Ubi Banca, i risultati dei primi nove mesi del 2019

Utile contabile a 191,1 milioni di euro. In crescita il reddito operativo che si attesta al 9,6%.

La performance commerciale evidenziata dai risultati di Ubi Banca è positiva, come attesta la crescita del reddito operativo salito a/a del 9,6%.
Questo testimonia la capacità strutturale della banca di produrre utile e riflette la forte resilienza del margine di interesse che si è ridotto del 2,7%, e cioè in misura molto inferiore rispetto ai competitor.

Una buona performance delle commissioni che sono cresciute grazie al contributo determinante della raccolta indiretta che ha superato quota 100 mld, con una crescita sia dell’asset management sia del comparto assicurativo cresciuti rispettivamente del 7,8 % e dell’8,3%.
L’utile netto contabile, che è diminuito anno su anno da 210,5 a 191,1 milioni, risente dell’incidenza del costo del credito il quale riflette l’effetto delle operazioni sugli npl (-2,2 mld di euro a/a) che da un lato hanno permesso di raggiungere un NPE ratio del 9,07% ma hanno anche comportato un costo transitato per il conto economico.

La banca quindi è strutturalmente più forte, capace di produrre reddito ma in questa situazione vede una riduzione dell’utile netto contabile perché, in sostanza, una parte di utile è stata investita nel miglioramento strutturale dei conti della banca, testimoniato dal ratio degli npl.
La performance commerciale è però distintiva.

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Mps, tutti condannati a Milano: 7 anni e mezzo all’ex presidente Mussari

I vertici della banca ritenuti colpevoli per le operazioni irregolari usate per finanziare l'acquisizione di Antonveneta. Multe e sequestri per Deutsche Bank e Nomura.

Tutti condannati al processo milanese sulle operazioni irregolari del Monte dei Paschi di Siena. Il Tribunale di Milano ha condannato a 7 anni e 6 mesi di carcere Giuseppe Mussari, a 7 anni e 3 mesi Antonio Vigni e a 4 anni e 8 mesi Gian Luca Baldassarri, ex vertici di Mps tra gli imputati per le presunte irregolarità nelle operazioni effettuate dalla banca senese tra il 2008 e il 2012 per coprire le perdite dovute all’acquisizione di Antonveneta. I giudici hanno anche condannato Daniele Pirondini, ex direttore finanziario di Rocca Salimbeni a 5 anni e 3 mesi.

Antonio Vigni e Giuseppe Mussari in una foto d’archivio. ERNESTO ARBITRAGGIO/ANSA /COC

CONFISCHE PER 150 MILIONI DI EURO A NOMURA E DEUTSCHE

Il Tribunale ha disposto anche confische per un importo complessivo di oltre 150 milioni di euro nei confronti di Deutsche Bank AG, compresa la filiale londinese, e Nomura, imputate a Milano perché coinvolte nelle operazioni Alexandria e Santorini. I giudici della seconda sezione penale hanno anche condannato i due istituti di credito a sanzioni pecuniarie da 3 milioni di euro ed oltre. Nel processo sono stati condannati tutti gli imputati, sia persone fisiche che giuridiche. In particolare, i giudici hanno condannato Deutsche Bank Ag e Deutsche Bank Ag London Branch ad una sanzione pecuniaria da 3 milioni di euro, mentre per Nomura la sanzione pecuniaria comminata è di 3,4 milioni di euro. I pm avevano chiesto sanzioni pecuniarie più basse, da 1,8 milioni. La procura, invece, aveva chiesto confische da 444,8 milioni per la banca giapponese e di 440,9 milioni per quella tedesca, mentre i giudici le hanno disposte per 88 milioni a carico di Nomura e per 64 milioni a carico di Deutsche, compresa la filiale londinese. Per un totale, dunque, di circa 152 milioni di euro.

LA DIFESA DI DEUTSCHE BANK PRONTA AL RICORSO

L’avvocato degli imputati di Deutsche Bank condannati a Milano (tutti ex manager tranne uno) ha annunciato che proporrà il ricorso in appello: «Premesso che le sentenze si rispettano, voglio esprimere un grande stupore per il contrasto tra questo dispositivo e le risultanze emerse in dibattimento. Ma su questo leggerò le motivazioni. Essendo convinto della innocenza dei miei assistiti proporrò ricorso in appello convinto che le conclusioni saranno diverse».

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La triste storia di Luigi Di Maio sulla Via della Seta

Dopo tanti annunci roboanti, il ministro degli Esteri è tornato da Shanghai con un pugno di mosche in mano. Intanto la Cina continua la sua campagna acquisti in Italia.

Giggino è stato a Shanghai. Anzi, il nostro ministro degli Esteri, capo della Farnesina, Luigi Di Maio (detto “Giggino”, ma lui si arrabbia se lo si chiama così) nei giorni scorsi è volato in Cina a capo della delegazione ufficiale italiana alla grande fiera del commercio di Xi Jinping.

Gli annunci che hanno preceduto questa missione cinese sono stati a dir poco mirabolanti: ecco finalmente l’occasione per mettere a frutto le intese firmate a suo tempo con Pechino – l’ormai famosa “fuga in avanti” del passato governo, che ha provocato la ferma l’opposizione del nostro principale alleato, gli Usa e praticamente di tutta l’Unione Europea – intese commerciali, export di pomodori campani, arance napoletane… e questo mondo e quest’altro!

In realtà il povero Di Maio se ne ritorna tutto triste e quatto-quatto da Shanghai con poco più di un pugno di mosche in mano: una manciata di riso e un po’ di carne da vendere in Cina. Ignorato un po’ da tutti e umiliato, tra l’altro, dal presidente francese Emmanuel Macron, che invece ha calcato da protagonista la scena degli incontri cinesi.

DI MAIO HA IGNORATO IL FASTIDIO DEGLI USA PER I RAPPORTI ITALIA-CINA

Insomma, della famosa e contestata Nuova Via della seta tra Pechino e Roma questo è quel che è rimasto? Riso e carne da vendere in Cina, un po’ di turisti cinesi da portare in Italia: nient’altro? E le migliaia di container che dovevano viaggiare pieni di merci prelibate italiane lungo il nuovo asse ferroviario Italia/Europa-Cina, e che invece tornano per il 99% vuoti verso la Cina (mentre lì arrivano strapieni di export da piazzare da noi, in Europa)? Di Maio sembra ignorare questa e molte altre realtà (o forse nessuno del suo staff gliel’ha detto…) intenzionato ad andare avanti imperterrito sulla strada degli investimenti cinesi in Italia, convinto – in modo del tutto irragionevole – di non doversi aspettare nuove tensioni con l’alleato americano.

Gi avvertimenti americani sulla Belt and Road ci sono stati, e molto decisi, a dir poco

«Trump è uno che capisce le ragioni del business», ha dichiarato ai giornalisti italiani a Shanghai, incalzato sull’argomento, «e gli americani non ci hanno mai fatto arrivare nessuna protesta per gli accordi della Via della seta», ha insistito. «La loro preoccupazione era tutta concentrata sul 5G, e ora in Italia abbiamo la normativa più restrittiva d’Europa al riguardo, che si applica a tutte le società senza discriminazioni». Sarà. Peccato però che non sia vero niente: gli avvertimenti americani sulla Belt and Road ci sono stati, e molto decisi, a dir poco. C’è da chiedersi in quale universo politico e su quale scenario internazionale viva di Maio, a questo punto.

LA CAMPAGNA ACQUISTI CINESE IN ITALIA È GIÀ INIZIATA

Sul tavolo shanghaiese di Di Maio c’era poi un altro dossier delicato, per noi: la penetrazione dei capitali cinesi in Italia e la massiccia campagna acquisti che le imprese cinesi stanno facendo nei nostri porti. L’attenzione di Washington per la presenza cinese nel Mediterraneo, infatti, è altissima. Trieste ha chiuso di recente un mega accordo con il colosso di Stato Cccc per costruire in Cina piattaforme logistiche per convogliare export made in Italy. Una buona cosa, in teoria, peccato che in realtà si tratti solo della prima fase di un progetto che prevede l’ingresso massiccio, a gamba tesa, dell’azienda statale cinese nel sistema ferroviario dello scalo triestino.

Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio durante un brindisi in occasione di una cena con investitori cinesi e rappresentanti di aziende cinesi, a Shanghai.

Ma il nostro ministro degli Esteri non sembra rendersi conto dei rischi di questa massiccia campagna acquisti cinese in Italia, e invece di frenare e magari preoccuparsi, rilancia: «I progetti di investimento lungo la Via della seta marittima non finiscono qui», dice: «Il porto di Genova è abbastanza avanti e c’è un interesse anche su quello di Taranto». Ma allora dategli l’Ilva, piuttosto, per scongiurare il disastro che si sta annunciando! A questo punto, sarebbe il male minore.

PECHINO PUÒ SANZIONARE LE IMPRESE ESTERE A SUA DISCREZIONE

Del resto non bisogna mai dimenticare che quello con il colosso-Cina, per un piccolo e geopoliticamente insignificante Paese come il nostro – l’abbiamo detto e scritto molte volte – rischia sempre di trasformarsi in un abbraccio mortale. Per questo la prudenza e l’attenzione devono essere massime. Per esempio sul delicatissimo tema dei cosiddetti crediti sociali, che si sta rivelando uno dei principali ostacoli al raggiungimento dell’auspicato e molto necessario accordo sugli investimenti bilaterali, a cui Cina e Unione Europea lavorano ormai dal 2013. Il sistema dei crediti sociali, secondo i cinesi, mira a creare una società basata «sull’onestà» dispensando premi e punizioni a seconda di come i singoli e anche le aziende si comportano.

