Emesse 13 ordinanze di misure cautelari dal Gip Mara Mattioli: in due finiscono agli arresti domiciliari per gli incidenti del 15 maggio scorso.
La Digos di Roma ha eseguito in queste ore 13 ordinanze di misure cautelari nei confronti di appartenenti al gruppo degli ultrà laziali “Irriducibili” per gli scontri avvenuti il 15 maggio scorso durante la finale di Coppa Italia. Tra questi ci sono anche i responsabili dell’incendio dell’auto della polizia di Roma Capitale.
IN DUE AGLI ARRESTI DOMICILIARI
Le 13 ordinanze sono state emesse dal Gip,Mara Mattioli, su richiesta del pm Eugenio Albamonte. In particolare, Abramo Ettore e Marotta Aniello, entrambi vicini al defunto Fabrizio Piscitelli, con un ruolo di rilievo all’interno del gruppo, verranno sottoposti agli arresti domiciliari, mentre altri 11 verranno sottoposti all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.
LA RICOSTRUZIONE DEGLI SCONTRI
Le misure cautelari scaturiscono dai fatti accaduti il 15 maggio, prima dell’inizio della finale di Coppa ItaliaLazio-Atalanta quando in piazza Ponte Milvio, angolo Largo Maresciallo Diaz, una pattuglia della polizia locale veniva aggredita, con bottiglie, bombe molotov, fumogeni, sedie di plastica e torce accese, da un gruppo di tifosi laziali mascherati. Nella circostanza, due tifosi, a volto coperto per non consentire il riconoscimento e agire impuntiti, poi identificati per Ettore Abramo e Aniello Marotta, si avvicinarono all’auto della polizia locale e, dopo avere infranto il vetro del lunotto posteriore, vi gettarono all’interno una torcia accesa che incendiava il veicolo. Quasi contemporaneamente, un altro gruppo di tifosi laziali aggredì altro personale della polizia locale in abiti civili, ferendone un dirigente. Nel frattempo, un nutrito gruppo di tifosi, tutti con il volto coperto per non farsi riconoscere, raggiunta via Dei Robilant iniziò a lanciare fumogeni, petardi, sassi e bottiglie all’indirizzo degli agenti del reparto Mobile, che si erano attestati alla fine della via.
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L'evoluzione da provocatore adolescenziale a lobbista internazionale e politico emergente fa della sua biografia un caso davvero unico. Per questo il giovane attivista di Hong Kong è tra i più temuti dal regime di Pechino.
Magro, quasi esile. A 23 anni ha sempre la stessa faccia da adolescente di quando ne aveva soltanto 15 e già era alla guida di un movimento politico senza precedenti. Lo sguardo però, quello si è indurito da allora.
Sarà stato il carcere, dove chi aveva paura di lui, il governo di Hong Kong, è riuscito a rinchiuderlo per un po’. Sarà perché ormai teme per la propria vita. I suoi occhi non hanno più quell’incoscienza di allora, quella degli inizi, dell’epoca della cosiddetta Rivolta degli ombrelli.
Joshua Wong, questo giovane uomo, dall’aspetto di eterno ragazzino, ha paura ormai. Perché a sua volta fa paura a un gigante mondiale che si chiama Cina.
IL BOICOTTAGGIO COSTANTE DI PECHINO
Wong, con quel suo aspetto sempre un po’ sparuto, vagamente etereo, ormai è considerato il nemico pubblico numero 1 del regime più potente del Pianeta, che è anche uno dei più repressivi. Tanto che una sua visita in Italia, annunciata per la fine del mese alla Feltrinelli di Milano, nei giorni scorsi aveva subito provocato una reazione durissima del portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, che si era lamentato formalmente con il nostro Paese affermando tra l’altro – senza mai nominarlo per nome – che «questa persona, invitata da parte italiana, è un attivista per l’indipendenza di Hong Kong, e noi ci opponiamo fermamente a ogni ingerenza straniera negli affari interni della Cina. Hong Kong è una questione interna cinese e fa parte della Cina!».
Non c’è dubbio, il timido Joshua fa paura: molta paura
Il 12 novembre al nostro ministero degli Esteri è arrivata la comunicazione ufficiale che il tribunale di Hong Kong ha negato a Wong – che tecnicamente si trova in «libertà su cauzione» accusato di «manifestazione non autorizzata» – il permesso di espatrio per venire in Europa. Qualche settimana fa aveva escluso la sua candidatura alle prossime elezioni distrettuali del 24 novembre.
La vetrina di una banca vandalizzata durante le proteste a Hong Kong (foto Epa/Jerome Favre).
Non c’è dubbio, il timido Joshua fa paura: molta paura. A settembre, invitato in Germania, una sua stretta di mano con il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, aveva scatenato l’ira dei cinesi, al punto che Pechino aveva subito convocato l’ambasciatore per protesta. La visita in Italia rischiava di causare più di qualche imbarazzo al governo italiano, specie a Luigi Di Maio, che a Shanghai, dove aveva incontrato di recente il presidente cinese Xi Jinping, si era esibito in una pilatesca dichiarazione, liquidando la questione di Hong Kong come problema «interno alla Cina, nel quale noi non vogliamo interferire».
LA CARRIERA DA DISSIDENTE COMINCIATA A 15 ANNI
Ma chi è Joshua Wong e perché riesce a fare tanta paura a Pechino? L’evoluzione da provocatore adolescenziale a lobbista internazionale e politico emergente fa della sua biografia un caso davvero unico. La lotta per il futuro di Hong Kong attraversa praticamente tutta la giovane vita di Joshua. Nato nell’ottobre del 1996, un anno prima che l’ex colonia britannica venisse restituita alla Cina attraverso un accordo che garantiva alla regione amministrativa speciale mezzo secolo di autonomia relativa, non ha potuto conoscere il dominio inglese e avrà cinquant’anni quando quel tempo finirà e Hong Kong entrerà in un’era imprevedibile.
La nostra guerra continuerà finché non avremodemocrazia rappresentativa e garanzie sulle libertà fondamentali a Hong Kong
Joshua Wong
Nessuno sa se, nel 2047, Hong Kong manterrà le sue libertà uniche o sarà obbligata a un più stretto allineamento con le regole estremamente restrittive delle libertà fondamentali in vigore nella madrepatria cinese. Le dimostrazioni di quest’anno sono l’ultimo atto di un malessere dalle radici remote: il malessere di una generazione che ha conosciuto il sapore della democrazia e non vuole – e non sa – più farne a meno. «Finché Xi Jinping, governerà la Cina, noi non vediamo nessuna soluzione», ha detto di recente Wong, «la nostra guerra continuerà finché non avremo democrazia rappresentativa e garanzie sulle libertà fondamentali a Hong Kong. Se necessario, andrà avanti all’infinito».
Joshua Wong (ANSA/AP Photo/Michael Sohn, File).
Nel 2011 Wong ha 15 anni, studia in un liceo cristiano e fonda insieme ad altri il movimento Scholarism per opporsi alla riforma dell’istruzione detta «Educazione Morale Nazionale». Secondo Joshua si tratta di un progetto di «lavaggio del cervello» per rendere inoffensive le nuove generazioni di Hong Kong inculcando negli studenti i valori del Partito comunista cinese e il rifiuto di un sistema democratico. Così lui e altri adolescenti cominciano a raccogliere firme per strada, varano campagne di protesta, usano i social, dove un post di Joshua ottiene centinaia di migliaia di like. Incontra C.Y. Leung, allora a capo del LegCo, il Legislative Council o “miniparlamento” di Hong Kong, sempre controllato da Pechino. Il movimento ottiene un primo importante risultato: la riforma scolastica viene ritirata. Ma è poca cosa, Joshua e i ragazzi di Hong Kong vogliono di più.
IL CARCERE NEL 2018 E LA NOMINA PER IL NOBEL PER LA PACE
Nel giro di due anni sarà sempre lui a guidare la più imponente protesta nella storia della città: Il Movimento degli Ombrelli, che scuote le fondamenta di Hong Kong. Il 29 settembre 2014, dopo un discorso incendiario pronunciato da Joshua la sera prima, un centinaio di studenti occupa la centralissima piazza dove si trova palazzo del governo, e subito scendono in strada migliaia di persone. La polizia usa lacrimogeni, gli studenti rispondono riparandosi dietro gli ombrelli. Bloccheranno il centro di Hong Kong per mesi.
