Da Leo Gasmann agli Eugenio in via di Gioia: i protagonisti che si sono aggiudicati il palco dell'Ariston. Che vedrà anche Tiziano Ferro presente tutte le sere.
I magnifici otto sono stati scelti. Il 19 dicembre i nomi dei partecipanti a Sanremo giovani 2020 sono stati finalmente svelati e così il prossimo festival targato Amadeus inizia a prendere forma. In attesa di conoscere i nomi dei Big e gli ospiti delle cinque serate in programma dal 4 all’8 febbraio – il conduttore ha già spiegato che Tiziano Ferro sarà presente tutte le sere, le porte dell’Ariston si sono spalancate agli otto cantanti che parteciperanno tra i Giovani.
DA LEO GASMANN A TECLA VINCITRICE DI SANREMO YOUNG
Leo Gassmann (con Va bene così), Fadi (Due noi), Marco Sentieri (Billy Blu), Fasma (Per sentirmi vivo), Eugenio in via di Gioia (Tsunami) sono i cinque protagonisti, in diretta tv su Rai1, si sono sfidati a colpi di duelli e musica per conquistare un posto in prima fila all’Ariston. A loro si aggiungono, da Area Sanremo, Gabriella Martinelli e Lula (Il gigante d’acciaio, dedicata a Taranto e alle vicende dell’ex Ilva) e Matteo Faustini (Nel bene e nel male). Approda di diritto all’Ariston anche la giovanissima Tecla Insolia, vincitrice di Sanremo Young.
TEMI SOCIALI E MALESSERE GENERAZIONALE
Temi sociali e malessere generazionale corrono tra i brani, gli stessi che arriveranno a febbraio. Sfide secche, dentro o fuori. Per quella che qualcuno considera l’occasione della vita, qualcuno un passaggio obbligato verso il successo. Sono emozionati i ragazzi (e si vede, dalle mani che si contorcono, dagli sguardi persi, dalle gambe che non stanno ferme), anche se molti di loro hanno già alle spalle talent e gavetta. Come Thomas che arriva da Amici, ma deve cedere il passo a Leo Gassmann, da X Factor, figlio di Alessandro – che via Twitter fa il tifo: be brave and rock on! – e nipote di Vittorio (e più di uno gli ricorda che porta un cognome “ingombrante”, mentre la rete ipotizza raccomandazioni, ma lui ribatte che «è la musica a vincere»). Gli Eugenio in via di Gioia portano una ventata di allegria e lasciano fuori il bravo Avincola (con un brano sui rider). Eliminati anche Shari e i Reclame.
I CINQUE GIUDICI SENIOR
A decidere i più meritevoli sono televoto, Commissione musicale del festival, giuria demoscopica e giuria televisiva, ovvero i cinque senatori del festival Pippo Baudo, Antonella Clerici, Carlo Conti, Gigi D’Alessio e Piero Chiambretti, alla quale spettava l’ultima parola in caso di parità. E non è mancata qualche stoccata via social, come quella di Enzo Mazza, ceo della FIMI, che in un tweet ha polemicamente sottolineato le differenze d’età tra giudicanti e giudicati. «Date di nascita super giuria #sanremogiovani: 1936, 1956, 1961, 1962, 1967. Artisti in gara secondo regolamento: non aver superato i 36 anni. Ovvero non essere nati dopo 1983. Età media utilizzatori di Spotify: 25 anni, ovvero nati nel 1994». I giudici, tutti veterani del festival, non raccolgono la provocazione, arrivata già nei giorni della loro ufficializzazione. Appuntamento, dunque, al 4 febbraio (e prima anche a Potenza con il Capodanno di Rai1, sempre condotto da Amadeus) con in testa già le canzoni
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I quattro fondatori pubblicano un lungo messaggio su Repubblica. E spiegano: «Siamo un movimento pacifico, incorniciarlo sarebbe come mettere confini al mare».
«La pentola era pronta per scoppiare, le Sardine le hanno permesso semplicemente di fischiare. L’ Italia è nel mezzo di una rivolta popolarepacifica che non ha precedenti negli ultimi decenni. Chi cercherà di osteggiarla sentirà solo più acuto il fischio, chi tenterà di cavalcarla rimarrà deluso». Scrivono così i quattro fondatori delle Sardine – Andrea Garreffa, Roberto Morotti, Mattia Santori e Giulia Trappoloni – in una lettera a Repubblica in apertura di prima pagina. E aggiungono: «La forma stessa di un partito sarebbe un oltraggio a ciò che è stato e che potrebbe essere. E non perché i partiti siano sbagliati, ma perché veniamo da una pentola e non è lì che vogliamo tornare».
«CI SENTIAMO IMPREPARATI, MA LIBERI»
«Chiedere che cornice dare a una rivolta è come mettere confini al mare. Noi ci chiediamo ogni giorno come fare e ci sentiamo ridicoli, inadatti e impreparati… ma finalmente liberi», scrivono i quattro ragazzi. «L’unica certezza che abbiamo è che siamo stati sdraiati per troppo tempo. E che ora abbiamo bisogno di nuotare». I quattro trentenni raccontano il percorso che li ha portati dalla manifestazione del 14 novembre a Bologna a quella del 14 dicembre in piazza San Giovanni a Roma, fino alla riunione del giorno seguente. Oggi «siamo quattro trentenni come ce ne sono tanti in Italia. Il processo che abbiamo contribuito a creare sarà lungo, ma intanto è iniziato. E per quanto possiamo essere qualcuno all’interno delle piazze, dei nostri collettivi e dei nostri circoli, non siamo nessuno all’interno di questo processo», osservano.
«LE SARDINE SONO SOLO UN PRETESTO»
«Le Sardine non esistono, non sono mai esistite. Sono state solo un pretesto. Potevano essere storioni, salmoni o stambecchi. La verità è che la pentola era pronta per scoppiare. Poteva farlo e lasciare tutti scottati. Per fortuna le sardine le hanno permesso semplicemente di fischiare», sottolineano. «Non è stato grazie a noi, né tanto meno a chi ha organizzato le piazze dopo di noi. È stato grazie a un bisogno condiviso di tornare a sentirsi liberi. Liberi di esprimere pacificamente un pensiero e di farlo con il corpo, contro ogni tentativo di manipolazione imposto dai tunnel solipsistici dei social media. La condivisione dello stesso male ci ha resi alleati coesi, ha unito il fronte».
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Responsabile dei diritti civili nella giunta di centrodestra, a lungo era stato parlamentare di Forza Italia. Eseguite altre sette misure di custodia cautelare.
Il blitz contro la ‘ndrangheta non si ferma e dopo la maxi operazione del 19 dicembre e gli arresti eseguiti in Valle D’Aosta, questa volta le indagini toccano il Piemonte. Roberto Rosso, assessore ai Diritti civili della Regione Piemonte, a lungo parlamentare di Forza Italia, per cui all’inizio degli anni ’90 è stato candidato sindaco di Torino, e ora in Fratelli d’Italia, è stato arrestato la mattina del 20 dicembre dalla guardia di di Finanza nell’ambito di un’inchiesta sulla ‘ndrangheta che ipotizza anche il voto di scambio.
ACCORDO CON I BOSS PER LE ULTIME ELEZIONI REGIONALI
Le accuse nei suoi confronti riguarderebbero le ultime elezioni regionali. «Secondo le risultanze delle indagini Roberto Rosso è sceso a patti con i mafiosi. E l’accordo ha avuto successo», ha detto Francesco Saluzzo, procuratore generale del Piemonte. Gli investigatori hanno documentato – anche con immagini – diversi incontri tra Rosso e alcuni presunti boss, tra cui Onofrio Garcea, esponente del clan Bonavota in Liguria, anche in piazza San Carlo a Torino. Oltre all’arresto di Rosso le Fiamme gialle hanno eseguito altre sette ordinanze di custodia cautelare e sequestri di beni nei confronti di soggetti legati alla ‘ndrangheta e operanti a Torino.
