Renzi attacca i magistrati al Senato dopo l’inchiesta su Open

L'ex premier cita Moro e Craxi. Poi affonda il colpo: «Diritto e giustizia sono diversi dal giustizialismo, barbarie contro di me».

Si incendia il dibattito al Senato sui finanziamenti alla politica. Matteo Renzi ha preso la parola a Palazzo Madama e ha attaccato i magistrati dopo l’inchiesta della procura di Firenze sulla fondazione Open.

AZIONE PENALE O AZIONE POLITICA?

Per il leader di Italia viva, infatti, «la magistratura pretende di decidere cosa è un partito e cosa no. E se al pm affidiamo non già la titolarità dell’azione penale, ma dell’azione politica, quest’Aula fa un passo indietro per pavidità e lascia alla magistratura la scelta di cosa è politica e cosa non lo è».

LA CITAZIONE DI MORO E CRAXI

Renzi ha esordito citando Aldo Moro, quando sullo scandalo Lockheed – l’acquisto nel 1971 di 14 aerei Hercules C-130 pagati 39 miliardi di lire, con accuse di corruzione che portarono al processo per i ministri Luigi Gui e Mario Tanassi, il primo assolto e il secondo condannato – per difendere il ruolo della Democrazia cristiana disse: «Non ci faremo processare nelle piazze». Il caso provocò anche le dimissioni di Giovanni Leone dalla presidenza della Repubblica: «Non perchè coinvolto», ha detto Renzi, «ma per uno scandalo montato dai media e da una parte della politica. Per distruggere la reputazione di un uomo può bastare la copertina di un settimanale». Poi un’altra citazione, questa volta di Bettino Craxi: «Ho imparato ad avere orrore del vuoto politico».

LA DIFFERENZA TRA GIUSTIZIA E GIUSTIZIALISMO

L’inchiesta su Open, a giudizio di Renzi, sarebbe “macchiata” da una «violazione sistematica del segreto d’ufficio sulle vicende personali del sottoscritto. Non è uno stato di diritto questo, siamo alla barbarie». Avere rispetto per la magistratura, sempre secondo l’ex premier, è «riconoscere che ci sono magistrati che hanno perso la vita per il loro impegno. Ci inchiniamo davanti a queste storie. Ma a chi oggi volesse immaginare che questo inchino diventi una debolezza del potere legislativo, si abbia la forza di dire: contestateci per le nostre idee o per il Jobs act. Chi volesse contestarci per via giudiziaria, sappia che dalla nostra parte abbiamo il coraggio di dire che diritto e giustizia sono diversi dal giustizialismo».

LE PERQUISIZIONI AI FINANZIATORI DI OPEN

Renzi ha quindi duramente contestato le scelte della procura di Firenze: «Trecento agenti della Guardia di Finanza alle 6 del mattino, in casa di persone non indagate (non tutti i finanziatori di Open sono sotto inchiesta, ma sono stati perquisiti per verificare la natura dei loro rapporti con l’ex presidente della fondazione Alberto Bianchi e l’ex consigliere Marco Carrai, ndr) sono una retata, non uno strumento a tutela degli indagati». Tali modalità sarebbero finalizzate «a descrivere come criminale non il comportamento dei singoli, ma qualsiasi finanziamento privato che venga fatto in maniera legale e regolare. Il risultato è che nessuno finanzierà più quella parte politica. Io rivendico l’abolizione del finanziamento pubblico, ma se viene penalizzato il finanziamento privato nessuno lo farà più».

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Liliana e Nilde, vittime del maschilismo impotente

C'è una banda di sovranisti, ieri berlusconiani oggi salviniani, che se la prendono con due grandi donne. Ma più che giornalisti sono conformisti del pensiero unico cattivista impegnati nell'impresa titanica di far sembrare il leader della Lega una persona intelligente. Ridateci una destra vera.

Ciò che mi colpisce nel giornalismo di destra conformista è la viltà. Oggi per esempio Pietro Senaldi replica a Filippo Facci difendendo la storia di Liliana Segre per attaccare coloro che Liliana Segre hanno difeso dagli energumeni di destra che la insultano. Lo fa anche citando quell’antisemitismo di sinistra che alligna nelle file dei sostenitori della causa palestinese. Ormai stiamo arrivando al punto che gli arnesi più di destra e che hanno alle spalle, nella loro storia, l’ignominia della Shoah, salgono in cattedra per quattro scalmanati idioti che difendono i palestinesi aggredendo la Brigata ebraica e insultando gli ebrei e Israele.

L’IGNORANZA DILAGA E COLPISCE ANCHE PARISI

L’ignoranza dilaga se persino Stefano Parisi, che è uomo di qualità, ha scritto un post in cui pretende che si canti l’inno americano per celebrare la liberazione dai lager dimenticando che i maggiori campi di concentramento furono espugnati dall’Armata rossa. I tempi sono questi e il conformismo sovranista porta all’analfabetismo di ritorno anche brave persone.

Stessa sorte è toccata alla cara Nilde Iotti, probabilmente il miglior presidente della Camera che abbiamo avuto. La Nilde è stata una giovane dirigente partigiana, seria, competente, combattiva, che conobbe Palmiro Togliatti quando si era già aperta una strada nella politica di allora, politica durissima dove la selezione era feroce, e se ne innamorò riamata per tutta la vita.

NILDE, PREPARATISSIMA E INTEGERRIMA

Il partito, per regole di cui ci si deve tuttora vergognare, costrinse i due innamorati a una lunga vita clandestina, fino a che il rapporto non venne portato alla luce e il capo del partito e la deputata preparatissima e integerrima poterono mostrare il loro amore e l’amore per la bambina adottata, sorella di una vittima di una violenza poliziesca.

nilde iotti
Palmiro Togliatti e Nilde Iotti. (Ansa)

CHE MISERABILE COMMENTO SULLE EMILIANE-ROMAGNOLE

Ora questa banda di conformisti sovranisti, ieri berlusconiani oggi salviniani domani chissà, ha avuto la genialità, di fronte a uno sceneggiato televisivo, di vantare le qualità “di letto” della Nilde e allorché la reazione delle donne si è rivelata vigorosa, vilmente hanno degradato la loro osservazione allargando queste qualità al tipico femminino emiliano-romagnolo. Miserabili. Anche perché non per caso se la prendono con due donne, Liliana e Nilde, nel loro maschilismo da impotenti.

MOSTRUOSITÀ QUOTIDIANE A COLPI DI FAKE NEWS

Come al solito scagliano la pietra e nascondono la mano. Questo gruppo di facinorosi di destra, a cui si è aggiunto anche Alessandro Sallusti dopo anni di sofferente solitudine nel periodo anti-salviniano di Silvio Berlusconi, ha occupato un paio di reti televisive, produce mostruosità quotidiane con fake news e insulti a tutto spiano, cerea allarme e timori. Non hanno neppure quella qualità professionale che ebbe negli anni difficili del Dopoguerra quella stampa di destra che radunò brillantissime teste di corsivisti e scrittori e di inviate coraggiose come Gianna Preda (Maria Giovanna Pazzagli era il suo vero nome), eroina giornalistica dell’anticomunismo.

Un drappello di giornalisti che, col culo al caldo, è impegnato nell’impresa titanica di far sembrare Salvini una persona intelligente

Oggi abbiamo un drappello – e dal punto di vita militare si dice “drappello” perché è guidato da militari di grado inferiore – che, col culo al caldo e senza i rischi che correva la Preda, è impegnato nell’impresa titanica di far sembrare Salvini una persona intelligente.

VOLTAGABBANA PRIMA GIUSTIZIALISTI E POI GARANTISTI

Io ho coltivato amicizie a destra, ho frequentato e frequento intellettuali di destra, leggo i libri che loro leggono. Ma non riesco ad appassionarmi alla propaganda di questi quattro voltagabbana giustizialisti e poi garantisti, craxiani e poi berlusconiani, salviniani e conformisti del pensiero unico cattivista.

GIORDANO NON È FUNARI, MA SOLO UNA MACCHIETTA

Ormai sono all’ultimo giro di ballo. Mario Giordano non è Gianfranco Funari. Fra qualche anno neppure Blob si occuperà di un vecchio giornalista de il Giornale autore di severi editoriali liberisti trasformatosi oggi in una macchietta televisiva sguaiata e priva di ingegno. Voglio una destra vera, anche con quelli cattivi e cattive, non personaggetti coltivati negli studi televisivi compulsando gli ascolti.

