Allagamenti, strade chiuse, 27 persone sfollate. La città si ritrova a gestire l'emergenza per l'allerta rossa meteo. La Valpolcevera è la zona più colpita.
Durante la notte del 23 novembre, il maltempo atteso con un’allerta rossa si è abbattuto con forza su Genova. La Valpolcevera è allagata per la pioggia intensa che si è abbattuta in particolare tra le 2 e le 4 del mattino. Sono esondati i rii Fegino e Ruscarolo. Diverse strade cittadine sono state chiuse e la protezione civile ha invitato i cittadini delle zone interessate a non uscire di casa. Ventisette persone sono state sfollate in via Rivarolo e a Teglia, tutti hanno trovato sistemazione autonoma, ha spiegato il Comune. I 125 abitanti in corso Perrone, dove quattro palazzine sono isolate a causa di allagamenti e una frana, sono invece nelle loro case in attesa che passi l’emergenza.
STRADE CHIUSE IN CITTÀ E FUORI
Diverse strade sono state chiuse in città e fuori. Il tratto di A7 Genova Milano tra Bolzaneto e Busalla in direzione Busalla è stato interrotto per un allagamento all’interno della galleria Brasile. Una frana è invece la causa della chiusura al traffico della strada SP 52 che porta al santuario di Nostra Signora della Guardia, il più importante santuario mariano della Liguria. La riapertura della strada è prevista solo dopo la messa in sicurezza del versante e l’unico percorso alternativo diventa quello attraverso la SP 51 di Livellato. Tutte percorribili le altre strade provinciali.
TOTI: «VALPOLCEVERA LA PIÙ COLPITA»
«Notte di forti piogge a Genova, la zona più colpita è stata la Valpolcevera, dove si sono registrati i danni maggiori con allagamenti diffusi, alcune strade chiuse, auto e scantinati finiti sott’acqua e decine di interventi da parte dei vigili del fuoco», ha scritto sui social il presidente della Liguria Giovanni Toti. Al momento è la vallata colpita dalla tragedia del ponte Morandi, l’area più interessata dalla perturbazione delle ultime ore. «Raccomandiamo di limitare il più possibile gli spostamenti e di prestare attenzione. Seguite tutti gli aggiornamenti tramite i siti di riferimento tra cui quello di Regione Liguria e allertaliguria.gov.it».
NESSUN FERITO
«Fortunatamente non c’è nessuno che si è fatto male. Ci sono persone sfollate, isolati per le tante frane che stiamo gestendo», ha detto l’assessore alla protezione civile di Regione Liguria Giacomo Giampedrone a Primocanale intervenendo nella diretta dell’emittente sull’emergenza meteo rossa in corso in Regione e sui vari allagamenti registrati in val Polcevera. «Il fenomeno notturno ha fatto capire ancora una volta cosa significa gestire una allerta rossa a Genova e in Liguria. Sono caduti quasi i 300 millimetri di pioggia in tre ore in tutta la Valpolcevera. La perturbazione si sta spostando verso ponente», ha spiegato. «Ora la val Bormida è attenzionata speciale considerando che negli ultimi giorni sono caduti oltre 1.200 millimetri di pioggia, quando ne cadono solitamente 1.700 in un anno. Non mi stupirei se ci fosse una prosecuzione dell’allerta, magari anche di colore più tenue», nella prima parte della giornata di domani.
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Dall’amore per Sebastian, a cui si deve il linguaggio di tutta la musica che conosciamo, ai segreti dei suoi famosi dark concert. L’estroso maestro Cesare Picco si racconta a Roma InConTra.
La musica al buio. Quello vero, profondo, in cui neanche uno spiraglio di luce è concesso, dove le tenebre avvolgono tutto e tutti lasciando spazio solo al suono sprigionato dalle sapienti mani del maestro Cesare Picco.
È una dimensione affascinante quella che si vive nei Blind date – Concert in the Dark, che il compositore e improvvisatore classico porta in giro nei teatri di tutta Italia, valorizzando la melodia con il fascino imperscrutabile del buio. Tutto parte da regole precise, a cui il pubblico è conscio di doversi attenere: i primi minuti con una luce fioca che pian piano si spegne, fino a diventare per circa una mezz’ora buio assoluto, quello visibile – si fa per dire – solo nelle caverne o nelle profondità estreme del mare.
Ecco, è quello lo stadio in cui la musica viene espressa nella sua purezza, quasi viscerale, in cui lo spettatore viene calato in un’esperienza sensoriale autentica. Non per tutti, sia chiaro, sconsigliata agli apprensivi o chi soffre di attacchi di panico, ma adatta certamente a coloro che intendono affrontare attraverso il buio le proprie paure vivendo la musica per la musica, senza bisogno di altro.
CESARE PICCO, ARTISTA FUORI DAGLI SCHEMI
Una scelta originale, che rende Picco un artista fuori dagli schemi, oltre che un improvvisatore vero, con la barba da dandy, folta ma armonica, e la voce piena, corposa, forse modellata sulla qualità della musica che suona. A partire da quella di Joan Sebastian Bach, o solo Sebastian, come è intitolato il suo libro scritto per Rizzoli, presentato da Enrico Cisnetto a Roma InConTra. Bach per Picco è un riferimento imprescindibile, un genio, un supereroe, un’autentica rockstar, a cui l’intera musica, non solo quella classica, deve praticamente tutto.
Da sinistra, Enrico Cisnetto e Cesare Picco.
DOPO BACH TUTTA LA CONCEZIONE DELLA MUSICA È CAMBIATA
Bach, infatti, è il padre della codificazione del linguaggio del suono come lo conosciamo ora, su cui si basa la scrittura della musica. Un linguaggio quasi matematico, certamente frutto di uno sforzo sovraumano, realizzato in tempi in cui la musica veniva scritta per 18-20 ore al giorno, a orecchio, senza poter mettere le mani sullo strumento, senza l’ausilio di nessuna tecnologia e, nel caso di Bach, con la perdita graduale della vista, che lo rese cieco sin dalla giovane età. Eppure non esiste alcuna musica arrivata dopo Sebastian che non abbia fatto i conti con i codici da lui inventati, una sorta di dizionario di regole grammaticali che permettono di affrontare qualunque tipo di musica: dal blues al jazz, passando per il pop e per quella dei Beatles.
Cesare Picco.
UN CONCERTO AL BUIO CHE FA VIAGGIARE AD OCCHI APERTI
Ma l’omaggio che Picco rende al genio tedesco non è affatto la solita biografia tecnico-celebrativa, bensì un vero romanzo, che conduce il lettore, non per forza musicista, alla scoperta del giovane Bach, negli anni della scintilla che lo porterà a diventare uno dei riferimenti della storia della musica classica. Un viaggio a occhi aperti, questo sì, magari da alternare con le melodie che lo stesso Picco consiglia. Musica scritta, messa nero su bianco, da eseguire con minuziosa precisione, tutt’altra cosa rispetto al flusso imprevedibile generato sul momento nei suoi dark concert. Quello è pura creazione di suono in tempo reale, ogni sera diversa, espressa in un percorso che dalla luce va verso il buio, per poi ritornare alla luce. Un’esperienza coinvolgente. Persino illuminante.
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Proteste, incidenti e coprifuoco a Bogotà. Tre poliziotti uccisi in un attentato esplosivo. Il Paese si unisce all'ondata di sollevazione popolare.
Anche la Colombia si incendia del fuoco delle agitazioni che pervadono il continente sudamericano. Almeno tre poliziotti sono stati uccisi e sette sono rimasti feriti in un attacco con esplosivi avvenuto la notte di venerdì 22 novembre contro una stazione di polizia a Santander de Quilichao. Lo ha reso noto l’agenzia Efe. Il governo colombiano aveva disposto il coprifuoco a Bogotà per la persistenza di gravi incidenti – scontri, saccheggi e blocchi stradali – legati alla giornata di sciopero nazionale di giovedì.
MISURA CHIESTA DAL SINDACO
Via Twitter il presidente Iván Duque ha precisato che la misura restrittiva, attiva dalle 21, è stata richiesta dal sindaco della capitale Enrique Penalosa «per garantire la sicurezza di tutti gli abitanti della città». Intanto nella serata di venerdì, per il secondo giorno consecutivo, la gente è uscita in strada a Bogotà per ripetere il ‘cacerolazo’ (concerto di pentole e coperchi) già realizzato la sera di giovedì nella maggior parte delle città colombiane.
UNO SCIOPERO NAZIONALE PARTECIPATO
La Colombia si è unita così al movimento di protesta che interessa da mesi il Sud America con uno sciopero nazionale antigovernativo molto partecipato, caratterizzato da un clima di festa e allegria, ma segnato anche da incidenti in alcune città come Bogotà, Cali e Popayán. Marce e cortei sono cominciati di prima mattina in quasi tutto il Paese, con un indiscusso protagonismo di Bogotà, dove la protesta è stata particolarmente forte. Originariamente si trattava di uno sciopero sindacale contro trasformazioni che il governo intende apportare al regime pensionistico e alla legislazione del lavoro. Ma poi l’adesione di organizzazioni studentesche e di movimenti sociali ha portato allo scoperto un malessere accumulato da anni per un modello di società che non soddisfa molti colombiani.
UN COMMANDO DI PERSONE COL VOLTO COPERTO
Nella serata di giovedì 21 novembre era apparso un commando di persone con il volto coperto che ha ricoperto di scritte le pareti degli edifici e si è scontrato con la polizia che ha usato gas lacrimogeni. Altri incidenti sono avvenuti in un ampio settore del Nord Est della capitale e lungo la nazionale che conduce all’aeroporto El Dorado, dove i manifestanti hanno cercato di giungere, però senza esito. Scontri fra manifestanti e polizia, infine, sono avvenuti anche a Cali, dove per tutta la giornata la protesta si era sviluppata nella calma, e a Popayán, capitale del dipartimento di Cauca, dove vi è stato negli ultimi mesi un gran numero di indigeni assassinati. Da più parti, anche con l’intervento dell’ex candidato presidenziale della sinistra e attuale senatore Gustavo Petro, è stato proposto che le manifestazioni nel centro di Bogotà si ripetano per «esprimere il disagio soprattutto delle giovani generazioni che lottano per un modello di società differente da quello attuale».
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Professore di Geologia all'Università Federico II di Napoli era simbolo delle battaglie ambientali in Campania, in prima linea nella battaglia per la Terra dei fuochi.
