Il ministro dello Sport di Teheran ha annunciato che l’Iran non parteciperà ai Mondiali di calcio in programma in estate negli Stati Uniti. «Dal momento che questo governo corrotto ha assassinato il nostro leader, non abbiamo alcuna intenzione di partecipare ai Mondiali», ha affermato Ahmad Donjamali in tv, sottolineando le «misure malvagie intraprese contro l’Iran». «Ci sono state imposte due guerre in otto o nove mesi e diverse migliaia dei nostri cittadini sono stati uccisi. Non abbiamo assolutamente alcuna possibilità di partecipare», ha evidenziato. Donald Trump aveva detto al presidente della Fifa Gianni Infantino che la nazionale iraniana era benvenuta a partecipare al torneo. L’Iran è inserito nel girone G che comprende anche Belgio, Egitto e Nuova Zelanda, come stabilito dal sorteggio del 5 dicembre a Washington.
FIFA President Gianni Infantino:
"This evening, I met with the President of the United States, Donald J. Trump to discuss the status of preparations for the upcoming FIFA World Cup, and the growing excitement as we are set to kick off in just 93 days.
È nata con l’intento di unire le nazioni, eppure continua a essere oggetto di dispute. Proseguono infatti le polemiche sulla cerimonia di apertura delle Paralimpiadi invernali in programma il 6 marzo 2026. Come ha deciso l’Ipc, il Comitato paralimpico internazionale, a portare le bandiere non saranno gli atleti rappresentanti di un Paese ma dei volontari. «Poiché molte delegazioni non hanno inviato atleti alla cerimonia a causa delle gare in programma la mattina seguente, l’Ipc, per garantire la massima uniformità, ha deciso che sarebbero stati i volontari a portare le bandiere durante la cerimonia di apertura». Oltre alla lontananza dai campi di gara, motivo ufficiale della decisione, a pesare è però stata anche la scelta di alcuni Stati di boicottare la cerimonia come gesto di protesta contro la sfilata delle bandiere di Russia e Bielorussia. Tra questi Ucraina, Repubblica Ceca, Finlandia, Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia, Paesi Bassi, Croazia, Canada e Germania. Un totale di 11 Paesi che, rispetto ai 56 in gara, avrebbero rappresentato un’assenza troppo impattante per poter mantenere la cerimonia così com’era.
Alcuni Stati non trasmetteranno la cerimonia in tv
Immagini pre-registrate degli atleti portabandiera andranno in onda nella trasmissione televisiva della cerimonia, che resta comunque oggetto di ulteriori boicottaggi. Le televisioni di Estonia, Finlandia, Lettonia e Lituania hanno deciso di non trasmetterla, mentre la Polonia interromperà la diretta quando sfileranno le bandiere russa e bielorussa, sostituendo le immagini con un messaggio sullo schermo che ne spiegherà il motivo.
Ricordiamo ancora il Fabrizio Romano, classe 1993, di una decina di anni fa, ai tempi di Sky Sport. Quando lo incrociavamo in luglio, sulla linea 2 della metropolitana di Milano, completamente sfatto, camicia bianca d’ordinanza sudata e fuori dai pantaloni, attorno a mezzanotte, mentre se ne tornava a casa dopo aver fatto la posta ad agenti e direttori sportivi fuori dai ristoranti della movida. E, fra di noi, commentavamo: «Mamma mia, che lavoro assurdo, speriamo che almeno lo paghino decentemente».
Lo slogan Here we go e incassi da 5 milioni l’anno
Ma di lì a poco, citando Francesco De Gregori, «il ragazzo si farà», diventando, negli ultimi sei anni, il giornalista sportivo più influente al mondo sulle vicende di calciomercato, con il suo celebre slogan «Here we go» a sancire la buona riuscita di una trattativa e oltre 122 milioni di follower sui social sparsi su tutto il Pianeta che gli valgono incassi annui attorno ai 5 milioni di euro. In un settore in continua evoluzione, dove il confine tra giornalismo e intrattenimento è sempre più labile.
Coccolato e corteggiato da brand e media
Testimonial Tim (agendo prevalentemente come influencer e creator sui social media, opera al di fuori dei vincoli più rigidi dell’informazione tradizionale italiana, che non permetterebbe ai giornalisti di fare pubblicità), coccolato e corteggiato da tutti i media internazionali (nel nostro Paese collabora con Dazn), Fabrizio Romano siede su una miniera d’oro. Anche se è stato sommerso da una classica shitstorm social, cioè una “tempesta di guano”, per un video postato sui suoi canali social in cui elogia il ruolo umanitario globale dell’Arabia Saudita attraverso il King Salman Humanitarian Aid and Relief Centre (KSRelief), elencando tutta una serie di progetti meritevoli, dalla realizzazione di centri di soccorso in 13 Paesi, passando per forniture di acqua potabile e finendo con programmi sanitari contro le malattie e di riabilitazione per le vittime di conflitti armati.
Un post da 10 milioni di visualizzazioni e tante critiche
In meno di 24 ore quel contenuto su X ha comunque già superato quota 10 milioni di visualizzazioni, con più di 23 mila cuoricini e oltre 3 mila commenti, nella gran parte negativi («Fabri, perché non ricordare anche lo straordinario lavoro fatto dalla Germania nazista per la società multirazziale»; «Fabrizio, sei imbarazzante», «Per quanti soldi si è disposti a perdere la propria credibilità? Ognuno ha il suo prezzo, ma in ogni caso questa adv al regime saudita certifica la completa metamorfosi di Romano da giornalista a influencer», giusto per far capire il tono predominante dei messaggi). Il post si è beccato pure una di quelle note di fact-checking da parte della community dove si precisa la pessima reputazione dell’Arabia in materia di rispetto dei diritti umani (ma va?). E all’estero, come ha fatto per esempio il Telegraph, si è parlato di «giorno particolarmente triste per il giornalismo sportivo».
