Da Conte arriva un’apertura al rinvio del Mes

Il premier parla a margine del vertice Nato e spiega: «Non firmo cambiali in bianco, ma basta propaganda». Di Maio: «Nessuna crisi di governo».

Non esclude un rinvio, o un accorgimento per far coincidere l’entrata in vigore del Mes con altre riforme, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che parla a diversi quotidiani a Londra, a margine del summit Nato. Al Corriere della Sera il premier spiega che «ci stiamo muovendo in una logica di pacchetto», che significa che «il progetto comprende unione bancaria e monetaria: è giusto che l’Italia si esprima solo quando avrà una valutazione complessiva su dove si sta andando, io ancora non ho firmato nulla, tanto meno una cambiale in bianco. Già domani si entrerà nel vivo sul dossier dell’unione bancaria, io non ho nessuna intenzione di firmare in bianco».

«NIENTE RICATTI NÉ FIGURACCE»

Nessuna figuraccia per l’Italia, aggiunge Conte: «Nemmeno per sogno, ci sono 19 Paesi che stanno scrivendo una riforma, c’è una sintesi nazionale da fare e poi una europea» e «non è un ricatto», «state sicuri che non ci faremo fregare». Non esclude un rinvio sul Mes, ma osserva: «Abbiamo evitato già tante insidie, io non ho abbracciato in parlamento fideisticamente il Mes», ma bisogna evitare «la fanfara propagandistica che fa salire lo spread». Conte parla anche a Fatto Quotidiano e Stampa, e a proposito del post di Di Maio che rivendica per il M5s il ruolo di ago della bilancia, sottolinea che «la volontà del Movimento 5 stelle sarà assolutamente determinante», ma «come presidente del Consiglio aggiungo che anche le altre forze politiche di maggioranza possono dire che senza i loro voti non si fa nulla».

DI MAIO: «MAI PARLATO DI CRISI DI GOVERNO»

Lo stesso Di Maio che di lì a poco ha chiarito: «Non ho mai parlato di crisi di governo, semplicemente chiediamo un rinvio per migliorare questo meccanismo. La cosa incredibile è che noi assistiamo a una Lega che attacca su questo fondo quando tutto questo è patito dal governo Berlusconi-Lega, alla faccia dei sovranisti»

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Nuovi concorsi per la scuola per 50 mila nuove assunzioni

In arrivo un bando ordinario e uno straordinario e poi una mobilità volontaria per chi è nelle graduatorie di merito. E una seleizione per i prof di religione.

Un concorso ordinario e uno straordinario per l’assunzione di quasi 50 mila docenti, un nuovo concorso per gli insegnanti di religione cattolica dopo 15 anni dall’ultimo, riapertura delle graduatorie di terza fascia, esclusione della rilevazione delle impronte per certificare la presenza dei presidi e del personale ausiliario. Queste e altre novità sono contenute nell’approvazione del decreto legge in materia di reclutamento del personale scolastico e degli enti di ricerca avvenuta alla Camera. Il testo passa all’esame del Senato.

I CONCORSI

Nello specifico, viene ampliata la platea di coloro che potranno partecipare al concorso straordinario per l’assunzione di 24.000 insegnanti: possono candidarsi adesso sia i docenti che abbiano maturato servizio nei percorsi di Istruzione e formazione professionale (IeFP), sia coloro che abbiano effettuato una delle tre annualità richieste dall’anno scolastico 2008/2009, sia chi sta svolgendo nell’anno in corso la terza annualità di servizio. Inoltre, viene inserito il coding tra le metodologie didattiche da acquisire nell’ambito dei crediti formativi o durante il periodo di formazione e prova legato al concorso. Vengono poi riaperte le graduatorie di terza fascia con proroga fino all’anno scolastico 2022/2023. Oltre al concorso straordinario, verrà poi bandito un concorso ordinario.

LE GRADUATORIE

Arriva una mobilità volontaria per quei docenti presenti nelle Graduatorie di Merito degli ultimi concorsi, che potranno così spostarsi (in coda a chi è già in quella regione) in regioni dove c’è possibilità di essere assunti in tempi più brevi. Le graduatorie di istituto si trasformano in graduatorie provinciali; i soggetti inseriti in queste graduatorie dovranno comunque indicare un massimo di 20 scuole.

I DIRIGENTI SCOLASTICI

Viene abolita la norma che prevedeva l’obbligo di rilevare la presenza dei dirigenti e del personale Ata con impronte biometriche. Saranno inoltre assunti 146 ispettori; la procedura di internalizzazione dei servizi di pulizia è stata articolata meglio: per i cosiddetti ex Lsu, si stabilisce una proroga tecnica di due mesi per consentirne la stabilizzazione.

I PROF DI RELIGIONE

Dopo quindici anni dal precedente, arriva un concorso per insegnanti di religione cattolica; la quota riservata al personale in servizio da più di tre anni è del 50%.

NUOVI PROF PER QUOTA 100

Si prevede di recuperare oltre 9.000 cattedre dai pensionamenti avvenuti con quota 100, dando più insegnanti stabili al sistema. Sono cattedre che andranno a chi ne aveva diritto: docenti che si trovano nelle graduatorie a esaurimento, vincitori e idonei di concorso.

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La manovra slitta: in Aula al Senato lunedì 9 dicembre

Il giorno successivo ci si aspetta che il governo ponga la questione di fiducia sul testo.

Slitta l’approdo della manovra nell’Aula del Senato, inizialmente previsto per il pomeriggio del 3 dicembre. La legge di bilancio, secondo quanto stabilito dalla Conferenza dei capigruppo, arriverà a Palazzo Madama per l’inizio della discussione lunedì 9 a mezzogiorno. Il giorno successivo ci si aspetta che il governo ponga la questione di fiducia.

Il ritardo potrebbe dipendere non solo dalle tensioni nella maggioranza sulla riforma del Mes, ma anche dalla necessità di trasferire in manovra il provvedimento urgente che riguarda Alitalia, necessario per sbloccare il prestito-ponte all’ex compagnia di bandiera.

La norma, infatti, non confluirà nel decreto fiscale, per evitare un ulteriore allungamento dei tempi della sua conversione in legge.

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La manovra slitta: in Aula al Senato lunedì 9 dicembre

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Slitta l’approdo della manovra nell’Aula del Senato, inizialmente previsto per il pomeriggio del 3 dicembre. La legge di bilancio, secondo quanto stabilito dalla Conferenza dei capigruppo, arriverà a Palazzo Madama per l’inizio della discussione lunedì 9 a mezzogiorno. Il giorno successivo ci si aspetta che il governo ponga la questione di fiducia.

Il ritardo potrebbe dipendere non solo dalle tensioni nella maggioranza sulla riforma del Mes, ma anche dalla necessità di trasferire in manovra il provvedimento urgente che riguarda Alitalia, necessario per sbloccare il prestito-ponte all’ex compagnia di bandiera.

La norma, infatti, non confluirà nel decreto fiscale, per evitare un ulteriore allungamento dei tempi della sua conversione in legge.

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Anche Romano Prodi dà il suo sostegno alle Sardine

L'ex presidente del Consiglio spende parole di elogio per il neonato movimento: «Chiedono toni civili, la gente è stufa delle tensioni».

Dopo l’ennesimo successo di piazza per le Sardine arriva anche un “endorsement” di peso, quello dell’ex presidente del Consiglio Romano Prodi. «La gente è perplessa sulle tensioni che si hanno: d’altra parte non avevo mai visto in vita mia una grande manifestazione che inneggia alla civiltà dei toni», ha detto Prodi parlando dei pienoni fatti registrare dalle Sardine. «Questo quindi vuol dire che la durezza del dibattito, indipendentemente dai contenuto del dibattito, comincia a stancare», ha aggiunto l’ex premier a margine di un convegno a Firenze su Carlo Azeglio Ciampi.

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La battaglia politica e sindacale contro i tagli di Unicredit

Il Pd sugli 8 mila esuberi: «Inaccettabile, faremo di tutto per ridurli». La Cisl parla di «schiaffo» e annuncia una lotta «durissima» contro la «linea irresponsabile» dell'ad Mustier. Le reazioni.

In Borsa il piano lacrime e sangue di Unicredit è stato accolto bene. Politicamente molto meno. Il Partito democratico se l’è presa direttamente con l’amministratore delegato Jean Pierre Mustier che aveva promesso di agire in modo socialmente responsabile: «Ma quale responsabilità sociale? Il piano che Unicredit ha annunciato è una mannaia orientata alla maggiore creazione di valore per gli azionisti, senza alcun riguardo al capitale umano dei lavoratori», ha scritto in una nota Pietro Bussolati della segreteria nazionale Pd.

