La Russa e la famiglia del bosco, un richiamo della foresta irresistibile

Ci sono una buona e una cattiva notizia. La buona: Ignazio La Russa, tramite video sui social, informa che non incontrerà la cosiddetta famiglia del bosco questo mercoledì, il 18 marzo, cioè a ridosso del referendum sulla giustizia, sia mai che si possa strumentalizzare. La cattiva: lo farà comunque dopo, sensibile – dice – al richiamo dei genitori «degli sfortunati bambini».

La seconda carica dello Stato dovrebbe spegnere i fuochi della polemica

Il presidente del Senato, seconda carica dello Stato, custode della terzietà istituzionale, uomo che dovrebbe incarnare equidistanza e soprattutto non alimentare i fuochi della polemica ma spegnerli, ha deciso che quella vicenda merita non una nota stampa, un generico appello alla tutela delle famiglie, ma un incontro diretto. Nessuno glielo ha chiesto, e non c’è norma che lo preveda. Il codice di buona condotta istituzionale, semmai, lo sconsiglierebbe vivamente.

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La Russa e la famiglia del bosco, un richiamo della foresta irresistibile
La Russa e la famiglia del bosco, un richiamo della foresta irresistibile
La Russa e la famiglia del bosco, un richiamo della foresta irresistibile
La Russa e la famiglia del bosco, un richiamo della foresta irresistibile
La Russa e la famiglia del bosco, un richiamo della foresta irresistibile
La Russa e la famiglia del bosco, un richiamo della foresta irresistibile

Ma per La Russa la famiglia del bosco è, politicamente, come il richiamo della foresta. L’icona perfetta del racconto che la destra sta costruendo con meticolosa strategia: magistratura cattiva, politica buona. Lo Stato nemico del popolo e dei deboli. Insomma, una trama da cui è difficile tenersi lontani. Un meccanismo rodato, che al presidente del Senato non par vero enfatizzare facendo di un caso di cronaca controverso il viatico per una campagna di propaganda.

La Russa e la famiglia del bosco, un richiamo della foresta irresistibile
Il presidente del Senato Ignazio La Russa e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni (foto Ansa).

Fontana, presidente della Camera e leghista doc, si sta contenendo

Colpisce, ma questo è un suo merito, il confronto con il collega di Montecitorio. Lorenzo Fontana, presidente della Camera, leghista doc, uno che sulla carta dovrebbe essere il più tentato dalla militanza attiva, resta al suo posto mostrando una commendevole disciplina istituzionale. Non commenta le sentenze e non si presta alle narrazioni di parte. Fa il presidente della Camera, punto. La Russa, invece, non ha smesso i panni di quando era un attivista missino, incurante del fatto che il suo ruolo attuale imporrebbe di dismetterli.

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La Russa e la famiglia del bosco, un richiamo della foresta irresistibile
Il presidente della Camera Lorenzo Fontana (Imagoeconomica).

Il paradosso è evidente: l’uomo di Alleanza nazionale, il nostalgico convertito al garantismo di convenienza, l’alfiere della destra che ha sempre applaudito – vedi Mani Pulite – al ruolo moralizzatore delle procure, ora dall’alto della sua carica istituzionale fa esattamente quello che ha sempre accusato gli altri di fare. Invadere. E biasima l’intervento dei giudici.

L’ambiente del bosco dove sono cresciuti i figli di Ignazio è quello verticale

Ciò non vuol dire che la vicenda della famiglia del bosco non meriti attenzione. Ma come lei ce ne sono centinaia la cui odissea si svolge tra servizi sociali, tribunali e una burocrazia che spesso fa a pugni con le ragioni umanitarie. E su cui però non si accendono i riflettori. Ma il presidente del Senato incontra proprio quella che demagogia e propaganda hanno ritenuto degna di interesse. Quella che è finita sui giornali e che per senso e tempistica (siamo a ridosso di un referendum sulla giustizia che la destra deve vincere) presentava requisiti perfetti. La Russa dirà che lo fa per umanità, da padre di famiglia quale anche lui è, anche se l’ambiente del bosco dove sono cresciuti i suoi figli è quello verticale. Carità cristiana, dirà qualcuno. Ma mai come in questo caso pelosa.

La Russia alla Biennale e il tic conformista della destra: Buttafuoco ha ragione

Non sarà che la cultura in Occidente, da spazio di libero confronto, si sta trasformando sempre più in un codice disciplinare, un galateo ideologico dove l’istinto alla censura è ormai parte integrante dei suoi comportamenti? Il dubbio nasce osservando la polemica tra Pietrangelo Buttafuoco e Alessandro Giuli allargarsi progressivamente ad altri attori. L’ultima ad aggiungersi è stata l’Unione europea per bocca di quasi tutti i suoi ministri della Cultura, che non solo stigmatizzano l’ipotesi di riaprire il padiglione russo alla Biennale, ma minacciano pure di chiudere i rubinetti dei finanziamenti se l’ente veneziano non recedesse dai suoi propositi.

Una curiosa inversione di ruoli in cui è scivolata la destra

Nel frattempo su Buttafuoco si è abbattuto un coro di riprovazione. Non unanime per fortuna: alcuni intellettuali che come lui fanno riferimento alla destra ne hanno preso le difese, rompendo così il fronte più retrivo di quella parte politica. Resta però la sensazione di assistere a una curiosa inversione di ruoli: una destra arrivata al potere sventolando la bandiera della battaglia al politicamente corretto finisce per riprodurne, quasi mimeticamente, i riflessi più conformisti.

La Russia alla Biennale e il tic conformista della destra: Buttafuoco ha ragione
Il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco (foto Ansa).

Il padiglione russo ai Giardini della Biennale esiste dal 1914. Centododici anni durante i quali ha attraversato l’intero Novecento con la sua contabilità di tragedie, rivoluzioni e guerre mondiali. Eppure fino all’invasione dell’Ucraina non ha mai cessato di essere ciò per cui era nato: un luogo dove l’arte russa si presenta e confronta con quella degli altri Paesi. Dovremmo davvero tenerlo chiuso perché altrimenti, in una curiosa e per certi versi inedita convergenza tra la destra di governo e Bruxelles, qualcuno minaccia sanzioni morali e finanziarie?

Anche i Greci sospendevano le ostilità durante le Olimpiadi

Per giustificare la sua scelta, Buttafuoco ha evocato l’idea della Biennale come luogo di tregua. Una zona franca dove, in un contesto di guerre diffuse, si può ancora discutere di qualcosa che non abbia a che fare con il crepitio delle armi. L’idea è antica quanto la civiltà: i Greci sospendevano le ostilità durante le Olimpiadi. Ed è precisamente ciò che ha sempre distinto la cultura dalla politica. Che, invece, sembra sempre più incline a fare l’opposto: usare la cultura come estensione simbolica dei conflitti che dice di voler fermare.

Sull’artista non può ricadere la colpa delle nefandezze di uno Stato

C’è una coerenza paradossale in questo meccanismo: si invocano gli ideali pacificatori dell’arte per perpetuare invece la logica dello scontro. Il ministro Giuli ha osservato che l’arte, quando prodotta in un contesto di autocrazia, è libera solo se è dissidente. Frase efficace, apparentemente dalla parte degli oppressi dai regimi, ma che segue esattamente la logica che si vorrebbe combattere: quella secondo cui sull’artista, in quanto cittadino di uno Stato, ricade la responsabilità delle sue nefandezze.

La Russia alla Biennale e il tic conformista della destra: Buttafuoco ha ragione
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli (foto Ansa).