'Watching Fabrizio Romano pliantly spread the good news about Saudi Arabia felt like a particularly bleak day for football journalism' | Writes Thom Gibbs
Non sappiamo, ovviamente, se l’endorsement di Romano nei confronti dell’Arabia Saudita sia stato fatto spontaneamente o dietro lauto compenso. Poco dopo, guarda caso, ha però pubblicato un’esclusiva sulla permanenza di Cristiano Ronaldo nel regno, in un momento in cui si vociferava molto di un suo temporaneo ritorno in Europa, in fuga dalla guerra mediorientale (CR7 è anche infortunato). Di sicuro, come già spiegato da Lettera43, l’Arabia Saudita e tutti i Paesi del Golfo hanno usato, usano e useranno lo sport, e il calcio in particolare (Mondiale in Qatar nel 2022 e in Arabia Saudita nel 2034) come leva efficiente di soft power per imporsi sullo scacchiere internazionale, spolverando di modernità la loro immagine. Si chiama sportswashing.
Il business del pallone, volenti o nolenti, passa dal Medio Oriente
E gli addetti ai lavori (basti vedere il comportamento di Gianni Infantino, presidente della Fifa) non possono non tenerne conto, a prescindere dal fatto che ci sia o meno un cachet: il business del pallone, volenti o nolenti, passa ancora da quelle parti, a meno che la guerra in Iran non degeneri.
Fabrizio Romano, peraltro, è piuttosto sensibile ai temi che riguardano quell’area del mondo, essendo stato premiato proprio a Dubai con il Globe soccer award come Best football journalist nel 2022 e come Best digital journalist nel 2023.
Alla fine del 2025 lo stesso Romano era uno dei tre relatori italiani invitati alla prima edizione del prestigioso Bridge summit ad Abu Dhabi (8-10 dicembre), evento mediatico che ha riunito i leader globali dei settori dei media, della tecnologia e della creatività. E, in quella occasione, il giornalista aveva parlato del modello di uno storytelling sportivo tra breaking news, piattaforme digitali e community globali, con sessioni dedicate a come i media sportivi stanno cambiando linguaggio, tempi e relazioni con i fan.
A questo punto si tratta solo di attendere, per verificare se questa deriva “Pubblicità Progresso” di Romano a favore di chi calpesta i diritti umani avrà un seguito e sarà declinata anche in altri Paesi. O se, invece, resterà un caso isolato. Ma che prezzo ha un inciampo del genere a livello reputazionale?
L’attacco missilistico di Stati Uniti e Israele nei confronti dell’Iran ha scatenato una risposta di Teheran piuttosto imprevista quanto a obiettivi centrati: sono state colpite le città di Dubai e Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti, Riad in Arabia Saudita, Doha in Qatar, e sono stati coinvolti anche Bahrein e Kuwait.
La penisola araba.
Insomma, in poche ore tutti i Paesi del Golfo rischiano di vedere evaporare il lungo lavoro di trasformazione di quei luoghi da terre che vivevano sostanzialmente di estrazione del petrolio a moderne nazioni in grado di attirare capitali, aziende, start up, sviluppo immobiliare, turisti, vip e influencer.
Lo sport come leva molto efficiente di soft power
Per imporsi sullo scenario mondiale, questi Stati hanno usato lo sport come leva molto efficiente di soft power: dal Mondiale di calcio in Qatar (2022) a quelli previsti in Arabia Saudita nel 2034, passando per la Formula 1, la MotoGp, il tennis, il golf, o l’ingaggio di Cristiano Ronaldo e di altre star del pallone per la Saudi league araba.
Cristiano Ronaldo in campo ad Abu Dhabi (foto Ansa).
Ma la profonda instabilità creata dai droni iraniani che stanno colpendo i grattacieli simbolo di queste città del Golfo, con celebrity che sommergono i social mostrando i cieli illuminati dai missili, incendi, comunicando paura, voglia di rientrare nelle loro case in Europa o negli Stati Uniti, avvolge ora questa zona del mondo di una patina di insicurezza che mette a rischio, tra le altre cose, anche i più importanti circuiti professionistici.
La Formula 1 da anni fa molto affidamento sui soldi del Golfo
Giusto per citare alcuni casi: dal 10 al 12 aprile è previsto il Gran premio di Formula 1 in Bahrein; dal 17 al 19 aprile la gara a Gedda (Arabia Saudita). Due appuntamenti molto ravvicinati, per i quali manca solo un mese e mezzo. Ed è difficile ipotizzare che l’area ritorni tranquilla in così poco tempo. Peraltro la Formula 1, che da anni fa molto affidamento sui soldi del Golfo, ha anche in programma due ulteriori Grand prix da quelle parti nel 2026: dal 27 al 29 novembre a Lusail (Qatar) e dal 4 al 6 dicembre nel circuito di Abu Dhabi.
Formula 1 in Bahrein (foto Ansa).
Incombe, quindi, un bel problema su Formula One group (società controllata da Liberty Media) e sugli oltre 4 miliardi di dollari di incassi che le sfide tra McLaren, Red Bull, Mercedes e Ferrari assicurano annualmente. Anche il circus della MotoGp (che vale meno di 800 milioni di ricavi all’anno, controllato anch’esso da Liberty media) dovrebbe passare in Qatar dal 10 al 12 aprile. Ma ci sono tutte le incognite del caso.
Il tennis Atp ha appena concluso il suo mini tour nel Golfo
Il circuito del tennis Atp ha concluso il suo mini tour nel Golfo: si è giocato a Doha dal 16 al 21 febbraio (dove Jannik Sinner è stato eliminato presto), mentre il torneo di Dubai, dal 23 al 28 febbraio, è riuscito a non disputare la finale nel giorno degli attacchi missilistici grazie al ritiro dell’olandese Tallon Griekspoor, che ha consegnato quindi la vittoria al russo Daniil Medvedev.
Jannik Sinner in campo a Doha (foto Ansa).
Però pare che dopo gli attacchi iraniani siano rimasti bloccati a Dubai gli stessi Medvedev e Griekspoor, oltre ad altri tennisti come Andrej Rublev, Marcelo Arévalo e Mate Pavic e a giudici e membri dello staff ATP, visto che lo spazio aereo sugli Emirati Arabi Uniti è stato chiuso, con oltre 5 mila voli cancellati.
Daniil Medvedev a Dubai (foto Ansa).
