Segre non molla ed è pronta a guidare la Commissione anti-odio

La senatrice a vita al centro delle polemiche: «Non mi arrendo agli insulti. Ma quale bavaglio. Biella? Il gesto di Greggio un fiore raro. E sull'incontro con Salvini abbiamo scelto la riservatezza».

A 89 anni Liliana Segre è stanca di tutto questo. Ma non ha intenzione di tirarsi certo indietro. La senatrice a vita che fu internata nei campi di sterminio nazisti si è detta comunque pronta a guidare la Commissione anti-odio tanto contestata dal centrodestra: «Se me la propongono, sono dell’idea di dire sì. Sono stata in dubbio e certo il calendario degli anni non va indietro. Ma io credo in questa Commissione, dunque spero di reggere», ha detto in un’intervista al Corriere della sera.

«NON GIUDICHEREMO NÉ CENSUREREMO NESSUNO»

A chi definisce un “bavaglio” la Commissione (tipo Silvio Berlusconi, per citarne uno), Segre ha risposto che «sembra una barzelletta: “Qual è il colmo per un’ebrea sefardita? Diventare il capo dell’Inquisizione spagnola“. Ma figuriamoci!». E poi ha spiegato: «La Commissione che ho proposto non può giudicarecensurare nessuno e non può cambiare le leggi. Si tratta di studiare un fenomeno, di avanzare proposte su un problema per cui tutti, anche gli esponenti dell’opposizione quando parlano a telecamere spente, si dichiarano allarmati».

A quasi 90 anni credo sia normale chiedersi “ma chi me l’ha fatto fare?”. Però dura poco, non sono una che si arrende facilmente


Liliana Segre

Più in generale, la Segre ha parlato del momento complicato che sta vivendo: «La tentazione di abbandonare il campo ogni tanto si affaccia. Se a quasi 90 anni finisci bersagliata da insulti, e poi sotto scorta, senza più la vita semplice e riservata di prima, credo sia normale chiedersi “ma chi me l’ha fatto fare?”. Però dura poco, non sono una che si arrende facilmente». La senatrice a vita si è detta affaticata per «troppa esposizione, troppo odio, troppe polemiche, troppa popolarità».

PAURA DI STRUMENTALIZZAZIONI SULL’INCONTRO CON SALVINI

A una domanda sull’incontro col leader leghista Matteo Salvini, che poi lui aveva smentito, si è limitata a rispondere: «Ci siamo impegnati entrambi alla riservatezza per evitare strumentalizzazioni politiche».

«MI SPIACE AVER CREATO IMBARAZZO A BIELLA E SESTO»

Infine, quanto al caso della cittadinanza onoraria che le hanno negato i Comuni di Sesto San Giovanni e Biella, ha osservato: «Avere creato imbarazzo a quelle Giunte mi dispiace. Il caso di Biella è stato però l’occasione di ricevere un fiore raro come il gesto di Ezio Greggio (che ha rifiutato il riconoscimento in rispetto della Segre, ndr), che è molto più di una cittadinanza».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La svolta moderata di Salvini è solo una barzelletta

Ora il segretario leghista cerca di trattenere gli spiriti animali vestendo i panni della domenica. Ama l'Europa, si aggrappa all'euro e spera di entrare nel Ppe. Ma non è che l'ultima metamorfosi: resta un uomo di spettacolo e da battaglie brevi, incapace di reggere sulla distanza.

È nato il partito di Carlo Calenda, sta morendo quello di Luigi Di Maio, mentre il Pd non sa che farsene di un governo che sta sputtanando la nuova immagine disegnata dal convegno di Bologna.

In tutto questo film con vecchi attori, antiche promesse e tenaci delusioni ci sono i ragazzi delle Sardine che devono sorbirsi lezioncine sui social di vecchi e vecchie estremiste di sinistra che li considerano troppo borghesi e soprattutto troppo lontani dall’ideologia del momento, quella che dice che destra e sinistra non ci sono più, soprattutto che non c’è più e non ci sarà più la sinistra (che peraltro alcuni di loro hanno contribuito a distruggere). 

La destra invece c’è e si avvia a vincere la prossima prova elettorale. Giorgia Meloni sta mettendo a frutto anni e anni di esistenza marginale nelle aree di destra più periferiche, Silvio Berlusconi cerca di difendere con poca dignità una storia politica lunga riducendosi a un 6% che mette al servizio del leghista, Matteo Salvini prova a vestire i panni della domenica.

QUELLA DI SALVINI È UNA TRASFORMAZIONE POCO CREDIBILE

La storia del mutamento di Salvini è l’ultima trovata del gossip politico. Tenete presente che stiamo parlando di un uomo politico ancor giovane che ne ha fatte più di Carlo in Francia essendo stato comunista padano, legato ai centri sociali, valletto di Umberto Bossi e Roberto Maroni quindi corresponsabile di tutto ciò che la Lega ha fatto ai piani alti della politica ma che ora cerca di rappresentarsi come uomo nuovo. L’ultima sua trasformazione è quella del leader della destra moderata e un po’ razzista, ma solo un po’, che ama l’Europa, che si aggrappa all’euro, che spera di essere ammesso nel Ppe grazie a Berlusconi e Viktor Orban.

Salvini è uomo di guerra civile (nel senso di una guerra civile a bassa intensità fondata su un linguaggio annichilente l’avversario), è un Salvini interruptus non in grado di reggere sulla distanza

Può darsi che ce la faccia. Il dubbio non viene dall’incertezza sulla riuscita del suo piano. Il mio dubbio viene dal fatto che non sono fra quelli che  pensa che Salvini possa cambiare. Niente di personale, per carità, ma ogni leader politico osservato sul lungo periodo manifesta una continuità di comportamenti che lascia prevedere la sua evoluzione. Salvini è uomo di spettacolo, è uomo di guerra civile (nel senso di una guerra civile a bassa intensità fondata su un linguaggio annichilente l’avversario), è uomo di battaglie brevi, è un Salvini “interruptus” non in grado di reggere sulla distanza.

LA RECITA DEL BRAVO RAGAZZO MODERATO

La sua svolta moderata, suggerita da Giancarlo Giorgetti personaggio di ben altra levatura, lo costringe a trattenere i suoi spiriti animali, a rinchiuderli in un cassetto e a fare la “recitina” del bravo ragazzo. Non è possibile. Del resto solo una minoranza del suo mondo, penso ai leghisti che vengono dal mondo produttivo, gli chiede moderazione, gli altri no, gli chiedono di fare casino. Un po’ come i grillini residuali che al governismo di Di Maio, «Franza o Spagna purché se magna», oppongono la purezza contro tutti e soprattutto contro l’odiato Pd.

Mi divertirei a vedere un rassemblement moderato con Calenda, Renzi e Salvini perché mi ricorderebbe quella “risata che vi seppellirà” su cui abbiamo costruito un lungo sogno

Noi non siamo, in alcun partito, di fronte a una classe dirigente talmente forte culturalmente da essere capace di reggere “grandi svolte”. Nella Dc, nel Pci, nel Psi questo è stato possibile. Questi 40-50enni possono fare le “svoltine”, ma di fronte a un grande salto si spaventano, si chiedono che cosa sarà di loro nel futuro, non dimentichiamo, infatti, che sono in maggioranza senza mestiere o falliti nel proprio mestiere. Io mi divertirei molto a vedere un rassemblement moderato con Calenda, Renzi e Salvini perché mi ricorderebbe quella storia della “risata che vi seppellirà” su cui abbiamo costruito un lungo sogno.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’impatto del voto “emiliano” di Rousseau sul governo Pd-M5s

Di Maio dopo la scelta degli iscritti di presentarsi alle Regionali: «Nessuna ripercussione per l'esecutivo». E ribadisce: «Parlamentari ed esponenti locali ci chiedono di non allearci». Ma tra i dem sono al lavoro i "pontieri". Perché si teme una dispersione di preferenze che penalizzerà Bonaccini. Una cena con tutti i ministri ha provato a smorzare le tensioni.

E adesso? Rousseau ha votato, la linea di Luigi Di Maio è stata sconfessata. Gli iscritti al Movimento 5 stelle chiamati a esprimersi hanno deciso che bisogna correre alle elezioni regionali del 26 gennaio 2020 in Emilia-Romagna e Calabria, contrariamente a quanto voleva il capo politico grillino. Una scelta che avrà ripercussioni sul governo giallorosso? Lo stesso Di Maio ha scacciato fantasmi: «No, non ce ne saranno», ha detto al termine della cena con gli altri ministri. Ma le nubi sull’esecutivo restano.

DI MAIO: «TUTTI I NOSTRI CI CHIEDONO DI NON ALLEARCI»

Innanzitutto il M5s vuole presentarsi da solo. Anche se su questo aspetto non è stato interpellato Rousseau: «Non lo facciamo votare perché tutti i nostri parlamentari e i consiglieri hanno chiesto di non allearci alle Regionali», ha ribadito Di Maio.