IL PD SI SCHIERA «AL FIANCO DEI LAVORATORI»

Secondo i dem «non è accettabile che il nostro Paese sia destinato a sostenere la parte più consistente degli esuberi: gli 8 mila tagli del personale Unicredit si concentreranno soprattutto in Italia, Germania e Austria. Numeri da capogiro che Mustier ha snocciolato giustificando l’obiettivo da perseguire: 16 miliardi di valore per i soci. Siamo al fianco dei sindacati e dei lavoratori e faremo tutto il possibile affinché gli esuberi previsti per l’Italia siano ridotti il più possibile».

LA MINISTRA CATALFO: «CAPIAMO COSA STA ACCADENDO»

Nunzia Catalfo, ministra del Lavoro, a differenza dei mercati è stata sorpresa dalla notizia: «Vediamo di capire cosa sta avvenendo e di intervenire nel caso in cui ci dovessero essere esuberi, ma speriamo che non ce ne siano». Il problema è che il piano li prevede, nero su bianco, per il triennio 2020-2023. La ministra ha detto che preferirebbe «evitare di intervenire in emergenza, ma prevenire le crisi. Questo attraverso un osservatorio sul mercato del lavoro che inizi a studiare i settori in Italia sui quali si investe e quelli che sono in sofferenza e quindi anticipare le crisi».

sindacati tagli unicredit mustier pd
Il palazzo di Unicredit a Milano. (Ansa)

I SINDACATI: «MUSTIER PENSA SOLO AI COSTI E NON AI RICAVI»

Anche i sindacati sono pronti a mobilitarsi. Il segretario generale di First Cisl Riccardo Colombani ha parlato di «schiaffo ai lavoratori che con i loro sacrifici hanno consentito alla banca di superare i momenti difficili che si sono succeduti negli ultimi anni». Si delinea dunque «un colpo durissimo al lavoro a esclusivo vantaggio del capitale». Per Colombani è la dimostrazione che «l’unica logica che muove il gruppo è quella del taglio dei costi. Lo avevamo già capito quando sono state cedute Pekao, Pioneer e Fineco: per Mustier fare ricavi è secondario. Unicredit non pensi che i sindacati accettino una nuova ondata di esuberi: faremo una battaglia durissima».

Non si possono scaricare ancora una volta sui lavoratori i costi di una ristrutturazione aziendale


Annamaria Furlan della Cisl

Anche la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, ha attaccato la «linea irresponsabile» della banca: «Non si possono scaricare ancora una volta sui lavoratori i costi di una ristrutturazione aziendale come prevede il nuovo piano industriale di Unicredit, una fredda operazione contabile che il sindacato non può accettare».

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Sulla prescrizione il governo ha respinto l’offensiva del centrodestra

No dell'Aula della Camera alla richiesta d'urgenza per l'esame della proposta di legge del forzista Costa. Maggioranza compatta, Italia viva non partecipa alla votazione.

No dell’Aula della Camera alla richiesta d’urgenza per l’esame della proposta di legge Costa in materia di prescrizione presentata da Forza Italia e che vuole annullare la riforma Bonafede. I deputati di Italia viva non hanno partecipato alla votazione. La richiesta è stata bocciata con 245 no, 219 sì e due astenuti. Il governo ha votato compatto, col Movimento 5 stelle che ha applaudito all’operato del Partito democratico. «Il fatto che il Pd abbia votato contro l’urgenza della pdl Costa per rinviare l’entrata in vigore della riforma della prescrizione è un segnale che accogliamo con piacere. Adesso concentriamoci con unità di intenti sulla riforma che dimezza i tempi del processo penale».  I renziani, dopo aver minacciato di votare a favore, hanno scelto di non partecipare al voto: «Riconosciamo l’urgenza e la riconoscono avvocati in sciopero e magistrati fuori dal parlamento», hanno annunciato i deputati Iv in una nota. «Per non creare divisioni pretestuose nella maggioranza ed evitare strumentalizzazioni su un voto procedurale, ci limitiamo a non votare. Chiediamo al governo subito una soluzione, perché ogni discussione su prescrizione e riforma processo penale è ferma».

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Sulla prescrizione il governo ha respinto l’offensiva del centrodestra

No dell'Aula della Camera alla richiesta d'urgenza per l'esame della proposta di legge del forzista Costa. Maggioranza compatta, Italia viva non partecipa alla votazione.

No dell’Aula della Camera alla richiesta d’urgenza per l’esame della proposta di legge Costa in materia di prescrizione presentata da Forza Italia e che vuole annullare la riforma Bonafede. I deputati di Italia viva non hanno partecipato alla votazione. La richiesta è stata bocciata con 245 no, 219 sì e due astenuti. Il governo ha votato compatto, col Movimento 5 stelle che ha applaudito all’operato del Partito democratico. «Il fatto che il Pd abbia votato contro l’urgenza della pdl Costa per rinviare l’entrata in vigore della riforma della prescrizione è un segnale che accogliamo con piacere. Adesso concentriamoci con unità di intenti sulla riforma che dimezza i tempi del processo penale».  I renziani, dopo aver minacciato di votare a favore, hanno scelto di non partecipare al voto: «Riconosciamo l’urgenza e la riconoscono avvocati in sciopero e magistrati fuori dal parlamento», hanno annunciato i deputati Iv in una nota. «Per non creare divisioni pretestuose nella maggioranza ed evitare strumentalizzazioni su un voto procedurale, ci limitiamo a non votare. Chiediamo al governo subito una soluzione, perché ogni discussione su prescrizione e riforma processo penale è ferma».

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Bocciato l’emendamento contro il reddito di cittadinanza ai terroristi

Forza Italia voleva togliere l'assegno a chi lo percepisce mentre sta scontando ancora la pena: «Specialmente per reati come l'omicidio, la pedofilia, la violenza sessuale». La maggioranza ha respinto la proposta di modifica.

Mentre si discute sull’efficacia del reddito di cittadinanza c’è una delicata questione proprio legata alla misura bandiera del Movimento 5 stelle introdotta dal governo gialloverde che rischia di diventare un caso politico. Quella dell’assegno percepito dai condannati per terrorismo. Che dovrebbe restare così com’è.

PROPOSTA DELL’AZZURRA GIAMMANCO

Gabriella Giammanco, vice presidente del gruppo Forza Italia al Senato, ha infatti spiegato che l’emendamento che ha presentato alla legge di Bilancio per togliere il reddito a certi tipi di condannati è stato respinto dalla maggioranza in Commissione: «Ora dovranno giustificarlo agli italiani».

I CASI DI CRONACA TRA CONTRABBANDIERI E PORSCHE

La Giammanco ha detto che «il reddito di cittadinanza è una misura che fa acqua da tutte le parti, come i casi di cronaca (tra contrabbandieri di sigarette e spacciatori con la Porsche pagati dallo Stato, ndr) hanno dimostrato. Tra tutte le falle credo che la più ingiusta e assurda sia quella che consente ai terroristi di percepirlo mentre stanno ancora scontando la loro pena».

LA POLEMICA PER LA VICENDA DELL’EX BR

A settembre 2019 fece discutere la vicenda di Federica Saraceni, ex brigatista, agli arresti domiciliari e col reddito di cittadinanza. Ma per l’Inps era tutto in regola: i requisiti reddituali, patrimoniali e occupazionali c’erano.

Ci sarebbe stato un risparmio per le casse dello Stato che sarebbe andato al fondo per le politiche attive del lavoro


Gabriella Giammanco di Forza Italia

Ora la parlamentare azzurra voleva privare dell’assegno «chi si è macchiato di reati particolarmente odiosi, come l’omicidio, la pedofilia, la violenza sessuale». Ma «la bocciatura dell’emendamento è surreale, considerato anche il fatto che avrebbe comportato un risparmio per le casse dello Stato che sarebbe andato al fondo per le politiche attive del lavoro. Una scelta simbolica, ma anche etica, un aiuto concreto ai tanti lavoratori disoccupati che non cercano elemosine ma un lavoro vero».

DI MAIO: «CHI CRITICA LA MISURA NON CONOSCE LA VITA REALE»

Il capo politico del Movimento 5 stelle Luigi Di Maio però da sempre difende il provvedimento, come quando ha postato il messaggio che gli ha inviato una donna di 39 anni: «Ogni giorno talk-show, tg e pseudo-opinionisti fanno a gara per attaccare il reddito di cittadinanza e lo fanno perché non conoscono la vita reale, perché non sanno cosa vuol dire non avere i soldi per curarsi o curare il proprio figlio, perché non gli sono mai mancati i soldi per mangiare».