ALLONTANATO DAL PARTITO
Fratelli d’Italia, da parte sua, ha allontanato Rosso dal partito. Apprendiamo che stamattina è stato arrestato con l’accusa più infamante di tutte: voto di scambio politico-mafioso. Mi viene il voltastomaco», ha dichiarato Giorgia Meloni. «Mi auguro dal profondo del cuore che dimostri la sua innocenza, ma annuncio fin da ora che Fratelli d’Italia si costituirà parte civile nell’eventuale processo a suo carico. Ovviamente, fin quando questa vicenda non sarà chiarita, Rosso è da considerarsi ufficialmente fuori da Fdi».
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Responsabile dei diritti civili nella giunta di centrodestra, a lungo era stato parlamentare di Forza Italia. Eseguite altre sette misure di custodia cautelare.
Il blitz contro la ‘ndrangheta non si ferma e dopo la maxi operazione del 19 dicembre e gli arresti eseguiti in Valle D’Aosta, questa volta le indagini toccano il Piemonte. Roberto Rosso, assessore ai Diritti civili della Regione Piemonte, a lungo parlamentare di Forza Italia, per cui all’inizio degli anni ’90 è stato candidato sindaco di Torino, e ora in Fratelli d’Italia, è stato arrestato la mattina del 20 dicembre dalla guardia di di Finanza nell’ambito di un’inchiesta sulla ‘ndrangheta che ipotizza anche il voto di scambio.
ACCORDO CON I BOSS PER LE ULTIME ELEZIONI REGIONALI
Le accuse nei suoi confronti riguarderebbero le ultime elezioni regionali. «Secondo le risultanze delle indagini Roberto Rosso è sceso a patti con i mafiosi. E l’accordo ha avuto successo», ha detto Francesco Saluzzo, procuratore generale del Piemonte. Gli investigatori hanno documentato – anche con immagini – diversi incontri tra Rosso e alcuni presunti boss, tra cui Onofrio Garcea, esponente del clan Bonavota in Liguria, anche in piazza San Carlo a Torino. Oltre all’arresto di Rosso le Fiamme gialle hanno eseguito altre sette ordinanze di custodia cautelare e sequestri di beni nei confronti di soggetti legati alla ‘ndrangheta e operanti a Torino.
ALLONTANATO DAL PARTITO
Fratelli d’Italia, da parte sua, ha allontanato Rosso dal partito. Apprendiamo che stamattina è stato arrestato con l’accusa più infamante di tutte: voto di scambio politico-mafioso. Mi viene il voltastomaco», ha dichiarato Giorgia Meloni. «Mi auguro dal profondo del cuore che dimostri la sua innocenza, ma annuncio fin da ora che Fratelli d’Italia si costituirà parte civile nell’eventuale processo a suo carico. Ovviamente, fin quando questa vicenda non sarà chiarita, Rosso è da considerarsi ufficialmente fuori da Fdi».
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Chiusi porti, scuole e la A6. Ma il codice è arancione anche per Piemonte, Emilia Romanga e Lombardia.
Allerta rossa per il maltempo il 20 dicembre in Liguria: chiusi porti e scuole; chiusa la A6 tra Savona e Altare; è attesa una perturbazione “molto violenta”, avverte l’assessore alla Protezione civile Giampedrone.
ALLERTA ARANCIONE IN TRE REGIONI
Allerta arancione invece sempre in Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna; gialla in Sardegna, Campania, Lazio, Toscana, Umbria e Friuli Venezia Giulia.
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Il Comunale di Vicenza chiude le porte a "Una Banca Popolare". Che ha debuttato a Venezia tra perplessità e indignazione. Effetto di una lettura del terremoto BpVI sbilanciata a favore di Zonin.
Al teatro Comunale di Vicenza hanno già deciso. Commenti non ne filtrano, ma la scelta è netta: Una Banca Popolare, novità di Romolo Bugaro prodotta dal Teatro Stabile del Veneto, che ha debuttato al Goldoni di Venezia a metà dicembre, non approderà nella città più ferita dal tracollo delle Popolari venete. Nessuna sorpresa. Si parla di un palcoscenico che dista meno di 100 metri da quello che fu il quartier generale della Banca Popolare di Vicenza, l’istituto di credito presieduto da Gianni Zonin, fallito trascinando nel crac oltre 100 mila soci. Le finestre dell’ultimo piano del palazzo di via Framarin, dove si trovavano gli uffici dei Vip e la sala del consiglio di amministrazione, danno proprio sul teatro progettato da Gino Valle e aperto nel 2007. BpVI era fra i soci fondatori, aveva due rappresentanti nel consiglio della Fondazione costituta ad hoc dal proprietario, il Comune di Vicenza, per la gestione. E supportava con un sostanzioso contributo – 200 mila euro all’anno – le attività di spettacolo.
BELTOTTO, DA ZAIA AL TEATRO STABILE
Sono passati due anni e mezzo dal crollo e molto è cambiato. Banca Intesa, che al prezzo di un euro ha rilevato la Popolare fallita, in consiglio non c’è e ha dimezzato il contributo. Rimane importante la presenza della Regione, più incisiva da quando l’Amministrazione comunale di Vicenza, a giugno del 2018, si è allineata a centrodestra con quella veneta. Il dettaglio non è privo di significato. La Regione ha nello Stabile l’istituzione teatrale di riferimento: fra l’altro, il presidente è Giampiero Beltotto, in passato (dopo essere stato caporedattore della Rai a Venezia) per cinque anni portavoce di Luca Zaia, inamovibile governatore. E questo fa capire che dire no allo Stabile, anche solo per la distribuzione di un allestimento, non è così semplice. Il fatto è che questo spettacolo – ampiamente pubblicizzato prima dell’andata in scena come lettura delle vicende bancarie venete “dalla parte dei cattivi” – appare decisamente sbilanciato in una prospettiva che si può definire solo come “filo-zoniniana”.
L’opera è stata prodotta dal Teatro Stabile del Veneto.
A Venezia, il debutto e le repliche sono caduti in una certa pubblica indifferenza e in varie private indignazioni. Alla prima il teatro era tutt’altro che pieno e le accoglienze non sono state propriamente entusiastiche. Devono essere bastati i resoconti molto cauti della carta stampata per indurre un gruppetto di poche persone a recarsi al Goldoni, assistere all’ultima replica, non applaudire e “aspettare fuori” l’autore e il regista, Alessandro Rossetto. Volevano “chiedere spiegazioni” si è letto in una cronaca del quotidiano Nuova Venezia, difficile che quelle avute da una aiuto-regista (gli altri asseritamente non erano presenti) siano state soddisfacenti.
Dall’8 al 12 gennaio la partita si sposterà al Verdi di Padova, città decisamente più coinvolta di Venezia nel terremoto BpVI
Passate le feste, dall’8 al 12 gennaio la partita si sposterà al Verdi di Padova, città decisamente più coinvolta di Venezia nel terremoto BpVI. E si vedrà quale accoglienza sarà riservata al debutto nella drammaturgia dell’autore di casa Bugaro, avvocato-scrittore che gode di buona notorietà per una serie di romanzi spesso ad ambientazione veneta che gli sono valsi anche due ingressi nella cinquina del premio Campiello, nel 1998 e nel 2007. La sua scrittura teatrale, però, appare sostanzialmente deludente. E la sua lettura del caso banche venete sembra andare in direzione di una narrazione che è singolarmente sovrapponibile a quella che Gianni Zonin sta portando avanti da quando ha deciso di tornare in pubblico, di rispondere ai giornalisti e di partecipare alle udienze del processo in cui è imputato.