BOCCIA: «NOI ANDIAMO AVANTI E VINCIAMO ANCHE DA SOLI»

Eppure nel Partito democratico qualcuno continua a lasciare la porta aperta. Come il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia: «Allearsi con noi? Lo spero per loro. Noi andiamo avanti e vinciamo anche da soli. Stefano Bonaccini è stato il presidente migliore per l’Emilia-Romagna».

SCAMBI DI BATTUTE ALLA CENA DELLE TENSIONI

Nella serata di giovedì 21 novembre il premier Giuseppe Conte ha riunito i ministri a cena. E ovviamente si è parlato anche della scelta del M5s di correre alle Regionali. Stando a quanto raccontato da più di un partecipante, tra gli esponenti dei diversi partiti di governo ci sarebbero stati scambi di battute, dal tono per lo più scherzoso.

TIMORI PER LA DISPERSIONE DEL VOTO ALLE REGIONALI

Ma, al di là delle dichiarazioni, qualche preoccupazione è trapelata per le ripercussioni che potrebbe avere anche sul governo la scelta annunciata da Di Maio di correre da soli (per parlare alla stampa il leader M5s ha lasciato il Consiglio dei ministri a riunione in corso). I dem temono che la dispersione del voto possa favorire i candidati del centrodestra, in particolare in Emilia-Romagna («Speriamo di no», ha commentato un ministro).

PONTIERI DEM AL LAVORO PER INDURRE A UN RIPENSAMENTO

Ma più d’uno nel Pd confida che i “pontieri” in azione aprano una discussione nel Movimento, che induca il ripensamento. Per quacuno «è vero che gli esponenti locali hanno chiesto a Di Maio di non allearsi, ma tra i loro dirigenti la questione è aperta: tanti volevano escludere la candidatura proprio per evitare i rischi che la scelta di correre divisi comporta anche per il governo. Vedremo nei prossimi giorni». Ma un collega è stato più pessimista: «Mi sembra un caso chiuso».

LO STESSO RISTORANTE DOVE CONTE PORTÒ SALVINI

La cena, al di là di questo, come è andata? Si è inserita tra un Consiglio dei ministri serale e un vertice mattutino. Conte ha invitato fuori la sua squadra di governo in un ristorante nel centro di Roma dove un anno prima portò Di Maio e Matteo Salvini per placare lo scontro che si era aperto sulla manovra. Non andò benissimo alla fine. «Le sorti dei governi non si decidono a tavola», ha risposto sorridendo Conte a chi gli ha sottolineato che il precedente non faceva ben sperare.

VOLTI SCURI TRA I MINISTRI GRILLINI

Anche questa volta in effetti i motivi di tensione tra alleati non sono mancati, a partire dal voto su Rousseau. A tavola si è parlato di Emilia-Romagna e Calabria, sono state fatte battute, ci si è punzecchiati. All’ingresso, subito dopo il Cdm, si è notato qualche volto scuro, soprattutto tra i ministri M5s. A microfoni spenti più d’uno ha ammesso che il voto di gennaio è delicato anche per la tenuta del governo.

TUTTO OFFERTO DA CONTE E FIORI ALLE MINISTRE

Il premier, che ha offerto la cena a tutti e regalato fiori alle ministre, è stato l’ultimo ad arrivare, intorno alle 23, al termine di un lungo Cdm, e l’ultimo ad andare via, verso l’una. Tavolo per 22: c’erano i rappresentanti di tutti i partiti. E a un certo punto è spuntata anche la torta, per festeggiare il compleanno di Lorenzo Guerini, con “tanti auguri a te” cantato in coro tra applausi e risate.

ARCHIVIATA L’IDEA DI UN CONCLAVE DI MAGGIORANZA

L’idea era quella di fare squadra: Conte aveva annunciato un “conclave” con i leader di maggioranza, forse un’idea del tutto archiviata. Per ora è bastata una cena post-Cdm, a base di amatriciana e cicoria. I ministri sono arrivati e andati via alla spicciolata, a piedi, in auto o in vespa come il dem Peppe Provenzano. Di Maio è stato il primo a entrare, poco dopo è toccato alla renziana Teresa Bellanova: tra gli ultimi Dario Franceschini («Che c’è di strano se ceniamo insieme?»), Luciana Lamorgese, Roberto Gualtieri e infine Conte.

DOSSIERI SCOTTANTI SU ILVA, ALITALIA E MES

Nell’attesa si è bevuto prosecco. E il presidente del Consiglio ha scherzato con i giornalisti: «Vi do una notizia, ho cucinato io», prima di assicurare che «non c’è alcun litigio, nessuna tensione». Ma i dossier scottanti sono tanti, dal voto di gennaio in Emilia-Romagna e Calabria che fa temere ripercussioni sul governo, a Ilva e Alitalia, fino al Mes, di cui si deve discutere in un vertice mattutino convocato alle 8.30 di venerdì. All’uscita dal ristorante si ostentavano sorrisi, dentro si brindava e si scherzava. Basta una cena per risolvere i problemi e iniziare davvero a fare squadra? Conte ha cercato ancora la battuta: «Se non ne basta una, ne facciamo due».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’impatto del voto “emiliano” di Rousseau sul governo Pd-M5s

Di Maio dopo la scelta degli iscritti di presentarsi alle Regionali: «Nessuna ripercussione per l'esecutivo». E ribadisce: «Parlamentari ed esponenti locali ci chiedono di non allearci». Ma tra i dem sono al lavoro i "pontieri". Perché si teme una dispersione di preferenze che penalizzerà Bonaccini. Una cena con tutti i ministri ha provato a smorzare le tensioni.

E adesso? Rousseau ha votato, la linea di Luigi Di Maio è stata sconfessata. Gli iscritti al Movimento 5 stelle chiamati a esprimersi hanno deciso che bisogna correre alle elezioni regionali del 26 gennaio 2020 in Emilia-Romagna e Calabria, contrariamente a quanto voleva il capo politico grillino. Una scelta che avrà ripercussioni sul governo giallorosso? Lo stesso Di Maio ha scacciato fantasmi: «No, non ce ne saranno», ha detto al termine della cena con gli altri ministri. Ma le nubi sull’esecutivo restano.

DI MAIO: «TUTTI I NOSTRI CI CHIEDONO DI NON ALLEARCI»

Innanzitutto il M5s vuole presentarsi da solo. Anche se su questo aspetto non è stato interpellato Rousseau: «Non lo facciamo votare perché tutti i nostri parlamentari e i consiglieri hanno chiesto di non allearci alle Regionali», ha ribadito Di Maio.

BOCCIA: «NOI ANDIAMO AVANTI E VINCIAMO ANCHE DA SOLI»

Eppure nel Partito democratico qualcuno continua a lasciare la porta aperta. Come il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia: «Allearsi con noi? Lo spero per loro. Noi andiamo avanti e vinciamo anche da soli. Stefano Bonaccini è stato il presidente migliore per l’Emilia-Romagna».

SCAMBI DI BATTUTE ALLA CENA DELLE TENSIONI

Nella serata di giovedì 21 novembre il premier Giuseppe Conte ha riunito i ministri a cena. E ovviamente si è parlato anche della scelta del M5s di correre alle Regionali. Stando a quanto raccontato da più di un partecipante, tra gli esponenti dei diversi partiti di governo ci sarebbero stati scambi di battute, dal tono per lo più scherzoso.

TIMORI PER LA DISPERSIONE DEL VOTO ALLE REGIONALI

Ma, al di là delle dichiarazioni, qualche preoccupazione è trapelata per le ripercussioni che potrebbe avere anche sul governo la scelta annunciata da Di Maio di correre da soli (per parlare alla stampa il leader M5s ha lasciato il Consiglio dei ministri a riunione in corso). I dem temono che la dispersione del voto possa favorire i candidati del centrodestra, in particolare in Emilia-Romagna («Speriamo di no», ha commentato un ministro).

PONTIERI DEM AL LAVORO PER INDURRE A UN RIPENSAMENTO

Ma più d’uno nel Pd confida che i “pontieri” in azione aprano una discussione nel Movimento, che induca il ripensamento. Per quacuno «è vero che gli esponenti locali hanno chiesto a Di Maio di non allearsi, ma tra i loro dirigenti la questione è aperta: tanti volevano escludere la candidatura proprio per evitare i rischi che la scelta di correre divisi comporta anche per il governo. Vedremo nei prossimi giorni». Ma un collega è stato più pessimista: «Mi sembra un caso chiuso».

LO STESSO RISTORANTE DOVE CONTE PORTÒ SALVINI

La cena, al di là di questo, come è andata? Si è inserita tra un Consiglio dei ministri serale e un vertice mattutino. Conte ha invitato fuori la sua squadra di governo in un ristorante nel centro di Roma dove un anno prima portò Di Maio e Matteo Salvini per placare lo scontro che si era aperto sulla manovra. Non andò benissimo alla fine. «Le sorti dei governi non si decidono a tavola», ha risposto sorridendo Conte a chi gli ha sottolineato che il precedente non faceva ben sperare.

