Perché il letargo politico di Salvini finirà dopo il referendum

Matteo Salvini ha un tweet fissato sul suo account. È del 7 marzo e serve a ricordare che il 18 aprile a Milano in piazza Duomo ci sarà il «grande evento dei @PatriotsEU». «Per difendere i valori dell’Occidente, la nostra cultura, le nostre tradizioni, i nostri confini. SENZA PAURA. In Europa, padroni a casa nostra!». 

Le distrazioni social di Salvini: dal referendum all’Iran

Curiosamente, non è un tweet sul referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, anche se per il fine settimana sono annunciati 1.200 gazebo leghisti in tutta Italia per il Sì. Curiosamente, non è un tweet sull’Iran. Né per sostenere la popolazione iraniana né per dire che Donald Trump, stavolta, poteva risparmiarsela. Non un tweet sulle bollette o sulle accise, visto che ad aumentarle sul diesel è stato il governo di cui il segretario della Lega è vicepresidente del Consiglio nonché ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture. Sarà che in casi del genere dovrebbe ammettere che il presidente degli Stati Uniti non è un sincero pacifista come la Lega pensa di essere quando c’è di mezzo la madre Russia, che certe felpe e certi cappellini sono da riporre accuratamente nell’armadio. Sarà che la Difesa e gli Esteri sono problemi di Fratelli d’Italia e Forza Italia, e la Lega può continuare a occuparsi di far arrivare i treni in ritardo.

Perché il letargo politico di Salvini finirà dopo il referendum
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Per il Sì quasi esclusivamente dichiarazioni di rimbalzo

Salvini si è politicamente volatilizzato in queste settimane, proprio lui che è così abile nell’occupare il centro della scena con i social. Quando vuole, come sappiamo, Salvini può diventare assai pressante. Come quando era ministro dell’Interno e c’era un’emergenza migranti al giorno su tutti i telegiornali. Ora invece le dichiarazioni sono di rimbalzo, di risposta a cose dette da altri, sono quasi garbate. Quasi. L’Ansa riporta una dichiarazione di giovedì a Dritto e rovescio: «Ci sono procuratori capo che dicono che per il Sì voteranno i mafiosi. Io dico sciacquatevi la bocca. Migliaia di italiani ogni giorno si confrontano con la lentezza della giustizia, votare Sì significa togliere le incrostazioni delle correnti e della politica dai tribunali». Altro lancio, 2 marzo: «Avrei piacere che i sostenitori del No – che vedo molto nervosi, molto arroganti, molto violenti –  parlassero del merito delle cose». Altro lancio, 28 febbraio, video collegamento alla direzione regionale della Lega Puglia: è «fondamentale» l’appuntamento con il referendum del 22 e 23 marzo, da «vincere con il Sì, perché anche i giudici, come tutti gli altri lavoratori, se sbagliano devono essere sanzionati. Perché se metti in galera la persona  sbagliata, e anche in Puglia è successo a tante famiglie normali, non puoi rimanere impunito o essere promosso».

Perché il letargo politico di Salvini finirà dopo il referendum
Matteo Salvini a un gazebo per il Sì con Silvia Sardone e Samuele Piscina (Imagoeconomica).

Il vecchio Capitano tornerà, ma solo dopo il 23 marzo

E vabbè, Salvini, tutto qua? C’è Meloni che duella con i giudici, tu pensi alla famiglia nel bosco. Non che Meloni non ci pensi, beninteso, ma quantomeno sembra avere una curiosità variegata; un giorno si occupa di Sal Da Vinci, un altro giorno di Crosetto in vacanza a Dubai. La Lega stessa, a dire il vero, è fuori dal dibattito pubblico dopo averlo occupato per settimane con la fiammata di Roberto Vannacci, sovranista identitario col botto eletto all’Europarlamento con i voti leghisti e poi passato al bosco con libro e moschetto, insieme a un paio di pasdaran o giù di lì, per dichiarare fallita l’Europa, fallita la destra troppo moscia (lui è per il celodurismo parà) e fallita la sua esperienza nel partito di Salvini. Luca Zaia e soci non lo rimpiangono, ma pure loro sanno che i problemi della Lega non finiscono con l’addio di Vannacci. Ma forse persino tutto questo dire, non dire, di Salvini, descrive l’attesa della liberazione; dopo il referendum, la Lega potrà tornare a essere sé stessa, soprattutto il leader leghista avrà meno condizionamenti politici, quantomeno nessuno gli potrà più dire di darsi una regolata per non far perdere il referendum al fronte del Sì. Il vecchio Salvini tornerà, insomma, ma solo dopo il 23 marzo, quando si potrà ricominciare a chiedere il posto di Matteo Piantedosi

Perché il letargo politico di Salvini finirà dopo il referendum
Matteo Salvini e Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?

Per Giorgia Meloni è arrivato il momento delle decisioni più o meno irrevocabili: esserci. L’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran è il battito d’ali che scatena un tornado politico anche in Italia. La presidente del Consiglio ha accuratamente evitato di presentarsi in Parlamento e giovedì ha mandato in Aula i due ministri titolari di Esteri e Difesa a spiegare quello che abbiamo capito bene da prima che ce lo dicessero Crosetto&Tajani: Donald Trump fa quello che vuole senza condividere informazioni e obiettivi con nessuno (sempre che l’obiettivo effettivamente ci sia, il che non è detto).

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Guido Crosetto e Antonio Tajani in Parlamento (Imagoeconomica).

Non si fida soprattutto degli europei, anche se poi ha bisogno delle basi militari che sono sparse per il continente. Se muove guerra all’Iran, prima lo fa e poi lo twitta, lasciando ai Paesi alleati il compito di raccogliere i cocci e spiegare alle rispettive popolazioni che cosa sta succedendo. Il ragionamento ha una sua pragmatica forza e si fonda su un assunto granitico e strategico: nessuno si mette a discutere per davvero, in Europa, con gli Stati Uniti. È la dottrina di Stephen Miller, feroce vice capo dello staff di Trump. 

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Il capo dello staff di Trump, Stephen Miller (Ansa).

Meloni alla fine parlerà alle Camere prima del Consiglio europeo

Sulla cordialità atlantica Meloni ha scommesso parte della sua politica estera, andando ben oltre le evidenti necessità di un Paese come l’Italia che, insieme al resto d’Europa, mantiene un rapporto di interdipendenza con l’America, «impero irresistibile» per dirla con Victoria de Grazia. Giovedì in Parlamento le opposizioni hanno avuto gioco facile nel chiedere insistentemente a Meloni di intervenire alla Camera e al Senato e il risultato è che mercoledì prossimo, l’11 marzo, la leader di Fratelli d’Italia parlerà, anticipando le comunicazioni in programma il 18 marzo in vista del Consiglio europeo, allargandole anche alla situazione in Medio Oriente.

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Giorgia Meloni (Ansa).

Pesa l’assenza della premier su Iran e campagna per il Sì

Si inizia a sentire la mancanza della presidente del Consiglio nei momenti topici; i comitati del Sì, persino quelli in cui c’è un po’ di sinistra, sperano in un’accelerazione meloniana sul referendum sulla giustizia. Speranza forse vana, perché Meloni, a parte qualche polemica chissà quanto produttiva con i magistrati sul post-Sea Watch, si guarda bene dal fare la figura di Matteo Renzi, che offrì la sua testa al grande pubblico che non vide l’ora di punirlo ormai 10 anni fa. Il referendum costituzionale del 2016 è la pietra di paragone fortissima per tutti i leader di governo che non vogliono fare una brutta fine. Questa settimana si è sentita la sua mancanza parlamentare anche sulla questione iraniana, proprio nella settimana in cui Guido Crosetto ha sentito il bisogno di mettersi nei guai con qualche sorprendente dichiarazione di troppo («Da tre anni non viaggio mai con la scorta quando sono con la famiglia, mai», è entrata nella top ten delle cose da NON dire).

