Il papa andrà in Angola nel suo primo viaggio in Africa

Nel suo primo viaggio in Africa, che però non è stato ancora pianificato, papa Leone XIV visiterà l’Angola, Paese che fu colonia portoghese e dove oltre la metà della popolazione è di fede cattolica. Lo ha detto l’arcivescovo Kryspin Witold Dubiel, nunzio apostolico nella nazione dell’Africa meridionale. Il diplomatico ha confermato che il pontefice ha accettato gli inviti sia dei vescovi cattolici dell’Angola che del presidente João Lourenço. Tempi, itinerario e programma della visita sono in fase di definizione.

Papa Leone riceve Maria Corina Machado

Papa Leone XIV ha ricevuto in Vaticano María Corina Machado, esponente di primo piano dell’opposizione venezuelana e Premio Nobel per la Pace 2025. L’incontro, reso noto dalla Sala Stampa della Santa Sede e inserito tra gli impegni ufficiali della giornata, è avvenuto su richiesta della stessa Machado. Fondatrice e guida del movimento Vente Venezuela, l’attivista è da tempo impegnata nella denuncia delle violazioni dei diritti democratici nel Paese sudamericano. Dopo essere fuggita dal Venezuela per partecipare a Oslo alla cerimonia del Nobel a dicembre 2025, in seguito al sequestro e al trasferimento a New York di Maduro, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha escluso una sua eventuale ascesa alla guida del Paese, annunciando comunque che incontrerà la leader dell’opposizione «martedì o mercoledì» e chiarendo che una grazia per Maduro non è «uno scenario possibile».

L’appello di Machado e l’appello del Pontefice per il Venezuela

Già a ottobre 2025 Machado aveva chiesto al Pontefice di intervenire presso il governo di Caracas per favorire la liberazione dei detenuti politici. Negli ultimi giorni, infatti, diverse scarcerazioni sono state disposte dalle autorità venezuelane, tra cui anche quelle degli italiani Alberto Trentini e Mario Burlò, come annunciato dal presidente dell’Assemblea Nazionale Jorge Rodríguez, fratello della vicepresidente e presidente facente funzioni Delcy Rodríguez. Durante l’Angelus del 4 gennaio, Papa Leone XIV aveva richiamato l’attenzione sulla crisi venezuelana, affermando di seguirne gli sviluppi «con animo colmo di preoccupazione» e sottolineando che «Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del paese, assicurando lo stato di diritto inscritto nella Costituzione, rispettando i diritti umani e civili di ognuno e di tutti e lavorando per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione, di stabilità e di concordia, con speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica».

Concistoro: cos’è, come funziona e a cosa serve

Papa Leone XIV ha convocato il suo primo Concistoro straordinario. I lavori si svolgono mercoledì 7 e giovedì 8 gennaio 2026 in Vaticano, a porte chiuse, con la partecipazione dei membri del Collegio cardinalizio. Al centro delle due giornate ci sono i principali nodi del pontificato: la Evangelii gaudium e la missionarietà della Chiesa, l’attuazione della costituzione apostolica Praedicate Evangelium, il ruolo della Curia romana nel rapporto con le Chiese particolari, la sinodalità e la liturgia. L’obiettivo, spiega la Santa Sede, è favorire un discernimento comune e offrire consiglio al papa nel governo della Chiesa universale

Cos’è il Concistoro e come funziona

Concistoro: cos’è, come funziona e a cosa serve
Concistoro del 2024 (Imagoeconomica).

Il Concistoro è una riunione ufficiale del papa con il Collegio dei cardinali. Il termine viene dal latino consistorium, cioè seduta, assemblea, consiglio. Può essere ordinario o straordinario e serve a consultare i porporati su questioni di particolare rilievo per la Chiesa. Non è un organo deliberativo, ma consultivo: le decisioni restano prerogativa del pontefice, che utilizza il confronto come strumento di orientamento e sostegno. A differenza del concistoro ordinario, a quello straordinario partecipano tutti i cardinali. Il confronto avviene a porte chiuse e non produce votazioni o documenti vincolanti. Il Collegio cardinalizio conta oggi 245 cardinali: 122 elettori, con meno di 80 anni, e 123 non elettori. Dal 5 gennaio, con il compimento degli 80 anni del cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, i non elettori hanno superato numericamente gli elettori per la prima volta nella storia della Chiesa.

A cosa serve il Concistoro

Il Concistoro serve a mettere il papa nelle condizioni di confrontarsi direttamente con i cardinali sui passaggi più delicati della vita della Chiesa. È uno strumento di consultazione e ascolto: il Pontefice espone orientamenti, priorità e problemi aperti, e raccoglie valutazioni, osservazioni e suggerimenti dai membri del Collegio cardinalizio. Nel caso dei Concistori straordinari, l’obiettivo è affrontare temi di particolare rilevanza pastorale e istituzionale, che incidono sull’assetto della Chiesa universale. Durante questo tipo di assemblea possono anche essere creati dei nuovi cardinali. Nei 10 concistori convocati da papa Francesco, sono stati creati 163 cardinali, dei quali 133 elettori (al momento della nomina). Tra questi, c’era il futuro papa Leone XIV.

Il Papa ha chiuso la porta santa, termina così il Giubileo

Alle 9.41 di martedì 6 gennaio, Papa Leone XIV ha chiuso la porta santa della Basilica di San Pietro, atto conclusivo del Giubileo 2025 dedicato alla speranza. Il rito si è svolto nell’atrio della basilica, davanti a circa tremila fedeli riuniti in piazza San Pietro e a numerose autorità civili e religiose. Dopo la recita della preghiera di ringraziamento per l’Anno Santo – «Si chiude questa Porta Santa, ma non si chiude la porta della tua clemenza», la formula prevista dal rito – il Pontefice si è avvicinato alla soglia, si è inginocchiato e ha sostato per alcuni istanti in silenzio. Quindi ha chiuso personalmente i due grandi battenti di bronzo, segnando la fine ufficiale del Giubileo indetto da Papa Francesco. La muratura vera e propria della porta, tuttavia, avverrà in forma privata tra circa dieci giorni.

Il Papa ha chiuso la porta santa, termina così il Giubileo
La messa della cerimonia di chiusura del Giubileo (Ansa).

Al Giubileo hanno partecipato oltre 33 milioni di pellegrini

Alla cerimonia erano presenti, tra gli altri, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, oltre a esponenti del governo e delle istituzioni. Dopo il rito, Leone XIV ha presieduto la messa della solennità dell’Epifania all’interno della Basilica vaticana e, a mezzogiorno, reciterà l’Angelus dal loggione centrale. Il Giubileo 2025 si chiude con numeri rilevanti: oltre 33 milioni di pellegrini arrivati a Roma da tutto il mondo, in una staffetta inedita tra Papa Francesco, che aveva aperto la Porta Santa il 24 dicembre 2024, e Leone XIV. L’evento più partecipato è stato quello dei primi di agosto, rivolti ai giovani, con più di un milione di pellegrini.

Leone XIV: «Garantire la sovranità del Venezuela»

Nel corso dell’Angelus, papa Leone XIV ha parlato anche della situazione in Venezuela. «Seguo gli sviluppi con animo colmo di preoccupazione», ha detto il pontefice. «Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto iscritto nella Costituzione». Rivolgendosi ai fedeli in piazza San Pietro, Leone XIV ha poi detto che bisogna rispettare «i diritti umani e civili di ognuno e di tutti» e lavorare «per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione di stabilità e di concordia con speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica».

Papa Leone XIV: «Il mio pensiero va alle tende di Gaza»

Papa Leone XIV ha celebrato la messa di Natale nella Basilica di San Pietro. Dal pontificato di Paolo VI la celebrazione diurna del 25 dicembre era stata generalmente affidata a un cardinale, mentre il Papa presiedeva solo la benedizione Urbi et Orbi di mezzogiorno. L’ultimo pontefice a officiare personalmente la messa del giorno di Natale era stato Giovanni Paolo II nel 1994. Durante l’omelia, il Papa ha richiamato l’urgenza di farsi carico delle sofferenze dell’umanità, citando Papa Francesco: «A volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Ma Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza».