VOLTI SCURI TRA I MINISTRI GRILLINI

Anche questa volta in effetti i motivi di tensione tra alleati non sono mancati, a partire dal voto su Rousseau. A tavola si è parlato di Emilia-Romagna e Calabria, sono state fatte battute, ci si è punzecchiati. All’ingresso, subito dopo il Cdm, si è notato qualche volto scuro, soprattutto tra i ministri M5s. A microfoni spenti più d’uno ha ammesso che il voto di gennaio è delicato anche per la tenuta del governo.

TUTTO OFFERTO DA CONTE E FIORI ALLE MINISTRE

Il premier, che ha offerto la cena a tutti e regalato fiori alle ministre, è stato l’ultimo ad arrivare, intorno alle 23, al termine di un lungo Cdm, e l’ultimo ad andare via, verso l’una. Tavolo per 22: c’erano i rappresentanti di tutti i partiti. E a un certo punto è spuntata anche la torta, per festeggiare il compleanno di Lorenzo Guerini, con “tanti auguri a te” cantato in coro tra applausi e risate.

ARCHIVIATA L’IDEA DI UN CONCLAVE DI MAGGIORANZA

L’idea era quella di fare squadra: Conte aveva annunciato un “conclave” con i leader di maggioranza, forse un’idea del tutto archiviata. Per ora è bastata una cena post-Cdm, a base di amatriciana e cicoria. I ministri sono arrivati e andati via alla spicciolata, a piedi, in auto o in vespa come il dem Peppe Provenzano. Di Maio è stato il primo a entrare, poco dopo è toccato alla renziana Teresa Bellanova: tra gli ultimi Dario Franceschini («Che c’è di strano se ceniamo insieme?»), Luciana Lamorgese, Roberto Gualtieri e infine Conte.

DOSSIERI SCOTTANTI SU ILVA, ALITALIA E MES

Nell’attesa si è bevuto prosecco. E il presidente del Consiglio ha scherzato con i giornalisti: «Vi do una notizia, ho cucinato io», prima di assicurare che «non c’è alcun litigio, nessuna tensione». Ma i dossier scottanti sono tanti, dal voto di gennaio in Emilia-Romagna e Calabria che fa temere ripercussioni sul governo, a Ilva e Alitalia, fino al Mes, di cui si deve discutere in un vertice mattutino convocato alle 8.30 di venerdì. All’uscita dal ristorante si ostentavano sorrisi, dentro si brindava e si scherzava. Basta una cena per risolvere i problemi e iniziare davvero a fare squadra? Conte ha cercato ancora la battuta: «Se non ne basta una, ne facciamo due».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cos’è il Mes e perché Salvini e Meloni attaccano il governo

Infiamma la polemica sul meccanismo europeo di Stabilità, con Lega e Fratelli d'Italia che accusano il premier Conte di "tradimento". Ma cos'è e come funziona il fondo Salva Stati e quali sono gli aspetti più criticati della riforma? Il punto.

Se ne parla da giorni, si parla solo di quello, è il tema più cavalcato dalle opposizioni e sta creando spaccature anche all’interno della maggioranza.

È il Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, istituto sovranazionale che ha fatto irruzione nel dibattito politico mettendo il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sotto assedio da parte di Lega e Fratelli d’Italia.

L’accusa? Aver firmato di nascosto un accordo per trasformare «il Fondo Salva Stati in fondo ammazza Stati», ha tuonato il segretario della Lega. «Noi come Lega abbiamo sempre detto a Conte e a Tria che NON avevano il mandato per toccare il Mes», ha rincarato la dose il 20 novembre. «Se qualcuno ha agito, lo ha fatto tradendo il mandato del popolo italiano, e l’alto tradimento costa caro. Non è la prima volta che l’ex avvocato del popolo mente, ma la verità verrà fuori».

CONTE BUGIARDO! #STOPMES

Noi come Lega abbiamo sempre detto a Conte e a Tria che NON avevano il mandato per toccare il MES.Se qualcuno ha agito, lo ha fatto tradendo il mandato del popolo italiano, e l'alto tradimento costa caro. Non è la prima volta che l'ex avvocato del popolo mente, ma la verità verrà fuori.

Posted by Matteo Salvini on Wednesday, November 20, 2019

Ma che cos’è il Mes e perché sta facendo tribolare l’esecutivo?

LA PRIMA RISPOSTA ALLA CRISI GRECA

Chiariamo subito un aspetto. Il Mes non è una novità di questi giorni. Tirato in ballo prima dai leghisti Alberto Bagnai e Claudio Borghi poi da Salvini, il trattato istitutivo fu siglato all’interno dell’Eurozona il 2 febbraio 2012 e l’istituzione vera e propria fu inaugurata alla fine dello stesso anno. Era il periodo in cui l’Europa doveva far fronte alla crisi della Grecia e andava deciso se continuare a provare a salvarla (a Bruxelles era già stato definito un pacchetto di aiuti da 110 miliardi di euro), oppure fosse meglio abbandonare Atene al proprio destino, facendola scivolare fuori dal club europeo.

LEGGI ANCHE: Perché per uscire dalla spirale dei rendimenti negativi serve un’unione bancaria

La crisi greca rivelò ai vertici comunitari che l’Ue era esposta a bordate speculative fatali in momenti di recessione globale. Da qui la necessità di approntare una controffensiva che potesse operare in autonomia e celermente, senza attendere i tempi della politica. La risposta comunitaria fu la creazione di un’organizzazione intergovernativa da 160 dipendenti regolata dal diritto pubblico internazionale, con sede in Lussemburgo

COME FUNZIONA IL MECCANISMO EUROPEO DI STABILITÀ

Studiato per proseguire in modo più efficace l’opera del Fondo europeo di stabilità finanziaria (Fesf) istituito nel 2010, il Mes emette strumenti di debito per finanziare prestiti nei Paesi dell’Eurozona. Gli azionisti dell’organizzazione sono 17 Paesi membri dell’Unione che concorrono pro-quota (in base al proprio peso economico) al versamento di circa 80 degli oltre 700 miliardi di euro totali del fondo. L’Italia, per esempio, con i suoi 14 miliardi messi sul piatto, è il terzo sostenitore dopo Germania e Francia. Venendo alle funzioni, il Mes è autorizzato a concedere prestiti nell’ambito di un programma di aggiustamento macroeconomico, ma può anche acquistare titoli di debito sui mercati finanziari primari e secondari, aprire linee di credito e finanziare la ricapitalizzazione di istituzioni con prestiti ai governi dei suoi Stati membri.

IL MEMORANDUM FIRMATO DAGLI STATI UE

Considerato anche il Fesf, dal 2010 a oggi questo meccanismo è stato attivato cinque volte (per 295 miliardi) per salvare dal fallimento altrettante nazioni: oltre alla Grecia, è servito per rimettere i conti in ordine di Cipro, Spagna, Portogallo e Irlanda. Non si tratta di aiuti integralmente a fondo perduto (anzi, vanno restituiti, seppure a condizioni di favore): è stato infatti previsto che, per potervi accedere, gli Stati sottoscrivano preliminarmente un Memorandum of understanding finalizzato a predisporre pacchetti di riforme strutturali stabiliti dalla famigerata Troika (Commissione Ue, Banca centrale europea e Fondo Monetario Internazionale).

IL NOCCIOLO DELLA RIFORMA

L’intenzione dei Paesi del Nord Europa è ora quella di procedere con una riforma che da un lato aumenti l’indipendenza dell’organismo e, dall’altro, restringa le condizioni d’accesso. Secondo le bozze dell’accordo, infatti, i Paesi in difficoltà che vorranno usufruirne non potranno essere in procedura d’infrazione e dovranno avere da almeno un biennio un deficit sotto il 3% e un debito pubblico sotto al 60%. Il nuovo meccanismo di supporto sarà operativo, stando alla roadmap dell’Eurogruppo, entro dicembre 2023 ma potrebbe essere introdotto prima sulla base di una valutazione dei progressi compiuti nell’ambito della riduzione dei rischi che sarà effettuata nel 2020.

LE CRITICHE ITALIANE ALLA RIFORMA

Le critiche di chi si oppone alla riforma sono diverse, ma semplificando si potrebbero ricondurre a due ordini. Da un lato viene fatto notare che l’Italia, dovesse mai avere bisogno degli aiuti, con le nuove regole verrebbe automaticamente esclusa e, per potervi accedere, dovrebbe accettare, spalle al muro, una pesante ristrutturazione del debito. Questo non significherebbe solo essere costretti ad attenersi a un cronoprogramma scritto dalla Troika che per i gli italiani rischierebbe di essere lacrime e sangue, ma anche di trovarsi maggiormente esposti agli attacchi speculativi. Ristrutturare il debito è infatti ammissione dell’impossibilità di fare fronte a tutti gli impegni presi con i propri creditori. Insomma, una dichiarazione di insolvenza in piena regola, che deflagrerebbe tra gli investitori, mettendoli in fuga. In merito il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha avvertito: «I piccoli e incerti benefici di una ristrutturazione del debito devono essere ponderati rispetto all’enorme rischio che il mero annuncio di una sua introduzione possa innescare una spirale perversa di aspettative di default».