Risulta impossibile tutelare seriamente gli investimenti e le aziende straniere operanti in Cina

Ma secondo un recente rapporto della Camera di Commercio europea, in realtà espone le imprese straniere che operano in Cina a pesanti ritorsioni – fino all’espulsione dal mercato cinese – semplicemente per un commento sgradito o una scritta su una maglietta che i solerti censori pechinesi giudichino – a loro insindacabile giudizio – «lesiva dell’onorabilità e della sovranità del popolo e della nazione cinese». Risulta impossibile, insomma, tutelare seriamente gli investimenti e le aziende straniere operanti in Cina, a causa della discrezionalità con cui Pechino si arroga il diritto di sanzionare chiunque tocchi il tasto dolente dei diritti umani o metta in dubbio la sovranità cinese su Hong Kong, Xinjiang, Taiwan, Tibet, mar cinese e qualsiasi altro tema considerato sensibile dai burocrati del Partito comunista. E Dolce e Gabbana, Tiffany, la Nba (per citarne solo alcuni, la lista delle “vittime” si allunga ogni giorno di più) lo sanno bene.

Questa è la triste storia di Giggino che se ne torna tutto solo sulla via della Seta. Nel suo fagotto sulla spalla porta un manciata di riso è un po’ di carne, molte dichiarazioni sbagliate e una serie di gaffe a dir poco imbarazzanti. L’ultima quando a Shanghai gli è stato chiesto di esprimersi sulle proteste pro-democrazia di Hong Kong: «Abbiamo un approccio di non ingerenza nelle questioni di altri Paesi», ha risposto. Il vuoto assoluto.

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La previsione di Banca d’Italia: tra il 2020 e il 2030 230 milioni di migranti

Le stime sono state diffuse dal governatore Ignazio Visco. Eppure la cifra record non riuscirebbe a compensare l'invecchiamento della popolazione europea. Mentre la crisi ambientale rischia di ridurre il nostro reddito pro capite del 25%.

Un mondo spezzato dalla crisi ambientale e in cui i flussi migratori diverranno correnti di esseri umani in movimento da un continente all’altro. Le prospettive per il futuro secondo il presidente della Banca d’Italia Ignazio Visco delineano uno scenario molto complesso da gestire. «Tra il 2020 e il 2030 il flusso di nuovi migranti potrebbe raggiungere la cifra record di circa 230 milioni di persone, quasi quanto la loro attuale consistenza. In Europa, tuttavia, gli arrivi previsti non basterebbero più a impedire una sensibile diminuzione del numero di persone in età attiva». È il quadro tracciato dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. «La crisi ambientale – ha aggiunto – potrebbe ridurre il reddito pro capite mondiale di quasi un quarto entro il 2100 rispetto al livello che si potrebbe altrimenti raggiungere, con riduzioni forti soprattutto nel Sud del mondo e più lievi (in qualche caso aumenti) nel resto del pianeta».

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La previsione di Banca d’Italia: tra il 2020 e il 2030 230 milioni di migranti

Le stime sono state diffuse dal governatore Ignazio Visco. Eppure la cifra record non riuscirebbe a compensare l'invecchiamento della popolazione europea. Mentre la crisi ambientale rischia di ridurre il nostro reddito pro capite del 25%.

Un mondo spezzato dalla crisi ambientale e in cui i flussi migratori diverranno correnti di esseri umani in movimento da un continente all’altro. Le prospettive per il futuro secondo il presidente della Banca d’Italia Ignazio Visco delineano uno scenario molto complesso da gestire. «Tra il 2020 e il 2030 il flusso di nuovi migranti potrebbe raggiungere la cifra record di circa 230 milioni di persone, quasi quanto la loro attuale consistenza. In Europa, tuttavia, gli arrivi previsti non basterebbero più a impedire una sensibile diminuzione del numero di persone in età attiva». È il quadro tracciato dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. «La crisi ambientale – ha aggiunto – potrebbe ridurre il reddito pro capite mondiale di quasi un quarto entro il 2100 rispetto al livello che si potrebbe altrimenti raggiungere, con riduzioni forti soprattutto nel Sud del mondo e più lievi (in qualche caso aumenti) nel resto del pianeta».

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X Factor 2019, l’eliminato Marco Saltari: «Ora tifo Sierra»

Il cantante è stato eliminato insieme a Lorenzo Rinaldi nella terza puntata dei live del talent targato Sky. Mentre il primo ha confessato di aver ancora molto altro da dare, il secondo ha voluto chiarire la polemica sul suo essere troppo "vintage".

Sono Marco Saltari e Lorenzo Rinaldi i due concorrenti eliminati nella terza puntata dei live di X Factor 2019. Il primo è stato escluso dal pubblico a casa al termine della prima fase, durante la quale i cantanti si sono sfidati con i loro cavalli di battaglia in esibizioni di un minuto. Il secondo, invece, è finito al ballottaggio con Giordana Petralia nella manche classica, incassando il parere negativo dei giudici.

MARCO SALTARI: «DI ME SI È VISTO SOLTANTO IL 5%»

L’eliminazione di Marco Saltari nella terza puntata live è arrivata prestissimo, in seguito a un tutti-contro-tutti in cui a scegliere il primo eliminato è stato direttamente il pubblico. La sua interpretazione di Get Up Stand Up di Bob Marley non ha infatti convinto i fan del talent, che lo hanno subito bocciato nel televoto. Saltari ha 34 anni e viene da Corridonia, un piccolo paese in provincia di Macerata. La sua passione per la musica è iniziata prestissimo, quando a 7 anni ha trovato in garage la vecchia batteria del cugino e per gioco ha cominciato a suonarla. Attualmente lavora come operatore in una Ong per richiedenti asilo, ma è convinto di poter, un giorno, vivere della sua arte. Peccato che il suo sogno a X Factor si sia interrotto così alla svelta.

DOMANDA. Sei uscito proponendo un cavallo di battaglia. Cos’è andato storto?
RISPOSTA. Credo che il pezzo di Bob Marley sia molto bello. L’ho scelto di comune accordo con Mara, sapendo che in un minuto devi cercare di far presa sulla fetta di pubblico più ampia possibile. Evidentemente abbiamo sbagliato, ma come dico sempre «dopo so’ boni tutti». Credo che il mio percorso a X Factor sia stato un po’ inficiato dalle prime puntate. In quelle siamo stati effettivamente un po’ moscetti.

Sei stato eliminato nella manche iniziale, quella molto veloce. Avresti preferito affrontare una manche normale con la decisione dei giudici?
Non so se sarebbe andata diversamente. Mi dispiace soltanto di non aver potuto suonare All Along the Watchtower nella versione di Jimi Hendrix che avevo preparato. Lì sarebbe venuto fuori un po’ di quel 95% di cui parlavo. Qualcosa di molto diverso dalle prime esibizioni.

Sfera Ebbasta durante i bootcamp ha detto che non riusciva a trovarti una collocazione nel mercato musicale. Aveva ragione lui?
Sì, se i pezzi che potrei collocare nel mercato musicale sono quelli che ho eseguito finora a X Factor. Il fatto è che io non sono solo quello. E ci sono altre mille sfaccettature che però non sono riuscito a trasmettere. Di me Sfera ha visto soltanto un 5%.

Addirittura un 5%?
Sì, perché io adoro sperimentare. Non sono un integralista della musica. Mi piace il sincretismo strumentale e con i programmi di oggi puoi praticamente suonare di tutto. Spero tanto di riuscire a farlo sentire.

Se dipendesse da te, chi credi meriterebbe di vincere X Factor in questa edizione?
Sierra. Perché Massimo è un grandissimo scrittore e Giacomo è un ottimo performer. Però non chiedermelo di nuovo perché tra cinque minuti ho già cambiato idea.

A proposito del tuo lavoro in una Ong, nel Loft ti hanno fatto domande?
Assolutamente sì. A riguardo c’è molta curiosità e di solito la narrazione riguardante questo tema è costellata di luoghi comuni. Tutti erano interessati a conoscere come funziona per davvero quel mondo.

L’ELIMINATO LORENZO RINALDI: «NON SONO UN ARTISTA CUPO»

Dopo Marco Saltari, il secondo eliminato nella terza puntata dei live di X Factor 2019 è stato il giovanissimo Lorenzo Rinaldi, 19enne originario di Terni che è arrivato al ballottaggio insieme alla collega Giordana Petralia. La sua interpretazione di Baby i love you dei Ramones, nonostante una messa in scena di altissimo livello, non ha impressionato il pubblico. Il ragazzo però, che ha da pochissimo intrapreso la sua avventura musicale, ha voluto scrollarsi di dosso la sua immagine di artista cupo.

DOMANDA. Sfera è stato un dei giudici che nel corso delle puntate ti ha rivolto più critiche. Ieri ti ha definito poco splendente, mentre negli scorsi live ha usato per descriverti il termine “cupo”. Sei d’accordo?
RISPOSTA. Le critiche di Sfera le ho accolte, ma anche no. Ho cercato di andare avanti col tipo di percorso che avevo in mente, provando a farmi apprezzare anche da lui. Ma non mi definirei affatto un artista cupo. Anzi.