È morto nella notte tra il 22 e il 23 novembre il senatore del Movimento 5 Stelle, Franco Ortolani. Professore ordinario di Geologia all’Università Federico II di Napoli, aveva 75 anni ed era malato da tempo. A stroncarlo sono stati due tumori di cui aveva parlato pubblicamente su Facebook, affermando di averli contratti «per colpa dei veleni in Campania».
UNA VITA AL SERVIZIO DELL’AMBIENTE
Ortolani era nato a Molinella, nel Bolognese, il 29 agosto 1943, ma aveva vissuto gran parte della sua vita a Napoli, a servizio della Campania e delle battaglie ambientaliste che ha condotto con grande coraggio. Simbolo della lotta alla Terra dei Fuochi, si era opposto anche alle discariche di Chiaiano e alle ecoballe. Negli Anni ’90 era stato in prima linea nella lotta al dissesto idrogeologico di Napoli città mentre erano aperti i cantieri per la ex linea tramviaria rapida (oggi Linea 6) che doveva collegare Fuorigrotta al centro e che è rimasto un progetto incompiuto dopo Tangentopoli.
SENATORE DAL 2018
Il suo impegno civile e ambientale e la sua propensione alla divulgazione scientifica lo hanno fatto notare alla stampa prima e alla politica poi. Così nel 2018 il Movimento 5 Stelle ha scelto di candidarlo al Senato. Ortolani è stato eletto nel collegio uninominale di Napoli-Arenella, portando nelle aule del parlamento la sua battaglia. A dare la notizia della scomparsa, sul suo profilo Facebook, è stata la collega pentastellata Vilma Moronese: «Qualche giorno fa ho scritto un messaggio al caro collega Franco Ortolani, per dirgli che stavamo ultimando i lavori sul dl clima, un provvedimento su cui ero certa gli sarebbe piaciuto lavorare. Gli ho scritto che comunque c’era ancora tanto da fare e che tutti i colleghi chiedevano di lui e che la commissione ambiente del senato lo aspettava. Purtroppo non abbiamo avuto neanche il tempo di un ultimo saluto. Franco mancherà a tutti anche per i modi garbati con cui si poneva agli altri. È un momento molto triste per tutti noi, abbiamo perso una grande persona, un cittadino esemplare, un guardiano dell’ambiente ed un validissimo servitore dello Stato».
Qualche giorno fa ho scritto un messaggio al caro collega Franco Ortolani, per dirgli che stavamo ultimando i lavori sul…
La morte di Ortolani è stata commentata anche dal leder del Movimento, Luigi Di Maio: «Una vita dedicata alla tutela del territorio, alla salvaguardia dell’ambiente. Quando c’era da proteggere il nostro territorio, da sostenere cittadini contro discariche illegali e roghi tossici in Campania, lui c’era sempre. Lo ricordo con grande affetto, non solo per il suo grande lavoro da Senatore del MoVimento 5 Stelle. Nel 2007 ero Presidente dell’associazione degli studenti di Giurisprudenza e del Consiglio degli Studenti di Facoltà. Riuscimmo ad ottenere un’intervista con l’allora Commissario all’emergenza rifiuti in Campania Gianni De Gennaro. Lo avevamo incalzato su una serie di questioni cocenti che riguardavano la nostra terra e le nuove discariche che si volevano realizzare. Se tante comunità in Campania non sono state intossicate da discariche o impianti inquinanti, lo si deve al professor Franco Ortolani. Grazie Franco, tutto il MoVimento ti abbraccia».
Si è spento il professor Franco Ortolani, Senatore del MoVimento 5 Stelle. Una vita dedicata alla tutela del…
Ormai a forza di promesse impossibili, battute e semplificazioni il dibattito è diventato un circo. Dove vince chi la spara più grossa o la butta in caciara. Senza nessun rispetto per la verità. Ma comportarsi come le parodie crozziane non porta fortuna.
Gli interessati però non se ne danno pena. Anzi, come un po’ tutti gli altri leader, in Europa e negli Usa, non si rendono conto di essere ai minimi storici di credibilità e fiducia. Parlano e straparlano con una leggerezza che è particolarmente penosa quando affrontano temi seri e riducono la complessità di molti problemi a battute. Non capiscono di essere ridicoli, proprio quando fanno i duri e le sparano grosse, perché sono degli orfani di partito. Vittime della scomparsa delle tradizionali strutture partitiche, che garantivano contraddittorio e confronto interni, dunque la possibilità di ricredersi, rettificare, aggiustare i pensieri, modificare le proposte. Non capiscono perché sono preda di un narcisismo che soprattutto i social hanno fatto deflagrare. Incapaci di autocritica, dunque di autovalutazione, sono invariabilmente sordi a qualsiasi osservazione, anche da parte di amici (non solo di Facebook), e incapaci di chiedere scusa o dichiararsi pentiti anche quando hanno fatto o detto una cazzata.
Boris Johnson.
IL CASO DEL SINDACO DI BIELLA
Naturalmente ci sono eccezioni. Ultimo, ma da sincero applauso, il sindaco di Biella, il leghista Claudio Corradino, che dopo avere negato la cittadinanza onoraria a Liliana Segre e averla offerta a Ezio Greggio, si è pubblicamente pentito della “cretinata” commessa. Ma qui più del peraltro fulminante hastag #biellaciao colpisce che a indurre alle scuse sia stato lo stesso Greggio, cioè un comico vero e non un politico in vena di battute. Ma su questa rovesciamento di ruoli tornerò. Ora volevo segnalare come le “cazzate” – traduzione letterale del saggio del 1986 del filosofo Harry G.Frankfurt e ripubblicato nel 2005 On Bullshit– e soprattutto la loro proliferazione in un ambito serio come è stato e dovrebbe essere la politica, scaturiscono dalle proprietà che hanno, appunto, le cazzate. Ovvero parole, secondo la teoria di Frankfurt applicata alla comunicazione, intese a persuadere senza riguardo per la verità. Il bugiardo, nella quotidianità, si preoccupa della verità e cerca di nasconderla; al bullshitter viceversa non importa se ciò che dice è vero o falso, ma solo se gli ascoltatori sono persuasi.
L’ex ministra per il Sud Barbara Lezzi.
LE TRISTI COMICHE E LE PROMESSE IMPOSSIBILI
In questa luce si comprende perché i leader con i testa quelli populisti e sovranisti siano i più prolifici nello sparare promesse impossibili e nel fare a gara a chi rende più facile, secondo il classico meccanismo pubblicitario, la soluzione di emergenze epocali o di vertenze economiche molto complicate. È il famoso «uomo che non deve chiedere mai (scusa)» che ispira Capitan Salvini quando dice e ridice che «la droga fa male», ignorando che non è quello il problema evocato dalle sue dichiarazioni sul caso Cucchi. Con l’ex ministra del Mezzogiorno, la grillina Barbara Lezzi che auspica, in tandem con il compagno di partito Manlio Di Stefano, la miticoltura come risposta occupazionale alla chiusura dell’Ilva, siamo invece nei film di Totò. Con le cozze al posto dell’acciaio, alle comiche di governo. Ciak si gira: Azione. Per evocare l’ultimo scherzo (a parte): il nuovo partito di Carlo Calenda. Che dimostra come anche nel centrosinistra si faccia molta fatica a fare i conti con la realtà. Ovvero a leggerla, a interpretarla e in qualche modo anticiparla. Ma soprattutto a capire bene se si sta scherzando o facendo sul serio.
MEME E TORMENTONI AUMENTANO IL RIDICOLO
Due casi recenti lo mostrano con vivezza. Il primo è la mobilitazione delle Sardine che ha spiazzato tutti, ma in modo particolare il leader leghista preso in contropiede da un evento assolutamente imprevisto, per la velocità e dimensione assunta dalla protesta di piazza anti-Lega. Il secondo è il tormentone cucito addosso a Giorgia Melonidopo il comizio di San Giovanni: «Sono una donna….sono cristiana…sono una madre….». Questo meme, chiaramente canzonatorio, è diventato virale. Ha fatto il botto, ha spaccato, come si dice in gergo. A quel punto l’interessata, ma anche una vasta schiera di giornalisti e comunicatori, pure non simpatizzanti, ha cominciato a pensare e dire che lo sfottò anziché mettere in ridicolo la leader di Fratelli d’italia l’ha resa più simpatica.
Giorgia Meloni in piazza San Giovanni.
La satira avrebbe funzionato al contrario. Ma davvero quella caricatura ha reso più popolare Giorgia Meloni? Meno truce e minacciosa e più glam e spiritosa? Non scherziamo. L’ho chiesto a molti giovani, universitari e liceali: tutti hanno detto che fa ridere. Ennesima conferma che quando non si vuole capire non si capisce. O meglio si capisce che a destra prevale assolutamente la convinzione che è importante che se ne parli. Bene o male, vero o falso, per tornare alla teoria delle cazzate, non fa differenza. Perché l’unica cosa che conta è che un messaggio, un volto, una situazione, una protesta, legittima o meno, si fissino nell’immaginario collettivo del momento. Siano memorizzati. Diventino, appunto, un meme, un messaggio semplificato ma per questo ben più efficace di tanti discorsi.
Il leader della Lega Matteo Salvini.
GATTINI PERDENTI CONTRO LE SARDINE
La comparsa del movimento autoconvocato delle Sardine segnala però alcune rilevanti novità. Anzitutto la rapidità con cui è montato e ha scalato l’attenzione dell’opinione pubblica. In secondo luogo l’efficace azione di contrasto («Abbiamo imparato a fare il tuo lavoro in sei giorni») alla Bestia leghista. Che alle Sardine ha risposto con i gattini, #gattiniconSalvini, che rappresentano però il grado zero dei social, ma anche della comunicazione. Oltre che della politica trasformata nel cartoon di Gatto Salvini. In terzo luogo, ma è la novità più significativa, la comparsa di un uso gentile dei social. Evocando “sardine slegate”, anziché paure e “uomini neri” (parliamo di Bibbiano), si dice basta all’idea e pratica populista del trolling, dell’uso disinvolto e aggressivo di fake, degli attacchi personali. Il tweet più condiviso è stato infatti un tweet umoristico: «Politico vero risponde con fatti, politico finto risponde con gatti» firmato @VujaBoskov.
politico vero risponde con fatti, politico finto risponde con gatti
Ora non so se i nostri politici capiranno che è ora di smettere di dire “cazzate”. Ma soprattutto di non ridere quando vengono presi in giro, pensando che mostrarsi spiritosi renda simpatici e popolari. Luigi Di Maio ad esempio, venerdì scorso a Accordi&Disaccordi, sulla Nove, invitato a guardare Maurizio Crozza che lo imitava ha detto che per lui «è un onore» essere preso in giro. Sarebbe troppo ricordargli che, certo in altri tempi, un grande leader come Enrico Berlinguer quando fu raffigurato, in una vignetta di Forattini, in vestaglia e pantofole sulla poltrona di casa, mentre gli operai sfilavano in corteo, si infuriò e con lui tutto il popolo comunista. Ma sarà bene che consideri che due segretari del Pd, entrambi poi fuoriusciti, Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi, sono naufragati nel momento in cui hanno cominciato a comportarsi e parlare come le loro parodie crozziane. «Oh ragassi! non siamo qui a pettinare le bambole» è una frase in qualche modo storica. Nel ribadire il carattere alla lunga auto-distruttivo del politico che si traveste da comico e fa battute. Anche perché è provato, come dimostrano Beppe Grillo e Volodymyr Zelenski in Ucraina, che se la politica diventa una comica, allora è meglio affidarsi a un comico vero.