Man mano che la sua fama e influenza crescevano all’estero, secondo molti osservatori la sua leadership in patria diminuiva
Joshua Wong viene arrestato e imprigionato con l’accusa di assemblea illegale, accusato da Pechino di essere un agente degli Stati Uniti e nominato per il premio Nobel per la pace nel 2018. L’anno prima Il filmmaker Joe Piscatella gli aveva dedicato un bellissimo documentario – disponibile su Netflix – Joshua: Teenager vs. Superpower, vincitore del World Cinema Audience Award al Sundance Festival. Da allora il destino e l’immagine di Wong hanno subito un curioso paradosso: man mano che la sua fama e influenza crescevano all’estero, secondo molti osservatori la sua leadership in patria diminuiva.
AD HONG KONG LA SPIRALE DI VIOLENZA AUMENTA
Gran parte del lavoro di Wong in questi ultimi mesi, del resto, si è rivolto verso un pubblico internazionale, nella speranza di ottenere dall’estero il sostegno necessario al movimento, per una svolta decisiva. Ma le notizie degli ultimi giorni, terribili, drammatiche, dicono che le speranze che ciò accada si affievoliscono ogni giorno di più mentre ormai la protesta si incancrenisce, alimentando una spirale di violenza che sembra senza via d’uscita.
Ormai Wong ha assunto il ruolo di una sorta di statista o portavoce internazionale del movimento
Antony Dapiran, scrittore di Hong Kong
Antony Dapiran, scrittore di Hong Kong che ha pubblicato per Penguin La Città della protesta, storia del dissenso a Hong Kong, dice: «Mentre durante le precedenti campagne Wong era stato visto da molti come un leader, questa volta non è stato visto in quel modo dai manifestanti sul campo. Ormai ha assunto il ruolo di una sorta di statista o portavoce internazionale del movimento». Un ruolo che evidentemente fa molta paura al gigante cinese, al punto da spingerlo fino alle dichiarazioni ufficiali contro di lui, alle proteste diplomatiche.
Un manifestante di Hong Kong dà fuoco a un cumulo di rifiuti.
Poco dopo essere stato rilasciato dal carcere e in procinto di partire per gli Stati Uniti e la Germania, rispondendo in fretta alle domande dei giornalisti, che insistevano perché concedesse più tempo, Wong ha risposto: «Non abbiamo più tempo. Siamo in emergenza, le banche e i negozi chiudono e le persone fanno provviste di cibo in casa. Ci sono file ai per ottenere denaro dai bancomat… Se La Cina non capisce che deve darci ascolto, che deve sedersi a un tavolo e dialogare con i cittadini di Hong Kong, finiremo tuti insieme nel baratro, noi e loro. Per questo lo slogan che urliamo nelle manifestazioni dice: “Se brucio io, bruci con me!”».
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RESPINTI IN COMMISSIONE FINANZA GLI EMENDAMENTI DI IV E FI
Un primo punto a suo favore lo ha giocato la Commissione Finanze della Camera, che ha giudicato inammissibili proprio gli emendamenti presentati da Italia viva e Forza Italia per reintrodurre lo scudo penale. In base a quanto si è appreso la motivazione sarebbe l’estraneità di materia. Gli emendamenti erano stati presentati al dl Fisco. Le forze politiche ora possono fare ricorso: l’esito dovrebbe arrivare in giornata. Sia l’emendamento di Fi che quello di Iv chiedevano la reintroduzione dell’esonero «da responsabilità penale e amministrativa per le condotte di attuazione del piano ambientale di Ilva».
CONTO ALLA ROVESCIA PER IL RICORSO DEI COMMISSARI
È scattato, intanto, il conto alla rovescia per il deposito del ricorso cautelare e d’urgenza da parte dei legali dei commissari dell’ex Ilva per sostenere la mancanza delle condizioni giuridiche per il recesso del contratto di affitto, preliminare all’acquisto, del polo siderurgico con base a Taranto, chiesto da Arcelor Mittal con l’atto di citazione depositato in tribunale a Milano. Gli avvocati dei commissari stanno infatti limando il ricorso che dovrebbe essere presentato tra il 14 e il 15 novembre. «Non ho cercato di piazzare l’Ilva ai cinesi perché credo ci sia ancora che ci sia un interlocutore che è Arcelor Mittal», ha detto Di Maioai microfoni di Radio 24, spiegando di non voler sentir parlare di «piano B sull’Ilva di Taranto».
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Al 2018 erano già stati spesi 5,5 miliardi di euro, ma l’insieme delle opere deliberate raggiungerebbe 8 miliardi. Doveva essere ultimato nel 2016, ma l'inaugurazione è slittata a fine 2021.
Mentre si contano i danni a Veneziail pensiero non può che andare subito al Mose, il colossale sistema di barriere mobili contro le acque alte che attende ancora di essere ultimato. E lascia intanto la Laguna in balia di catastrofi naturali come questa. Secondo il progetto originario – l’opera è stata pensata negli anni ’80, i lavori sono iniziati nel 2003 – il Mose doveva essere ultimato nel 2016. Problemi tecnici e giudiziari, in primis il commissariamento nel 2014 del consorzio che si occupava dei lavori, hanno fatto slittare l’inaugurazione a fine 2021.
Nel frattempo, il costo complessivo dell’opera è arrivato a quasi 6 miliardi di euro. Di questi, 5,493 milioni di euro sono già stati spesi, mentre altri 221 sono stati messi in conto dallo Stato. Se si considerano tutte le opere deliberate per la salvaguardia della Laguna, faceva sapere L’Espresso, la cifra complessiva raggiunge quota 8 miliardi. «Chiediamo al governo di partecipare», ha detto il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, «e di capire a che livello è l’organizzazione del Mose, perché qui si rischia veramente di non farcela più. Domani chiederemo lo stato di calamità. Adesso il Mose si capisce che serve».
«Purtroppo ci sarà un’altra alta marea, a spanne mezzo miliardo di danni. Il Mose è pronto ad entrare in azione ma servono 100 milioni per la manutenzione annua. Uscito da qui andrò al Senato per un emendamento alla manovra per trovare questi soldi», ha detto il leader della Lega, Matteo Salvini, a Mattino 5. In realtà l’opera non è affatto pronta a entrare in azione: il 31 ottobre è arrivato un nuovo stop alla fase di test delle paratoie. Il Consorzio Venezia Nuova ha reso noto che è stato rinviato a un’altra data il sollevamento completo della barriera posata alla bocca di porto di Malamocco.
La ragione è dovuta al riscontro, avvenuto durante i sollevamenti parziali delle dighe mobili, il 21 e 24 ottobre scorso, di alcune vibrazioni in alcuni tratti di tubazioni delle linee di scarico. Un comportamento che ha indotto i tecnici del Consorzio allo stop, in attesa di verifiche dettagliate e di interventi di soluzione del problema. I lavori, in particolare per Malamocco, non sarebbero comunque finiti: la struttura installata sarà infatti oggetto fino a tutto il 2020 di ulteriori opere di consolidamento e ripristino.
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Il cda del 12 novembre ha deciso di non decidere, posticipando il dossier. Intanto a RaiDue è battaglia tra Di Meo appoggiato da FdI e Marano, decano della tivù pubblica in quota Carroccio. E nel caos Foa rafforza il suo staff.
Ancora giorni di attesa in Rai, dopo che il cda del 12 novembre ha deciso di non decidere, rinviando la palla in avanti. Così, alla vigilia dell’incontro, è stato cambiato in tutta fretta l’ordine del giorno inserendo l’audizione dell’ad di RaiComMonica Maggioni sulla riorganizzazione della società e il progetto di un canale in inglese e altri temi meno spinosi.