Da qui al criterio del passaporto come condanna, per cui un pittore di Mosca o un musicista di San Pietroburgo devono pagare, con l’esclusione dal consesso internazionale, il prezzo di decisioni prese altrove, il passo è breve. Questa storia l’abbiamo già vista in passato, e non è finita particolarmente bene.

Un gesto simbolico: Putin non passerà certo notti insonni

Nel gran teatro dell’indignazione collettiva c’è poi un dettaglio che quasi nessuno sembra disposto a ricordare: escludere la Russia dalla Biennale non cambia di una virgola la situazione in Ucraina. Non salva una vita e non restituisce a Kyiv un metro quadrato del suo territorio. È solo un gesto simbolico che serve soprattutto a far sentire virtuoso chi lo compie. Si può infatti ragionevolmente supporre che Vladimir Putin non passerà notti insonni tormentato dall’assenza del padiglione russo ai Giardini veneziani.

La Russia alla Biennale e il tic conformista della destra: Buttafuoco ha ragione
Vladimir Putin (Ansa).

Se qualcosa potesse produrre un effetto, e qui Buttafuoco sembra aver colto il punto, sarebbe semmai il contrario: riaprire quel padiglione nell’ottica di portare a confrontarsi voci provenienti da tutte le zone di guerra significherebbe ricordare che la cultura non nasce per rafforzare le frontiere, ma per superarle. La Biennale tornerebbe così a essere uno dei luoghi dove il mondo non si presenta diviso in blocchi precostituiti. E dove l’arte prova ancora a fare ciò che la diplomazia, con conveniente cinismo, ha smesso da tempo di tentare.

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale

La Stampa, il quotidiano torinese fondato nel 1867 e per oltre un secolo custodito dalla famiglia Agnelli come uno scrigno di rispettabilità borghese e potere sabaudo, viene ceduta quasi in sordina ad Alberto Leonardis, patron del gruppo Sae, un pugno di giornali locali e agenzie di comunicazione. Un nome che fino a ieri conoscevano solo gli addetti ai lavori. Suona un po’ il necrologio del giornalismo vecchio stile, quello che aveva piantato le radici nel Novecento e che nell’era digitale, nonostante i proclami (Digital First, era il refrain con cui John Elkann preannunciava il ritorno al futuro), non ha mai saputo rinnovarsi.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Alberto Leonardis (Imagoeconomica).

Cedere così un giornale dice molto sul valore che oggi si attribuisce all’informazione

I colleghi della Stampa giustamente non si capacitano e molti ne fanno innanzitutto una questione di stile. Venduti sì, ma questi modi spicci fanno male. L’Avvocato avrebbe storto il naso: lui la Fiat, nonostante le pressioni, non la vendette mai agli americani. Ma non è questo il punto. Anche se, va detto, di eleganza in questa vicenda se n’è vista poca. Vendere un giornale così, con la fretta e la discrezione che di solito si riservano alle pratiche scomode, dice qualcosa di definitivo sul valore che oggi si attribuisce all’informazione. Lo sa bene chi ha avuto il privilegio, oggi tramutatosi in dispiacere, di fare per molti anni il mestiere quando ancora era in spolvero. Non è un tramonto romantico, foriero di nuove magnifiche sorti. È una demolizione per abbandono: lenta, grigia, senza che nessuno voglia assumersene la piena consapevolezza.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Un ritratto di Gianni Agnelli (Imagoeconomica).

Da tempo il patto con il lettore è morto 

Il mestiere del giornalista ha perso peso, status e senso. E non per colpa del digitale, o dell’intelligenza artificiale. È che il patto con il lettore si è rotto. Per decenni i giornali hanno intermediato la realtà dall’alto della loro riconosciuta autorevolezza: il loro compito era raccogliere i fatti, selezionarli, dare loro una gerarchia e consegnare il tutto ogni mattina in edicola. Un servizio prezioso, in cambio del quale editori e giornalisti chiedevano fiducia, attenzione e un paio di euro a copia, meglio ancora il più fidelizzante abbonamento. Oggi quel patto non esiste più. Il pubblico giovane ha disertato le edicole, sceglie on demand. Il vecchio si estingue progressivamente per ovvi motivi generazionali. La realtà arriva direttamente, cruda, non filtrata: su TikTok, Instagram, X o Substack. Chi ha voglia di aspettare una redazione che la rielabori per i suoi lettori? E soprattutto: chi ha più voglia di pagare per questo? 

L’ascesa di Corona e il crollo dei quotidiani 

Lo mostra bene il fenomeno Fabrizio Corona, personaggio per anni trattato dalle redazioni come un pregiudicato, uno scandalo, un poco di buono da maneggiare con le pinze. Sta di fatto che oggi l’”impresentabile” ha un esercito di follower il cui aumento è direttamente proporzionale al calo dei lettori sui media tradizionali, e un numero iperbolico di visualizzazioni che hanno stravolto le classifiche. Non è un caso. È un sintomo. Corona fa quello che i giornali non sanno o non possono più fare: parlare direttamente, senza mediazioni o liturgie. Magari sbaglia, spesso esagera, ma non annoia mai. E nell’economia dell’attenzione questo, non l’informazione, è il primo requisito.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Fabrizio Corona (foto Ansa).

La fuga in tivù e la polverizzazione del mercato 

Il giornalismo tradizionale si è innamorato di sé stesso. Ha confuso la forma con la sostanza, ha prodotto oceani di carta in cui la notizia annegava nel commento e nella ricostruzione posticcia, mentre fuori il mondo correva. Così i giornalisti bravi, quelli con l’istinto e il carattere, hanno cominciato a emigrare. I più lungimiranti sul web, gli altri in televisione. Come se mostrare la faccia fosse una soluzione, una salvezza, e il teleschermo potesse restituire loro quella visibilità che la firma sul giornale non garantiva più. È una fuga comprensibile, ma è anche una resa. Il volto in video non è un’idea, è una performance. E insieme una sudditanza a un media alle cui regole ti sottometti. Confondere le due cose è esattamente il problema da cui si sta cercando di scappare.​ La scena si è nel frattempo polverizzata. Influencer, creator, podcaster, autori di newsletter, commentatori che in un thread di 10 post dicono più cose sensate di un’intera pagina di quotidiano. Non tutti, certo. Ma abbastanza da spostare l’interesse, e con esso la pubblicità, e di conseguenza la sempre più schiacciante invasività che essa esercita con soddisfazione degli editori cui non par vero di trasformare più spazi possibili in contenuti sponsorizzati.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Jeff Bezos, John Elkann, Maurizio Molinari allora direttore della Stampa nel 2017 (Imagoeconomica).

Fine di una concezione del giornalismo 

La Stampa che passa di mano racconta tutto questo. Non è la fine di un giornale: è la fine di una concezione del giornalismo come presidio, istituzione e contropotere. L’autorevolezza, il rapporto con i lettori, la capacità di orientare l’opinione pubblica si stanno ineluttabilmente dissolvendo, senza che nessuno senta il bisogno di versarci sopra più lacrime se non quelle di circostanza. Elkann, a cui preservare la tradizione di famiglia evidentemente interessa poco, si è mosso nella logica imprenditoriale di quando un asset ha smesso di rendere: lo ha venduto. Senza sentimentalismi o appelli a un passato glorioso. Un lusso che ci si può permettere quando i conti tornano, meno quando il modello di business non regge più. Anche se ciò suona come ammissione di essere stato un pessimo editore. ​Il giornalismo del futuro, ammesso lo si possa chiamare ancora così, esiste già, e ha poco a che spartire con quello del passato: è più veloce, diretto, personale. Ha bisogno di voci più che di testate, di autori più che di redazioni. Chi saprà adattarsi sopravviverà. Come in tutte le rivoluzioni, del resto. Solo che questa non la celebra nessuno. Avviene nel sostanziale disinteresse dell’opinione pubblica, tra una svendita e l’altra, tra il vecchio mondo che passa e il nuovo in piena caotica trasformazione.​ 

Mps e la parabola di Lovaglio: quando fare i compiti non basta

C’è una vecchia regola non scritta della finanza che recita più o meno così: non importa quanto bene tu faccia il tuo lavoro. Importa per chi lo fai, e soprattutto quando smetti di essere utile. Immaginiamo che Luigi Lovaglio questa regola la conoscesse. Eppure si è fatto fregare lo stesso. Infatti, dopo giorni di tiramolla (c’è, non c’è) il suo nome non compare nella lista dei candidati al prossimo cda del Montepaschi.