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Gli interessati però non se ne danno pena. Anzi, come un po’ tutti gli altri leader, in Europa e negli Usa, non si rendono conto di essere ai minimi storici di credibilità e fiducia. Parlano e straparlano con una leggerezza che è particolarmente penosa quando affrontano temi seri e riducono la complessità di molti problemi a battute. Non capiscono di essere ridicoli, proprio quando fanno i duri e le sparano grosse, perché sono degli orfani di partito. Vittime della scomparsa delle tradizionali strutture partitiche, che garantivano contraddittorio e confronto interni, dunque la possibilità di ricredersi, rettificare, aggiustare i pensieri, modificare le proposte. Non capiscono perché sono preda di un narcisismo che soprattutto i social hanno fatto deflagrare. Incapaci di autocritica, dunque di autovalutazione, sono invariabilmente sordi a qualsiasi osservazione, anche da parte di amici (non solo di Facebook), e incapaci di chiedere scusa o dichiararsi pentiti anche quando hanno fatto o detto una cazzata.
Boris Johnson.
IL CASO DEL SINDACO DI BIELLA
Naturalmente ci sono eccezioni. Ultimo, ma da sincero applauso, il sindaco di Biella, il leghista Claudio Corradino, che dopo avere negato la cittadinanza onoraria a Liliana Segre e averla offerta a Ezio Greggio, si è pubblicamente pentito della “cretinata” commessa. Ma qui più del peraltro fulminante hastag #biellaciao colpisce che a indurre alle scuse sia stato lo stesso Greggio, cioè un comico vero e non un politico in vena di battute. Ma su questa rovesciamento di ruoli tornerò. Ora volevo segnalare come le “cazzate” – traduzione letterale del saggio del 1986 del filosofo Harry G.Frankfurt e ripubblicato nel 2005 On Bullshit– e soprattutto la loro proliferazione in un ambito serio come è stato e dovrebbe essere la politica, scaturiscono dalle proprietà che hanno, appunto, le cazzate. Ovvero parole, secondo la teoria di Frankfurt applicata alla comunicazione, intese a persuadere senza riguardo per la verità. Il bugiardo, nella quotidianità, si preoccupa della verità e cerca di nasconderla; al bullshitter viceversa non importa se ciò che dice è vero o falso, ma solo se gli ascoltatori sono persuasi.
L’ex ministra per il Sud Barbara Lezzi.
LE TRISTI COMICHE E LE PROMESSE IMPOSSIBILI
In questa luce si comprende perché i leader con i testa quelli populisti e sovranisti siano i più prolifici nello sparare promesse impossibili e nel fare a gara a chi rende più facile, secondo il classico meccanismo pubblicitario, la soluzione di emergenze epocali o di vertenze economiche molto complicate. È il famoso «uomo che non deve chiedere mai (scusa)» che ispira Capitan Salvini quando dice e ridice che «la droga fa male», ignorando che non è quello il problema evocato dalle sue dichiarazioni sul caso Cucchi. Con l’ex ministra del Mezzogiorno, la grillina Barbara Lezzi che auspica, in tandem con il compagno di partito Manlio Di Stefano, la miticoltura come risposta occupazionale alla chiusura dell’Ilva, siamo invece nei film di Totò. Con le cozze al posto dell’acciaio, alle comiche di governo. Ciak si gira: Azione. Per evocare l’ultimo scherzo (a parte): il nuovo partito di Carlo Calenda. Che dimostra come anche nel centrosinistra si faccia molta fatica a fare i conti con la realtà. Ovvero a leggerla, a interpretarla e in qualche modo anticiparla. Ma soprattutto a capire bene se si sta scherzando o facendo sul serio.
MEME E TORMENTONI AUMENTANO IL RIDICOLO
Due casi recenti lo mostrano con vivezza. Il primo è la mobilitazione delle Sardine che ha spiazzato tutti, ma in modo particolare il leader leghista preso in contropiede da un evento assolutamente imprevisto, per la velocità e dimensione assunta dalla protesta di piazza anti-Lega. Il secondo è il tormentone cucito addosso a Giorgia Melonidopo il comizio di San Giovanni: «Sono una donna….sono cristiana…sono una madre….». Questo meme, chiaramente canzonatorio, è diventato virale. Ha fatto il botto, ha spaccato, come si dice in gergo. A quel punto l’interessata, ma anche una vasta schiera di giornalisti e comunicatori, pure non simpatizzanti, ha cominciato a pensare e dire che lo sfottò anziché mettere in ridicolo la leader di Fratelli d’italia l’ha resa più simpatica.
Giorgia Meloni in piazza San Giovanni.
La satira avrebbe funzionato al contrario. Ma davvero quella caricatura ha reso più popolare Giorgia Meloni? Meno truce e minacciosa e più glam e spiritosa? Non scherziamo. L’ho chiesto a molti giovani, universitari e liceali: tutti hanno detto che fa ridere. Ennesima conferma che quando non si vuole capire non si capisce. O meglio si capisce che a destra prevale assolutamente la convinzione che è importante che se ne parli. Bene o male, vero o falso, per tornare alla teoria delle cazzate, non fa differenza. Perché l’unica cosa che conta è che un messaggio, un volto, una situazione, una protesta, legittima o meno, si fissino nell’immaginario collettivo del momento. Siano memorizzati. Diventino, appunto, un meme, un messaggio semplificato ma per questo ben più efficace di tanti discorsi.
Il leader della Lega Matteo Salvini.
GATTINI PERDENTI CONTRO LE SARDINE
La comparsa del movimento autoconvocato delle Sardine segnala però alcune rilevanti novità. Anzitutto la rapidità con cui è montato e ha scalato l’attenzione dell’opinione pubblica. In secondo luogo l’efficace azione di contrasto («Abbiamo imparato a fare il tuo lavoro in sei giorni») alla Bestia leghista. Che alle Sardine ha risposto con i gattini, #gattiniconSalvini, che rappresentano però il grado zero dei social, ma anche della comunicazione. Oltre che della politica trasformata nel cartoon di Gatto Salvini. In terzo luogo, ma è la novità più significativa, la comparsa di un uso gentile dei social. Evocando “sardine slegate”, anziché paure e “uomini neri” (parliamo di Bibbiano), si dice basta all’idea e pratica populista del trolling, dell’uso disinvolto e aggressivo di fake, degli attacchi personali. Il tweet più condiviso è stato infatti un tweet umoristico: «Politico vero risponde con fatti, politico finto risponde con gatti» firmato @VujaBoskov.
politico vero risponde con fatti, politico finto risponde con gatti
Ora non so se i nostri politici capiranno che è ora di smettere di dire “cazzate”. Ma soprattutto di non ridere quando vengono presi in giro, pensando che mostrarsi spiritosi renda simpatici e popolari. Luigi Di Maio ad esempio, venerdì scorso a Accordi&Disaccordi, sulla Nove, invitato a guardare Maurizio Crozza che lo imitava ha detto che per lui «è un onore» essere preso in giro. Sarebbe troppo ricordargli che, certo in altri tempi, un grande leader come Enrico Berlinguer quando fu raffigurato, in una vignetta di Forattini, in vestaglia e pantofole sulla poltrona di casa, mentre gli operai sfilavano in corteo, si infuriò e con lui tutto il popolo comunista. Ma sarà bene che consideri che due segretari del Pd, entrambi poi fuoriusciti, Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi, sono naufragati nel momento in cui hanno cominciato a comportarsi e parlare come le loro parodie crozziane. «Oh ragassi! non siamo qui a pettinare le bambole» è una frase in qualche modo storica. Nel ribadire il carattere alla lunga auto-distruttivo del politico che si traveste da comico e fa battute. Anche perché è provato, come dimostrano Beppe Grillo e Volodymyr Zelenski in Ucraina, che se la politica diventa una comica, allora è meglio affidarsi a un comico vero.
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Sarebbero 1.200 i cittadini europei catturati in Siria. Molti di loro sono jihadisti che Ankara è pronta a rimpatriare nei Paesi d'origine. Che però, nella mancata comunicazione tra intelligence, non sanno gestirli. Il punto.
L’11 novembre la Turchia ha espulso il primo dei combattenti stranieri dell’Isis trattenuti sul suo suolo, un americano che alla fine sembra essere stato abbandonato sul confine con la Grecia (quindi dell’Ue), rimbalzato più volte tra le polizie. «Non è un nostro problema», ha dichiarato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Sono seguiti due rimpatri, uno verso la Germania l’altro verso la Danimarca, e nei giorni dopo effettuati decine di voli verso l’Europa. «Centinaia e centinaia ce ne saranno ancora», ha promesso Erdogan e fa sul serio. Chi invece a lungo ha declinato, e declina, le proprie responsabilità sulle migliaia di foreign fighter (gli stranieri partiti per combattere con l’Isis e al Qaeda in Medio Oriente) sono i maggiori governi europei: la Gran Bretagna, come gli Stati Uniti, disconosce questi cittadini, la Francia e il Belgio tentano di farli processare in Iraq, la Germania li accetta ma non sa ancora bene dove mettere le mani.