BUGARO E «I NAZISTI DELLA BCE»
È la narrazione di una gestione bancaria che è fallita per avere voluto pervicacemente fare l’interesse dell’economia del territorio e che riconduce il crollo alla capziosità dei controlli di Bankitalia e della Bce («i nazisti della Bce» fa dire testualmente Bugaro al suo presidente della fittizia Popolare del Nordest). Scrollandosi di dosso con arrogante sicumera ogni responsabilità per qualsiasi “mala gestio”, per qualsiasi comportamento illegale. Tutto questo avviene in un lunghissimo monologo (45 minuti peraltro ben sostenuti dall’attore Fabio Sartor) che come tutti i monologhi non prevede contradditorio, prospettiva diversa, sviluppo dialettico. Il banchiere Gianfranco Carrer (così si chiama il personaggio nello spettacolo) racconta la sua verità: un singolare spot teatrale per le tesi difensive dell’ex banchiere Zonin in tribunale a Vicenza. Che in questo dovesse consistere la pur interessante scelta di portare sulla scena il grande crac del Veneto è revocabile in dubbio.
Una scena di “Una Banca Popolare”.
Bugaro si limita ad abbozzare (nella prima parte) il ruolo e le miserie del “cerchio magico” che stava intorno al presidente della Banca Popolare: imprenditori e professionisti che hanno goduto di un trattamento privilegiato, si sono prestati a operazioni poche chiare spesso (ma non sempre) risolte in cospicui rovesci finanziari e solo alla fine, quando è esplosa la crisi, hanno scaricato il loro “benefattore”. Ma il lungo monologo finale cancella anche questo pur parziale tentativo di articolare di più e meglio il discorso. Che mai accende una luce sul colossale tradimento della fiducia di decine di migliaia di risparmiatori. Altri elementi, poi, sono destinati ad alimentare le polemiche.
IL PASSATO DI BELTOTTO ALLA BPVI
Sorprende ad esempio che alla produzione di uno spettacolo così a tesi (ne è prevista una versione cinematografica) partecipi la “Jole Film” di Marco Paolini, il popolare autore-attore che completa in questo modo un inedito percorso di avvicinamento allo Stabile, già contrassegnato da una significativa presenza nei suoi cartelloni. E incuriosisce, diciamo così, il fatto che Beltotto sia stato l’ultimo responsabile della comunicazione, prima del definitivo tracollo, della Banca Popolare di Vicenza. In quei mesi, Beltotto era già vicepresidente dello Stabile e lo era anche successivamente, quando il suo predecessore, Angelo Tabaro, decise di concretizzare il progetto di Una Banca Popolare. Infine, nell’ottobre 2018 Beltotto è diventato presidente. È stato lui, quindi, a seguire la definitiva realizzazione dello spettacolo. Al limite, come testimone del crollo, avrebbe anche potuto esserne un personaggio.
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Piazza Affari in rialzo nell'ultima seduta settimanale. Il differenziale Btp-Bund a 166 punti. I mercati in diretta.
Borsa italiana in rialzo nella giornata del 20 dicembre, con l’indice Ftse Mib che ha guadagnato in apertura lo 0,58% a 23.846 punti e che a metà giornata ha segnato il migliore risultato del Vecchio Continente a +0,8%. Marciano in rialzo Parigi e Francoforte (+0,5%), Londra (+0,2%) e Madrid (+0,3%). Sullo sfondo restano i nodi della brexit ed il contenuto dell’accordo tra Usa e Cina sul fronte del commercio internazionale.
LO SPREAD A 166 PUNTI BASE
In crescita lo spread tra Btp e Bund. Il differenziale tra il decennale italiano e quello tedesco si attesta a 166 punti, oltre i livelli del giorno precedente a fine seduta. Il rendimento del Btp è all’1,38%.
I MERCATI IN DIRETTA
15.22 – BORSE EUROPEE ANCORA IN CRESCITA
Positive le Borse europee, in attesa dell’apertura di Wall Street, coi future che aumentano la loro crescita dopo i dati sul Pil del terzo trimestre confermati in salita, così come i consumi. D’altra parte il parlamento Ue congela i negoziati sul bilancio 2021-2027 con gli Stati membri sul nuovo bilancio dell’Unione. La migliore è Milano (+0,8%), seguita da Francoforte e Parigi (+0,6%), Madrid (+0,3%) e Londra (+0,06%). Bene generi di prima necessità e petroliferi, col greggio in calo (wti -0,3%): guadagni per Neste Oyj (+1,9%) e Lundin (+1,3%), non Royal Dutch (-0,7%). Piatte le auto, in ordine sparso le banche, con le italiane deboli, con lo spread Btp-Bund a 166 e con segno positivo di quattro punti sulla Grecia, a dimostrare il sorpasso su Roma sul contenimento del premio di rischio, mentre il rendimento del decennale italiano è a 1,41%, sui massimi da agosto. Giù Ubi (-1,9%), Bper (-1,4%) e Banco Bpm (-1%), insieme a Virgin Money (-2%) e Barlclays (-1,9%), su Bankinter (+2%) e Swedbank (+1,5%).
14.50 – MILANO RESTA POSITIVA
Positiva la Borsa di Milano (+0,8%) a metà seduta, anche se con tendenza negativa, in una giornata in cui, secondo i dati Istat, sale la fiducia dei consumatori.
13.30 – IN RIALZO I LISTINI EUROPEI, MILANO LA MIGLIORE
Le Borse europee accelerano, spinte dalla performance positiva dei gruppi industriali. I mercati attendono l’avvio di Wall Street con i futures positivi e dopo la performance positiva di ieri. Milano (+0,9%) è maglia rosa dopo una raffica di dati macroeconomici. Prosegue stabile l’euro sul dollaro a 1,1094 a Londra. Corrono le utility (+0,9%) e l’hi tech (+0,6%) mentre sono in lieve rialzo le banche e l’energia(+0,1%).
11.20 – DEBOLI LE BORSE EUROPEE
Le Borse europee proseguono deboli dopo un timido tentativo di rialzo. I mercati guardano agli sviluppi politici nel Regno Unito sul fronte della brexit mentre si attendono alcuni dati macroeconomici dagli Stati Uniti. Resta stabile l’euro sul dollaro a 1,1121 a Londra. Nel Vecchio continente marciano in rialzo le utility (+0,4%) e l’hi-tech (+0,2%). Poco mosso il settore dell’energia con il prezzo del petrolio che resta sopra i 61 dollari al barile. Debole il comparto finanziario con le banche in calo dello 0,1%. In rosso Barclay (-1,3%), Banco Bilbao (-0,4%), Credit Agricole e Banco Santander (-0,3%) e Commerzbank (-0,2%).
10.02 – MILANO MAGLIA ROSA IN EUROPA
La Borsa di Milano prosegue la seduta con slancio e guida i listini del Vecchio Continente.
9.28 – BORSE EUROPEE DEBOLI IN APERTURA DI SEDUTA
Borse europee deboli in apertura dell’ultima seduta della settimana. Gli investitori guardano alle vicende politiche degli Stati Uniti con il via libera della Camera all’impeachment per Donald Trump. Intanto si attende il dato definitivo del Pil del terzo trimestre e altri indicatori macroeconomici. Sul fronte valutario è in lieve calo l’euro sul dollaro che passa di mano a 1,1118. La moneta unica inoltre vale 121,50 yen. In rialzo Parigi (+0,12%), piatte Londra (-0,02%), Francoforte (-0,01%) e Madrid (+0,03%).
9.07- PIAZZA AFFARI APRE IN RIALZO
La Borsa di Milano apre in rialzo. L’indice Ftse Mib guadagna lo 0,58% a 23.846 punti.
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Il ministro Bonafede ha annunciato i risultati del vertice di maggioranza sulla giustizia. Tra le novità gli audio irrilevanti per un'inchiesta non saranno più messi per iscritto.