Nel frattempo, dopo che i 5 stelle sono riusciti a far slittare il tormentato capitolo nomine, dopo alcuni giorni di assenza è ricomparsa la direttrice della rete ammiraglia Teresa De Santis (quota Lega) che d’imperio ha bloccato la partecipazione di alcuni ospiti importanti nel programma di Caterina Balivo. I rapporti tra De Santis e l’ad di viale Mazzini Fabrizio Salini restano tesissimi (i due non si parlano) cosa che provoca non pochi intoppi. Come la soluzione della vicenda di Nunzia De Girolamo, l’ex deputata di Forza Italia in predicato per la conduzione di un programma sulla prima rete. La pratica è così passata sulla scrivania del capo delle risorse artisticheAndrea Sassano nel tentativo di sbloccarle il contratto.
LA BATTAGLIA DI RAIDUE TRA DI MEO E MARANO
Guerra aperta anche a RaiDue, contesa tra Ludovico Di Meo, sostenuto dal consigliere di Fratelli d’ItaliaGiampaolo Rossi, e il decano della tivù pubblica Antonio Marano, leghista della prima ora e in Rai sin dai tempi di Umberto Bossi. Che in alternativa a RaiDue si sta muovendo per ottenere una delle direzioni di genere previste dal piano Salini, ovvero quella del Day Time. Il barometro politico del resto sembra impazzito al punto tale da restringere gli spazi di manovra. Se a questo si aggiunge la crescente irritazione del Pd per la scarsa rappresentanza di cui gode in Rai ora che è diventato partito di governo, il quadro dell’impasse è completo.
FOA RAFFORZA IL SUO STAFF
Intanto, approfittando della caotica situazione, il presidente Marcello Foa sta rafforzando il suo staff. Dal Tg1 è arrivata come addetta stampa la giornalista Fenesia Calluso che si va ad affiancare al portavoce Marco Ventura. Calluso è una seconda scelta, visto che inizialmente Foa aveva puntato sulla giornalista Micaela Palmieri che però ha declinato l’offerta.
Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.
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Mentre la città sembra sbalordita e incapace di reagire, la classe dirigente non prende decisioni e i media nazionali si gingillano e conduttori spietati lucrano sul dolore della povera gente.
Il caso Ilvaracconta il fallimento di una classe dirigente. Non solo questa, ma anche molte di quelle che hanno governato la città, la Puglia e l’Italia negli scorsi anni.
Non bisogna fare di tutta erba un fascio. Qualcuno si è comportato bene. Nessuno però fra quelli che da qualche anno governano. La destra, che ormai sfiora nei sondaggi il 50%, sull’Ilva dice poco come Matteo Salvini diceva poco sulla finanziaria che avrebbe dovuto fare se non si fosse scolato bicchieroni di moijto.
L’immagine che l’Italia dà di sé è quella di un Paese diviso in cui le parti averse non cercano mai, dico mai, un punto di raccordo e che lascia andare le cose al loro naturale (naturale?) destino perché a) nessuno si vuole “sporcare” le mani, 2) nessuno ha un’idea bucata in testa.
L’ILLEGALITÀ È STATA MADRINA DELLA SECONDA VITA DELL’ILVA
Il caso Ilva è in questo senso emblematico. Dal raddoppio in poi la grande fabbrica siderurgica italiana è stata un grande imbroglio. Il 12 novembre, in una affollatissima assemblea che mi ha ospitato in un circolo Arci per ricordare un compagno, Vito Consoli, morto tanti anni fa per un infarto dovuto al superlavoro (politico), i più anziani hanno ricordato che si fece il raddoppio senza chiedere, se non ex post, le autorizzazioni necessarie per costruire i nuovi impianti. L’illegalità, insomma, è stata madrina della seconda fase della vita dell’Ilva, quella che sta portando la fabbrica alla lenta chiusura.
Anche Taranto è entrata nello show business di conduttori spietati che lucrano sul dolore della povera gente
La città sembra sbalordita e incapace di reagire. Quello che sta succedendo è enorme. I media nazionali si gingillano, basta guardare qualunque talk show con la falsa e ignobile contrapposizione fra l’operaio che difende il suo lavoro e la mamma che teme per la salute del suo bambino. Anche Taranto è entrata nello show business di conduttori spietati che lucrano sul dolore della povera gente.
LA CLASSE POLITICA ITALIANA SEMBRA NON SAPERE COSA FARE
L’Ilva fu una scelta strategica seria. Serviva l’acciaio all’Italia che produceva e serviva ridare a Taranto il suo profilo industriale e operaio. Non fu una “cattedrale nel deserto”, né un azzardo. La cultura dell’epoca, come accade a tutti i Paesi di nuova industrializzazione, non aveva al centro, purtroppo, la tematica ambientale che poi poco per volta si è fatta strada. Oggi si fronteggiano quelli che vogliono salvare la fabbrica (anche perché è già stato costruito, dalla ditta che ha messo in sicurezza l’impianto atomico di Chernobyl, un capannone per i materiali nocivi e il secondo è in costruzione) e quelli che, molti con grande onestà, immaginano un grande giardino al posto delle ciminiere.
Una veduta aerea dello stabilimento dell’Ilva di Taranto.
Giuseppe Berta ha scritto e pubblicato in questi giorni uno splendido libretto (Detroit. Viaggio nella città degli estremi, Il Mulino editore) su Detroit e il suo presente post-industriale. Il libro contiene molte suggestioni ma spiega come si può sopravvivere in una città de-industrializzata. Io penso, però, che ciò che in America è possibile in Italia e nel Sud è impossibile.
Taranto non credo che accetterà a lungo questo tira e molla senza costrutto
Tuttavia… tuttavia la classe dirigente, tutta quanta, non sa che cosa fare con l’altoforno che si sta spegnendo e i materiali per alimentare la produzione fermi nel porto. Taranto ha ricevuto il premier Giuseppe Conteche ha fatto bene ad andare. La città aspetta con ansia che qualcuno dica: si fa così, anche se una metà dei tarantini sarà scontenta della decisione. Taranto non credo che accetterà a lungo questo tira e molla senza costrutto. È un luogo di grandi ribellioni. La attuale maggioranza non ha idee né forza politica. I futuri governanti hanno già dato prova di sé sotto lo stesso premier. Non ci resta che pregare. E sperare nella rivolta.
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Marea record e danni gravissimi a Venezia. Caos sulle Dolomiti. Ancora allerta al Sud, in particolare in Basilicata.
Il maltempo iniziato ieri continuerà per tutta la giornata del 13 novembre, con l’acqua alta a Venezia arrivata a livelli disastrosi. Si registrano due morti in Laguna e danni anche alla Basilica di San Marco. Oggi il sindaco Brugnaro chiederà lo stato di calamità e le scuole restano chiuse.
CAOS SULLE DOLOMITI
Sulle Dolomiti si registrano forti problemi alla viabilità. In alcune zone dell’Alto Adige nel corso della notte sono caduti fino a 40 centimetri di neve. Numerose strade sono bloccate per alberi caduti, così anche la linea ferroviaria della val Pusteria. Oltre 200 gli interventi dei vigili del fuoco per liberare le strade, mentre a Bolzano si registrano cantine allagate. I maggiori problemi si registrano in val d’Ega, val Gardena e val Pusteria. Nel pomeriggio è previsto un miglioramento della situazione.
ANCORA ALLERTA AL SUD
Il maltempo ha flagellato anche il Sud. Oggi allerta arancione in Basilicata; gialla in Abruzzo, Calabria, Campania, Emilia Romagna, FriuliVenezia Giulia, Lazio, Lombardia, Molise, Puglia e Veneto.
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Ancora manifestazioni in strada. Bagarre tra il fronte politico pro Pechino e quello schierato con gli attivisti pro democrazia. E il 14 novembre chiudono tutte le scuole.
Le proteste pro-democrazia a Hong Kong, giunte al terzo giorno di fila, stanno semi paralizzando la città creando pesanti problemi ai trasporti. Il parlamento ha sospeso i lavori per la bagarre scoppiata tra i fronti pan-democratico e pro-Pechino. Molte scuole sono chiuse. L’Ue chiede «che tutte le parti esercitino moderazione».