IL TIMORE DI UNA SUPER TROIKA A TRAZIONE TEDESCA

La seconda critica ricorrente riguarda invece la governance del Mes che, per alcuni, diverrebbe persino legibus solutus, vale a dire che potrebbe operare al di sopra della legge. Se a questo aggiungiamo che già oggi il Managing Director del Fondo salva-Stati è il tedesco Klaus Regling e che la Germania è il maggior contributore, potrebbe concretizzarsi – dicono i detrattori – il pericolo di un istituto contemporaneamente sovranazionale e sovralegislativo teleguidato da Berlino.

#STOPMES ALLA CARICA

A opporsi con maggior vigore alla riforma la destra che, oltre a condividere le critiche appena esposte, evidenzia la beffa che l’Italia oggi sia il terzo finanziatore di un Fondo che le sarà precluso (non è del tutto vero: come si è visto, il nostro Paese ha messo 14 miliardi su oltre 700, perché il Mes si autofinanzia stando sul mercato). Come si è detto, è stato Salvini a tirare in ballo la questione (seguito a ruota da Giorgia Meloni e dal popolo del #StopMes), spolverando però qualcosa che era già al vaglio dei parlamentari da almeno cinque mesi. Come testimoniano infatti i resoconti stenografici della Camera, Conte riferì al parlamento dello stato dei lavori lo scorso 19 giugno elencando uno a uno i punti critici. All’epoca Salvini era ministro dell’Interno, eppure non fece alcuna polemica sul Mes. Il 18 giugno aveva twittato invocando la sterilizzazione di una donna rom e nelle ore seguenti avviava una querelle social con l’attrice porno Valentina Nappi, che lo aveva attaccato. Insomma, il leader della Lega in quei giorni pensava a tutt’altro. Ma non il collega Claudio Borghi che aveva presentato con altri deputati del Carroccio un’interrogazione all’allora ministro dell’Economia Giovanni Tria sull’iter della riforma. Tacevano, invece, pure i 5 stelle e il Pd, che pure all’epoca stava all’opposizione.

DICEMBRE, MESE CRUCIALE

Ma c’è un motivo se ora Salvini ha deciso di cavalcare in prima persona una questione già aperta. Nell’accordo raggiunto dall’Eurogruppo lo scorso 13 giugno era stato stabilito che, su richiesta tra gli altri di Italia e Germania, le procedure per le ratifiche nazionali venissero avviate solo quando tutta la documentazione sarebbe stata concordata e finalizzata con previsione quindi di aprire la discussione in parlamento nel prossimo dicembre. Sempre a dicembre e più precisamente il 10, è notizia delle ultime ore, il premier Conte riferirà alle Camere sul Mes. Vedremo se in quella data le forze politiche staranno più attente alle sue parole di quanto non accadde durante la seduta del 19 giugno scorso.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

M5s al voto su Rousseau per Emilia e Calabria tra dubbi e polemiche

Dalle 12 alle 20 gli iscritti sono chiamati a esprimersi sull'opportunità o meno per il Movimento di presentarsi ai due appuntamenti elettorali. Di Maio nicchia e i militanti spingono. Ma è il quesito a far discutere.

Procede tra polemiche e perplessità la votazione sulla piattaforma Rousseau attraverso la quale gli iscritti sono chiamati a decidere se il Movimento 5 stelle dovrà correre oppure no alle elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria. Per quel che riguarda la consultazione del prossimo 26 gennaio, in particolare, la spaccatura della base sembra essere evidente, col quesito attorno al quale è già sorta più di una critica.

DI MAIO: «PREFERISCO CHIEDERE LA DIREZIONE AL MOVIMENTO»

«Dalle ore 12 alle ore 20 gli iscritti del Movimento 5 stelle sono chiamati a votare sulla piattaforma Rousseau per decidere se il M5S debba osservare una pausa elettorale fino a marzo per preparare gli Stati generali evitando di partecipare alle elezioni di gennaio in Emilia-Romagna e Calabria». Luigi Di Maio, ai microfoni de L’aria che tira, su La 7, ha spiegato:  «Di solito preferisco non votare, ma chiedere al M5s quale sia la direzione da prendere. Gli uomini soli al comando diventano dei palloni e poi scoppiano. Io credo che le decisioni importanti vanno prese con gli iscritti. I più grandi errori li ho commesso scegliendo da solo».

POLEMICHE PER IL QUESITO ORIENTATO

Decisamente più esplicita la maggioranza dei militanti emiliani, che chiede esplicitamente di votare ‘no’ al quesito su Rousseau. Silvia Piccinini, consigliera regionale del M5s in Emilia-Romagna, ha definito «una presa in giro inaccettabile e un’umiliazione» il voto con un quesito «orientato».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I punti del possibile disgelo fra ArcelorMittal e governo sull’ex Ilva

Un vertice riservato avrebbe preparato il documento per far decollare il negoziato. Quattro temi chiave: ripristino dello scudo penale; funzionalità dell'Altoforno 2; occupazione con 1 miliardo di investimenti anche grazie a Intesa e forza lavoro assorbita da Cdp. Le indiscrezioni.

Come risolvere lo stallo sull’ex Ilva, provocando il disgelo tra il governo e i franco-indiani di ArcelorMittal? Forse un passo avanti c’è già stato, durante un vertice riservato avvenuto martedì 19 novembre al Tesoro. L’obiettivo? Sottoscrivere un cosiddetto memorandum of understanding in quattro punti da consegnare ai giudici di Milano nell’udienza convocata per mercoledì 27 per chiedere una proroga fino a Natale.

NEGOZIATO PRONTO A «DECOLLARE»

La rivelazione è stata fatta da Il Messaggero, secondo cui è «pronto il documento che farà decollare il negoziato» in vista della riunione di venerdì 22 a Palazzo Chigi con il premier Giuseppe Conte.

1. CERTEZZA DEL DIRITTO: RIPRISTINO DELLO SCUDO

Cosa prevedono i punti? Innanzitutto «la certezza del diritto mediante il ripristino dello scudo penale». Anche se il presidente della Camera, il grillino Roberto Fico, ha ribadito che «è un pretesto» per Mittal e che non c’è alcuna «motivazione» per reinserirlo.

2. FUNZIONALITÀ DELL’ALTOFORNO 2

Il secondo punto riguarda «la funzionalità dell’Altoforno 2, che deve poter tornare a produrre adeguatamente».

3. OCCUPAZIONE: RILANCIO E AMMORTIZZATORI

Il punto tre è dedicato al tema dell’occupazione, con «i 5 mila esuberi che l’azienda prevede» e con gli ammortizzatori: sono infatti previste misure «a supporto del rilancio del territorio mediante una combinazione pubblico-privato per creare condizioni di lavoro sostenibili».

In questo ambito che il governo avrebbe allertato Intesa SanPaolo, che è il principale creditore dell’amministrazione straordinaria


Le indiscrezioni de Il Messaggero

Secondo il quotidiano «l’ultimo punto è uno dei passaggi più delicati perché necessita di circa 1 miliardo di investimenti: ed è in questo ambito che il governo avrebbe allertato Intesa SanPaolo, che è il principale creditore dell’amministrazione straordinaria» e «i banchieri milanesi avrebbero dato disponibilità a esaminare un progetto concreto», quindi «Intesa potrebbe anche rafforzare l’impegno».

4. RICONVERSIONE: FORZA LAVORO ASSORBITA DA CDP

Il punto quattro, infine, «riguarda la tecnologia legata alla riconversione del piano ambientale: comporta una riduzione della forza lavoro che potrebbe essere assorbita dalla Cassa depositi e prestiti mediante misure compensative, cioè schierando Cdp Immobiliare attiva nell’housing sociale. Gli immobili di proprietà potrebbero ospitare gli sfollati del rione Tamburi».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il manifesto delle Sardine: «Populisti, ci troverete ovunque. Benvenuti in mare aperto»

Il movimento bolognese su Facebook sfida i "nemici". E mette in guardia: «Siete gli unici a dover avere paura. La festa è finita».

Le Sardine bolognesi su Facebook sfidano i populisti spiegando, nero su bianco, le ragioni della loro mobilitazione dopo il successo inaspettato dei primi appuntamenti di Bologna e Modena. Una sorta di manifesto in cui i quattro organizzatori – Giulia, Andrea, Roberto e Mattia – raccontano chi sono e quali sono gli obiettivi del banco.