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La proposta di nozze del deputato Di Muro era una messinscena

Il leghista che ha chiesto alla fidanzata di sposarlo durante una seduta della Camera aveva già organizzato il matrimonio da tempo. Con tanto di festa e chiesa prenotata.

Forse la Camera dei Deputati non è il luogo più adatto per una proposta di matrimonio. Sicuramente non lo è se la dichiarazione è una messinscena fatta per puro spettacolo, a favore di telecamere durante una seduta del parlamento dedicata ai fondi per i terremotati. È stato accertato da Corriere e La Stampa che la proposta del leghista Flavio Di Muro con tanto di anello non era altro che una montatura: il matrimonio era già stato concordato da mesi e la futura sposa aveva già dato il suo sì.

«Si scopre oggi con certezza, infatti, che il matrimonio tra il deputato ventimigliese e la sua compagna, era in realtà previsto e fissato da tempo», scrive il quotidiano torinese, «e dunque Elisa il suo “sì” lo aveva evidentemente già ribadito nei mesi scorsi. Risulta infatti prenotato, addirittura dallo scorso settembre, il ristorante: “U Cian”, di Isolabona. I fidanzati hanno anche effettuato il lungo percorso prematrimoniale con don Salvatore: concluso insieme ad altre cinque coppie, giusto domenica sera. E la data della cerimonia? Decisa pure quella. Il matrimonio sarà in Cattedrale il prossimo 5 settembre».

LA REPLICA: «GESTO SPONTANEO»

Ci si chiede allora il perché del gesto, una prima assoluta a Montecitorio. «Io ed Elisa stiamo insieme da sei anni ed è ovvio che di matrimonio avessimo già parlato in passato», si è giustificato il deputato, «ma non le avevo mai fatto la dichiarazione ufficiale di matrimonio o dato l’anello. Ho scelto di farlo in quel contesto, in modo spontaneo e genuino». Con tutto già fissato per il grande giorno, c’è per lo meno da aspettarsi che conoscesse già la risposta alla sua dichiarazione.

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Nel M5s Di Battista in soccorso di Di Maio contro il Mes

Dopo il gelo con Conte, il capo politico grillino rialza la testa: «Si firma tutto il pacchetto del Salva-Stati. Saremo noi a decidere se e come passa». E Dibba approva sui social. Ma il Pd: «Non è un governo monocolore». Salvini: «Trattato non emendabile, da bloccare».

Nel day after sul Mes Luigi Di Maio ha provato a rialzare la testa. Dopo l’informativa alle Camere, il gelo col premier Giuseppe Conte e il clima da separati in casa nel governo, con lo spauracchio della crisi che riaffiora costantemente, il capo politico del Movimento 5 stelle è intervenuto su Facebook: «Conte ha detto che tutti i ministri sapevano di questo fondo. Sapevamo che il Mes era arrivato a un punto della sua riforma, ma sapevamo che era all’interno di un pacchetto, che prevede anche la riforma dell’unione bancaria e l’assicurazione sui depositi. Per il M5s queste tre cose vanno insieme e non si può firmare solo una cosa alla volta».

DI BATTISTA: «COSÌ NON CONVIENE ALL’ITALIA»

Col ministro degli Esteri si è schierato anche un altro “big” grillino, Alessandro Di Battista, lui che è stato “accusato” di voler spostare il M5s verso destra proprio assieme a Di Maio. E in un commento social Dibba ha appoggiato la linea del capo: «Concordo. Così non conviene all’Italia. Punto».

DI MAIO: «SIAMO L’AGO DELLA BILANCIA»

Di Maio tra le altre cose ha spiegato che «il M5s dice che c’è una riforma in corso, prendiamoci del tempo per fare delle modifiche che non rendano questo fondo un pericolo. Siamo al governo. Questo significa che abbiamo la possibilità, ma anche la responsabilità, di agire per migliorare le cose». E infine: «Il M5s continua a essere ago della bilancia. Decideremo noi come e se dovrà passare questa riforma del Mes».

MA IL PD LO FRENA: «NON È UN GOVERNO MONOCOLORE»

Non ha proprio la stessa idea degli equilibri di maggioranza il capogruppo del Partito democratico al Senato, Andrea Marcucci. Che intervistato da La Stampa sui pericoli di rottura ha detto: «Inutile ignorare i rischi, io però scommetto sul buon senso». E con Di Maio cosa sta accadendo? «Avute le necessarie spiegazioni dal premier sull’iter del provvedimento, si ravveda. Se non lo facesse, sarebbe chiamato a trarne le conseguenze sulla vita del governo», ha risposto Marcucci, ricordando che «il M5s non è alla guida di un monocolore, questo è un governo di coalizione, dove le posizioni di tutta la maggioranza devono essere tenute in considerazione».

SALVINI: «DA BRUXELLES DICONO CHE IL TRATTATO È CHIUSO»

Dal centrodestra Matteo Salvini ha tenuto la sua linea parlando da Bruxelles: «La nostra posizione è quella dei cinque stelle, il trattato così come è non è accettabile, va visito, ridiscusso, ridisegnato, emendato, che è l’esatto contrario di quello che arrivava da Bruxelles dicendo il pacchetto è chiuso. Mi sembra che il premier abbia diversi problemi, non lo invidio».

Siamo contro le modifiche, dal nostro punto di vista il trattato sul Mes non è emendabile, è da bloccare e punto


Matteo Salvini

Poi ha chiuso ulterioremente ogni margine di trattativa: «Noi non abbiamo cambiato posizione rispetto a sette anni fa, eravamo contro allora e siamo contro le modifiche oggi, dal nostro punto di vista il trattato sul Mes non è emendabile, è da bloccare e punto. Quando parlavo di emendabilità riportavo le parole del vice capogruppo dei cinque stelle Silvestri che esprimeva tutti i suoi dubbi alla Camera. Per noi è una esperienza chiusa, che non è utile né modificare né ripetere».

«NESSUNO MI HA MOSTRATO IL TESTO CON LE MODIFICHE»

Prima, su Rai Radio1 a Radio anch’io, aveva detto: «Stiamo parlando di un trattato che coinvolge 124 miliardi di euro degli italiani con delle regole di distribuzione e di prestito a decenni che in questo momento andrebbero ad avvantaggiare il sistema economico e bancario tedesco. Nessuno mi ha mai fatto vedere il testo delle modifiche di questo trattato. Io non ho mai letto il testo ed è grazie a noi che ne stiamo parlando altrimenti Conte e Gualtieri non sarebbero mai venuti in Aula. Il parlamento deve poter intervenire su quel testo».

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Francesco Caio consulente del governo con ArcelorMittal

L'ex numero uno di Poste scelto dai giallorossi per negoziare con i franco-indiani sul futuro dell'ex Ilva di Taranto. Il ministro dello Sviluppo economico Patuanelli: «Manager di valore che può trattare nell'interesse dello Stato». Da Saipem a Lehman Brothers, passando per il suo super stipendio contestato: la carriera.

Un dirigente di esperienza per negoziare con ArcelorMittal sul futuro dell’ex Ilva di Taranto. La scelta del governo è ricaduta su Francesco Caio, presidente del consiglio di amministrazione di Saipem ed ex amministratore delegato di Poste italiane. A lui l’incarico di consulente dei giallorossi per trattare con i franco-indiani.

«MANAGER ITALIANO DI COMPROVATO VALORE»

Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha confermato a Radio 24: «È un manager italiano di comprovato valore. Ritengo abbia la capacità di trattare nel pieno interesse dello Stato» e questo «potrebbe essere utile al Paese». In vista dell’incontro di mercoledì 4 dicembre al Mise Patuanelli ha poi spiegato che «ai sindacati illustreremo, insieme all’azienda, l’attuale situazione: stiamo cercando di capire se c’è una soluzione di continuità produttiva, che però non può restare ancorata alle modalità produttive di prima».

SCELTO ANCHE DA LETTA COME MISTER DIGITALE

Non è la prima volta che Caio lavora per il governo italiano. Nel 2013 fu scelto da Enrico Letta come responsabile dell’agenda digitale. Un’altra collaborazione è datata 2009. Caio è stato a Omnitel, Olivetti, Indesit prima di trasferirsi all’estero con gli incarichi di Ceo di Cable & Wireless e di vice chairman di Nomura e Lehman Brothers. Nel 2014 il suo nome spuntò anche nella partita per Finmeccanica. Ma rimase un’ipotesi.