CHIUSE TUTTE LE SCUOLE «PER MOTIVI DI SICUREZZA»
Una nota dell’ufficio per l’educazione pubblicata sul sito del governo spiega che alla luce delle condizioni attuali e prevedibili del traffico e della situazione generale, tutte le scuole di Hong Kong (tra asili nido, scuole primarie, secondarie e speciali) saranno chiuse il 14 novembre «per motivi di sicurezza».
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Il 13 novembre la città si è svegliata contando i danni, i morti - 2 a Pellestrina - e aspettando un nuovo picco di mareggiata. Mentre la mobilitazione della barriera che doveva salvare la Serenissima è stata rinviata ancora.
Venezia si è risvegliata il 13 novembre ancora nell’incubo: contando i danni, i morti e aspettando una nuova mareggiata. Dopo l’acqua alta che il 12 novembre con il vento di scirocco a 100 chilometri orari ha sfiorato la paurosa soglia di 190 centimetri sul medio mare, il 13 novembre si attende un’altra super-marea, vicina al metro e 45, prevista alle 10.20. Mentre la mobilitazione del Mose, la barriera costata sei miliardi che doveva proteggere la città lagunare dall’acqua, è stata rinviata ancora.
PREVISTI 160 CM DI MAREA
Sono già suonate le sirene d’allarme per il nuovo picco previsto di alta marea a Venezia. La previsione aggiornata del Centro maree è di 160 centimetri alle ore 10.30. Alle 8.30 il livello registrato a Punta della Salute è già di 130 centimetri. Il città il cielo è plumbeo e piove leggermente.
DUE MORTI A PELLESTRINA
Sono due le persone morte la sera del 12 novembre a Pellestrina mentre infuriava la mareggiata che ha devastato la città lagunare e le sue isole, con una punta di marea di 187 centimetri. All’anziano di 78 anni, rimasto fulminato mentre cercava di far ripartire le elettropompe nella sua casa allagata, si è aggiunto un secondo abitante dell’isola, trovato deceduto anche lui in casa, probabilmente per cause naturali. Il presidente della Regione Veneto Luca Zaia ha scritto nella sua pagina Facebook che si contano i danni a Pellestrina, Murano, ma che sono andate sotto anche Chioggia e Punta Gorzone oltre a numerose località del litorale.
SECONDO RECORD DI MAREGGIATA DAL ’66: LA CONTA DEI DANNI
Quella del 12 novembre è la seconda misura nella storia della Serenissima, subito dietro al record dei 194 centimetri del 1966. I danni in città sono gravi. Gondole e barche strappate dagli ormeggi e spinte sulle rive, tre vaporetti affondati, altre imbarcazioni alla deriva. I vigili del fuoco hanno lavorato tutta la notte per spegnere l’incendio all’interno del Museo di Ca’ Pesaro a Venezia, provocato dal mal funzionamento della cabina elettrica, che ha causato il crollo di un solaio a piano terra.
100 INTERVENTI DEI POMPIERI, I SOMMOZZATORI AL LAVORO IN LAGUNA
Nel centro storico e nella laguna permangono le situazioni più critiche: l’acqua alta ha completamente invaso l’isola Pellestrina. Diversi incendi si sono verificati nella notte a causa delle centraline elettriche invase dall’acqua. Le squadre dei Vigili del Fuoco stanno operando insieme con personale del nucleo sommozzatori per liberare la circolazione acquea a causa dell’affondamento di diversi natanti che hanno rotto gli ormeggi. A Venezia sono già stati effettuati oltre 100 interventi e altri 100 sono in attesa.
IN ARRIVO IL CAPO DEI VIGILI DEL FUOCO E DELLA PROTEZIONE CIVILE
L’elicottero Drago 71 dei Vigili del Fuoco sta compiendo un sopralluogo sull’isola di Pellestrina per individuare i luoghi più idonei per piazzare le pompe ad alta capacità di aspirazione. Il dispositivo di soccorso è stato rinforzato con personale arrivato dei comandi vicini. In mattinata a Venezia arriverà anche il capo del corpo nazionale dei vigili del fuoco Fabio Dattilo accompagnato dal capo dell’ emergenza Guido Parisi e il capo della protezione civile Angelo Borrelli.
LA CRIPTA DI SAN MARCO SOMMERSA
Sul fronte culturale, c’è grande apprensione per la Basilica di San Marco, i cui danni dovranno essere valutati quando l’acqua si ritirerà del tutto. La cripta, ha riferito la polizia municipale, è stata sommersa completamente. Nel momento del picco, in Basilica si misurava un metro e 10 d’acqua. Tutto il centro storico è stato allagato, perchè su questi livelli non ci sono passerelle o paratoie che tengano. L’acqua, con il buio fitto e la pioggia battente, è entrata dappertutto. I veneziani hanno assistito attoniti, dalle finestre di casa, o collegati al web, alla laguna che entrava nelle calli, nelle piazze, si prendeva i masegni e sommergeva ogni cosa.
BRUGNARO: «QUESTO È UN DISASTRO»
A cambiare tutto è stato il vento di scirocco che, se al mattino girava da nord est raggiungendo le coste del Veneto, in serata si è incattivito. Lo scirocco ha iniziato a spirare con raffiche fino a 100 km/h, e ha gonfiato la laguna. Alle 22 Piazza San Marco si presentava deserta e spettrale, sommersa da quasi un metro d’acqua, le onde ad infrangersi sulle colonne di Palazzo Ducale, la Basilica di San Marco, indifesa davanti all’attacco del mare. «Questo è un disastro, questa volta bisognerà contare i danni», ha detto il sindaco Luigi Brugnaro, mentre in barca effettuava un sopralluogo nell’area marciana, accompagnato dalla polizia municipale e dal personale di Avm.
E SI ASPETTA ANCORA IL MOSE
La marea rilancia anche il tema del Mose, il colossale sistema di barriere mobili contro le acque alte che attende ancora di essere ultimato, e lascia Venezia in balia di catastrofi naturali come questa. Tutte le scuole di Venezia e delle isole domani resteranno chiuse. Il sindaco ha annunciato che chiederà lo stato di calamità naturale per la città.
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Il voto del Congresso sul genocidio armeno. Le nuove sanzioni per le operazioni in Siria. La richiesta di estradizione di Gulen. Il business delle armi e il riavvicinamento tra Turchia e Russia. I nodi e le incognite della visita del Sultano alla Casa Bianca.
Visita confermata. Il 13 novembre Recep Tayyp Erdogan è pronto a incontrare Donald Trump alla Casa Bianca. Una telefonata tra i due presidenti ha fatto sciogliere le riserve ad Ankara dopo le tensioni scatenate dalla recente mozione del Congresso Usa sul genocidio armeno e dalle nuove sanzioni imposte da Trump. Tutti nodi che evidentemente restano sul tavolo del bilaterale.
Il presidente Usa Donald Trump.
LE TENSIONI PER IL GENOCIDIO ARMENO E LE NUOVE SANZIONI USA
Andiamo per ordine. Ankara, come era prevedibile, non ha gradito il voto del Congressoamericano che a larghissima maggioranza ha riconosciuto il genocidio armeno in Turchia, il massacro di almeno 1,5 milioni di armeni sotto l’impero ottomano tra il 1915 e il 1916. Il governo turco si è limitato a definire l’eccidio come «un fatto tragico», ma non ammette la parola «genocidio». «Nella nostra fede il genocidio è assolutamente vietato», ha sottolineato Erdogan. «Consideriamo questa accusa come il più grande insulto al nostro popolo». A complicare la situazione, però, è stata anche una seconda risoluzione dei deputati statunitensi su nuove sanzioni alla Turchia per l’operazione militare nel Nord della Siria. A cui va aggiunta la recente incriminazione da parte degli States di Halkbank, la seconda banca statale turca accusata di aver aver aiutato l’Iran a violare le sanzioni economiche.
Fetullah Gulen.