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Guido Crosetto (Ansa).

Meloni paga l’amicizia con Trump e la polarizzazione sul referendum

Il problema è che da un lato – fronte esterno/estero – Meloni paga il suo rapporto con Trump e dall’altro – fronte interno – paga la polarizzazione dello scontro sul referendum gestita e organizzata da altri. A furia di avere paura di fare come Renzi, Meloni rischia di perdere come Renzi senza aver fatto Renzi. La leader di Fratelli d’Italia è l’unica a poter spostare voti sul sì al referendum, ma fin qui ha prevalso la cautela (chiamiamola così). Una cautela che rischia di ritorcersi contro le intenzioni di chi ha promosso la separazione delle carriere: l’Iran rischia di oscurare la già non particolarmente nutrita possibile partecipazione elettorale.

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Donald Trump e Giorgia Meloni alla Casa Bianca (Imagoeconomica).

La guerra potrebbe oscurare pure la vittoria del Sì, ma meglio non farci affidamento

Le guerre d’altronde non fanno bene agli affari, creano speculazione montante (come si vede già alle pompe di benzina) e distraggono un elettorato già abbastanza pigro da non volersi alzare dal divano, come ha spiegato Nando Pagnoncelli sul Corriere, nemmeno quando favorevole alla riforma. Quasi che desse per scontato il risultato, quando invece il fronte del No ha trovato la chiave giusta per interpretare questa campagna elettorale, come dimostrano le sortite populiste di Nicola Gratteri e Tomaso Montanari contro i sostenitori del Sì.

È anche per questo che potrebbe vincere chi vuole affossare la riforma. Certo, la guerra in Iran, che potrebbe non essere breve, così come oscura il referendum potrebbe oscurarne anche il risultato eventualmente negativo, ma se fossimo in Giorgia Meloni non ci faremmo troppo affidamento, diciamo. 

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos

Non di solo referendum costituzionale vive l’elettore. A maggio 2026 sono in programma anche le elezioni amministrative, eh già. Vanno al voto alcuni importanti capoluoghi di provincia, come Venezia, Reggio Calabria, Salerno, ma per il centrosinistra la partita più divertente sarà in Toscana, soprattutto con Arezzo, Pistoia e Prato, senza dimenticare però Sesto Fiorentino, che non fa capoluogo ed è autorevolmente conosciuta come Sestograd per via della sua storia politica di Comune socialista.

Giani e Funaro non si sono mai piaciuti troppo

In queste città regna sovrano il caos nel campo largo. Finito il dopo-sbornia per la (prevedibile) vittoria di Eugenio Giani alla Regione Toscana, ormai ampiamente superato dall’inerzia di governo, il Partito democratico toscano ha deciso di mettersi nei guai da solo. Anzitutto, extra voto amministrativo, c’è un sontuoso scazzo fra Giani e la sindaca di Firenze, Sara Funaro, che fin qui è stata abbastanza impalpabile, non fosse per quella sortita di qualche mese fa contro Francesca Albanese per bloccarne la cittadinanza onoraria.

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Eugenio Giani e Sara Funaro (foto Imagoeconomica).

Le grane sul rifacimento dello stadio di Firenze

Giani e Funaro non si sono mai piaciuti troppo, ora però l’idiosincrasia si è palesata. Una rarità per il narcotizzato Pd fiorentino e toscano, almeno dai mitologici tempi delle Primarie a sindaco vinte da Matteo Renzi, allora versione rottamatore. C’è la questione dello stadio Franchi, il cui rifacimento non affronta momenti facili: dopo la ben nota questione dei quattrini del Pnrr, si è verificato un problema tecnico, visto che la seconda trave in acciaio della struttura che sorreggerà i gradoni della nuova curva Fiesole non entra nelle strutture in calcestruzzo armato per via di un’imprecisione; e il problema non è nella trave.

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Lo stadio Franchi di Firenze (foto Ansa).

La discussione attorno al famigerato “cubo nero”

Poi non è mancato il caso del “cubo nero” di cui si parla – se non straparla – da mesi in città: c’è un’inchiesta in corso per via di una ormai famigerata struttura, il cubo nero, per l’appunto, realizzata a seguito della ristrutturazione del Teatro Comunale di Firenze, al centro di duelli e polemiche e interventi pubblici. Si è scatenato persino un manipolo di agguerriti nobili del centro storico: il punto chiave è il suo impatto sul paesaggio urbano fiorentino. «È figlio di padre incerto, rigenerazione infelice», ha detto Giani facendo accigliare la sindaca Funaro.

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Il “cubo nero” di Firenze (foto Ansa).

Urge scegliere il candidato sindaco a Prato

Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd che sente il fiato sul collo del commissario ombra Marco Furfaro, responsabile iniziative politiche del Pd nazionale, deve mediare. Ma non solo lì. C’è da mediare un po’ dappertutto, in Toscana. Per esempio urge scegliere il candidato sindaco a Prato dopo le dimissioni dell’anno scorso della sindaca Ilaria Bugetti. Furfaro ha unilateralmente indicato Matteo Biffoni, mister 22 mila preferenze, che ci sta pensando. Per lui si è sempre parlato di un ruolo presidenziale, nel senso di presidente della Regione Toscana, fin qui c’era però Giani e la situazione era inamovibile; al prossimo turno, chissà.

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos

Intanto però è appena arrivato il commissario del Pd a Prato, il deputato Christian Di Sanzo. Ha preso il posto del dimissionario Marco Biagioni, ex segretario SOC (Schleiniano di origine controllata), travolto anche lui dalla caduta della sindaca Bugetti. Si vota a maggio eh, 24 e 25 per la precisione, non fra un anno, e ancora le idee non sono proprio chiarissime.

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos

A Pistoia Primarie di coalizione o corsa in autonomia?

Poi c’è Pistoia, dove sembrava fatta e invece no: il Pd regionale aveva dato indicazione di convergere sul civico Giovanni Capecchi, docente di Letteratura italiana all’università per Stranieri di Perugia, vicino ad Alleanza Verdi e Sinistra, ma il Pd pistoiese ha indicato come candidata sindaco Stefania Nesi, consigliera comunale, presidente della commissione consiliare urbanistica, docente di Diritto ed Economia politica. Ancora non è chiaro che cosa accadrà: Primarie di coalizione o corsa in autonomia?

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos

Sesto Fiorentino: continuiamo così, facciamoci del male

Infine c’è il caos o caso Sesto. Sesto Fiorentino detta Sestograd. Lorenzo Falchi, esponente di punta di Sinistra Italiana, si è candidato in Regione ed è stato eletto, dunque è decaduto ed è entrata in carica come sindaca facente funzione la sua vice Claudia Pecchioli, Pd. C’è da scegliere anche in questo caso il candidato sindaco della coalizione: a chi tocca? La candidatura naturale sarebbe quella di Pecchioli, sostenuta dal 40 per cento degli iscritti del Pd, ma la segreteria locale, capeggiata da Sara Bosi, l’ha stoppata. Il tempo scarseggia e il Pd vive sempre in un film di Nanni Moretti: continuiamo così, facciamoci del male.