La legge sulla prescrizione entrerà in vigore il 1 gennaio. L’annuncio è del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. «Dal 7 ci metteremo al lavoro per ridurre i tempi dei processi», ha spiegato al termine del vertice di governos sulla giustizia, aggiungendo che sul tema le posizione nella maggioranza «sono diverse».
GLI AUDIO IRRILEVANTI NON SARANNO MESSI PER ISCRITTO
La legge Orlando sulle intercettazioni sarà modificata in due punti: «il pubblico ministero (e non più la polizia giudiziaria, ndr) torna ad avere la supervisione nella scelta tra intercettazioni rilevanti e non rilevanti; per il difensore ci sarà la possibilità di richiedere una copia solo delle intercettazioni rilevanti. Quelle irrilevanti le potrà ascoltare e se c’è divergenza sulla rilevanza o meno di queste si andrà dal pm», ha dichiarato il guardasigilli.
RINVIATA LA NORMA SULLE INTERCETTAZIONI
Inoltre, ha spiegato Bonafede, nel milleproroghe verrà inserito invece il rinvio dell’entrata in vigore al 2 marzo 2020: «C’è stato un accordo di massimo per rinviare l’entrata in vigore della legge sulle intercettazioni al 2 marzo e per una norma che modifichi il provvedimento. Domani tutte le forze avranno modo di vedere la norma nero su bianco che potrebbe entrare, come decreto, nel Cdm di sabato».
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La storia di un socio che dal 2009 al 2013 ha investito tutti i suoi risparmi in titoli dell'istituto. Un'operazione da 105 mila euro. Per cui è stato risarcito cinque mesi prima del commissariamento della banca.
Obbligazioni ed azioni vendute senza nemmeno che esistesse un contratto. È uno dei casi, ma non il solo, per cui l’arbitro per le controversie finanziarie ha dato ragione a uno dei soci della Banca Popolare di Bari in uno dei tanti ricorsi – sono 200 i fascicoli nelle mani solo di Confconsumatori Puglia, e 26 mila su 70 mila il numero dei soci il cui profilo di rischio presenta delle irregolarità – presentati contro l’istituto di credito gestito per 40 anni da Marco Jacobini e appena commissariato. La decisione del collegio, di cui Lettera43.it ha preso visione, è stata adottata il 16 luglio di quest’anno, e cioè cinque mesi prima del commissariamento dalla banca, e mostra bene le pratiche sanzionate dalla Consob con le multe comminate a tutti i vertici dell’istituto nell’ottobre del 2018.
UNA BANCA «SANA» AL LIVELLO DI LEHMAN BROTHERS
Il signor V. N. L. che si è rivolto ai giudici è un socio di lungo corso, di quelli che per 10 anni hanno riposto fiducia in quello che si presentava come il «primo istituto del Mezzogiorno», o una «banca sana», come ostentava l’attuale ministro per le Politiche regionali Francesco Boccia in una intervista del 2017 ancora presente sul suo sito. E che invece già un anno fa, nel 2018, aveva un rapporto tra i crediti deteriorati e gli attivi pari a quelli della Lehman Brothers del 2008, come ha commentato in questi giorni in cui tutto è stato portato agli onori delle cronache il professore Francesco Daveri dell’Università Bocconi. Dunque, mentre un ministro difendeva di fronte alla stampa la solidità di un istituto incapace di risollevarsi dalle perdite, un socio si fidava di chi gli aveva offerto un investimento.
TUTTO IL CAPITALE INVESTITO IN TITOLI ILLIQUIDI
Peccato che l’investimento offerto al signor V. N. L. fosse tutto nell’interesse della banca. A partire dal fatto che lui, con una consorte invalida civile al 100%, non avesse «una situazione finanziaria idonea a sostenere l’acquisto» degli strumenti finanziari offerti dall’istituto, e cioè azioni e obbligazioni convertibili per un valore di circa 105 mila euro. E che gli acquisti compiuti tra 2009 e 2013 fossero stati giustificati dalla banca con un questionario del 2016 che mostrava un profilo di rischio basato sugli acquisti precedenti e che l’arbitro ha rigettato perché appunto posteriore alle compravendite, prendendo in considerazione i questionari degli anni precedenti. Per di più, le operazioni iniziate nel 2009 non poggiavano nemmeno su un contratto, erano state raccomandate dalla banca, comportamento vietato perché in conflitto di interessi. E soprattutto rappresentavano il solo investimento del cliente.
In sostanza, la banca aveva suggerito la concentrazione di tutto il capitale da investire nei suoi titoli, un comportamento che di per sé suggerisce che l’operazione sia stata raccomandata
In sostanza, la banca aveva suggerito la concentrazione di tutto il capitale da investire nei suoi titoli, un comportamento che di per sé suggerisce che l’operazione sia stata raccomandata. Alla fine V. N. L ha visto accolto il suo ricorso e riconosciuto il risarcimento danni, ma quanti altri come lui sono stati truffati lo si scoprirà solo quando la magistratura farà luce sul buco nero di Popolare di Bari.
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Travolti dalla fretta e dalla fame di seguito, rischiano di diventare vittime di Instagram. Perdendo innovazione ed estro. Qualche consiglio da tenere a mente.
Che i social media abbiano rivoluzionato e complicato la nostra vita è, oramai, cosa nota. Come abbiamo raccontato insieme ad altri autori nel mio nuovo libro Comunicazione integrata e reputation management, dal 1997, anno del lancio del primo social media nella storia, Sixdegrees.com, le “reti sociali” hanno fatto molta strada. Attualmente, la classifica mondiale dei social media, secondo quanto redatto dal sito Statista, vede al primo posto Facebook con oltre 2 miliardi di utenti. A seguire, Youtube (1,9 miliardi), WeChat (1,1 miliardi) e Instagram (1 miliardo). Sopra il miliardo di utenti si trovano anche i servizi di messaggistica, oramai indispensabili anche per la comunicazione lavorativa, come WhatsApp (1,5 miliardi) e Facebook Messenger (1,3 miliardi).
OLTRE AL NUMERO DI UTENTI C’È DI PIÙ
Il numero degli utenti è certamente un indicatore cruciale per comprendere il peso dei social network, ma non è l’unico elemento da tenere in considerazione per comprenderne il funzionamento e il ruolo all’interno del mondo virtuale. Infatti, è essenziale tenere a mente che, ad ogni social, corrisponde un preciso pubblico di riferimento. La diversificazione rappresenta la forza di queste piattaforme e ne garantisce la sopravvivenza e la coesistenza.
Instagram non solo ha rivoluzionato il nostro modo di comunicare, ma ha anche sfidato, a colpi di foto, stories e like, modelli consolidati, quali il ruolo delle figure professionali esistenti
In particolare, Instagram non solo ha rivoluzionato il nostro modo di comunicare, ma ha anche sfidato, a colpi di foto, stories e like, modelli consolidati, quali il ruolo delle figure professionali esistenti. Il social ha infatti permesso il consolidamento del ruolo e della figura dell’influencer. Questa è una persona in grado di influenzare le scelte degli altri attraverso la condivisione e la sponsorizzazione di prodotti e idee. Spesso gli influencer sono scelti da agenzie che coordinano le loro attività e dicono loro come e quando postare i contenuti sponsorizzati. Infatti, brand famosi si rivolgono a queste figure del web per chiedere di fare spazio ai loro prodotti nei post su Instagram. L’influencer sta diventando, dunque, un vero e proprio lavoro. Non a caso, come abbiamo avuto modo di analizzare negli articoli precedenti, è stato predisposto un programma universitario dedicato alla preparazione di queste figure in grado di esercitare la propria attività in maniera professionale. Incrementando notevolmente l’ambizione di piacere agli altri, gli influencer devono trovare ogni giorno un modo di raccontare la vita in modo personale, rendendo intorno a sé tutto perfetto e, appunto, “instagrammabile”. Dalla cucina, al design, al marketing, gli influencer hanno cambiato il modo di esercitare alcune professioni, tra cui quelle del designer e del creativo.