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Gli emendamenti alla manovra approvati al Senato

Plastic tax ridotta a 45 centesimi al chilo, sale la tassa sulla fortuna. Restano le detrazioni sanitarie per tutti e crescono le clausole di salvaguardia sui carburanti a partire dal 2021.

Dopo una maratona notturna, la commissione Bilancio del Senato nella mattinata del 12 dicembre si appresta a chiudere il testo della manovra economica 2020. Nella notte sono stati approvati molti emendamenti-chiave. La plastic tax entrerà in vigore a luglio, ma è stata ridotta a 45 centesimi al chilo. Mentre le clausole di salvaguardia sui carburanti potrebbero portare ad aumenti delle accise sulla benzina da 1,2 miliardi nel 2021, 1,6 miliardi nel 2022 e 1,9 miliardi nel 2023. Ecco le principali modifiche che hanno ottenuto il via libera in commissione.

PLASTIC TAX

Scende a 45 centesimi al chilo la plastic tax, che si applica ai prodotti monouso. L’emendamento approvato reinserisce il tetrapak fra i materiali sottoposti alla tassa. L’imposta entra in vigore a luglio. Esclusi i prodotti in plastica riciclata e quelli composti da più materiali che abbiano una componente di plastica inferiore al 40%.

SUGAR TAX

Via libera anche alla sugar tax, la tassa di 10 centesimi al litro sulle bevande analcoliche zuccherate, che scatterà dal primo ottobre 2020. Lo slittamento da gennaio a ottobre comporta un minor gettito di 175,3 milioni di euro.

TASSA SULLA FORTUNA

Dal primo marzo sale al 20% il prelievo sulle vincite superiori a 500 euro, comprese quelle alle lotterie istantanee come i gratta e vinci. Nel caso delle vincite alle new slot sopra i 200 euro, dal 15 gennaio il prelievo sale al 20%. Rivisti anche il prelievo erariale unico (Preu) e il payout (al 65%), cioè la percentuale di somme giocate destinate alle vincite. L’aumento della tassa sulla fortuna serve anche a coprire i buchi lasciati dalla revisione di plastic tax e sugar tax.

DETRAZIONI SANITARIE

Restano le detrazioni al 19% per le spese sanitarie, senza vincoli di reddito. L’emendamento alla manovra approvato dalla commissione Bilancio del Senato cancella la stretta sui bonus fiscali per i redditi alti, prevista nella prima versione del disegno di legge.

AUTO AZIENDALI

La nuova tassazione sulle auto aziendali scatterà da luglio 2020 e riguarderà le nuove immatricolazioni. Il fringe benefit scende al 25% per le auto meno inquinanti, mentre sale dal 40% fino al 60% nel 2021 per le auto più inquinanti, in base al livello delle emissioni. Lo Stato prevedeva di incassare circa 330 milioni di euro nel 2020, ma la nuova versione della norma annulla il gettito per l’anno considerato.

ACCISE SUI CARBURANTI

Via libera all’aumento delle accise sui carburanti, con un innalzamento del gettito di 303 milioni di euro nel 2021 e di 651 milioni nel 2022. Complessivamente, se le clausole di salvaguardia non saranno sterilizzate, si prevedono maggiori entrate per 1,2 miliardi nel 2021, 1,6 miliardi nel 2022 e 1,9 miliardi nel 2023. Le risorse servono anche a compensare l’alleggerimento di plastic tax e sugar tax, e la rimodulazione delle tasse sulle auto aziendali.

ROBIN TAX

La Robin tax, cioè l’addizionale Ires, sale del 3,5% per i concessionari di autostrade, porti, aeroporti e ferrovie, passando quindi dal 24% al 27,5%. In una precedente versione, la platea dei concessionari colpiti era più vasta, ma il governo ha deciso di ridurla per evitare il rischio che l’aumento venisse scaricato sulle tariffe pagate dai cittadini.

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Salvini indagato per abuso d’ufficio sui voli di Stato

Gli spostamenti già considerati illegittimi dalla Corte dei Conti finiscono nel mirino della Procura di Roma.

L’ex vicepremier e ex titolare del Viminale Matteo Salvini è indagato per abuso d’ufficio dalla procura di Roma, che ha trasmesso gli atti al tribunale dei ministri. Lo scrivono il Corriere della Sera e il Fatto quotidiano. L’accusa si riferisce a 35 voli di Stato già considerati illegittimi dalla Corte dei Conti, che tuttavia archiviò il fascicolo che aveva aperto -trasmettendo però gli atti alla procura di Roma- non riscontrando un danno erariale.

LE TRASFERTE SU AEREI DELLA POLIZIA O DEI VIGILI DEL FUOCO

La Corte dei Conti si interessò della vicenda dopo un’inchiesta di Repubblica sugli abbinamenti di molti appuntamenti istituzionali di Salvini in giro per l’Italia con comizi o altre manifestazioni di partito nella stessa zona. Trasferte eseguite a bordo di aerei in dotazione alla polizia o ai vigili del fuoco. L’uso di quei velivoli venne ritenuto illegittimo dai giudici contabili perché i mezzi della polizia e dei pompieri sono riservati allo svolgimento di compiti istituzionali o di addestramento e non ai cosiddetti voli di Stato, per cui vige un’altra normativa.

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Il M5s si spacca sul Mes: tre senatori pronti a passare alla Lega

La risoluzione di maggioranza sul fondo salva Stati alla prova di Palazzo Madama. I numeri sono in bilico: almeno quattro pentastellati voteranno contro. A Montecitorio sono mancati 14 voti.

Sarebbero tre, forse quattro, i senatori del M5s pronti a lasciare il Movimento in occasione della presentazione della risoluzione di maggioranza sul Mes in vista del Consiglio europeo del 12 e 13 dicembre. Per passare, probabilmente, alla Lega. Le voci su questa possibilità stanno circolando con insistenza in Transatlantico a palazzo Madama dove è cominciato il dibattito sul Salva-Stati. «Matteo Salvini ha deciso di aprire il mercato delle vacche. Mi auguro che a questo mercato non partecipi nessuno», ha detto il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, rispondendo a Tirana a una domanda sulle voci di transfughi.

NUMERI RISICATI A PALAZZO MADAMA

A palazzo Madama, hanno calcolato alcuni senatori del Movimento, la risoluzione di maggioranza passerebbe a maggioranza ma con un numero di voti ancora in ribasso: potrebbero essere infatti solo 157 i voti a favore. Tra i contrari, sembra ormai certo, i tre senatori M5s che hanno già votato contro la fiducia sul dl sisma: Stefano Lucidi, Francesco Urraro e Ugo Grassi. In molti prevedono il passaggio alla Lega per almeno due di loro. «Se passerò alla Lega? Non ho mai sentito di nessuno che sale sul carro del perdente», ha detto Lucidi intervistato da Tagadà.

SICURO IL VOTO CONTRARIO DI PARAGONE

A questi si aggiunge il voto contrario di Gianluigi Paragone che intende intervenire in dissenso rispetto al documento di maggioranza. Al contrario la maggioranza potrebbe contare sui voti di alcuni deputati del Misto, a partire dagli “esuli” M5s come il comandante Gregorio De Falco ed altri.

A MONTECITORIO MANCANO 14 VOTI

«Oggi 12 colleghi non hanno potuto partecipare alla votazione sulla risoluzione Mes ed hanno comunicato in anticipo al gruppo la loro impossibilità ad essere presenti alla votazione odierna. Fra i motivi delle loro assenze giustificate ci sono, ad esempio, la malattia e la maternità», è quanto affermano in una nota congiunta i tre delegati D’Aula del MoVimento 5 Stelle alla Camera, Cosimo Adelizzi, Daniele Del Grosso e Davide Zanichelli. Al momento del voto finale, tra i pentastellati, si erano registrati 14 non votanti.

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Renzi si rassegni: neanche la Bestia lo salverà

Come Salvini, l'ex premier ha sguinzagliato un gruppo di comunicatori che hanno il solo scopo di attaccare gli avversari. Ma sostituire le idee con insulti e intimidazioni porta dritti al fallimento.

Dai quotidiani leggiamo che anche Matteo Renzi ha la sua Bestia, cioè quel gruppo di comunicatori, simile a quello di Matteo Salvini, che attacca brutalmente gli avversari, sparge fake news, avvelena il clima politico mobilitando sui social i peggiori militanti della propria parte. La convinzione che probabilmente muove Renzi è che il segreto di Matteo, l’altro, sia la sua comunicazione. C’è del vero, ma come al solito l’ignoranza del fenomeno prevale. La comunicazione priva di un contenuto va da nessuna parte. Voglio dire che la Bestia salviniana ha il suo miserabile successo perché comunica pensieri cattivi su temi che agitano il mondo di destra: la guerra agli immigrati e l’odio verso i comunisti, categoria nella quale vengono collocati tutti quelli che amano la Repubblica e la Costituzione.