«CARI POPULISTI, LA FESTA È FINITA»

«Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita. Per troppo tempo avete tirato la corda dei nostri sentimenti. L’avete tesa troppo, e si è spezzata», comincia la “lettera” dei capi banco. «Per anni avete rovesciato bugie e odio su noi e i nostri concittadini: avete unito verità e menzogne, rappresentando il loro mondo nel modo che più vi faceva comodo […]. Avete scelto di affogare i vostri contenuti politici sotto un oceano di comunicazione vuota. Di quei contenuti non è rimasto più nulla». Le Sardine accusano i populisti di aver «buttato in caciara» argomenti seri. E di aver spinto i seguaci «a insultare e distruggere la vita delle persone sulla Rete».

LEGGI ANCHE: Mattia Santori sul futuro delle “sue” Sardine

«CREDIAMO NELLA POLITICA CON LA P MAIUSCOLA»

Ora però, la marea pare essere cambiata. «Siete gli unici a dover avere paura», continua il manifesto. «Siamo scesi in una piazza, ci siamo guardati negli occhi, ci siamo contati. Siamo un popolo di persone normali […] Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto. Crediamo ancora nella politica e nei politici con la P maiuscola. In quelli che pur sbagliando ci provano, che pensano al proprio interesse personale solo dopo aver pensato a quello di tutti gli altri. Sono rimasti in pochi, ma ci sono».

LEGGI ANCHE: Le Sardine dovrebbero nuotare verso Sud

«Vi siete spinti troppo lontani dalle vostre acque torbide e dal vostro porto sicuro. Noi siamo le sardine, e adesso ci troverete ovunque. Benvenuti in mare aperto». E quindi un’ultima citazione da Com’è profondo il mare di Lucio Dalla, diventato l’inno delle piazze. «È chiaro che il pensiero dà fastidio, anche se chi pensa è muto come un pesce. Anzi, è un pesce. E come pesce è difficile da bloccare, perché lo protegge il mare. Com’è profondo il mare».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La legge elettorale divide Pd da M5s, renziani e Leu

Vertice interlocutorio sulla riforma. I dem spingono per il doppio turno. Mentre grillini, Italia viva e sinistra propongono il proporzionale, ma con la soglia ancora da decidere.

La certezza è che il Rosatellum, l’attuale legge elettorale, è destinato ad andare in pensione. Ma l’esito del primo vertice di maggioranza, tenuto la sera del 20 novembre, sulla legge elettorale, ha fatto emergere due modelli tra cui i partiti sceglieranno: o il doppio turno, su cui ha insistito il Pd, o un proporzionale sul quale però è aperta la discussione sulla soglia di sbarramento. Per il proporzionale, sempre a quanto si apprende, si sono invece schierati M5s e i due partiti più piccoli Iv e LeU.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Roma è un po’ meno fascista nei nomi delle vie

La sindaca Raggi ha cambiato la denominazione a tre strade della Capitale che erano intitolate a Donaggio e Zavattari, firmatari del Manifesto della razza. Ora sono state dedicate a Carrara, Mortara e Calabresi, scienziati discriminati durante il Ventennio.

Roma è un po’ meno fascista, almeno nella toponomastica. Sono stati tolti infatti i nomi di due strade e un largo della Capitale che erano intitolati ad Arturo Donaggio ed Edoardo Zavattari, firmatari del Manifesto della razza.

REINTITOLAZIONE A UN MEDICO, UNA FISICA E UNA ZOOLOGA

L’iniziativa è stata presa dalla sindaca Virginia Raggi, che ha presentato insieme con studenti romani e con la comunità ebraica la reintitolazione delle vie al medico Mario Carrara, alla fisica Nella Mortara e alla zoologa Enrica Calabresi. I tre nuovi intestatari sono scienziati che si opposero e furono vittime di discriminazioni razziali durante il regime fascista.

RAGGI AGLI STUDENTI: «SCRIVETE UN PEZZO DI STORIA»

La sindaca ha commentato così parlando agli studenti durante la cerimonia: «State scrivendo un pezzo di storia. La state scrivendo voi che avete contribuito a scegliere tre nomi di strade a Roma che rimarranno per sempre».

Voi avete imparato crescendo che il contributo di ciascuno è fondamentale per scrivere le pagine della nostra storia


Virginia Raggi agli studenti

Gli alunni di alcune scuole romane hanno infatti partecipato alla scelta: «Voi avete imparato crescendo che il contributo di ciascuno è fondamentale per scrivere le pagine della nostra storia. Dobbiamo imparare a capire il valore delle nostre azioni e della nostra storia. È un atto storico», ha detto la Raggi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Tusk chiude le porte del Ppe in faccia alla Lega di Salvini

«Ho tanta immaginazione però ci sono dei limiti», ha risposto il neo presidente del centrodestra europea a chi gli chiedeva di un possibile ingresso del Carroccio. Mentre su Orban la scelta è rimandata a fine gennaio.

Porte in faccia alla Lega di Matteo Salvini, da parte del neo presidente del Partito popolare europeo, Donald Tusk, polacco, ma fervente europeista ed ex presidente del Consiglio Ue, insomma, il politico del centrodestra continentale probabilmente più lontano dal sovranismo del nuovo Carroccio.

«HO TANTA IMMAGINAZIONE, MA CI SONO DEI LIMITI »

«Ho tanta immaginazione però ci sono dei limiti», ha dichiarato il neo presidente del Ppe a chi gli chiedeva se in futuro il partito di Salvini potrebbe aderire al Ppe. «Posso dire che finora non abbiamo ricevuto alcuna richiesta della Lega di diventare membro del gruppo», ha aggiunto l’ex presidente del Ppe, Joseph Daul.

LA SCELTA SU ORBAN A FINE GENNAIO

Il neo presidente del Ppe ha «annunciato che a fine gennaio» deciderà il da farsi sul premier ungherese Viktor Orban, il cui partito Fidesz è stato sospeso dal Ppe. «È un compito delicato, sono in contatto con van Rompuy», ha aggiunto Tusk e «a fine gennaio deciderò». L’ex presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy è alla guida di un comitato di tre probiviri per controllare la condotta del partito Fidesz del premier nazionalista ungherese.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Carlo Calenda ha lanciato il suo nuovo partito, Azione

L'ex Pd "nemico" dei cinque stelle: «Siamo un pilastro contro populisti e sovranisti». La missione: «Un movimento-scossa per un Paese che non cresce. Serve una sfida ai riformisti rammolliti». Il programma.

Il nuovo partito di Carlo Calenda ha preso vita: si chiama Azione, è stato lanciato sui social e in Rete. L’ex ministro dello Sviluppo economico dei governi Renzi e Gentiloni ci riprova, dopo il tentativo a inizio 2019 di “Siamo Europei“, la lista europeista e riformista unitaria da opporre ai sovranisti in ottica elezioni europee.

PARTE DALL’1% NEI SONDAGGI

Calenda, uscito dal Partito democratico perché fermo oppositore all’alleanza di governo col Movimento 5 stelle, aveva annunciato l’intenzione di creare un «progetto liberal-progressista», una nuova «casa dei riformisti». Secondo il sondaggio Emg Acqua presentato ad Agorà la lista Calenda vale l’1%.

Nessuna maledizione ci condanna a dover scegliere tra i disastri dei populisti e quelli dei sovranisti


Il manifesto di Azione

Il titolo completo del manifesto è “Azione – Per una democrazia liberal-progressista”. Nel testo si legge: «Ora basta! L’Italia è un grande Paese, nessuna maledizione ci condanna a dover scegliere tra i disastri dei populisti e quelli dei sovranisti».

PILASTRO DI UN «FRONTE REPUBBLICANO E DEMOCRATICO»

Il nome Azione richiama le «nostre radici culturali e politiche, quelle del liberalismo sociale e del popolarismo di Sturzo». La parte finale del testo dice che «Azione diventerà il pilastro di un grande Fronte repubblicano e democratico capace di ricacciare populisti e sovranisti ai margini del sistema politico».

PERMESSA LA DOPPIA TESSERA

Sarà consentita la doppia tessera: «Non vogliamo escludere, ma al contrario tenere le porte ben aperte. Il nostro obiettivo non è frammentare ulteriormente il sistema politico, ma lavorare per l’unità e il rinnovamento delle forze liberal democratiche».

UNA SFIDA SIA A ITALIA VIVA SIA A FORZA ITALIA

Calenda ha parlato delle sue intenzioni a Il Messaggero: «Siamo contro i riformisti che si sono rammolliti. E che si aggregano ai populisti e ai sovranisti. Questo vale sia per Pd e Italia viva, che si sono messi al seguito dei cinque stelle, sia per Forza Italia ormai al rimorchio di Matteo Salvini. La subalternità dei presunti riformisti è uno dei problemi che affossano il nostro Paese. I sostenitori della democrazia liberale devono essere tosti e coraggiosi».