Credi che nel suo modo di fare ci fosse della strategia?
È un gioco, quindi un minimo di strategia è normale che ci sia. Anche perché i giudici devono convincere il pubblico che i propri concorrenti siano i migliori, quindi non ho nulla da rimproverargli.

Qualcuno ti ha definito un giovane Jim Morrison. Tu ti senti più un artista degli Anni ’70 oppure un contemporaneo?
Il paragone con Jim Morrison lo trovo un po’ scomodo perché per me lui è una leggenda. Ad ogni modo cerco di essere un artista contemporaneo.

Però ti hanno cucito addosso un abito molto vintage. Ti ci sentivi a tuo agio?
Si, ma credo che durante il percorso sarei riuscito a portare la mia musica al giorno d’oggi. Non so di preciso quale futuro avessero in mente per me, ma credo che volessero farmi uscire da questa bolla degli Anni ’70 che mi circonda.

Ti sarebbe piaciuto esibirti con qualcosa di più giovane?
Si, avrei tanto voluto portare Kiwi di Harry Styles. Mi trovo molto nel suo genere e nelle sue atmosfere. E forse così sarei riuscito a portare un’ondata di attualità in quell’atmosfera vintage che si era creata attorno a me.

Che rapporto avevi con il tuo giudice?
Con Malika ho costruito un rapporto bellissimo, genuino, dove nessuno aveva bisogno di fingere nonostante le telecamere.

Credi che gli Under uomini arriveranno in finale? Magari con Davide?
Davide spacca. Ha una voce bellissima ed è una persona d’oro. Non so se arriverà in finale, ma sicuramente se lo merita.

Credi che sia lui a meritare di vincere X Factor?
Vincere X Factor è un traguardone e non va in base ai meriti. Dipende da quanto arrivi al pubblico e da quanto piaci ai giudici. Fare adesso un pronostico sul vincitore è praticamente impossibile.

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X Factor 2019, l’eliminato Marco Saltari: «Ora tifo Sierra»

Il cantante è stato eliminato insieme a Lorenzo Rinaldi nella terza puntata dei live del talent targato Sky. Mentre il primo ha confessato di aver ancora molto altro da dare, il secondo ha voluto chiarire la polemica sul suo essere troppo "vintage".

Sono Marco Saltari e Lorenzo Rinaldi i due concorrenti eliminati nella terza puntata dei live di X Factor 2019. Il primo è stato escluso dal pubblico a casa al termine della prima fase, durante la quale i cantanti si sono sfidati con i loro cavalli di battaglia in esibizioni di un minuto. Il secondo, invece, è finito al ballottaggio con Giordana Petralia nella manche classica, incassando il parere negativo dei giudici.

MARCO SALTARI: «DI ME SI È VISTO SOLTANTO IL 5%»

L’eliminazione di Marco Saltari nella terza puntata live è arrivata prestissimo, in seguito a un tutti-contro-tutti in cui a scegliere il primo eliminato è stato direttamente il pubblico. La sua interpretazione di Get Up Stand Up di Bob Marley non ha infatti convinto i fan del talent, che lo hanno subito bocciato nel televoto. Saltari ha 34 anni e viene da Corridonia, un piccolo paese in provincia di Macerata. La sua passione per la musica è iniziata prestissimo, quando a 7 anni ha trovato in garage la vecchia batteria del cugino e per gioco ha cominciato a suonarla. Attualmente lavora come operatore in una Ong per richiedenti asilo, ma è convinto di poter, un giorno, vivere della sua arte. Peccato che il suo sogno a X Factor si sia interrotto così alla svelta.

DOMANDA. Sei uscito proponendo un cavallo di battaglia. Cos’è andato storto?
RISPOSTA. Credo che il pezzo di Bob Marley sia molto bello. L’ho scelto di comune accordo con Mara, sapendo che in un minuto devi cercare di far presa sulla fetta di pubblico più ampia possibile. Evidentemente abbiamo sbagliato, ma come dico sempre «dopo so’ boni tutti». Credo che il mio percorso a X Factor sia stato un po’ inficiato dalle prime puntate. In quelle siamo stati effettivamente un po’ moscetti.

Sei stato eliminato nella manche iniziale, quella molto veloce. Avresti preferito affrontare una manche normale con la decisione dei giudici?
Non so se sarebbe andata diversamente. Mi dispiace soltanto di non aver potuto suonare All Along the Watchtower nella versione di Jimi Hendrix che avevo preparato. Lì sarebbe venuto fuori un po’ di quel 95% di cui parlavo. Qualcosa di molto diverso dalle prime esibizioni.

Sfera Ebbasta durante i bootcamp ha detto che non riusciva a trovarti una collocazione nel mercato musicale. Aveva ragione lui?
Sì, se i pezzi che potrei collocare nel mercato musicale sono quelli che ho eseguito finora a X Factor. Il fatto è che io non sono solo quello. E ci sono altre mille sfaccettature che però non sono riuscito a trasmettere. Di me Sfera ha visto soltanto un 5%.

Addirittura un 5%?
Sì, perché io adoro sperimentare. Non sono un integralista della musica. Mi piace il sincretismo strumentale e con i programmi di oggi puoi praticamente suonare di tutto. Spero tanto di riuscire a farlo sentire.

Se dipendesse da te, chi credi meriterebbe di vincere X Factor in questa edizione?
Sierra. Perché Massimo è un grandissimo scrittore e Giacomo è un ottimo performer. Però non chiedermelo di nuovo perché tra cinque minuti ho già cambiato idea.

A proposito del tuo lavoro in una Ong, nel Loft ti hanno fatto domande?
Assolutamente sì. A riguardo c’è molta curiosità e di solito la narrazione riguardante questo tema è costellata di luoghi comuni. Tutti erano interessati a conoscere come funziona per davvero quel mondo.

L’ELIMINATO LORENZO RINALDI: «NON SONO UN ARTISTA CUPO»

Dopo Marco Saltari, il secondo eliminato nella terza puntata dei live di X Factor 2019 è stato il giovanissimo Lorenzo Rinaldi, 19enne originario di Terni che è arrivato al ballottaggio insieme alla collega Giordana Petralia. La sua interpretazione di Baby i love you dei Ramones, nonostante una messa in scena di altissimo livello, non ha impressionato il pubblico. Il ragazzo però, che ha da pochissimo intrapreso la sua avventura musicale, ha voluto scrollarsi di dosso la sua immagine di artista cupo.

DOMANDA. Sfera è stato un dei giudici che nel corso delle puntate ti ha rivolto più critiche. Ieri ti ha definito poco splendente, mentre negli scorsi live ha usato per descriverti il termine “cupo”. Sei d’accordo?
RISPOSTA. Le critiche di Sfera le ho accolte, ma anche no. Ho cercato di andare avanti col tipo di percorso che avevo in mente, provando a farmi apprezzare anche da lui. Ma non mi definirei affatto un artista cupo. Anzi.

Credi che nel suo modo di fare ci fosse della strategia?
È un gioco, quindi un minimo di strategia è normale che ci sia. Anche perché i giudici devono convincere il pubblico che i propri concorrenti siano i migliori, quindi non ho nulla da rimproverargli.

Qualcuno ti ha definito un giovane Jim Morrison. Tu ti senti più un artista degli Anni ’70 oppure un contemporaneo?
Il paragone con Jim Morrison lo trovo un po’ scomodo perché per me lui è una leggenda. Ad ogni modo cerco di essere un artista contemporaneo.

Però ti hanno cucito addosso un abito molto vintage. Ti ci sentivi a tuo agio?
Si, ma credo che durante il percorso sarei riuscito a portare la mia musica al giorno d’oggi. Non so di preciso quale futuro avessero in mente per me, ma credo che volessero farmi uscire da questa bolla degli Anni ’70 che mi circonda.

Ti sarebbe piaciuto esibirti con qualcosa di più giovane?
Si, avrei tanto voluto portare Kiwi di Harry Styles. Mi trovo molto nel suo genere e nelle sue atmosfere. E forse così sarei riuscito a portare un’ondata di attualità in quell’atmosfera vintage che si era creata attorno a me.

Che rapporto avevi con il tuo giudice?
Con Malika ho costruito un rapporto bellissimo, genuino, dove nessuno aveva bisogno di fingere nonostante le telecamere.

Credi che gli Under uomini arriveranno in finale? Magari con Davide?
Davide spacca. Ha una voce bellissima ed è una persona d’oro. Non so se arriverà in finale, ma sicuramente se lo merita.

Credi che sia lui a meritare di vincere X Factor?
Vincere X Factor è un traguardone e non va in base ai meriti. Dipende da quanto arrivi al pubblico e da quanto piaci ai giudici. Fare adesso un pronostico sul vincitore è praticamente impossibile.