IL MORSO DELLA BESTIA A FORMIGLI

La Bestia di Renzi quali contenuti deve propagandare? Può solo mettere in campo, come del resto ha iniziato a fare, diffamazioni e servizi miserabili contro avversari politici. È toccato a Corrado Formigli il morso della Bestia renziana. Il bravo conduttore tivù insultato ferocemente sui social da una banda di renzisti ha visto pubblicati il suo indirizzo e le foto della propria casa. È accaduto lo stesso con Renzi, dicono i renziani e quelli che, pagati da un imprenditore napoletano, lo difendono. C’è una differenza che a coloro che si occupano di informazione, quindi anche ai portavoce di imprenditori napoletani, dovrebbe risultare chiaro: la foto della casa di Renzi è stata in parte pubblicata perché c’era la notizia attorno al modo con cui l’immobile era stato acquistato, con i soldi o i prestiti di chi…

Non è previsto che un politico indaghi su chi indaga su di lui a meno che non abbia notizie di reato

C’è poi un dato banale di democrazia: l’uomo politico non deve avere scheletri nell’armadio, di lui si deve sapere tutto, sui suoi beni, sulla sua vita privata in modo che la pubblica opinione che gli affida compiti importanti sappia se il personaggio è affidabile e soprattutto libero. In Italia non sempre ciò è accaduto e, se talvolta l’informazione scava, fa una cosa giusta. Non è previsto, invece, che un politico indaghi su chi indaga su di lui a meno che non abbia notizie di reato. Risulta alla Bestia renziana qualcosa di irregolare nell’acquisto della casa di Formigli? È da escludere, quindi quella Bestia di Renzi ha un comportamento squadrista come molti hanno giustamente detto.

RENZI È POLITICAMENTE UN FALLITO

La tendenza di Renzi e della sua Bestia di demonizzare gli avversari è uno dei tanti punti di contatto con Salvini associato a un noioso vittimismo. Superior stabat lupus… Attaccano, vilipendono, ma si presentano come vittime. Salvini lentamente comincia a vedere i propri voti scendere, ma ne ha talmente tanti che solo un crollo verticale può creare la novità politica. Renzi è politicamente un fallito. Non ha voti, non riporterà parlamentari nelle assemblee. Questo perché non ha idee e non saranno quattro facinorosi assoldati nei social a sostituire le idee con insulti e intimidazioni.

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Cosa prevede la risoluzione di maggioranza sul Mes

Accordo chiuso nella notte. Il M5s: «Siamo soddisfatti, ci sarà un nuovo round in parlamento a gennaio».

Accordo chiuso nella notte sul Mes. Oggi la maggioranza è chiamata ad approvare una risoluzione per dare al premier Giuseppe Conte il mandato politico a completare la trattativa in sede europea.

Il M5s aveva minacciato lo strappo, ma l’emergenza almeno per il momento è rientrata: «Siamo soddisfatti, nella risoluzione ci sono le modifiche chieste dal Movimento», hanno fatto sapere fonti pentastellate.

«La logica di pacchetto è stata confermata, ci sarà un nuovo round in parlamento a gennaio, prima del prossimo Eurogruppo, e ci sarà il pieno coinvolgimento dell’Aula. Ogni decisione verrà presa ascoltando le Camere, non firmeremo nulla al buio».

Nella risoluzione di maggioranza sul Mes si chiede di «escludere interventi di carattere restrittivo sulla detenzione di titoli sovrani da parte di banche e istituti finanziari, e comunque la ponderazione dei rischi dei titoli di Stato attraverso la revisione del loro trattamento prudenziale». Oltre a «escludere qualsiasi meccanismo che implichi una ristrutturazione automatica del debito pubblico».

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Il commissario Alitalia lo ha deciso l’ex hostess grillina Lupo

La senatrice con un passato da dipendente sugli aerei ha convinto Patuanelli a scegliere Leogrande. Il che la dice lunga sulle capacità di analisi del ministro. Il nuovo n.1 di Eni verrà nominato da un benzinaio?

Se una hostess indica il commissario straordinario per l’Alitalia è lecito attendersi (per la proprietà transitiva) che il prossimo amministratore delegato dell’Eni venga nominato da un benzinaio. Già, nel mondo del Movimento 5 stelle avviene anche questo. Il principale sponsor di Giuseppe Leogrande quale commissario unico della compagnia aerea è stata Giulia Lupo, senatrice grillina. Ed è a lei che si rivolgono tutti per sapere quale saranno le strategie del governo per l’Alitalia. Persino tra gli addetti ai lavori: risultano, e stupiscono, molte sue interlocuzioni con i diversi candidati alla cordata salvatrice, poi evaporata, a cominciare da Lufthansa.

IL POTERE DELLA LUPO GRAZIE A PATUANELLI

La posizione dell’ineffabile Giulia si è rafforzata dopo che Stefano Patuanelli, suo ex capogruppo a Palazzo Madama, è stato nominato ministro dello Sviluppo economico. Ed è stata proprio questa conoscenza maturata fra i velluti del Senato a far aumentare il peso specifico della Lupo nei confronti del ministro e, quindi, del governo.

Chi è Stefano Patuanelli, ministro dello Sviluppo economico nel Conte bis
Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli.

MA LA SUA ATTIVITÀ PARLAMENTARE NON BRILLA

E pensare che fino alla fine del Conte I la ex hostess non aveva dato una prova brillante della sua attività di parlamentare. Il 30 luglio 2018 aveva presentato un’altisonante proposta di legge delega che si proponeva il riordino del trasporto aereo. Tema talmente urgente che la Commissione Trasporti ha aspettato sei mesi prima di metterla in calendario (l’8 gennaio 2019), un altro mese per indicare un relatore (14 febbraio), e ora giace dimenticata nei cassetti di Palazzo Madama.

L’avvocato Giuseppe Leogrande.

LEOGRANDE ESPERTO DI DIRITTO FALLIMENTARE…

La circostanza che la Lupo abbia convinto Patuanelli a scegliere proprio Leogrande, poi, la dice lunga sulle capacità di analisi del ministro. Non foss’altro per scaramanzia, e senza nulla togliere alle capacità professionali del nuovo commissario unico di Alitalia, ma Leogrande è un esperto di diritto fallimentare: non proprio un buon viatico per una compagnia aerea che ha un piede nella fossa e con l’altro ci sta per entrare. A smentire i superstiziosi non ci sono neppure i risultati – che non sono buoni – di Blue Panorama, la compagnia aerea di cui Leogrande è stato prima commissario, e poi presidente. E comunque, una cosa è Blue Panorama, un’altra è l’Alitalia. Ma questo ai pentastellati frega poco e niente. In attesa che un benzinaio indichi l’amministratore delegato dell’Eni o che un postino faccia il nome per il prossimo numero uno delle Poste.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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La legge sul Biotestamento è operativa: via libera alla banca dati per le Dat

Firmato il decreto attuativo per registrare le Disposizioni Anticipate di Trattamento. Speranza: «Ognuno ha una libertà di scelta in più».

Era l’ultimo tassello ancora mancante: la Banca dati nazionale per le Disposizioni Anticipate di Trattamento (Dat) era l’anello cruciale per rendere finalmente operativa la legge sul Biotestamento. Oggi, il ministro della Salute Roberto Speranza ne ha firmato l’atteso decreto attuativo ed «ora la legge è operativa». Una notizia accolta con favore dall’Associazione Luca Coscioni, che proprio per questo decreto aveva prima diffidato il ministero e poi fatto ricorso al Tar Lazio.

FIRMATO IL DECRETO SULLA BANCA DATI NAZIONALE

«Ho appena firmato il decreto sulla Banca dati nazionale per le Dat. Con questo atto la legge sul Biotestamento approvata dal parlamento», ha affermato Speranza, «è pienamente operativa e ciascuno di noi ha una libertà di scelta in più». La legge del 2017 sul Biotestamento regolamenta infatti le scelte sul fine vita, stabilendo che in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi ci sia la possibilità per ogni persona di esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto su accertamenti diagnostici, scelte terapeutiche e singoli trattamenti sanitari, inclusi l’alimentazione e l’idratazione artificiali.