L’arrivo a Siena e la resurrezione di Babbo Monte

Quando arrivò a Siena, nel febbraio del 2022, Lovaglio trovò una banca che era diventata il simbolo nazionale del disastro. Anni di gestioni allegre, derivati tossici, acquisizioni scellerate, ricapitalizzazioni su ricapitalizzazioni, lo Stato azionista per necessità e non per scelta. Mps come metafora vivente di tutto ciò che non funzionava nel capitalismo dove le relazioni contano più del mercato. Il 71enne banchiere lucano rimise in piedi la baracca con metodo quasi prussiano: tagli, dismissioni, ritorno alla redditività, uscita progressiva del Mef dal capitale. Una storia di resurrezione che forse, ex post, avrebbe meritato miglior sorte.

Mps e la parabola di Lovaglio: quando fare i compiti non basta
Rocca Salimbeni (Imagoeconomica).

Stanco di essere strumento, Lovaglio ha puntato a diventare protagonista

Invece è andata diversamente. A un certo punto i soci fortiCaltagironeMilleri, e dietro il governo con la sua benedizione silenziosa – hanno deciso che il Monte risanato poteva tornare utile come testa d’ariete per realizzare il grande disegno mai riuscito prima: prendere le Generali passando per Mediobanca che da sempre ne custodisce le chiavi. Lovaglio eseguì con competenza e determinazione, bisogna riconoscerglielo. L‘offerta pubblica di scambio su Piazzetta Cuccia andò in porto come neanche la più rosea delle aspettative avrebbe immaginato.

Mps e la parabola di Lovaglio: quando fare i compiti non basta
Francesco Gaetano Caltagirone (Ansa).

Il guaio è che a quel punto l’ad di Rocca Salimbeni, stanco di essere uno strumento, ha voluto diventare protagonista. L’idea, rivelatasi per lui letale, era incorporare Mediobanca dentro il Monte. Farla sparire dalla mappa della finanza italiana. Non era più un’acquisizione, ma un progetto egemonico. Troppo per i suoi referenti che gli avevano affidato un mandato preciso, contrario al suo piano. Recita un vecchio assunto che regola i rapporti tra padroni e dipendenti: chi esegue bene viene premiato, chi inizia a ragionare in proprio viene fermato. 

Mps e la parabola di Lovaglio: quando fare i compiti non basta
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il tempismo della Procura di Milano

In questo, indirettamente, una mano è arrivata dalla Procura di Milano, con l’accusa a Lovaglio di concorso esterno nel concerto tra azionisti prodromico alla scalata di Piazzetta Cuccia. La fattispecie è nuova, quasi sperimentale. Ma, come abbiamo scritto in un precedente articolo, nell’economia dei rapporti di potere la notizia non è l’indagine in sé ma il fatto che sia arrivata nel momento giusto per chi aveva bisogno di un pretesto. E poi c’è il dettaglio che trasforma questa storia in qualcosa di più malinconico della semplice sconfitta. Nelle chat intercettate, Lovaglio era tutto complimenti con Francesco Gaetano Caltagirone, quasi una corrispondenza di amorosi sensi verso il socio che mentre lo lisciava gli stava già scavando la fossa. La morale della storia? Sempre e solo nell’articolo quinto: alla fine, chi mette i soldi ha vinto. 

Missili sugli Emirati, panico a cinque stelle: la fine dell’illusione Dubai

La cantante Big Mama, che la guerra come tanti connazionali ha fermato a Dubai mentre rientrava dalle Maldive, ha lanciato un accorato appello perché qualcuno andasse a riprenderla. «Sento i missili passare sopra la mia testa», ha comunicato visibilmente scossa dall’albergo dove era bloccata. Più istituzionale la reazione di Guido Crosetto, anche lui a Dubai per ragioni personali, impegnato a capire come venirne fuori mentre, con un certo imbarazzo, indossava i panni del ministro della Difesa colto di sorpresa dagli eventi. Ma torniamo a Big Mama e al suo video, un frammento quasi didattico di ciò che accade quando la realtà irrompe in una comfort zone che fino a un minuto prima sembrava blindata. 

Il mito di una enclave dorata estranea agli orrori del mondo

Dubai, lembo di terra dove la concentrazione di signori del denaro non ha eguali, deve la sua fama a una promessa implicita, non scritta ma sottintesa in ogni transazione. Basta pagare, e non solo il denaro sarà al sicuro dall’occhio indagatore del fisco, ma nessuno degli orrori del mondo toccherà le vite dei contraenti. Peccato che, notoriamente, i razzi prima di colpire il bersaglio non leggano i contratti. Così quando le sirene hanno iniziato a risuonare sugli Emirati e un rumore che non era quello di un jet privato in atterraggio ha attraversato il cielo disturbando l’aperitivo, l’enclave dorata, dapprima incredula, è piombata nel panico. Videomessaggi allarmati, richieste d’aiuto spedite a chiunque potesse teoricamente «fare qualcosa», spaesamento da sfollati di lusso. «Siamo qui nella hall dell’hotel, non possiamo uscire. Sembriamo dei profughi a 5 stelle», commenta addentando una pizzetta la protagonista di uno dei tanti post circolati sui social. 

Il denaro non può garantire l’esenzione dagli imprevisti

La stessa energia impiegata pochi giorni prima magari per negoziare uno sconto sull’acquisto di un lussuoso appartamento si è riversata nella ricerca di un posto su qualunque volo diretto altrove. Il paradiso si era improvvisamente trasformato in un inferno. È successo dopo che Teheran ha preso di mira i suoi vicini, colpevoli di complicità col nemico, compresa appunto Dubai, ovvero il più sofisticato esperimento di secessione dalla geografia che si possa immaginare. Più che un Paese un simbolo, la prova che col denaro si può acquistare l’esenzione da imprevisti e spiacevoli conseguenze della vita. Via tasse, burocrazia, inverni piovosi, rischi di attentati. Per anni ha funzionato, e la cosa ha attratto una multinazionale di espatriati volontari, tutti convinti che gli Emirati fossero un luogo esotico immune alle bombe che piovevano intorno. 

Missili sugli Emirati, panico a cinque stelle: la fine dell’illusione Dubai
Una esplosione in centro a Dubai (Ansa).

La guerra è passata dalla teoria alla pratica

Un paradosso clamoroso, ma sempre ignorato con strafottente convinzione. Non importa se si era a due passi da scenari che negli ultimi decenni hanno macinato conflitti con regolarità industriale. Il dettaglio era ininfluente, un’ipotesi della irrealtà. Anche perché i super ricchi, categoria vaga ma riconoscibile, hanno sviluppato nei confronti della guerra una relazione del tutto teorica. La seguono sui giornali e in tivù, la finanziano indirettamente attraverso le tasse che pagano (o non pagano), ma il loro coinvolgimento si limita al commento sui social o al ristorante. La guerra come esperienza reale e tragica fino a ieri era rimasta appannaggio di altri, chi -gazawi, curdi, yemeniti, libanesi e via dicendo – non aveva né i mezzi né la fortuna per spostarsi altrove. 