È naturale pensare che il senso di sicurezza e di inviolabilità che caratterizzava quelle zone del mondo stia venendo meno. E anche per le finali Atp delle NextGen, fissate in dicembre a Gedda, si sta già cercando una nuova destinazione.
I campioni del golf si trasferiscono per motivi fiscali. Ma ora chissà…
Un altro circuito che vede gli Stati di quelle zone come terre strategiche per i propri business è quello del golf. Non solo per le gare che si disputano nei circoli, ma soprattutto perché i Paesi del Golfo nel loro complesso, da anni, stanno diventando per i golfisti quello che il Principato di Monaco è per i tennisti: ossia un hub per il golf, dove i vari campioni trasferiscono la loro residenza per motivi fiscali, di strutture, di logistica, di qualità della vita, di tutela della privacy e, cosa ora messa in forte discussione, di sicurezza.
L’olandese Darius Van Driel negli Emirati Arabi Uniti (foto Ansa).
Cosa succederà al Mondiale con Iran, Qatar e Arabia Saudita?
Insomma, tra i diversi effetti destabilizzanti che la tensione con l’Iran sta creando nell’area, ecco che ci sono quelli sullo sport, leva fondamentale di diplomazia e marketing che tutti gli Emirati hanno usato in questi anni. E che adesso potrebbe venire meno. Si pensi, per esempio, a cosa potrebbe accadere al Mondiale di calcio di Usa-Messico-Canada 2026, dove le nazionali di Iran, Qatar e Arabia Saudita risultano qualificate. O all’Eurolega di basket in cui gioca anche il club di Dubai. O ai tornei di volley organizzati nei Paesi del Golfo, così come per le gare di ciclismo, offshore oppure polo.
Gianni Infantino con Donald Trump nello Studio Ovale (foto Ansa).
È tutto un mondo di eventi sportivi gonfiati ad arte dai petrodollari, senza grosse reali passioni da parte del pubblico locale, e che all’improvviso potrebbe scomparire sotto i colpi di qualche drone targato Teheran.
L’Ucraina boicotterà la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi di Milano-Cortina, che si terrà il 6 marzo a Verona, in segno di protesta contro la decisione del Comitato Paralimpico Internazionale di consentire agli atleti russi e bielorussi di gareggiare sotto la propria bandiera nazionale e non più come neutrali. Il Comitato Paralimpico di Kyiv ha inoltre chiesto che la bandiera ucraina non venga utilizzata alla cerimonia di apertura. Matviy Bidny, ministro dello Sport ucraino, aveva definito «scandalosa» la decisione dell’International Paralympic Committee.
Il duro comunicato Comitato Paralimpico Ucraino
«È necessario rendersi conto che la Russia, che oggi occupa i territori ucraini, uccide in modo massiccio civili – donne, bambini, anziani, persone con disabilità – issando immediatamente la sua bandiera, intrisa del sangue della popolazione civile ucraina, sui territori che ha conquistato», si legge in una nota del Comitato Paralimpico Ucraino: «La leadership del Comitato Paralimpico Internazionale permetterà di issare sul territorio di Milano-Cortina proprio questa bandiera del Paese assassino, concedendo il numero massimo di posti per la partecipazione ai rappresentanti della Russia».
Assegnati sei posti alla Russia e quattro alla Bielorussia
Gli atleti di Russia e Bielorussia erano stati sospesi dalle competizioni dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. A Parigi 2024 c’era stata la parziale riammissione, senza simboli: alle Olimpiadi di Milano-Cortina hanno preso parte come atleti individuali e neutrali 13 sportivi russi e sette bielorussi. Alle Paralimpiadi sono attesi sei atleti russi e quattro bielorussi.
Saranno la biatleta Lisa Vittozzi e il pattinatore di velocità Davide Ghiotto i portabandiera dell’Italia alla cerimonia di chiusura dei Giochi di Milano-Cortina, che si svolgerà domenica 22 febbraio a partire dalle 20 all’Arena di Verona. La scelta di una coppia mista per la sfilata conclusiva sottolinea i valori di equilibrio e rappresentatività che hanno caratterizzato la delegazione azzurra, protagonista di una rassegna a cinque cerchi di altissimo livello.
Lisa Vittozzi (Ansa).
Chi è Lisa Vittozzi
Vittozzi, friulana classe 1995, è stata protagonista di un’Olimpiade di altissimo livello coronata con il primo oro olimpico individuale nella storia del biathlon italiano, primeggiando nell’inseguimento senza alcun errore al poligono. Si è aggiudicata inoltre l’argento nella staffetta mista, confermandosi, tra le grandi interpreti internazionali della disciplina, peraltro dopo un grave infortunio le aveva fatto saltare l’intera stagione 2024/2025. Nel 2018 a Pyeongchang aveva vinto il bronzo nella staffetta mista.
Davide Ghiotto (Ansa).
Chi è Davide Ghiotto
Ghiotto, classe 1993, con Andrea Giovannini e Michele Malfatti ha formato il terzetto tricolore che ha conquistato l’oro nell’inseguimento a squadre dello speed skating. Per l’atleta vicentino è stata la seconda medaglia olimpica della carriera dopo il bronzo nei 10.000 metri vinto a Pechino 2022.
Il Comitato paralimpico internazionale ha stabilito che sei atleti russi e quattro bielorussi potranno partecipare alle Paralimpiadi invernali di Milano-Cortina (che si svolgeranno dal 6 al 15 marzo) usando la bandiera, la divisa e l’inno dei loro Paesi, e non più come neutrali. Revocato dunque il divieto imposto dopo l’invasione dell’Ucraina: una mossa, quella del International Paralympic Committee, che ha fatto infuriare Kyiv. «La decisione degli organizzatori delle Paralimpiadi di consentire agli assassini e ai loro complici di competere ai Giochi Paralimpici sotto le bandiere nazionali è deludente e scandalosa», ha scritto su X Matviy Bidny, ministro dello Sport ucraino. Anche Valeriy Sushkevych, presidente del Comitato paralimpico ucraino, ha criticato duramente la decisione.