LE LACUNE DELLE INTELLIGENCE
Ci sono prove o sufficienti elementi per disporre custodie cautelari? È certa alle intelligence la loro identità? In alcuni casi no. Il ministero degli Esteri tedesco ha ammesso di non conoscere ancora tutti i nomi dei concittadini in partenza dalla Turchia, solo un terzo dei rientrati è sotto inchiesta. Si tratta poi di stranieri catturati (circa 2280) dalla coalizione guidata dai curdo-siriani (Ypg) durante la liberazione caotica del Nord della Siria. Combattenti jihadisti detenuti in origine nelle carceri del Rojava, regione invasa questo autunno dalle forze turco-arabe dopo l’improvviso ritiro degli americani. Nell’ultima indagine dell’Egmont Institutesi stima che circa 1.200 foreign fighter dell’Europa fossero finiti nelle prigioni curde. Sarebbe stato necessario un gioco di squadra tra i dipartimenti dell’antiterrorismo per ricostruire i percorsi dei sopravvissuti: migliaia di jihadisti stranieri sono morti o dispersi in guerra, alcuni di loro erano tracciati, mentre altri in vita no. Invece i governi occidentali chiamati in causa erigono muri.
Un foreign fighter arrestato in Italia.
IN ITALIA NESSUN ARRIVO
L’Italia stavolta non fa testo: era tra i Paesi dell’Ue con meno foreign fighter, anche per le dinamiche di immigrazione più recenti. Tra i circa 140 partiti dal nostro Paese, una cinquantina risultano morti, e nel totale solo 25 erano cittadini italiani: tra loro, alcuni sono rientrati in Ue e diversi sono monitorati. Non ci sarebbero italiani in arrivo dalla Turchia: anche all’estero, ha fatto notizia la storia del piccolo Elvin, identificato dall’antiterrorismo italiano nel campo dell’Isis di al Hol, in Siria, e riportato a casa grazie alla collaborazione con le forze curde attraverso un corridoio umanitario tra Damasco e il Libano. Si ha contezza anche di altri bambini italiani nel Nord-Est della Siria sotto il controllo delle Ypg, che si tentano di rimpatriare. In ogni caso le donne e i minori rappresentano un problema nel problema, anche tra i foreign fighter in Turchia: circa due terzi di questi detenuti (ovvero 700) sono bambini tratti in salvo nei combattimenti. Spesso orfani di un genitore (come Elvin della madre), quando non dell’intera famiglia.
IL DESTINO DELLE DONNE RECLUTATRICI
Alcune donne dell’Isis sono rilasciate all’arrivo in Europa, per il ruolo passivo o la mancanza di prove, seguite poi nella de-radicalizzazione come è accaduto in Germania. Altre, come un’altra tedesca subito portata in carcere a Francoforte, sono accusate di avere avuto un ruolo attivo nella rete terroristica. E, quindi, sono considerate ancora pericolose come la combattente e reclutatrice di spose per i miliziani Tooba Gondal: 25enne di origine pachistana, è cresciuta a Londra dove vorrebbe tornare dalla famiglia, ed è ben nota all’intelligence del Regno Unito che le ha vietato il soggiorno. Tooba però, più volte vedova di jihadisti e con diversi figli, ha il passaporto francese. Di conseguenza era nella lista turca di ex membri dell’Isis da rimpatriare in Francia, dove in compenso l’intelligence ha pochi elementi su di lei. Il suo caso, come quello del primo espulso americano, è emblematico del groviglio sul destino dei terroristi cittadini di Stati occidentali che non li vorrebbero indietro.
Circa 700 membri dell’Isis europei catturati in Siria sono bambini. GETTY.
LE CITTADINANZE REVOCATE
A questo proposito, negli Stati Uniti un giudice ha appena negato la cittadinanza a una donna dell’Isis, nata e cresciuta nell’Alabama, ma figlia di un diplomatico yemenita all’Onu: condizione che le è valsa l’altolà al rientro dalla Siria. Allo stesso modo il Regno Unito ha revocato la cittadinanza a diversi jihadisti (comprese alcune convertite da Gondal) per i quali si sostiene ci sarebbero gli estremi per la cittadinanza automatica nei Paesi d’origine. E sebbene anche i britannici si siano adeguati all’ultimatum («la Turchia non è un albergo»), lasciando atterrare dei sospetti terroristi, insistono affinché siano «processati nel luogo dove sono stati commessi i crimini», cioè in Siria e in Iraq. Una posizione sostenuta anche dal Belgio, costretto ad «aprire procedure bilaterali» con Ankara, ma con Baghdad si vedrà. Le resistenze sui connazionali nell’Isis restano forti anche in Francia, dove dal 2014 sono rientrati circa 250 affiliati grazie ad accordi con la Turchia. Ma i circa 400 che erano in Siria si vorrebbe fossero giudicati e detenuti in Iraq.
IL GIRO DI DENARO TRA RAQQA, LA TURCHIA E L’UE
A Baghdad c’è la pena di morte, anche le donne dell’Isis colpevoli di gravi reati sono giustiziate, mentre in Francia sconterebbero pene in media di 10 anni. Eppure gli esperti di terrorismo raccomandano di non mettere la testa nella sabbia, anche per ragioni di sicurezza: gli ultimi attacchi non sono stati compiuti da ex foreign fighter, in un modo o nell’altro, tracciati. Ma da cani sciolti come i rifiutati dagli Usa e dall’Ue, o fanatici e fanatiche apolidi o in fuga – con i figli – dai campi di prigionia verso le tante cellule sparse dell’Isis in Siria e in Iraq. E resta il fatto che più di 1000 jihadisti siano a tutti gli effetti cittadini Ue. Vero è che neanche la Turchia può fare il poliziotto buono, sottraendosi alle responsabilità sull’Isis: il dipartimento del Tesoro Usa sta sanzionando aziende turcheche hanno rifornito al Baghdadi per anni. Money transfer, cambi valute e gioiellerie aperte dai jihadisti hanno operato anche dal Gran Bazar di Istabul verso Raqqa e gli altri territori dell’Isis. Con ramificazioni in Medio Oriente e fino in Belgio, nel cuore dell’Ue.
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Sarebbero 1.200 i cittadini europei catturati in Siria. Molti di loro sono jihadisti che Ankara è pronta a rimpatriare nei Paesi d'origine. Che però, nella mancata comunicazione tra intelligence, non sanno gestirli. Il punto.
L’11 novembre la Turchia ha espulso il primo dei combattenti stranieri dell’Isis trattenuti sul suo suolo, un americano che alla fine sembra essere stato abbandonato sul confine con la Grecia (quindi dell’Ue), rimbalzato più volte tra le polizie. «Non è un nostro problema», ha dichiarato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Sono seguiti due rimpatri, uno verso la Germania l’altro verso la Danimarca, e nei giorni dopo effettuati decine di voli verso l’Europa. «Centinaia e centinaia ce ne saranno ancora», ha promesso Erdogan e fa sul serio. Chi invece a lungo ha declinato, e declina, le proprie responsabilità sulle migliaia di foreign fighter (gli stranieri partiti per combattere con l’Isis e al Qaeda in Medio Oriente) sono i maggiori governi europei: la Gran Bretagna, come gli Stati Uniti, disconosce questi cittadini, la Francia e il Belgio tentano di farli processare in Iraq, la Germania li accetta ma non sa ancora bene dove mettere le mani.
LE LACUNE DELLE INTELLIGENCE
Ci sono prove o sufficienti elementi per disporre custodie cautelari? È certa alle intelligence la loro identità? In alcuni casi no. Il ministero degli Esteri tedesco ha ammesso di non conoscere ancora tutti i nomi dei concittadini in partenza dalla Turchia, solo un terzo dei rientrati è sotto inchiesta. Si tratta poi di stranieri catturati (circa 2280) dalla coalizione guidata dai curdo-siriani (Ypg) durante la liberazione caotica del Nord della Siria. Combattenti jihadisti detenuti in origine nelle carceri del Rojava, regione invasa questo autunno dalle forze turco-arabe dopo l’improvviso ritiro degli americani. Nell’ultima indagine dell’Egmont Institutesi stima che circa 1.200 foreign fighter dell’Europa fossero finiti nelle prigioni curde. Sarebbe stato necessario un gioco di squadra tra i dipartimenti dell’antiterrorismo per ricostruire i percorsi dei sopravvissuti: migliaia di jihadisti stranieri sono morti o dispersi in guerra, alcuni di loro erano tracciati, mentre altri in vita no. Invece i governi occidentali chiamati in causa erigono muri.
Un foreign fighter arrestato in Italia.
IN ITALIA NESSUN ARRIVO
L’Italia stavolta non fa testo: era tra i Paesi dell’Ue con meno foreign fighter, anche per le dinamiche di immigrazione più recenti. Tra i circa 140 partiti dal nostro Paese, una cinquantina risultano morti, e nel totale solo 25 erano cittadini italiani: tra loro, alcuni sono rientrati in Ue e diversi sono monitorati. Non ci sarebbero italiani in arrivo dalla Turchia: anche all’estero, ha fatto notizia la storia del piccolo Elvin, identificato dall’antiterrorismo italiano nel campo dell’Isis di al Hol, in Siria, e riportato a casa grazie alla collaborazione con le forze curde attraverso un corridoio umanitario tra Damasco e il Libano. Si ha contezza anche di altri bambini italiani nel Nord-Est della Siria sotto il controllo delle Ypg, che si tentano di rimpatriare. In ogni caso le donne e i minori rappresentano un problema nel problema, anche tra i foreign fighter in Turchia: circa due terzi di questi detenuti (ovvero 700) sono bambini tratti in salvo nei combattimenti. Spesso orfani di un genitore (come Elvin della madre), quando non dell’intera famiglia.
IL DESTINO DELLE DONNE RECLUTATRICI
Alcune donne dell’Isis sono rilasciate all’arrivo in Europa, per il ruolo passivo o la mancanza di prove, seguite poi nella de-radicalizzazione come è accaduto in Germania. Altre, come un’altra tedesca subito portata in carcere a Francoforte, sono accusate di avere avuto un ruolo attivo nella rete terroristica. E, quindi, sono considerate ancora pericolose come la combattente e reclutatrice di spose per i miliziani Tooba Gondal: 25enne di origine pachistana, è cresciuta a Londra dove vorrebbe tornare dalla famiglia, ed è ben nota all’intelligence del Regno Unito che le ha vietato il soggiorno. Tooba però, più volte vedova di jihadisti e con diversi figli, ha il passaporto francese. Di conseguenza era nella lista turca di ex membri dell’Isis da rimpatriare in Francia, dove in compenso l’intelligence ha pochi elementi su di lei. Il suo caso, come quello del primo espulso americano, è emblematico del groviglio sul destino dei terroristi cittadini di Stati occidentali che non li vorrebbero indietro.
Circa 700 membri dell’Isis europei catturati in Siria sono bambini. GETTY.