Papa Leone XIV: «Il mio pensiero va alle tende di Gaza»
Papa Leone XIV in piazza San Pietro (Ansa).

Dopo questo passaggio, Leone XIV si è espresso sulla situazione a Gaza: «Il Verbo ha stabilito fra noi la sua fragile tenda. E come non pensare alle tende di Gaza, da settimane esposte alle piogge, al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni continente, o ai ripari di fortuna di migliaia di persone senza dimora, dentro le nostre città? Fragile è la carne delle popolazioni inermi, provate da tante guerre in corso o concluse lasciando macerie e ferite aperte. Fragili sono le menti e le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna di cui sono intrisi i roboanti discorsi di chi li manda a morire».

Papa Leone XIV: «Preghiamo per il martoriato popolo ucraino»

Nella benedizione Urbi et Orbi il Pontefice riserva un pensiero anche per l’Ucraina: «Al Principe della Pace affidiamo tutto il continente europeo, chiedendogli di continuare a ispirarvi uno spirito comunitario e collaborativo, fedele alle sue radici cristiane e alla sua storia, solidale e accogliente con chi si trova nel bisogno. Preghiamo in modo particolare per il martoriato popolo ucraino: si arresti il fragore delle armi e le parti coinvolte, sostenute dall’impegno della comunità internazionale, trovino il coraggio di dialogare in modo sincero, diretto e rispettoso».

Papa Leone XIV convoca il suo primo concistoro

Papa Leone XIV ha convocato il primo concistoro straordinario del suo pontificato, che si terrà il 7 e l’8 gennaio 2026. L’ha confermato la Sala Stampa della Santa Sede, aggiungendo che l’incontro con i cardinali sarà caratterizzato da momenti di comunione e fraternità, nonché da tempi dedicati alla riflessione, alla condivisione ed alla preghiera. Tali momenti, si legge nel comunicato, «saranno orientati a favorire un discernimento comune e a offrire sostegno e consiglio al Santo Padre nell’esercizio della sua alta e gravosa responsabilità nel governo della Chiesa universale». Il concistoro intende rafforzare la comunione tra il vescovo di Roma e i cardinali, chiamati a collaborare in modo particolare alla sollecitudine per il bene della Chiesa.

Visita a sorpresa di Leone XIV in Senato

Papa Leone XIV è arrivato a sorpresa a Palazzo Madama, dove ha in programma una serie di incontri, a partire da quello con Ignazio la Russa, presidente del Senato. Il pontefice visiterà inoltre la mostra sulla Bibbia di Borso d’Este, esposta nella Sala Capitolare di Palazzo della Minerva (che dal 2003 ospita la biblioteca del Senato). Il manoscritto, realizzato tra il 1455 e il 1461 dal calligrafo Pietro Paolo Marone e dai miniatori Taddeo Crivelli e Franco dei Russi, è considerato uno dei capolavori dell’arte rinascimentale italiana. In esposizione dal 14 novembre 2025 al 16 gennaio 2026 a Palazzo della Minerva, solitamente è conservata nella Biblioteca Estense Universitaria di Modena.

Quello di Francesco è uno schiaffo all’immagine del papa

La reazione di Francesco in San Pietro è simbolo di umanità. Ma porta con sé un grave danno d'immagine. Che lambisce il dogma dell'infallibilità del pontefice. E che in Vaticano dev'essere preso sul serio.

Il dogma dell’infallibilità papale è molto recente, se rapportato all’intera storia della Chiesa. Risale infatti solo al 1870, quando fu proclamato per volontà di Pio IX, il quale convocò un apposito concilio – il “Vaticano I” – affinché il dogma venisse approvato e reso definitivo. Ma il papa è infallibile solo quando parla “ex cathedra”, cioè quando si esprime su elementi dottrinali e di fede, oppure quando proclama nuovi dogmi. In questi casi “non può sbagliare”. Ma quando si libera infastidito dalla presa di una fedele in Piazza San Pietro, schiaffeggiandola mano che lo trattiene? La condotta del papa è anch’essa infallibile?

Nel 1870 non esistevano le telecamere, né i telegiornali, né tanto meno il web e i social network. Un episodio come quello dello strattone al papa e della sua reazione stizzita non avrebbe avuto alcuna eco al di là degli spettatori presenti. Ma in realtà non sarebbe stato proprio possibile, perché il papa all’epoca non scendeva in mezzo alla gente, e se proprio doveva farlo, veniva portato in giro su una sedia pontificia che si levava alta, al riparo dalla folla e dalle sue intemperanze. Alla sedia è poi subentrata la papa-mobile, con la sua bolla trasparente, che espone il pontefice come in una protettiva vetrina semovente, mentre passa e benedice i fedeli. Perché quando si avvicina fisicamente alla gente, tutto è possibile, come accadde a Giovanni Paolo II, che si prese un colpo di pistola in pancia nel 1981 da turco Alì Agca, e venne salvato poi dai chirurghi del Policlinico Gemelli, oppure dalla Madonna stessa, a seconda delle convinzioni religiose.

UN PAPA PARAGONATO A UNA ROCKSTAR

Nella nostra era ultramediatica, il papa – e soprattutto questo papa, Bergoglio – viene giustamente paragonato a una rockstar, che suscita nei fedeli lo stesso tipo di fanatismo che si rivolge ai miti della musica e ai divi del cinema. Molto meno ai personaggi politici. Ed è forse che per questo che un politico scaltro come Matteo Salvini, superando gli elementi dell’idolatria berlusconista, ha fatto propria una gestualità religiosa che allude continuamente a una presunta “vera fede”, in contrapposizione alle aperture misericordiose di Francesco, pontefice di cui i sovranisti diffidano massimamente. Al punto da pubblicare, Salvini, un video stupidissimo, in cui la fidanzata Francesca Verdini figura come la fedele postulante di Piazza San Pietro, mentre lui stesso vi recita il ruolo di “papa buono”, che si libera dolcemente dalla presa della mano e le accarezza il viso, come a correggere il comportamento opinabile del papa, criticato aspramente per un buffetto alle mani dagli stessi sovranisti che tifano per l’affondamento di barconi e migranti in mare.

UNO STRATTONE CHE VA PRESO SUL SERIO

Bergoglio si è poi scusato pubblicamente per aver dato «il cattivo esempio», e ammettendo di aver perso le staffe, come può capitare a chiunque. Dunque il papa è un chiunque, uno di noi, un essere umano fallibile e imperfetto? Certo che sì, personalmente non avevamo dubbi. Ma il danno di immagine è grave, proprio perché consente a personaggi di bassissimo profilo di proporsi credibilmente come detentori di simboli e verità religiose, facendo di se stessi e del proprio corpo un feticcio. Una strategia che trova la sua apoteosi nella pratica dei selfie scattati a raffica coi telefonini insieme ai propri seguaci. Lo fa Salvini e lo fa anche il papa. Forse quello strattone dovrebbe essere preso sul serio in Vaticano. Senza dogmatismi.

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Difficile essere atei da quando c’è Francesco

Il brutto anno che ci lasciamo alle spalle ha avuto per me una sola luce: la presenza di questo papa buono, ironico, severo, comprensivo.

Ho ascoltato spesso in questo anno che sta finendo papa Francesco in tivù mentre parlava ai fedeli in piazza san Pietro. E mi hanno sempre colpito le sue parole, l’uso del testo dei Vangeli, le parabole che ha citato. Ho letto i suoi libri. Non sono stato né cattolico né di altra fede. Nella mia famiglia non c’era l’abitudine, cosa singolare essendo una piccola famiglia del Sud, di frequentare e far frequentare ai figli la parrocchia. Posso persino dire che alcune pesanti disavventure familiari avevano creato nei miei genitori una certa avversità verso la fede. La mia formazione si è svolta al di fuori di ogni influenza religiosa. Paradossalmente l’impatto più forte l’ho avuto nei miei lunghi anni trascorsi nel Pci quando il tema del rapporto con i cattolici era cruciale. Si passò nel volgere di un paio di decenni dall’apprezzamento di “una sofferta coscienza cattolica” al tempo, erano gli anni di Enrico Berlinguer, in cui i cattolici, non più sofferenti (lo scrivo con evidente ironia verso il togliattismo), divennero nostri compagni e dirigenti.