Il Comitato paralimpico internazionale ha assegnato sei posti alla Russia e quattro alla Bielorussia
A Parigi 2024 c’era stata la parziale riammissione senza simboli, dopo l’iniziale divieto di gareggiare: russi e bielorussi avevano potuto partecipare come atleti individuali e neutrali. E anche alle Olimpiadi di Milano-Cortina, sempre con gli stessi criteri, stanno gareggiando 13 atleti russi e sette bielorussi. L’International Paralympic Committee ha assegnato sei posti alla Russia: due nello sci alpino (uno maschile, uno femminile), due nello sci di fondo (uno maschile, uno femminile) e due nello snowboard (entrambi maschili). Alla Bielorussia sono stati invece assegnati quattro posti, tutti nello sci di fondo (uno maschile e tre femminili).
Sono diversi gli atleti olimpici statunitensi che hanno affermato di sentirsi a disagio nel rappresentare il proprio Paese a Milano-Cortina, visto il controverso operato dell’Amministrazione Trump, che ne ha surriscaldato il clima politico. Da Hunter Hess a Amber Glenn, ecco chi ha criticato l’inquilino della Casa Bianca e le sue sferzanti risposte.
Trump ha attaccato Hess, che si era detto a disagio: «Un vero perdente»
«Rappresentare gli Stati Uniti in questo momento suscita emozioni contrastanti. Penso che sia un po’ difficile», ha detto lo sciatore freestyle Hunter Hess in conferenza stampa. «Ovviamente stanno succedendo molte cose di cui non sono un grande fan, e credo che molte persone non lo siano. Solo perché indosso la bandiera non significa che rappresenti tutto ciò che sta accadendo negli Stati Uniti». In un post su Truth, Trump lo ha definito «un vero perdente», aggiungendo che «è molto difficile tifare per qualcuno così».
Amber Glenn (Ansa).
Contro Trump anche la pattinatrice artistica Glenn e la snowboarder Kim
Pochi giorni prima la pattinatrice artistica Amber Glenn aveva criticato le politiche della Casa Bianca nei confronti delle persone della comunità Lgbtq: «Spero di poter usare la mia voce e questa piattaforma per aiutare le persone a rimanere forti in questi tempi difficili». Le parole di Glenn avevano trovato supporto in vari atleti, tra cui la snowboarder Chloe Kim, figlia di immigrati sudcoreani. «Penso che in momenti come questi sia davvero importante per noi unirci e difenderci a vicenda per tutto quello che sta succedendo», aveva detto, precisando di essere «davvero orgogliosa di rappresentare gli Stati Uniti».
Chloe Kim (Ansa).
Vance: «Chi interviene su questioni politiche si espone alle critiche»
Il vicepresidente JD Vance, che è stato fischiato durante la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici, ha dichiarato che, intervenendo si questioni politiche, inevitabilmente gli atleti si espongono alle critiche. Anche a quelle dello stesso presidente.
Nel caso di qualificazione della nazionale Usa alla finale del torneo di hockey maschile, Donald Trump potrebbe effettuare un blitz in Italia per assistere alla partita per la medaglia d’oro, che si terrà domenica 22 febbraio nell’impianto di Santa Giulia a Milano. Lo hanno confermato all’Agi fonti della Federazione mondiale di hockey: se ne saprà di più venerdì 20 febbraio, quando si giocheranno le due semifinali: in caso di successo nei quarti (contro la vincente del playoff Svezia-Lettonia), gli Stati Uniti dovrebbero incontrare il Canada.
Tifosi statunitensi all’Arena Santa Giulia di Milano (Ansa).
Prime riunioni per il rafforzamento della sicurezza
Il possibile arrivo di Trump a Milano ha fatto scattare in Prefettura e Questura le prime riunioni operative per un rafforzamento delle misure di sicurezza. Al di là dell’approdo o meno degli Stati Uniti in finale, resta anche l’incognita su quanto dovrebbe durare la permanenza di Trump in Italia. E dove si sposterebbe poi il tycoon, che dopo la finale dell’hockey potrebbe decidere di spostarsi all’Arena di Verona per la cerimonia di chiusura dei Giochi olimpici. In questo caso si tratterebbe di un blitz di poche ore, seppur in due luoghi. Ma non è escluso che il presidente americano possa arrivare con il suo Air Force One fin da sabato sera.
L’Air Force One (Ansa).
Gli Usa hanno vinto solo due volte il torneo olimpico
La nazionale di hockey su ghiaccio degli Stati Uniti, nonostante la grande popolarità di questo sport negli Usa e il fatto che le franchigie americane (assieme a quelle canadesi) disputino la ricca NHL, ovvero la lega professionistica nordamericana, ha vinto solo due ori olimpici: nel 1960 e nel 1980. Questo perché gli Stati Uniti alle Olimpiadi hanno a lungo schierato giocatori dilettanti (provenienti dalle università) e non le star dell’NHL.
Stando al medagliere aggiornato al 13 febbraio 2026, l’Italia è seconda in classifica alle Olimpiadi di Milano Cortina con sei medaglie d’oro, tre medaglie d’argento e otto di bronzo. Come mai, dunque, il New York Times sulle sue pagine colloca la nazionale azzurra al primo posto? La risposta è presto detta ed è basata sulla modalità di calcolo delle posizioni.
Le modalità di calcolo
Il regolamento del Comitato olimpico internazionale vuole che la classifica si faccia in base alle medaglie d’oro. Avendone l’Italia ottenute sei e la Norvegia sette, va considerato primo del medagliere il Paese scandinavo. C’è però chi, come il Nyt, è rimasto al calcolo “alternativo” rispetto a quello ufficiale (che si faceva decenni fa) basato sul numero di medaglie complessive ottenute da uno Stato. Dunque, dato che l’Italia ne ha conquistate 17, più di ogni altra nazione, ecco spiegato perché viene collocata prima in classifica, seguita dalla Norvegia e dagli Stati Uniti che sono a quota 14.
Accolto il ricorso della biatleta azzurra Rebecca Passler, che è stata dunque riammessa ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina: l’altoatesina di Anterselva era stata sospesa dopo una positività al letrozoloriscontrata nel corso di un controllo antidoping effettuato il 26 gennaio.