LA RICHIESTA DI ESTRADIZIONE DI GULEN
Altro tema caldo tra Ankara e Washington è la richiesta di estradizione di Fethullah Gulen. Il magnate ed ex imam residente in Pennsylvania è considerato dalla Turchia la mente del fallito golpe del 2016. Ankara ha proposto uno scambio di quelli che definisce «terroristi»: Gulen al posto della sorella di Abu Bakr al Baghdadi, l’ex Califfo del sedicente Stato islamico, catturata dai turchi (arresto al quale è seguito anche quello della moglie dell’ex leader di Daesh). «Gulen è importante per la Turchia quanto al Baghdadi lo era per gli Stati Uniti», ha ribadito Erdogan. Finora da Washington è arrivato un secco no, che però potrebbe ammorbidirsi alla luce degli interessi economici e militari americani.
IL NODO SIRIANO E LA VISITA DELL’EX COMANDANTE DEL PKK
I rapporti tra Usa e Siria rappresentano un altro motivo di tensione. Erdogan, infatti, aveva chiesto di cancellare un’altra visita programmata alla Casa Bianca: quella del capo delle Syrian Democratic ForcesFerdi Abdi Sahin, ex comandante del Pkk che sia la Turchia che gli Usa hanno riconosciuto come organizzazione terroristica. La Casa Bianca non ha smentito l’incontro, scatenando la reazione del governo turco: gli Usa «sanno che razza di terrorista sia, di quali razza di atrocità si sia reso responsabile in passato», hanno dichiarato alcune fonti vicine al presidente Erdogan citate da Middle East Eye. «Sanno che caos si scatenerebbe se il Congresso trattasse da eroe uno che difende l’Isis».
Erdogan e Putin.
IL BRACCIO DI FERRO CON MOSCA
Infine a preoccupare Washington è anche il riavvicinamento tra Turchia e Russia. Mosca si è detta pronta a vendere il proprio sistema di difesa anti missilistico S-400 e la prima reazione statunitense è stata l’interruzione della fornitura di F35, non senza conseguenze economiche e strategiche dal momento che la Turchia rappresenta il secondo esercito in termini numerici della Nato. A pochi giorni dall’incontro tra Trump e Erdogan, inoltre, il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, ha confermato una esercitazione congiunta in Russia proprio sul sistema missilistico S-400, spiegando che per la Turchia è necessario difendersi da una doppia minaccia terroristica: l’Isis e i curdi. L’ennesima ombra sull’incontro tra il tycoon e il Sultano.
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Piazza Affari si prepara all'apertura dopo una giornata positiva. Il differenziale Btp-Bund a 147 punti base. I mercati in diretta.
La Borsa italiana si prepara alla sessione del 13 novembre 2019 dopo una giornata in Piazza Affari terminata in rialzo (+1,2%), come il resto delle Borse europee, tranne per la tendenza negativa di Madrid. Le trimestrali hanno condizionato in parte il listino, a partire dalle banche.
La migliore è stata Ubi (+2,7%) coi conti, insieme a Unicredit (+2). Volata per Banca popolare di Sondrio (+13,58%) sulle attese della vendita di 1 miliardo di npl. Il Tesoro intanto ha collocato Bot a un anno per 5,5 miliardi di euro con tasso in rialzo, il giorno prima dell’asta dei Btp. Bene Fineco (+2,6%), Azimut (+2,5%) e Stm (+2,2%). Su anche Poste (+2,1%) e Mediobanca (+2%) col piano industriale. Su buoni livelli Exor (+1,8%) e Fca (+1,2%), come Enel (+1,8%) e Generali (+1,6%). Mediaset ha guadagnato (+2%) salita al 15% nella tedesca Prosieben (-2,8%). Rialzo per Salini Impregilo (+4,4%) tra i favoriti per un nuovo contratto in Australia. In rosso invece Prysmian (-1,5%) il giorno dei conti, Moncler (-0,6%), Campari e A2a (-0,4%).
LO SPREAD CHIUDE IN CALO A 147 PUNTI
Lo spread tra Btp e Bund chiude in calo a 147 punti base dai 150 punti di ieri. Il rendimento del titolo decennale italiano si attesta all’1,21%.
I MERCATI IN DIRETTA
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Mentre Salvini prepara la kermesse al PalaDozza,, il Pd corteggia i cinque stelle. Che, però, non escludono più di saltare un giro. La Lega a Bologna attesa dalle contestazioni.
Mentre Matteo Salvini prepara la kermesse al PalaDozza, in vista delle Regionali in Emilia-Romagna del 26 gennaio, prosegue la corte serrata del Partito democratico al Movimento 5 stelle per mettere in piedi un’alleanza che ricalchi la maggioranza di governo. Anche se, in casa cinque stelle, prende sempre più quota l’ipotesi di un giro di riposo, di una sorta di desistenza in chiave anti-Lega, senza il simbolo sulla scheda.
DI MAIO NON ESCLUDE A PRIORI LA DESISTENZA
Dell’ipotesi aveva parlato nei giorni scorsi Max Bugani, capogruppo in Comune a Bologna e membro del direttivo di Rousseau. Il capo politico Luigi Di Maio, che nei giorni scorsi aveva assicurato che il M5s sarebbe stato della partita con un proprio candidato alternativo sia al Pd sia alla Lega, per la prima volta non ha escluso la possibilità. «Dove non saremo pronti non ci presenteremo. Nei prossimi giorni prenderemo decisioni su questo», ha detto. La decisione dovrebbe essere presa il 15 novembre, in un incontro al quale parteciperanno i parlamentari del territorio con il capo politico Luigi Di Maio.
L’APPELLO DEL MINISTRO DE MICHELI
Intanto, dal Pd, agli appelli più volte ripetuti da Bonaccini, si è aggiunto quello di un membro del governo che è anche esponente di spicco del Pd emiliano-romagnolo, la ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli. «Mi piacerebbe» – ha detto – «se il ‘primo bacio’ tra Pd e M5s fosse in Emilia, ma capisco che ci sono dei problemi. Con i colleghi dei cinque stelle ho lavorato bene. Ma continuo a rimanere un’emiliano-romagnola che vorrebbe e farà di tutto affinché Bonaccini continui a essere governatore».
PRODI BENEDICE LA CANDIDATURA DI BONACCINI
A Bonaccini è arrivata intanto anche la ‘benedizione’ di Romano Prodi «Questi» – ha detto Prodi riferendosi alla giunta uscente – «hanno governato bene, mentre Salvini porta per mano la candidata. L’elettore riflette non solo sui grandi slogan, ma anche sulle cose e su cosa un’alternativa a questo potrebbe produrre. La disoccupazione cala e tutti vengono a farsi curare qui». La Lega, intanto, Lucia Borgonzoni, puntando a riempire il PalaDozza di Bologna e lanciando le proprie parole d’ordine. Il clima si preannuncia caldissimo: oltre al flashmob delle ‘6 mila sardine’ in piazza Maggiore ci sarà un corteo dei centri sociali e dei collettivi universitari, che cercherà di avvicinarsi il più possibile alla convention del Carroccio, sicuramente ‘blindata’ dalle forze dell’ordine. Nella vicina Porta Lame, prevista anche una biciclettata organizzata dagli anarchici. Appuntamenti che potrebbero rendere molto delicata la gestione dell’ordine pubblico.
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Tensione alle stelle tra Tel Aviv e i membri della Jihad Islamica dopo la morte del comandante delle brigate al-Quds. Oltre 200 razzi verso i territori, mentre l'esercito rinforza il confine lungo la Striscia. E Hamas resta in attesa.
Alta tensione in Medio Oriente. L’uccisione nella mattinata del 12 novembre da parte di Israele del comandante militare della Jihad Islamica a Gaza, Baha Abu al-Ata, responsabile di lanci ripetuti di razzi le passate settimane verso lo Stato ebraico, ha immediatamente riacceso il conflitto con la Striscia.
Subito dopo, e per tutta la giornata, oltre 200 razzi sono piovuti su Israele, con le sirene di allarme risuonate anche a Tel Aviv e nel centro del Paese, aeroporto compreso. In serata il bilancio a Gaza era di 10 morti nella Striscia – inclusi Baha Abu al-Ata e sua moglie Asma – e 45 feriti nei raid israeliani contro i miliziani. Raid poi ripresi in serata.