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Iannicelli (Arpab) su risultati delegazione trattante comparto

"Significativi risultati sono stati raggiunti oggi, nella sede dell’ARPA Basilicata, nel corso della delegazione trattante del comparto". Lo dichiara in una nota il direttore generale Edmondo Iannicelli.
"L’incontro - prosegue -  ha affrontato temi di particolare interesse per tutto il personale, nell’ottica della valorizzazione del lavoro e per assicurare la qualità e sicurezza negli interventi di risposta alle emergenze.
Si è infatti conclusa la contrattazione dei fondi 2019, destinando risorse per il lavoro straordinario del personale amministrativo e tecnico, finalizzato ad obiettivi concordati e per far fronte alle numerose emergenze ambientali che impegnano gli operatori.
Queste le attività su cui sarà impegnato il personale amministrativo:
chiusura del bando Progressioni Economico Orizzontali 2019 entro la fine del 2019 e ammissioni dei candidati ai concorsi in atto.
Anche per il personale tecnico, l’Agenzia ha garantito l’attribuzione di budget per uffici, per consentire la migliore operatività per far fronte delle carenze strutturali che si stanno determinando a seguito dei numerosi pensionamenti effetto della cosiddetta “Quota 100”.
Apprezzamenti ha anche ricevuto il documento di indirizzo sul sistema di risposta alle emergenze, che è stato presentato e sottoposto alle RSU e alle Organizzazioni sindacali, per loro osservazioni e valutazione.
Il documento, illustrato per grandi linee e che sarà oggetto di successivo più approfondito confronto, permette di superare il precedente regolamento intervenendo e disciplinando la materia in toto, definendo i compiti che spettano all’Agenzia e le modalità di intervento nelle singole situazionia maggiore garanzia per i lavoratori".

Bas 05


Terna, inaugurato a Napoli il nuovo hub per l’innovazione

É il primo del Sud Italia. Sarà focalizzato su trasformazione digitale di processi aziendali, gestione delle risorse umane e processi organizzativi. Il progetto fa parte del percorso di innovazione e digitalizzazione per il quale Terna investirà circa 700 milioni di euro nei prossimi 5 anni.

Diventare un laboratorio di idee innovative al servizio della rete elettrica. È il futuro immaginato da Terna per il suo nuovo Innovation Hub, presentato lo scorso 7 novembre nella sede di Napoli. Il polo della capitale partenopea è il primo nel Sud Italia: sarà focalizzato sul digital to people, ovvero sulla trasformazione digitale dei processi aziendali e l’innovazione degli strumenti nell’area delle risorse umane e dell’organizzazione. Presenti all’inaugurazione, oltre all’amministratore delegato di Terna, Luigi Ferraris, anche il ministro dell’Innovazione Paola Pisano e il consigliere delegato all’Informatizzazione e all’Agenda digitale della Città Metropolitana di Napoli, Rosario Ragosta. «È il nostro secondo Innovation hub», ha affermato Ferraris che ne ha già inaugurato un altro a Torino, «fa parte della strategia di portare l’innovazione sul territorio e favorire un collegamento più stretto tra la nostra azienda, le università, le startup locali».

IN CAMPANIA 536 MILIONI DI INVESTIMENTI IN 5 ANNI

« L’Innovation Hub di Napoli è la conferma dell’importanza di questa città e della regione », ha evidenziato Ferraris, « nella strategia di Terna che prevede nei prossimi cinque anni investimenti sulla rete elettrica campana per oltre 536 milioni di euro ». La società che gestisce la rete nazionale ha inoltre lanciato un nuovo concorso che ha l’obiettivo di coinvolgere professionisti locali nella progettazione di stazioni elettriche integrate nel territorio. Si parte proprio dalla Campania, dove a Capri Terna ha già realizzato una stazione unica nel suo genere, progettata in armonia con l’ambiente nel quale si inserisce.

GIÀ 6 STARTUP SELEZIONATE PER PROGETTI DIGITAL

L’Innovation Hub di Napoli fa parte del percorso di innovazione e digitalizzazione per il quale Terna intende investire circa 700 milioni di euro nei prossimi 5 anni a livello nazionale.  «È importantissimo», ha detto nel suo intervento il ministro Pisano, «dare il giusto ruolo all’innovazione e alla trasformazione del Paese. L’innovazione deve essere una misura strutturale, perché può incidere sull’aumento dei posti di lavoro e la competitività. Il ministero segue con attenzione le attività che si faranno all’interno del centro Terna di Napoli, con una forte attenzione a formazione, tecnologie usate, all’open innovation, per aumentare il numero di startup. Il pubblico deve diventare un attore principale nella partnership con le grosse aziende». Dopo Torino e Napoli, il piano proseguirà presto in altre città italiane. Intanto sono 6 le prime sturtup selezionate che nella città campana svilupperanno progetti di digital safety e di digital human resources: dai processi per rendere più efficiente la manutenzione degli asset, alla realizzazione di app che ricostruiscono virtualmente operazioni sul campo da utilizzare per formare il personale, alla realizzazione di una piattaforma di raccolta delle necessità formative per progettare percorsi di training personalizzato e di coaching digitale.

IL PROGETTO PUNTA A FAVORIRE LA TRANSIZIONE ENERGETICA

L’obiettivo, in uno scenario energetico sempre più complesso, è sviluppare prototipi di idee innovative focalizzate sui nuovi trend tecnologici: «Siamo orgogliosi di proseguire questo percorso di innovazione che ha l’obiettivo di creare sinergie tra le persone e le professionalità di Terna e le eccellenze del territorio per sviluppare idee e percorsi innovativi a beneficio di una rete elettrica sempre più moderna, efficiente, flessibile e sostenibile in grado di favorire la transizione energetica in atto», ha detto ancora l’ad di Terna. Con questi progetti l’azienda punta a favorire la cultura dell’innovazione, la creazione di future professionalità di eccellenza e lo sviluppo di soluzioni industriali che possano avere implementazione su più larga scala.

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Terna, inaugurato a Napoli il nuovo hub per l’innovazione

É il primo del Sud Italia. Sarà focalizzato su trasformazione digitale di processi aziendali, gestione delle risorse umane e processi organizzativi. Il progetto fa parte del percorso di innovazione e digitalizzazione per il quale Terna investirà circa 700 milioni di euro nei prossimi 5 anni.

Diventare un laboratorio di idee innovative al servizio della rete elettrica. È il futuro immaginato da Terna per il suo nuovo Innovation Hub, presentato lo scorso 7 novembre nella sede di Napoli. Il polo della capitale partenopea è il primo nel Sud Italia: sarà focalizzato sul digital to people, ovvero sulla trasformazione digitale dei processi aziendali e l’innovazione degli strumenti nell’area delle risorse umane e dell’organizzazione. Presenti all’inaugurazione, oltre all’amministratore delegato di Terna, Luigi Ferraris, anche il ministro dell’Innovazione Paola Pisano e il consigliere delegato all’Informatizzazione e all’Agenda digitale della Città Metropolitana di Napoli, Rosario Ragosta. «È il nostro secondo Innovation hub», ha affermato Ferraris che ne ha già inaugurato un altro a Torino, «fa parte della strategia di portare l’innovazione sul territorio e favorire un collegamento più stretto tra la nostra azienda, le università, le startup locali».

IN CAMPANIA 536 MILIONI DI INVESTIMENTI IN 5 ANNI

« L’Innovation Hub di Napoli è la conferma dell’importanza di questa città e della regione », ha evidenziato Ferraris, « nella strategia di Terna che prevede nei prossimi cinque anni investimenti sulla rete elettrica campana per oltre 536 milioni di euro ». La società che gestisce la rete nazionale ha inoltre lanciato un nuovo concorso che ha l’obiettivo di coinvolgere professionisti locali nella progettazione di stazioni elettriche integrate nel territorio. Si parte proprio dalla Campania, dove a Capri Terna ha già realizzato una stazione unica nel suo genere, progettata in armonia con l’ambiente nel quale si inserisce.

GIÀ 6 STARTUP SELEZIONATE PER PROGETTI DIGITAL

L’Innovation Hub di Napoli fa parte del percorso di innovazione e digitalizzazione per il quale Terna intende investire circa 700 milioni di euro nei prossimi 5 anni a livello nazionale.  «È importantissimo», ha detto nel suo intervento il ministro Pisano, «dare il giusto ruolo all’innovazione e alla trasformazione del Paese. L’innovazione deve essere una misura strutturale, perché può incidere sull’aumento dei posti di lavoro e la competitività. Il ministero segue con attenzione le attività che si faranno all’interno del centro Terna di Napoli, con una forte attenzione a formazione, tecnologie usate, all’open innovation, per aumentare il numero di startup. Il pubblico deve diventare un attore principale nella partnership con le grosse aziende». Dopo Torino e Napoli, il piano proseguirà presto in altre città italiane. Intanto sono 6 le prime sturtup selezionate che nella città campana svilupperanno progetti di digital safety e di digital human resources: dai processi per rendere più efficiente la manutenzione degli asset, alla realizzazione di app che ricostruiscono virtualmente operazioni sul campo da utilizzare per formare il personale, alla realizzazione di una piattaforma di raccolta delle necessità formative per progettare percorsi di training personalizzato e di coaching digitale.

IL PROGETTO PUNTA A FAVORIRE LA TRANSIZIONE ENERGETICA

L’obiettivo, in uno scenario energetico sempre più complesso, è sviluppare prototipi di idee innovative focalizzate sui nuovi trend tecnologici: «Siamo orgogliosi di proseguire questo percorso di innovazione che ha l’obiettivo di creare sinergie tra le persone e le professionalità di Terna e le eccellenze del territorio per sviluppare idee e percorsi innovativi a beneficio di una rete elettrica sempre più moderna, efficiente, flessibile e sostenibile in grado di favorire la transizione energetica in atto», ha detto ancora l’ad di Terna. Con questi progetti l’azienda punta a favorire la cultura dell’innovazione, la creazione di future professionalità di eccellenza e lo sviluppo di soluzioni industriali che possano avere implementazione su più larga scala.