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos

Referendum sulla Giustizia, adesso Meloni deve metterci la faccia

Non può non scendere in campo per il referendum, Giorgia Meloni. È la sua riforma, è il suo governo, è la sua consultazione. Il No cresce anche perché la presidente del Consiglio – la cui popolarità è intatta nonostante gli assist di Carlo Nordio all’opposizione – non ha fin qui fatto campagna elettorale per il Sì. Anche se giovedì sera ha concesso un’intervista a SkyTg24 che pareva il trailer di un marzo impegnativo dal punto di vista pubblico. Da Sergio Mattarella sono arrivate «parole giuste e doverose», ha detto Meloni, perché «è molto importante che questa campagna referendaria rimanga sul merito». Il 22 e il 23 marzo «si vota sulla giustizia, non sul governo», ha ricordato, precisando che le elezioni politiche saranno fra un anno, sarà quello il momento per eventualmente mandarla a casa. «Vedo un tentativo di trascinare la campagna referendaria in una sorta di lotta nel fango, mi pare che sia più un tentativo di quelli che hanno difficoltà ad attaccare una riforma che in passato, in vario modo, hanno sostenuto e proposto». 

Lo spettro di Renzi e del referendum del 2016

Lo spettro di Matteo Renzi del 2016 aleggia un po’ per tutti, si sa, quando c’è da cambiare la Costituzione o anche quando c’è da rischiare l’osso del collo per un provvedimento giudicato epocale, fondamentale, esiziale. Renzi, c’è da dire, 10 anni fa si giocò la faccia e la poltrona; fu lui il primo a personalizzare il referendum costituzionale che gli costò le dimissioni.

Referendum sulla Giustizia, adesso Meloni deve metterci la faccia
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Meloni, memore di quel che hanno fatto i suoi predecessori, si è tenuta bene alla larga da promettere che andrebbe a casa in caso di sconfitta. C’è chi glielo ha già preventivamente chiesto, come lo stesso Renzi. Non Elly Schlein, che giovedì sera a Dritto e rovescio su Rete4 ha spiegato perché secondo lei Meloni non si dovrebbe dimettere: «Ha i numeri per arrivare alle prossime elezioni e noi li batteremo alle prossime elezioni. Noi stiamo costruendo una coalizione non contro Meloni, ma su quello che vogliamo fare insieme». Sarà.

Referendum sulla Giustizia, adesso Meloni deve metterci la faccia
Elly Schlein (Imagoeconomica).

I riformisti per il Sì sperano in Giorgia

Fra i sostenitori del Sì, anche fra quelli di centrosinistra, c’è chi spera che ora la presidente del Consiglio – sulla quale pende tuttavia il severo giudizio del Capo dello Stato, dopo la sortita nordiana – si faccia sentire, spenda la propria popolarità per fermare la crescita del No, che sta dando molte speranze ai vari Gratteri, teorici e pratici della propaganda televisiva, convinti che i confronti pubblici vadano evitati ma non le intemerate catodiche. C’è poco da fare: i riformisti per il Sì hanno bisogno della leader di Fratelli d’Italia per bloccare l’avanzata. 

Referendum sulla Giustizia, adesso Meloni deve metterci la faccia
Carlo Nordio e, sullo schermo, Nicola Gratteri (Imagoeconomica).

Dopo Salvini, ora la premier deve frenare Nordio

Al referendum manca poco più di un mese; il No ha dimostrato di saper mobilitare l’elettorato in una campagna elettorale in cui ormai il merito della riforma s’è perduto. Un po’ per responsabilità di tutti, ma anche per via di quei magistrati che hanno trasformato la contesa in una lotta per la democrazia, che verrebbe stravolta – dicono – dalla torsione costituzionale imposta da Meloni. Certo, Nordio con quelle parole improvvide sul metodo «para-mafioso» delle correnti del Csm ha regalato aiuto all’opposizione che può tornare a gridare un po’ dappertutto che questa riforma nasce per punire magistrati e avversari.

Referendum sulla Giustizia, adesso Meloni deve metterci la faccia
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Fin qui la leader di Fratelli d’Italia si è dovuta preoccupare delle intemerate di un altro ministro, Matteo Salvini, la cui nemesi ciarliera, G.i.p Vannacci, lo sta mettendo nei guai. Ora però c’è da disattivare Nordio, anche lui loquace, fin troppo, ma poco efficace nella mobilitazione dell’elettorato. A meno che non sia quello degli avversari, beninteso, galvanizzato dalla possibilità di battere il duo Meloni-Nordio, Melordio, alle urne. 

Referendum sulla Giustizia, adesso Meloni deve metterci la faccia
Giorgia Meloni e Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Prato, la trappola di Schlein a Biffoni vale la Toscana?

Mentre Roma, a parte qualche ardita vannacciata, è tutto sommato un posto noioso che si prepara nevroticamente alle elezioni politiche del 2027, il resto dell’Italia offre spunti notevoli, pittoreschi, scintillanti. Vedi Prato, la Gotham degli Anni 20, che in questi mesi ha regalato sontuosi complotti, dimissioni eccellenti, trame massoniche, eccetera eccetera.

Per non perdere la città serve Mr preferenze

L’ex capitale del tessile continua a essere una sorta di parco giochi della cronaca politica. Quest’anno va al voto anticipato, per via delle dimissioni dell’ex sindaca Ilaria Bugetti, e il centrosinistra ha da individuare il suo campione per non perdere la città che in passato è già stata amministrata dal centrodestra. Ed è qui, proprio qui, che gli schleiniani hanno approntato una discreta trappola per Matteo Biffoni, riformista non bonacciniano, ex sindaco di Prato per due mandati, oggi sbarcato in Consiglio regionale con 22 mila preferenze, record personale ma anche toscano. 

Prato, la trappola di Schlein a Biffoni vale la Toscana?
Ilaria Bugetti (Imagoeconomica).

Furfaro candida Biffoni a sua insaputa

Il luogotenente di Elly Schlein in Toscana, il potente Marco Furfaro, deputato e membro autorevole della segreteria nazionale, nonché commissario ombra di Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd messo sotto tutela dal Nazareno, ha deciso che il candidato del campo largo lo debba fare proprio Biffoni, che è appena entrato in servizio come consigliere regionale. Già una volta è tornato da Roma, Biffoni, dove era deputato ai tempi di Matteo Renzi. Stavolta la strada da fare sarebbe più breve, anche se col terribile traffico toscano di questi tempi persino prendere l’autostrada e fare Firenze-Prato potrebbe essere più complicato del previsto. C’è però un dettaglio non secondario: nessuno sembra averne parlato con il diretto interessato. Che ora dice: «Ringrazio Marco Furfaro, che è un dirigente nazionale, come ringrazio il presidente Giani e il segretario Fossi che si preoccupano del mio futuro. Lo prendo come attestato di stima, di affetto, di vicinanza. Mi piacerebbe essere coinvolto in queste decisioni perché, lo dico onestamente, vorrei poter dire la mia».

Prato, la trappola di Schlein a Biffoni vale la Toscana?
Marco Furfaro e sullo sfondo Elly Schlein (Imagoeconomica).