In Israele, dove circa il 90% dei missili è stato intercettato dal sistema di difesa Iron Dome, si contano decine di feriti per le cadute mentre la gente correva nei rifugi. Lo scontro in atto, la Jihad è appoggiata dall’Iran, è il più grave da mesi e gli esiti non sono prevedibili.
LA MINACCIA DI NUOVI ATTENTATI
Da segnalare infatti che la scorsa notte, quasi in contemporanea con i fatti di Gaza, un altro comandante della Jihad Islamica, Akram Ajuri, è stato oggetto a Damasco di un attacco che la stampa siriana ha attribuito agli israeliani. «Israele», ha detto il premier Benyamin Netanyahu al termine di una riunione del Consiglio di difesa, «non vuole un’escalation ma farà tutto il necessario per difendersi. Occorre avere pazienza e freddezza». Poi ha denunciato che «Baha Abu al-Ata era il principale organizzatore di terrorismo a Gaza. Stava per organizzare nuovi attentati. Era una bomba in procinto di esplodere».
LA RABBIA PALESTINESE PRONTA A ESPLODERE
Da parte sua la Jihad, subito dopo l’uccisione di Al-Ata, ha annunciato che la sua reazione «farà tremare l’entità sionista». «Israele», ha accusato Ziad Nahale, uno dei leader della fazione, «ha oltrepassato tutte le linee rosse. Reagiremo con forza». Mentre da Ramallah, in Cisgiordania, il presidente palestinese Abu Mazen ha bollato l’azione di questa mattina come «un crimine israeliano contro il nostro popolo a Gaza».
NUOVI RINFORZI ISRAELIANI LUNGO IL CONFINE
Israele – che ha inviato al confine con la Striscia rinforzi di mezzi blindati, di unità di fanteria e anche ufficiali della riserva – al momento sembra voler tenere fuori dallo scontro Hamas, che pure governa l’enclave palestinese. Per questo ha fatto sapere ai suoi comandanti che se non si unirà al fuoco della Jihad, non colpirà i suoi obiettivi. Ma il leader Ismail Haniyeh ha garantito che «la politica israeliana delle esecuzioni mirate non avrà successo». Le prossime ore saranno dunque decisive per capire se il conflitto si allargherà, mentre l’Egitto sta mediando con l’obiettivo di riportare la calma.
VITA SOSPESA PER GLI ABITANTI DI GAZA
A Gaza intanto la popolazione si è chiusa nelle abitazioni e le strade sono piombate nel buio a causa delle ripetute interruzioni di elettricità. Di fronte ai panifici si sono viste code di persone accorse a fare scorte nella preoccupazione che un’escalation militare con Israele sia questione di ore. Mentre in Israele il Comando militare ha dato disposizioni alla gente di seguire le istruzioni impartite e di stare vicino ai rifugi. Le zone intorno alla Striscia, con in testa Sderot, sono martellate dai razzi e in molte cittadine non lontano dal confine e vicino a Tel Aviv domani le scuole rimarranno chiuse. L’Ue ha affermato che «il lancio di missili sulle popolazioni civili è totalmente inaccettabile e deve immediatamente cessare» e che «una rapida e completa de-escalation è necessaria per salvaguardare la vita e la sicurezza dei civili palestinesi e israeliani».
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L'imprenditore ligure è il padre dello scooter conosciuto in tutto il mondo. Il successo del mezzo su due ruote sembra intramontabile. Almeno quanto lo è il nome del suo inventore.
Il suo nome di battesimo era Enrico Piaggio. Ma il titolo con cui ha preso per sempre posto nella storia d’Italia è “padre della Vespa”. L’imprenditore di Pegli (Liguria), classe 1905, ha inventato lo scooter più venduto al mondo. Ed è per merito suo che generazioni di italiani (e non solo) hanno sperimentato per la prima volta la brezza sul viso, cavalcando le due ruote.
LA BIOGRAFIA DI ENRICO PIAGGIO
Enrico Piaggio nacque il 22 febbraio del 1905. Insieme al fratello maggiore Armando, ereditò l’azienda di famiglia alla morte del padre Rinaldo. Era il 1938 e il mondo sarebbe stato presto inghiottito dalle devastazioni della seconda guerra mondiale. A quell’epoca l’attività della Piaggio era concentrata nel campo ferroviario, elettrodomestico e aeronautico (rafforzatosi durante la Grande guerra e durante l’espansione coloniale dettata da Benito Mussolini). Enrico e il fratello progettarono la spartizione degli stabilimenti: quelli liguri, specializzati nel settore navale e ferroviario, finirono nelle mani di Armando. Mentre i due dedicati alla branca aeronautica in Toscana, a Pisa e Pontedera, andarono sotto il controllo di Enrico Piaggio. L’industria aeronautica continuava a essere un settore penalizzato da una domanda interna limitata. E durante il secondo conflitto mondiale l’azienda risentì, oltre che della scarsa richiesta, delle devastazioni dovute alla guerra.
PIAGGIO PENSAVA A UN MEZZO CHE POTESSERO GUIDARE ANCHE LE DONNE
Il 25 settembre 1943 il padre dello scooter rischiò la vita all’Hotel Excelsior di Firenze. Un ufficiale della Repubblica di Salò gli sparò, accusandolo di non essersi alzato in piedi durante il discorso alla radio del generale Rodolfo Graziani contro gli alleati. Fu l’asportazione del rene a salvarlo, permettendogli di continuare la sua vita, che lo avrebbe visto unirsi in matrimonio a Paola dei conti Antonelli, (vedova del colonnello Alberto Bechi Luserna), della quale adottò la figlia Antonella Bechi Piaggio. Dopo quell’incidente quasi fatale, Piaggio imboccò un sentiero imprenditoriale del tutto nuovo. Decise di testare un nuovo mezzo di trasporto. Le caratteristiche principali? Doveva essere semplice, a due ruote, a basso costo. E soprattutto, sarebbe stato adatto anche alle donne. Così nacque la vespa.
IL MOTORE DEL MODELLO DEL 1946 SIBILAVA COME UNA VESPA
Il primo prototipo vide la luce nel 1944. Era un MP5 messo a punto a Biella e fu ribattezzato Paperino dagli stessi operai, per la strana forma. Il richiamo al goffo personaggio della Disney, tuttavia, rimarcava anche la contrapposizione all’allora mezzo di trasporto concorrente, la Fiat 500, soprannominata appunto Topolino. Il primo abbozzo di Vespa fu il punto di partenza per il modello definitivo, a cui lavorò l’ingegnere Corradino D’Ascanio, sfruttando i materiali un tempo usati per i velivoli. Si arrivò così, nel 1946, a un motociclo, il cui motore sibilava come una piccola Vespa (da qui il nome). Dei primi 2.500 esemplari, ne vennero venduti 2.181 solo nel 1946: a decretarne il successo fu il bisogno di facili spostamenti di un popolo uscito dal conflitto. Ma anche la possibilità di pagare a rate le 68 mila lire richieste per l’acquisto aiutò le vendite. Con l’uscita nel 1948 della Vespa 125, la crescita andò alle stelle. Nel 1951 Piaggio fu insignito della laurea in ingegneria honoris causa dall’Università di Pisa e solo due anni dopo, nel 1953, furono prodotti 171.200 esemplari del mezzo a due ruote. La rete commerciale della Piaggio si estese in 114 Paesi in tutto il mondo, con oltre 10.000 punti vendita. Le vendite ebbero un lieve calo soltanto appena dopo il boom. Il rallentamento causò diverse agitazioni sindacali e fu proprio durante uno sciopero nel 1965 che Enrico Piaggio si sentì male nel suo ufficio. La corsa all’ospedale di Pisa non servì a nulla e l’uomo della Vespa si spense definitivamente il 16 ottobre di quello stesso anno.