La Corte Nazionale d’Appello di Nado Italia ha riconosciuto il “fumus boni iuris“, ossia l’apparente fondatezza dell’assunzione involontaria o della contaminazione inconsapevole della sostanza in oggetto. Passler, che potrà dunque prendere parte alle Olimpiadi, si aggregherà alle compagne di squadra a partire da lunedì 16 febbraio, giorno in cui sarà a disposizione dello staff tecnico per le successive competizioni del programma a cinque cerchi. «Sono stati giorni molto difficili. Ho sempre creduto nella mia buona fede. Adesso posso finalmente tornare a concentrarmi al 100 per cento sul biathlon», ha dichiarato Passler, ringraziando le persone che le sono state vicine e la Federazione Italiana Sport Invernali.
Cos’è il letrozolo
Il letrozolo è un farmaco che viene usato prevalentemente in casi oncologici e in particolare nel trattamento di donne in postmenopausa con tumore al seno iniziale positivo ai recettori ormonali. Il letrozolo non ha effetti dopanti di per sé, ma può essere usato per ridurre gli alti livelli di estrogeni dovuti agli anabolizzanti, motivo per cui è vietato dalla Wada. Le rare positività in archivio (in passato mise nei guai anche la tennista Sara Errani) sono spesso dovute a contaminazioni o incauta assunzione.
L’atleta ucraino di skeleton Vladyslav Heraskevych è stato squalificato dalle Olimpiadi di Milano Cortina poco prima della gara di giovedì 12 febbraio 2026. Al centro della decisione del Cio, il Comitato olimpico internazionale, la sua volontà di indossare un casco con raffigurati gli atleti e le atlete dell’Ucraina uccisi durante l’invasione russa. Un gesto che le autorità olimpiche gli avevano vietato, in quanto violava l’articolo 50 della Carta Olimpica che proibisce, in gara, «ogni tipo di manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale». L’alternativa che gli era stata proposta era quella di sostituire il casco con una fascia nera al braccio, ma lui aveva deciso di tirare dritto e non scendere a compromessi. Già durante le prove ufficiali di martedì e mercoledì aveva utilizzato il casco in questione, ribadendo che l’avrebbe indossato anche alle gare. Ma, poco prima che iniziassero, è arrivata la squalifica.
Sul caso era intervenuto anche Zelensky
Sulla vicenda era intervenuto anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky: «Ha ricordato al mondo il prezzo della nostra lotta, questa verità non può essere imbarazzante, inappropriata o etichettata come manifestazione politica in un evento sportivo. Semplicemente, ricorda a tutti il ruolo globale dello sport. E la missione storica del movimento olimpico: è tutto per la pace». Il Parlamento ucraino aveva anche approvato una risoluzione a sostegno di Heraskevych, ma evidentemente non è bastato.
Scommettiamo che in pochi si sono resi conto che le Atp Finals di tennis andavano in onda in chiaro (una partita al giorno) sui canali della Rai dal 2021, cioè da quando il prestigioso torneo era sbarcato a Torino dopo tante edizioni, dal 2009 al 2020, alla O2 Arena di Londra.
Le ruggini della redazione sportiva Rai sul tennis
La Rai, obiettivamente, negli Anni 2000 aveva perso il filo del tennis, e la redazione sportiva mostrava parecchia ruggine, poiché da molto tempo racchette e palline erano una questione pay di Sky ed Eurosport, e in chiaro di Supertennis. Con nessuno, peraltro, che se ne era troppo lamentato, nonostante i successi del tennis femminile italiano.
L’errore della Rai con lo Zverev sbagliato, a sinistra.
Ricordiamo ancora i promo in onda sui canali della tivù pubblica dove, tra i campioni protagonisti delle Finals, si mostrava erroneamente Mischa Zverev al posto del fratello Alexander Zverev, lui sì qualificatosi per Torino.
Il boom televisivo è arrivato nel 2023, grazie a Sinner
Le prime due edizioni, 2021 e 2022, furono piuttosto sfortunate perché fiaccate dal Covid, dalle limitazioni del pubblico sugli spalti e dal fatto che non ci fosse nessun italiano in campo. Il boom televisivo è arrivato nel 2023, con Jannik Sinner in finale (sconfitto da Nole Djokovic), e poi nel 2024 e 2025, con Sinner trionfatore affiancato nel 2025, in quota Italia, pure da Lorenzo Musetti, eliminato invece ai gironi.
Lorenzo Musetti alle Atp Finals 2025 contro Alcaraz (Ansa).
L’impalpabile Fiocchetti e quell’addio un po’ fuori contesto
La telecronaca Rai è stata affidata, per cinque anni, all’impalpabile Marco Fiocchetti, quello che, pochi secondi dopo il match point di Sinner su Alcaraz nella finale 2025, annunciò al mondo che se ne sarebbe andato in pensione (ma a chi interessava?), salutando mamma Rai dopo decenni di onorato servizio.
Marco Fiocchetti (da Instagram).
Il popolo degli appassionati, naturalmente, in questo periodo ha continuato a vedere le Atp Finals su Sky, che ha i diritti pay per tutte le partite del torneo. E sarà così anche per le prossime stagioni.
La Rai pagava solo 1 milione di euro all’anno
Alla grande massa generalista, invece, dovranno parlare i telecronisti di Mediaset che dal prossimo novembre, e almeno fino al 2028, ha acquisito i diritti in chiaro delle Atp Finals (otto partite in chiaro, una al giorno) versando alla Atp circa 4 milioni di euro all’anno. Una cifra molto superiore a quella pagata dalla Rai (1 milione di euro all’anno), che però aveva sottoscritto l’intesa con Atp in anni precedenti al boom del tennis in Italia.
La concorrenza di Dazn sul calcio e i conti di Publitalia
Essendo scaduto il contratto a fine 2025, anche Rai, ovviamente, aveva rilanciato mettendo sul piatto cifre superiori. Ma non sufficienti a raggiungere l’offerta Mediaset. E tra l’altro ora sembra in difficoltà anche sui Mondiali di calcio, con Dazn pronta a comprare i diritti di alcune partite, come rivelato da Calcio e finanza. Di sicuro in Publitalia le stime ritengono che le Atp Finals, sui canali del Biscione, siano in grado di portare in cassa una raccolta attorno agli 8 milioni di euro a edizione. In effetti il tennis, con tutte le sue pause ogni due game, si presta molto all’inserimento di break pubblicitari, a differenza del calcio dove, invece, si fatica a raccogliere un milione di euro anche per le partite di cartello.