LE CITTADINANZE REVOCATE
A questo proposito, negli Stati Uniti un giudice ha appena negato la cittadinanza a una donna dell’Isis, nata e cresciuta nell’Alabama, ma figlia di un diplomatico yemenita all’Onu: condizione che le è valsa l’altolà al rientro dalla Siria. Allo stesso modo il Regno Unito ha revocato la cittadinanza a diversi jihadisti (comprese alcune convertite da Gondal) per i quali si sostiene ci sarebbero gli estremi per la cittadinanza automatica nei Paesi d’origine. E sebbene anche i britannici si siano adeguati all’ultimatum («la Turchia non è un albergo»), lasciando atterrare dei sospetti terroristi, insistono affinché siano «processati nel luogo dove sono stati commessi i crimini», cioè in Siria e in Iraq. Una posizione sostenuta anche dal Belgio, costretto ad «aprire procedure bilaterali» con Ankara, ma con Baghdad si vedrà. Le resistenze sui connazionali nell’Isis restano forti anche in Francia, dove dal 2014 sono rientrati circa 250 affiliati grazie ad accordi con la Turchia. Ma i circa 400 che erano in Siria si vorrebbe fossero giudicati e detenuti in Iraq.
IL GIRO DI DENARO TRA RAQQA, LA TURCHIA E L’UE
A Baghdad c’è la pena di morte, anche le donne dell’Isis colpevoli di gravi reati sono giustiziate, mentre in Francia sconterebbero pene in media di 10 anni. Eppure gli esperti di terrorismo raccomandano di non mettere la testa nella sabbia, anche per ragioni di sicurezza: gli ultimi attacchi non sono stati compiuti da ex foreign fighter, in un modo o nell’altro, tracciati. Ma da cani sciolti come i rifiutati dagli Usa e dall’Ue, o fanatici e fanatiche apolidi o in fuga – con i figli – dai campi di prigionia verso le tante cellule sparse dell’Isis in Siria e in Iraq. E resta il fatto che più di 1000 jihadisti siano a tutti gli effetti cittadini Ue. Vero è che neanche la Turchia può fare il poliziotto buono, sottraendosi alle responsabilità sull’Isis: il dipartimento del Tesoro Usa sta sanzionando aziende turcheche hanno rifornito al Baghdadi per anni. Money transfer, cambi valute e gioiellerie aperte dai jihadisti hanno operato anche dal Gran Bazar di Istabul verso Raqqa e gli altri territori dell’Isis. Con ramificazioni in Medio Oriente e fino in Belgio, nel cuore dell’Ue.
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Lakshmi e Aditya Mittal al tavolo coi ministri Patuanelli e Gualtieri e il premier. Che avverte: «Rispettate gli impegni o sarà battaglia». Mentre l'inchiesta milanese svela il piano dell'azienda per fermare l'Ilva.
La sera del 22 novembre, a mercati chiusi, il premier Giuseppe Conte ha incontrato Lakshmi e Aditya Mittal, padre e figlio, i vertici del gruppo ArcelorMittal. Al suo fianco i ministri Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli. L’obiettivo: capire se si può trattare o no, per poi entrare nel vivo del negoziato. A riunione in corso, si è aggiunta anche l’ad di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli. Mittal s’è seduta al tavolo dopo aver inviato segnali di apertura. Il premier ha posto agli indiani un aut aut preciso: «O garantite la possibilità di rispettare gli impegni contrattuali o reagiremo adeguatamente alla battaglia giudiziaria che voi avete voluto». E ancora: «Non possiamo accettare un disimpegno dagli impegni contrattuali», ha detto Conte prima di mettersi al tavolo. Ciò vuol dire che il negoziato del governo si svilupperà se ci sarà da parte di ArcelorMittal la sospensione del procedimento per la revoca avviato in tribunale.
Il 27 novembre è in programma a Milano un’udienza per decidere del ricorso presentato dal governo contro quella revoca. Un documento delle parti potrebbe chiedere altro tempo e sospendere la via giudiziaria per lasciare spazio ai tavoli, anche con i sindacati. Ma il tavolo serale a Palazzo Chigi potrebbe essere solo il primo di una serie di incontri e contatti da portare avanti nel weekend, per dare il 25 novembre un segnale anche ai mercati. Appare poco chiaro fin dove si spinga la disponibilità di Mittal, tant’è che più fonti governative invitano alla prudenza. Il sospetto che la multinazionale voglia andar via non è ancora archiviato. Anzi. Se così sarà, l’esecutivo è pronto a mettere subito in campo il “piano B“, con la nomina di un commissario e una nazionalizzazione ponte mentre si cerca una nuova cordata, da affiancare alla “battaglia giudiziaria del secolo” per avere dall’azienda un risarcimento miliardario.
LE CONDIZIONI DEL GOVERNO SULL’ILVA
Se invece si tratterà, il punto di partenza per l’esecutivo è che Mittal ritiri la richiesta di 5 mila esuberi e assicuri la prosecuzione di una produzione a regime, con l’impegno ad andare avanti nelle bonifiche e nel risanamento ambientale. L’esecutivo è pronto a far fronte a una contrazione temporanea della produzione determinata dal mercato e a garantire ammortizzatori sociali per un massimo di 2.500 esuberi (ma secondo alcune fonti si potrebbe arrivare a 3 mila). In più ci sarebbe un decreto per lo scudo penale, uno sconto sugli affitti degli impianti e sulle bonifiche e, in prospettiva, un piano che punti alla decarbonizzazione. Il governo non può dare garanzie, come chiede l’azienda, sull’Altoforno 2, ma i commissari hanno già chiesto alla procura di Taranto più tempo per la messa in sicurezza. A fare da corollario ci sarebbe poi la possibilità di un intervento di Cdp (ma non nell’azionariato con Mittal), un più forte impegno di Intesa e risorse di aziende a partecipazione pubblica come Terna in progetti per Taranto.
LE TESTIMONIANZE DEI DIRIGENTI NELL’INCHIESTA MILANO
Un Consiglio dei ministri straordinario potrebbe essere convocato per il “cantiere Taranto”, il pacchetto di misure (alcune potrebbero entrare in manovra) del governo per la città e a sostegno dell’occupazione (si valuta un decreto ma potrebbe essere un disegno di legge). A indurre il governo a tenere fino all’ultimo la guardia alta con Mittal ci sono comunque le notizie che arrivano dal fronte giudiziario. Dalle testimonianze dei dirigenti nell’inchiesta milanese, emerge che è stato «cancellato l’approvvigionamento delle materie prime» e che «già a settembre Morselli dichiarava che la società aveva esaurito la finanza» per l’operazione.
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L'erede di Merkel confermata alla presidenza del primo partito di Germania. L'avversario interno Merz in ritirata in attesa della corsa per la cancelleria.
L’erede di Angela Merkel, Annegret Kramp-Karrenbauer, ha riconquistato la sua Cdu. A Lipsia, in Sassonia la leader dei cristiano-democratici si è spinta a mettere in discussione il mandato, chiedendo una posizione chiara al congresso.
MERZ IN RITIRATA IN ATTESA DELLE POLITICHE
«Vi ho illustrato la strada che propongo», ha detto dopo un’ora e 20 di intervento – se ritenete che questa, che vorrei percorrere con voi, non sia quella giusta, allora parliamone oggi. E chiudiamola qui, adesso». Altrimenti «rimbocchiamoci le maniche». Il risultato è stato un’ovazione di sette minuti. Angela Merkel le ha lasciato tutto lo spazio. E l’avversario, Friedrich Merz, vistosamente è arretrato: nella replica che tutti attendevano, molti in apnea, si è limitato a chiarire che la decisione sulla candidatura a cancelliere andrà presa fra un anno, assicurando “lealtà” alla presidente del partito, che lo ha battuto un anno fa ad Amburgo.
«Sono state fatte cose buone in questi 14 anni, di cui possiamo andare fieri», secondo Akk. Ovviamente sono stati commessi anche degli errori, ma demolire tutto ciò che è stato realizzato «non è una buona strategia elettorale». Poi un lungo elenco sulle incognite future: potrebbe accadere che la Germania non avrà più il ruolo di oggi, che dipenderà da altri, che i giovani lasceranno il paese, «se non faremo le scelte giuste», ha detto. Ma non è questo il Paese sognato da Akk, che coniuga il verbo del comando, passando dal «vorrei» al «voglio»”.
Nel discorso ci sono le «biografie spezzate» della Ddr, che spiegano le difficoltà di capire i Laender dell’Est di oggi, dove Afd spopola, come accade nella Sassonia scelta per questo incontro. Parla a lungo dei bambini, che hanno diritto al tempo dei loro genitori: più home-office per tutti, l’infanzia è più serena se i genitori lo sono. Cita gli anziani da assistere, in una vita il più dignitosa possibile. Dà una stoccata ai verdi: «all’industria serve l’energia e questa deve essere pagabile». Ma la sostenibilità, rivendica, è profondamente ancorata in quella ‘C’ che gli attivisti di Greenpeace hanno rubato ieri dal logo della sede del partito. «Non è un’invenzione degli ambientalisti», insomma. C’è un ritorno sulla proposta sulla Siria, che l’ha messa fuori gioco qualche settimana fa: «Non basta dire che sia tutto terribile» e poi non si fa nulla. La Germania deve essere solidale e fare la sua parte. Nettissima è stata infine la distanza da chi, nel partito, vorrebbe allearsi con l’ultradestra: «Con chi dice che il nazionalsocialismo sia stato una cacca di uccello non abbiamo nulla a che fare», dice ripetendo la trovata del leader di Afd, Alexander Gauland. E alla Werteunion, corrente di destra che suggerisce un’alleanza con loro, ribatte: «L’Unione è una sola, con i nostri valori di centro». Il messaggio funziona. «Rivolta disdetta», scrive la Faz. Uno a zero, ha vinto AKK, per la Bildon line. E dunque resta al comando, almeno per ora.
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L'erede di Merkel confermata alla presidenza del primo partito di Germania. L'avversario interno Merz in ritirata in attesa della corsa per la cancelleria.
L’erede di Angela Merkel, Annegret Kramp-Karrenbauer, ha riconquistato la sua Cdu. A Lipsia, in Sassonia la leader dei cristiano-democratici si è spinta a mettere in discussione il mandato, chiedendo una posizione chiara al congresso.