La richiesta (inascoltata) di congresso locale

La sua, a essere sinceri, Biffoni detto Biffo l’ha detta diverse volte in questi mesi, proprio su Prato: ha difeso la sua città dagli attacchi, sfoderando un orgoglio pratese che in campagna elettorale gli è servito a conquistare numerosi consensi, ma anche chiesto più volte un congresso locale per sostituire il segretario Marco Biagioni, prototipo del SOC, schleiniano di origine controllata, politicamente travolto dalle dimissioni della sindaca (simul stabunt, simul cadent). Quel congresso finora non c’è stato e anzi pochi giorni fa il Pd ha trovato il verso di scantonare, rinviando la decisione irrevocabile diventata però facilmente revocabile. «Io è da un po’ che lo sto dicendo», mette in chiaro parlando alla Nazione Biffoni. «Ho chiesto il congresso subito dopo quello che è avvenuto in Comune a Prato con il commissariamento, continuo a pensare che se non sciogliamo i nodi che ci sono dentro il Partito Democratico rischiamo di scaricare queste tensioni sulle Amministrative ed è pericolosissimo, io ci sono già passato. È bene che fra di noi ci sia una discussione, nei partiti le discussioni sono sane, fatte vis-à-vis, senza infingimenti, fanno bene». L’importante, ha aggiunto ancora l’ex sindaco di Prato, «è che non ci siano giochini di potere, o di altro genere, e che tutti vengano riconosciuti come interlocutori necessari e fondamentali, senza voler far fuori nessuno, senza tagli di gole, senza niente di particolare».

Prato, la trappola di Schlein a Biffoni vale la Toscana?
Matteo Biffoni (Imagoeconomica).

Con Biffoni in Comune si eliminerebbe un competitor per le Regionali 2030

I «giochini di potere», come li chiama Biffoni, sono però alla luce del sole; non c’è bisogno di retroscena, basta la scena. Con la sua eventuale candidatura a sindaco (parola che invero a Biffoni piace sentir pronunciare), la maggioranza del Pd si assicurerebbe la vittoria a Prato e in più pensa di poter liberare il Consiglio regionale da un possibile competitor in vista delle prossime elezioni Regionali. Eugenio Giani è già al secondo mandato, non potrà farne un terzo, il Pd ha l’occasione di mettere uno schleiniano alla guida della Regione Toscana, o quantomeno di poterlo candidare. Il calcolo però potrebbe non tenere conto di alcuni elementi. Anzitutto, anche da sindaco di Prato Biffoni potrebbe aspirare al salto successivo. In più, le prossime Regionali in Toscana ci saranno nel 2030 e prima, nel 2027, ci saranno le Politiche. Domanda che ci domandiamo: che cosa succederebbe nel Pd se Schlein & soci perdessero le elezioni? 

Prato, la trappola di Schlein a Biffoni vale la Toscana?
Matteo Biffoni con Eugenio Giani nel 2023 (Ansa).

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza

Come sanno anche i sampietrini, il campo largo è alla ricerca di un leader per le prossime elezioni politiche. E come non tutti i sampietrini sanno, Giuseppe Conte è uno che potrebbe anche farcela. Il suo partito, intendiamoci, incidentalmente il M5s, è sempre aspirazionale, nel senso che aspira a ricoprire un ruolo centrale laddove il populismo non funziona più come una volta. Quindi, renzianamente, è immerso in un passato mitologico, in una retrotopia perenne. Conte invece, ed è un mistero misterioso, sembra essere sempre competitivo; competitivo dentro il campo largo, ma pure fuori. È più forte Conte del M5s. Sembra aver persino trovato il registro giusto: nella politica estera quello del pacifismo irenico, nella politica interna, invece, c’è un ritorno di fiamma sulla sicurezza

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Giuseppe Conte tra Nicola Fratoianni ed Elly Schlein (Imagoeconomica).

Il battage quotidiano del M5s

Sicché gli interventi del M5s sull’argomento sono quasi quotidiani, quasi un’ossessione paraleghista: Giorgia Meloni, ha detto Chiara Appendino, ex sindaca di Torino, deputata, dopo l’approvazione del nuovo decreto sicurezza, «ha tradito gli italiani, siamo al settimo decreto sicurezza e abbiamo superato il terzo anno di governo: a essere aumentati sono i reati. È la loro Caporetto». Dovrebbero ascoltare, ha detto Appendino, «le nostre proposte: ripristiniamo la procedibilità d’ufficio per scippi e borseggi, aumentiamo gli stipendi e gli organici delle forze dell’ordine, eliminiamo la norma Nordio che permette agli indagati di dileguarsi, finanziamo i patti con i Comuni, la sicurezza integrata». A tratti spiritoso, persino, lo stesso Conte: «Cercasi vere misure per la sicurezza nelle strade delle nostre città: con le loro norme i ladri continuano a scappare perché li avvertono dell’arresto e non si fa nulla di concreto e rilevante per investire e aumentare gli agenti, i presidi e i controlli nelle strade». Questa «è la sicurezza che ci chiedono le persone dopo anni di governo in cui sono aumentati furti, scippi e rapine». E poteva mancare Riccardo Ricciardi, sarcastico capogruppo dei cinquestelle alla Camera? «Nel nostro Paese ci sono evidenti problemi di sicurezza che vivono tutti i giorni i pendolari, che arrivano nelle stazioni e si trovano in situazioni veramente critiche, che si vivono nelle metropolitane, nelle periferie, sui luoghi di lavoro. Non crediamo assolutamente che si possa andare verso un ‘modello Ice’ e una svolta repressiva sul diritto sacrosanto a manifestare».

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Chiara Appendino (Ansa).

L’obiettivo è colpire il portafoglio elettorale di Meloni

Insomma, è diventato l’argomento del giorno, per il M5s, quello della sicurezza. Memore forse dei bei decreti ai tempi del Conte 1 e di Matteo Salvini ministro dell’Interno. Anche in quel caso, come in altre circostanze, tuttavia, non mancarono i ripensamenti tardivi: «I decreti sicurezza contenevano delle buone novità e molte soluzioni, si pensi alla gestione più efficace delle procedure di regolarizzazione presso le prefetture, mentre qualche altro profilo obiettivamente non ha funzionato, che già mi aveva lasciato perplesso», ammise nel 2021 Conte. Ma questo è il passato. E ora? E ora c’è da colpire Meloni nel portafoglio elettorale; d’altronde la linea securitaria è prevalente nel governo, far notare agli elettori che tutto questo fascismo promesso non c’è potrebbe essere sì un modo per sollevare le contraddizioni in seno al governo, ma potrebbe anche fornire una copertura allo stesso esecutivo: non è allora tutto stato di polizia quel che tintinna; tutto sommato persino l’Italia è una democrazia!

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Giuseppe Conte e sullo schermo Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Conte sa che al campo largo non c’è alternativa

Il problema principale però Conte ce l’ha con gli alleati di sinistra. Tutto questo parlare di sicurezza a chi la sicurezza non la vede, non la vuole e pensa sia una parolaccia fascista crea scompensi. Ma il centrosinistra non ha altre alternative a sé stesso, a questa impostazione, a questo campo largo; si regge sulle proprie idiosincrasie, nessun partito può fare a meno dell’altro. Questo in fondo lo sa persino Conte, che punta a ottenere il massimo seppur con un terzo dei voti rispetto al passato, ma senza strappare per davvero. Perché nessuno, nell’Italia del 2026, ha la forza di poter stare da solo. 

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini

Roberto Vannacci è «un’anomalia» dentro la Lega, dice Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, convinto come altri – Luca Zaia, Gian Marco Centinaio – che il generale in pensione, europarlamentare nonché vicesegretario leghista debba essere accompagnato alla porta. Lo pensano in diversi, lo pensano in tanti, lo pensano persino in troppi; lo pensa, tra gli altri, Roberto Marcato, già potente assessore di Luca Zaia e oggi consigliere regionale in Veneto, che ricorda che c’è chi è stato cacciato dalla Lega per molto meno. 