Jannik Sinner in posa col trofeo delle Atp Finals (foto Ansa).
Alberto Brandi ora dovrà pensare a come allestire la squadra
Il numero uno dello sport di Mediaset, Alberto Brandi, dovrà ora decidere chi scegliere per le telecronache. Nelle ultime occasioni in cui il Biscione era stato chiamato in causa per il tennis (match in chiaro degli Internazionali d’Italia a Roma), il commento delle gare era affidato a Giampaolo Gherarducci (che però ora non fa più parte della redazione Sportmediaset, essendosi trasferito a TgCom24) e a Riccardo Trevisani, con Francesca Schiavone a fare da “spalla” tecnica.
Lo studio era condotto da Lucia Blini, con Federico Mastria inviato sui campi per interviste e commenti. C’è tempo fino a novembre per creare la nuova squadra, selezionando un nuovo telecronista principale e un talent maschile da affiancare alla Schiavone.
L’antica tradizione di Mediaset, con gli Us Open commentati da Rino Tommasi
In effetti Mediaset vanta un’antica tradizione tennistica, con le esclusive degli Us Open commentate da Rino Tommasi nei primissimi Anni 80 (quelle lunghe notti davanti a Canale 5 a guardare Björn Borg perdere regolarmente da John McEnroe o Jimmy Connors), il Torneo Olio Cuore di Milano, le finali Wct di Dallas. Tradizione che poi è stata chiusa in un cassetto per oltre 30 anni, quando il tennis è diventato un prodotto televisivo sostanzialmente pay.
Rino Tommasi e Sandro Piccinini nel 2006 (foto Imagoeconomica).
E anche se 4 milioni di euro per otto partite possono sembrare molti (nonostante le ottimistiche previsioni di Publitalia), si può dire che un gruppo come Mediaset ha bisogno adesso di riaccendersi sullo sport, settore un po’ troppo trascurato negli ultimi anni.
In tivù si erano viste dichiarazioni e proposte di matrimonio da parte di sportivi. Mai l’ammissione di un tradimento. È successo però a Milano-Cortina: il biatleta norvegese Sturla Holm Lægreid, dopo aver vinto il bronzo nella 20 km, ha infatti confessato (in lacrime) a bordo pista di aver tradito la sua fidanzata e di essere molto triste nonostante il podio olimpico conquistato ad Anterselva.
NEW: Norwegian biathlete Sturla Holm Laegreid admits to cheating on his girlfriend after winning a bronze medal at the Winter Olympics.
Sturla Holm Laegreid broke down in tears as he talked about the "worst week" of his life.
Prima il bronzo, poi la confessione del tradimento
«È la mia prima medaglia a cinque cerchi e dovrei essere felice, ma lo sport oggi è in secondo piano», ha detto a sorpresa il quasi 29enne. «Sei mesi fa ho incontrato l’amore della mia vita. La persona più bella e meravigliosa del mondo. E tre mesi fa ho commesso il mio errore più grande, tradendola», ha aggiunto Holm Lægreid, spiegando poi di aver vissuto la «settimana peggiore» della sua vita dopo aver confessato il tradimento alla (ex) compagna, definita «una medaglia d’oro nella vita», gettata però via. Infine: «Non dirò a nessuno chi è, perché non voglio darle ulteriore peso in mezzo a tutto questo. Probabilmente sta ancora elaborando il messaggio della settimana scorsa, ma spero che ci sia luce alla fine del tunnel per entrambi. E che possa ancora amarmi».
Nato il 20 febbraio 1997 a Bærum, nel sud della Norvegia, Holm Lægreid a Milano-Cortina ha ottenuto la sua prima medaglia olimpica individuale: nel 2022 a Pechino aveva conquistato l’oro nella staffetta 4×7,5 km. Stella del biathlon, ha vinto ben 14 medaglie ai Mondiali, tra cui sette ori (staffetta mista, individuale, staffetta, partenza in linea a Pokljuka 2021; staffetta mista a Oberhof 2023; sprint a Nové Město na Moravě 2024; staffetta a Lenzerheide 2025). Al termine della stagione 2024-2025 si è aggiudicato la Coppa del Mondo di biathlon, oltre a quelle di partenza in linea, di individuale e di inseguimento (quest’ultime vinte anche nel 2021).
A soli 21 anni è già considerato il re del pattinaggio di figura per gli elementi che propone nelle sue performance, primo tra tutti il quadruplo Axel, unico al mondo a eseguirlo con successo in una gara ufficiale tanto da essere (ed essersi) soprannominato “re del quadruplo”, ma anche il salto mortaleall’indietro con atterraggio su un solo piede, rimasto vietato per 50 anni per la sua pericolosità. Stiamo parlando di Ilia Malinin, atleta statunitense che sta incantando tutti alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026. Dopo aver vinto l’oro nel pattinaggio a squadre, trascinando gli Stati Uniti in prima posizione davanti al Giappone, ha trionfato anche nel programma corto del singolo maschile, superando di cinque punti il secondo classificato. Nato a Fairfax, in Virginia, è figlio di due pattinatori di figura che per anni hanno rappresentato l’Ukbekistan, Tatiana Malinina e Roman Skorniakov, prima di trasferirsi in America.
È il primo pattinatore ad atterrare sei diversi tipi di salti quadrupli
Malinin ha iniziato a pattinare all’età di sei anni, allenato dai genitori. Ha esordito a livello internazionale nella categoria juniores nella stagione 2019-2020 al Philadelphia summer international, dove ha vinto la medaglia d’oro. Nel 2022 ha vinto i campionati mondiali juniores di pattinaggio di figura e, nello stesso anno, in occasione del US International figure skating classic di Lake Placid, è stato il primo atleta a completare con successo un quadruplo Axel in una competizione ufficiale. Altri successi sono arrivati negli anni successivi, tra Grand Prix e mondiali, in cui ha stabilito diversi record, sia a livello di punteggi sia di elementi, diventando il primo pattinatore ad atterrare sei diversi tipi di salti quadrupli.