Uno dei modelli della Vespa, lo scooter più venduto al mondo
IL FILM DI RAI FICTION CHE RACCONTA L’INVENTORE DELLO SCOOTER
La biografia dello storico imprenditore ligure ha ispirato il film firmato dalla Rai Enrico Piaggio. Un sogno italiano. La pellicola, trasmessa in prima serata su Rai 1 il 12 novembre 2019, ripercorre le tappe che hanno reso intramontabile l’inventore della Vespa. Dall’intuizione nel comprendere che la gente aveva bisogno di muoversi per rimettere in moto il Paese, alla lungimiranza nel convincere William Wyler, il regista di Vacanze romane, a usare la Vespa nella sua pellicola. Il film, ambientato nell’immediata crisi economica del dopoguerra, è prodotto da Rai Fiction e Movieheart, con la regia di Umberto Marino. Nel cast, oltre ad Alessio Boni che interpreta Enrico Piaggio ed Enrica Pintone nei panni della moglie Paola Piaggio, ci sono anche Roberto Ciufoli, Francesco Pannofino e Violante Placido.
Il compito di impersonare il genio che ha contribuito a risollevare le sorti dell’economia italiana è spettato ad Alessio Boni. L’attore bergamasco (classe 1966) è un volto noto delle fiction Rai. Si è infatti già prestato all’interpretazione di Heathcliff, nella miniserie del 2004 dedicata a Cime tempestose, per esempio. Ma è entrato anche nei panni di Walter Chiari nella miniserie del 2012, Fino all’ultima risata. Il 2019 è stato invece il turno di Enrico Piaggio, di cui l’attore ha detto: «Era un autentico visionario, un pioniere. Comprese che la gente aveva bisogno di muoversi. Si inventò la Vespa pensando per prima alle donne e ai preti che hanno l’abito talare. Poi inventò le rate per il pagamento».
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Secondo gli analisti entro il 2025 il settore supererà i 500 milioni di abbonati. Netflix in testa con 235, seguita da Amazon Video 135 e dalla nuova piattaforma a 101.
Con l’arrivo del servizio Disney+ riparte tra i big della tecnologia la sfida sullo streaming video, un settore in crescita per utenti e propensione alla spesa. Stando ad un’analisi di Digital Tv Research, il settore raddoppierà entro il 2025 e andrà ben oltre la cifra di 500 milioni di abbonati nel mondo.
Netflix guiderà la lista, seguita a distanza da Amazon Prime Video. Per la neonata Disney+ si prevede un exploit. Nello specifico, gli analisti prevedono, entro sei anni, che Netflix raggiungerà 235,6 milioni di abbonati (un incremento di 70 milioni, solo 6 milioni negli Stati Uniti); Amazon Prime Video raggiungerà quota 135,9 milioni di utenti paganti; Disney+ 101,2 milioni; HBO Max 30,1 milioni e Apple TV+ 27,1 milioni. Per un totale di 529,9 milioni di abbonati nel mondo ai servizi video in streaming e a pagamento.
Gli Stati Uniti, sottolinea Digital Tv Research, sono «di gran lunga il paese più importante per queste piattaforme», ma anche «il più maturo» con «i mercati internazionali che stanno diventando sempre più significativi». «La concorrenza è intensa con una guerra dei prezzi in atto e offerte di distribuzione esclusive», ha spiegato Simon Murray, analista della società.
AMERICANI DISPOSTI A SPENDERE 44 DOLLARI AL MESE
Per i big della tecnologia statunitensi, quindi, il resto del mondo sarà sempre più importante e dovranno lottare per ogni abbonamento con un occhio ai prezzi. Basti pensare ad Apple, entrata di recente nel settore della tv in streaming con una politica commerciale aggressiva, proponendo abbonamenti a 5 dollari al mese. Secondo il Wall Street Journal, gli americani sono disposti a spendere 44 dollari al mese già da ora, prima che tutte le piattaforme decollino. Un aumento di 14 dollari rispetto all’attuale spesa media.
LA CRESCITA DELLO STRAMING IN ITALIA
I fruitori dello streaming video sono in forte aumento anche in Italia. Nel 2018 – secondo l’Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano – il 19% della popolazione Internet italiana ha utilizzato servizi di ‘Subscription video on demand’ rispetto all’8% dell’anno precedente, per un valore di mercato pari a 177 milioni di euro, in crescita del 46%. Si stima che già nel 2019 il numero di sottoscrizioni possa superare quello degli abbonamenti alla PayTv. Nei prossimi anni, inoltre, la banda ultralarga e la diffusione del 5G potrebbero migliorare la fruizione e incrementare ulteriormente il numero di abbonati.
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La procura al lavoro per capire se dietro le azioni dei malvimenti si celi una strategia. Al momento mancano riscontri. Ma le mogli di Allan, Zielinski e Insigne lasciano le proprie abitazioni.
Mere coincidenze o intimidazioni vere e proprie? La procura di Napoli scende in campo e avvia accertamenti per capire se le tensioni in casa azzurra siano da mettere in relazione con i brutti episodi che hanno preso di mira negli ultimi giorni i giocatori azzurri. Prima l’effrazione e il il tentativo di furto venerdì lo scorso 8 novembre in casa Allan, poi il furto subito il 10 dalla moglie del centrocampista azzurro Zielinski.
LA PROCURA, AL MOMENTO, ESCLUDE L’IPOTESI DI UNA STRATEGIA
Al momento – secondo quanto emerge – non si sarebbe in presenza di una strategia finalizzata a intimidire i giocatori ‘ribelli’ del Napoli, ma il fatto stesso che se ne occupi la procura dimostra che i riflettori sono stati accesi. Il Napoli ha ripreso gli allenamenti, ma sarebbe più giusto dire che a Castel Volturno si sono ritrovati soltanto i resti della squadra, visto che ben 13 azzurri sono impegnati con le rispettive Nazionali. Ancelotti vorrebbe sfruttare questi giorni di sosta per ritrovare almeno un po’ della serenità perduta la scorsa settimana. Ma l’ambiente è ancora carico di tensioni che nelle ultime ore si sono spostate dai protagonisti del calcio alle loro famiglie.
I CALCIATORI AZZURRI RESTANO PREOCCUPATI
Ciò che è accaduto nei giorni scorsi ad Allan e a Zielinski ha lasciato il segno in un ambiente già fortemente scosso. Gli investigatori manifestano scetticismo sul fatto che questi episodi di criminalità siano in qualche modo legati alla situazione di crisi del Napoli e, al momento, non ci sarebbe alcun nesso con le contestazioni che con ogni mezzo sono arrivate alla squadra dopo l’ammutinamento e il rifiuto di continuare il ritiro deciso dalla società subito dopo la gara di Champions con il Salisburgo. Ma le indagini e gli accertamenti vanno avanti. E i calciatori, e soprattutto quelli che al momento si trovano lontani dalla città per aver dovuto rispondere alla chiamata delle proprie Nazionali, sono preoccupati. Allan e tutta la famiglia (la moglie Thais è peraltro incinta all’ottavo mese) si sono trasferiti in albergo a scopo precauzionale, anche se il tentativo di furto nella villetta in cui vivono a Pozzuoli è avvenuto in loro assenza. Il tentativo di furto in casa di Allan è fallito perché i ladri non sono riusciti ad aprire la cassaforte. Quanto a Laura, moglie di Zielinski, vittima del furto di autoradio e navigatore della propria auto, si è trasferita con il marito in Polonia e tornerà a Napoli sono insieme al centrocampista polacco, al termine dei suoi impegni con la Nazionale. L’auto era stata parcheggiata in una località di Licola ritenuta dalle forze dell’ordine a rischio furti. Jenny, la moglie di Insigne, il più contestato dai tifosi, a seguito della partenza del marito, si è trasferita con i due figli a casa dei genitori. Come uscire fuori da questo clima di tensione e preoccupazione? Soltanto un’inversione di tendenza dei risultati sul campo e una pace tra calciatori e società potrebbe contribuire a migliorare le cose.
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Di Maio avverte Renzi e il Pd sul dossier Ilva: «Un emendamento per reintrodurre l'immunità sarebbe un problema enorme per la maggioranza». E l'azienda «deve restare». Pentastellati pugliesi contro il premier Conte. Ma l'acciaieria va verso la chiusura.
Un emendamento di Italia viva o del Pd per reintrodurre lo scudo penale a favore di ArcelorMittal «sarebbe un problema enorme per la maggioranza».