LA GUIDA DI POSTE E QUELLA CONTESTAZIONE SULLO STIPENDIO

In quell’anno andò a guidare invece Poste e nel 2015 fu vittima di una dura contestazione dei suoi dipendenti, tra urla, proteste e insulti. Nel mirino c’era la politica industriale del manager. Quando alla domanda «quanto prende lei?» Caio rispose «guadagno 1 milione e 200 mila euro», si scatenò ulteriormente il parapiglia per quel salario da 100 mila euro al mese contro lo stipendio medio da 1.200 euro di un dipendente di Poste. Con i tarantini, dovesse capitare un confronto, forse è meglio parlare di altro.

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Francesco Caio consulente del governo con ArcelorMittal

L'ex numero uno di Poste scelto dai giallorossi per negoziare con i franco-indiani sul futuro dell'ex Ilva di Taranto. Il ministro dello Sviluppo economico Patuanelli: «Manager di valore che può trattare nell'interesse dello Stato». Da Saipem a Lehman Brothers, passando per il suo super stipendio contestato: la carriera.

Un dirigente di esperienza per negoziare con ArcelorMittal sul futuro dell’ex Ilva di Taranto. La scelta del governo è ricaduta su Francesco Caio, presidente del consiglio di amministrazione di Saipem ed ex amministratore delegato di Poste italiane. A lui l’incarico di consulente dei giallorossi per trattare con i franco-indiani.

«MANAGER ITALIANO DI COMPROVATO VALORE»

Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha confermato a Radio 24: «È un manager italiano di comprovato valore. Ritengo abbia la capacità di trattare nel pieno interesse dello Stato» e questo «potrebbe essere utile al Paese». In vista dell’incontro di mercoledì 4 dicembre al Mise Patuanelli ha poi spiegato che «ai sindacati illustreremo, insieme all’azienda, l’attuale situazione: stiamo cercando di capire se c’è una soluzione di continuità produttiva, che però non può restare ancorata alle modalità produttive di prima».

SCELTO ANCHE DA LETTA COME MISTER DIGITALE

Non è la prima volta che Caio lavora per il governo italiano. Nel 2013 fu scelto da Enrico Letta come responsabile dell’agenda digitale. Un’altra collaborazione è datata 2009. Caio è stato a Omnitel, Olivetti, Indesit prima di trasferirsi all’estero con gli incarichi di Ceo di Cable & Wireless e di vice chairman di Nomura e Lehman Brothers. Nel 2014 il suo nome spuntò anche nella partita per Finmeccanica. Ma rimase un’ipotesi.

LA GUIDA DI POSTE E QUELLA CONTESTAZIONE SULLO STIPENDIO

In quell’anno andò a guidare invece Poste e nel 2015 fu vittima di una dura contestazione dei suoi dipendenti, tra urla, proteste e insulti. Nel mirino c’era la politica industriale del manager. Quando alla domanda «quanto prende lei?» Caio rispose «guadagno 1 milione e 200 mila euro», si scatenò ulteriormente il parapiglia per quel salario da 100 mila euro al mese contro lo stipendio medio da 1.200 euro di un dipendente di Poste. Con i tarantini, dovesse capitare un confronto, forse è meglio parlare di altro.

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Perché le bugie di Salvini e Meloni porteranno l’Italia alla rovina

La guerra al Mes ripete un copione già visto che ci isolerà in Europa e causerà divisioni interne. Davanti a questa minaccia, la sinistra dovrebbe avere l'umiltà di unirsi per costruire un muro di resistenza civile.

Matteo Salvini dichiara di saper nulla del Salva Stati di cui ieri si è discusso in parlamento.

Le notizie su quell’accordo inter-Stati, come è stato ben detto durante la trasmissione Tagadà, erano invece sui maggiori giornali quando Salvini era ministro degli Interni con Giuseppe Conte.

Forse in quei giorni aveva già bevuto troppi moijto per sfogliare il Corriere della Sera, che va letto da sobri.

IL POTENZIALE ELETTORATO CREDE ALLE SCIOCCHEZZE DELLA DESTRA

Il guaio è che una gran parte dell’elettorato potenziale crede alle  sciocchezze di Salvini e di Giorgia Meloni dimenticando come i due abbiano nel proprio passato, o comunque in quello dei loro partiti, uno degli episodi più vergognosi e menzogneri della Storia d’Italia. Furono loro che stabilirono (cioè costrinsero il parlamento a votare) che la ragazza di Silvio Berlusconi era la nipote di Mubarak. Anche la battagliera Meloni, fustigatrice di presunte bugie di altri e dimentica delle proprie.

UN COPIONE GIÀ VISTO

Quello che viene fuori in questi giorni dalla destra è una sorta di ripetizione del copione che l’ha portata sulla cresta dell’onda. Si intimoriscono i risparmiatori, si favoleggia contro l’Europa (poi, come fa Salvini, si tratta sottobanco per entrare nel Partito popolare europeo) e quando si sarà fatta strada negli italiani di esser alla rovina si ritornerà sui migranti. La paura della miseria, l’odio verso la casta europea precedono sempre la xenofobia.

LEGGI ANCHE: La svolta moderata di Salvini è una barzelletta

È il copione della destra degli Anni 20 e 30. Ma non faccio paragoni con Mussolini e Hitler. Salvini e Meloni sono su un livello molto più modesto e saranno d’ora in poi impegnati in una battaglia fratricida per la leadership

PER IL PAESE SI AVVICINA UN’ALBA TERRIBILE

Perché è importante sottolineare che Salvini e Meloni sono due politici che dicono cose non vere, che agitano temi in cui non credono, e che addirittura attaccano posizioni da loro difese precedentemente? Per una ragione assai semplice. Perché, con buona pace di Alessandro Campi, politologo raffinatissimo e critico intelligente della sinistra, con questi due imbroglioni l’alba che si avvicina sarà terribile e porterà al governo, ancora una volta, la peggiore classe dirigente del Paese. Forse è bene che noi italiani si beva l’amaro calice fino in fondo. Forse è necessario immaginare scelte politiche, come quella delle Sardine, che sappiano smontare la catena di odio che viene fuori dagli interventi di Meloni e Salvini. Questa Italia che potrebbe uscire dalle prossime elezioni non sarà più un Paese europeo. Forse non sarà più un Paese. Non sarà un Paese europeo perché chi mai potrà fidarsi di questa classe dirigente di incendiari senza progetto? Non sarà un Paese perché la tentazione del potere assoluto tornerà a farsi viva e troverà una riposta adeguata che dividerà gli italiani.

È NECESSARIO COSTRUIRE UN MURO DI RESISTENZA CIVILE

Non capirò mai perché di fronte a questi due incompetenti che rischiano di prendersi l’Italia non si trovi l’umiltà di unirsi a sinistra. Dai giovani, dai movimenti delle donne questa richiesta viene. È un delitto non capirlo: chi vorrà sottrarsi a questo compito di creare un muro di resistenza civile contro la coppia dei facinorosi porterà grandi responsabilità. Loro non ci porteranno al fascismo. Non non ne sono capaci e noi li fermeremo prima. Ma percorreranno fino in fondo la strada dell’isolamento dell’Italia dall’Europa e della divisione degli italiani. Insisto: i pensosi intellettuali di destra sono soddisfatti? Avete un problema.

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Il caso dell’assessore leghista in Umbria condannato per razzismo

Luca Coletto, veneto, nella nuova Giunta Tesei. A Verona finì coinvolto in un episodio di diffusione di idee discriminatorie sui nomadi. Il Pd: «Inaccettabile, persona lontana dalla nostra terra a livello geografico e di valori».

Era stata usata come grimaldello leghista contro il governo giallorosso. E ora l’Umbria, passata al centrodestra con le elezioni regionali 2019, deve già fare i conti con un caso politico che puzza di razzismo.

RACCOLTA FIRME CONTRO UN CAMPO NOMADI

Alla prima riunione della nuova legislatura è approdata all’Assemblea la questione sollevata dal Partito democratico sul nuovo assessore regionale Luca Coletto, leghista veneto al quale sono state affidate tra le altre le deleghe a Salute e Politiche di parità di genere, che venne condannato a due mesi (con tutti i benefici di legge) come allora consigliere provinciale a Verona (insieme con altri cinque esponenti del Carroccio) per l’accusa di diffusione di idee razziste per aver raccolto nell’estate 2001 firme per sgomberare un campo nomadi abusivo in città.