Missili sugli Emirati, panico a cinque stelle: la fine dell’illusione Dubai
Esplosione nella zona di Palm Jumeirah a Dubai (Ansa).

I paradisi fiscali schermano i capitali, non la realtà

Ma quando il rumore di missili e droni rompe l’aria climatizzata, e il rifugio fiscale deve cedere il passo a quello antiaereo, la scoperta è tanto semplice quanto destabilizzante: la ricchezza, al contrario di quanto prometta, non è una polizza sull’incolumità. I paradisi fiscali schermano i capitali, non la realtà. I soldi e un cambio di latitudine possono alleggerire il carico fiscale, non sospendere l’incedere irruento e convulso degli accadimenti. Dovrebbe tenerlo presente chi acquista un attico a Dubai convinto di aver blindato per sempre la propria sicurezza. La storia spesso non manda avvisi preventivi: si presenta all’improvviso, e il conto lo recapita con la stessa implacabile puntualità con cui da quelle parti non arriva quello del fisco. 

Inchiesta Mps-Mediobanca: i tempi della Procura e quelli della Finanza

C’è un’immagine che rende bene la situazione. Nel melodramma italiano, quello vero, non quello inscenato nell’ultima scalata al tempio milanese della finanza, secondo i magistrati il suggeritore sta nella buca, invisibile al pubblico, pronto a sussurrare le battute ai cantanti sul palcoscenico. Se si traslasse all’opera lirica, nell’assalto a Mediobanca e quindi alle Generali da parte di MpsFrancesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri sarebbero i tenori sul palcoscenico, novelli Radames cui peraltro augurare miglior sorte. Mentre Luigi Lovaglio, l’ad del Monte, reciterebbe la parte del suggeritore in buca: voce determinante, presenza negata. Ammesso, ma non lo crediamo proprio, che i cantanti immemori della parte avessero bisogno di suggerimenti. Quello evocato è il concetto giuridico che ha consentito alla Procura di Milano di mettere anche Lovaglio nel mirino della sua inchiesta: il concorso esterno in ipotesi di concerto. Locuzione che i penalisti peraltro conoscono bene. 

Inchiesta Mps-Mediobanca: i tempi della Procura e quelli della Finanza
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

La Procura e le tempistiche sospette dell’inchiesta

Ma la vera storia, qui, non è tanto il reato ipotizzato. È la tempistica. La Procura sapeva, o sospettava con sufficiente fondamento da aprire a suo tempo un fascicolo, dell’esistenza di questa presunta orchestrazione tra i protagonisti del blitz su Mediobanca ben prima che l’offerta venisse lanciata. Poi però è calato il silenzio. L’operazione è andata avanti indisturbata, Piazzetta Cuccia ha cambiato padroni e vertici, e solo quando i buoi erano abbondantemente fuggiti qualcuno si è ricordato che forse era tempo di chiudere il recinto. Non comunicando peraltro le conclusioni dell’inchiesta, si badi bene, ma la sola certezza dell’ipotesi di reato. Una differenza non da poco.

Inchiesta Mps-Mediobanca: i tempi della Procura e quelli della Finanza
Il procuratore Marcello Viola (Imagoeconomica).

A chi ha fatto comodo questa geometria temporale?

Ora, c’è da chiedersi a chi, anche involontariamente, ha fatto comodo questa geometria temporale. In prima battuta agli assalitori, messi sotto il faro della procura per la vendita da parte del Mef di un cospicuo pacchetto di azioni Mps ai nemici della Mediobanca gestione Nagel. I quali hanno così potuto concludere il lavoro senza che nessuna bomba mediatico-giudiziaria saltasse sotto i loro piedi. In seconda battuta, ovvero quella svelatasi giovedì con l’audizione di Viola e del sostituto Pellicano in Senato, ai detrattori dell’incorporazione. In testa Caltagirone, azionista pesante del Monte che non ha nessuna intenzione di vedere Mediobanca fuori dalla Borsa fagocitata in toto da Siena, e che con questa inchiesta ha un argomento in più per scongiurare l’evento. 

Inchiesta Mps-Mediobanca: i tempi della Procura e quelli della Finanza
Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio (Ansa).

In gioco c’è la testa di Lovaglio alla guida del Monte

Il problema è che su di essa si sta giocando anche la testa di Lovaglio. L’amministratore delegato del Monte, passato in un baleno per l’editore del Messaggero da vittorioso condottiero a reietto, presenta venerdì mattina il nuovo piano industriale in una situazione da manuale della complessità: azionisti in guerra tra loro, governo che (finora, ma ci sono i dispositivi da decrittare) non compare nell’inchiesta milanese ma non per questo è spettatore sereno, e una lista di aspiranti consiglieri costruita con nomi talmente pesanti da essere chiaramente identificati come possibili successori di Lovaglio. Dove ci sono profili che non stanno lì per caso, ma sono opzioni aperte, segnali in codice per chi deve capire o ha già capito. Nel frattempo la magistratura avvisa: l’inchiesta sarà lunga, c’è ancora molto da indagare, si lavora sui dispositivi, prefigurando nell’immaginario di fantasmagoriche paginate di intercettazioni, una sorta di Epstein files della finanza che trasformerebbero un caso giudiziario in un romanzo d’appendice. 

Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori

C’è un momento esatto in cui capisci di aver perso. Non quando, dopo un rosario di buoni propositi, cedi e accendi la tivù. Ma quando, mezz’ora dopo aver deciso di non farlo, guardi il telefono e Sanremo è già lì: nei tweet, nelle storie, nei titoli, nelle analisi di chi magari sa poco nulla di musica ma conosce alla perfezione l’algoritmo.

Il Festival non ha più bisogno del televisore per colonizzarti

Per evitarlo dovresti spegnere tutto. Smartphone compreso. Un gesto estremo, quasi antisociale: rischio di sindrome da abbandono, vertigine da isolamento, sospetto di essere sparito dal consesso umano. Così, che lo si guardi oppure no, il Festival ineluttabilmente lo si subisce. Questa è la sua vera mutazione antropologica: non ha più bisogno del televisore per colonizzarti. Gli basta un inciampo, una gaffe, un abito azzardato, una lacrima calibrata male, un microfono ammutolito, la stecca di un cantante, e la macchina distributiva entra in funzione.

Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
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Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori

Sanremo è diventato un flusso che si consuma ovunque

Quest’anno la prima serata ha registrato un calo di ascolti. Una volta sarebbe stato un segnale. Oggi è un dettaglio statistico. Lo share misura chi guarda la televisione, non chi consuma Sanremo. E Sanremo ormai si consuma ovunque: nei giornali che lo anticipano e lo commentano, nei podcast che lo smontano, nei talk che lo riciclano. Vive di frammenti, clip, citazioni, polemiche. Non è più un programma, è un flusso.

Quello che una volta era solo spettacolo è diventato un organismo dotato di metabolismo autonomo. Assorbe qualsiasi cosa, critica compresa, e la restituisce sotto forma di contenuto digeribile. Anzi: la critica è il suo concime preferito. Ogni articolo che ne denuncia la sgradevolezza o l’eccesso contribuisce ad accrescerne la centralità. Il Festival prospera nell’indignazione come nel consenso.

Cassa armonica permanente: la notizia è l’eco che viene prodotto fuori

Durante la settimana sanremese la gerarchia dei media si rovescia con docile devozione. I programmi diventano ancelle, i quotidiani glossatori, i siti internet stenografi del rumore digitale. Non raccontano l’evento, lo amplificano. La notizia non è ciò che accade sul palco, ma l’eco che produce fuori. È una cassa armonica permanente.