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini
Attilio Fontana e Luca Zaia (Imagoeconomica).

Salvini ora non sa che pesci pigliare

La via dell’espulsione potrebbe anche essere pronta per il creatore di Futuro Nazionale, il partito non partito con il simbolo non simbolo della fiamma non fiamma; il problema è che non è chiaro che cosa voglia fare davvero Matteo Salvini, che ha contribuito a creare il mostro politico di Vannacci, dandogli un palcoscenico europeo per esibirsi, e ora non sa che pesci pigliare. Lui, come ricompensa, ha iniziato a spaccare la Lega. E adesso che ha appena depositato il logo di FN con la scritta “Vannacci” e un’ala tricolore in bella evidenza diventa complicato tenere a bada chi vorrebbe vedere Gip Vannacci «föra di ball». Vannacci assicura che è solo un simbolo, ma in questi mesi di “simboli” ce ne sono stati parecchi, tra la nascita dell’associazione Il mondo al contrario, il cui portavoce è Massimiliano Simoni, fin qui assistente parlamentare di Vannacci e da qualche mese consigliere regionale in Toscana, peraltro unico leghista presente, i team Vannacci – che pure, aveva ribadito Salvini a ottobre, «non possono diventare un soggetto politico alternativo alla Lega» – e dunque con il nuovo, centro studi Rinascimento Nazionale, che ha sede nel Castello Sforzini di Castellar Ponzano. 

Le possibili fuoriuscite e il convegno sulla remigrazione

La sensazione è dunque che Vannacci voglia provare a farsi cacciare, magari in compagnia di qualche parlamentare leghista. Come il deputato pisano Edoardo Ziello, che alla Camera ha votato no agli aiuti all’Ucraina pochi giorni fa e passa le giornate a rilanciare sortite e iniziative vannacciane. O il deputato Rossano Sasso, che è al lavoro per una proposta di legge sulla “remigrazione”, parola magica degli estremisti di destra alla Vannacci, che per l’appunto venerdì, alle 11.30, si sono dati appuntamento a Montecitorio per il convegno dal titolo “Remigrazione e riconquista. Presentazione della raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare”, ospiti del leghista Domenico Furgiuele. Presenti anche CasaPound e Forza Nuova. Il convegno è stato organizzato nonostante le proteste delle opposizioni e l’intervento del presidente della Camera, il leghista Lorenzo Fontana. «Ritengo inopportuna la conferenza stampa di domani. Spero che il deputato ci ripensi. Ho fatto quanto era nelle mie possibilità in questi giorni», ha detto giovedì. Il deputato però non ci ha ripensato, anzi. 

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini
Domenico Furgiuele (Imagoeconomica).

Una grana in più per Giorgia Meloni

La nuova invenzione di Vannacci insomma solleva ancora una volta critiche e perplessità nel Carroccio ma anche nel governo. Giorgia Meloni infatti si trova a gestire non soltanto Salvini ma pure la Lega alle prese con il problema Vannacci. Di fatto, la Lega è due volte un problema, ancorché di natura diversa. Il caos di Salvini alla fine è funzionale alla propaganda della Lega ma non è mai diventato esiziale per il governo. Vannacci è invece un generale con scarsa predisposizione per eseguire gli ordini, un impolitico incapace di stare in un partito. Ha usato la Lega come un taxi e a sua volta la Lega voleva usare lui come un TomTom per orientarsi nell’elettorato insoddisfatto da questo destra-centro così tradizionale. Il risultato è che Vannacci si è fatto la sua associazione, il suo centro studi, il suo partito, la sua caserma. Salvini dovrà decidere se vuole aiutarlo, sì, ma a casa sua. 

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini
Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Il ritorno di Ermini in Valdarno e l’incognita Renzi

Un ritorno all’antico; sarà un progresso. David Ermini, già vicepresidente del Csm (vice dunque del presidente della Repubblica Sergio Mattarella), già parlamentare del Partito Democratico, avvocato penalista con il no alla riforma della giustizia in tasca, in ottimi rapporti con la responsabile giustizia del Pd Debora Serracchiani, sarà il candidato sindaco del centrosinistra alle elezioni amministrative di Figline e Incisa Valdarno, nato nel 2014 dalla fusione di due Comuni del Valdarno fiorentino (c’è anche un valdarno aretino e ovviamente fra i due territori contigui esiste un’accigliata contesa).

Il ritorno di Ermini in Valdarno e l’incognita Renzi
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con David Ermini e Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Sulla candidatura si allunga l’ombra di Renzi

L’annuncio ufficiale è stato dato questa settimana dopo una riunione serale del Pd locale, ma la notizia era nell’aria da tempo. Almeno dalle dimissioni del precedente sindaco, Valerio Pianigiani, che i conterranei descrivono come ingenuo e impolitico (non il massimo per guidare una comunità), avvenute nel novembre del 2025 ad appena un anno dal voto. Ermini, un tempo compagno di classe dell’allenatore Maurizio Sarri, sarà dunque il candidato sindaco del centrosinistra e torna nel suo Valdarno: l’esordio in politica fu infatti da consigliere comunale a Figline (tra il 1980 e il 1985, incarico che poi ha ricoperto anche tra il 2001 e il 2006). Tutto semplice, tutto chiaro, tutto risolto? Naturalmente no. Ermini è appena tornato ma deve già affrontare un enigma proveniente dal suo passato politico: che farà Italia Viva? Che farà Matteo Renzi, con cui ci sono stati cospicui e stranoti scazzi a mezzo stampa? L’ex presidente del Consiglio è in una fase ecumenica, va d’accordo con tutti nel campo largo, ha buone parole per chiunque (da Elly Schlein in giù), ha favorito anche alleanze in ogni dove alle Regionali. Ha accettato di buon grado l’idea di farsi perdonare qualcosa (l’essere Renzi, a occhio). Ma chissà se riuscirà a sostenere anche l’ex amico Ermini, considerato nientemeno che un traditore sia da Renzi sia da un altro ex membro autorevole del vecchio Giglio Magico, Luca Lotti (ma anche con lui Renzi ha avuto non pochi problemi; c’è qualcuno che ancora non ha litigato con il fondatore di Italia Viva?). 

Il ritorno di Ermini in Valdarno e l’incognita Renzi
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

La rottura tra Ermini e il leader di Italia viva

Il problema è che il renzismo vive di superlativi, tutto è bellissimo o bruttissimo. Nella renziana guerra dei superlativi – un giorno sei un genio, quello dopo uno sfigato – Ermini è rimasto sempre sulla linea mediana. Non una parola di troppo, non un bercio, mai una parola contro il Capo, neanche quando ci rimase male perché nel 2017 Renzi fece un rimpasto della segreteria e lui rimase fuori. Sempre basso profilo, anche sui social dove basta un “ciaone” a far deragliare. Questo però era vero un tempo. Nel senso che la rottura con Renzi è conclamata, aspra, superlativa appunto. Una bellissima rottura (dipende dai punti di vista; giornalisticamente, lo è). Ermini tuttavia non sembra essere troppo preoccupato, alle persone con cui ha parlato in queste ore spiega di non aver bisogno di Italia Viva, che può anche farne a meno. Per il momento, comunque, non sono arrivate dichiarazioni di Francesco Bonifazi, parlamentare di primo piano di Italia Viva, che di solito viene mandato in avanscoperta quando c’è da tirare una legnata a qualche avversario. 