IL PD: «HA LA DELEGA ALLE DISCRIMINAZIONI…»

Secondo il capogruppo del Pd in Assemblea legislativa Tommaso Bori «avere in Giunta una persona che ha subito una condanna è grave, ma una condannata per razzismo è inaccettabile». Poi ha aggiunto: «L’Umbria respinge le idee portate avanti dal nuovo assessore. Chiediamo alla presidente se sapeva o era all’oscuro. La delega alle discriminazioni data a Coletto è un cortocircuito. Mi stupisce il silenzio della presidente circa la condanna dell’assessore Coletto. Avete scelto una persona esterna, lontana dall’Umbria a livello geografico e di valori».

COLETTO: «UN REATO DI OPINIONE»

Coletto ha replicato così: «Sfido a trovare su internet una mia frase razzista. È vero che c’è stata questa condanna, ma è anche vero che si trattava di un reato di opinione. Sono stato riabilitato a esercitare le mie funzioni, tanto che da quell’episodio sono stato assessore regionale alla Sanità del Veneto e anche sottosegretario e nessuno ha mai avuto da ridire».

Non c’è nulla di che preoccuparsi, da quell’episodio sono passati tanti anni


Luca Coletto

Coletto ha quindi spiegato di avere avuto una «interlocuzione» sulla vicenda con la presidente della Regione Donatella Tesei: «Non c’è nulla di che preoccuparsi, da quell’episodio sono passati tanti anni e non è mai successo nulla».

LA LEGA: «NON PRENDIAMO LEZIONI DAI DEM»

Il senatore della Lega Luca Briziarelli ha risposto così: «Che il Pd pretenda di dare lezioni agli altri su come governare l’Umbria con tutto quello che ha combinato in questi anni, dall’ambiente ai trasporti passando per l’economia è grave, ma che lo faccia in materia di sanità è addirittura offensivo nei confronti dei cittadini e degli operatori onesti che nonostante tutto tengono in piedi la nostra sanità».

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Il caso dell’assessore leghista in Umbria condannato per razzismo

Luca Coletto, veneto, nella nuova Giunta Tesei. A Verona finì coinvolto in un episodio di diffusione di idee discriminatorie sui nomadi. Il Pd: «Inaccettabile, persona lontana dalla nostra terra a livello geografico e di valori».

Era stata usata come grimaldello leghista contro il governo giallorosso. E ora l’Umbria, passata al centrodestra con le elezioni regionali 2019, deve già fare i conti con un caso politico che puzza di razzismo.

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Alla prima riunione della nuova legislatura è approdata all’Assemblea la questione sollevata dal Partito democratico sul nuovo assessore regionale Luca Coletto, leghista veneto al quale sono state affidate tra le altre le deleghe a Salute e Politiche di parità di genere, che venne condannato a due mesi (con tutti i benefici di legge) come allora consigliere provinciale a Verona (insieme con altri cinque esponenti del Carroccio) per l’accusa di diffusione di idee razziste per aver raccolto nell’estate 2001 firme per sgomberare un campo nomadi abusivo in città.

IL PD: «HA LA DELEGA ALLE DISCRIMINAZIONI…»

Secondo il capogruppo del Pd in Assemblea legislativa Tommaso Bori «avere in Giunta una persona che ha subito una condanna è grave, ma una condannata per razzismo è inaccettabile». Poi ha aggiunto: «L’Umbria respinge le idee portate avanti dal nuovo assessore. Chiediamo alla presidente se sapeva o era all’oscuro. La delega alle discriminazioni data a Coletto è un cortocircuito. Mi stupisce il silenzio della presidente circa la condanna dell’assessore Coletto. Avete scelto una persona esterna, lontana dall’Umbria a livello geografico e di valori».

COLETTO: «UN REATO DI OPINIONE»

Coletto ha replicato così: «Sfido a trovare su internet una mia frase razzista. È vero che c’è stata questa condanna, ma è anche vero che si trattava di un reato di opinione. Sono stato riabilitato a esercitare le mie funzioni, tanto che da quell’episodio sono stato assessore regionale alla Sanità del Veneto e anche sottosegretario e nessuno ha mai avuto da ridire».

Non c’è nulla di che preoccuparsi, da quell’episodio sono passati tanti anni


Luca Coletto

Coletto ha quindi spiegato di avere avuto una «interlocuzione» sulla vicenda con la presidente della Regione Donatella Tesei: «Non c’è nulla di che preoccuparsi, da quell’episodio sono passati tanti anni e non è mai successo nulla».

LA LEGA: «NON PRENDIAMO LEZIONI DAI DEM»

Il senatore della Lega Luca Briziarelli ha risposto così: «Che il Pd pretenda di dare lezioni agli altri su come governare l’Umbria con tutto quello che ha combinato in questi anni, dall’ambiente ai trasporti passando per l’economia è grave, ma che lo faccia in materia di sanità è addirittura offensivo nei confronti dei cittadini e degli operatori onesti che nonostante tutto tengono in piedi la nostra sanità».

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Il negoziato sul Mes in otto date (e documenti)

Il primo cruciale accordo risale agli inizi di dicembre 2018, Un anno fa. Come si è arrivati alle decisioni di giugno e al caos di oggi sul Fondo Salva Stati, tappa dopo tappa.

La politica italiana ha dimenticato un anno intero. È il 2 dicembre 2019 e Giuseppe Conte è chiamato alle Camere a riferire di come il governo ha gestito i negoziati sul Mes, il fondo Salva Stati che dovrebbe intervenire nel caso in cui uno Stato membro dell’Ue abbia bisogno di liquidità e su i l’opposizione leghista al governo fino a. Eppure questa storia del Mes, è iniziata molto prima di quanto si possa pensare: era il 4 dicembre 2018 quando è stata sottoscritta a Bruxelles la prima, cruciale, intesa. Ecco un breve riepilogo in otto date di come è andato il negoziato fin qua.

4 DICEMBRE 2018

Il 3 e 4 dicembre l’Eurogruppo cioè l’insieme dei ministri dell’Eurozona, compreso il rappresentante del governo giallo verde, ha trovato un primo accordo su chi decide le condizioni di riforme per la ristrutturazione del debito e sull’utilizzo delle clausole di azione collettiva sui titoli di Stato per la ristrutturazione. Si tratta di due condizioni su cui ora il partito leghista esprime contrarietà.

LEGGI ANCHE: Il documento del Consiglio europeo

13 E 14 DICEMBRE 2018

Il Consiglio europeo approva la lista di condizioni per la riforma del meccanismo europeo di stabilità (MES) il 13 e 14 dicembre e il 14 dicembre le decisioni sono pubblicate sul sito della Camera dei deputati. «Su tale base, chiede all’Eurogruppo di preparare le necessarie modifiche al trattato MES (compreso il sostegno comune al Fondo di risoluzione unico) entro giugno 2019», si legge sul sito di Montecitorio.

I CONTENUTI DELL’ACCORDO

L’accordo dice: «Vi è ampio sostegno per la necessità di migliorare il quadro esistente per la promozione della sostenibilità del debito nell’area dell’euro. Intendiamo introdurre clausole di azione collettiva (CAC) entro il 2022 e includere questo impegno nel Trattato MES. Se del caso, e se richiesto dallo Stato membro, il MES può facilitare il dialogo tra i suoi membri e gli investitori privati. Questo coinvolgimento avverrebbe su base volontaria, informale, non vincolante, temporanea e riservata». La condizione della discrezionalità è stata voluta nonostante alcuni Paesi del Nord volessero un meccanismo di ristrutturazione esplicita, tuttavia il Mes è rimasto un meccanismo intergovernativo anche se dovrà gestire i memorandum dei Paesi debitori assieme alla Commissione europea.

28 DICEMBRE 2018

Il 28 dicembre del 2018 il ministro Paolo Savona ha inviato al parlamento la relazione programmatica sulla politica italiana all’interno dell’Unioen europea.