La contaminazione, da cifra stilistica, è diventata processo industriale. Non più gara canora ma contenitore emotivo, seduta collettiva di autoanalisi generazionale. La canzone è il pretesto necessario, non il centro. Si discute del messaggio, del sottotesto, dell’ospite simbolico, della battuta riuscita o fallita, di Andrea Pucci che magari a sorpresa potrebbe tornare sui suoi passi così da rendere il clima meno soporifero.

Negli anni lo spettacolo è diventato un esame di cittadinanza culturale

La musica resta sullo sfondo, come un dettaglio tecnico, spesso figlia di un destino segnato dalla sua banalità o bruttezza dove cuore, anche nelle sue declinazioni più tragiche o stralunate, fa sempre rima con amore. Negli anni Sanremo è diventato un esame di cittadinanza culturale. Puoi dichiararti immune, puoi ironizzare, puoi perfino disertare. Ma prima o poi ne parli. E nel momento stesso in cui accade – come sto facendo io adesso – lui certifica la sua vittoria. Non è un festival. È una repubblica. E noi siamo suoi elettori permanenti, anche quando disertiamo le urne o votiamo scheda bianca.

Mps, la battaglia della lista e il ritorno di vecchi fantasmi

C’è una lista sola, ma a scorrere i nomi sembrano due, a dimostrazione che la casa è in subbuglio. Dentro, per dirla in soldoni, c’è chi ambisce a che tutto resti com’è: Nicola Maione presidente, Luigi Lovaglio amministratore delegato, ovvero la continuità dei vertici di Mps, di coloro che hanno vinto la battaglia di Mediobanca e ora vogliono godersi gli allori. Ma ci sono anche i potenziali sostituti, nomi pesanti: Corrado Passera, Fabrizio Palermo, Carlo Vivaldi. Quest’ultimo, dettaglio non trascurabile, è stato il capo di Lovaglio in UniCredit. Chiaro il messaggio. Mettere il tuo ex superiore nella lista che potrebbe defenestrarti è un mirabile esercizio di sottile perfidia la cui regia, inutile girarci intorno, è di Francesco Gaetano Caltagirone, di gran lunga il più scatenato tra i tre azionisti forti del Monte.

Mps, la battaglia della lista e il ritorno di vecchi fantasmi
Francesco Gaetano Caltagirone e Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Per Caltagirone la fusione non s’ha da fare, per Lovaglio è un’ossessione

Il Mef, ovvero il governo, dopo essere stato sfiorato dall’inchiesta della Procura di Milano sulla vendita di azioni Mps (pacchetto finito nelle mani di Caltagirone, Delfin e Anima in circostanze che ai pm milanesi hanno fatto drizzare le antenne), e dopo che un suo dirigente nonché consigliere a Siena si è dimesso con l’accusa di insider trading, ha optato per il basso profilo, postura più consona alla situazione. Delfin, ovvero la cassaforte degli eredi di Leonardo Del Vecchio, è alle prese con beghe ereditarie assai più urgenti da sbrogliare che non infervorarsi in una sanguinosa contesa. Resta lui, il signore dei mattoni capitolini, che sulla questione chiave, ovvero la totale incorporazione di Mediobanca da parte di Mps, ha le idee chiarissime: assolutamente no, neanche a parlarne. Mentre Lovaglio quella fusione la insegue come un’ossessione, convinto che sia il coronamento della sua stagione a Rocca Salimbeni, e che ridurre Piazzetta Cuccia a succursale togliendola dal mercato lo protegga, visto il calibro degli interlocutori milanesi, da future sorprese. 

Mps, la battaglia della lista e il ritorno di vecchi fantasmi
Piazzetta Cuccia, sede di Mediobanca (foto Imagoeconomica).

Pr in trincea: Comin & Partners contro Image Building

La scadenza è il 5 marzo, data entro cui la lista ufficiale va depositata. Dopodiché, sarà l’assemblea a decidere. Nel mezzo, una guerra che non si combatte solo nelle stanze ovattate dei palazzi finanziari ma anche, e forse soprattutto, sulle colonne dei giornali, dove una frase o un aggettivo in più o in meno possono valere quanto una delibera. Le pubbliche relazioni sono sempre state un’arma tattica di prim’ordine. E infatti al fronte le trincee sono già presidiate manu militari. Con Mps c’è Image Building, che arriva ringalluzzita dai recenti successi: nel suo palmares la società di pierre vanta tre presidenti di Confindustria sugli ultimi quattro, e ha appena accompagnato Chiara Ferragni fuori dal pantano del pandoro-gate con un’assoluzione che ha avuto la sua bella copertura mediatica. Con Caltagirone c’è Comin & Partners che, ironia della sorte, è la stessa che fino a poco tempo fa lavorava a fianco di Mediobanca, cioè in difesa di colei che il costruttore voleva annientare. Cambiare casacca è un’operazione scevra da sentimentalismi, una medaglia da appuntarsi al petto perché vuol dire che l’avversario riconosce la bontà del tuo combattere. 

Mps, la battaglia della lista e il ritorno di vecchi fantasmi
Francesco Gaetano Caltagirone (Imagoeconomica).

Il ritorno di Passera nella lista di Mps

L’editore del Messaggero, del resto, si è ispirato a un metodo collaudato, quello berlusconiano: se il tuo avversario è bravo, portalo dalla tua parte. Il Cav ci provò con Passera, che nella trattativa sulla Mondadori rappresentava Carlo De Benedetti. Non ci riuscì, anche perché “comprarsi” una manager si rivelò un filino più complicato che convincere Mike Bongiorno e Pippo Baudo a disertare la Rai per approdare a Mediaset. Oggi, e la cosa ha sorpreso non poco, proprio Passera ricompare nella lista del Monte. Dopo la sfortunata avventura con Illimity, banca digitale che nelle ambizioni del fondatore doveva rivoluzionare il credito alle imprese e che invece ha avuto una parabola ben più modesta delle aspettative, eccolo di nuovo sulla scena, alle prese con un istituto che con la modernità ha sempre avuto un rapporto complicato. Nel gran bazar del potere i nomi hanno la natura dei fiumi carsici: spariscono, sembrano dimenticati, poi riemergono là dove meno te lo aspetti intrecciandosi con altri nomi, portato di differenti stagioni e battaglie. 

Mps, la battaglia della lista e il ritorno di vecchi fantasmi
Corrado Passera (Imagoeconomica).

I fantasmi che agitano Rocca Salimbeni

Caltagirone e Lovaglio, nel frattempo, si detestano sempre di più. Non è una supposizione giornalistica: è la sintesi di un rapporto che era cominciato all’insegna dell’idillio e si è trasformato, con la velocità tipica delle relazioni tra potenti, in qualcosa che rasenta il rancore. In finanza, come in politica, l’amore dura fino al primo conflitto d’interessi. Poi restano i comunicati, le indiscrezioni, i pizzini e le liste con i nomi in codice. Il Monte dei Paschi, l’istituto di credito più antico del mondo per definizione statutaria e  vocazione alla catastrofe ciclica, aspetta di capire la sua sorte. E anche se ha visto di peggio, ora teme il ripetersi di un passato turbolento e drammatico, preso tra l’aspirazione a tornare a essere una banca come le altre o restare, ancora una volta, lo specchio fedele delle sue eterne geometrie variabili, dove le amicizie si trasformano in ostilità, i nemici in alleati, i trionfi apparenti in sconfitte certe. Tutto incorniciato in una governance, contaminazione e spesso maldestra sintesi di pubblico e privato, che assomiglia a una trama già vista e mai davvero conclusa. 