Dopo le gaffe della telecronaca della cerimonia di apertura, Paolo Petreccanon racconterà sulla Rai il gran finale dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina. Questa è una certezza. In attesa di capire a chi verrà affidata la cronaca della cerimonia di chiusura, l’altra certezza è che la figuraccia del direttore di Rai Sport ha travalicato i confini nazionali, approdando persino sulla stampa estera.
La figuraccia di Petrecca (e le proteste dei giornalisti Rai) sui giornali esteri
Due articoli del Guardian e del New York Times elencano le gaffe in serie di Petrecca. Su tutte quelle relative a scambi di persona: da Mariah Carey confusa con Matilda De Angelis, alla delegazione brasiliana presa per quella brasiliana, fino alla presidente del Cio Kirsty Coventry, indicata però come la figlia di Sergio Mattarella. Il Guardian e il Nyt sottolineano poi che Petrecca non ha nemmeno nominato Ghali. Il pezzi parlano poi del ritiro delle firme da tutti i servizi e le telecronache delle gare delle Olimpiadi, deciso dai giornalisti di Rai Sport, che verrà seguito da uno sciopero.
Gli articoli raccontano anche delle precedenti proteste della redazione sportiva della tv pubblica «contro la leadership di Petrecca, che non si è mai occupato di sport e ha dedicato gran parte della sua carriera alla politica». Ma anche di come in generale i giornalisti Rai abbiano accusato l’emittente statale di essersi «ridotta a megafono del governo», scioperando in segno di protesta contro il «controllo soffocante» dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. Della figuraccia di Petrecca hanno scritto anche la Bild e il Washington Post.
Chi racconterà sulla Rai la cerimonia di chiusura di Milano-Cortina?
Secondo quanto riporta Adnkronos, sono due i nomi in pole position per la telecronaca Rai della cerimonia di chiusura, che si terrà nell’Arena di Verona. In lizza ci sarebbero il vicedirettore vicario di Rai Sport, Marco Lollobrigida, e il telecronista Stefano Bizzotto, entrambi sul campo in questi giorni per il racconto di Milano-Cortina. Come outsider circola anche il nome di Marco Mazzocchi.
Tra le quasi 40 mila firme raccolte online sulla piattaforma Change.org per convincere Claudio Lotito a cedere la Lazio ci sono quelle di alcuni personaggi pubblici, ovviamente di fede biancoceleste, esasperati dal “braccino corto” del presidente, in sella dal 2004. Tra le persone che hanno sottoscritto la petizione c’è Fabrizio Alfano, ovvero il capo ufficio stampa di Palazzo Chigi, uomo di fiducia di Giorgia Meloni. Rimanendo all’ambiente politico, ha anche firmato l’ex M5s Alessandro Di Battista. Diversi i giornalisti tifosi biancocelesti ad aver firmato, come Mauro Mazza, Guido Paglia (già responsabile comunicazione della Lazio), Riccardo Cucchi, Guido De Angelis e Roberto Arduini. Assieme a loro hanno firmato pure Angelo Mellone (direttore Intrattenimento) e Andrea Stroppa, ossia il referente in Italia di Elon Musk. E poi anche due figli dei calciatori della Lazio campione d’Italia nel 1974: Gabriele Pulici (figlio di Felice, portiere) e James Wilson (figlio di Pino, difensore e capitano).
Claudio Lotito (Imagoeconomica).
La lettera a Lotito pubblicata su Change.org
Nella “Lettera al presidente Lotito”, scritta dai due giornalisti laziali Federico Marconi e Alberto Ciapparoni, si legge: «Questi 22 anni sono stati anni in cui qualche trionfo non è mancato, ma sono stati principalmente costellati da tante amarezze sportive. Il peggio però è che non abbiamo mai potuto ambire a qualcosa di più di una buona stagione dopo una cattiva stagione, con la sempre disattesa speranza di un salto di qualità mai arrivato». E anche: «Ci rivolgiamo a lei, presidente Lotito, per chiederle di permettere a noi tifosi di sognare fuoriclasse e trofei. Se non può, come appare evidente a tutti, le chiediamo di fare quello che tante altre proprietà calcistiche hanno fatto in questi anni: passare la mano, e concentrare i proventi della vendita, che siamo sicuri non sarebbero esigui, in altri settori». La lettera poi continua: «La preghiamo, non ci risponda con i suoi soliti articolati ragionamenti: se non è in grado di riportare la Lazio a competere per il vertice italiano ed europeo, lo riconosca e come ha dichiarato anche lei in una recente intervista, poiché “tutto ha una fine” si faccia da parte: i laziali gliene sarebbero grati, rendendole i giusti meriti».
La Curva Nord della Lazio (Ansa).
Lotito pensa alle plusvalenze, i tifosi no
Lotito, chiamato “Lotirchio” da una buona fetta di tifosi laziali, è diventato particolarmente inviso al popolo biancoceleste per le sessioni di calciomercato poco ambiziose, spesso caratterizzate da munifiche cessioni seguite da cauti investimenti. L’ultima finestra di mercato, che ha visto giocatori chiave come Matteo Guendouzi e Valentin Castellanos salutare Formello, si è chiusa con un saldo positivo di 46,9 milioni di euro, rafforzando la percezione che la dirigenza abbia badato più alle esigenze di cassa che alle ambizioni sportive. Tutto questo dopo che in estate la Lazio non aveva potuto rafforzarsi a dovere, a causa del blocco del mercato. In segno di protesta contro quella che è stata definita una «persistente mancanza di rispetto nei confronti di un intero popolo», la Curva Nord della Lazio ha indetto uno sciopero del tifo.
Le indagini sulle minacce al presidente laziale
A fronte di una “innocua” petizione online, la possibile cessione della Lazio è già finita al centro anche di un’indagine per tentata estorsione e manipolazione del mercatoai danni di Lotito: a dicembre, infatti, i carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Roma hanno eseguito perquisizioni nei confronti di cinque persone, accusate in concorso di aver tentato di costringere il presidente a cedere il capitale della società o, in almeno un caso, a procedere a un aumento di capitale con minacce tramite social, mail e telefonate anonime.