LEGGI ANCHE: La relazione del ministero delle politiche europee

LA LINEA POLITICA ITALIANA

Nella relazione si legge: «Come indicato dal Presidente Juncker nel discorso sullo Stato dell’Unione del 12 settembre 2018 e formalizzato nel programma di lavoro annuale, la Commissione promuoverà l’adozione delle proposte relative alla trasformazione progressiva del meccanismo europeo di stabilità (ESM – European Stability mechanism – Fondo Salva Stati) in Fondo monetario europeo ed alla creazione nel bilancio dell’Unione di un’apposita linea di bilancio per la zona euro che comprenda: il supporto alle riforme strutturali, una funzione di stabilizzazione, un backstop per l’Unione bancaria ed uno strumento di convergenza per fornire assistenza pre-adesione agli Stati membri che si preparano per l’adozione della moneta unica. E soprattutto: «Quanto a ESM, l’Italia sarà favorevole ad iniziative volte a migliorare l’efficacia degli strumenti esistenti, rendendone possibile l’utilizzo ed evitando l’attuale effetto “stigma”. Si opporrà tuttavia all’affidamento a ESM di compiti di sorveglianza macroeconomica degli Stati membri che rappresenterebbero una duplicazione delle competenze già in capo alla Commissione europea. In questo contesto il Governo intende lanciare un dibattito sui poteri e le prerogative della Banca Centrale Europea, con particolare riguardo al ruolo di prestatore di ultima istanza e alla politica dei cambi. In questa prospettiva assumerà tutte le iniziative utili per dare vita ad un Gruppo di lavoro ad alto livello che esamini la rispondenza dell’architettura istituzionale europea vigente e della politica economica con gli obiettivi del trattato istitutivo»

Una linea politica chiara.

30 GENNAIO 2019

Il ministro Savona informa i ministri convocando per il 30 gennaio 2019 il comitato interministeriale per gli affari europei. Come si legge sul sito del dipartimento per le politiche europee.

LEGGI ANCHE: Il Comitato dei ministri

Il 30 gennaio 2019 si è tenuto il Comitato Interministeriale per gli Affari Europei presieduto dal Ministro Paolo Savona. Al centro dei lavori, le linee di azione prioritarie italiane in vista della prossima legislatura e Commissione europea e il negoziato sul quadro finanziario pluriennale. Si è tenuta in data odierna nella Sala Verde di Palazzo Chigi la terza riunione del Comitato Interministeriale per gli Affari Europei (CIAE) sotto la presidenza del Ministro Paolo Savona. Erano presenti i due vice presidenti del Consiglio, Ministro Matteo Salvini e Ministro Luigi Di Maio, il Ministro degli Affari Esteri, Enzo Moavero Milanesi, il Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e del Turismo, Gian Marco Centinaio il Ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, il Ministro dei Trasporti e Infrastrutture, Danilo Toninelli, il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Marco Bussetti, il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali, Alberto Bonisoli, il Ministro per i Rapporti con il Parlamento e per la Democrazia diretta, Riccardo Fraccaro, il Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie, Erika Stefani, il Ministro per il Sud, Barbara Lezzi, il Ministro per la Famiglia e le Disabilità, Lorenzo Fontana.

14 GIUGNO

L’Eurogruppo trova l’accordo sulla riforma base del fondo salva Stati dopo altri mesi di negoziati. È infatti passato quasi un anno dalla proposta della commissione europea sulla riforma della zona euro: ci sono voluti mesi di negoziati per arrivare alla prima intesa di dicembre e altri sei per giugno. La bozza viene pubblicata il 14 giugno sul sito dell’Eurogruppo.

LEGGI ANCHE: L’accordo approvato dell’Eurogruppo

19 GIUGNO

Il 19 giugno il premier Giuseppe Conte tiene un’informativa alla Camera dei deputati. In un clima tesissimo, il capogruppo della Lega Riccardo Molinari rinnega tutti gli accordi presi dal governo finora. Viene votata una risoluzione di maggioranza presentata dal Molinari e dal Cinquestelel Francesco D’Uva. Che tuttavia impegna semplicemente il governo a valutare la riforma del Mes in una logica di pacchetto con i risultati dei negoziati sull’Unione bancaria e chiede di opporsi a riforme che possano avere effetti negativi sull’Italia.

LEGGI ANCHE: La risoluzione di Lega e M5s

21 GIUGNO

Il 21 giugno Giuseppe Conte partecipa al Consiglio europeo chiamato a ratificare la bozza di riforma. Le conclusioni del Consiglio europeo riaffermano la logica di pacchetto chiesta dalla risoluzione.

LEGGI ANCHE: Le conclusioni del Consiglio europeo

«Accogliamo con favore i progressi compiuti in sede di Eurogruppo sul rafforzamento dell’Unione economica e monetaria, come illustrato nella lettera inviata dal presidente dell’Eurogruppo il 15 giugno 2019, e invitiamo l’Eurogruppo in formato inclusivo a proseguire i lavori su tutti gli elementi di questo pacchetto globale. Prendiamo atto dell’ampio accordo raggiunto dall’Eurogruppo: sulla revisione del trattato MES. Ci attendiamo che l’Eurogruppo prosegua i lavori in modo da consentire il raggiungimento di un accordo sull’intero pacchetto nel dicembre 2019».

Le dichiarazioni del Consiglio europeo del 21 giugno 2019

9 AGOSTO 2019

Matteo Salvini decide di far cadere il governo. Ma nelle sue dichiarazioni non viene citata la questione dell’Europa, ma i no dei Cinque stelle in particolare alle opere pubbliche.

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Caos M5s, Di Maio isolato anche dai fedelissimi

Il partito naviga a vista. Anche gli uomini più vicini al capo politico sono preoccupati per la tenuta del governo. Il riavvicinamento alla linea barricadera di Di Battista basterà per restare a galla?

Un uomo solo al comando. Ma in questo caso non è Fausto Coppi e c’è veramente poco di epico. Si tratta infatti di Luigi Di Maio.

Il capo politico M5s è in una condizione di crescente isolamento: addirittura i fedelissimi cominciano a manifestare un certo scetticismo sulle fughe in avanti del ministro degli Esteri. Soprattutto quando filtra l’ipotetica rottura con il Partito democratico.

I MESSAGGI DI BONAFEDE

«Non mi piace questo continuo riferimento a far saltare il governo. Noi siamo al governo per lavorare per i cittadini. Ciascuno si prende le responsabilità politiche delle proposte che porta avanti», ha scandito il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, lanciando un messaggio al Pd (contro le ipotesi di rotture definitive sulla prescrizione), affinché Di Maio intendesse.

Luigi Di Maio con il Guardasigilli Alfonso Bonafede (Getty).

In alcune situazioni, come sullo scudo penale per l’ex Ilva, il capo politico ha pubblicamente evocato la crisi. Altre volte è stata una voce del sen fuggita, e raccolta come indiscrezione, salvo poi essere smentita. Comunque un modo per inviare segnali di fumo ai suoi e agli alleati. E alimentare sospetti.

LEGGI ANCHE: Ilva, manovra, riforma del Mes: gli ostacoli del governo per arrivare a fine 2019

I MALESSERI DI SPADAFORA

La presa di posizione di Bonafede non è passata inosservata. Il Guardasigilli è un fedelissimo del leader che ha voluto confermarlo in via Arenula durante la formazione del Conte II, sfidando le resistenze del Pd. Se uno come lui dissente dalla linea della “minaccia al governo” è una spia che si accende. Le sue affermazioni fanno da sponda alle parole del presidente della Camera, Roberto Fico, che qualche giorno fa ha invitato a far lavorare il parlamento fino al 2023. Dando una prospettiva di legislatura, l’opzione che preferisce. Un malessere simile è vissuto dal ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, grande sponsor del Conte II e considerato consigliere molto ascoltato da Di Maio.

Luigi Di Maio con Vincenzo Spadafora.

«Ho ascoltato con attenzione e sono rimasto molto affascinato dal racconto dell’astronauta Maurizio Cheli e ci ho trovato molte analogie con la politica di oggi», ha detto Spadafora il 28 novembre, come riportato dalla Dire. «Per esempio è vero che non puoi scegliere sempre con chi lavorare, che devi saper sopportare delle situazioni difficili e, come sullo Shuttle, è vero che basta premere il pulsante sbagliato per far esplodere tutto. Mi sembra un po’ la situazione in cui ci troviamo anche oggi col governo».

ALLA CAMERA IL M5S ANCORA SENZA GUIDA

Per molti ministri sembra il remake del film visto con il Conte I, quello con Matteo Salvini che minacciava un giorno sì e l’altro pure la fine dell’esecutivo. In un clima del genere anche il sottosegretario alla presidenza, Riccardo Fraccaro, appare in difficoltà. Da sempre è considerato un punto fermo del Movimento a trazione dimaiana, alfiere del taglio del numero dei parlamentari: il capo politico ha fatto di tutto pur di averlo a Palazzo Chigi, compresa la minaccia di far saltare la trattativa (già allora) per la nascita del governo. Così il sottosegretario resta prudente, fedele alla linea, annotando però il malcontento generale. A cominciare dall’insofferenza dei parlamentari: l’elezione del capogruppo alla Camera è diventata una telenovela che va avanti da ottobre, quando Francesco D’Uva ha lasciato l’incarico. L’unica certezza è che il prossimo presidente dei deputati avrà posizioni divergenti dalla leadership. Nell’ultima votazione si sono sfidati Davide Crippa e Riccardo Ricciardi, entrambi non proprio etichettabili come fedelissimi di Di Maio. Intanto c’è il concreto rischio di affrontare passaggi delicati a Montecitorio, dal dibattito sul Mes alla Legge di Bilancio, senza una guida riconosciuta.