Il ritorno di Ermini in Valdarno e l’incognita Renzi
Francesco Bonifazi (Ansa).

Il mite avvocato diventato battagliero

Aver fatto il vice di Mattarella ha dunque dato non poco coraggio a questo mite avvocato, ex mite, oggi piuttosto battagliero. Si è pure messo a scrivere un libro, Ermini, ma chissà se a questo punto vedrà mai la luce. «Arriva un momento nella vita in cui chi ha avuto l’onore di ricoprire incarichi di grande prestigio come ho avuto l’onore di ricoprire io, può dimostrare che le Istituzioni, le proprie idee e i propri valori si possono servire provando a mettersi al servizio e a disposizione della Comunità di cui si è figli». È questo un modo anche per rintuzzare chi non lo voleva, tipo appunto Italia Viva: io ho fatto il vice di Mattarella, dice Ermini, che altro volete di più da me?

Il ritorno di Ermini in Valdarno e l’incognita Renzi
David Ermini (Imagoeconomica).

Il momento d’oro di Giuseppe Conte, Commander in Pochette del campo largo

Giuseppe Conte, va detto, è in splendida forma. Ci sono sondaggi che lo presentano competitivo nei confronti di Giorgia Meloni, probabilmente il più competitivo del campo largo. Al che verrebbe pure da pensare che il Commander in Pochette del M5s sarebbe pronto, prontissimo, per le primarie del centrosinistra, e chissà se mai si faranno. Ha tutto quello che desidera, l’ex presidente del Consiglio: un’opposizione interna che garantisce un minimo di democrazia (Chiara Appendino, ex sindaca di Torino, è il corrispettivo dei riformisti per il Pd); una pattuglia parlamentare che risponde a lui, che parla come lui, che è a sua immagine e somiglianza, basta ascoltare gli interventi del deputato Marco Pellegrini, ingegnere di Foggia nonché cosplayer di Conte («Avete portato avanti soltanto l’opzione bellicista, quindi invio di armi sempre più letali», si è lanciato giovedì in Aula, durante le comunicazioni del ministro della Difesa Guido Crosetto. «Sempre più armi, sempre più sostegno e null’altro: questo avete deciso di fare. Era una strategia sbagliata, lo dimostrano i fatti, lo dimostra, purtroppo, l’andamento della guerra, lo dimostrano le centinaia di migliaia di morti ucraini»). E degli alleati che fondamentalmente lo adorano e che forse non vedrebbero l’ora di diventare come lui, così amato dai catto-comunisti.

Il momento d’oro di Giuseppe Conte, Commander in Pochette del campo largo
Giuseppe Conte (Ansa).

La battaglia continua contro il «furore bellicista»

E dire che lui e il suo M5s ne combinano parecchie, specie sulla politica estera. Questa settimana è stato il trionfo della denuncia del «furore bellicista», anche quando di bellicismo impenitente ce n’è poco: l’Ucraina ha bisogno di aiuti, militari e non solo, per difendersi, c’è poco da fare. La popolazione iraniana avrebbe bisogno di una mano esterna, ché da sola contro gli ayatollah può riempire le piazze ma finisce imprigionata, torturata, uccisa, repressa. I cinquestelle dopo essersi astenuti in Senato su una risoluzione unitaria alla camomilla, in cui c’era lo spazio per tutta l’azione diplomatica e multilaterale del globo, giovedì hanno portato in commissione Esteri della Camera un’altra risoluzione – firmata anche da Nicola Fratoianni di Avs – in cui si impegna il governo a «scongiurare azioni militari unilaterali fuori dal quadro del diritto internazionale, promuovendo tutte le necessarie iniziative diplomatiche e di carattere sanzionatorio da parte della comunità internazionale e degli organismi internazionali». L’obiettivo polemico sottinteso è, va da sé, l’America di Donald Trump che potrebbe avere voglia di fare il bis dopo il Venezuela con l’Iran.

Il momento d’oro di Giuseppe Conte, Commander in Pochette del campo largo
Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni (Imagoeconomica).

Il Pd è costretto a inseguire il M5s

Il Pd, come al solito, è costretto a inseguire, perché Conte sorpassa tutti a destra, a sinistra, al centro. Dipende da quello che gli conviene. Un Conte tendenza Marx (Groucho): «Questi sono i miei principi. Se non ti piacciono ne ho degli altri». Sulla sicurezza, per dire, sembra tornato quello del governo Conte con Matteo Salvini (e pure sulla politica estera, visto che la «corsa al riarmo» è uno strumento di propaganda caro anche al leghismo che però si ferma un attimo prima del voto sugli aiuti all’Ucraina). Ripete che quando si parla con lui non si sta parlando con la sinistra, dice che la patrimoniale è un’idea da rifiutare, dice che le città sono insicure e servirebbe la mano più ferma. Dice che l’alleanza non è scontata, quella del campo largo si intende, che per la coalizione di centrosinistra adda passà ‘a nuttata. Insomma, poi si vedrà. Sempre quando conviene, beninteso. 

Il momento d’oro di Giuseppe Conte, Commander in Pochette del campo largo
Elly Schlein con Giuseppe Conte (Ansa).

L’alleanza non sarà strutturale, ma le poltrone sì

Nel frattempo però, è qui sta la magia del Mago Conte, il M5s anche laddove elettoralmente vale poco, conquista posti nelle Regioni in virtù dell’alleanza con il Pd, generoso come pochi altri al mondo. Nella nascente Giunta Decaro il M5s si siede con il 7,22 per cento: Cristian Casili è stato indicato da Conte come rappresentante del M5s nella nuova squadra di governo pugliese; nella Giunta Giani il M5s si è installato forte del suo 4,34 per cento, ottenendo nientemeno che l’assessorato all’Ambiente con David Barontini. Questo perché l’alleanza non sarà pure strutturale, a sentire Beppe Conte, ma le famigerate poltrone eccome se lo sono.  

Il momento d’oro di Giuseppe Conte, Commander in Pochette del campo largo
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Trump e l’equilibrismo impossibile dell’amica Meloni

Essere amici di Donald Trump è assai difficile. Ne sanno qualcosa i vari Giuseppi che, pur vantando solide relazioni presidenziali con il padrone della Casa Bianca, sono stati costretti a venire a patti con la Realpolitik americana. Il Giuseppi del 2026 si chiama, come noto, Giorgia Meloni. È lei ad aver definito «legittima» la cattura di Nicolás Maduro perché trattasi, ha detto la presidente del Consiglio, di un intervento di «natura difensiva».

Trump e l’equilibrismo impossibile dell’amica Meloni
Donald Trump con Giorgia Meloni, in occasione della firma dell’accordo di pace su Gaza, al vertice di Sharm el-Sheikh (Ansa).

E se Trump attaccasse la Groenlandia?