COME FUNZIONA LA BANCA DATI

Fondamentale è però l’istituzione della Banca dati destinata alla registrazione delle Dat, prevista per legge: il decreto firmato oggi da Speranza definisce appunto i contenuti informativi della Banca dati, i soggetti che concorrono alla sua alimentazione, le modalità di registrazione e di messa a disposizione delle Dat, le garanzie e le misure di sicurezza da adottare nel trattamento dei dati personali, le modalità e i livelli diversificati di accesso. Il provvedimento ha concluso il previsto iter amministrativo che ha visto, tra l’altro, l’acquisizione del parere del Garante per la protezione dei dati personale, l’intesa in Conferenza Stato-Regioni e il previsto parere del Consiglio di Stato. La Banca dati verrà alimentata con le Dat raccolte dagli ufficiali di stato civile dei comuni di residenza dei disponenti, dai notai e dalle Regioni che abbiano, con proprio atto, regolamentato la raccolta di copia delle Dat. Anche i cittadini italiani residenti all’estero potranno far pervenire la propria Dat alla banca dati nazionale attraverso le rappresentanze diplomatiche o consolari italiane all’estero.

POTRANNO ACCEDERE SOLO I MEDICI CHE HANNO IN CURA IL PAZIENTE

Ma chi potrà accedere alla Banca dati? Potranno farlo i medici che hanno in cura il paziente in situazione di incapacità di autodeterminarsi, il fiduciario (indicato dal medesimo disponente) ed il disponente stesso, tramite identificazione con il Sistema Pubblico di Identità Digitale (Spid) che garantisce la sicurezza dell’accesso. Le Dat precedentemente depositate presso Comuni, notai e rappresentanze diplomatiche o consolari italiane all’estero saranno acquisite nella banca dati nazionale entro sei mesi dall’attivazione della stessa. L’intero sistema, dunque, dovrebbe diventare operativo a breve, fati salvi i tempi tecnici necessari. Proprio per la realizzazione della Banca dati, la Legge di bilancio 2018 aveva stanziato 2 milioni di euro.

LE DAT IMMEDIATAMENTE CONSULTABILI

Le Dat sono rinnovabili, modificabili e revocabili: «Le Dat depositate presso Comuni o notai», spiega il segretario dell’Associazione Coscioni Filomena Gallo, «saranno finalmente immediatamente consultabili dai medici in caso di bisogno, in qualsiasi struttura sanitaria del territorio nazionale». Per completare l’applicazione della legge 219/2017 sul Biotestamento, conclude, «occorre però ora una grande campagna informativa a favore dei cittadini».

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I sindaci in marcia contro l’odio e per Liliana Segre

Seicento primi cittadini in corteo a Milano per sostenere la senatrice sopravvissuta all'Olocausto. Da Gori ad Appendino, per la Lega c'è il responsabile degli enti locali Locatelli.

Seicento sindaci in marcia, con la fascia tricolore, in segno di solidarietà alla senatrice vittima dell’Olocausto Liliana Segre. È iniziato da piazza dei Mercanti, a Milano, il corteo di sostegno alla senatrice a vita sopravvissuta all‘Olocausto, oggi sotto scorta per le ripetute minacce antisemite. Alla manifestazione, promossa dal sindaco di Milano Beppe Sala con il sindaco di Pesaro Matteo Ricci e organizzato da Anci, Ali e Upl, partecipano circa 600 sindaci in fascia tricolore delle grandi città ma anche delle medie e piccole amministrazioni, provenienti da tutta Italia e di diversi schieramenti politici.

BELLA CIAO E APPLAUSI IN GALLERIA VITTORIO EMANUELE

Passando sotto la Galleria Vittorio Emanuele II, il corteo ha intonato Bella Ciao. Al passaggio del corteo le persone schierate ai lati della Galleria applaudono la senatrice a vita, affiancata dai sindaci di Milano e Pesaro, Giuseppe Sala e Matteo Ricci, e urlano il suo nome in segno di sostegno

DA APPENDINO A GORI, FINO AL RESPONSABILE ENTI LOCALI DELLA LEGA

Al corteo partecipano, tra gli altri, i sindaci di Milano Beppe Sala, di Torino Chiara Appendino, di Palermo Leoluca Orlando, di Bologna Virginio Merola, di Bari Antonio Decaro, di Parma Federico Pizzarotti e di Bergamo Giorgio Gori. In prima fila anche il responsabile enti locali della Lega, Stefano Locatelli, sindaco di Chiuduno (Bergamo). I sindaci reggono un striscione giallo con scritto «L’odio non ha futuro», titolo della manifestazione.

UNA MARCIA SENZA SIMBOLI E BANDIERE

La marcia, senza bandiere o simboli di partito, si muove verso Piazza Duomo, attraversa la Galleria Vittorio Emanuele per poi fermarsi in Piazza Scala, davanti Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, dove è previsto l’intervento della senatrice Segre, che sarà l’unica a prendere la parola al termine della manifestazione.

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Perquisizioni della Finanza sui fondi della Lega

Le Fiamme gialle nella sede dell'Associazione Maroni presidente. Operazione nell'ambito dell'inchiesta sui 49 milioni confiscati al partito di Salvini.

Fondi della Lega, ci risiamo. L’assessore all’Autonomia e alla Cultura della Regione Lombardia Stefano Bruno Galli è indagato dalla procura di Genova nell’ambito dell’inchiesta sul presunto riciclaggio di parte dei 49 milioni dei rimborsi del partito di Matteo Salvini. Il 10 dicembre la guardia di finanza ha eseguito una serie di perquisizioni in uffici e domicili a Milano, Monza e Lecco. Le verifiche, secondo quando si è appreso, riguarderebbero in particolare l’Associazione Maroni presidente.

REATI PRESCRITTI MA CONFISCA CONFERMATA

L’inchiesta genovese è nata da quella sui rimborsi elettorali che la Lega avrebbe ottenuto ai danni del parlamento tra il 2008 e il 2010, falsificando rendiconti e bilanci. Il processo si è concluso il 6 agosto con una sentenza della Cassazione che ha dichiarato prescritti i reati per Umberto Bossi e per il tesoriere Francesco Belsito, ma ha confermato la confisca dei 49 milioni.

PRESUNTO RICICLAGGIO DI UNA PARTE DEI FONDI

L’ipotesi su cui stanno ora lavorando i magistrati genovesi riguarda il presunto riciclaggio di parte di quei fondi, che da settembre il partito sta restituendo allo Stato a rate: secondo i pm alcuni dei 49 milioni sarebbero stati fatti sparire in Lussemburgo attraverso la banca Sparkasse di Bolzano e poi fatti rientrare, in parte, subito dopo i primi sequestri disposti della procura.

ASSOCIAZIONE «TENUTA NASCOSTA»

La banca ha invece sempre sostenuto che quei fondi (circa 10 milioni) fossero soldi dello stesso istituto, slegati dal partito. A giugno 2019, inoltre, investigatori e inquirenti genovesi hanno ascoltato, come persona informata sui fatti, l’ex consigliere della lista Maroni presidente, Marco Tizzoni, che a Milano aveva presentato un esposto in cui aveva adombrato il sospetto che l’Associazione Maroni presidente «fosse stata tenuta nascosta ai consiglieri dovendo servire quale soggetto occulto di intermediazione finanziaria in favore della Lega o di terzi».

IL PRESIDENTE È L’ASSESSORE GALLI

Il presidente dell’Associazione – stando a quanto si legge nello statuto pubblicato sul sito – è Stefano Bruno Galli, che è anche assessore all’Autonomia e alla Cultura della Regione Lombardia, mentre il consiglio direttivo è composto da Andrea Cassani, Ennio Castiglioni e dall’ex sottosegretario Stefano Candiani. La tesoriera è Federica Moro.

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Lo scontro infinito tra Renzi e Formigli

Il leader di Italia viva torna all'attacco dopo il botta e risposta a distanza col conduttore di La7. E dice: «Sui giornali invocano la privacy solo per gli amici: così è doppia morale».

Prosegue il botta e risposta a distanza tra Matteo Renzi e Corrado Formigli, alimentato dalle polemiche nate dopo la pubblicazione online delle informazioni sulla casa del conduttore dai parte di diversi seguaci dell’ex premier. Nella giornata del 9 dicembre Renzi aveva definito una «porcheria» la diffusione delle immagini, invitando i suoi sostenitori a interrompere quella che aveva tutti i crismi di una shitstorming nei confronti di Formigli. Il quale, da parte sua, si era detto, per usare un eufemismo, poco convinto dalle parole del leader di Italia viva, accusato di una difesa strumentale solo per «proseguire la propria battaglia politica».