Beppe Grillo con Luigi Di Maio in un fermo immagine tratto dal Blog delle Stelle.

DI MAIO E LA RITROVATA (E FORZATA) INTESA CON DI BATTISTA

La situazione non è tornata serena nemmeno dopo l’incontro tra Di Maio e il garante Beppe Grillo. Il faccia a faccia non ha prodotto i risultati auspicati. Appena sono finiti il video e le foto di rito, tutto è tornato in un magma indistinto. Così il ministro degli Esteri, avvertito l’isolamento politico, è stato tentato dal ritorno al passato, alla linea barricadera delle origini. In questa ottica viene letta la ritrovata intesa con Alessandro Di Battista, per cui l’alleanza con il Pd resta il male assoluto. Ed ecco che è stata sposata la strategia di attacco sulle concessioni ad Autostrade, sull’Europa matrigna, che mette sul tavolo il Mes, sulla sfida a Matteo Renzi per il caso Open e la questione delle fondazioni

I RIPOSIZIONAMENTI ALL’INTERNO DEL MOVIMENTO

Continui sommovimenti che preoccupano. «Da noi non esistono correnti», giurano nel M5s. Ed è una realtà: le correnti vere hanno comunque una struttura, dei punti di riferimento. In questo caso è tutto insondabile. Un esempio è il caso del senatore Gianluigi Paragone: sembrava diventato arcinemico di Di Maio, per la sua ostilità all’intesa con i dem. La rinnovata comunanza di vedute con Di Battista modifica però il posizionamento rispetto alla leadership pentastellata. Certo, esiste un’ala riconducibile a Fico, capitanata dal deputato Luigi Gallo, ma non si può definire una rete organizzata. Talvolta, specie sulla riorganizzazione del M5s, le posizioni incrociano quelle dei frondisti, gli ex ministri ed ex sottosegretari che masticano amaro per aver perso il posto al governo. Ma che a differenza di Fico non sono proprio entusiasti del governo con Pd, LeU e Italia Viva. Così diventa difficile avere una mappa chiara degli interlocutori anche per i dem. 

Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli (Ansa).

SUGGESTIONE PATUANELLI

Di Maio, nel suo essere uomo solo al comando, è inevitabilmente sotto pressione. Tanto che circolano ipotesi di una sostituzione con il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, l’uomo delle emergenze. Da capogruppo al Senato ha risposto colpo su colpo alla Lega, quando l’alleanza era agli sgoccioli, tenendo unito il gruppo. Adesso ha sul tavolo questioni scottanti, come l’ex Ilva e Alitalia, senza subire ricadute di immagine. È pur vero che Patuanelli ha bollato come «gossip» l’ipotesi della sua ascesa alla leadership. Ma non è un mistero che molti, soprattutto i parlamentari, vorrebbero affidargli una nuova emergenza. Il destino del Movimento 5 stelle.

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Caos M5s, Di Maio isolato anche dai fedelissimi

Il partito naviga a vista. Anche gli uomini più vicini al capo politico sono preoccupati per la tenuta del governo. Il riavvicinamento alla linea barricadera di Di Battista basterà per restare a galla?

Un uomo solo al comando. Ma in questo caso non è Fausto Coppi e c’è veramente poco di epico. Si tratta infatti di Luigi Di Maio.

Il capo politico M5s è in una condizione di crescente isolamento: addirittura i fedelissimi cominciano a manifestare un certo scetticismo sulle fughe in avanti del ministro degli Esteri. Soprattutto quando filtra l’ipotetica rottura con il Partito democratico.

I MESSAGGI DI BONAFEDE

«Non mi piace questo continuo riferimento a far saltare il governo. Noi siamo al governo per lavorare per i cittadini. Ciascuno si prende le responsabilità politiche delle proposte che porta avanti», ha scandito il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, lanciando un messaggio al Pd (contro le ipotesi di rotture definitive sulla prescrizione), affinché Di Maio intendesse.

Luigi Di Maio con il Guardasigilli Alfonso Bonafede (Getty).

In alcune situazioni, come sullo scudo penale per l’ex Ilva, il capo politico ha pubblicamente evocato la crisi. Altre volte è stata una voce del sen fuggita, e raccolta come indiscrezione, salvo poi essere smentita. Comunque un modo per inviare segnali di fumo ai suoi e agli alleati. E alimentare sospetti.

LEGGI ANCHE: Ilva, manovra, riforma del Mes: gli ostacoli del governo per arrivare a fine 2019

I MALESSERI DI SPADAFORA

La presa di posizione di Bonafede non è passata inosservata. Il Guardasigilli è un fedelissimo del leader che ha voluto confermarlo in via Arenula durante la formazione del Conte II, sfidando le resistenze del Pd. Se uno come lui dissente dalla linea della “minaccia al governo” è una spia che si accende. Le sue affermazioni fanno da sponda alle parole del presidente della Camera, Roberto Fico, che qualche giorno fa ha invitato a far lavorare il parlamento fino al 2023. Dando una prospettiva di legislatura, l’opzione che preferisce. Un malessere simile è vissuto dal ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, grande sponsor del Conte II e considerato consigliere molto ascoltato da Di Maio.

Luigi Di Maio con Vincenzo Spadafora.

«Ho ascoltato con attenzione e sono rimasto molto affascinato dal racconto dell’astronauta Maurizio Cheli e ci ho trovato molte analogie con la politica di oggi», ha detto Spadafora il 28 novembre, come riportato dalla Dire. «Per esempio è vero che non puoi scegliere sempre con chi lavorare, che devi saper sopportare delle situazioni difficili e, come sullo Shuttle, è vero che basta premere il pulsante sbagliato per far esplodere tutto. Mi sembra un po’ la situazione in cui ci troviamo anche oggi col governo».

ALLA CAMERA IL M5S ANCORA SENZA GUIDA

Per molti ministri sembra il remake del film visto con il Conte I, quello con Matteo Salvini che minacciava un giorno sì e l’altro pure la fine dell’esecutivo. In un clima del genere anche il sottosegretario alla presidenza, Riccardo Fraccaro, appare in difficoltà. Da sempre è considerato un punto fermo del Movimento a trazione dimaiana, alfiere del taglio del numero dei parlamentari: il capo politico ha fatto di tutto pur di averlo a Palazzo Chigi, compresa la minaccia di far saltare la trattativa (già allora) per la nascita del governo. Così il sottosegretario resta prudente, fedele alla linea, annotando però il malcontento generale. A cominciare dall’insofferenza dei parlamentari: l’elezione del capogruppo alla Camera è diventata una telenovela che va avanti da ottobre, quando Francesco D’Uva ha lasciato l’incarico. L’unica certezza è che il prossimo presidente dei deputati avrà posizioni divergenti dalla leadership. Nell’ultima votazione si sono sfidati Davide Crippa e Riccardo Ricciardi, entrambi non proprio etichettabili come fedelissimi di Di Maio. Intanto c’è il concreto rischio di affrontare passaggi delicati a Montecitorio, dal dibattito sul Mes alla Legge di Bilancio, senza una guida riconosciuta.

Beppe Grillo con Luigi Di Maio in un fermo immagine tratto dal Blog delle Stelle.