Tutto questo è avvenuto senza che io mi schiodassi da una freddezza verso ogni fede, a parte una curiosità culturale molto accentuata verso l’ebraismo che mi ha portato a numerosi viaggi in Israele e a intrecciare con amici ebrei rapporti molto forti di grande sintonia. Da quando c’è Francesco sento, però, che qualcosa è mutato. Non ho il linguaggio per esprimere bene, cioè correttamente, quello che sento e che vorrei mettere a confronto con chi mi legge, ma il tema della fede si sta facendo spazio nella mia mente e, se posso dire, nel mio cuore. Ho amato da laico alcuni papi. Oltre alla predilezione per papa Giovanni XXIII, ho provato una ammirazione sconfinata per papa Paolo VI. Degli altri non dico. In quel singolare mese di papato mi colpirono le parole di Albino Luciani, così vicine alla sensibilità anche di chi non credeva.

UN NUOVO APPROCCIO ALLA FEDE

Poi è arrivato dalla fin del mondo Francesco che ha introdotto nel linguaggio pubblico e nella coscienza dei singoli, sicuramente nella mia, una dimensione della fede che mi appare, lo scrivo con approssimazione, non solo capace di mettermi in contatto con il mondo ma anche di trovare in questo contatto le ragioni di una comprensione della persona, del suo destino, della natura che nel passato non era mai appartenuta con tanta intensità. Ho capito, credo di aver capito, che cosa vuol dire il papa e cosa vuole spingerci a fare nella, e della nostra, vita quando chiede di illuminarla con la “misericordia”. Devo anche dire che c’è un filosofo ateo che mi ha molto aiutato, con i suoi testi, a comprendere la profondità del messaggio di fede e persino, più recentemente, del significato mariano: parlo di Massimo Cacciari. Mi direbbe un cattolico di antica data che anche da questo si capisce perché le vie del Signore sono infinite.

Il punto centrale del ragionamento che mi ispira il papa sta nella sua straordinaria umanità, nel suo voler sospingere noi umani su una strada di misericordia e di comprensione

Molti di voi penseranno che scrivo queste cose perché il papa viene descritto come di sinistra, addirittura “comunista”. Non replico a queste sciocchezze. Né l’affetto filiale verso Francesco è cresciuto sentendolo vittima di attacchi pieni di veleno. Giudico, come faccio ogni giorno, la politica sulla base della politica. Mi interessa poco l’uso della religione nella miserabile battaglia elettorale. Il punto centrale del ragionamento, razionale e sentimentale, che mi ispira il papa sta nella sua straordinaria umanità, nel suo voler sospingere noi umani su una strada di misericordia e di comprensione. Parla di un Dio amico delle persone singole e dell’umanità. Perché mi è venuta questa voglia di rendere pubblica questa emozione? Non voglio fare annunci (non ne ho), né sento di potermi definire ancora né credente né cattolico. Ho capito da Francesco che bisogna essere persone trasparenti e che non bisogna aver paura di iniziare a provare un sentimento religioso così intrecciato con l’amore per l’umanità. E questo brutto anno che ci lasciamo alle spalle ha avuto per me una sola luce: la presenza di questo papa buono, ironico, severo, comprensivo. Tutto qui.

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Dagli abusi alle riforme, in Vaticano è un Natale di terremoti

Le rivelazioni sulle violenze dei Legionari di Cristo nei confronti dei minori hanno scosso la Curia. Mentre per papa Francesco «non siamo più nella cristianità». Scandali, denunce, potere che difende i privilegi: cosa sta succedendo nella Chiesa.

Il Natale 2019 in Vaticano è stato preceduto da una raffica di notizie sorprendenti e rivelatrici. Papa Francesco nel discorso di auguri alla Curia vaticana ha ribadito la necessità di riformare gli uffici e le funzioni dei dicasteri che “governano” la Chiesa universale chiarendo che organismi storicamente importanti – e dal ruolo ben definito – fra i quali la Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’uffizio) e la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli (Propaganda fide), non potranno più essere quelli del passato. Quello che stiamo attraversando infatti, per il papa, è un cambiamento d’epoca che pone la Chiesa di fronte a sfide drammatiche per la sua stessa sopravvivenza.

LA FEDE SPESSO DERISA E NEGATA

«Fratelli e sorelle», ha detto Francesco, «non siamo nella cristianità, non più!». II tema della riforma della Curia, ha spiegato, non è legato solo alla necessità di aggiornare istituzioni vetuste e limitare le burocrazie, il nodo vero è quello dell’evangelizzazione in un’epoca in cui i pastori, i vescovi, non sono più i primi a produrre cultura e valori, né i più ascoltati. La fede in tutto l’Occidente, ha precisato il papa, non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, al contrario avviene che essa venga spesso derisa e negata.

SENZA REAZIONE DESTINATI A ESSERE TRAVOLTI

Se negli anni passati Francesco aveva elencato tutti i vizi della Curia romana compilando severi e drammatici j’accuse di un mondo arrogante e chiuso in se stesso, nelle proprie dinamiche interne, nei privilegi anacronistici fatti passare per tradizione, attaccato al potere a volte allo sfarzo, quest’anno il papa è passato a delineare la fine di un mondo che fra non molto se non si reagisce, era il sottinteso di un intervento inusuale, travolgerà anche la cittadella d’Oltretevere.

STRATEGIA OSTRUZIONISTICA CONTRO FRANCESCO

La Curia finora ha fatto orecchie da mercante di fronte ai tentativi di riforma interna promossi dal papa, la bozza finale della nuova costituzione vaticana arrivata all’ultimo miglio (doveva essere approvata prima di Natale), è stata sommersa da centinaia di emendamenti secondo la più classica strategia ostruzionistica. Questa volta Bergoglio, tuttavia, ha lanciato un allarme che è andato oltre la contesa ormai classica fra il papa venuto dalla fine del mondo e il vecchio ordine romano, ha fatto capire che il tempo sta per scadere perché nelle città di oggi, ha detto al nutrito drappello di cardinali e alti funzionari curiali riuniti ad ascoltarlo, la Chiesa per orientarsi ha bisogno di «nuove mappe»; insomma se si vuole salvare la barca di Pietro, Curia compresa, non c’è tempo da perdere. Chissà se il messaggio verrà recepito. Nel frattempo Francesco si è circondato di fedelissimi nei dicasteri chiave delle finanze vaticane (snodo nevralgico della riforma), considerando ormai fallito ogni tentativo di governo che coinvolgesse l’opposizione.

DECISIONE FORTE SUL POTENTE SODANO

In questa direzione va anche la decisione di mandare in pensione il già anziano cardinale Angelo Sodano (92 anni), che ha lasciato l’incarico non solo onorifico di decano del sacro collegio cardinalizio. Francesco ne ha accetto la rinunzia e al contempo ha riformato l’istituto stabilendo che la carica ha la durata in tutto di cinque anni eventualmente rinnovabili; Sodano è rimasto al suo posto per quasi 15 anni. Considerato da sempre uno degli uomini più potenti in Vaticano, è stato fra le altre cose attaccato da un altro peso massimo del sacro collegio, l’arcivescovo di Vienna Christoph Schoenborn, che ha ricordato come l’ex decano lo avesse violentemente messo sotto accusa davanti a Benedetto XVI nel 2010 per essersi impegnato con i vescovi austriaci nel denunciare gli abusi sessuali commessi dal cardinale Hans Hermann Groer, ex arcivescovo di Vienna (un’inchiesta del giornalista Hubertus Czernin arrivò a parlare di circa 2 mila ragazzi abusati da Groer).