LA “VETRINIZZAZIONE” DEI CREATIVI
La pratica della “vetrinizzazione”, che Instagram ha portato ai suoi massimi livelli, può essere sfruttata dai creativi. Infatti, se da un lato l’influencer si rivolge al personal trainer, al chirurgo plastico o all’esperto di Photoshop per migliorare il proprio aspetto e aumentare la propria visibilità, dall’altro il designer può progettare senza avere necessariamente bisogno di creare. Secondo Vanni Codeluppi, sociologo italiano studioso dei fenomeni comunicativi, il cui pensiero è stato riportato in un articolo di Exibart, con l’avvento delle piattaforme relazionali, nelle alte sfere della creatività e della progettazione, si può esibire soprattutto quello che non c’è. Al giorno d’oggi, non è più necessario produrre per esibire e fare profitto: nell’età di Instagram, tecniche avanzate come il rendering permettono di creare un progetto la cui essenza risiede nell’esistenza sul social.
INGHIOTTITI DALLA FAME DI LIKE
In conclusione, la bulimia di like e di esibizionismo degli influencer su Instagram ha colpito anche designer e creativi. Inghiottiti dalla fretta e dalla fame di like e seguito, anche i creativi possono diventare vittime del sistema social. Infatti, se da un lato le piattaforme online hanno permesso ai progettisti di confrontarsi e di collaborare, dall’altro la continua creazione di contenuti ha dato vita alla creazione di progetti non effettivamente applicabili che rischiano di risultare banali, piatti e poco innovativi. È necessario, dunque, fare attenzione. Se gli influencer, veicolati dalle agenzie, possono fare affidamento sulla sponsorizzazione di prodotti e servizi sempre più innovativi, i creativi dovrebbero ricordarsi che la comunicazione su Instagram è fittizia e strizzare meno l’occhio al successo per valorizzare contenuti, fattibilità e innovazione, alla base del loro processo comunicativo.
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Uno o più uomini avrebbero iniziato a sparare nelle immediate vicinanze del palazzo della Lubjanka, quartier generale del Fsb (ex Kgb). Ci sarebbe almeno un morto.
Gli autori dell’assalto alla sede dei servizi di sicurezza interni russi (Fsb) erano tre. Lo conferma l’Fsb stesso, chiarendo che la sparatoria è iniziata nella sala d’ingresso al pubblico del palazzo di Lubyanka. Due assalitori sono stati neutralizzati mentre il terzo è riuscito a fuggire ed è stato ucciso in seguito. Un vigile urbano, in servizio di fronte all’entrata, è rimasto ucciso nel corso della sparatoria. L’Fsb ha classificato l’incidente come un attacco terroristico. Lo riporta l’agenzia Moskva.
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Uno o più uomini avrebbero iniziato a sparare nelle immediate vicinanze del palazzo della Lubjanka, quartier generale del Fsb (ex Kgb). Ci sarebbe almeno un morto.
Gli autori dell’assalto alla sede dei servizi di sicurezza interni russi (Fsb) erano tre. Lo conferma l’Fsb stesso, chiarendo che la sparatoria è iniziata nella sala d’ingresso al pubblico del palazzo di Lubyanka. Due assalitori sono stati neutralizzati mentre il terzo è riuscito a fuggire ed è stato ucciso in seguito. Un vigile urbano, in servizio di fronte all’entrata, è rimasto ucciso nel corso della sparatoria. L’Fsb ha classificato l’incidente come un attacco terroristico. Lo riporta l’agenzia Moskva.
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La messa in stato d'accusa di Trump si configura come un vero e proprio dibattimento con accusa e difesa, prove e testimonianze. Ecco come si svolge, passaggio per passaggio.
Ora che la Camera ha deciso per l’impeachment di Donald Trump la palla passerà al Senato, dove la maggioranza repubblicana – a scanso di sorprese decisamente improbabili – salverà il presidente.
Al di là dell’esito finale, è utile capire come il Senato affronterà quello che si sviluppa come un vero e proprio processo e soprattutto chi tra i repubblicani e i democratici si avvantaggerà maggiormente in vista delle elezioni presidenziali di novembre 2020. Ecco quali sono i passaggi previsti:
1. La Camera nomina un team di giuristi, che rappresenterà l’accusa nel processo, e passa la palla al Senato (la data prevista è il 6 gennaio).
2. Il giudice capo della Corte suprema Usa, John G. Roberts Jr, presta giuramento e diventa ufficialmente il giudice del processo.
3. Il Senato cita in giudizio il presidente, chiedendogli di rispondere alle accuse fissate dagli articoli dell’impeachment votati alla Camera (in questo caso, abuso di potere e ostruzione). Il presidente o il suo avvocato (il legale della Camera, Pat Cipollone) risponde alle accuse. Una mancata risposta viene considerata come dichiarazione di non colpevolezza.
4. Il Senato può decidere di votare subito per far finire il processo, in questo caso basta una maggioranza semplice. Non è detto, tuttavia, che i repubblicani vogliano intraprendere questa strada: un processo lungo potrebbe mettere in difficoltà per primi i democratici, con Trump convinto di poter avvantaggiarsi di uno show al Senato e i sondaggi che rivelano che il 51% degli americani è contro l’impeachment, un incremento del 5% da quando la speaker della Camera Nancy Pelosi ha annunciato l’avvio dell’inchiesta. Se nessun senatore chiede di andare subito al voto il processo procede regolarmente.
5. L’accusa e gli avvocati del presidente espongono i loro punti di vista sul caso.
6. Vengono presentate le prove e sentiti i testimoni di accusa e difesa. Anche i senatori possono fare domande ai testimoni, ma devono prima sottoporle al giudice.
7. I pubblici ministeri della Camera e i difensori del presidente discutono la loro arringa finale.
8. Il Senato vota: per una condanna sono necessari due terzi dei voti per uno o più articoli. Se la maggioranza qualificata vota per la condanna, il presidente Trump viene rimosso dall’incarico.
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La messa in stato d'accusa di Trump si configura come un vero e proprio dibattimento con accusa e difesa, prove e testimonianze. Ecco come si svolge, passaggio per passaggio.
Ora che la Camera ha deciso per l’impeachment di Donald Trump la palla passerà al Senato, dove la maggioranza repubblicana – a scanso di sorprese decisamente improbabili – salverà il presidente.
Al di là dell’esito finale, è utile capire come il Senato affronterà quello che si sviluppa come un vero e proprio processo e soprattutto chi tra i repubblicani e i democratici si avvantaggerà maggiormente in vista delle elezioni presidenziali di novembre 2020. Ecco quali sono i passaggi previsti:
1. La Camera nomina un team di giuristi, che rappresenterà l’accusa nel processo, e passa la palla al Senato (la data prevista è il 6 gennaio).
2. Il giudice capo della Corte suprema Usa, John G. Roberts Jr, presta giuramento e diventa ufficialmente il giudice del processo.
3. Il Senato cita in giudizio il presidente, chiedendogli di rispondere alle accuse fissate dagli articoli dell’impeachment votati alla Camera (in questo caso, abuso di potere e ostruzione). Il presidente o il suo avvocato (il legale della Camera, Pat Cipollone) risponde alle accuse. Una mancata risposta viene considerata come dichiarazione di non colpevolezza.