Tigri in fiamme, mostri dagli occhi blu, dragoni. E tanto altro. Sui caschi dei corridori di skeleton di Cortina-Milano 2026 c’è spazio per ogni tipo di immagine. Ma non per i ritratti degli atleti ucraini caduti durante l’invasione russa. Lo ha denunciato su Instagram Vladyslav Heraskevych, uno dei portabandiera dell’Ucraina, che aveva in precedenza presentato sui social il suo casco, indossato in allenamento, con appunto sopra le immagini di alcuni atleti uccisi, pensato come un tributo agli sportivi morti a causa degli attacchi della Russia.
«Il Comitato Olimpico Internazionale ha vietato l’uso del mio casco nelle sessioni ufficiali di allenamento e nelle competizioni. Una decisione straziante che mi spezza il cuore», ha scritto Heraskevych, spiegando di avere la sensazione che il Cio «stia tradendo quegli atleti che hanno fatto parte del movimento olimpico, impedendo loro di essere onorati nell’arena sportiva dove non potranno mai più mettere piede».
Quattro anni fa, a Pechino, Heraskevych aveva esposto uno striscione con la scritta “No alla guerra in Ucraina” in segno di protesta contro l’imminente invasione russa, che sarebbe poi iniziata due giorni dopo la conclusione dei Giochi olimpici invernali del 2022.
Zelensky: «Promemoria di cosa sia la Russia»
Sulla questione si è espresso anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. «Ringrazio il portabandiera della nostra nazionale alle Olimpiadi invernali, Vladyslav Heraskevych, per aver ricordato al mondo il prezzo della nostra lotta. Questa verità non può essere sconveniente, inappropriata o definita una “manifestazione politica durante un evento sportivo”. È un promemoria per il mondo intero di cosa sia la Russia moderna», ha scritto su X il presidente dell’Ucraina. E poi: «E questo è ciò che ricorda a tutti il ruolo globale dello sport e la missione storica del movimento olimpico stesso: è tutto per la pace e per il bene della vita. L’Ucraina rimane fedele a questo. La Russia dimostra il contrario».
Il Super Bowl è andato ai Seattle Seahawks, che hanno superato 29-13 i New England Patriots. Ma i riflettori, oltre che sulla palla ovale, erano – come sempre – puntati anche sull’Halftime Show. Che quest’anno aveva come protagonista Bad Bunny, reduce dalle tre vittorie ai Grammy. Ebbene, Donald Trump lo ha definito senza mezze misure «il più brutto di sempre». Il motivo? Il rapper portoricano, vero nome Benito Antonio Martinez Ocasio, ha portato al Levi’s Stadium di Santa Clara in California un messaggio di unità e contro le politiche antimmigrazione della Casa Bianca.
Bad Bunny ha cantato Tití Me Preguntó, attraversando scenografie che evocavano la vita portoricana, poi Voy a Llevarte Pa PR e Safaera, brano interpretato su un palco secondario denominato “La Casita”. Successivamente si è esibito in Gasolina di Daddy Yankee e altri suoi successi, tra cui EoO. A chiudere la performance la title track del suo album vincitore ai Grammy, Debí Tirar Más Fotos. Assieme a Bad Bunny sono saliti a sorpresa sul palco anche Lady Gaga e Ricky Martin. Al termine dell’halftime show il rapper ha mostrato un pallone da football con la scritta “Together we are America” (“Insieme noi siamo America”), mentre alle sue spalle sul maxischermo si poteva leggere “The only thing more powerful than hate is love” (“L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore”).
Trump, che lo scorso anno a New Orleans era stato il primo presidente Usa della storia a partecipare a un Super Bowl, aveva dato forfait definendo «orribile» la scelta di Bad Bunny. Durante la serata di ieri, ha rincarato la dose: «Uno spettacolo terribile, il più brutto di sempre. Nessuno capisce una parola e il ballo è disgustoso». Bad Bunny canta esclusivamente in spagnolo.
Rispondendo alle domande dei giornalisti sullo sfogo di Ghali, che assieme a Mariah Carey, Laura Pausini e Andrea Bocelli sarà tra gli artisti presenti a San Siro alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano-Cortina, il presidente del Coni Luciano Buonfiglio ha tagliato corto, affermando: «Penso che in questo momento sono portato a leggere solo le cose positive, perché in questi momenti trovo fuori logo fare polemica».
Luciano Buonfiglio e Andrea Abodi (Imagoeconomica).
Lo sfogo di Ghali su Instagram
Alla vigilia della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici invernali, Ghali ha affidato a Instagram un lungo messaggio di sfogo – pubblicato in italiano, inglese e arabo – in cui ha fatto capire di essere stato in qualche modo “imbavagliato”, dopo essere stato invitato (per convenienza) dagli organizzatori. «A tutti. Lo so. So quando una voce viene accettata. So quando viene corretta. So quando diventa di troppo. So perché vogliono uno come me. So anche perché non mi vorrebbero. So perché mi hanno invitato. So anche perché non ho più potuto cantare l’inno d’Italia», ha scritto il rapper milanese, figlio di genitori tunisini. E poi: «So perché mi hanno proposto di recitare una poesia sulla pace. So che poteva contenere più di una lingua. So che una lingua, quella araba, all’ultimo era di troppo. So che un mio pensiero non può essere espresso. So anche che un mio silenzio fa rumore. So che è tutto un Gran Teatro».
La scelta di coinvolgere Ghali nella cerimonia di apertura di Milano-Cortina aveva suscitato critiche, in particolare da parte di alcuni esponenti della Lega, a causa delle posizioni espresse dal rapper in favore della causa palestinese. Sul tema era intervenuto anche il ministro dello Sport Andrea Abodi, spiegando che Ghali avrebbe pronunciato esclusivamente «cose concordate con gli organizzatori» e aggiungendo: «Ritengo che un Paese debba sapere reggere all’urto di un artista che ha espresso un pensiero che non condividiamo, che non sarà espresso su quel palco». In commissione Cultura il Movimento 5 stelle aveva denunciato: «Quando un ministro si permette il lusso di dire che un artista non esprimerà il suo pensiero sul palco non sta parlando di rispetto o di etica: sta rivendicando una censura preventiva».