Il problema per gli amici di Trump di casa nostra è che dopo il Venezuela potrebbe arrivare la conquista della Groenlandia, ancora non è chiaro se via intervento militare o tramite regolare acquisto con fattura, come potrebbe voler fare invece il presidente americano, abituato a trattare tutto come se fosse la compravendita di un palazzo di New York (Marco Rubio, segretario di Stato, l’ha già comunicato ai parlamentari americani: pin e tasto verde). Il problema, dunque, sempre per gli amici di Trump, è che uno si trova invischiato in cose di cui forse vorrebbe fare a meno. La destituzione di un dittatore è, invero, sempre una buona notizia, ma Trump non si sa fin dove potrebbe spingersi. E se davvero attaccasse la Groenlandia, che fa parte della Danimarca, la quale a sua volta fa parte della Nato? Stephen Miller, vice capo dello staff alla Casa Bianca e mastino trumpiano, dice che gli «Stati Uniti dovrebbero avere la Groenlandia come parte degli Stati Uniti» e che nessuno vorrà mai avere militarmente a che fare con gli Stati Uniti. Che dirà Meloni nel caso in cui Trump non riuscisse a comprare, giocando al Monopoli internazionale, la Groenlandia? Che cosa farà Antonio Tajani, ministro degli Esteri?

Trump e l’equilibrismo impossibile dell’amica Meloni
Giorgia Meloni e Antonio Tajani (Ansa).

Con The Donald ogni equilibrismo diventa impossibile

Il problema di essere amici di Trump è che il mondo in cui vive il presidente degli Stati Uniti non consente sfumature. È un mondo polarizzato come la stessa società americana, dove il ricorso alla violenza politica è strategico e sovrastrutturale. O si è con Trump o si è contro Trump. O si è con l’Ice, la polizia anti-immigrazione, o si è contro l’Ice, e ci si becca una pallottola in testa, come la 37enne Renee Nicole Good. E questa polarizzazione imposta a chiunque, amico, nemico, passante della storia, rende impossibile il mestiere in cui Meloni eccelle: quello di equilibrista. La presidente del Consiglio è il collante di cui il governo ha bisogno, non quello che si merita, ma l’equilibrio vale entro certi limiti. E soprattutto Trump fa perdere l’equilibrio a tutti. Persino Matteo Salvini si è risentito per l’operazione venezuelana (sarà che l’amico Vladimir Putin, un altro che ti mette in brutte situazioni, si è accigliato) e si è ritrovato a citare il Papa. Ha detto che «nessuno avrà nostalgia di Maduro, responsabile di aver affamato e oppresso per anni il suo popolo», ma «per la Lega la strada maestra per risolvere le controversie internazionali e chiudere i conflitti in corso deve tornare a essere la diplomazia, rispettando il diritto dei popoli a decidere del proprio futuro». Sicché, ha detto ancora Salvini, «illuminanti al proposito le parole del Papa, che chiede di garantire la sovranità nazionale del Venezuela e assicurare lo stato di diritto». Il Papa notoriamente viene citato dai politici solo quando fa comodo; anche se fosse una volta ogni 10 prese di posizione che prende. Illuminante dunque, sì, ma soprattutto sui tic di alcuni leader di partito che fanno cherry picking tra le molte dichiarazioni papesche per darsi cristianamente un tono. 

Trump e l’equilibrismo impossibile dell’amica Meloni
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Il filo-atlantismo italiano rischia di diventare una gabbia

Trump è in carica da un anno e più passa il tempo e più mena fendenti sui capisaldi liberaldemocratici. L’Italia non può rinunciare certamente a posizioni filo-atlantiste, lo dice la sua storia, che poi è una storia di co-dipendenza sentimentale ma anche culturale, non solo italiana ma in fondo europea; così però facendo rischia di accettare senza battere un sopracciglio qualsiasi decisione di Trump, pronto come in una canzone di Calcutta a fare una svastica a Bologna solo per litigare. Pronto a conquistare la Groenlandia solo per litigare. 

Carceri: un disastro senza risposte tra numeri impietosi e immobilismo

Il 2025 si è chiuso con 80 suicidi nelle carceri italiane. Non è per fortuna un record; quello appartiene al 2024, quando si tolsero la vita 91 persone. In complesso i morti in prigione, secondo i dati di Ristretti Orizzonti, sono 241, appena cinque in meno dell’anno scorso. Il bilancio di fine anno è dunque tragico e niente fa sperare per un 2026 migliore. «Alla fine di novembre 2025 nelle carceri italiane erano detenute 63.868 persone, quasi 2 mila in più rispetto a un anno fa, a fronte di una capienza effettiva di soli 46.124 posti (700 in meno di quelli che vi erano all’inizio dell’anno)», scrive Antigone nel suo ultimo rapporto. Sono oltre 180 persone in più ogni mese. «Il tasso di sovraffollamento nazionale ha raggiunto il 138,5 per cento, con 72 istituti oltre il 150 per cento e punte superiori al 200 per cento». Nel 42,9 per cento delle 120 carceri visitate – e delle 71 schede di cui sono già stati elaborati i dati – non sono garantiti i tre metri quadrati di spazio vitale per persona (nel 2024 questa percentuale si fermava al 32,3 per cento); oltre la metà delle carceri ha celle senza doccia e nel 45,1 per cento mancano acqua calda o si registrano scarse condizioni igieniche.

Carceri: un disastro senza risposte tra numeri impietosi e immobilismo
Detenuti e guardie carcerarie a San Vittore (foto Ansa).

Amnistia: la parola che il governo non vuole sentire pronunciare

Tutti reclamano soluzioni adeguate. Anche Papa Leone XIV. «Sono molti a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare», ha detto il pontefice domenica 14 dicembre nella messa del Giubileo dei detenuti, rilanciando alle «istituzioni» l’appello fatto da Francesco nella Bolla di indizione per «forme di amnistia o di condono della pena»: «Confido che in molti Paesi si dia seguito al suo desiderio». Il Papa si riferiva soprattutto a problemi come «il sovraffollamento, l’impegno ancora insufficiente di garantire programmi educativi stabili di recupero e opportunità di lavoro». Il governo però non vuole sentire pronunciare quel termine, amnistia. Nonostante le parole del presidente del Senato Ignazio La Russa. «Occorre incarnarla la speranza affinché non sia foriera di illusioni», ha detto la presidente di Nessuno Tocchi Caino, Rita Bernardini, all’Unità. «Amnistia e indulto sono provvedimenti costituzionali di ‘buon governo’ per affrontare il sovraffollamento dei detenuti e quello dei procedimenti penali pendenti che a milioni ingolfano la nostra giustizia i cui tempi sono irragionevolmente lunghi come certificato da almeno 30 anni dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa». Una giustizia che arriva troppo tardi è una giustizia negata sia per le vittime del reato sia per il reo: «Provvedimenti di clemenza dovrebbero essere obbligatori per uno Stato che non riesca ad assicurare un’esecuzione penale e un’amministrazione della giustizia ‘legali’. Pannella e il Presidente Napolitano (con il suo messaggio alle Camere del 2013) parlavano di ‘obbligo’ di intervento immediato per uno Stato che voglia definirsi ‘di diritto’. Se si transige su questo, si è pronti a fare qualsiasi scempio della democrazia nella sua accezione più alta».

Carceri: un disastro senza risposte tra numeri impietosi e immobilismo
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

Il carcere italiano è ridotto a un «contenitore di corpi»

Gravissime, dice Antigone, sono le carenze di spazi per lavoro, scuola e socialità. «Il carcere italiano è ormai ridotto a un contenitore di corpi», dice il presidente Patrizio Gonnella, «e ha abdicato alla funzione di reinserimento sociale prevista dalla Costituzione». «È sempre doloroso tirare le somme di un altro anno di carcere in Italia ma il bilancio di fine 2025 è forse il più cupo degli ultimi anni. Perché restituisce l’immagine di un sistema penitenziario che è sempre più in crisi, con tensioni in costante crescita e un silenzio assordante da parte delle istituzioni che rifiutano qualsiasi ipotesi di riforma e qualsiasi intervento che permetterebbe di alleggerire il peso delle carceri, a beneficio delle persone detenute, che vivono ammassate l’una sull’altra e degli operatori che, già sotto organico, denunciano un pesante e crescente stress lavorativo». 