4. Il Senato può decidere di votare subito per far finire il processo, in questo caso basta una maggioranza semplice. Non è detto, tuttavia, che i repubblicani vogliano intraprendere questa strada: un processo lungo potrebbe mettere in difficoltà per primi i democratici, con Trump convinto di poter avvantaggiarsi di uno show al Senato e i sondaggi che rivelano che il 51% degli americani è contro l’impeachment, un incremento del 5% da quando la speaker della Camera Nancy Pelosi ha annunciato l’avvio dell’inchiesta. Se nessun senatore chiede di andare subito al voto il processo procede regolarmente.
5. L’accusa e gli avvocati del presidente espongono i loro punti di vista sul caso.
6. Vengono presentate le prove e sentiti i testimoni di accusa e difesa. Anche i senatori possono fare domande ai testimoni, ma devono prima sottoporle al giudice.
7. I pubblici ministeri della Camera e i difensori del presidente discutono la loro arringa finale.
8. Il Senato vota: per una condanna sono necessari due terzi dei voti per uno o più articoli. Se la maggioranza qualificata vota per la condanna, il presidente Trump viene rimosso dall’incarico.
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Il 20 dicembre 1999 il Portogallo restituiva alla Cina Macao. Agli antipodi della ribelle Hong Kong per identità e rapporti con Pechino. Il ricordo di un momento storico.
A Macaol’orologio della storia si è resettato esattamente 20 anni fa, la notte del 20 dicembre 1999. Due anni dopo Hong Kong, anche quell’ultimo avamposto d’Occidente in Asia, dopo più di quattro secoli di dominio portoghese, tornava «nell’abbraccio della Madrepatria cinese», come dicevano e tuttora dicono pomposamente a Pechino. Secondo gli accordi firmati tra Cina e Portogallo circa 10 anni prima di quella data, nel 1987, questo piccolissimo territorio, prima colonia e poi, ufficialmente, “Territorio cinese sotto amministrazione portoghese”, passava alla Cina seguendo gli stessi criteri della ex colonia britannica, comprese (in teoria) tutte le libertà fondamentali esistenti sotto il Portogallo.
UN RIFUGIO CONTRO LA NOSTALGIA
Nei tanti anni vissuti a Hong Kong il mio rifugio contro la nostalgia si chiamava proprio Macao. Quando l’Occidente cristiano nel quale comunque sono nato mi riafferrava, e la nostalgia mi prendeva alle spalle, saltavo sul primo aliscafo da Central e mi mettevo in viaggio per quella che allora era ancora una enclave portoghese in Cina. Per un giorno, o anche solo un pomeriggio, staccavo da tutto e da tutti e mi sottoponevo alla mia personale terapia contro la nostalgia. Mi sorprendevo a girare per le vie del centro, a sfiorare con le mani le antiche pietre degli edifici coloniali, a intenerirmi leggendo le targhe con i nomi delle strade in portoghese (e sotto in cinese, ovviamente, ma era meglio di niente). Uno dei miei angoli preferiti era il vecchio cimitero degli stranieri, con le sue tombe consumate dal tempo, sprofondate nel terreno, con sopra incise le storie di mercanti portoghesi, marinai olandesi e capitani inglesi morti per il colera o la febbre gialla, all’epoca dei bastimenti a vela o a vapore. La nostalgia si poteva toccare con mano a Macao. E poi, i portoghesi di saudade se ne intendono forse più di chiunque altro.
Fu una libera scelta del Portogallo, una piccola nazione, a quei tempi una delle più povere in Europa
A Macao ci andavo quasi sempre da solo. Erano momenti tutti miei quelli, di cui avevo bisogno come di una personale e intima ricarica dal caos, dalla volgarità e dall’orgia perenne di cemento e acciaio di Hong Kong. Ma in quel fine anno del 1999 il tempo stava per scadere anche per questo fazzoletto di terra portoghese in Cina. Dopo più di 400 anni, Lisbona l’avrebbe restituita a Pechino. Non si trattava questa volta, come quasi tre anni prima per Hong Kong, della scadenza di un contratto. Fu una libera scelta del Portogallo, una piccola nazione, a quei tempi una delle più povere in Europa e che non aveva ancora visto la ripresa odierna, ben lontana da quella potenza economica globale che possedeva un impero coloniale in grado di rivaleggiare con quelli di Spagna o Inghilterra.
I fuochi d’artificio a Macao in occasione dell’anniversario del ritorno alla Cina.
I portoghesi avevano già abbastanza preoccupazioni a sbarcare il lunario ogni giorno a casa loro per potersi permettere di mantenere un presidio coloniale dall’altra parte della terra, che gli costava uno sproposito. Per questo quando Pechino gli chiese se volessero ridargliela, si decise per un ritorno “soft” di Macao, firmando qualche anno prima un accordo articolato con i cinesi. Quel giorno di 20 anni fa, salendo sull’aliscafo, cercai di prepararmi a dire addio alla Macao portoghese che avevo conosciuto, e profondamente amato: dovevo scrivere un articolo di cronaca sul giorno del ritorno alla Cina. Ne venne fuori una vera e propria dichiarazione d’amore. Quasi postuma, oramai.
UNA ENCLAVE NATA E SVILUPPATASI SUL COMMERCIO
Nata e sviluppatasi sul commercio, Macao, a 70 chilometri di mare dalla modernissima Hong Kong, ebbe origine per un reciproco tornaconto. I portoghesi, all’apice del loro potere e della loro espansione sui mari del mondo, volevano un punto d’appoggio sulla costa cinese per le navi che da Goa, in India, facevano rotta verso il Giappone. I cinesi cercavano qualcuno che li liberasse dalle bande di feroci pirati che imperversavano su quelle coste. Era l’anno 1557: Lisbona, con i suoi cannoni, distrusse i pirati, e Pechino le concesse il permesso di installarsi a Macao. Da allora la storia dei rapporti sino-portoghesi fu una storia pressoché unica nel suo genere, di serene e idilliache cortesie reciproche. E prosegue così ancora oggi, perché Pechino resta molto orgogliosa di questa sua “figlia prediletta e fedele”, contrapponendola con forza alla “ribelle Hong Kong”. Ma in una sorta di provocazione tardiva, proprio in quel giorno fatidico di 20 anni fa, a Macao si erano dati appuntamento tutti i principali protagonisti del dissenso anti-cinese del tempo.
GLI INTELLETTUALI ESILIATI DALLA CINA
Incontrandoli mi sembrò di trovarmi di colpo catapultato sul set di un film sulla Cina di inizio secolo, quando gli intellettuali, esiliati dal Dragone come lo sono ancora oggi, cospiravano per rovesciare l’impero in stanzette buie immerse nel fumo. A Macao quel giorno erano in 60: 60 tra i maggiori dissidenti che da anni stavano cercando di far sentire all’estero una voce ormai da tempo messa a tacere in patria. C’era Yan Jiaqi, il sociologo consigliere dell’ex segretario generale del Partito Zhao Ziyang. E c’era Wang Xizhe, l’autore dell’unico manifesto democratico dell’era di Mao Zedong di cui si sia avuta notizia. Non c’era invece Wei Jingsheng, il più famoso di tutti. Invitato, mi dissero gli organizzatori, «si è rifiutato perché non vuole associarsi. Ci sono diversità tra noi, ma non dovremmo accentuarle», mi spiegò Yan Jiaqi. «Abbiamo scelto Macao, perché e il posto più vicino alla nostra terra, dove tutti vogliamo tornare. L’anno prossimo, dopo che anche Macao sarà tornata alla Cina, non sapremo più dove andare», concluse sconsolato Yan, a cui pochi giorni prima era stato proibito anche l’ingresso a Hong Kong.