«DOPPIA MORALE DA CHI INVOCA LA PRIVACY PER GLI AMICI»

Non si è fatto attendere il contrattacco di Renzi. «Chi difende le nostre idee in Rete è stato massacrato per anni dalle #FakeNews», ha scritto di buon mattino su Twitter. «E oggi dalla doppia morale di chi invoca sui giornali la privacy solo per gli amici. Ne parliamo giovedì in Senato, abbiamo molto da dire».

«Vorrei mandare un abbraccio a tutti coloro che lottano sulla Rete per difendere le nostre idee», ha anche scritto il leader di Italia viva in un post su Facebook. «Il colmo è che siete stati massacrati da troll per anni con fake news e adesso vi attaccano persino sui giornali, solo perché difendete la verità e le vostre idee. Vi abbraccio forte forte. E vi garantisco che non ci fermeremo. Anzi: vi do appuntamento a giovedì quando interverrò in Senato su questa incredibile vicenda, facendo sentire la vostra voce».

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Lo scontro infinito tra Renzi e Formigli

Il leader di Italia viva torna all'attacco dopo il botta e risposta a distanza col conduttore di La7. E dice: «Sui giornali invocano la privacy solo per gli amici: così è doppia morale».

Prosegue il botta e risposta a distanza tra Matteo Renzi e Corrado Formigli, alimentato dalle polemiche nate dopo la pubblicazione online delle informazioni sulla casa del conduttore dai parte di diversi seguaci dell’ex premier. Nella giornata del 9 dicembre Renzi aveva definito una «porcheria» la diffusione delle immagini, invitando i suoi sostenitori a interrompere quella che aveva tutti i crismi di una shitstorming nei confronti di Formigli. Il quale, da parte sua, si era detto, per usare un eufemismo, poco convinto dalle parole del leader di Italia viva, accusato di una difesa strumentale solo per «proseguire la propria battaglia politica».

«DOPPIA MORALE DA CHI INVOCA LA PRIVACY PER GLI AMICI»

Non si è fatto attendere il contrattacco di Renzi. «Chi difende le nostre idee in Rete è stato massacrato per anni dalle #FakeNews», ha scritto di buon mattino su Twitter. «E oggi dalla doppia morale di chi invoca sui giornali la privacy solo per gli amici. Ne parliamo giovedì in Senato, abbiamo molto da dire».

«Vorrei mandare un abbraccio a tutti coloro che lottano sulla Rete per difendere le nostre idee», ha anche scritto il leader di Italia viva in un post su Facebook. «Il colmo è che siete stati massacrati da troll per anni con fake news e adesso vi attaccano persino sui giornali, solo perché difendete la verità e le vostre idee. Vi abbraccio forte forte. E vi garantisco che non ci fermeremo. Anzi: vi do appuntamento a giovedì quando interverrò in Senato su questa incredibile vicenda, facendo sentire la vostra voce».

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Cosa c’è dietro l’abuso di colpi di fiducia del governo

Lavori in Aula compressi e parlamentari ridotti a spettatori votanti delle leggi. Così il Conte II reagisce all'aumento di attriti in maggioranza fra Pd, M5s e Italia viva. Ma anche gli esecutivi precedenti hanno fatto allo stesso modo. Rischio di esercizio provvisorio e proteste delle opposizioni: il quadro.

In attesa del chiarimento tra le forze di maggioranza e del conseguente cronoprogramma di legislatura, il governo va avanti a colpi di fiducia. A conferma che il livello di scontro politico tra i partiti è molto alto e bisogna mettere un freno alle liti. L’esito è sotto gli occhi di tutti: i lavori in Aula vengono compressi sempre di più e i parlamentari sono spesso ridotti a spettatori votanti dei provvedimenti. La fiducia infatti, solitamente usata per compattare la maggioranza ed evitare l’ostruzionismo dell’opposizione, fa decadere tutte le proposte di modifica alla legge che deve essere quindi votata così come è stata presentata.

GIÀ OTTO QUESTIONI DI FIDUCIA IN QUATTRO MESI

Entro fine 2019, infatti, potrebbero salire a otto le questioni di fiducia poste fin dal giuramento del Conte II. Una media di due al mese. Ufficialmente sono già cinque, ma «ne arriveranno altre», ha previsto il navigato parlamentare di Forza Italia, Simone Baldelli. E per le «altre» si intende la doppia fiducia sulla legge di bilancio, prima al Senato e poi alla Camera, e quella sul decreto fiscale, che entro Natale deve essere licenziato da Palazzo Madama, pena la decadenza.

IL FRENO DI FICO: «SONO TROPPE»

Il presidente della Camera, Roberto Fico, si è sentito in dovere di sollevare la questione: «Ci sono troppe fiducie», ha scandito, ricordando di aver già scritto al presidente del Consiglio per rimarcare questo problema. La tendenza è addirittura peggiorata rispetto al precedente esecutivo: anche in quel caso si era arrivati a fine anno con otto fiducie, ma il giuramento c’era stato a giugno, tre mesi prima. E soprattutto è la sequenza a destare perplessità: da fine ottobre in poi, il Conte II ha fatto ricorso a questo strumento in maniera sistematica, a partire dall’approvazione del dl imprese. Un segnale dell’aumento degli attriti tra Movimento 5 stelle, Partito democratico e Italia viva.

SI RISCHIA L’ESERCIZIO PROVVISORIO

Dopo la fiducia posta sul decreto fiscale è toccato al dl clima il 9 dicembre. In entrambi i casi alla Camera. E il numero, come preconizzato dalle opposizioni, è destinato a salire, altrimenti si rischia l’esercizio provvisorio. Da qui la necessità di contingentare i tempi. Sempre che per la manovra si riesca a evitare una terza lettura: c’è il pericolo di qualche lieve modifica, leggasi incidente, nel percorso a Montecitorio. A quel punto il testo dovrebbe per forza tornare a Palazzo Madama: l’approvazione slitterebbe tra le festività natalizie e il Capodanno (come è avvenuto nel 2018) con fiducia aggiuntiva.

L’OBIETTIVO: CHIUDERE ENTRO NATALE

L’obiettivo del governo è comunque quello di evitare ulteriori rallentamenti, chiudendo la partita in due letture e quindi prima di Natale. È una necessità tecnica, ma soprattutto politica: prima del vertice del nuovo anno, fondamentale per stabilire l’agenda, si punta a evitare inciampi. Che potrebbero risultare fatali. Un cosa è comunque certa: «Sulla manovra non toccheremo palla», ammettono i deputati, senza peraltro grosse sorprese.

TENSIONI CHE HANNO FRENATO I LAVORI

Le tensioni a mezzo stampa alla fine si sono riversate sui lavori in parlamento. Nonostante i tentativi di confronto costruttivo in Commissione, le forze di maggioranza hanno dovuto prendere atto delle divisioni interne, allungando i tempi per la preparazione dei provvedimenti più attesi. L’iter della legge di bilancio è stato accidentato, per usare un eufemismo.

GIOVEDÌ IL TESTO NELL’AULA DEL SENATO

Non da meno, però, è stato il decreto fiscale con continui vertici e mediazioni. Le cronache hanno riportato le lacerazioni. E anche nelle ultime ore si è andati a avanti a fatica. Solo giovedì il testo arriva nell’Aula al Senato per essere approvato venerdì, come ha riferito il capogruppo del Partito democratico, Andrea Marcucci.

I PRECEDENTI: HA FATTO PEGGIO GENTILONI

Il tema della fiducia ha sempre surriscaldato gli animi. Il primo governo Conte vi ha fatto ricorso in totale 15 volte in poco più di 14 mesi di vita. L’ultimo caso è stato il voto sul decreto sicurezza. Un percorso decisamente migliore, finora, rispetto al Conte II. La magra consolazione è che c’è chi ha fatto di peggio: l’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni, l’ultimo della precedente legislatura, ha chiesto in totale 28 volte la fiducia con la media 2,5 volte al mese.

PER MONTI TRE FIDUCIE AL MESE

Mentre il dato dell’attuale governo è in linea con quello presieduto da Matteo Renzi, che ha fatto ricorso a questo strumento in 66 casi con una media di circa due al mese. E per trovare ancora di peggio bisogna tornare all’esperienza di Mario Monti a Palazzo Chigi: il suo governo aveva posto la questione di fiducia, in media, tre volte al mese.

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Paul Volcker, il banchiere di cui si fidavano l’Europa e Ciampi

Da sempre contro la finanza a briglia a sciolta, fu considerato l'ultimo baluardo nella crisi economica del 2008. Era il miglior amico americano dell'euro. Piaceva a Obama, meno a Wall street. Ritratto dell'ex Fed morto a 92 anni.