MERZ IN RITIRATA IN ATTESA DELLE POLITICHE
«Vi ho illustrato la strada che propongo», ha detto dopo un’ora e 20 di intervento – se ritenete che questa, che vorrei percorrere con voi, non sia quella giusta, allora parliamone oggi. E chiudiamola qui, adesso». Altrimenti «rimbocchiamoci le maniche». Il risultato è stato un’ovazione di sette minuti. Angela Merkel le ha lasciato tutto lo spazio. E l’avversario, Friedrich Merz, vistosamente è arretrato: nella replica che tutti attendevano, molti in apnea, si è limitato a chiarire che la decisione sulla candidatura a cancelliere andrà presa fra un anno, assicurando “lealtà” alla presidente del partito, che lo ha battuto un anno fa ad Amburgo.
«Sono state fatte cose buone in questi 14 anni, di cui possiamo andare fieri», secondo Akk. Ovviamente sono stati commessi anche degli errori, ma demolire tutto ciò che è stato realizzato «non è una buona strategia elettorale». Poi un lungo elenco sulle incognite future: potrebbe accadere che la Germania non avrà più il ruolo di oggi, che dipenderà da altri, che i giovani lasceranno il paese, «se non faremo le scelte giuste», ha detto. Ma non è questo il Paese sognato da Akk, che coniuga il verbo del comando, passando dal «vorrei» al «voglio»”.
Nel discorso ci sono le «biografie spezzate» della Ddr, che spiegano le difficoltà di capire i Laender dell’Est di oggi, dove Afd spopola, come accade nella Sassonia scelta per questo incontro. Parla a lungo dei bambini, che hanno diritto al tempo dei loro genitori: più home-office per tutti, l’infanzia è più serena se i genitori lo sono. Cita gli anziani da assistere, in una vita il più dignitosa possibile. Dà una stoccata ai verdi: «all’industria serve l’energia e questa deve essere pagabile». Ma la sostenibilità, rivendica, è profondamente ancorata in quella ‘C’ che gli attivisti di Greenpeace hanno rubato ieri dal logo della sede del partito. «Non è un’invenzione degli ambientalisti», insomma. C’è un ritorno sulla proposta sulla Siria, che l’ha messa fuori gioco qualche settimana fa: «Non basta dire che sia tutto terribile» e poi non si fa nulla. La Germania deve essere solidale e fare la sua parte. Nettissima è stata infine la distanza da chi, nel partito, vorrebbe allearsi con l’ultradestra: «Con chi dice che il nazionalsocialismo sia stato una cacca di uccello non abbiamo nulla a che fare», dice ripetendo la trovata del leader di Afd, Alexander Gauland. E alla Werteunion, corrente di destra che suggerisce un’alleanza con loro, ribatte: «L’Unione è una sola, con i nostri valori di centro». Il messaggio funziona. «Rivolta disdetta», scrive la Faz. Uno a zero, ha vinto AKK, per la Bildon line. E dunque resta al comando, almeno per ora.
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Il M5s prende le distanze: «Non vogliamo una riforma che stritoli il Paese». E il premier Conte si scontra con la Lega. L'Italia dovrà prendere ufficialmente posizione al prossimo Eurogruppo.
Due ore attorno al tavolo per certificare, di fatto, come sul fondo salva-Stati il governo sia ancora diviso. Il vertice che si è svolto a Palazzo Chigi il 22 novembre non ha risolto il nodo del Mes (Meccanismo europeo di stabilità), che si aggroviglia ulteriormente a pochi giorni dall’Eurogruppo del 4 dicembre, quando l’Italia sarà chiamata a chiarire la sua posizione.
È un nodo che rischia di ingigantirsi e di complicare i rapporti non solo tra Pd e M5s, ma anche tra Roma e Bruxelles. E, non a caso, il premier Giuseppe Conte è costretto a rimettere i panni del mediatore, dispensando assicurazioni: «L’Italia non rischia mai l’isolamento, c’è stato un confronto positivo».
L’atmosfera del vertice, secondo fonti della maggioranza, è stata costruttiva. Ma il M5s, con la sponda di Liberi e uguali, ha voluto mettersi di traverso. Mentre il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri si è fatto portavoce dell’ala favorevole all riforma del Meccanismo. La logica del pacchetto, invocata già a giugno da Conte – ovvero accompagnare alla revisione del Mes la creazione di uno strumento di Bilancio per la competitività e la convergenza nell’Eurozona (Bicc) e l’approfondimento dell’Unione bancaria con la garanzia dei depositi (Edis) – per il titolare del Tesoro sarebbe sostanzialmente rispettata, visto che è stata messa in campo una roadmap. Ma il percorso su questi fronti, rispetto alla riforma del Mes, è in evidente ritardo.
Ad ascoltare Gualtieri c’erano anche i rappresentanti di M5s, Liberi e uguali e Italia viva, oltre che del Pd. E Di Maio non ha nascosto la sua linea divergente, spiegando la necessità di ulteriori approfondimenti: «Non vogliamo una riforma che stritoli il Paese», ha detto il leader pentastellato, negando qualsiasi battibecco con il ministro dell’Economia. La linea Di Maio, di fatto, è quella della gran parte dei gruppi pentastellati. All’assemblea congiunta degli eletti, in programma mercoledì 27 novembre, si parlerà anche di questo.
MOSCOVICI INCORAGGIA IL GOVERNO
Il Mes è stato anche al centro degli incontri che il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici, ha avuto a Roma con Conte e con Gualtieri. «Nessuno vuole mettere l’Italia sotto tutela», ha detto il francese, «il governo italiano sa ciò che va fatto».
LA LEGA ATTACCA CONTE
Opposto il punto di vista del leader della Lega, Matteo Salvini: «Non vorrei che Conte avesse venduto la nostra sovranità per tenersi la poltrona. Se fosse andata così, allora saremmo di fronte ad alto tradimento». Parole che hanno irritato non poco Palazzo Chigi: «L’isolamento lo si rischia quando si sparano slogan contro il mondo e non ci si siede ai tavoli». La Lega, però, non molla. E con Claudio Borghi rilancia: «Lo sa Conte che il M5s è per la liquidazione del trattato?».
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Il M5s prende le distanze: «Non vogliamo una riforma che stritoli il Paese». E il premier Conte si scontra con la Lega. L'Italia dovrà prendere ufficialmente posizione al prossimo Eurogruppo.
Due ore attorno al tavolo per certificare, di fatto, come sul fondo salva-Stati il governo sia ancora diviso. Il vertice che si è svolto a Palazzo Chigi il 22 novembre non ha risolto il nodo del Mes (Meccanismo europeo di stabilità), che si aggroviglia ulteriormente a pochi giorni dall’Eurogruppo del 4 dicembre, quando l’Italia sarà chiamata a chiarire la sua posizione.
È un nodo che rischia di ingigantirsi e di complicare i rapporti non solo tra Pd e M5s, ma anche tra Roma e Bruxelles. E, non a caso, il premier Giuseppe Conte è costretto a rimettere i panni del mediatore, dispensando assicurazioni: «L’Italia non rischia mai l’isolamento, c’è stato un confronto positivo».
L’atmosfera del vertice, secondo fonti della maggioranza, è stata costruttiva. Ma il M5s, con la sponda di Liberi e uguali, ha voluto mettersi di traverso. Mentre il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri si è fatto portavoce dell’ala favorevole all riforma del Meccanismo. La logica del pacchetto, invocata già a giugno da Conte – ovvero accompagnare alla revisione del Mes la creazione di uno strumento di Bilancio per la competitività e la convergenza nell’Eurozona (Bicc) e l’approfondimento dell’Unione bancaria con la garanzia dei depositi (Edis) – per il titolare del Tesoro sarebbe sostanzialmente rispettata, visto che è stata messa in campo una roadmap. Ma il percorso su questi fronti, rispetto alla riforma del Mes, è in evidente ritardo.
Ad ascoltare Gualtieri c’erano anche i rappresentanti di M5s, Liberi e uguali e Italia viva, oltre che del Pd. E Di Maio non ha nascosto la sua linea divergente, spiegando la necessità di ulteriori approfondimenti: «Non vogliamo una riforma che stritoli il Paese», ha detto il leader pentastellato, negando qualsiasi battibecco con il ministro dell’Economia. La linea Di Maio, di fatto, è quella della gran parte dei gruppi pentastellati. All’assemblea congiunta degli eletti, in programma mercoledì 27 novembre, si parlerà anche di questo.
MOSCOVICI INCORAGGIA IL GOVERNO
Il Mes è stato anche al centro degli incontri che il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici, ha avuto a Roma con Conte e con Gualtieri. «Nessuno vuole mettere l’Italia sotto tutela», ha detto il francese, «il governo italiano sa ciò che va fatto».
LA LEGA ATTACCA CONTE
Opposto il punto di vista del leader della Lega, Matteo Salvini: «Non vorrei che Conte avesse venduto la nostra sovranità per tenersi la poltrona. Se fosse andata così, allora saremmo di fronte ad alto tradimento». Parole che hanno irritato non poco Palazzo Chigi: «L’isolamento lo si rischia quando si sparano slogan contro il mondo e non ci si siede ai tavoli». La Lega, però, non molla. E con Claudio Borghi rilancia: «Lo sa Conte che il M5s è per la liquidazione del trattato?».
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In 4 mila al grido di «Populisti, la festa è finita». Tra i manifestanti anche il sindaco Orlando.
Una piazza piena, non solo di giovani, e un messaggio ripetuto: «Populisti, la festa è finita». Lo grida, davanti al teatro Massimo a oltre 4 mila persone, Chiara Puccio, una delle “sardine“ sbarcate a Palermo. Questo è l’esordio del movimento in Sicilia che dice basta alla comunicazione politica aggressiva. «Avete rovesciato odio e bugie, mescolando verità e menzogne», incalza Chiara. «Ma ora la corda, troppo tesa, si è spezzata. Non c’è bisogno che venite a liberarci. Siamo noi a doverci liberare della vostra presenza ossessiva». La piazza applaude. Una ragazza alza un cartello che sul filo dell’ironia proclama: «Sarda si nasce e io siculamente lo nacqui». Il movimento non caccia indietro la politica ma con Leandro Spilla attacca quella che in tivù espone il suo volto peggiore della rissa e dello scontro. «Noi reclamiamo la politica del confronto vero e dei valori. E siamo qui per dire che consideriamo la diversità una ricchezza. Finora c’è stata una narrazione aggressiva. Invece abbiamo bisogno di una politica che sappia prima di tutto ascoltare le ragioni degli altri».