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L’intervento di Sergio Mattarella in difesa di Liliana Segre

Il presidente della Repubblica inaugurando l'anno dell'università Campus Biomedico ha citato le parole d'odio contro la senatrice a vita esprimendo la sua vicinanza: «La solidarietà deve contrastare intolleranza e odio».

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è intervenuto direttamente nella complicata vicenda della scorta data a Liliana Segre. In particolare il capo dello Stato ha espresso il suo appoggio alla senatrice a vita, invitanto tutti ad agire: «La solidarietà, la convivenza, il senso di responsabilità devono contrastare l’intolleranza, l’odio, la contrapposizione».

Mattarella ha preso la parola al termine della cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico dell’università Campus Biomedico, in occasione «del 25esimo anno di questa straordinaria avventura scientifica e didattica». Il presidente della Repubblica ha invitato a pensare al futuro rifacendosi a quello che potrebbe desiderare un bambino e quindi «desiderare una vita serena, la convivenza la vicinanza con gli altri, contro l’arroccamento egoistico».

LEGGI ANCHE: I dati allarmanti sull’antisemitismo che cresce nel mondo

La contrapposizione tra «solidarietà» da una parte e «intolleranza, odio» dall’altra, non è «una alternativa retorica. Quando una bimba di colore non viene fatta sedere sull’autobus o quando una donna come Liliana Segre ha bisogno di una scorta, si capisce che questi non sono interrogativi astratti o retorici».

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La fretta di Mustier e i pentimenti grillini

Ha destato qualche perplessità la celerità con cui il Ceo di Unicredit ha venduto la quota in Mediobanca. Anche perché la scalata di Del Vecchio avrebbe fatto aumentare il prezzo delle azioni. Mentre in casa grillina, Buffagni si mangia le mani per l'endorsement a Luicia Morselli.

La celerità con cui l’ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier, sta vendendo di tutto negli ultimi mesi forse sta diventando una cattiva consigliera. Il banchiere francese ha da tempo avviato una raffica di dismissioni che stanno restringendo progressivamente il perimetro del gruppo: prima la polacca Pekao, poi Pioneer, la banca ucraina Ukrsotsban, gli immobili, l’impianto eolico di Ocean Breeze in Germania. Oltre all’aumento di capitale da 13 miliardi definito all’inizio del 2017. Poi la gallina dalle uova d’oro Fineco e ora la storica quota posseduta in Mediobanca.

PERCHÉ ACCELERARE LA VENDITA DELLA QUOTA IN MEDIOBANCA?

Al netto della girandola di retroscena sulla battaglia che si giocherà in quel che resta del salotto di Cuccia, nelle sale operative si chiedono: perché Unicredit ha fatto partire mercoledì sera l’accelerated bookbuilding riservato a investitori istituzionali (stessa modalità, per altro, della cessione di Fineco) sull’8,4% della banca di Nagel? Dall’operazione l’istituto di piazza Gae Aulenti ha incassato 785 milioni, con un effetto neutro sul Cet1 e una plusvalenza di circa 50 milioni. Certo, la mossa è stata fatta in un particolare momento di mercato, favorevole alle quotazioni del titolo Mediobanca asceso ai massimi dal 2008 con un rialzo da inizio anno di oltre il 46%. Unicredit aveva in carico la partecipazione a 9,89 euro e ha fatto il collocamento a 10,53 euro per azione, con uno sconto del 2,3% rispetto alla chiusura di fine seduta di giovedì (10,78 euro). 

LE AZIONI SONO DESTINATE AD AUMENTARE ANCORA

Ma se Leonardo Del Vecchio, che pare aver già rastrellato un altro 2,5% arrivando a ridosso del 10% di Mediobanca, riceverà l’autorizzazione della Bce a comprare ancora fino al 20%, il valore delle azioni in Piazzetta è destinato ad aumentare ancora.

LEGGI ANCHE: Unicredit, il tramonto della zarina Louise (e di Elkette)

Non solo. I broker di Kepler Cheuvreux, in un lungo report diffuso a metà ottobre, avevano escluso la cessione del pacchetto Mediobanca prima del 22 novembre, ovvero dopo il nutrito stacco di dividendo, 36 milioni di euro «cui Unicredit  non rinuncerà. Con uno yield del 4,7%, che corrisponde a un payout del 50%, ma che Piazzetta Cuccia può alzare al 60% con il prossimo piano industriale, la cui presentazione è prevista per il 12 novembre», scriveva Kepler. Non facendo i conti con la fretta di Mustier. La stessa che l’ad di Unicredit aveva avuto nel liberarsi di Fineco.

L’ad di Unicredit Jean Pierre Mustier.

Quando ha venduto l’ultimo pacchetto della ormai ex controllata, sollevando perplessità da parte degli analisti, Mustier si è giustificato dichiarando che il valore era ai massimi e che la plusvalenza incassata con la vendita del 17% della società guida da Alessandro Foti corrispondeva a 17 anni di dividendi. Ma proprio giovedì Fineco ha svelato al mercato una trimestrale con numeri ancora in crescita: +10,8%  dell’utile netto dei nove mesi a 198,1 milioni e 489 milioni di ricavi (+5,2% anno su anno).  E nell’ultimo mese il titolo in Borsa ha guadagnato quasi il 14%.

LUCIA MORSELLI E I PENTIMENTI DEL M5S

«Una manager dura, diretta, che ha eseguito con metodi discutibili il mandato che le era stato dato dalla casa madre ThyssenKrupp», ma anche «un’interlocutrice preparata e di livello», dicono di Lucia Morselli sindacalisti e dipendenti della Ast di Terni dove l’attuale ad di ArcelorMittal Italia ha ricoperto lo stesso ruolo dal luglio 2014 al marzo 2016, in concomitanza con la difficile vertenza che portò a circa 300 esuberi volontari dall’azienda. Eppure, dicono nelle stanze dei palazzi romani, il viceministro dello Sviluppo economico, Stefano Buffagni (in quota cinque stelle), si starebbe mangiando le mani per averla sponsorizzata.

Stefano Buffagni, viceministro M5s al Mise.

Nei mesi scorsi l’aveva addirittura spinta verso una poltrona nel consiglio di amministrazione di StMicroelectronics (carica da oltre 100 mila euro l’anno, si dice) al posto di Claudia Bugno, già nello staff dell’ex ministro dell’Economia, Giovanni Tria. D’altra parte Morselli è anche «co-programme leader del corso di laurea magistrale in Gestione Aziendale – Business Management» della Link Campus University di Vincenzo Scotti, fucina dell’establishment grillino.  

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La fretta di Mustier e i pentimenti grillini

Ha destato qualche perplessità la celerità con cui il Ceo di Unicredit ha venduto la quota in Mediobanca. Anche perché la scalata di Del Vecchio avrebbe fatto aumentare il prezzo delle azioni. Mentre in casa grillina, Buffagni si mangia le mani per l'endorsement a Luicia Morselli.

La celerità con cui l’ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier, sta vendendo di tutto negli ultimi mesi forse sta diventando una cattiva consigliera. Il banchiere francese ha da tempo avviato una raffica di dismissioni che stanno restringendo progressivamente il perimetro del gruppo: prima la polacca Pekao, poi Pioneer, la banca ucraina Ukrsotsban, gli immobili, l’impianto eolico di Ocean Breeze in Germania. Oltre all’aumento di capitale da 13 miliardi definito all’inizio del 2017. Poi la gallina dalle uova d’oro Fineco e ora la storica quota posseduta in Mediobanca.

PERCHÉ ACCELERARE LA VENDITA DELLA QUOTA IN MEDIOBANCA?

Al netto della girandola di retroscena sulla battaglia che si giocherà in quel che resta del salotto di Cuccia, nelle sale operative si chiedono: perché Unicredit ha fatto partire mercoledì sera l’accelerated bookbuilding riservato a investitori istituzionali (stessa modalità, per altro, della cessione di Fineco) sull’8,4% della banca di Nagel? Dall’operazione l’istituto di piazza Gae Aulenti ha incassato 785 milioni, con un effetto neutro sul Cet1 e una plusvalenza di circa 50 milioni. Certo, la mossa è stata fatta in un particolare momento di mercato, favorevole alle quotazioni del titolo Mediobanca asceso ai massimi dal 2008 con un rialzo da inizio anno di oltre il 46%. Unicredit aveva in carico la partecipazione a 9,89 euro e ha fatto il collocamento a 10,53 euro per azione, con uno sconto del 2,3% rispetto alla chiusura di fine seduta di giovedì (10,78 euro). 

LE AZIONI SONO DESTINATE AD AUMENTARE ANCORA

Ma se Leonardo Del Vecchio, che pare aver già rastrellato un altro 2,5% arrivando a ridosso del 10% di Mediobanca, riceverà l’autorizzazione della Bce a comprare ancora fino al 20%, il valore delle azioni in Piazzetta è destinato ad aumentare ancora.

LEGGI ANCHE: Unicredit, il tramonto della zarina Louise (e di Elkette)

Non solo. I broker di Kepler Cheuvreux, in un lungo report diffuso a metà ottobre, avevano escluso la cessione del pacchetto Mediobanca prima del 22 novembre, ovvero dopo il nutrito stacco di dividendo, 36 milioni di euro «cui Unicredit  non rinuncerà. Con uno yield del 4,7%, che corrisponde a un payout del 50%, ma che Piazzetta Cuccia può alzare al 60% con il prossimo piano industriale, la cui presentazione è prevista per il 12 novembre», scriveva Kepler. Non facendo i conti con la fretta di Mustier. La stessa che l’ad di Unicredit aveva avuto nel liberarsi di Fineco.