«Paul, we trust you». Paul, abbiamo fiducia in te. Questa lettera di quattro parole, firmata Carlo Azeglio Ciampi, era incorniciata sulla scrivania del piccolo ufficio privato che alla fine del 2009 Paul Volcker divideva con un amico al Rockefeller Center a New York, poche fermate di autobus e pochi isolati a piedi dal suo appartamento nell’Upper East Side.

UN APPIGLIO SULL’ORLO DELL’INSOLVENZA

La lettera era dell’autunno 2008 quando la finanza americana sembrava sul punto di sprofondare e per 48 ore il sistema era parso, in quel settembre, sull’orlo dell’insolvenza. Da molti mesi Volcker, già presidente della Federal reserve americana negli anni di Jimmy Carter e Ronald Reagan, era il grande saggio nel team elettorale di Barack Obama che il 4 novembre avrebbe vinto le Presidenziali e, data la estrema confusione finanziaria e il suo unico e assoluto prestigio, si pensava avrebbe avuto, sia pure per un paio d’anni soltanto dati gli 80 compiuti, il ministero del Tesoro.

ESEMPIO DI CREDIBILITÀ DELLE ISTITUZIONI

Non andò così e questo può essere iscritto fra i sintomi di una malattia che invece solo da uomini e donne come Volcker poteva, e potrebbe, essere efficacemente combattuta. La malattia si chiama perdita di fiducia nelle istituzioni e nei loro uomini e lo stesso ex presidente Fed ha avuto modo negli ultimi anni di denunciarla più volte.

INCARNAVA LA NOZIONE DI SERVIZIO PUBBLICO

Morto nella serata di domenica 8 dicembre 2019 a New York a 92 anni, Volcker fu definito dall’economista ed ex vice presidente Fed Alan S. Binder «l’esempio vivente della nozione di servizio pubblico». E poiché si tratta di una “nozione” concreta e non da laboratorio, il tutto va accostato a un passaggio delle memorie dello stesso Volcker, scritte con molta riluttanza, pubblicate nel 2018 come testamento spirituale, e con sottotitolo “la ricerca della buona moneta e del buon governo”.

CERCAVA DI «ORDINARE IL DECLINO DEGLI USA»

Si legge in un breve passaggio con il quale l’autore chiaramente si identificava: «Uno dei miei vecchi amici stranieri una volta mi ha detto – e penso volesse porgermi un complimento, con qualche ironia – che ai suoi occhi la mia carriera era un po’ come una lunga saga all’insegna del tentativo di rendere il declino degli Stati Uniti nel mondo il più possibile rispettabile e ordinato».

TRA I PIÙ AUTOREVOLI DELLA SECONDA METÀ DEL 1900

E questo è stato Paul Volcker, senz’altro fra i massimi protagonisti della scena americana nella seconda metà del 1900, fra i più autorevoli e prestigiosi non solo come banchiere centrale e, fino a pochi mesi fa, disposto a ricordare verità scomode e cruciali.

A FAVORE DI UN SISTEMA DI CAMBI FISSI

Studi di Storia, Politica ed Economia a Princeton, Harvard e alla London School of Economics («ma senza prendere il Ph.d., avevo di meglio da fare»), economista alla New York Fed, poi a Chase Manhattan nell’orbita dei Rockefeller, infine al Tesoro e, con Nixon, sottosegretario per le relazioni internazionali. Fu lui ad avvertire tutti i partner, e a gestire, l’abbandono della convertibilità del dollaro in oro, nell’estate del ’71, un passaggio che riteneva inevitabile; era a favore però di un successivo, nuovo sistema di cambi fissi che invece il suo ministro, il texano John Connally, e Nixon, non vollero.

RIUSCÌ A SPEZZARE LE RENI ALL’INFLAZIONE

Volcker ha sempre considerato la vicenda dei primi Anni 70 come centrale nella sua esperienza e un grande insegnamento sul significato della solidità – perduta e che si rischiò fortemente di perdere del tutto – della moneta. Tornava poi alla New York Fed, come presidente, e nel 1977 un Jimmy Carter disperato, su suggerimento di David Rockefeller, lo chiamava alla Federal reserve di Washington. Furono anni duri, ma praticamente da solo, con la copertura politica ( fino a un certo punto), va detto, di Ronald Reagan, riuscì con una politica di tassi crescenti che sollevava profonde proteste nel Paese a spezzare le reni all’inflazione; non solo per il dollaro ma, di conseguenza, anche per le altre principali valute.

MAI DIGERITO DA WALL STREET

Nel 1987, allo scadere del secondo mandato, Volcker era pronto per ancora quattro anni a Washington. Ma Wall Street che aveva nel governo solidissime presenze era lanciata nell’innovazione finanziaria, aveva mal sopportato il freno della Fed di Volcker, e non voleva più l’ingombrante banchiere centrale.

NEL TEAM ELETTORALE DI OBAMA

Ma perché il «Paul, we trust you» di Ciampi nel 2008? Perché la poca simpatia di Volcker per una finanza a briglia sciolta si rivelava in quei giorni molto più saggia e onesta dello spettacolo offerto dal mondo finanziario e la sua sola presenza dava fiducia; era poi, sia pure come “grande saggio”, nel team elettorale di Obama. Il nuovo presidente lo sondò per il vertice del Tesoro, come ha confermato lo stesso Volcker nelle memorie. E un forte gruppo bipartisan del quale facevano parte sia Henry Kissinger sia personaggi importanti del mondo finanziario come Sheila Bair della Fdic (Federal deposit insurance corporation) cercava di ottenere la sua nomina, come è stato rivelato dalla pubblicazione delle mail di John Podesta, capo del transition team di Obama e quindi in un ruolo-chiave per la formazione del nuovo governo.

L’UNICA INNOVAZIONE UTILE? IL BANCOMAT

Ma Wall Street, che aveva pagato gran parte della campagna elettorale e alla quale Obama stava confermando il controllo dell’economia, non voleva affatto Volcker. Del resto l’ex banchiere centrale dichiarava in quei giorni che l’unica innovazione finanziaria di sicura utilità era stato il bancomat. Obama ricorse a lui brevemente all’inizio del 2010, in un momento di notevole debolezza, dopo un’importante voto perduto nel Massachusetts, e fu qui che venne lanciato il Volcker rule, una formula che doveva essere cruciale nella imponente (e inefficace) riforma finanziaria. Ma tutto o quasi finì in parole.

METTEVA IN GUARDIA IL PUBBLICO INGENUO

Fino all’ultimo Volcker ha messo in guardia contro gli eccessi di un mondo, quello finanziario e bancario, che può e deve produrre ricchezza e lo fa, ma affiancando troppo spesso anche la produzione di carta e cartaccia inutile venduta però a caro prezzo a un pubblico troppo spesso ingenuo; gullible è l’aggettivo inglese da lui usato.

CONVINTO SOSTENITORE DELL’EURO

Volcker è stato anche il miglior amico che negli ultimi 20 anni l’Europa abbia avuto negli Stati Uniti e convinto sostenitore dell’unione monetaria e dell’euro. Una sfida sotto certi aspetti per il dollaro e gli Stati Uniti, ed è questo l’unico lato che Donald Trump sembra in grado di cogliere; ma anche un alleato nel mantenimento di un ordine monetario, e quindi politico, che un tempo ormai lontano, e non lunghissimo tutto sommato, gli Stati Uniti hanno potuto assicurare da soli.

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Mattarella contro «l’indecente» evasione fiscale

Il presidente della Repubblica incontrando gli studenti al Quirinale ha tuonato contro chi non paga le tasse: «È un atto di individualismo esasperato» che costa 119 miliardi l'anno.

Duro monito di Sergio Mattarella contro l’evasione fiscale. «È una cosa davvero indecente, perché i servizi comuni, la vita comune è regolata dalle spese pubbliche. Se io mi sottraggo al mio dovere di contribuire sto sfruttando quello che gli altri pagano, con le tasse che pagano».

PERCHÉ È DIFFICILE COMBATTERE QUESTA PIAGA?

La presa di posizione del capo dello Stato è stata resa nota della presidenza della Repubblica ed espressa nel corso di un incontro con degli studenti gli studenti di alcune scuole secondarie di secondo grado al Quirinale. In particolare il presidente ha risposto a una domanda di uno dei ragazzi, “Perché in Italia è così difficile combattere la piaga dell’evasione fiscale?”.