DI MAIO E LA RITROVATA (E FORZATA) INTESA CON DI BATTISTA

La situazione non è tornata serena nemmeno dopo l’incontro tra Di Maio e il garante Beppe Grillo. Il faccia a faccia non ha prodotto i risultati auspicati. Appena sono finiti il video e le foto di rito, tutto è tornato in un magma indistinto. Così il ministro degli Esteri, avvertito l’isolamento politico, è stato tentato dal ritorno al passato, alla linea barricadera delle origini. In questa ottica viene letta la ritrovata intesa con Alessandro Di Battista, per cui l’alleanza con il Pd resta il male assoluto. Ed ecco che è stata sposata la strategia di attacco sulle concessioni ad Autostrade, sull’Europa matrigna, che mette sul tavolo il Mes, sulla sfida a Matteo Renzi per il caso Open e la questione delle fondazioni

I RIPOSIZIONAMENTI ALL’INTERNO DEL MOVIMENTO

Continui sommovimenti che preoccupano. «Da noi non esistono correnti», giurano nel M5s. Ed è una realtà: le correnti vere hanno comunque una struttura, dei punti di riferimento. In questo caso è tutto insondabile. Un esempio è il caso del senatore Gianluigi Paragone: sembrava diventato arcinemico di Di Maio, per la sua ostilità all’intesa con i dem. La rinnovata comunanza di vedute con Di Battista modifica però il posizionamento rispetto alla leadership pentastellata. Certo, esiste un’ala riconducibile a Fico, capitanata dal deputato Luigi Gallo, ma non si può definire una rete organizzata. Talvolta, specie sulla riorganizzazione del M5s, le posizioni incrociano quelle dei frondisti, gli ex ministri ed ex sottosegretari che masticano amaro per aver perso il posto al governo. Ma che a differenza di Fico non sono proprio entusiasti del governo con Pd, LeU e Italia Viva. Così diventa difficile avere una mappa chiara degli interlocutori anche per i dem. 

Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli (Ansa).

SUGGESTIONE PATUANELLI

Di Maio, nel suo essere uomo solo al comando, è inevitabilmente sotto pressione. Tanto che circolano ipotesi di una sostituzione con il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, l’uomo delle emergenze. Da capogruppo al Senato ha risposto colpo su colpo alla Lega, quando l’alleanza era agli sgoccioli, tenendo unito il gruppo. Adesso ha sul tavolo questioni scottanti, come l’ex Ilva e Alitalia, senza subire ricadute di immagine. È pur vero che Patuanelli ha bollato come «gossip» l’ipotesi della sua ascesa alla leadership. Ma non è un mistero che molti, soprattutto i parlamentari, vorrebbero affidargli una nuova emergenza. Il destino del Movimento 5 stelle.

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Cari ex compagni, è il momento di riabilitare Craxi

Il leader socialista era figlio del riformismo italiano e interprete della sua idea più aggressiva con una visione che tuttora è legittimo non condividere. Ma sarebbe un gesto esemplare chiedere rispetto per la sua figura. E se Davigo non è d’accordo, pazienza.

Fra qualche settimana, comunque all’inizio del nuovo anno, vedremo nelle sale il film di Gianni Amelio dedicato a Bettino Craxi.

Chi l’ha visto ne parla molto bene ed elogia l’interpretazione di Pierfrancesco Favino, già straordinario interprete di tanti film, fra cui Il Traditore di Marco Bellocchio che racconta la storia di Masino Buscetta.

Fra qualche mese è anche l‘anniversario, 20 anni, della morte di Craxi quindi è normale e positivo che alcuni organi di stampa, in primo luogo il Corriere della Sera se ne occupino, diffusamente. Il Corriere lo ha fatto ieri con un articolo di Pigi Battista e un dibattito fra storici, Giovanni Scirocco, Silvio PonsRoberto Chiarini. Chi ha letto questi testi ha trovato sicuramente riflessioni di grande interesse.

IL DIBATTITO PIENO DI LUOGHI COMUNI SU CRAXI

C’è un doppio tema che accende la discussione sulla figura di Craxi ed è da un lato la sua demonizzazione criminale e dall’altro, non slegato da esso, il riproporsi delle ragioni della contrapposizione fra Craxi e il Pci e ancora oggi fra il socialismo che si richiama al suo leader e i post comunisti.

La riforma radicale di politica e istituzioni è l’unica salvezza contro la destra che dilaga sia nelle forme del sovranismo leghista sia nelle idee della destra tradizionale di Giorgia Meloni

È una discussione difficile, ancora piena di acrimonie, di luoghi comuni, di incapacità di guardare lontano, sia all’indietro, sia, soprattutto, davanti. Ovviamente non è possibile un giudizio definitivo che metta pace fra i contraddittori. Per tanti Craxi resta un innovatore vittima del giustizialismo, per altri il simbolo della corruzione della politica. Né è facile rasserenare gli animi fra la componente comunista e quella socialista che negli anni di Craxi e Berlinguer si divisero in modo irrevocabile.

PER LA SINISTRA LA SOCIALDEMOCRAZIA ERA L’UNICA PROSPETTIVA

La beffa della storia è che oggi molte di quelle ragioni di divisione sono irrilevanti. La socialdemocrazia, ancorché cadente, era l’unica prospettiva  per la sinistra di fronte a un comunismo fallimentare  e persino di fronte all’italo-comunismo. È chiaro a tutti che dopo il 2008 si è fatta strada l’idea socialista che non c’è salvezza fuori da una logica che porti la sinistra a fare a cazzotti con il capitalismo (idea di Lombardi) senza aspirare alla fuoriuscita.

LEGGI ANCHE: Finanziamento ai partiti, Rino Formica: «Siamo fermi al discorso di Craxi del 1992»

È chiaro davanti a noi che la riforma radicale di politica e istituzioni è l’unica salvezza contro la destra che dilaga sia nelle forme del sovranismo leghista sia nelle idee della destra tradizionale di Giorgia Meloni che sembra destinata a grandi successi elettorali. Infine, come dato saliente e clamoroso, appare sempre più chiaro che nella lettura ex post delle vicende che portarono l’Italia al fascismo una  responsabilità cade sulla testa dei comunisti che si scissero dal Psi. Quella scissione è storicamente spiegabile ma oggi nessuno che si dica comunista la farebbe.

CRAXI NON È UNA PAGINA DI STORIA CRIMINALE

Craxi in questo contesto che cosa è stato? Non è stato il malandrino politico che ha preso il potere. Prima e dopo di lui altre figure meritano questa definizione, soprattutto in questi anni recenti. Craxi è stato un grande leader della sinistra che ha intuito come pochi la crisi della politica e delle istituzioni, che ha capito il grado di sofferenza del sistema economico, che ha colto come il movimento sindacale dovesse rinnovarsi anche a prezzo di durissime lacerazioni. È stato un leader socialdemocratico occidentale, più encomiabile per aver accettato dal cancelliere Helmut Schmidt la proposta di mettere i missili di quando venne elogiato per aver consentito a Sigonella di impedire l’arresto di terroristi palestinesi. Comunque ognuno la pensi come vuole.

Craxi è stato un grande leader della sinistra che ha intuito la crisi della politica e delle istituzioni, che ha capito il grado di sofferenza del sistema economico, che ha colto come il movimento sindacale dovesse rinnovarsi anche a prezzo di durissime lacerazioni

Il tema di oggi non è la classifica dei meriti e dei demeriti. Il tema di oggi è che dobbiamo farla finita con questa discussione primordiale e primitiva. Craxi non è un pezzo di storia criminale. Questo giudizio non riguarda solo lui, riguarda l’intera Prima Repubblica. La vittoria del “mostri” che da anni invadono le stanze del potere nasce dall’aver accettato questa lettura della storia italiana.

IL GIUSTIZIALISMO NON HA GRANDI PADRI

I magistrati sono diventati storici, maestri di morale, leader di massa. Prevalentemente sono gli stessi che hanno tradito Giovanni Falcone quando aspirava a diventare, legittimamente, capo della Procura antimafia. Il giustizialismo non ha grandi padri. Non lo era Falcone, basta leggere tutti i suoi scritti, non lo era neppure Paolo Borsellino, uomo d’ordine ma non uomo da guerra civile strisciante.

LE DUE IDEE SBAGLIATE DEGLI EX COMUNISTI

Gli ex comunisti hanno pensato due idee sbagliate. Ne hanno, ne abbiamo avute tante, ma le prime due sono queste: l’idea che la fine del comunismo fosse anche merito nostro e fosse una gioia e che la fine di Craxi liberasse il campo dal nemico interno. Il comunismo è caduto malgrado i comunisti italiani, che erano cosa diversa ma che non avevano mai intaccato quel sistema.

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Craxi era figlio del riformismo italiano e interprete della sua idea più aggressiva, con una visione che è legittimo tuttora non condividere. È per questo che io penso che che un gesto esemplare che riguardi la “riabilitazione” sia Craxi sia necessario. Immagino che alcuni dirigenti ex Pci scrivano un breve documento e dicano che Craxi era un nostro compagno da cui abbiamo dissentito ma che chiediamo a tutti di rispettare e ammirare per le sue idee. Se Davigo non è d’accordo, chissenefrega.

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