LE ACCUSE: PARTITO PERSONALE ED ELITISTA

Calenda ha respinto la definizione di partito personale, spiegando che con lui ci sono imprenditori, professionisti e professori: «È un movimento di mobilitazione. Possiamo già contare sulla rete di Siamo Europei, 200 comitati e 150 mila iscritti». Rinnegata l’etichetta di elitista: «Di elitismo non c’è nulla di nulla nel nostro progetto».

SOLUZIONE PER ROMA: «COMMISSARIARLA»

E niente corsa sulla Capitale: «La mia è una sfida di tipo solo nazionale. Roma si salva se c’è un governo centrale composto da persone capaci, altrimenti il rischio è che diventi il prossimo caso Ilva. Le condizioni purtroppo ci sono tutte. Adesso bisogna assolutamente commissariare la città».

PROGRAMMA SU TRE BASI: SANITÀ, SCUOLA E SICUREZZA

Nel programma ha spiegato che «ci sono tre priorità a cui l’autorità pubblica centrale deve lavorare con estrema determinazione: sanità, scuola e sicurezza. Lo Stato deve investire soldi su questo e non per nazionalizzare Ilva e Alitalia. Magari lasciando a metà il Mose».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Abbiate più cura di Liliana Segre, per favore

La senatrice a vita è una donna straordinaria. Evitiamo di immettere il suo nome nelle baruffe locali, nelle polemichette di tanti che vogliono fare i cretini come il sindaco di Biella.

Il sindaco di Biella ha ammesso di essere un cretino e ha chiesto scusa a Liliana Segre.

C’è una sua foto in cui si inginocchia davanti a Matteo Salvini per baciargli la mano e quindi è facile immaginare che sia stato il leader della Lega, preoccupato dalla figura indecente che il suo partito stava facendo, a imporre al primo cittadino di Biella la marcia indietro con l’ammissione della propria evidente natura.

Aspettiamo ora il sindaco di Sesto San Giovanni. Ma soprattutto dobbiamo aspettarci una maggiore tutela di Liliana Segre.

LILIANA SEGRE, ESEMPIO DI SOBRIETÀ E DIGNITÀ

La senatrice a vita è una donna straordinaria, ha avuto una vita terribilmente straordinaria e un rigore successivo nel raccontarla che ha pochi precedenti. È una cultura di famiglia. Conosco da anni l’avvocato Luciano Belli Paci con cui abbiamo in comune una appartenenza alla sinistra, spesso con differenze fra di noi, e una assidua partecipazione a iniziative contro l’antisemitismo e a difesa di Israele. Fino a che non c’è stata la nomina di Liliana a senatrice a vita, non sapevo che Luciano Belli Paci avesse cotanta madre.

Le cose ignobili che vengono pubblicate sui social sono terribili testimonianze di un sempre attivo antisemitismo, che è malattia di destra e di sinistra

Discrezione quindi, sobrietà, dignità. Sono queste le cose, oltre al coraggio, che dobbiamo imparare da Liliana Segre. Ma dobbiamo soprattutto imparare a rispettarla. Voglio dire che le cose ignobili che vengono pubblicate sui social sono terribili testimonianze di un sempre attivo antisemitismo, che è malattia di destra e di sinistra. Bisogna combattere costoro. Ma io critico anche questo attivismo di sindaci o consiglieri generosi che espongono Liliana Segre nei consessi comunali alla valutazione di gruppi di cretini nel giudicare se la senatrice meriti o no la cittadinanza onoraria.

EZIO GREGGIO HA DIMOSTRATO CHE UN COMICO VALE PIÙ DI UN CRETINO

Liliana Segre ha la cittadinanza onoraria italiana. Lei è l’onore di questo Paese, la sua memoria civile, soprattutto l’orgoglio dei cittadini più giovani. Capisco che molte comunità locali vogliano farle sentire vicinanza e affetto. Ma forse è il momento di metterla al riparo. Ho criticato la “genialata” di due colleghi del gruppo Repubblica di proporla anticipatamente come futuro capo dello Stato con uno sgarbo evidente al caro presidente Sergio Mattarella. Evitiamo di immettere il nome austero e rispettato di Liliana Segre nelle baruffe locali, nelle polemichette di tanti che vogliono fare i cretini come l’autoproclamato sindaco.

Da sinistra, Liliana Segre ed Ezio Greggio.

Mettere al riparo non vuol dire dimenticarla, al contrario. Se posso dirlo retoricamente, Liliana Segre è una riserva della patria che va chiamata nel mondo della comunicazione nei momenti cruciali quando la sua storia e soprattutto il suo pensiero attuale possono offrire agli italiani parole generose e utili. La vicenda di Biella ci consegna anche la bella notizia che uno dei comici più noti ha avuto un atteggiamento dignitoso ricordando il dramma del suo papà nei lager. Ezio Greggio ha capito che il suo nome non era stato proposto per i suoi meriti e per la sua appartenenza a quel territorio ma come deminutio della figura della Segre che, hanno pensato quelli di Biella, vale meno di un comico. Invece un comico vale più di un cretino e questo è un altro bel regalo per il Paese.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il M5s voterà su Rousseau per decidere se correre in Emilia e Calabria

I grillini si appoggiano agli iscritti per decidere se prendere parte alle Regionali di gennaio. Consultazione al via dalle 12 alle 20 di giovedì 21 novembre.

Un voto su Rousseau per uscire dall’empasse. Il Movimento 5 stelle ha deciso di appoggiarsi alla piattaforma per decidere se correre alle Regionali di gennaio in Emilia-Romagna e Calabria. Con un post sul blog delle Stelle è stato annunciato che il 21 novembre, dalle 12 alle 20, gli iscritti potranno sceglere le prossime mosse del Movimento.

«SERVE UN MOMENTO DI RIFLESSIONE»

«Ci siamo confrontati. Abbiamo consultato le persone che portano dalla prima ora sulle spalle questo Movimento, e tutti concordano che serva un momento di riflessione, di standby. Ma decidiamo insieme», si legge nel post in cui si annuncia la consultazione. «È quindi il momento di chiederci se questa grande mobilitazione di crescita e rigenerazione sia compatibile con le attività elettorali».

«TUTTI SI CHIEDANO SE PARTECIPARE AL VOTO»

«Per questo», continua il post, «abbiamo deciso di sottoporre agli iscritti la decisione riguardante la partecipazione alle imminenti elezioni regionali in Emilia-Romagna e in Calabria». «Partecipare alle elezioni richiede uno sforzo organizzativo, anche nazionale, e di concentrazione altissimo. Ciascuno di noi deve interrogarsi, con la massima responsabilità, sul contributo che sente di dare nei prossimi mesi, su dove sente più giusto che i suoi portavoce dirigano il proprio impegno». «Deve chiedersi», conclude la nota, «se pensa se siamo capaci, tutti insieme, in un grande lavoro di rete di condivisione e divisione degli incarichi, di essere utilmente presenti su diversi fronti. Qualsiasi cosa sceglieremo, la affronteremo come sempre con tutta la dedizione di cui siamo capaci»,

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il sindaco di Biella dice di essere stato un cretino con la Segre

Il leghista Corradino si scusa dopo averle negato la cittadinanza onoraria. Ma aggiunge: «Ha subito quelle sofferenze 70 anni fa, adesso qualcuno se ne approfitta». E intanto anche la Giunta di centrodestra di Sesto San Giovanni dice no al riconoscimento per la senatrice a vita sopravvissuta ai lager.

Il sindaco di Biella Claudio Corradino ci ha pensato su. E sulla vicenda della cittadinanza onoraria negata a Liliana Segre e riconosciuta a Ezio Greggio, che però l’ha rifiutata, ha elaborato questo pensiero autocritico: «Io sono stato un cretino, lo ammetto, e chiedo scusa».

«È STATA FATTA UNA SPECULAZIONE INDEGNA»

Però c’è sempre un però: «Su questa cosa è stata fatta una speculazione indegna da parte di tutti quanti e mi dispiace. Il risultato è stato negativo, ingiustamente. Una grandissima sciocchezza che è diventata una cosa nazionale. La signora Segre non ha bisogno che arrivi il sindaco di Biella a darle la cittadinanza, è un “patrimonio dell’umanità” e le chiedo ancora scusa», ha detto.

LA SENATRICE INVITATA PER LA GIORNATA DELLA MEMORIA

Infine l’invito: «Le ho chiesto di venire a Biella per la Giornata della Memoria e non c’è nulla contro di lei». Intanto Greggio ha annullato la sua di visita, sabato 23 novembre a Biella: era atteso all’Istituto Eugenio Bona, scuola in cui ha conseguito la maturità nel 1973, nel reparto di pediatria dell’ospedale e al Rotary Club, per un incontro benefico.

«SI MINA LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE»

Il sindaco ha parlato ai microfoni di Stasera Italia – in onda su Retequattro – dopo la polemica scoppiata. Prima però a Radio Capital aveva detto anche altro: «La signora ha subito quelle cose 70 anni fa. Voglio dire che si tira fuori la Segre adesso evidentemente perché c’è un tentativo di minare la libertà espressione. A me fa pensare al peggior maccartismo. C’è gente che vuole approfittare delle sofferenze che la signora ha subito».