IN PIAZZA SULLE NOTE DI BELLA CIAO
Davanti alla scalinata del teatro si stringono giovani, signore, professionisti, studenti. Gli organizzatori parlano di quasi 10 mila manifestanti. Di certo la piazza davanti al Teatro Massimo è gremita di persone. Confusi tra la folla anche il sindaco Leoluca Orlando e il suo vice Fabio Giambrone; la mattina del 22 novembre l’amministrazione comunale aveva annunciato la propria adesione. Ma i promotori, anche a Palermo, hanno voluto tenere fuori simboli di partito. Si vede solo qualche piccola bandiera arcobaleno, molte sardine disegnate. Uno alza la voce: «Siamo tanti, siamo più forti di loro». Dopo l’attacco ai populisti, dal megafono gracchiante Chiara Puccio mette sotto accusa i social, strumento della «comunicazione vuota» e pieni di insulti. «Avete distrutto la vita delle persone, ci avete intimidito, ma ora ci siamo svegliati». Da qui l’invito che scalda le sardine: «Usciamo dai social, ritroviamoci nelle piazze». E alla fine tutti a cantare Bella ciao. Senza coordinamento musicale ma con tanto ardore.
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In 4 mila al grido di «Populisti, la festa è finita». Tra i manifestanti anche il sindaco Orlando.
Una piazza piena, non solo di giovani, e un messaggio ripetuto: «Populisti, la festa è finita». Lo grida, davanti al teatro Massimo a oltre 4 mila persone, Chiara Puccio, una delle “sardine“ sbarcate a Palermo. Questo è l’esordio del movimento in Sicilia che dice basta alla comunicazione politica aggressiva. «Avete rovesciato odio e bugie, mescolando verità e menzogne», incalza Chiara. «Ma ora la corda, troppo tesa, si è spezzata. Non c’è bisogno che venite a liberarci. Siamo noi a doverci liberare della vostra presenza ossessiva». La piazza applaude. Una ragazza alza un cartello che sul filo dell’ironia proclama: «Sarda si nasce e io siculamente lo nacqui». Il movimento non caccia indietro la politica ma con Leandro Spilla attacca quella che in tivù espone il suo volto peggiore della rissa e dello scontro. «Noi reclamiamo la politica del confronto vero e dei valori. E siamo qui per dire che consideriamo la diversità una ricchezza. Finora c’è stata una narrazione aggressiva. Invece abbiamo bisogno di una politica che sappia prima di tutto ascoltare le ragioni degli altri».
IN PIAZZA SULLE NOTE DI BELLA CIAO
Davanti alla scalinata del teatro si stringono giovani, signore, professionisti, studenti. Gli organizzatori parlano di quasi 10 mila manifestanti. Di certo la piazza davanti al Teatro Massimo è gremita di persone. Confusi tra la folla anche il sindaco Leoluca Orlando e il suo vice Fabio Giambrone; la mattina del 22 novembre l’amministrazione comunale aveva annunciato la propria adesione. Ma i promotori, anche a Palermo, hanno voluto tenere fuori simboli di partito. Si vede solo qualche piccola bandiera arcobaleno, molte sardine disegnate. Uno alza la voce: «Siamo tanti, siamo più forti di loro». Dopo l’attacco ai populisti, dal megafono gracchiante Chiara Puccio mette sotto accusa i social, strumento della «comunicazione vuota» e pieni di insulti. «Avete distrutto la vita delle persone, ci avete intimidito, ma ora ci siamo svegliati». Da qui l’invito che scalda le sardine: «Usciamo dai social, ritroviamoci nelle piazze». E alla fine tutti a cantare Bella ciao. Senza coordinamento musicale ma con tanto ardore.
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Ferdinando Orlando e Lorenzo Costanzo erano già stati ritenuti colpevoli della violenza commessa in una discoteca di Soho.
I due giovani italianiFerdinando Orlando e Lorenzo Costanzo, già riconosciuti colpevoli a Londra dello stupro di una ragazza avvenuto il 26 febbraio 2017 in una discoteca di Soho, dovranno fare sette anni e mezzo di carcere ciascuno. Nel verdetto emesso il 15 ottobre scorso il giudice della Isleworth Crown Court di Londra si era riservato di rendere nota in seguito la durata del periodo di detenzione, come avviene nel Common Law anglosassone.
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I due giovani italianiFerdinando Orlando e Lorenzo Costanzo, già riconosciuti colpevoli a Londra dello stupro di una ragazza avvenuto il 26 febbraio 2017 in una discoteca di Soho, dovranno fare sette anni e mezzo di carcere ciascuno. Nel verdetto emesso il 15 ottobre scorso il giudice della Isleworth Crown Court di Londra si era riservato di rendere nota in seguito la durata del periodo di detenzione, come avviene nel Common Law anglosassone.
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Tempi bui anche per il capo di Stato Rivlin. Né Bibi né l’avversario Gantz sono in grado di formare un governo. Così il premier accusato di tre reati resta in sella. Fino al voto anticipato di aprile. E forse anche dopo.
Un nuovo primato aggrava la peggiore crisi politica di Israele. Come era nell’aria, Benjamin “Bibi” Netanyahu, a 70 anni il più longevo primo ministro israeliano, è anche il primo premier incriminato durante il mandato. Nell’anno del record del bis delle Legislative, che dall’aprile del 2019 è probabile diventeranno un ter, a marzo 2020. «Giorni duri, cupi negli annali della storia di Israele», anche per il capo di Stato Reuven Rivlin che in questi frangenti dovrebbe essere una roccia. L’annuncio dell’incriminazione del leader del Likud Netanyahu, per bocca del procuratore generale Avichai Mandelblit, è piovuto all’indomani del fallimento del capo dell’opposizioneBenny Gantz nel tentare di formare un governo. Era stato incaricato da Rivlin, dopo il premier, ma anche il generale della coalizione Blu e Bianco ha dovuto rimettere il mandato. Dal voto anticipato di settembre è impossibile formare un esecutivo. Entro metà dicembre spetta al parlamento della Knesset proporre un candidato premier che raccolga un’improbabile maggioranza.
LA CORSA ALL’IMMUNITÀ
Altrimenti, e sarà così, si tornerà al voto anticipato entro tre mesi. Netanyahu non sembra aver intenzione di mollare. Ha tenuto botta in tre anni di indagini, con lamoglie Sara incriminata e poi condannata per appropriazione di fondi pubblici. Restare primo ministro è l’unica arma per far approvare alla Knesset leggi ad personam che gli risparmino il carcere (e può intanto attivare la procedura per l’immunità da parlamentare). In Israele un premier è tenuto a dimettersi solo alla condanna definitiva in terzo grado, per la quale occorreranno anni. Anche se certo per “Bibi” non è politicamente opportuno insistere: l’opinione pubblica è sensibile ai procedimenti giudiziari. E il Likud – con consensi in calo e dei fuoriusciti – è rimasto leale al leader. Ma il tentativo del governo Netanyahu di far passare una nuova legge sull’immunità, dopo il penultimo voto ad aprile, fece storcere il naso anche a parte dei conservatori. E fu subito abbandonato.
Il procuratore generale israeliano Avichai Mandelblit. GETTY.
LA PALUDE DI NETANYAHU E GANTZ
Grazie alla «caccia alle streghe» lamentata da Netanyahu, Gantz e l’alleato Yair Lapid drenano voti verso il cartello centrista partorito meno di un anno fa. La loro campagna era centrata sulle indagini contro Netanyahu per corruzione, frode e abuso d’ufficio, non sul conflitto con la Palestina. Sulla guerra a Netanyahu si era compattata anche la Lista unita degli arabi israeliani. Ma, come il Likud, Gantz e gli altri non hanno una maggioranza sufficiente per governare, non ancora almeno. E per molto: anche i sondaggi di novembre danno un quadro sostanzialmente invariato dalla scorsa primavera. Blu e Bianco (33) ha scavalcato il Likud (32), ma di appena un seggio: e per Gantz, senza il blocco di sostegno della destra estrema e religiosa, raggiungere gli indispensabili 61 seggi è ancora più dura che per Netanyahu. Lista araba e l’ultranazionalista sionista Avigdor Lieberman , l’ex ministro della Difesa killer di “Bibi”, sono incompatibili.
Netanyahu è accusato di aver elargito per anni incentivi dal ministero delle Telecomunicazioni per un valore di oltre 250 milioni di dollari
LE MANOVRE CON I TYCOON
La via d’uscita alla palude esiste: è un governo di grande coalizione tra Blu e Bianco e Likud. Impossibile però senza la testa di “Bibi”. A rigor di logica con l’incriminazione i tempi dovrebbero essere maturi: Mandelblit l’ha disposta per tutti i capi di accusa esaminati («un tentato colpo di Stato» per Netanyahu) ei reati contestati sono particolarmente odiosi. In particolare la corruzione del caso 4000è infamante: Netanyahu è accusato di aver elargito per anni incentivi dal ministero delle Telecomunicazioni per un valore di oltre 250 milioni di dollari. Verso l’azienda telefonica Bezeq proprietaria anche di un sito web di news, in cambio di una copertura di notizie favorevole. La stessa manovra sarebbe stata intavolata – ma non realizzata – con il tycoon della free press Aron Mozes: non attraverso un’offerta di finanziamenti ma di modifiche legislative favorevoli. Per le quali il premier israeliano è accusato di abuso d’ufficio nel caso 2000.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu (Likud). GETTY.
BIBI RISCHIA FINO A 13 ANNI
La frode riguarda invece il caso 1000 e, nello stile, è più simile allo scandalo della moglie Sara che faceva la bella vita a spese dello Stato. Gli indizi portano la procura generale a pensare che il premier israeliano (in carica dal 2009 e già primo ministro tra il 1996 e il 1999) abbia ricevuto regalie per quasi 200 mila dollaritra sigari, gioielli e champagne: «La sua catena di fornitori», ha precisato Mandelblit. Miliardari, nel caso di “Bibi”, incluso il produttore di Pretty Woman di origine israeliana Arnon Milchan, in cambio di visti d’ingresso e altri favori. Se condannato, il leader del Likud potrebbe scontare fino a 10 anni per corruzione e un massimo di tre anni per la frode e l’abuso di potere. Come Lieberman i flop elettorali, il procuratore generale designato proprio da Netanyahu aspettava da tempo questo momento: ha comunicato le incriminazioni di fronte alle telecamere, annunciò di scavare sui casi un mese prima del voto del 9 aprile.