Mediobanca, fusione con Mps e delisting: perché è un matrimonio pieno di mugugni

Ci sono fusioni che sembrano matrimoni dinastici e altre dove invece i parenti della sposa mugugnano sottotraccia perché lo standing dello sposo delude le loro aspettative. Quella tra Monte dei Paschi di Siena e Mediobanca appartiene alla seconda categoria. Il consiglio di amministrazione di Rocca Salimbeni ha deliberato all’unanimità la fusione e dunque il delisting di Piazzetta Cuccia. Fine di un’epoca: Mediobanca esce dalla Borsa dove stava ininterrottamente dal 1956, quando il termine salotto denotava senza incertezza semantica la crème dei capitalisti senza capitali (copyright Enrico Cuccia) e non un talk show televisivo. Segno dei tempi, dirà qualcuno, inutili sentimentalismi. Però non si può non avere un piccolo sussulto nel dare l’addio a una società protagonista, nel bene e nel male, di tre quarti di secolo della finanza italiana.

Mediobanca, fusione con Mps e delisting: perché è un matrimonio pieno di mugugni
Rocca Salimbeni, sede di Monte dei Paschi di Siena (Imagoeconomica).

La linea di Lovaglio ha prevalso su quella di Caltagirone

Alla fine la linea di Luigi Lovaglio, 70enne coriaceo banchiere temprato nelle filiali oltrecortina di Unicredit e provvisto di spigoloso carattere, ha prevalso su quella di Francesco Gaetano Caltagirone. Il primo deciso a chiudere il cerchio, anche a costo di sborsare i due e passa miliardi necessari per accompagnare Mediobanca fuori dal listino. Il secondo incline a lasciarla quotata, ufficialmente per preservarne un briciolo di autonomia, in realtà per evitare che il Monte si alleggerisse di una cifra che, in tempi di tassi ballerini e vigilanti sospettosi, non è esattamente una mancia.

Mediobanca, fusione con Mps e delisting: perché è un matrimonio pieno di mugugni
Luigi Lovaglio, ad di Mps (Imagoeconomica).

Ha vinto invece la logica dell’incorporazione totale: niente doppie anime, niente ambiguità, una sola catena di comando. È così che Piazzetta Cuccia scompare dal tabellone di Piazza Affari come una vecchia insegna smontata nella notte.

Mediobanca, fusione con Mps e delisting: perché è un matrimonio pieno di mugugni
Francesco Gaetano Caltagirone (foto Imagoeconomica).

Melzi d’Eril dovrà spiegare ai mercati che non si tratta di retrocessione

Dopo l’amorevole scambio di complimenti al termine dell’operazione che ha portato alla conquista di Milano, tra Lovaglio e Caltagirone era sceso il gelo. In finanza bisognerebbe diffidare dei convenevoli, spesso forieri di futuri contenziosi: finché serve si brinda, quando non serve più ci si guarda in cagnesco. L’Ingegnere non è entusiasta, eufemismo, e nemmeno i vertici di Mediobanca. L’amministratore delegato Alessandro Melzi d’Eril, che di Piazzetta Cuccia è un neofita, dovrà ora spiegare ai suoi uomini e ai mercati che non di retrocessione si tratta, ma di «integrazione strategica».

Mediobanca, fusione con Mps e delisting: perché è un matrimonio pieno di mugugni
Alessandro Melzi d’Eril (foto Imagoeconomica).

Il presidente Vittorio Grilli, che ha lasciato JP Morgan, ossia la più grande banca al mondo, avrà contezza del fatto che guidare Mediobanca come filiale d’investimento del Monte non è esattamente la stessa cosa di prima? Lo stipendio sicuramente non soffre, ma il blasone sì.

Mediobanca, fusione con Mps e delisting: perché è un matrimonio pieno di mugugni
Vittorio Grilli (Imagoeconomica).

Il delisting riporta Mediobanca dentro una logica più verticale

La questione però non è sentimentale, ma sistemica. Mediobanca è stata per decenni il luogo dove il capitalismo italico si parlava allo specchio: partecipazioni incrociate, patti di sindacato, moral suasion più o meno esplicite. Delistarla significa sottrarla al giudizio quotidiano del mercato e riportarla dentro una logica più verticale, più bancaria e meno da boutique e scrigno prezioso che custodisce il controllo delle Assicurazioni Generali.

Mediobanca, fusione con Mps e delisting: perché è un matrimonio pieno di mugugni
Il logo di Generali (Imagoeconomica).

L’ennesima riscrittura di una storia che non manca mai di far discutere

Montepaschi, la banca più antica del mondo, sopravvissuta a granduchi, guerre, acquisizioni sciagurate e aumenti di capitale, oggi ingloba l’istituzione che ha dettato a una generazione di capitalisti e financo di politici le regole del gioco. È una nemesi o semplicemente il portato di un’evoluzione naturale di fronte a contesti che sono cambiati? Per ora è una scelta su cui servirà tempo per saggiare le conseguenze. Ma che per intanto comporta il voltare pagina e insieme l’ennesima riscrittura di una storia, quella di Mediobanca, che non manca mai di far discutere.

Sulla vendita di Repubblica ci siamo. Forse

Ci siamo, anche se il forse è d’obbligo finché una firma non lo trasformi in certezza. E finché non si trova un accordo definitivo sul prezzo (alla finestra c’è sempre Leonardo Maria Del Vecchio in agguato), che non è un nodo di poco conto ma che i due attori della trattativa sembrano determinati a sciogliere per non tirarla alle Calende, greche come l’acquirente designato Theodore Kyriakou, patron del gruppo Antenna, di cui Tony Blair è appena diventato senior advisor. Ma sulla cessione di tutta Gedi, compresa La Stampa, che però è oggetto di una trattativa in esclusiva fino ad aprile con la Sae di Alberto Leonardis, si intravede il traguardo di primavera.

Sulla vendita di Repubblica ci siamo. Forse
Il ceo di Exor John Elkann (foto Ansa).

Alla fine dovremmo dunque avere un armatore ed editore televisivo straniero che entra nella carta stampata di un altro Paese, immune ai sovranismi e ai golden power che il suo governo ipersensibile al tema ha già detto di non voler esercitare. Il pre-accordo arriverà a breve, il closing è una formalità: la casa editrice è interamente controllata dalla Exor di John Elkann, e Elkann ha deciso da tempo di voler fuggire mille miglia lontano da ciò che ha sentore di editoria.

Resta il nodo di una zavorra: Stardust

Il perimetro dell’operazione comprende le radio, la Repubblica, Huffington Post, i pochi periodici rimasti, Limes in testa, e la concessionaria pubblicitaria Manzoni. Sulla carta, un pezzo ancora significativo dell’ecosistema informativo italiano. La trattativa ha accumulato settimane di due diligence così minuziose che, al confronto, La Recherche di Marcel Proust sembra un romanzo breve. Si parla di 160 mila pagine, cifra che cresce nel passaggio da un testimone all’altro, come nella migliore tradizione del racconto orale. Perché il nodo non era la valutazione dei giornali, settore dove i multipli ormai sono retaggio del passato, ma la zavorra che Gedi si porta dietro. Una zavorra con un nome preciso: Stardust.

Sulla vendita di Repubblica ci siamo. Forse
Il logo di Gedi e quello di Stardust.