Questa vicenda è nata male, per un errore di comunicazione che abbiamo fatto


Il sindaco di Biella

In realtà la “signora” sta subendo minacce anche adesso. E infatti le è stata assegnata la scorta. Il sindaco di Biella ha provato a metterci una pezza dicendo che «questa vicenda è nata male, per un errore di comunicazione che abbiamo fatto» e ribadendo poi di essere dalla parte della Segre.

MA ANCHE SESTO SAN GIOVANNI FA LA STESSA COSA

Fine degli episodi spiacevoli? Non proprio, visto che Sesto San Giovanni, Comune nel Milanese, ha fatto la stessa cosa: niente cittadinanza onoraria per la senatrice a vita internata nei campi di sterminio nazisti. In Consiglio comunale è stata infatti bocciata la “manifestazione di intenti” presentata dal Movimento 5 stelle, accolta da tutta l’opposizione. Il Partito democratico ha spiegato che «le motivazioni del sindaco di centrodestra, Roberto Di Stefano, sono che “Liliana Segre non ha a che fare con la storia della nostra città e darle la cittadinanza sarebbe svilente per lei perché è una strumentalizzazione politica». Ci risiamo, insomma.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Perché i gattini di Salvini non neutralizzeranno le Sardine

Per arginare il movimento, il leader leghista sguinzaglia i «bambini felini». Cercando di spostare il confronto dalle piazze piene ai social «dove può tornare protagonista», spiega Sara Bencivenga, docente di Comunicazione politica. Più che una vera controffensiva un «gioco per i suoi fan». L'analisi.

In principio furono le Sardine, poi (ri)spuntarono i gattini. Così, sui social, il leader della Lega Matteo Salvini tenta di tener testa e ribaltare il successo di piazza del neonato movimento, e non solo in vista delle prossime Regionali in Emilia-Romagna.

I gattini leghisti in funzione anti-sardina sono spuntati durante la trasmissione Fuori dal coro, padrone di casa Mario Giordano su Rete4. «Alle Sardine preferisco i gattini», ha detto Salvini, «che se le mangiano, quando hanno fame». Poi sul suo profilo Facebook è apparsa la foto di un feroce micetto intento ad azzannare il pesce azzurro. Accompagnato dal messaggio: «Cosa c’è di più dolce e bello dei gattini? Ai vostri bambini felini piacciono sardine e pesciolini? Mettete la foto nei commenti! Miao!». A seguire emoticon, logo e hashtag #gattiniconSalvini. Stessa operazione su Twitter.

Cosa c'è di più dolce e bello dei gattini? 😉P.s. Ai vostri bambini felini piacciono sardine e pesciolini? Mettete la foto nei commenti! Miao! 😸#gattiniconSalvini

Posted by Matteo Salvini on Tuesday, November 19, 2019

FOTI: «I GATTINI NON SARANNO MAI CON SALVINI, LUI È UN GATTOPARDO»

Eppure l’idea non è così originale. Come hanno fatto subito notare gli ideatori di ‘Gattini per Civati‘. Correva l’anno 2013 e i cuccioli apparivano con occhi languidi sulla spalla di Pippo allora in corsa per le primarie Pd incitandolo con miagolii e fusa. «È un atto di accattonaggio», dice a Lettera43.it il creatore della fortunata pagina Franz Foti. «Ma i gattini non saranno mai con lui. Che è più un Gattopardo». E così nella pagina dei gattini civatiani campeggia l’appello a superare le naturali opposizioni tra gattini e sardine.

Noi con Salvini?! Al massimo andiamo a graffiargli tutti i divani! #gattiniANTIsalvini: la controffensiva è appena iniziata!

Posted by Gattini per Civati on Wednesday, November 20, 2019

Nell’immagine di copertina lo sguardo minaccioso di un gatto, quasi da pantera: «Salvini nemmeno immagina in che guaio si è cacciato». «Noi da Salvini andiamo per graffiargli tutti i divani». E nuovo hashtag #gattiniANTIsalvini. L’allergia dei gattini per Salvini non è nuova. Nel maggio 2015, per esempio, venne lanciato il flashmob virtuale Gattini su Salvini: l’obiettivo era intasare la pagina Fb del leader della Lega di micetti contro l’odio. Per non parlare di Salvini Blocker, una estensione con cui è possibile sovrapporre a tutte le foto del segretario in Rete immagini di cuccioli.

LEGGI ANCHE: Sardine nuotate a Sud e liberate la sinistra

BENCIVENGA: «QUELLO DI SALVINI È UN GIOCO POLITICAMENTE IRRILEVANTE»

I gattini «sono un simbolo ormai sdoganato», spiega Sara Bencivenga, docente di Comunicazione politica all’università La Sapienza di Roma. «Ormai da 20 anni si usano per rendere leggero e ironico un messaggio. Basti pensare ai primi video di Youtube in cui i gatti cantavano in varie lingue del mondo». Sull’operazione di Salvini Bencivenga non ha dubbi: «Politicamente è un atto irrilevante, è più un gioco per i suoi», mette in chiaro. «Perché, fin quando le piazze vere continueranno a riempirsi non ci saranno effetti». A meno che non ci siano nuovi sviluppi: «Le stesse sardine potrebbero dare il via a una controffensiva, per fare un esempio il pescecane che mangia i gattini che mangiano…e così via».

IL LEADER DELLA LEGA VUOLE SPOSTARE LA BATTAGLIA SUL WEB

Il tentativo del leader della Lega e del suo staff a livello comunicativo è chiaro: «Tentare di trasformare a suo favore una mobilitazione che è partita dal basso, ha utilizzato sì i social ma come mezzo per raggiungere uno scopo, non come destinazione finale», aggiunge Bencivenga. «Salvini cerca così di creare una distinzione tra luogo reale dove è stato espresso un dissenso pacifico, e i numeri per le due tappe già consumate sono a favore delle Sardine, e quello virtuale, sul web, dove può vincere». È lì, che in modo divertente, vorrebbe ridiventare protagonista. E vincente: «Perché il gattino mangia le sardine, appunto. Chiude il cerchio e fa simpatia».

LEGGI ANCHE: Mattia Santori sulle sfide e il futuro delle Sardine di Bologna

Un furto sui generis «perché lo stile ben si inserisce nella sua produzione, ma sui social è più un prestito, un’inclusione, un innesto. Tra l’altro minimo nella sua enorme produzione che è un flusso continuo». I fan risponderanno con una valanga di immagini di mici – «i bambini felini», li chiama Salvini – e poi il tormentone finirà. «L’espressione “bambini felini”», aggiunge Bencivenga, «è un richiamo strumentale all’infanzia e ai bambini nei discorsi politici. Anche questo è un suo elemento ricorrente». Insomma, niente di nuovo sul fronte online. Resta da monitorare quello delle piazze (reali), dove si stiperanno ancora – stando ai calendari degli organizzatori disponibili in Rete – le Sardine. Sagome di cartone e battage social dietro cui però ci sono persone in carne e ossa. 

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Sardine nuotate a Sud e liberate la sinistra

Il nuovo movimento nato per contrastare Salvini si sporchi le mani. E scenda anche nel Mezzogiorno per rimediare allo scempio che Pd e soci stanno facendo in Puglia e Calabria.

Il dilagare delle Sardine è una buona cosa non solo perché indica una vitalità crescente contro la politica di Matteo Salvini, ma perché dice che la società reagisce agli stimoli, brutti o buoni (in questo caso brutti), della politica.

Non è una novità nella storia recente del Paese veder scendere in piazza auto-organizzati movimenti di protesta. Si può partire dai girotondi, si può indicare un punto di svolta nelle donne di «Se non ora quando». Ancora le donne presero l’iniziativa a Torino e Roma così male amministrate e oggi abbiamo in Emilia-Romagna questo nuovo fervore ribelle che si starebbe estendendo in tutta Italia.

LE PARABOLE DEI MOVIMENTI A-PARTITICI

Il dato saliente è che si tratta di movimenti a-partitici anche se prevalentemente di sinistra. Tranne i girotondi che ebbero riferimenti in area Ds e nel sindacato, tutti gli altri si sono tenuti alla larga dalle formazioni politiche. Questo ha segnato la loro “purezza”, ma anche la loro temporaneità. Il tema che propone lo svilupparsi e il morire di movimenti di questo tipo è che non trovano mai un interlocutore politico che, rispettandone l’autonomia, sappia dialogare con loro e li aiuti a strutturarsi come componenti della società civile.