L’ad di Unicredit Jean Pierre Mustier.

Quando ha venduto l’ultimo pacchetto della ormai ex controllata, sollevando perplessità da parte degli analisti, Mustier si è giustificato dichiarando che il valore era ai massimi e che la plusvalenza incassata con la vendita del 17% della società guida da Alessandro Foti corrispondeva a 17 anni di dividendi. Ma proprio giovedì Fineco ha svelato al mercato una trimestrale con numeri ancora in crescita: +10,8%  dell’utile netto dei nove mesi a 198,1 milioni e 489 milioni di ricavi (+5,2% anno su anno).  E nell’ultimo mese il titolo in Borsa ha guadagnato quasi il 14%.

LUCIA MORSELLI E I PENTIMENTI DEL M5S

«Una manager dura, diretta, che ha eseguito con metodi discutibili il mandato che le era stato dato dalla casa madre ThyssenKrupp», ma anche «un’interlocutrice preparata e di livello», dicono di Lucia Morselli sindacalisti e dipendenti della Ast di Terni dove l’attuale ad di ArcelorMittal Italia ha ricoperto lo stesso ruolo dal luglio 2014 al marzo 2016, in concomitanza con la difficile vertenza che portò a circa 300 esuberi volontari dall’azienda. Eppure, dicono nelle stanze dei palazzi romani, il viceministro dello Sviluppo economico, Stefano Buffagni (in quota cinque stelle), si starebbe mangiando le mani per averla sponsorizzata.

Stefano Buffagni, viceministro M5s al Mise.

Nei mesi scorsi l’aveva addirittura spinta verso una poltrona nel consiglio di amministrazione di StMicroelectronics (carica da oltre 100 mila euro l’anno, si dice) al posto di Claudia Bugno, già nello staff dell’ex ministro dell’Economia, Giovanni Tria. D’altra parte Morselli è anche «co-programme leader del corso di laurea magistrale in Gestione Aziendale – Business Management» della Link Campus University di Vincenzo Scotti, fucina dell’establishment grillino.  

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Sciopero all’ex Ilva: si fermano tutti gli stabilimenti

Dalle 7 di questa mattina i lavoratori incrociano le braccia: «Inaccettabile il disimpegno di ArcelorMittal e il piano di esuberi, il governo non deve fornire alibi». Assemblea anche a Genova.

È in corso dalle 7 di questa mattina lo sciopero di 24 ore indetto da Fim, Fiom e Uilm nello stabilimento siderurgico di Taranto e negli altri siti del Gruppo ArcelorMittal. Decine di lavoratori dell’appalto sono in presidio nei pressi della portineria imprese. Presenti anche lavoratori diretti e rappresentanti sindacali. I metalmeccanici chiedono «all’azienda l’immediato ritiro della procedura di retrocessione dei rami d’azienda e al governo di non concedere nessun alibi alla stessa per disimpegnarsi, ripristinando tutte le condizioni in cui si è firmato l’accordo del 6 settembre 2018 che garantirebbe la possibilità di portare a termine il piano Ambientale nelle scadenze previste». Fim, Fiom e Uilm sostengono che «la multinazionale ha posto delle condizioni provocatorie e inaccettabili e le più gravi riguardano la modifica del Piano ambientale, il ridimensionamento produttivo a quattro milioni di tonnellate e la richiesta di licenziamento di 5 mila lavoratori, oltre alla messa in discussione del ritorno a lavoro dei 2 mila attualmente in Amministrazione straordinaria».

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Predappio nega i fondi per la visita ad Auschwitz

No del Comune ai contributi per due studenti: Per il sindaco Canali (centrodestra), l'iniziativa "Treno della Memoria" è di parte.

Il Comune di Predappio ha negato il contributo alla partecipazione di due studenti della scuola superiore al progetto ‘Promemoria Auschwitz – Treno della Memoria‘. Lo ha reso noto l’associazione Generazioni in Comune, che coprirà i 370 euro necessari per il viaggio. «Non siamo contrari al Treno della Memoria», ha spiegato all’Ansa il sindaco di Predappio Roberto Canali, ma «questi treni vanno solo da una parte e noi non intendiamo collaborare con chi si dimentica di tutto il resto».

«Sono due gli studenti predappiesi che hanno aderito volontariamente al progetto. Una quota è stata messa a disposizione da Anpi Forlì-Cesena e l’altra avrebbe dovuto coprirla l’amministrazione», spiega l’associazione Generazioni in Comune a proposito dell’episodio di cui dà conto l’edizione odierna del Resto del Carlino. Canali, eletto sindaco a maggio nel paese natale di Benito Mussolini con una lista di centrodestra che ha strappato alla sinistra un suo storico feudo, ha chiarito: «Tutti i nostri giovani dovrebbero conoscere la storia e quello che è successo nei campi di sterminio nazisti, come Auschwitz».

Per ‘Generazioni in comune’ è una scelta «preoccupante». Predappio è una «città che più delle altre dovrebbe sentire forte il dovere di impegnarsi per tenere viva la memoria, non abbia ritenuto importante dare questo segnale: ci auguriamo che possa ripensarci, altrimenti sarebbe un atto molto grave». Ma all’ipotesi di un ripensamento il sindaco ha replicato netto: «Assolutamente no». «Quando questi treni faranno sosta anche di fronte ai gulag», ha detto, «ci ripenseremo, perché vorrà dire che la correttezza della memoria è a 360 gradi».

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FdI mette alla gogna gli stranieri nelle case popolari bolognesi

In un video il deputato Galeazzo Bignami fa nomi e cognomi: «Ci diranno che stiamo violando la privacy ma non ce ne frega assolutamente nulla».

Un video in cui si fanno nomi e cognomi di persone di origine straniera che abitano nelle case popolari a Bologna. L’iniziativa choc porta la firma del deputato Galeazzo Bignami, ex membro di Forza Italia da poco passato a Fratelli d’Italia, che ha effettuato un ‘blitz’ nel quartiere Bolognina del capoluogo emiliano in diretta Facebook insieme a Marco Lisei, consigliere comunale ex Fi e ora anch’egli entrato nel partito di Giorgia Meloni. L’episodio, di cui ha dato conto l’8 novembre l’edizione bolognese di Repubblica, risale a qualche giorno fa.

FDI PARLA DI «DISCRIMINAZIONE» AI DANNI DEGLI ITALIANI

Scopo del video, sostengono gli esponenti di Fratelli d’Italia, è quello di mostrare, raccogliendo «segnalazioni dei cittadini», che i criteri di assegnazione degli alloggi favoriscono i cittadini stranieri. I due parlano di «discriminazione» ai danni degli italiani. Bignami e Lisei, in particolare, si scagliano contro i criteri di assegnazione degli alloggi Erp di via Albani. «Il 59% delle assegnazioni delle case popolari vanno a cittadini stranieri», sostengono nel filmato. Mentre parlano, i due si aggirano tra i caseggiati appena ristrutturati e la videocamera inquadra chiaramente nomi e cognomi degli assegnatari degli alloggi sui campanelli delle case.

Se stai in un alloggio popolare e c’è il tuo nome sul campanello bisogna che ti metta nell’ottica che poi qualcuno può andare a vedere

Galeazzo Bignami, Fratelli d’Italia

Quanto alla riservatezza, «ci diranno che stiamo violando la privacy», dice Bignami, «ma non ce ne frega assolutamente nulla, perché se stai in un alloggio popolare e c’è il tuo nome sul campanello bisogna che ti metta nell’ottica che poi qualcuno può andare a vedere». Durissimo il commento del dem Claudio Mazzanti: «Filmare i nomi degli stranieri che hanno legittimamente ricevuto dal Comune una casa rischia di diventare un incitamento all’odio razziale verso queste famiglie».

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La polemica sulla Lega e i 300 mila euro in bond ArcelorMittal

Il M5s all'attacco per i presunti investimenti del Carroccio nel colosso indo-francese. Di Maio: «Ora ho capito perché il partito di Salvini si schierava con l'azienda». Ma la notizia è uscita in aprile, quando i due erano alleati.

La vicenda ex Ilva-Arcelor Mittal prende un nuovo risvolto tutto politico che potrebbe gettare altre ombre sui conti della Lega. A far scoppiare la polemica è stato il viceministro M5s al Mise Stefano Buffagni.

«La Lega», ha sostenuto, «ha investito 300 mila euro in bond di ArcelorMittal. Mi auguro pensi a difendere gli italiani e non le multinazionali».

L’INCHIESTA SUI SOLDI DELLA LEGA

Buffagni fa riferimento a una notizia pubblicata sull’Espresso da Giovanni Tizian e Stefano Vergine ad aprile. Secondo i due giornalisti, la Lega avrebbe investito in titoli negli anni scorsi 1.200.000 euro. Dei quali 300 mila euro in bond della multinazionale che aveva comprato Ilva e che ora si vuole ritirare.