I porto-macaensi si riuniscono ancora oggi ogni sera nell’antico e solenne palazzo rosa del Club militar in Avenida da Praja Grande, dove li incontrai
Ma chi non poteva e soprattutto non voleva scappare, invece, erano quel manipolo di “mezzosangue”, i porto-macaensi che si riuniscono ancora oggi ogni sera nell’antico e solenne palazzo rosa del Club militar in Avenida da Praja Grande, dove li incontrai. Per loro non esiste altra patria che Macao. «Possiamo sopravvivere soltanto qui, sulle acque basse e torbide di questa baia», mi disse melanconico l’avvocato Manuel Oporto Fernandez. «Siamo nati tutti da una vecchia storia d’amore tra Oriente e Occidente. Quando l’Europa se ne sarà andata cosa ne sarà di noi?». L’avvocato Oporto si ritrovava, ogni mese, in una vecchia villa dell’isola di Coloane, con molti di quegli “esuli della storia”, per ricordare il passato e la magia di questo posto straordinario «dove gli uomini potevano discutere in pace, e i poeti sognare».
TESTIMONI DI UNA STORIA CHE STAVA PER COMPIERSI
Poi venne la sera di quel giorno fatidico, e io andai con una moltitudine di gente, di colleghi della stampa internazionale, di fotografi e cineoperatori, fino al vicino confine con la Cina dove, esattamente allo scoccare della mezzanotte del 20 dicembre 1999, vedemmo il Pla, l’Esercito Popolare di Liberazione cinese, entrare a Macao. La gente li osservava sfilare in silenzio. Nessuno applaudì. La storia si era compiuta, e noi ne eravamo stati testimoni. Dopo più di quattro secoli, il vecchio Portogallo, e con lui, così ci sembrò, l’intero Occidente, si ritirava in buon ordine e quella che – già allora lo intuivamo – sarebbe stata la nuova Cina protagonista del nuovo millennio che stava per cominciare si faceva largo. Prepotentemente.
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Era sparito dal museo del Risorgimento di Roma, era nella casa di un architetto.
Era sparito dal Museo del Risorgimento ed è stato ritrovato a casa di un architetto. I carabinieri del Reparto Tutela Patrimonio Culturale e della Stazione di Roma Gianicolense hanno recuperato lo scudo di Garibaldi, dono del popolo siciliano nel maggio del 1878, dopo lo sbarco a Marsala. Dalle indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Roma, risulta il trafugamento dell’opera sia avvenuto nei primi anni del 2000. Non è ancora chiaro però come lo scudo possa essere sparito dal Museo Nazionale del Risorgimento, per finire poi presso l’abitazione di un architetto romano dove è stata trovato. Lo scudo è un’opera unica nel suo genere: una scultura bronzea policroma di forma circolare, del diametro di 118 cm e del peso di circa 50 chilogrammi, realizzata da Antonio Ximenes, padre del più noto scultore Ettore Ximenes.
DONO ALLA CITTÀ DI ROMA
Nel centro dello scudo, al posto dell’antico brocchetto che serviva per colpire il nemico, sporge da una conchiglia, per l’appunto Caprera, sormontata dalla testa di Giuseppe Garibaldi. Fa da cornice una corona di quercia cinta da un nastro: sulle foglie sono incise le principali battaglie combattute da Garibaldi, da Montevideo e Digione. Lo scudo è diviso in otto raggi, in ognuno dei quali sono incisi gruppi allegorici che riportano gli stemmi delle principali città italiane, oltre ad icone simboliche che rappresentano la Carità, la Giustizia, la Gloria e la Scienza strategica. L’intero scudo è cinto da una corona d’alloro dove sono incisi i nomi di tutti i “Mille” di Marsala. Lo scudo fu donato da Garibaldi alla città di Roma, che lo custodì nel Museo Capitolino, per poi essere trasferito presso il Museo Nazionale del Risorgimento nel Palazzo del Vittoriano, come documentato in vari cataloghi di esposizioni dell’opera, per ultimo nel 1982, in occasione del centenario della scomparsa dell‘Eroe.
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O con lui o contro di lui: la contrapposizione aiuta i repubblicani nella corsa alle Presidenziali 2020. The Donald pronto alla grande battaglia mediatica. Mentre i dem restano senza leader carismatici. E quattro di loro si sfilano dall'incriminazione.
«L’assalto all’America». «Una vergogna e una disgrazia per il Paese». Anzi di più, un «colpo di Stato» della «sinistra radicale dei democratici nullafacenti». Nei 45 tweet scaricati a caratteri cubitali sul web al via libera all’impeachment della Camera, a Donald Trump è bastato scrivere «pregate per me» perché il repubblicano Barry Loudermilk, deputato per lo Stato della Georgia, lo paragonasse a Gesù: «Nel processo farsa di Ponzio Pilato gli furono concessi più diritti di quanti i democratici non ne abbiano lasciati al presidente americano», ha commentato. La potenza di fuoco del tycoon contro la «messinscena» e la «follia politica assoluta» contro di lui – terzo presidente degli Stati Uniti con l’onta del processo al Senato – è l’arma migliore dei repubblicani per le Presidenziali del 2020.
THE DONALD FISSO AL CENTRO DELL’ATTENZIONE
Si può dire che la corsa di Trump al secondo mandato sia scattata con i 230 sì dei deputati democratici «consumati dall’odio» all’incriminazione per abuso di potere del presidente della (197 i no). Dal 19 dicembre tutta la campagna elettorale del 2020 per la Casa Bianca sarà incentrata sulla «minaccia costante per la sicurezza nazionale», come ha definito Trump la presidente della Camera Nancy Pelosi. Per la controparte, il presidente è il più perseguitato dai nemici democratici. L’inquilino della Casa Bianca più eccentrico della storia degli Usa sarà in ogni caso al centro dell’attenzione, e tutto il resto in secondo piano. Anche come presidente, dal 2017 Trump ha brillato solo per pressapochismo e megalomania: se c’è una cosa che sa far bene, l’unica, è insomma mettersi in mostra.
FARLO MARTIRE È STATO UN REGALO
Anche nella campagna del 2016 il tycoon dell’Apprentice vinse grazie alla spregiudicatezza nella comunicazione: la competizione è il suo ambiente ideale. Farlo martire dell’impeachment è, anche per alcuni democratici, il regalo più grande che gli si potesse fare. Non a caso i repubblicani puntano ad aprire e chiudere il processo al Senato (a maggioranza repubblicana) prima possibile, tra gennaio e febbraio 2020, in modo da procedere come vincitori nella corsa contro il «partito dell’odio». Mentre Trump, che quando ne vale la pena rilancia sempre la posta, vorrebbe trascinare l’impeachment di alcuni mesi, citando in Senato come testimoni proprio Hunter Biden e il padre Joe. Cioè lo sfidante dem alle Presidenziali e la famiglia cuore delle accuse dell’impeachment.
Alla Camera i dem si sono dimostrati compatti in larghissima maggioranza, ma non granitici. Al contrario dei repubblicani
LO SCONTRO AIUTA I REPUBBLICANI
Imbastire una campagna mediatica e svergognare i democratici è il programma elettorale di Trump. Un terreno molto scivoloso per i democratici: la stessa ex first lady di Barack Obama, Michelle, è parecchio scettica sulla scelta di Pelosi – pressata dalla maggioranza dei democratici alla Camera – di avviare l’impeachment. Alla votazione, i deputati dem si sono dimostrati compatti in larghissima maggioranza, ma non granitici. Al contrario dei repubblicani che, seppur da sempre in diversi perplessi verso il loro ultimo presidente, hanno fatto tutti quadrato su Trump: un altro vantaggio del clima di contrapposizione creato. Tre deputati democratici si sono invece sfilati dal sì alla prima accusa di abuso di potere, due di loro anche dalla seconda per ostruzionismo al Congresso; un terzo dem dalla seconda accusa.