Il leader del M5s, durante la trasmissione televisiva Fuori dal coro condotta da Mario Giordano su Rete4, ha lanciato un esplicito avvertimento a Matteo Renzi: «Se cominciamo con gli sgambetti, Italia viva è quella che ha più da perdere».
Lo scudo penale, ancor di più se generalizzato, «piacerebbe a tanti imprenditori». Ma secondo Di Maio il messaggio che deve passare è che «se provochi un disastro ambientale devi pagare». Un ragionamento che però è difficilmente applicabile alla multinazionale guidata in Italia da Lucia Morselli, visto che ArcelorMittal ha iniziato a gestire l’impianto di Taranto nel 2018. Ma Di Maio dice no anche all’ipotesi di una nazionalizzazione. Il motivo? «Sarebbe dare un alibi agli indiani, sarebbe dire che possono andarsene. Invece devono restare qui. Andremo contro di loro in giudizio».
CONTE ALLA RICERCA DI UNA DIFFICILE MEDIAZIONE
La posizione di Di Maio sullo scudo penale, in ogni caso, mette in imbarazzo anche il premier Giuseppe Conte. Il capo del governo ha riunito a Palazzo Chigi i parlamentari pugliesi del M5s alla presenza dello stesso Di Maio, del ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli e di quello per i Rapporti con il parlamento Federico D’Incà. Obiettivo: tastare il terreno sulla possibilità di reintrodurre l’immunità con una norma generale, non solo per Taranto. Secondo indiscrezioni si sarebbe trovato davanti a un muro, eretto soprattutto dalla senatrice Barbara Lezzi, autrice della norma che ha abolito lo scudo. Questa ricostruzione è stata smentita dai capigruppo pentastellati, che hanno parlato di «dialogo costruttivo». Ma è difficile credere alle loro parole, dopo quelle pronunciate in tivù dal capo politico in persona.
PATUANELLI OFFRE UN COMPROMESSO AI SENATORI M5S
La tensione è altissima e il ministro Patuanelli sta incontrando i senatori del M5s a Palazzo Madama. Sul tavolo ci sarebbe il tentativo di raggiungere un compromesso: uno scudopenale temporaneo per ArcelorMittal o per chi in futuro sarà chiamato a gestire l’Ilva, da collegare a un progetto di decarbonizzazione degli impianti. In serata il tema sarà discusso dall’assemblea di tutti i parlamentari pentastellati.
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Il 15 novembre Luca Parmitano sarà il primo astronauta dell'Esa a guidare un'attività extraveicolare. Dovrà sostituire un pezzo della Iss. È la missione più difficoltosa dopo quella su Hubble.
È una passeggiata spaziale degna del Guinness dei primati, quella che il 15 novembre l’astronauta Luca Parmitano affronterà con il collega americano Andrew Morgan: insieme dovranno sostituire un elemento del cacciatore di antimateria Ams-02 (Alpha Magnetic Spectrometer) al lavoro all’esterno della Stazione Spaziale dal 2011 e non progettato in vista di una manutenzione nello spazio. AstroLuca sarà anche il primo astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) ad essere leader di una passeggiata spaziale.
Quella di venerdì 15 sarà la prima di una serie di almeno quattro attività extraveicolari (Eva); la possibilità di una quinta passeggiata spaziale dipenderà dal modo in cui andranno le precedenti. «Lo stesso Luca ha detto che non c’è alcuna sicurezza di portare a termine il compito: di certo staremo col fiato sospeso per 15 giorni», ha detto all’Ansa il fisico Roberto Battiston, dell’Università di Trento e dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn). È uno dei ‘papà’ dello strumento nato per trovare, fra i raggi cosmici, le spie di un possibile ‘antimondo’.
CHE COS’È L’AMS-02
L’Ams-02 è infatti il risultato del progetto internazionale coordinato dal Nobel Samuel Ting, del Cern, e nel quale l’Italia ha avuto un ruolo di primo piano grazie al ruolo di Battiston e al contributo dell’Agenzia Spaziale Italiana (Asi). Costruito ai tempi dello Space Shuttle, l’Ams-02 era stato pensato per essere revisionato a Terra, ma con la rapida uscita di scena dello shuttle le cose sono andate diversamente e adesso ad AstroLuca aspetta un compito che nessun uomo nello spazio ha mai affrontato. Per questo l’Esa ha definito la passeggiata spaziale di venerdì 15 «la più difficoltosa dopo quella su Hubble», riferendosi alle acrobatiche missioni affrontare dagli astronauti dello shuttle a partire dal 1993.
AstroLuca dovrà infatti sostituire le pompe di raffreddamento dello strumento, grande come una stanza e pesante 7 tonnellate, progettato senza punti di appoggio. Dai ‘maniglioni’ per la sicurezza degli astronauti agli strumenti di lavoro, qualsiasi oggetto utile per lavorare sull’Ams è stato messo a punto a Terra dai tecnici della Nasa negli ultimi tre anni, ossia da quando l’agenzia spaziale americana ha dato l’ok alla missione per la manutenzione dello strumento. In ogni istante della passeggiata spaziale del 15 novembre AstroLuca sarà facilmente riconoscibile perché il suo ruolo di ‘spacewalker’ principale prevede che la sua tuta abbia delle mostrine rosse sul braccio; quella del collega Andrew Morgan sarà invece del tutto bianca.
CHRISTINA KOCH E JESSICA MEIR: LE COLLEGHE A SUPPORTO
Dall’interno della Stazione Spaziale ad assistere i due astronauti ci saranno le colleghe Christina Koch e Jessica Meir, famose per essere state le protagoniste della prima passeggiata spaziale tutta al femminile: avranno il compito di manovrare il braccio robotico della stazione orbitale per aiutare AstroLuca e AstroDrewMorgan a raggiungere la loro postazione di lavoro, sul traliccio S3.
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Lo ha comunicato una nota dell'Ufficio del portavoce del ministero degli Esteri di Pechino rispondendo alla richiesta di chiarimenti in merito alla visita dell'attivista pro-democrazia in Italia.
La richiesta di Joshua Wong di espatrio per un viaggio in Europa è stata rigettata dalla Corte di Hong Kong con una decisione presa l’8 novembre. Lo precisa una nota dell’Ufficio del portavoce del ministero degli Esteri di Pechino rispondendo alla richiesta di chiarimenti in merito alla visita dell’attivista pro-democrazia in Italia su invito della Fondazione Feltrinelli per un evento il 27 novembre a Milano. Wong è in libertà su cauzione.
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Arrivando il presidente dimissionario ha annunciato l'intenzione di voler «continuare la lotta per fare in modo che tutti i popoli del mondo abbiano tutto il diritto di liberarsi».
Il presidente dimissionario della BoliviaEvo Morales è arrivato in Messico. Lo si apprende dalla stampa locale, secondo la quale il suo aereo è appena atterrato. L’ex presidente, ha scritto la Bbc, ha spiegato di aver chiesto asilo in Messico preoccupato della propria incolumità.
Appena atterrato in Messico, l’ex presidente ha rilanciato la lotta: «È necessario continuare la lotta e siamo sicuri che i popoli del mondo abbiano tutto il diritto di liberarsi e porre fine all’oppressione, ma ci sono comunque dei gruppi che non rispettano la vita né tantomeno la patria. E questo farà parte della lotta ideologica culturale e sociale che porteremo avanti».
In Bolivia intanto la senatrice Jeanine Anez, considerata probabile presidente ad interim in base a quanto indicato dalla successione costituzionale, ha confermato che si terrà una sessione straordinaria del parlamento per designare il successore di Morales.
RESTA L’INCOGNITA DEL QUORUM
«Non ci può più essere un malgoverno», ha detto Anez, affermando che si stanno compiendo sforzi per fare in modo che giungano a La Paz «quei senatori o deputati che per qualche motivo non sono stati in grado di arrivare». La senatrice ha anche dichiarato alla stampa boliviana che ha fiducia che sarà raggiunto il quorum necessario per realizzare la sessione, sebbene il partito Movimento per il socialismo (Mas) di Morales abbia una maggioranza in entrambe le camere dei parlamento.
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