L’interesse pubblico ci richiede di vivere in un Paese dove nessuno è al di sopra della legge
Avichai Mandelblit
IL LIMBO DELL’INTERIM
Mandelblit è uno dei nemici di Netanyahu, da tempo si è distaccato dal premier sempre più spregiudicato non soltanto politicamente. «L’interesse pubblico», ha chiosato, «ci richiede di vivere in un Paese dove nessuno è al di sopra della legge». Per i laburisti le 63 pagine della superprocura sul premier sono «la più grave incriminazione contro un funzionario eletto nella storia di Israele». Un «giorno triste» anche per Gantz e i suoi: Blu e Bianco ha postato il video di 11 anni fa di Netanyahu di condanna contro l’allora primo ministro Ehud Olmert (nel Likud e poi in Kadima) accusato all’epoca di corruzione. Olmert si dimise, prima del verdetto e dei 16 mesi di carcere, e fu rimpiazzato proprio da “Bibi”. Ma per il successore potrebbe andare diversamente. Le tappe verso un vero governo sono una via crucis per i cittadini israeliani. Ma l’interim in mano a Netanyahu dalla crisi di fine 2018 è un limbo perfetto per restare in sella, nonostante tutto.
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Tempi bui anche per il capo di Stato Rivlin. Né Bibi né l’avversario Gantz sono in grado di formare un governo. Così il premier accusato di tre reati resta in sella. Fino al voto anticipato di aprile. E forse anche dopo.
Un nuovo primato aggrava la peggiore crisi politica di Israele. Come era nell’aria, Benjamin “Bibi” Netanyahu, a 70 anni il più longevo primo ministro israeliano, è anche il primo premier incriminato durante il mandato. Nell’anno del record del bis delle Legislative, che dall’aprile del 2019 è probabile diventeranno un ter, a marzo 2020. «Giorni duri, cupi negli annali della storia di Israele», anche per il capo di Stato Reuven Rivlin che in questi frangenti dovrebbe essere una roccia. L’annuncio dell’incriminazione del leader del Likud Netanyahu, per bocca del procuratore generale Avichai Mandelblit, è piovuto all’indomani del fallimento del capo dell’opposizioneBenny Gantz nel tentare di formare un governo. Era stato incaricato da Rivlin, dopo il premier, ma anche il generale della coalizione Blu e Bianco ha dovuto rimettere il mandato. Dal voto anticipato di settembre è impossibile formare un esecutivo. Entro metà dicembre spetta al parlamento della Knesset proporre un candidato premier che raccolga un’improbabile maggioranza.
LA CORSA ALL’IMMUNITÀ
Altrimenti, e sarà così, si tornerà al voto anticipato entro tre mesi. Netanyahu non sembra aver intenzione di mollare. Ha tenuto botta in tre anni di indagini, con lamoglie Sara incriminata e poi condannata per appropriazione di fondi pubblici. Restare primo ministro è l’unica arma per far approvare alla Knesset leggi ad personam che gli risparmino il carcere (e può intanto attivare la procedura per l’immunità da parlamentare). In Israele un premier è tenuto a dimettersi solo alla condanna definitiva in terzo grado, per la quale occorreranno anni. Anche se certo per “Bibi” non è politicamente opportuno insistere: l’opinione pubblica è sensibile ai procedimenti giudiziari. E il Likud – con consensi in calo e dei fuoriusciti – è rimasto leale al leader. Ma il tentativo del governo Netanyahu di far passare una nuova legge sull’immunità, dopo il penultimo voto ad aprile, fece storcere il naso anche a parte dei conservatori. E fu subito abbandonato.
Il procuratore generale israeliano Avichai Mandelblit. GETTY.
LA PALUDE DI NETANYAHU E GANTZ
Grazie alla «caccia alle streghe» lamentata da Netanyahu, Gantz e l’alleato Yair Lapid drenano voti verso il cartello centrista partorito meno di un anno fa. La loro campagna era centrata sulle indagini contro Netanyahu per corruzione, frode e abuso d’ufficio, non sul conflitto con la Palestina. Sulla guerra a Netanyahu si era compattata anche la Lista unita degli arabi israeliani. Ma, come il Likud, Gantz e gli altri non hanno una maggioranza sufficiente per governare, non ancora almeno. E per molto: anche i sondaggi di novembre danno un quadro sostanzialmente invariato dalla scorsa primavera. Blu e Bianco (33) ha scavalcato il Likud (32), ma di appena un seggio: e per Gantz, senza il blocco di sostegno della destra estrema e religiosa, raggiungere gli indispensabili 61 seggi è ancora più dura che per Netanyahu. Lista araba e l’ultranazionalista sionista Avigdor Lieberman , l’ex ministro della Difesa killer di “Bibi”, sono incompatibili.
Netanyahu è accusato di aver elargito per anni incentivi dal ministero delle Telecomunicazioni per un valore di oltre 250 milioni di dollari
LE MANOVRE CON I TYCOON
La via d’uscita alla palude esiste: è un governo di grande coalizione tra Blu e Bianco e Likud. Impossibile però senza la testa di “Bibi”. A rigor di logica con l’incriminazione i tempi dovrebbero essere maturi: Mandelblit l’ha disposta per tutti i capi di accusa esaminati («un tentato colpo di Stato» per Netanyahu) ei reati contestati sono particolarmente odiosi. In particolare la corruzione del caso 4000è infamante: Netanyahu è accusato di aver elargito per anni incentivi dal ministero delle Telecomunicazioni per un valore di oltre 250 milioni di dollari. Verso l’azienda telefonica Bezeq proprietaria anche di un sito web di news, in cambio di una copertura di notizie favorevole. La stessa manovra sarebbe stata intavolata – ma non realizzata – con il tycoon della free press Aron Mozes: non attraverso un’offerta di finanziamenti ma di modifiche legislative favorevoli. Per le quali il premier israeliano è accusato di abuso d’ufficio nel caso 2000.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu (Likud). GETTY.
BIBI RISCHIA FINO A 13 ANNI
La frode riguarda invece il caso 1000 e, nello stile, è più simile allo scandalo della moglie Sara che faceva la bella vita a spese dello Stato. Gli indizi portano la procura generale a pensare che il premier israeliano (in carica dal 2009 e già primo ministro tra il 1996 e il 1999) abbia ricevuto regalie per quasi 200 mila dollaritra sigari, gioielli e champagne: «La sua catena di fornitori», ha precisato Mandelblit. Miliardari, nel caso di “Bibi”, incluso il produttore di Pretty Woman di origine israeliana Arnon Milchan, in cambio di visti d’ingresso e altri favori. Se condannato, il leader del Likud potrebbe scontare fino a 10 anni per corruzione e un massimo di tre anni per la frode e l’abuso di potere. Come Lieberman i flop elettorali, il procuratore generale designato proprio da Netanyahu aspettava da tempo questo momento: ha comunicato le incriminazioni di fronte alle telecamere, annunciò di scavare sui casi un mese prima del voto del 9 aprile.
L’interesse pubblico ci richiede di vivere in un Paese dove nessuno è al di sopra della legge
Avichai Mandelblit
IL LIMBO DELL’INTERIM
Mandelblit è uno dei nemici di Netanyahu, da tempo si è distaccato dal premier sempre più spregiudicato non soltanto politicamente. «L’interesse pubblico», ha chiosato, «ci richiede di vivere in un Paese dove nessuno è al di sopra della legge». Per i laburisti le 63 pagine della superprocura sul premier sono «la più grave incriminazione contro un funzionario eletto nella storia di Israele». Un «giorno triste» anche per Gantz e i suoi: Blu e Bianco ha postato il video di 11 anni fa di Netanyahu di condanna contro l’allora primo ministro Ehud Olmert (nel Likud e poi in Kadima) accusato all’epoca di corruzione. Olmert si dimise, prima del verdetto e dei 16 mesi di carcere, e fu rimpiazzato proprio da “Bibi”. Ma per il successore potrebbe andare diversamente. Le tappe verso un vero governo sono una via crucis per i cittadini israeliani. Ma l’interim in mano a Netanyahu dalla crisi di fine 2018 è un limbo perfetto per restare in sella, nonostante tutto.
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Pubblicate le motivazioni della sentenza sul caso dj Fabo. Finché il parlamento non interverrà, saranno valide le stesse norme che regolano il testamento biologico. Per i medici nessun obbligo.
La Corte costituzionale ha chiarito che saranno le strutture pubbliche del Servizio sanitario nazionale a verificare l’esistenza delle condizioni che rendono legittimo l’aiuto al suicidio e le relative modalità di esecuzione.
Condizioni che ricorrono quando l’aiuto è prestato a una persona tenuta in vita da idratazione e alimentazione artificiali, affetta da una patologia irreversibile fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.
Un organo collegiale terzo, cioè il Comitato etico territorialmente competente, garantirà la tutela delle situazioni di particolare vulnerabilità. Ma in ogni caso nessun obbligo di prestare l’aiuto al suicidio ricadrà sui medici. Verrà infatti affidato «alla coscienza del singolo scegliere se esaudire la richiesta del malato».
Le disposizioni sono contenute nelle motivazioni della sentenza con cui il 25 settembre la Consulta ha dichiarato incostituzionale l’articolo 580 del codice penale, proprio nella parte in cui non esclude l’incriminazione di chi presta aiuto al suicidio nei casi sopra richiamati. Una sentenza nata dalla vicenda di dj Faboe da molti considerata storica, a partire dall’Associazione Luca Coscioni, ma che una parte della politica, del mondo cattolico e dei medici aveva contestato.
LA LATITANZA DEL PARLAMENTO
I giudici costituzionali, ancora una volta, si rivolgono al parlamento affinché intervenga con una «compiuta disciplina» sul fine vita, dopo la richiesta caduta nel vuoto nel 2017, quando la Corte decise di sospendere il giudizio proprio per dare il tempo alle Camere di legiferare. Ma «in assenza di ogni determinazione da parte del parlamento», l’esigenza di garantire la legalità costituzionale «deve prevalere su quella di lasciare spazio alla discrezionalità del legislatore».
LA SOLUZIONE DEI GIUDICI
Per colmare il vuoto legislativo, la Consulta ha quindi deciso di fare riferimento alle Dat, le Dichiarazioni anticipate di trattamento che regolano il testamento biologico. D’ora in poi la volontà di morire con il suicidio assistito dovrà essere documentata in forma scritta o con la video registrazione; il medico dovrà prospettare le possibili alternative e prestare ogni sostegno al paziente, anche avvalendosi dei centri di assistenza psicologica; e ci dovrà essere come pre-condizione il coinvolgimento del paziente in un percorso di cure palliative.
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