LEGAMI OSCURI CON GLI SCANDALI SUGLI ABUSI

Sodano negò con virulenza la fondatezza delle notizie contro Groer. La carriera di Sodano, del resto, è costellata da episodi riferibili allo scandalo degli abusi sessuali: abbiamo già ricordato i suoi legami – raccontati da alcune vittimecon il sacerdote cileno abusatore Fernando Karadima, vicino al dittatore Augusto Pinochet (i rapporti di Sodano con i regimi sudamericani sono un altro argomento di critica nei suoi confronti). Dalla vicenda Karadima è scaturita una crisi che ha portato alle dimissioni dei vertici della Chiesa cilena in tempi recenti.

TUTTE LE MACCHIE DEI LEGIONARI DI CRISTO

Ancora, l’ex Segretario di Stato di Giovanni Paolo II e per un breve periodo di Benedetto XVI è stato chiamato in causa da testimonianze e inchieste giornalistiche per aver offerto protezione al fondatore dei Legionari di Cristo, l’oscuro padre Marcial Maciel (del resto protetto dallo stesso Karol Wojtyla), dal conclamato profilo criminale. E proprio sabato 21 dicembre, dalla Congregazione dei Legionari, in quello che assomiglia a un tentativo pubblico di contribuire alla verità, è stato diffuso un rapporto nel quale si accusa lo stesso fondatore dell’organizzazione di aver abusato di almeno 60 minori, parte di un più vasto gruppo di 175 ragazzi compresi fra gli 11 e i 26 anni vittime di abusi – nell’arco di 80 anni – commessi da 33 sacerdoti membri della Congregazione, 18 dei quali ne fanno ancora parte (ma i casi potrebbero essere molti di più). Anche diverse decine di seminaristi, emerge dal rapporto, hanno subito e compiuto violenze.

UNA «MAFIA» CHE COPRIVA LE VIOLENZE

D’altro canto non può essere dimenticato quanto disse il cardinale brasiliano Joao Braz de Aviz, capo del dicastero vaticano per la vita religiosa e gli istituti di vita consacrata, che a fine 2018 spiegò come le accuse contro Maciel fossero note al Vaticano dal 1943, quindi aggiunse: «Chi lo ha coperto era una mafia, non rappresentava la Chiesa». In questo quadro va ricordato che fra le finalità note dei Legionari rientrava quella di combattere la diffusione della teologia della liberazione in America Latina. Infine è arrivata la notizia che solo nell’ultimo anno sono giunte in Vaticano circa 1.000 denunce relative a casi di abusi sessuali commessi da esponenti del clero. La crisi insomma è ben lungi dal concludersi, anche se con Francesco la Chiesa ha iniziato la sua lunga traversata del deserto.

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In Vaticano mille denunce di abusi sessuali in un anno: «È uno tsunami»

John Joseph Kennedy, il capo Ufficio della sezione disciplinare della Congregazione per la dottrina della fede: «Se avessi un bambino maltrattato, probabilmente smetterei di andare a messa».

Sopraffatti dalle denunce, letteralmente. L’ufficio vaticano che riceve le denunce di abusi sessuali da parte del clero ha registrato quest’anno la cifra record di 1.000 casi segnalati da tutto il mondo, anche da Paesi di cui non aveva mai sentito parlare prima, e potrebbe non essere finita qui. John Joseph Kennedy, il capo Ufficio della Sezione Disciplinare nella Congregazione per la dottrina della fede, lo ha detto all’agenzia di stampa americana Associated press, precisando che l’enorme afflusso di denunce ha “sopraffatto” il personale

«STIAMO ASSISTENDO A UNO TSUNAMI DI CASI»

Per evadere tutti i documenti relativi al 2019, il quadruplo di quanti se ne gestivano un decennio fa, il personale – ha spiegato Kennedy – «dovrebbe lavorare sette giorni alla settimana». «Stiamo effettivamente assistendo a uno tsunami di casi, al momento, in particolare da Paesi di cui non abbiamo mai sentito parlare prima», ha detto, riferendosi ai casi più eclatanti emersi in Argentina, Messico, Cile, Italia, Polonia e Stati Uniti. «Suppongo che se non fossi un prete e se avessi un bambino maltrattato, probabilmente smetterei di andare a messa», ha detto Kennedy. Ma il Vaticano – ha ricordato – si è impegnato a combattere gli abusi e ha solo bisogno di tempo per esaminare tutti i casi. «Li esamineremo dal punto di vista forense e garantiremo il giusto risultato – ha aggiunto -. Non si tratta di riconquistare la gente, perché la fede è qualcosa di molto personale. Ma almeno diamo alla gente la possibilità di dire: ‘Forse diamo alla chiesa una seconda possibilità di ascoltare il messaggio’».

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Papa Francesco abolisce il segreto pontificio sui casi di pedofilia

Denunce, processi e decisioni potranno essere rese pubbliche. E il reato di pedopornografia viene esteso alle vittime fino a 18 anni.

Papa Francesco ha abolito il “segreto pontificio” sui casi di abusi sessuali commessi da chierici sui minori. È l’effetto del Rescriptum ex audientia pubblicato il 17 dicembre con cui si promulga un’istruzione «Sulla riservatezza delle cause». All’articolo 1 si prevede infatti che «non sono coperti dal segreto pontificio le denunce, i processi e le decisioni riguardanti i delitti» in materia di abusi su minori, di cui nel Motu proprio «Vos estis lux mund» e nelle norme «de gravioribus delicti».

REATO DI PEDOPORNOGRAFIA FINO A 18 ANNI

Bergoglio ha anche stabilito che il reato di pedopornografia sussista fino a quando i soggetti ripresi nelle immagini hanno l’età di 18 anni e non solo 14 com’era finora. L’altra modifica riguarda l’abolizione della norma secondo cui il ruolo di avvocato e procuratore, nelle cause per abusi in sede di tribunali diocesani e Dottrina della fede, doveva essere adempiuto da un sacerdote. Ora potrà essere un laico.

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I fedelissimi di Francesco per le finanze vaticane

Da Guerrero Alves fino a Tagle: chi sono e che compiti avranno gli uomini messi dal papa in posti chiave della Curia. Dove continua a ridursi la presenza italiana.

Il Vaticano ha da qualche settimana un nuovo super ministro per l’economia, Juan Antonio Guerrero Alves, gesuita, spagnolo di 60 anni che ha ricoperto nel tempo diversi incarichi organizzativi e di governo nella Compagnia di Gesù. È quello che si può definire un uomo di fiducia del papa, un ministro più ‘politico’ che ‘tecnico’; evidentemente dopo tanti ‘stop and go’ nel cammino di riforma delle finanze d’Oltretevere, Francesco ha deciso che sono davvero pochi quelli di cui ci si può fidare: fra questi rientrano certamente i gesuiti il cui ruolo, non a caso, sta crescendo sia in Curia che nel collegio cardinalizio. 

LA SFIDA DI GUERRERO E MARX

Il compito primario di padre Guerrero è quello di portare a termine uno dei passaggi chiave nel percorso di trasformazione delle finanze vaticane, ovvero la pubblicazione dei bilanci del piccolo Stato del papa. Un tassello che manca da diversi anni, nonostante gli annunci e le promesse fatte a partire dal 2014. Per far questo, tuttavia, il nuovo prefetto della segreteria per l’Economia dovrà riuscire a pianificare e razionalizzare le spese, verificare gli sprechi e le necessità reali di ogni ufficio vaticano, coordinare entrate e uscite. Queste attività sono esercitate dalla segreteria in collaborazione con un altro importante organismo, figlio anch’esso della riforma istituzionale voluta dal Papa: vale a dire il Consiglio per l’economia guidato dal cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e capo della Conferenza episcopale tedesca.