Acquisita nel pieno dell’euforia per la creator economy e l’influencer marketing, Stardust era stata presentata come la porta d’accesso al futuro: contenuti nativi per social, community verticali, brand integration, engagement. Tutto in inglese, tutto promettente e destinato a lauti dividendi. Il prezzo d’acquisto si aggirava attorno ai 30/40 milioni, con valutazioni fondate su crescite a doppia cifra e prospettive da Silicon Valley in salsa meneghina.

Margini compressi, costi più alti del previsto: un buco nero

Poi però quando, come dice il guru dell’immobiliare Roberto Carlino, si è trattato di passare dai sogni alla solida realtà, si è scoperto il disastro. Margini compressi, costi più alti del previsto, una dipendenza strutturale dalle piattaforme che decidono algoritmi e visibilità come un sovrano assoluto. Risultato: rettifiche, svalutazioni, impairment che tra scritture contabili e aggiustamenti di goodwill hanno pesato per decine di milioni sui conti consolidati. Un buco nero, appunto.

Kyriakou sta costruendo per Dazn una newsroom con 25 giornalisti

Ed è su questo buco, da cui man mano che si procedeva nell’analisi dei conti uscivano sgradite sorprese, che la trattativa si è incagliata per settimane. Kyriakou, uomo di televisione e sport – sta costruendo per Dazn una newsroom con 25 giornalisti, si suppone pescati tra gli esuberi di Gedi – sa che i contenuti contano. Ma sa anche che i bilanci contano di più. Ed è per questo che sta tirando sul prezzo.

Sulla vendita di Repubblica ci siamo. Forse
Dazn (Ansa).

Quanto pesa oggi un errore strategico compiuto ieri? E chi lo paga?

La discussione non è stata su Repubblica, brand ancora forte nel suo ineluttabile declino strutturale, né su Manzoni, asset strategico in un mercato pubblicitario sempre più concentrato. Il braccio di ferro è stato sulla quantificazione del passato: quanto pesa oggi un errore strategico compiuto ieri? E chi lo paga? Lo paga Kyriakou, ma con un cospicuo sconto sull’ammontare complessivo dell’operazione, sulla quale si erano sentite le cifre più disparate, anche 140 milioni, nell’ottica del venditore che vuole far pesare l’indubbio valore della parte radiofonica.

Il problema non è trovare un nuovo padrone, ma un modello di business

La domanda che ora tutti si fanno è se Kyriakou saprà gestire Repubblica, quotidiano preda di una crisi conclamata di copie e lettori. Ma la vera domanda è se l’editoria italiana abbia finalmente capito che il problema non è trovare un nuovo padrone, ma un nuovo modello di business. Senza il quale, finché si resta sospesi tra nostalgia della carta e dipendenza dagli algoritmi, ogni cessione verrà presentata come una rinascita. E vissuta come una resa.

Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia

C’è qualcosa di grottesco nella scena che si ripete, con puntualità liturgica, sulle colonne del Corriere della sera: Marina Berlusconi, tono da azionista di maggioranza che misura le parole, ricorda ad Antonio Tajani che dentro Forza Italia il tempo scorre e il rinnovamento non è più eludibile. E il finto mite segretario, con aplomb democristiano riverniciato d’azzurro, replica che il rinnovamento è già in corso. Tradotto in metafora immobiliare: la proprietaria manda continui avvisi di sfratto all’inquilino, lui risponde che i lavori di ristrutturazione dell’appartamento stanno procedendo. E intanto non si schioda. Anzi, vi si accomoda sempre meglio.

Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
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Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia

Forza Italia è un sistema di equilibri che resiste alla volontà del proprietario

A questo punto Marina, se non vuole che i suoi inviti finiscano sommersi da ironici sorrisetti, dovrebbe cambiare approccio. Partendo dalla consapevolezza che Forza Italia non è un attico in centro né il cda di una delle sue aziende. È un partito. E come tale, anche quando sopravvive come proiezione carismatica del fondatore, non è un asset patrimoniale ma un organismo fatto di correnti, sottocorrenti, capibastone, tessere, pacchetti di voti, feudi territoriali. Un sistema di equilibri che resiste alla volontà del proprietario.

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Tajani si difende con la carta dei congressi, tanto odiata da Silvio

Il paradosso è che Tajani si difende invocando democrazia interna e congressi. Cioè prerogative a cui Silvio Berlusconi, che si considerava monarca assoluto, era allergico. Per il Cav la parola congresso era un concetto filosofico. Si faceva quando serviva, ossia quando decideva che servisse. Cioè mai. Forza Italia era lui, il congresso pure. Il sornione Tajani invece si trincera dietro la liturgia democratica: assise regionali, confronto interno, pluralismo. Una prassi che ai vecchi tempi sarebbe apparsa, se non sovversiva, irriguardosa nei confronti del padre fondatore.

Puoi possedere il marchio, ma non comandi così da Milano…

Forse nelle varie peregrinazioni dei maggiorenti azzurri a casa di Marina, qualcuno dovrebbe spiegare alla presidente di Fininvest che la creatura politica di famiglia ha sviluppato un proprio sistema immunitario. Puoi possederne il marchio, le fideiussioni, custodirne la memoria, rivendicarne l’eredità simbolica. Ma non comandi da Milano il vertice di una piramide fatta di gruppi parlamentari, delegati, coordinatori regionali, notabili con pacchetti di preferenze e variegati interessi da rappresentare.

Occhiuto si è ritirato per evitare una sconfitta plateale

Ecco perché il rinnovamento langue. E gridare al lupo che non arriva mai rischia di diventare un siparietto stucchevole. Infatti il lupo indicato dalla famiglia come volto nuovo, Roberto Occhiuto, ha fatto un passo indietro tornandosene nel bosco. Ufficialmente per evitare lacerazioni. In realtà perché la designazione rischiava di trasformarsi in una sconfitta plateale.

Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Antonio Tajani e Roberto Occhiuto durante un evento del 2021 (Imagoeconomica).

Tajani e Barelli giocano in proprio anche sulle nomine nelle partecipate

E mentre dal Nord arrivano risentiti mugugni – linea troppo romana, laconicamente ministeriale, poco identitaria – il partito resta saldamente a conduzione capitolina. I congressi regionali si celebrano, le mozioni si votano, ma il baricentro non si sposta. Roma decide, il territorio ratifica, il rinnovamento resta un titolo buono per un’intervista. Tajani e Paolo Barelli, Stanlio e Ollio come li chiamano i detrattori, giocano in proprio anche al tavolo delle nomine nelle partecipate.

Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Paolo Barelli e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Marina probabilmente pensa che un partito personale possa restare tale anche dopo la scomparsa del fondatore. Ma quando il carisma del capo svanisce, a comandare sono le procedure. Lente, opache, spesso irritanti, una burocrazia efficacissima nel difendere chi è già seduto al tavolo e respingere chi ambisce a prendervi posto. Risultato? La primogenita del Cav invia segnali, Tajani risponde con rassicurazioni, Occhiuto attende tempi migliori, mentre Forza Italia continua la sua navigazione controllata. Non è una marcia trionfale ma, complici gli sbandamenti della Lega e qualche scivolone dei Fratelli, una postura che solo un intervento più deciso della primogenita del Cav potrebbe ravvivare. Sempre che, al di là del consunto refrain sul nuovo che non avanza, lo voglia far avanzare davvero.

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit

C’è un’ipotesi di reato, non un reato acclarato. Dettaglio tecnico che però non cambia la sostanza: Stefano Di Stefano, alto dirigente del Mef e consigliere Montepaschi, avrebbe comprato azioni della banca senese e di Mediobanca alla vigilia dell’Ops, intascando 8.700 euro per sé e 1.300 per suo figlio. Insider trading d’antan, versione low cost. Insomma, poraccitudine. Se proprio devi sporcarti le mani, almeno fallo per cifre che valgano la pena (si scherza, naturalmente). Oltreoceano, sul possesso di informazioni riservate, c’è chi accumula fortune colossali. Qui ci si accontenta di briciole che ti mandano comunque a processo, compromettendoti carriera e reputazione. 