Lega, dai diamanti ai bond di Arcelor Mittal

Dai diamanti in Tanzania ai bond di Arcelor Mittal. Salvini che si dice, a parole, contro l’Europa delle banche, dovrebbe spiegarci, perché il suo partito avrebbe investito, a scopo di lucro, 300 mila euro in obbligazioni dell’azienda franco-indiana che ha acquistato l’Ilva e che ora minaccia di recedere, unilateralmente, dal contratto firmato con lo Stato. Infatti, quella stessa Lega, a parole sovranista, che chiede di reintrodurre l’immunità penale per Arcelor Mittal, secondo diversi organi di stampa, avrebbe investito 300 mila euro proprio in un bond corporate di Arcelor Mittal. Cioè dice di essere dalla parte dei cittadini, dei lavoratori, contro i poteri forti, ma investe soldi in obbligazioni di multinazionali straniere. Da “prima gli italiani!” a “prima i franco-indiani”, in questo caso. A parole fa finta di combattere l’Europa “serva di banche e multinazionali", salvo poi schierarsi sempre dalla parte di quest’ultime. È forse per questo che la Lega, invece di prendersela con la multinazionale franco-indiana, e difendere i lavoratori come sta facendo l’esecutivo, si è scagliata contro il Governo? Salvini scappa e non risponde, come sempre, come ieri mattina, a precisa domanda, dice di chiedere all’amministratore della Lega su questi investimenti. Quindi investono a sua insaputa i soldi del partito? È chiaro, quindi, il motivo per cui l'ex sottosegretario leghista al Mise, Edoardo Rixi, dimessosi per lo scandalo delle spese pazze in Liguria, si spendesse così tanto per Arcelor. Ed è curioso che Arcelor, a luglio del 2018, assunse come capo comunicazione proprio l'ex portavoce di un leghista d'annata, Roberto Maroni. Insomma fra l'azienda franco-indiana e la Lega ci sono molti rapporti e molti contatti. E chissà cosa avrà detto loro Salvini, da vicepremier, quando ha incontrato i vertici di Arcelor Mittal. Forse si è passati da prima i lavoratori a prima gli investimenti, quelli del partito verde.Ma la domanda è: ritenete normale che la Lega, come emerge dalle inchieste, investa soldi pubblici (ricordate i famosi 49 milioni di rimborsi elettorali con i quali acquistarono diamanti in Tanzania), non solo su obbligazioni Arcelor Mittal, ma anche su alcune delle più famose banche e multinazionali, come l’americana General Electric, la spagnola Gas Natural, le italiane Mediobanca, Enel, Telecom e Intesa Sanpaolo? Non c’è un macroscopico conflitto d’interessi se parliamo di un partito che è in Parlamento e che dovrebbe tutelare gli interessi degli italiani?

Posted by MoVimento 5 Stelle on Thursday, November 7, 2019

Secondo i due, autori anche de Il libro nero della Lega,  «sia sotto la gestione di Roberto Maroni, sia in seguito sotto quella di Salvini, parecchi milioni sono stati investiti illegalmente. Una legge del 2012 vieta infatti ai partiti politici di scommettere i propri denari su strumenti finanziari diversi dai titoli di Stato dei Paesi dell’Unione europea. Il partito che si batte contro «l’Europa serva di banche e multinazionali» (copyright di Salvini) ha cercato di guadagnare soldi comprando le obbligazioni di alcune delle più famose banche e multinazionali».

IL M5S ALL’ATTACCO

Il M5s, che quando queste notizie sono uscite era alleato della Lega, ha deciso ora di attaccare il Carroccio a testa bassa. «Ogni volta che io provavo a essere duro, la Lega si schierava con Arcelor. Ora ho capito perché: hanno investito in Arcelor e stanno battagliando ancora per la multinazionale e non per i lavoratori. Abbiamo smascherato il finto sovranismo. Abbiamo gli unici sovranisti al mondo che perorano le battaglie delle multinazionali anziché i cittadini e i lavoratori», ha detto venerdì il ministro degli Esteri e capo del M5s, Luigi Di Maio.

«NON C’È UN MACRO CONFLITTO D’INTERESSI»

Un’accusa rimbalzata anche sui social del Movimento e richiamata dai parlamentari pentastellati. «Perché la Lega di Salvini ha investito 300 mila euro in obbligazioni di Arcelor Mittal? Salvini, come al solito, piuttosto che rispondere preferisce scappare. Eppure, secondo diversi organi di stampa, il suo partito avrebbe investito soldi pubblici, cioè soldi di tutti i cittadini, non solo su obbligazioni Arcelor Mittal, ma anche su alcune delle più famose banche e multinazionali mondiali (…) Ma viene da chiedersi: non c’è forse un macroscopico conflitto d’interessi per un partito che è in parlamento e che dovrebbe tutelare gli interessi degli italiani?», si legge in una nota dei portavoce del MoVimento 5 Stelle in commissione Attività produttive alla Camera.

LA REPLICA DI SALVINI: «NON ABBIAMO BOND»

«Io querelo poco e niente, ma oggi un po’ di gente la querelo, visto che dicono che abbiamo azioni o bond di Arcelor Mittal: roba assolutamente fantasiosa», ha replicato Salvini, incontrando la stampa a Firenze. A onor del vero, nessuno ha detto che la Lega ha in portafogli attualmente le obbligazioni, ma che le ha avute.

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Anche la finanza può venire travolta dal climate change

Uno studio dimostra che i cambiamenti climatici influiscono negativamente sui bilanci delle istituzioni finanziarie, a partire dalle banche. Che spesso non calcolano correttamente i rischi correlati agli investimenti che fanno.

Avete mai chiesto, e ne avreste diritto, alla vostra banca: «Ma a chi presti i miei risparmi? Dove vanno a finire i soldi che io deposito presso di te?».

Provate a farla perché se il vostro istituto di credito finanzia aziende che svolgono attività inquinanti potrebbero essere a rischio i vostri risparmi.

Lo tsunami che si sta abbattendo sul mondo della finanza è molto meno metaforico di quel che si pensa.

L’ALLARME DI NATURE CLIMATE CHANGE

Secondo uno studio pubblicato su Nature climate change da quattro ricercatori italiani che lavorano presso il Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc), l’Rff-Cmcc european institute on economics, la Scuola superiore sant’Anna, l’Università Bocconi e il Politecnico di Milano, il rischio climatico influisce negativamente sui bilanci delle istituzioni finanziarie e, pertanto, può essere rilevante per la stabilità finanziaria, in particolare se il mondo della finanza non calcola correttamente i rischi correlati.

I danni alle infrastrutture causati da eventi catastrofici come frane e alluvioni e il calo di produttività delle imprese potrebbero far impennare i fallimenti delle banche

In altri termini i cambiamenti climatici rischiano di minare la stabilità del sistema finanziario su scala globale. Vi starete chiedendo: ma in che modo i rischi fisici di catastrofi ambientali da economici, sociali e poi geopolitici possono diventare finanziari? Partiamo dalla base: le imprese devono ripensare il loro modo di fare business e orientare le loro azioni verso un’economia a basse emissioni di gas (in particolare il carbonio) che sono estremamente dannosi per l’intero ecosistema.

Ma ciò risulta una sfida tutt’altro che semplice perché richiede investimenti che il sistema finanziario, per la crisi strutturale che attraversa e per la cecità del proprio management, non è in grado di sostenere. Di conseguenza i danni alle infrastrutture causati da eventi catastrofici come frane e alluvioni e il calo di produttività delle imprese potrebbero far impennare i fallimenti delle banche (da +26% fino a +248%), mentre il salvataggio di quelle insolventi costerebbe ai governi circa il 5-15% del Pil all’anno, con un’esplosione del debito pubblico che potrebbe arrivare a raddoppiare nel 2100.

TRA LE BANCHE ITALIANE QUASI NESSUNO VALUTA IL RISCHIO AMBIENTALE

Ma cosa stanno facendo le banche, soprattutto del nostro Paese, per salvaguardarsi da un rischio di perdite che tra qualche decennio possono diventare non assicurabili? Quali strategie (!!!) stanno producendo per ridurre l’esposizione nei confronti delle imprese ad alta intensità di carbonio? Nulla o quasi. In base alla mia esperienza diretta sul mercato italiano, al momento nel nostro Paese una sola banca, tralaltro di piccole dimensioni (Banca popolare etica), sta investendo in tal senso concretamente e non con protocolli ed elaborazioni di mission che servono solo a garantire una reputazione di facciata.

Le visioni strategiche delle banche solo concentrate sul breve periodo, all’insegna del “vediamo di tirare avanti ancora un po’”

In questa banca, per esempio, la valutazione del rischio creditizio nei confronti delle imprese e dei privati è effettuata anche da «valutatori sociali», che verificano tralaltro l’impatto ambientale del processo produttivo o commerciale dell’impresa nonché il rischio collegato all’erogazione di un mutuo per l’acquisto di un immobile in aree vulnerabili a inondazioni, incendi o uragani. Per il resto, visioni strategiche solo concentrate sul breve periodo, all’insegna del “vediamo di tirare avanti ancora un po’” .

E i regolatori finanziari, oltre alle necessarie analisi e studi effettuati al riguardo, che ruolo stanno avendo per sollecitare, se non imporre, strategie di mitigazione di tali rischi e adattamento veloce ad un contesto davvero preoccupante? Perché non obbligare (non suggerire) le banche ad adottare sistemi di credit rating che tengano conto di una valutazione ambientale di chi richiede un finanziamento? Forse solo perché, in tal modo, la loro fine sarebbe solo anticipata.

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Germania, la frattura tra Est e Ovest a 30 anni dal Muro

Berlino si è aperta. Rossa e solidale, attrae migliaia di alternativi. L’ex Ddr, però, è rimasta chiusa. E guarda all'ultradestra. Un bilancio per l’anniversario del 1989, oltre i festeggiamenti e la retorica.