UN TESORETTO DI 700 MILIONI DI EURO

Tuttavia sia Guerrero che Marx dovranno vedersela ancora una volta con la segreteria di Stato che fino ad ora si è opposta a un suo ridimensionamento nel governo delle finanze. La recente vicenda dell’investimento confuso e opaco realizzato a Londra è appunto sintomo di questa situazione. La segreteria di Stato controlla infatti un proprio tesoretto, che ammonterebbe a circa 700 milioni di euro, una parte dei quali sono stati investiti nell’operazione immobiliare rivelatasi uni boomerang. In ogni caso, una fetta rilevante di questa cifra deriva dall’obolo di San Pietro, ovvero dalle collette dai fedeli per la carità del papa.

Il  punto in discussione è se il Vaticano può permettersi che certi fondi siano esclusi dai bilanci e gestiti dagli uffici della segreteria di Stato

In realtà è noto ormai da diverso tempo (almeno da Paolo VI in avanti) che il fondo d’emergenza costituito attraverso l’obolo e le donazioni delle chiese locali presso la segreteria di Stato, ha avuto diverse funzioni: coprire i buchi di bilancio del Vaticano in momenti di difficoltà, sopperire alle necessità amministrative più urgenti, consentire di intervenire in situazioni critiche. Sono risorse che, come ha spiegato lo stesso pontefice sul volo che lo riportava indietro dal Giappone, vanno pure investite, ma in modo corretto e trasparente (e su questo aspetto è scoppiato l’ultimo scandalo, non sulla necessità di far fruttare le risorse a disposizione).

IL PESO DI PAROLIN NELLE PROSSIME SCELTE

Il  punto in discussione, ora, è se il Vaticano – data l’importanza che la questione assume per credibilità della Santa Sede – può permettersi che fondi di questo tipo siano esclusi dai bilanci e gestiti dagli uffici della segreteria di Stato e non invece, per esempio, attraverso lo Ior riformato per garantire un maggior controllo sul loro utilizzo. In tal senso peserà, e non poco, la parola del Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, un altro dei più stretti collaboratori di Francesco, il quale ha mostrato più volte di non voler sottostare, dal punto di vista finanziario, ad altri organismi vaticani (come invece sembrava intendere l’ex prefetto della segreteria per l’Economia il cardinale australiano George Pell che entrò in rotta di collisione con Parolin).

IL SENSAZIONALISMO SULL’USO DELL’OBOLO DI SAN PIETRO

Di certo c’è che un certo sensazionalismo scatenato intorno all’uso dell’obolo di San Pietro – da ultimo da parte del Wall Street Journal – circa il fatto che le offerte dei fedeli non siano utilizzate per opere di carità ma per far “funzionare”  il Vaticano, sembra sproporzionato. Si parla infatti di una cifra che sta intorno ai 70 milioni di dollari l’anno, a volte meno, senza dubbio significativa ma che diventa ben poca cosa in termini assoluti se si considera, per esempio, che l’evasione fiscale in Italia tocca i 109 miliardi di euro annui. D’altro canto, proprio da un certo grado di efficienza della Santa Sede dipendono interventi e azioni umanitarie importanti promossi dal Vaticano e dalla Chiesa. Tuttavia, la trasparenza è altra cosa: per la credibilità della Chiesa la vera accountability è quella nei confronti dell’opinione pubblica, e qui la strada da percorrere è ancora lunga.

Con Tagle Francesco ha collocato un fedelissimo in un posto chiave sia per le missioni che per le finanze, ridimensionando ancora la presenza italiana nella Curia

Per questo non può passare inosservata un’altra nomina di peso fatta da Francesco negli ultimi giorni, quella del nuovo prefetto di Propaganda Fide, il dicastero per l’evangelizzazione dei popoli che può contare su un patrimonio immobiliare a oggi sconosciuto nonostante le tante ipotesi e illazioni. Si tratta del cardinale filippino Luis Antonio Tagle, da pochi giorni ex arcivescovo di Manila, a capo pure di Caritas internationalis, l’arcipelago mondiale delle organizzazioni cattoliche impegnate sul fronte della solidarietà verso i più poveri. Francesco, dunque, ha collocato un altro dei suoi fedelissimi in un posto chiave sia per le missioni che per le finanze, ridimensionando ancora  – va sottolineato – la presenza italiana nella Curia vaticana. A lasciare il posto di ‘papa rosso’  a Tagle infatti (questa secondo la tradizione la definizione attribuita al capo di Propaganda Fide), è stato il cardinale Fernando Filoni, diplomatico esperto e di lungo corso approdato a Propaganda Fide nel 2011 con Benedetto XVI che non aveva compiuto ancora l’età per andare in pensione (75 anni, Filoni ne ha 73).

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Il Vaticano apre al dialogo con le Sardine

Il prefetto del Dicastero per lo Sviluppo umano Turkson: «Prima dobbiamo conoscere le cause della popolarità e capire cosa c'è dietro a tutto questo, poi aspettiamo una mossa della Cei e solo dopo scendiamo in campo».

Dai pescatori di pesci evangelici ai pescatori di Sardine. Il cardinale Peter Turkson, prefetto del Dicastero per lo Sviluppo umano integrale, non disdegna l’ipotesi di un dialogo con il movimento nato a Bologna e di cui uno dei fondatori Mattia Santori, ha detto di essere impegnato in un percorso di fede. «Prima dobbiamo conoscere le cause della popolarità e capire cosa c’è dietro a tutto questo», risponde il porporato a Vatican Insider, a margine della presentazione del messaggio del Papa per la Giornata Mondiale della Pace 2020, «poi aspettiamo una mossa della Cei e solo dopo scendiamo in campo».

«ACCOMPAGNIAMO I GRUPPI VERSO IL MESSAGGIO DELLA CHIESA»

«Quello che posso dire su questo fenomeno», ha affermato Turkson, «è che ribadiamo il diritto di ognuno di esprimere le proprie idee, i propri pensieri. Se alcuni sono convinti che per promuovere il senso della democrazia in Italia è utile un tale gruppo, bene, noi lo accompagniamo cercando sempre di andare incontro con il Vangelo e la Dottrina sociale della Chiesa. Stiamo facendo la stessa cosa con i gruppi che combattono la xenofobia: li invitiamo ad una conferenza e cerchiamo di indirizzarli verso il messaggio della Chiesa. L’accompagnamento è il nostro grande mezzo per dialogare con questi sforzi».

«ASPETTIAMO UNA MOSSA DELLA CEI»

Quindi la Santa Sede è disposta a dialogare con le sardine o ad invitarle in un convegno in Vaticano? «Eventualmente…», replica il capo dicastero, «Questo movimento è molto popolare, va benissimo, ma noi prima dobbiamo capire: perché è così popolare? Cosa c’è dietro a tutto questo? Prima cerchiamo di scoprire le cause e poi, come dicevo, di indirizzare il messaggio. Inoltre si tratta di un fenomeno italiano, locale. Pertanto aspettiamo prima una mossa della Conferenza episcopale italiana, solo dopo possiamo appoggiare e scendere in campo».

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Per il Vaticano la diplomazia mondiale è in crisi a causa dell’ego nazionalista

La diplomazia della Santa Sede sostiene l’approccio multilaterale alle crisi internazionali. E appoggia l’azione di organismi intergovernativi come le Nazioni Unite. Ora in crisi a causa del sovranismo dilagante.

La diplomazia della Santa Sede sostiene l’approccio multilaterale alle crisi internazionali e appoggia di conseguenza l’azione degli organismi intergovernativi come le Nazioni Unite.

L’IMPASSE DEGLI ORGANISMI INTERGOVERNATIVI

Se questi ultimi vivono da tempo una stagione di impasse è dovuto a vari fattori fra i quali ha un peso significativo l’idea, oggi diffusa, che gli interessi particolari, nazionali, debbano e possano prevalere anche al di fuori del principio di collaborazione fra nazioni e governi. Si tratta, tuttavia, di una prospettiva illusoria, fondata su una sorta di “ego del nazionalismo” che non contribuisce né alla tutela degli interessi specifici né, tanto meno, alla soluzione dei problemi di carattere globale che riguardano il Pianeta a cominciare dalla ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti.

