre governi filorussi – Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca – hanno ottenuto l’opt-out: non contribuiranno al prestito e non saranno chiamati a coprire eventuali rischi. Nel dispositivo finale resta un riferimento agli asset congelati, che continueranno a rimanere immobilizzati finché la Russia non avrà pagato le riparazioni. L’Ucraina dovrà rimborsare il prestito solo dopo aver ricevuto quei risarcimenti: se non avverranno, l’Unione si riserva il diritto di usare i beni russi per coprire il debito, nel rispetto del diritto europeo e internazionale. Volodymyr Zelensky ha ringraziato l’Ue per «un sostegno significativo che rafforza davvero la nostra resilienza» e ha definito «importante» che i beni russi rimangano immobilizzati.

Meloni sugli asset russi: «Ha prevalso il buonsenso»

«Ha prevalso il buon senso», ha detto Giorgia Meloni al termine del vertice. La premier ha spiegato di aver voluto «garantire il necessario supporto all’Ucraina per i prossimi due anni, ma farlo con una soluzione sostenibile sul piano giuridico e finanziario». Meloni ha ribadito però che l’Ue «si riserva anche di considerare l’uso di questi asset soprattutto per ripagare il prestito». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha sostenuto che la decisione Ue «è un messaggio decisivo per la fine della guerra, perché Vladimir Putin farà concessioni solo quando si renderà conto che la sua guerra non darà frutti».