LEGGI ANCHE: Mattia Santori sulle sfide e il futuro delle Sardine di Bologna

Le Sardine si muovono di fronte alla pretesa di Salvini di «liberare l’Emilia-Romagna». È una stupidaggine troppo grande. Tutto si può capire, anche la eventuale voglia di cambiare da parte dei cittadini (fu così con Giorgio Guazzaloca che, a differenza di Lucia Borgonzoni, era un signore sveglio e preparato), ma la ridicolaggine di rappresentare Bologna e le altre città emiliano-romagnole come sentina di vizi poteva venire in mente solo ai leghisti a giornalisti ex clintoniani che in tivù sparlano di città governate dalla sinistra.

IL DISASTRO DELLA SINISTRA IN CALABRIA E PUGLIA

Le Sardine, però, estendendosi dovranno sporcarsi le mani con le crisi della sinistra. Possono essere indifferenti alla scempio di sé che sta facendo la sinistra in Calabria? Si può accettare che in Puglia si combattano il solito Michele Emiliano, una ex deputata europea ed ex assessora regionale e un consigliere regionale attuale? Siamo ormai al numero chiuso, siamo di fronte al fatto che non deve crescere un pianta. Ecco in queste regioni meridionali le Sardine devono avere un impatto forte nel dibattito nella sinistra. Devono pretendere il cambiamento. E il partito che Nicola Zingaretti vuole rifondare deve chiedere aiuto a queste forze nuove per congedare chi non si rassegna a occupare posti e ne cerca sempre altri. E basta, no?

SERVE PULIZIA E UN AIUTO A QUESTA RIVOLUZIONE

Le Sardine se sapranno nuotare senza paura dei gatti di Salvini devono anche evitare la pesca a strascico dei vecchi marpioni di sinistra. Il tema della democrazia italiana non sta solo nella minaccia che un uomo inadatto arrivi al potere, ma anche nel fatto che chi dovrebbe contrastarlo è altrettanto inadatto, anche se per ragioni  diverse. Mi piacerebbe se qualche vecchio dirigente, un po’ alla Bernie Sanders, decidesse di incoraggiare ragazze e ragazzi a fare un po’ di pulizia nella grande e ormai sbrindellata casa della sinistra. Io insito a pensare, e a scrivere, che la destra salviniana non durerà a lungo: in primo luogo perché sarà insidiata dalla destra tradizionalista di Giorgia Meloni; in seconda battuta perché a furia di madamine e di Sardine alla fine ci sarà un vero grande movimento che spazzerà via tutto. Spero che la sinistra aiuti questa “rivoluzione”.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Sì di Bruxelles alla manovra giallorossa, anche se rischia di violare le regole

La Commissione europea ha dato l'ok. Ma restano le preoccupazioni sul debito. In primavera nuovo giudizio su conti e flessibilità, con Gentiloni agli Affari economici. A rischio violazione anche Belgio, Francia e Spagna.

La Commissione europea ha detto alla manovra economica italiana 2020, sebbene sussista il rischio di un mancato rispetto del Patto di stabilità e crescita.

La legge di bilancio del governo giallorosso, infatti, potrebbe portare a una «deviazione significativa» dagli obiettivi di medio termine per la sostenibilità delle finanze pubbiche. La Commissione europea tornerà a valutare i nostri conti in primavera, ma a farlo sarà la nuova squadra guidata da Ursula Von Der Leyen, con Paolo Gentiloni commissario agli Affari economici.

Anche il criterio della progressiva riduzione del debito pubblico rischia di essere disatteso. È quasi una certezza, ma sotto questo profilo l’Italia è in “buona” compagnia. Lo stesso discorso vale infatti anche per Belgio, Spagna, Francia, Portogallo, Finlandia, Slovenia e Slovacchia.

Tanto che il vicepresidente dell’esecutivo comunitario, Valdis Dombrovskis, ha sottolineato che da tali Stati membri «ci si aspetta che non rispettino la regola del debito». I Paesi in questione «non hanno usato a sufficienza le condizioni economiche favorevoli per mettere in ordine i loro conti pubblici e nel 2020 non pianificano alcun significativo aggiustamento». Un elemento che preoccupa l’Unione europea, «perché i debiti molto alti limitano la capacità di rispondere agli choc economici e alle pressioni del mercato».

Per quanto riguarda in particolare l’Italia, la Commissione europea precisa che «la sostenibilità a breve termine delle finanze pubbliche continua ad apparire vulnerabile agli aumenti del costo di emissione del debito». Ma Bruxelles si dice pronta ad analizzare ex post la richiesta di flessibilità motivata dalle emergenze idrogeologiche e quantificata nello 0,2% del Pil, ovvero in 3,6 miliardi di euro.

È probabile che i recenti eventi meteorologici estremi che hanno colpito Venezia e Matera peseranno in modo favorevole. E in ogni caso anche questa analisi spetterà alla nuova Commissione targata Von Der Leyen.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Barillari e il dossier bomba del neofascista Paliani contro Zingaretti

Un sindacalista di Avanguardia nazionale finito agli arresti. Stava raccogliendo informazioni sul segretario Pd e aveva coinvolto il consigliere regionale del M5s.

Un dossieraggio contro Nicola Zingaretti, presidente della regione Lazio e attuale segretario del Partito democratico. Questo stava macchinando, secondo le carte di un’inchiesta della procura di Roma, Andrea Paliani, sindacalista del «sindacato italiano confederazione europea del lavoro» e pure esponente neofascista di Avanguardia nazionale finito agli arresti, secondo quanto riporta il quotidiano Sole 24 Ore. Per il suo obiettivo – attaccare il sistema di clinichhe private accreditate della compagnia Ini spa, Paliani aveva puntanto al presidente della Regione e cercato di coinvolgere e trovato l’apparente sostegno del consigliere regionale M5s Davide Barillari e parlato anche con Mario Borghezio, europarlamentare della Lega. spiegando di avere informazioni sul segretario Pd.

«MO’ DISTRUGGE PURE IL PD»

«Qui tra poco scoppia la bomba contro Nicola Zingaretti», dice Paliani nelle intercettazioni rivelate dal quotidiano salmonato che spiega come il neofascista avesse tentato di arrivare al ministro della Sanità Giulia Grillo attraverso il consigliere M5s. .«Quindi tra poco scoppia la bomba penso…che con questa penso Zingaretti…il Pd…mo distrugge pure il Pd… Questa storia del milione di euro noi la conosciamo perché come danno i soldi questi in giro no! Con la sanità privata, con le porcate loro e questa è la verità», spiega parlando con Barillari che risponde: «Si, si». Il consigliere pentastellato, spiega Il Sole 24 Ore, dichiara di essere intenzionato a mandare gli ispettori all’Ini. E Paliani lo incita: «Li fai male anche a Zingaretti, capito? Che quelli sono gli amici suoi quelli della Asl». Con il sindacalista sono stati arrestati Giuseppe Costantino e Alessandro Tricarico, rispettivamente maresciallo dei carabinieri e consulente del lavoro. de gruppo Ini.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Barillari e il dossier bomba del neofascista Paliani contro Zingaretti

Un sindacalista di Avanguardia nazionale finito agli arresti. Stava raccogliendo informazioni sul segretario Pd e aveva coinvolto il consigliere regionale del M5s.

Un dossieraggio contro Nicola Zingaretti, presidente della regione Lazio e attuale segretario del Partito democratico. Questo stava macchinando, secondo le carte di un’inchiesta della procura di Roma, Andrea Paliani, sindacalista del «sindacato italiano confederazione europea del lavoro» e pure esponente neofascista di Avanguardia nazionale finito agli arresti, secondo quanto riporta il quotidiano Sole 24 Ore. Per il suo obiettivo – attaccare il sistema di clinichhe private accreditate della compagnia Ini spa, Paliani aveva puntanto al presidente della Regione e cercato di coinvolgere e trovato l’apparente sostegno del consigliere regionale M5s Davide Barillari e parlato anche con Mario Borghezio, europarlamentare della Lega. spiegando di avere informazioni sul segretario Pd.

«MO’ DISTRUGGE PURE IL PD»

«Qui tra poco scoppia la bomba contro Nicola Zingaretti», dice Paliani nelle intercettazioni rivelate dal quotidiano salmonato che spiega come il neofascista avesse tentato di arrivare al ministro della Sanità Giulia Grillo attraverso il consigliere M5s. .«Quindi tra poco scoppia la bomba penso…che con questa penso Zingaretti…il Pd…mo distrugge pure il Pd… Questa storia del milione di euro noi la conosciamo perché come danno i soldi questi in giro no! Con la sanità privata, con le porcate loro e questa è la verità», spiega parlando con Barillari che risponde: «Si, si». Il consigliere pentastellato, spiega Il Sole 24 Ore, dichiara di essere intenzionato a mandare gli ispettori all’Ini. E Paliani lo incita: «Li fai male anche a Zingaretti, capito? Che quelli sono gli amici suoi quelli della Asl». Con il sindacalista sono stati arrestati Giuseppe Costantino e Alessandro Tricarico, rispettivamente maresciallo dei carabinieri e consulente del lavoro. de gruppo Ini.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it