LA DIPLOMAZIA VATICANA CONTRO I NAZIONALISMI

Il Segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha chiarito in una lectio magistralis tenuta nei giorni scorsi in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Cattolica a Roma, in quale prospettiva operi la diplomazia vaticana. Parolin, ha quindi riaffermato come l’azione della Santa Sede, anche sul piano degli strumenti della politica internazionale, delle sue finalità, della sua ispirazione cristiana, sia profondamente in contrasto con le opzioni nazionalistiche oggi spesso prevalenti che divergono profondamente, per metodo e per scala di valori, da quanto propone la Chiesa sul piano diplomatico a livello globale.  

LEGGI ANCHE: Ruini apre a Salvini: l’ultima carta dei conservatori contro Francesco

I DISSIDI TRA SANTA SEDE E LEADER SOVRANISTI

D’altro canto, basta ricordare, a conferma delle affermazioni del Segretario di Stato, che non sono stati pochi i motivi di dissidio fra la Santa Sede e alcuni degli slogan e dei protagonisti della scena mondiale. A cominciare dall’America first di Donald Trump il quale entrava in contrasto sia con i partner europei che con la nuova superpotenza economica cinese, mentre cercava di ampliare il proprio consenso interno attaccando le minoranze etniche e i migranti; non vanno poi dimenticate le accuse di ingerenza rivolte dal presidente brasiliano Jair Bolsonaro a quanti  – compreso il papa – chiedono la salvaguardia della foresta amazzonica quale bene comune dell’umanità la cui distruzione ha ricadute ambientali che vanno ben oltre i confini del Brasile.

bolsonaro democrazia brasile
Il presidente del Brasile Jair Bolsonaro. (Getty)

Ma di fatto in questa problematica rientra – e forse si colloca al primo posto per importanza e gravità – il lungo e distruttivo conflitto siriano in cui la Santa Sede ha più volte denunciato il prevalere degli interessi di superpotenze regionali o globali su quelli di una popolazione civile straziata dal conflitto (si parla nel caso specifico di guerra combattuta da gruppi e milizie “per procura”).

LEGGI ANCHE: Dagli Usa al Vaticano, nomine pesanti che rafforzano il papa

Anche i movimenti nazionalisti che percorrono l’Europa in questi anni sono osservati con allarme dalla Santa Sede per la carica di odio che tendono a scatenare contro le minoranze, come ha ricordato il papa lo scorso 15 novembre quando ha pure affermato: «Vi confesso che quando sento qualche discorso, qualche responsabile dell’ordine o del governo, mi vengono in mente i discorsi di Hiltler nel ’34 e nel ’36». Per questo il primo obiettivo della diplomazia vaticana è quello di lavorare per la pace, la concordia e il dialogo fra le nazioni.

LE SFIDE DELL’ERA POST-GLOBALIZZAZIONE

Tanto più che il mondo nel quale oggi si muovono i diplomatici della Santa Sede non è più quello di una «comunità di genti cristiane» in cui al papa spettava il compito di costruire la pace «fra i principi cristiani», ma una realtà plurale e assai diversificata al suo interno per culture, tradizioni, religioni. Il compito dei nunzi e dei diplomatici del papa, allora, è quello di lavorare per il bene comune di ogni Paese nel quale ci si trova ad agire, mentre sul piano generale deve prevalere il principio di far progredire l’intera famiglia umana. Concetto che oggi non gode di grande popolarità

Il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin
Il segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin (Ansa).

Se infatti nella globalizzazione, ha spiegato il cardinale Parolin, l’importante per i singoli Stati era di non restare esclusi, «nella realtà post-globale in cui siamo immersi, il primo pensiero è proteggersi, chiudersi rispetto a quanto ci circonda poiché ritenuto fonte di pericolo o di contaminazione per idee, culture, visioni religiose, processi economici». D’altro canto, nell’attuale deriva in cui prevalgono gli isolazionismi o le visioni particolaristiche, i muri e i confini chiusi, secondo il Segretario di Stato vaticano, i protagonisti della politica internazionale appaiono spesso rassegnati rispetto al susseguirsi di crisi, violenze contro innocenti, violazioni di diritti fondamentali.

LEGGI ANCHE: L’America Latina ha aiutato il papa a battere la Curia

La diplomazia, a sua volta, ha le armi spuntate, è diventata impotente di fronte ai numerosi conflitti in atto, alla circolazione indiscriminata delle armi, al ricorso alla violenza terroristica o a impossibili condizioni di sopravvivenza di popoli e Paesi. Da qui la necessità e l’urgenza di tornare al multilateralismo quale strada maestra per scongiurare e guerre e contrapposizioni fratricide, aprire strade negoziali ovunque sia possibile, favorire la cooperazione e la riconciliazione fra le nazioni.   

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Per il Vaticano la diplomazia mondiale è in crisi a causa dell’ego nazionalista

La diplomazia della Santa Sede sostiene l’approccio multilaterale alle crisi internazionali. E appoggia l’azione di organismi intergovernativi come le Nazioni Unite. Ora in crisi a causa del sovranismo dilagante.

La diplomazia della Santa Sede sostiene l’approccio multilaterale alle crisi internazionali e appoggia di conseguenza l’azione degli organismi intergovernativi come le Nazioni Unite.

L’IMPASSE DEGLI ORGANISMI INTERGOVERNATIVI

Se questi ultimi vivono da tempo una stagione di impasse è dovuto a vari fattori fra i quali ha un peso significativo l’idea, oggi diffusa, che gli interessi particolari, nazionali, debbano e possano prevalere anche al di fuori del principio di collaborazione fra nazioni e governi. Si tratta, tuttavia, di una prospettiva illusoria, fondata su una sorta di “ego del nazionalismo” che non contribuisce né alla tutela degli interessi specifici né, tanto meno, alla soluzione dei problemi di carattere globale che riguardano il Pianeta a cominciare dalla ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti.

LA DIPLOMAZIA VATICANA CONTRO I NAZIONALISMI

Il Segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha chiarito in una lectio magistralis tenuta nei giorni scorsi in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Cattolica a Roma, in quale prospettiva operi la diplomazia vaticana. Parolin, ha quindi riaffermato come l’azione della Santa Sede, anche sul piano degli strumenti della politica internazionale, delle sue finalità, della sua ispirazione cristiana, sia profondamente in contrasto con le opzioni nazionalistiche oggi spesso prevalenti che divergono profondamente, per metodo e per scala di valori, da quanto propone la Chiesa sul piano diplomatico a livello globale.  

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I DISSIDI TRA SANTA SEDE E LEADER SOVRANISTI

D’altro canto, basta ricordare, a conferma delle affermazioni del Segretario di Stato, che non sono stati pochi i motivi di dissidio fra la Santa Sede e alcuni degli slogan e dei protagonisti della scena mondiale. A cominciare dall’America first di Donald Trump il quale entrava in contrasto sia con i partner europei che con la nuova superpotenza economica cinese, mentre cercava di ampliare il proprio consenso interno attaccando le minoranze etniche e i migranti; non vanno poi dimenticate le accuse di ingerenza rivolte dal presidente brasiliano Jair Bolsonaro a quanti  – compreso il papa – chiedono la salvaguardia della foresta amazzonica quale bene comune dell’umanità la cui distruzione ha ricadute ambientali che vanno ben oltre i confini del Brasile.

bolsonaro democrazia brasile
Il presidente del Brasile Jair Bolsonaro. (Getty)

Ma di fatto in questa problematica rientra – e forse si colloca al primo posto per importanza e gravità – il lungo e distruttivo conflitto siriano in cui la Santa Sede ha più volte denunciato il prevalere degli interessi di superpotenze regionali o globali su quelli di una popolazione civile straziata dal conflitto (si parla nel caso specifico di guerra combattuta da gruppi e milizie “per procura”).