Carceri: un disastro senza risposte tra numeri impietosi e immobilismo
Patrizio Gonnella, presidente di Antigone (Imagoeconomica).

Il piano carceri si è rivelato un nulla di fatto

Il 2025 è stato l’anno del lancio del piano carceri da parte del governo Meloni. Secondo quanto riportato dallo stesso governo già nel 2025, i nuovi posti sarebbero dovuti essere 864. «Ciò a cui si è assistito è stata invece una perdita di 700 posti effettivi, con un dato registrato ai primi giorni di dicembre che non conteggia i circa 250 posti persi nel solo incendio di San Vittore di alcuni giorni fa», fa notare sempre Antigone. «Restano altissimi anche gli eventi critici: negli istituti visitati si registrano in media 16,7 atti di autolesionismo ogni 100 detenuti, 2,6 tentati suicidi e 16,4 isolamenti disciplinari ogni 100 persone detenute. La sofferenza psichica è una delle grandi emergenze del carcere italiano». Dalle oltre 100 visite effettuate nel 2025 da Antigone è emerso come l’8,9 per cento delle persone detenute presentava una diagnosi psichiatrica grave al momento delle visite. A fronte di ciò, il 20 per cento assumeva regolarmente stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi, mentre il 44,4 per cento faceva uso di sedativi o ipnotici. «Gli psicofarmaci continuano a rappresentare uno degli strumenti principali di gestione dell’ordine interno e del disagio sociale, spesso in assenza di reali necessità e percorsi terapeutici e di supporto. E mentre il carcere si riduce a spazio di mera custodia, lavoro, formazione e istruzione restano largamente marginali», ribadisce l’associazione presieduta da Gonnella. «Lavora per l’amministrazione penitenziaria circa il 30 per cento delle persone detenute, mentre solo il 3,7 per cento ha un impiego con datori di lavoro esterni. Frequenta la scuola il 30,4 per cento dei presenti, ma solo il 10,4 per cento è coinvolto in percorsi di formazione professionale. Strumenti che dovrebbero essere centrali nel reinserimento sociale diventano invece eccezioni. Tutto questo avviene nonostante il 38 per cento delle persone detenute abbia una pena residua inferiore ai tre anni e potrebbe accedere a misure alternative alla detenzione, che non rappresentano una rinuncia alla pena ma una modalità più efficace e costituzionalmente orientata di esecuzione, capace di ridurre drasticamente la recidiva e aumentare la sicurezza collettiva». Fin qui però niente è servito per far cambiare idea al governo. Nemmeno i diari dal carcere dell’“amico” Gianni Alemanno. 

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi

Toh, è tornato Matteo Renzi. Vabbè, ma quando mai se n’è andato via, si dirà. E in effetti è vero. Renzi c’è anche quando non c’è. Le trattative di Gedi con i greci? «C’è Renzi dietro!». Silvia Salis? «C’è Renzi dietro!». La Fiorentina è in vendita? «C’è Renzi dietro!». C’è un po’ di retorica del complotto, ad accompagnare l’ex presidente del Consiglio, visto come l’artefice di qualsiasi sommovimento politico-editorial-sportivo. Nemmeno fosse Dario Franceschini, che diamine.

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi
Silvia Salis, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi (Imagoeconomica).

La nuova fase politica del leader di Iv

Il fondatore di Italia Viva è alle prese con una nuova fase politica. Un po’ per convinzione, un po’ per convenienza, Renzi è il nuovo portavoce del campo largo. Ci crede più lui di Giuseppe Conte, per dire. È più in sintonia con Elly Schlein sulla logica testardamente unitaria dell’alleanza di quanto non lo siano gli alleati a cinque stelle. Lo dice in ogni intervista che fa, e ne fa sempre parecchie: solo uniti si vince contro Giorgia Meloni. Solo con la sacra alleanza TTG, Tutti Tranne Giorgia, il centrosinistra può sperare di battere la destra nel 2027. Ma se Meloni perde il referendum sulla giustizia, beh, se ne deve andare a casa, ripete sempre Renzi facendo però leva su esperienze personali e su un’impostazione del dibattito pubblico che la presidente del Consiglio però non ha dato. Perché lei, a differenza di Renzi nel 2016, non ha mai detto «se perdo vado a casa».

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi
Matteo Renzi con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Quella sintonia (interessata) con Bonaccini

È così in buoni rapporti ormai con Schlein che le facilita pure il compito di tenere insieme testardamente anche il Pd, diviso finora fra maggioranza schleiniana e riformisti. Ora però questi ultimi si sono scissi e Stefano Bonaccini ha dichiarato sostegno alla segretaria. Sicché l’ex presidente del Consiglio sembra persino provare simpatia per i riformisti bonacciniani. Il presidente del Pd è stato anche ospite all’ultima edizione della Leopolda, dov’è stato molto applaudito per il suo intervento contro il governo. E il motivo forse non è così complicato da intuire: Renzi ci tiene ad avere un buon rapporto con Schlein, non fosse altro perché deve tenere i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole del campo largo. Quindi Bonaccini, accusato non a caso di un atteggiamento troppo consociativo nei confronti della segreteria nazionale dai riformisti che lo hanno appena salutato, è perfetto: non è uno che disturba il manovratore, in questo caso la manovratrice, e lascia il campo ad altri per intestarsi una eventuale futura battaglia riformista. Per Renzi, insomma, Giorgio Gori, Pina Picierno e Matteo Biffoni sono soprattutto dei competitor. E il leader di Italia Viva vuole essere certo di poter occupare quello spazio appena lasciato libero da Bonaccini con la sua piroetta verso Schlein.  

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi
Matteo Renzi con Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).

L’invenzione di Casa Riformista e il tentativo di restare in Parlamento

Ordunque, Renzi da rottamatore è diventato muratore, costruttore, architetto, ingegnere edile, cercate voi il mestiere che vi garba di più. Nel centrosinistra è rimasto tra i pochissimi a saper fare politica, il suo problema è che tutt’ora rimane inviso all’elettorato. In molti non lo sopportano al di là dei propri demeriti politici. Sicché ha capito che Italia Viva non poteva andare più da nessuna parte, avendo saturato l’opinione pubblica dopo averla saturata già lui stesso. Al che si è inventato Casa Riformista, con cui cerca di dare una risposta civica alla insoddisfazione dell’elettorato per tutto ciò che proviene dai partiti. In Toscana ha funzionato, grazie anche alla collaborazione di Eugenio Giani, in Calabria anche. Non è tuttavia diventato un buon samaritano gratis. Attacca Meloni, anche sulla legge elettorale, ma solo perché è pronto a sedersi attorno al tavolo principale per poter negoziare un accordo. D’altronde prima o poi si porrà il tema di come fare per rientrare in Parlamento. C’è anche il rischio che non ce la faccia, ma se c’è una cosa che ci ha insegnato Renzi è che non va sottovalutato. Anche se da Andreotti del prossimo secolo alla fine si è trasformato nel Fanfani dei prossimi decenni. 

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi
Il siparietto di Guido Crosetto e Matteo Renzi ad Atreju, insieme con Fabio Rampelli e Bruno Vespa (Imagoeconomica).