PER QUALCHE DEM È UN’ESAGERAZIONE
I dissidenti si contano sulle dita: non abbastanza per intaccare la maggioranza semplice che bastava per l’impeachment, ma niente affatto edificanti. Jeff Van Drew, dem per il New Jersey, è stato molto franco: «Così le chance di Trump alle Presidenziali del 2020 si alzano ancora». E dirlo da democratico proprio non aiuta. Un altro campanello d’allarme è il no di Collin Peterson, moderato, rappresentante del Minnesota nel 2016 andato a Trump, sconfitto in passato dai repubblicani: ebbene per Peterson «Trump non ha commesso alcun crimine». Quanti la pensano come lui nel Minnesota, e prima del voto il 3 novembre 2020 oscilleranno tra democratici e repubblicani? L’ex soldato d’élite Jared Golden, deputato per il Maine, ritiene per esempio esagerata l’accusa di ostruzionismo, e non quella di abuso di potere.
Tulsi Gabbard, democratica filorussa, con Bernie Sanders alla campagna presidenziale del 2016. (Getty).
GABBARD, LA DEMOCRATICA PIÙ AMATA DAL CREMLINO
Un’astensione molto imbarazzante, per i democratici privi di un leader carismatico, è arrivata (su entrambi e capi di accusa) dalla giovane deputata e militare Tulsi Gabbard, eletta alle Hawaii. Figlia di un repubblicano, ex soldatessa in Iraq, per welfare e istruzione universali, prima super delegata donna a sostenere Bernie Sanders nel 2016, Gabbard è considerata una stalinista tra i dem: pro Bashar al Assad in Siria, filorussa in politica estera, ora isolata anche nella sinistra radicale per l’impeachment, il soldato Gabbard corre da solo. Ma soprattutto, come ha annunciato, correrà per una nomination alle Presidenziali del 2020. Di lei Hillary Clinton aveva detto che la Russia sta facendo tra i dem quello che fece con Trump tra i repubblicani, aprendo una lite prima con l’interessata poi con Sanders.
PELOSI LEADER SOLO PERCHÉ È L’ANTI-TRUMP
Tutte queste divisioni indeboliscono i democratici. Mentre il Gran old party (Gop) si stringe attorno al corpo estraneo di Trump. È significativo che tra i dem emerga come leader solo la 79enne speaker della Camera: non perché prima donna e prima italo-americana a presiedere l’assemblea legislativa degli Usa, non perché deputata democratica di più alto grado mai ammessa nei Comitati di intelligence, non perché tra le donne dem – insieme a Clinton e Michelle Obama – con più accesso alle informazioni sulla Difesa e sulla Sicurezza nazionale – e tanto meno perché sfidante alle Presidenziali. Pelosi non è candidata alla Casa Bianca né lo è mai stata, è leader perché ha mosso l’impeachment a Trump. Una retorica che, finora, negli States non ha spostato consensi dai repubblicani ai democratici.
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Tre milioni e mezzo di euro ai Comuni e alle Province per la gestione dei rifiuti. Lo prevede un avviso pubblico, approvato dalla giunta regionale nell’ultima riunione.
“Il nostro intento – commenta l’assessore all’Ambiente ed Energia, Gianni Rosa, che ha proposto la delibera – è quello di supportare il Comune a reprimere i comportamenti incivili di chi abbandona i rifiuti per strada o in aree non idonee. Sono finanziabili, infatti, progetti che incentivano il senso di responsabilità dei cittadini e la vigilanza degli enti preposti”.
Oltre ai sistemi di controllo, il bando assegna contributo agli enti pubblici anche per rimuovere i rifiuti abbandonati e bonificare le aree pubbliche o di interesse pubblico, ripristinando lo stato dei luoghi.
“Questo avviso – aggiunge Rosa – si inserisce nelle azioni che il Dipartimento sta promuovendo non solo per incoraggiare il corretto conferimento dei rifiuti urbani ma anche per realizzare centri di raccolta comunali e intercomunali e sviluppare le pratiche di compostaggio. Si tratta di misure importanti perché la gestione dei rifiuti è giudicata da tempo prioritaria nelle politiche ambientali e per la tutela del territorio”.
Il bando sarà pubblicato sul Bollettino ufficiale della Regione Basilicata.
“I desideri dei cittadini disegnano il futuro! Dopo Matera 2019” è il titolo del manifesto artistico poetico partecipato, scritto e concertato collettivamente con la guida di Giorgio Barberio Corsetti, Massimo Sigillò Massara e Virgilio Sieni, che sarà presentato questa sera, giovedì 19 dicembre (dalle ore 19.30 alle ore 20.30), in piazza Vittorio Veneto e in piazza San Francesco a Matera.
“I cittadini – si legge in una nota diffusa dalla Fondazione Matera Basilicata 2019 - si racconteranno alla città attraverso un Manifesto artistico poetico partecipato, un testo politico e democratico che diventa un atto collettivo in cui gli stessi cittadini si rendono promotori d’arte e auspicano di continuare a fare cultura e a parteciparla, anche dopo l’esperienza di Matera 2019. Il Manifesto è, infatti, il frutto del lavoro di coloro, cittadini e artisti, che sono stati direttamente coinvolti in alcuni dei progetti e che vogliono immaginare insieme e attivamente nuove pratiche e percorsi di creazione per realizzare una comunità consapevole d’arte partecipata. Il documento è scritto e concertato collettivamente con la guida dei maestri Giorgio Barberio Corsetti e Massimo Sigillò Massara, che hanno lavorato con la comunità per la creazione del Prologo sui Sassi e la Cavalleria Rusticana, andate in scena a Matera a inizio agosto nell’ambito del progetto Abitare l’Opera, e il coreografo Virgilio Sieni, che con i cittadini ha costruito il percorso Thauma. Atlante del gesto nell’ambito del progetto I-DEA dedicato agli archivi”.
Si tratta di “un Manifesto della Partecipazione da restituire alla città di Matera – conclude la nota diffusa dalla Fondazione - recitato, cantato, danzato, declamato attraverso un corteo che avrà inizio da Piazza Vittorio Veneto e terminerà a Piazza San Francesco. Una processione laica di cittadini e artisti che attraverserà la città, cantando le musiche e i cori del Prologo, dal progetto itinerante e immersivo di Giorgio Barberio Corsetti, per culminare con la declamazione pubblica del Manifesto e terminare con le danze collettive di Virgilio Sieni”.
Il presidente ha detto nella sua tradizionale conferenza stampa fiume di fine anno che è sufficiente un emendamento per togliere il limite di massimo due mandati consecutivi. Secondo la legge in vigore dovrebbe lasciare nel 2024.
La Russia non ha bisogno di una «nuova costituzione» ma alcuni emendamenti sono «possibili», benché non alle «disposizioni fondamentali», ha detto Vladimir Putin nel corso della sua usuale conferenza stampa di fine anno (durata 4 ore e 19 minunti) sottolineando che il termine «consecutivo» riferito ai mandati presidenziali potrebbe però «essere rimosso».
AL POTERE DAL 2000 GRAZIE A DIVERSI ESCAMOTAGE
Putin è stato presidente per due mandati, dal 2000 al 2008; ha poi lasciato la poltrona al fedelissimo Dmitry Medvedev, dal 2008 al 2012 (rimanendo come primo ministro a capo de facto del Paese), facendo intanto passare una legge per allungare il mandato presidenziale da quattro a sei anni; tornato alla presidenza nel 2012, è stato rieletto nel 2018. Il suo attuale incarico terminerà nel 2024, ma come è evidente Putin sta già mettendo le mani avanti.
LA CLAUSOLA DA RIMUOVERE
Il termine «consecutivo» potrebbe essere rimosso dalla disposizione costituzionale che limita il periodo durante il quale la stessa persona può servire come presidente con «due termini consecutivi».
«Ciò che si potrebbe fare per quanto riguarda i mandati in carica è la rimozione della clausola ‘consecutiva’», ha detto Putin quando gli è stato chiesto degli emendamenti che ritiene possano essere fatti alla Costituzione russa.
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