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Anche i movimenti nazionalisti che percorrono l’Europa in questi anni sono osservati con allarme dalla Santa Sede per la carica di odio che tendono a scatenare contro le minoranze, come ha ricordato il papa lo scorso 15 novembre quando ha pure affermato: «Vi confesso che quando sento qualche discorso, qualche responsabile dell’ordine o del governo, mi vengono in mente i discorsi di Hiltler nel ’34 e nel ’36». Per questo il primo obiettivo della diplomazia vaticana è quello di lavorare per la pace, la concordia e il dialogo fra le nazioni.

LE SFIDE DELL’ERA POST-GLOBALIZZAZIONE

Tanto più che il mondo nel quale oggi si muovono i diplomatici della Santa Sede non è più quello di una «comunità di genti cristiane» in cui al papa spettava il compito di costruire la pace «fra i principi cristiani», ma una realtà plurale e assai diversificata al suo interno per culture, tradizioni, religioni. Il compito dei nunzi e dei diplomatici del papa, allora, è quello di lavorare per il bene comune di ogni Paese nel quale ci si trova ad agire, mentre sul piano generale deve prevalere il principio di far progredire l’intera famiglia umana. Concetto che oggi non gode di grande popolarità

Il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin
Il segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin (Ansa).

Se infatti nella globalizzazione, ha spiegato il cardinale Parolin, l’importante per i singoli Stati era di non restare esclusi, «nella realtà post-globale in cui siamo immersi, il primo pensiero è proteggersi, chiudersi rispetto a quanto ci circonda poiché ritenuto fonte di pericolo o di contaminazione per idee, culture, visioni religiose, processi economici». D’altro canto, nell’attuale deriva in cui prevalgono gli isolazionismi o le visioni particolaristiche, i muri e i confini chiusi, secondo il Segretario di Stato vaticano, i protagonisti della politica internazionale appaiono spesso rassegnati rispetto al susseguirsi di crisi, violenze contro innocenti, violazioni di diritti fondamentali.

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La diplomazia, a sua volta, ha le armi spuntate, è diventata impotente di fronte ai numerosi conflitti in atto, alla circolazione indiscriminata delle armi, al ricorso alla violenza terroristica o a impossibili condizioni di sopravvivenza di popoli e Paesi. Da qui la necessità e l’urgenza di tornare al multilateralismo quale strada maestra per scongiurare e guerre e contrapposizioni fratricide, aprire strade negoziali ovunque sia possibile, favorire la cooperazione e la riconciliazione fra le nazioni.   

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Papa Francesco si prende il controllore di Bankitalia per le finanze vaticane

Barbagallo nominato presidente dell'Aif. Prima era funzionario generale con l'incarico di alta consulenza al Direttorio della Banca d'Italia in materia di vigilanza bancaria e finanziaria e nei rapporti con il Single Supervisory Mechanism a Palazzo Koch.

Da consulente della vigilanza a Banca d’Italia a capo dell’Autorità di informazione del Vaticano Carmelo Barbagallo, alto funzionario di Palazzo Koch, ha varcato la riva del Teevere. Papa Francesco lo ha infatti scelto come presidente dell’Aif. Barbagallo prende il posto di René Brulhart, il cui mandato non è stato rinnovato dal pontefice, anche a seguito dell’ultimo scandalo finanziario che ha scosso il Vaticano. Barbagallo è stato finora funzionario generale con l’incarico di alta consulenza al Direttorio della Banca d’Italia in materia di vigilanza bancaria e finanziaria e nei rapporti con il Single Supervisory Mechanism.

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A Hiroshima il papa ha scritto la sua Pacem in Terris

Nel discorso pronunciato al Memoriale per la pace di Hirsoshima Francesco è si è concentrato sul rischio rappresentato dagli arsenali nucleari, ricalcando i passi di Giovanni XXIII e Paolo VI.

Utilizzare l’energia atomica «per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune». Lo ha affermato papa Francesco durante il suo viaggio pastorale in Thailandia e Giappone durante il quale sta scrivendo un capitolo importante del suo magistero, una sorta di Pacem in Terris per il nostro tempo.

D’altro canto, nel discorso pronunciato al Memoriale per la pace di Hirsoshima, città colpita nell’agosto del 1945 da una delle due bombe atomiche che caddero sul Giappone (l’altra devastò Nagasaki), Francesco ha fatto più volte riferimento all’enciclica di Giovanni XXIII pubblicata nel 1963 che conteneva la visione nuova della Chiesa di fronte ai grandi cambiamenti della seconda metà del secolo scorso: dall’urgenza del disarmo nell’epoca della corsa agli armamenti, alla scossa tellurica prodotta dal processo di decolonizzazione attraverso i continenti, dalle rivendicazioni del movimento dei lavoratori, al nuovo protagonismo civile delle donne, all’affermazione dei diritti umani e civili.

Infine, nel rifiuto totale della guerra da parte del papa, è riecheggiato il magistero di Paolo VI – al cui insegnamento speso guarda Bergoglio – e del celebre discorso pronunciato alle Nazioni Unite il 4 ottobre del 1965 in cui disse li suo «mai più la guerra!».

LA SFIDA DEL FUTURO PER LA CHIESA È LA CONQUISTA DELL’ASIA

Bergoglio, da buon gesuita, sta riprendendo in questi giorni, e più largamente in questi anni di pontificato, la strada dell’oriente che la Compagnia di Gesù ha percorso praticamente fin dalla sua nascita nel XVI secolo seguendo le orme di Francesco Saverio e Matteo Ricci. Dalla Cina al Giappone, infatti, i seguaci di Ignazio di Loyola hanno provato a portare il Vangelo oltre i confini del mondo cristiano aprendo all’evangelizzazione le porte dell’Asia, continente immenso, immensamente popolato e oggi non più misterioso come qualche secolo fa.

La Chiesa non è più organicamente legata all’Occidente, magari lungo l’asse atlantico, guarda ai popoli e alle nazioni di tutti i continenti

Non per caso Francesco ha già visitato Corea del Sud, Myanmar, Bangladesh, Filippine, Sri Lanka, e in questi giorni ha toccato Thailandia e Giappone. La sfida della Chiesa per i prossimi decenni del resto, è quella di riuscire a ‘entrare’ in Asia non più, come pure avvenne spesso nei secoli in passati, a bordo delle navi delle grandi compagnie commerciali europee o sotto scorta dei contingenti miliari delle potenze un tempo coloniali, ma con la forza del messaggio cristiano, un messaggio che, di conseguenza, non può imporsi con la forza di un’ideologia – non può insomma essere inteso come dottrina spirituale ufficiale dell’occidente – ma che deve incontrarsi e amalgamarsi con le tradizioni culturali e religiose incontrate lungo il cammino.

Papa Francesco con l’imperatore del Giappone Naruhito (foto LaPresse).

Se questo è l’obiettivo, il papa da tempo ha messo in atto una strategia globale che va in tale direzione: la Chiesa non è più organicamente legata all’Occidente, magari lungo l’asse atlantico, guarda ai popoli e alle nazioni di tutti i continenti – come dimostrano le tante nomine fatte dal pontefice di cardinali di località e Paesi del Sud del mondo e di tutti i continenti – propone muovi modelli di sviluppo per curare le ingiustizie sociali, affronta i grandi temi globali del disarmo nucleare, della tutela del Creato, delle migrazioni. D’altro canto non va dimenticato che la storia dei gesuiti in Giappone è stata anche segnata da incomprensioni, persecuzioni e martirio racconta Silence, un recente film del grande regista americano Martin Scorsese.