Come per ogni grosso anniversario del 1989 le celebrazioni per la caduta del Muro popolano per più di una settimana Berlino. Installazioni e concerti davanti alla Porta di Brandeburgo, proiezioni in 3D ad Alexanderplatz, giochi di luce sulla Sprea e lungo i chilometri dei 28 anni di barriera, esposizioni e rievocazioni sulla Ddr disseminate in tutti i quartieri: il giubileo del 30ennale va in scena nella capitale dal 4 al 10 novembre 2019, alcune mostre si prolungano fino al 30ennale della riunificazione tedesca nel 2020. Viverlo dovrebbe essere un must per gli europei (anche dall’ex Germania Ovest) chiamati a comprendere la svolta («Wende») del 1989 che ha spostato a Est il cuore dell’Ue. Mentre per i tedeschi dell’ex Ddr la trasformazione dalla caduta del Muro è ancora una quotidianità. Incompiuta quanto combattuta, si scopre dalle testimonianze e dalle cronache dalle città delle Ddr che restano definite, nel bene e nel male, dall’eredità di un regime socialista.

LE LOTTE DELLA ROSSA BERLINO

A Berlino la rossa («povera ma sexy» agli occhi dell’ex sindaco storico post- Wende, Klaus Wowereit) resistono i valori anti-capitalisti e della solidarietà contro la spinta della gentrificazione e della speculazione. Il fenomeno è di aree centrali come Mitte o la multietnica Kreuzberg (l’ex settore Ovest del Checkpoint Charlie), piuttosto che delle estreme periferie, e contiene anche l’espandersi delle estreme destre. La metropoli che da 30 anni cambia visibilmente pelle vive male l’arrivo delle multinazionali e sfida i colossi privati immobiliari. «Google fuck off» è la scritta propagata a Kreuzberg alla notizia di un grande campus per start up della compagnia della Silicon Valley al posto di una vecchia centrale elettrica. Alla fine, diventata una Casa per l’impegno sociale con associazioni benefiche e piattaforme per raccogliere fondi per minori bisognosi. Scacciata dal popolo, alla fine del 2018 Google ha ridimensionato il progetto aprendo solo degli uffici in centro.

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Il murales del bacio tra Brezhnev e Honecker dell’artista russo Dmitri Vrubel, nell’East side gallery di Berlino, per le celebrazioni del 1989. GETTY.

ESPROPRIARE E NAZIONALIZZARE

Non lontano da Kreuzberg, sempre nell’ex settore Ovest, si è vinta la battaglia per sottrarre l’ex aeroporto di Tempelhof (quello del dirigibile Zeppelin e poi del ponte aereo americano) agli appetiti dei grandi costruttori. Grazie a un referendum del 2014, le piste sono conservate come parco pubblico e gli hangar, poco più di un anno dopo, hanno accolto una cospicua parte dell’ondata di profughi dai Balcani verso la capitale tedesca.

A Berlino il mercato del lavoro cresce del 13%, quasi doppio della media nazionale

Sarà più dura, ma da giugno 2019 un’altra petizione con oltre 77 mila firme (ne bastavano 20 mila) pende al Senato della città-Stato per ottenere con una consultazione popolare l’esproprio di centinaia di migliaia di appartamenti ai grandi fondi immobiliari. Poi per la loro nazionalizzazione in un’azienda comunale. Nel mirino dei residenti raccolti attorno a gruppi come Il referendum sugli affitti ed Espropriare Deutsche Wohnen c’è innanzitutto l’omonimo gigante privato intestatario di 112 mila abitazioni.

MENO AFFITTI, PIÙ LAVORO

Anche a Prenzlauer Berg delle ex comuni gentrificate si dimostra contro la bolla immobiliare che fa esplodere gli affitti raddoppiati in 10 anni. Per evitare un referendum bloccato dai ricorsi delle società immobiliari (entrambe le parti si appellano ad articoli della Costituzione, il 14 e il 15) l’Amministrazione tenta la strada del tetto ai canoni fino al 2025. Ma di per sé socialdemocratici (Spd), comunisti (Linke) e Verdi al governo a Berlino appoggiano la mobilitazione, in altri contesti rivoluzionaria. Si è sfilato a ottobre, sotto i preparativi per l’anniversario del 9 novembre 1989, allo slogan: «Prima un tetto, poi l’esproprio». Si manifesta regolarmente anche contro lo sgombero di locali alternativi da immobili occupati. Nella capitale a 30 anni dalla riunificazione il mercato del lavoro cresce il quasi doppio (13%, Prognos 2019) che della media nazionale (7%). Berlino è meno povera, ma per principio resta comunarda e anti-consumista.

Proiezioni delle proteste del 1989 sull’ex quartier generale della Stasi, a Berlino. GETTY.

L’EST RESTA CHIUSO E DIFFIDENTE

La metropoli tedesca diretta verso i 4 milioni di abitanti, libera dal Muro che spaccava l’Europa, è diventata un brillante modello di convivenza multietnica. Un’oasi di integrazione circondata da 12 milioni di ex cittadini dell’Est che – anche tra le nuove generazioni – spingono nella direzione opposta. La presa dei programmi autoritari delle estreme destre in Land come – si  è visto dalle Regionali del 2019 – la Turingia, la Sassonia e il Brandeburgo è il rovescio della medaglia del lascito del regime della Ddr all’interno del tessuto sociale.

Il numero di abitanti dell’ex Ddr resta ai livelli del 1905, complice lo spopolamento al crollo del regime

La chiusura verso l’esterno, in un territorio ancora pressoché estraneo all’immigrazione a differenza dell’Ovest, è il riflesso dal timore per gli stranieri dopo 40 anni di isolamento dall’Occidente. I tedeschi dei Land dell’Est – nonostante la costante, graduale crescita economica dal 1990 – restano i meno soddisfatti della qualità della vita e dei servizi, conferma anche l’Atlante del successo 2019 di Deutsche Post.

LA FRATTURA CON L’OCCIDENTE

Berlino attrae. Gli altri Land dell’Est no, e continuano a volgersi all’orbita dell’ex Urss da dove l’immigrazione non fa paura. Dai rilevamenti dell’Istituto di Ricerche Economiche di Dresda, dove il Comune ha dichiarato l’«emergenza nazismo», il numero di abitanti dell’ex Ddr resta ai livelli del 1905, complice lo spopolamento al crollo del regime. Gli attacchi di neonazi (omicidi e ferimenti politici, attentati, aggressioni agli stranieri) montano in tutta la Germania, ma nell’Est ancora di più. È mancato il decollo dal 1989 anche perché l’opinione pubblica risponde in maniera diversa dell’Ovest ai trend. Una delle cartine di tornasole è il fallito boom degli ambientalisti tra i 20enni – più richiamati dall’estrema destra di AfD. In controtendenza anche dalle ultime Amministrative a Berlino, dove migliaia di voti sono migrati ai Verdi dalla Linke e dalla Spd. Ma se la Berlino aperta e marxista guarda ancora a Rosa Luxemburg, l’altra ex Ddr preferisce la Russia sovranista di Vladimir Putin.

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Arrestato un sacerdote nel Casertano con l’accusa di pedofilia

In manette don Michele Mottola. Dopo le prime segnalazioni, sono state decisive le registrazioni col cellulare fatte dalla ragazzina.

Un sacerdote nel Casertano è stato arrestato con l’accusa abusi su una minore di 12 anni che frequentava la chiesa. L’arresto è stato eseguito dalla Polizia di Stato su ordine del Gip del Tribunale di Napoli Nord. A finire in manette è stato don Michele Mottola della parrocchia di Trentola Ducenta. Era stata la Diocesi di Aversa a inviare la prima segnalazione alla procura guidata da Francesco Greco sui presunti abusi commessi dal prete, che nel maggio scorso era stato sospeso dal servizio.

LE REGISTRAZIONI: «È SOLO UN GIOCO, NON FACCIAMO NIENTE DI MALE»

La ragazzina ha registrato con il telefonino gli incontri tenuti col sacerdote nella canonica della parrocchia, raccogliendo elementi rilevanti che hanno portato all’arresto dell’uomo. «Lasciami stare, non mi devi più toccare», è una delle frasi emblematiche che la piccola ha registrato mentre parlava con il prete; «è solo un gioco, non facciamo niente di male» sono le altre significative parole pronunciate invece dal sacerdote e finite nelle registrazioni consegnate dai genitori della bimba nel maggio scorso ai poliziotti del Commissariato di Aversa e fatte ascoltare alla diocesi, che ha subito sospeso don Michele dal servizio, informando la Procura di Napoli Nord. Nei confronti dell’uomo è stato avviato un processo canonico tuttora in corso.

DELLA VICENDA SI SONO OCCUPATE ANCHE LE IENE

Nel frattempo gli investigatori della Polizia di Stato guidati da Vincenzo Gallozzi hanno raccolto anche delle testimonianze. Il cerchio sulla ricostruzione della vicenda si è chiuso con l’incidente probatorio che ha messo la ragazzina e il sacerdote uno di fronte all’altro. La 12enne ha confermato che gli abusi andavano avanti da tempo, mentre don Michele si è difeso dicendo che la minore stava farneticando. Intanto i genitori della bimba si sono rivolti al programma tivù Le Iene perché la vicenda venisse fuori in tutta la sua drammaticità.

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