QUESTIONE DI SENSO CIVICO

«L’evasione fiscale è l’esaltazione della chiusura in sé stessi, dell’individualismo esasperato. È un problema serio in molti Paesi. Lo è nel nostro. Vi sono Paesi in cui è molto più grave, vi sono Paesi in cui invece il senso civico di ciascuno lo ha quasi azzerato. È un problema grave perché significa ignorare che si vive insieme e che la convivenza significa contribuire tutti insieme – come dice la Costituzione, secondo le proprie possibilità – alla vita comune».

LEGGI ANCHE: Nel 2016 l’evasione fiscale in Italia è costata 113 miliardi

UN’EVASIONE DA OLTRE 119 MILIARDI L’ANNO

«L’evasione fiscale», ha continuato Mattarella, «è calcolata nell’ultimo documento ufficiale dell’anno passato circa 119 miliardi di euro: una somma enorme. Se scomparisse, le possibilità di aumentare pensioni, di aumentare stipendi, di abbassare le tasse per chi le paga, e così via, sarebbero di molto aumentate». Per questo, ha concluso «anche lì il problema è di norme, di interventi, di controlli, di verifiche – che stanno dando qualche risultato – ma è soprattutto di cultura e di mentalità, di capire che in un’associazione, in una società, in una convivenza, se non si contribuisce tutti allo sforzo comune, c’è chi lo fa con onestà e c’è chi lo fa sfruttando quanto gli altri fanno. E questo non è giusto».

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Le linee rosse di Pd e M5s sul Mes per il sì del governo

La maggioranza ha posto le sue condizioni all'esecutivo per il via libera al fondo Salva Stati. Tra cui no al tetto ai titoli di Stato e alla maggioranza unica per le Cacs. Il voto previsto l'11 dicembre.

Una riunione di maggioranza si è svolta questa mattina, in vista del voto del Parlamento di una risoluzione che riguarderà anche il Mes. Il voto è previsto mercoledì 11 dicembre, in riferimento all’informativa che il premier Giuseppe Conte svolgerà sul prossimo Consiglio europeo. Dalla riunione con il ministro Enzo Amendola e la sottosegretaria agli Affari Ue Laura Agea emerge una prima, articolata, bozza di risoluzione. A rappresentare i gruppi di maggioranza c’erano i capigruppo nelle commissioni Affari europei di Camera e Senato. Nelle prossime ore il confronto proseguirà e il M5s in particolare avrebbe sottolineato la necessità di discutere la bozza di risoluzione nei suoi gruppi parlamentari.

VOTO DEL PARLAMENTO E PACCHETTO CON UNIONE BANCARIA

Intanto nel testo si legge che la maggioranza «impegna il governo» ad «assicurare l’equilibrio complessivo dei diversi elementi al centro del processo di riforma dell’Unione economica e monetaria (cosiddetta logica di “pacchetto” Mes, Bicc, Unione bancaria) approfondendo i punti critici del pacchetto di riforme». Nel testo si prevede anche «il pieno coinvolgimento del Parlamento in una eventuale richiesta di attivazione del Mes».

NO AL TETTO AI TITOLI DI STATO PER LE BANCHE

La maggioranza, inoltre, «impegna il governo» ad «approfondire i punti critici» del pacchetto di riforme che include il Mes e «in particolare» escludere «in ogni caso interventi di carattere restrittivo sulla dotazione di titoli sovrani da parte di banche e istituti finanziari e comunque la ponderazione dei titoli di stato attraverso la revisione del loro trattamento prudenziale».

NO ALLA MAGGIORANZA SINGOLA PER LA RISTRUTTURAZIONE

Infine un’altra condizione posta dalla maggioranza al governo riguarda le Cacs, le clausole di azione collettiva che si attivano in caso di ristrutturazione del debito. «Condizionare l’adozione di ogni decisione vincolante in merito alla revisione del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) alla finalizzazione, ancora non conclusa, del suo processo di riforma attraverso la definizione delle regole e delle procedure delle Clausole di azione collettiva evitando l’applicazione dei principi della single limb Cacs». Questo significa che l’Italia non accetta che il debito possa essere ristrutturato in base al voto di una singola maggioranza di investitori.

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Il piano di Conte: a gennaio verifica di governo, poi rilancio e investimenti

Per il premier il punto con la maggioranza si deve fare «un minuto dopo l'approvazione della legge di bilancio». Zingaretti: «Lavoriamo all'agenda per il 2020». Ma sui tempi dell'esame della finanziaria è ancora caos.

L’idea è quella di approvare la manovra e una volta superato lo scoglio ridare slancio agli investimenti e con quelli all’azione di governo. Questo il piano che il primo ministro Giuseppe Conte ha illustrato al Rome investment Forum. «Una volta che sarà approvata la manovra ci dedicheremo a progettare un futuro migliore per il mostre Paese e a mettere in campo le riforme strutturali necessarie. Una magna pars del
tavolo sarà dedicata a un programma per realizzare in modo più efficace gli investimenti. Tre le direttrici: razionalizzare le risorse pubbliche rafforzando il partenariato tra pubblico e privato, semplificare il quadro delle regole, ridurre gli oneri burocratici», ha dichiarato Conte. «Un minuto dopo l’approvazione della legge di bilancio», ha aggiunto il capo del governo, «dovrà aprirsi la verifica di governo che è “necessaria” e che dovrà indicare «un cronoprogramma fino al 2023», ha detto il presidente del Consiglio.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, durante il Rome Investment Forum 2019, Roma, 9 dicembre 2019. ANSA / ETTORE FERRARI

A Conte ha fatto eco il segretario del Pd, Nicola Zingaretti: «Chiudiamo bene la manovra economica. Poi, con il Presidente Conte, lavoriamo ad una nuova Agenda 2020 per riaccendere i motori dell’economia, per creare lavoro, per sostenere la rivoluzione verde, per rilanciare gli investimenti,
per semplificare lo Stato, per sostenere la rivoluzione digitale, per le infrastrutture utili, per investire su scuola, università e sapere. Alleanza vuol dire condivisione e avere a cuore gli interessi dell’Italia», ha scritto su Facebook il segretario del Pd Nicola Zingaretti.

FICO: «PREOCCUPAZIONE PER I TEMPI DELLA LEGGE DI BILANCIO»

L’iter della legge di bilancio tuttavia è ancora nel caos. Il presidente della Camera Roberto Fico ha scritto una lettera alla presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati per esprimere “preoccupazione” sui tempi di esame della Manovra. Giovedì 12 dicembre alle 14 si terrà a Montecitorio una nuova riunione della conferenza dei capigruppo per riorganizzare i tempi di esame. «Non resta che fare un appello al Governo affinché la programmazione dei tempi di esame dei provvedimenti consenta al Parlamento di interpretare appieno quella centralità che gli riconosce la Costituzione, ha affermato il Presidente del Senato Elisabetta Casellati in risposta alla lettera di Fico che, sottolinea, «ha ragione nell’esprimere preoccupazione sui tempi di esame della manovra di bilancio».

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Per la Chiesa l’uomo forte in politica è anti-cristiano

L'avvertimento dell'Osservatore romano a pochi giorni dal rapporto del Censis. Così la Santa Sede prova a ergersi a baluardo contro l'ascesa dei nazionalismi.

Attenzione agli uomini forti, possono portare un Paese – anche l’Italia – alla rovina. È questo l’avvertimento lanciato dall’Osservatore romano dell’8 dicembre, in un editoriale di prima pagina dal significativo titolo: «La forza dell’uomo debole». L’intervento del direttore del quotidiano vaticano, Andrea Monda, prende spunto dall’ultimo rapporto del Censis dal quale emerge, fra le altre cose, che gli italiani stufi delle inefficienze dello Stato, dai ritardi della politica, dal venir meno di una parte delle tutele offerte dal welfare, vorrebbero alla guida del Paese uomini forti che non debbano preoccuparsi «di parlamento ed elezioni». Sembra essersi sbiadita nel tempo, osserva Monda, la forza del racconto dei nostri nonni su quando in Italia c’era un uomo solo e forte al comando.