LA SVOLTA GREEN E L’ATTACCO ALLA PROLIFERAZIONE DEGLI ARMAMENTI

Sul piano diplomatico la Santa Sede ha sviluppato un intenso dialogo con Pechino riuscendo, dopo lunghi negoziati, a sottoscrivere un accordo, certo ancora fragile, per la nomina condivisa dei vescovi; accordo che ha spaventato e allarmato la Casa Bianca in pieno conflitto economico con la Cina e che pure in oriente non tutti hanno visto di buon occhio. D’altro canto la battaglia apertasi a Hong Kong fra i giovani e le autorità cinesi ha messo in qualche imbarazzo la Santa Sede, chiusa fino ad ora in uno stretto riserbo sulla crisi nell’ex colonia britannica

Il possesso di ordigni nucleari per Francesco è «immorale»

Ora, con la visita in Giappone, Francesco ha compiuto una tappa fondamentale del suo pellegrinaggio verso oriente e a Hiroshima e Nagasaki è tornato su un tema cruciale che passa dal secolo scorso a quello successivo: quello del rischio rappresentato dagli arsenali nucleari. Se Giovanni XXIII nella Pacem in Terris chiedeva la «messa al bando» degli armamenti nucleari e Giovanni Paolo II nel 1981 a Nagasaki impegnava la Chiesa a battersi per «l’abolizione delle armi nucleari», Francesco ci sta dicendo che finita ormai da un trentennio la Guerra fredda – si celebra in questi giorni il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino – la minaccia nucleare pesa ancora su di noi, tanto che «l’intimidazione bellica nucleare» viene utilizzata dagli Stati come risorsa legittima «per la risoluzione dei conflitti», mentre lo stesso possesso di ordigni nucleari per Francesco è «immorale».

Papa Francesco durante l’incontro con un monaco buddista durante l’incontro per commemorare le vittime di Fukushima (foto LaPresse).

Il papa, inoltre, ha allargato il discorso alla proliferazione delle armi convenzionali sempre più raffinate, al persistere di conflitti tragici, al loro legame con la povertà, con la scarsa attenzione alla cura della «casa comune», cioè della Terra, col diffondersi di odio e discriminazioni. Ancora, incontrando a Tokyo i sopravvissuti del disastro di Fukushima (dove nel 2011 vi fu un gravissimo incidente nella centrale nucleare in seguito a un terremoto), ha espresso «preoccupazione» per l’uso civile dell’energia nucleare, mentre con l’imperatore del Giappone Naruhito ha toccato il tema delle guerre del futuro che potrebbero essere combattute per il controllo delle risorse idriche. Una cosa sembra ormai certa: il papa declina il suo magistero sociale in chiave “green” disegnando un pontificato che collega sempre di più i temi dell’ambiente, della crisi ecologica del Pianeta, all’annuncio cristiano.

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Dagli Usa al Vaticano, nomine pesanti che rafforzano il papa

L'elezione di Gomez a presidente della Chiesa Usa e quella di Guerrero Alves alle Finanze del Vaticano: due posizioni chiave che danno più slancio al mandato di Francesco.

Quando il gioco si fa duro i gesuiti e l’Opus Dei cominciano a giocare. Parafrasando John Belushi, è questo lo schema che sembra emergere dalla scorsa settimana durante la quale si sono avute due nomine di primissimo piano negli assetti della Chiesa universale, una in America l’altra in Vaticano. Ma andiamo con ordine.

L’assemblea generale dei vescovi statunitensi, riunitasi a Baltimora il 12 e il 13 novembre scorsi, ha eletto come nuovo presidente e successore del cardinale Daniel Di Nardo (arcivescovo di Galveston-Houston), monsignor Josè Gomez, 67 anni, arcivescovo di Los Angeles, il primo leader ‘latino’ – è originario di Monterrey, in Messico – della Chiesa a stelle e strisce, un fatto definito storico da diversi osservatori e dai media.

Gomez è stato ordinato prete dell’Opus Dei nel lontano 1978, è un difensore battagliero dei diritti di migranti e rifugiati negli Stati Uniti, dei diritti dei dreamers, i migranti arrivati illegalmente negli Usa da bambini che possono col tempo e a determinate condizioni diventare regolari; l’amministrazione Trump ha ingaggiato una durissima battaglia legale per cancellare questa possibilità. Gomez, inoltre, ha attaccato il suprematismo bianco e le forme esasperate di nazionalismo che percorrono gli Usa; assai più tradizionalista appare invece su temi come l‘aborto o le unioni omosessuali.

La sua elezione rappresenta dunque a prima vista una scelta di mediazione fra le diverse anime della conferenza episcopale Usa (il Los Angeles Times l’ha scritto: «È allo stesso tempo un conservatore e un progressista»), divisa fra sostenitori acerrimi della battaglia pro-life allineati al Partito repubblicano, e quanti, nell’episcopato, mettono al primo posto i grandi temi sociali che mandano in corto circuito l’America: dai conflitti razziali alla questione migratoria.

I CATTOLICI USA RESTANO IN MAGGIORANZA LATINOAMERICANI

In realtà l’elezione di Gomez ha un significato più ampio: il nuovo presidente dell’episcopato d’Oltreoceano è infatti alla guida della diocesi più grande del Paese e con una composizione etnica particolarmente ricca e contrastante; più volte, per altro, l’arcivescovo ha detto che la sua stessa biografia è segnata dalla migrazione, un fatto che lo avvicina non poco all’attuale papa segnato da una vicenda per molti versi simile: di certo sta crescendo esponenzialmente a livello globale il peso della Chiesa in grado di parlare lo spagnolo delle Americhe, e cresce pure il peso dell’Opus Dei che, tutto sommato, in questo delicatissimo caso, si è trovata in sintonia con il pontefice gesuita.

Circa il 47% dei latinos che vivono in America si definisce cattolico, era il 57% un decennio fa

Non va inoltre dimenticato come la Chiesa Usa sia stata in buona parte ripopolata dalle migrazioni del Centro e Sud America, un fenomeno vasto e potente poco recepito fino a ora dai vertici ecclesiali. Secondo un sondaggio recentissimo del Pew Research Center, circa il 47% dei latinos che vivono in America si definisce cattolico, era il 57% un decennio fa. Ancora, il 77% dei cattolici di origini latinoamericane e il 55% dei cattolici bianchi sono favorevoli a concedere la cittadinanza agli immigrati irregolari stabilitisi negli States. Va infine ricordato che, nell’aprile scorso, il papa aveva nominato quale nuovo arcivescovo di Washington, monsignor Wilton Gregory; si trattava del primo leader afroamericano per la nevralgica diocesi della capitale del Paese.

L’ARRIVO DI GUERRERO ALVES E I NODI DELLE FINANZE DEL VATICANO

In Vaticano, invece, Francesco dopo lunga attesa, ha nominato il nuovo capo della segreteria per l’Economia; è un gesuita, si chiama Juan Antonio Guerrero Alves, è spagnolo, ha 60 anni. Vanta sì una laurea in Economia presa in gioventù, ma il suo sembra soprattutto il profilo di chi ha abilità organizzative e gestionali di istituzioni complesse, dunque quella compiuta dal pontefice argentino appare più decisamente come una scelta politica che tecnica. Fra l’altro, particolare non indifferente, la notizia relativa alla nomina è stata diffusa praticamente nelle stesse ore in cui si apprendeva che l’ex ‘ministro dell’Economia’ vaticano, il cardinale George Pell, poteva contare su un’ultima chance per evitare di scontare la pena di sei anni in prigione cui era stato condannato dopo un processo per violenza sessuale su due minori celebratosi a Melbourne, in Australia.

Antonio Guerrero Alves.

Pell si è sempre dichiarato innocente ma è stato comunque giudicato colpevole in primo e secondo grado, ora il suo appello è stato accolto dall’Alta Corte australiana la quale si è detta disponibile a discutere il caso. Difficile dire come andrà a finire ma per Pell c’è comunque una speranza. Nel frattempo, tuttavia, il papa ha chiuso definitivamente quel capitolo procedendo alla nomina di un fedelissimo, un gesuita, per gestire le mai del tutto domate finanze vaticane. Si allarga così ulteriormente la squadra della Compagnia di Gesù in posizioni di comando nella Curia romana (che comprende anche monsignor Luis Ladaria Ferrer, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede). Fra i primi dossier cui padre Guerrero dovrà mettere mano, la redazione e pubblicazione dei bilanci vaticani, tanto più urgente dopo l’emergere degli ultimi episodi di investimenti immobiliari spericolati realizzati con ingenti fondi della Segreteria di Stato.

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