IL RIFERIMENTO IMMEDIATO AL DUCE

Il riferimento al duce insomma è esplicito e immediato, le ondate di nazionalismo e populismo che scuotono l’Italia e l’Europa, secondo il giornale del Papa, ci rimandano a quei precedenti, per questo non possiamo dormire sonni tranquilli. Del resto, non è il primo pronunciamento di alto livello vaticano o ecclesiale sulla questione; lo stesso Papa Francesco, meno di un mese fa, aveva affermato senza giri di parole, che certi governanti e politici europei gli ricordano Adolf Hitler e il nazismo con le sue persecuzioni verso ebrei, omosessuali, zingari. Ancora, la Civiltà Cattolica ha dedicato un lungo intervento – di cui abbiamo riferito di recente su Lettera43 –  al rapporto fra fede e fascismo, alla strumentalità con la quale Benito Mussolini utilizzò la religione per cementare li proprio consenso. Al contempo la rivista dei gesuiti accennava, non casualmente, al tema opposto: ovvero a come la chiesa avesse, da parte sua, sottoscritto un concordato vantaggioso col regime nel 1929.

Quello dell’Osservatore romano è il terzo intervento nelle ultime settimane che tocca lo stesso nucleo di problemi

Quello dell’Osservatore romano è dunque il terzo intervento nelle ultime settimane che tocca lo stesso nucleo di problemi; tre indizi fanno una prova? In realtà i segnali provenienti dall’altra sponda del Tevere che vanno in questa direzione sono molti di più e indicano, sia pure con le dovute attenzioni del caso, un percorso definitivo di separazione fra Chiesa cattolica e fascismi. Un’operazione di revisionismo storico, prudente giustamente nel metodo, ma chiara ormai nel tracciare una lettura non più incerta e giustificativa del passato in collegamento costante col presente. Lo spazio della ricerca storica sulle cause e i contesti in cui si mosse la Santa Sede, si lascia intendere nei vari interventi è una cosa, il giudizio morale, il messaggio per il presente, un’altra.

PRIMA O POI ARRIVA LA ROVINA

In tal senso, l’editoriale dell’Osservatore è particolarmente importante perché non si limita a dare una lettura politica del problema legato all’idea di ‘uomo forte’, ma chiama in causa il cristianesimo nella sua essenza di fede fondata in un certo modo sulla debolezza dell’essere umano, ovvero sulla sua incompletezza dentro la quale si trovano inevitabilmente difetti, punti deboli, virtù, slanci di generosità, egoismi e via dicendo, appunto perché la ‘potenza’ è di Dio così come la misericordia che diventa una sorta di antidoto del potere, e non appartiene all’uomo, alla sua dimensione. Anzi, quando qualche leader politico si presenta sulla scena pubblica, accreditandosi alle masse come ‘l’uomo forte’ in grado di cambiare i destini di una nazione, c’è da allarmarsi perché è un principio che porta con sé, prima o poi, la rovina.

LA CITAZION DEL GRANDE TEOLOGO BONHOFFER

In tal senso va la bella citazione del grande teologo protestante tedesco Dietrich Bonhoffer, il quale venne chiamato a commentare nel 1933, l’elezione del Fuhrer a Cancelliere; Hitler annunciò fin dal suo primo discorso che non avrebbe deluso il popolo e avrebbe anzi mantenuto tutte le sue promesse. Bonhoffer si disse preoccupato perché «come essere umano» lui si aspettava «dal suo Führer la possibilità di essere deluso, questo, dal punto di vista umano lo avrebbe confortato molto di più». Hitler, per l‘appunto, ricorda li quotidiano della Santa Sede, mantenne tutte le sue promesse e sappiamo come andò a finire; lo stesso Bonhoffer venne impiccato nel campo di concentramento di Flossemburg nell’aprile del 1945, poco prima che terminasse il conflitto, per aver cospirato contro il nazismo.

La Santa Sede è l’istituzione che forse con maggior forza sta interpretando l’ascesa dei populismi in Europa (e in America), con un forte senso della storia e della memoria

La Santa Sede, insomma, è l’istituzione che forse con maggior forza sta interpretando l’ascesa dei populismi in Europa (e in America), con un forte senso della storia e della memoria, non nascondendosi i rischi che montano dietro certi slogan e certe politiche. La questione che ha fatto da discrimine e da detonatore è stata certamente quella dei profughi e dei migranti, tema definito «luogo teologico» in particolare per i gesuiti da Papa Francesco nel corso del recente viaggio in Thailandia e Giappone. L’insorgenza del veleno razzista, della xenofobia, dell’armamentario nazionalista, alimentati dalla crisi sociale, è l’allarme che si registra in Vaticano, è un male capace di sovvertire non solo la democrazia ma anche le radici stesse del cristianesimo. Altro che rosari branditi n piazza.

LA LEZIONE DEL PASSATO

Quella in corso Oltretevere, peraltro, è anche un’operazione verità che tiene conto della lezione del passato: questa volta gli storici del futuro troveranno facilmente la netta condanna di fenomeni politici “inquietanti” nella documentazione ufficiale prodotta in tante occasioni dal Papa o dal Vaticano, e non dovranno più affidarsi alle annotazioni private o interne ai sacri palazzi di mons. Domenico Tardini,  il diplomatico vaticano che operò come collaboratore dei papi prima e durante li secondo conflitto mondiale, per trovare traccia del disappunto e del disprezzo verso certi regimi o verso le imprese  coloniali del fascismo. Ma questo è il passato, appunto. La storia di oggi certo è altra cosa, e gli anticorpi verso l’ondata nazionalista sono ancora forti; tuttavia ci piacerebbe leggere sull’Osservatore, in questo tempo di rinnovato studio della storia e di comprensione aperta e critica della sua lezione, senza alcun cedimento agiografico, una rivisitazione della vicenda di quei sacerdoti che, mai cessando di essere tali, collaborarono attivamente con la resistenza italiana o furono perseguitati dal regime fascista.

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Calabria, Salvini dice sì a Santelli e Pascale la sostiene

Il primo a non volere nessuno dei due Occhiuto candidati è stato il leader leghista. E la fidanzata di Berlusconi ha fatto il suo gioco, dopo avere tramato da tempo con la coordinatrice di Forza Italia in Regione.

L’endorsement è avvenuto con una foto. L’immagine di Francesca Pascale con Jole Santelli, coordinatrice di Forza Italia Calabria, la dice lunga: ci sono alte probabilità che sia lei la candidata in quella Regione, con buona pace dei fratelli Mario e Roberto Occhiuto che da anni lavoravano a coronare a Palazzo degli Itali, a Catanzaro, la propria carriera politica. Poco importa se la più antisalviniana di Forza Italia, appunto la fidanzata di Silvio Berlusconi attratta dalle sardine, cede al diktat di Matteo Savini. Il primo a non volere nessuno dei due Occhiuto candidati, per via dei problemi giudiziari di Mario, è stato proprio il leader della Lega e Pascale ha fatto il suo gioco.

NEANCHE CARFAGNA PUÒ AIUTARE OCCHIUTO

Le due donne, Francesca e Jole, tramavano anche loro da tempo ed è questo che più di ogni cosa ha ferito Occhiuto: il tradimento dei suoi fedelissimi. Ora Santelli dice che deve metabolizzare la proposta e deciderà se accettarla fra qualche giorno, ma è solo un modo per far finta di non aver congiurato. In politica, si sa, anche i rapporti più stretti cambiano dalla sera alla mattina. Ma a Santelli è perdonato: ha dimostrato sempre grande forza e tenacia, attraversando mille prove anche personali. Robertino Occhiuto invece ormai è uno zombie. Rimasto solo con la sua sigaretta elettronica, sono lontani i tempi dell’ascesa nazionale e l’attivismo della scorsa legislatura. Neanche Mara Carfagna può fare nulla per lui, concentrata come è a far perdere il centrodestra in Campania. Quando si muove con i suoi seguaci sembra un capo di Stato ma neanche lei riesce ormai a concludere alcunché. Ah, come stava meglio quando era la pupilla di Berlusconi!

E Silvio, il grande capo, che ne pensa? Che più senatori e deputati se ne vanno dal suo partito e più è contento

E Silvio, il grande capo, che ne pensa? Che più senatori e deputati se ne vanno dal suo partito e più è contento. Alcuni neanche li conosce o li ha mai visti, e comunque lo hanno nauseato. Si salvino da soli se ci riescono (la risposta è no), ormai l’anziano Cavaliere pensa solo alle sue cose. Sistemate quelle, tutto il resto è noia. E come dargli torto. Neanche i cerchi magici lo appassionano più. Il problema non è suo: ha già fatto tanto. Davvero deve ancora preoccuparsi dei vari Gasparri, Baldelli, Vito, Ruggieri, Mulè, Cangini, Cattaneo, delle Ravetto, Calabria, Giammanco, Polidori, Biancofiore e compagnia bella? Basta, finita la pacchia. In fondo, pensa il fondatore, sono stati tutti già fin troppo graziati e beneficiati.

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