LEGGI ANCHE: Mps-Mediobanca, cosa non torna del delisting di Piazzetta Cuccia

La marcia trionfale di Mps sta segnando il passo

Ma il punto non è il reato. È il simbolo. Perché la marcia trionfale dell’estate scorsa con Montepaschi a far da ariete, Mediobanca come porta d’accesso e Generali come premio finale, sta segnando vistosamente il passo. Il copione era scritto: relazioni, patti sottobanco, convergenze più di potere che industriali. Solo che adesso i protagonisti sono fermi al Piave. Tutti indagati, tutti che giurano di non aver concertato nulla, e che soprattutto hanno cominciato a litigare tra di loro sotto la spada di Damocle della Procura. 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
Piazzetta Cuccia (Imagoeconomica).

L’affaire Di Stefano è un boomerang per il Mef

Partiamo dal convitato di pietra: il ministero dell’Economia. L’affaire Di Stefano gli si ritorce contro come un boomerang. Doveva fare l’arbitro di un consolidamento rispettoso delle regole, invece si è tolto giacca e cravatta ed è sceso in campo. Il problema prima che giudiziario è di credibilità. Il Mef doveva garantire il mercato, non giocare per una squadra. 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
Giancarlo Giorgetti (Ansa).

Caltagirone e Lovaglio dall’idillio al gelo

Nel frattempo Francesco Gaetano Caltagirone e Luigi Lovaglio, ad di Mps, sono passati dall’armonia alla glaciazione in tempo record. Dall’idillio all’indomani del successo dell’Ops su Mediobanca allo scontro frontale sui suoi destini. Le grandi intese durano finché non si capisce chi comanda davvero. E probabilmente il pugnace Lovaglio ha realizzato che lasciare Piazzetta Cuccia come repubblica indipendente dentro il Monte significava consegnarle le chiavi del regno. Merchant bank batte banca commerciale: l’aura prevale sulla forza bruta. Meglio che a Milano non abbiano troppi Grilli per la testa. 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
Luigi Lovaglio, ad di Mps (Imagoeconomica).

Milleri intrappolato nella guerra dei Del Vecchio

Sullo sfondo la saga dei Del Vecchio. Una guerra di successione tra gli eredi di Leonardo che tiene Francesco Milleri con le mani legate: azionista forte ma non abbastanza, decisore potenziale ma con il freno a mano tirato. Dettaglio non marginale: pure lui indagato, insieme a Caltagirone e Lovaglio, per concerto nell’inchiesta milanese sulla vendita di azioni Mps da parte del Mef. 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
L’ad di Essilorluxottica Francesco Milleri (Imagoeconomica).

Mentre gli indagati litigano si allunga l’ombra di UniCredit

Il risultato è un cortocircuito perfetto. L’operazione che doveva dimostrare che un certo capitalismo italiano sa ancora fare sistema si è trasformata in una masterclass su come non farlo. Generali, la vera posta in gioco, resta sempre più lontana. Trieste – sede, simbolo e agognato feticcio – sta diventando un miraggio. E mentre gli indagati litigano tra procure e cda, cresce l’ombra di UniCredit, l’outsider silenzioso. Quello che non parla di scalate patriottiche, ma di numeri, che non ha bisogno di concerti perché suona da solo. Vuoi vedere che alla fine, nonostante le smentite di rito, sarà proprio la banca guidata da Andrea Orcel a prendersi Mps e (Intesa permettendo) tutto quel che gli vien dietro? 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
Andrea Orcel (Imagoeconomica).

Pucci, Sanremo e lo scontro politico che si autogenera

Tecnicamente, nella struttura del racconto, si chiama messa in abisso. È quel dispositivo della narrazione per cui si parte da una storia che ne contiene un’altra, che a sua volta ne contiene un’altra ancora e poi un’altra, fino a trasformare il tutto in una sorta di specchio infinito. Tutto questo per dire che la vicenda che ha coinvolto Andrea PucciSanremoGiorgia Meloni e oppositori, Pd in testa, è una messa in abisso perfetta. Non voluta, non progettata, ma i cui esiti ben ne ricalcano il funzionamento. Si dirà che anche il Festival di Sanremo, con il suo spasmodico centellinare da mesi prima personaggi e modalità dell’evento, è una messa in abisso. E infatti questa è un’altra storia nella storia, da sfogliare nei suoi molteplici livelli. 

La protesta dell’opposizione trasforma l’invito di Pucci in un caso

Primo livello. Il comico Pucci, campione del politicamente scorretto, viene invitato alla kermesse canora. Un comico sul palco: accade da sempre, spesso con esiti imbarazzanti, raramente memorabili, anche perché quella platea è irta di insidie, lo sa bene Maurizio Crozza quando dileggiò Silvio Berlusconi tra fischi e grida di disapprovazione. E qui scatta la prima reazione: l’opposizione protesta, l’invito diventa un caso e lo showman, che aveva postato sui social una foto col sedere di fuori annunciando il suo arrivo, si ritira. Partita chiusa? Macché, siamo solo all’inizio. 

L’intervento di Meloni e il solito vittimismo destrorso

Secondo livello. Giorgia Meloni, invece che lasciar scatenare i suoi, interviene in prima persona. Parla di censura, di clima illiberale, di artisti intimiditi, di satira accettabile solo quando la dileggia. In altre parole, trasforma un invito televisivo saltato in una questione di censura. 

Ammettiamo che l’occasione, prendere un episodio ed estrapolarlo dal contesto per farlo diventare simbolico, era troppo ghiotta. La destra, quando fiuta aria di vittimismo, non sbaglia quasi mai il colpo. E la premier, ovvero la sua massima rappresentante, ha voluto (a nostro parere sbagliando) ribadirlo. C’è una schiera di adepti pronta a difendere Pucci e la discriminazione subita, lascia fare a loro: de minimis non curat praetor

Pucci, Sanremo e lo scontro politico che si autogenera
Giorgia Meloni (Ansa).

Il cortocircuito narrativo del Pd

Terzo livello. Il Pd pavlovianamente risponde. Un po’ nel merito, denunciando Pucci e le sue battute sessiste che fanno apparire Pio e Amedeo, altri campioni della satira di destra, delle educande. Ma soprattutto sull’intervento a sua difesa di Meloni che si occupa di Sanremo e non di cose più serie come il ruolo impone. Una considerazione apparentemente spendibile, ma che in realtà è un assist narrativo. Perché sancisce che questa vicenda non è una cosa seria nel momento in cui tutti ne parlano, si indignano e si sfogano sui social. Il Pd insomma denuncia l’irrilevanza della questione di fronte ai grandi problemi che affliggono il Paese e l’universo mondo nel momento in cui la cavalca. Ma così facendo fa diventare l’irrilevanza rilevante. 

Pucci, Sanremo e lo scontro politico che si autogenera
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Per la politica satira e censura diventano il pretesto per parlarsi addosso

A questo punto, per non perdersi, è bene riassumere gli elementi di questo perfetto esempio di messa in abisso: un comico che viene invitato a Sanremo fa scattare una polemica che provoca un intervento della premier che provoca una contro polemica dell’opposizione che genera prese di posizione, post denigratori, editoriali che inducono Pucci a ritirarsi dal Festival, che al mercato mio padre comprò. Una polemica a generazione spontanea. In questo bailamme infatti non si intravvede un burattinaio, una regia che tiri le fila della trama. C’è solo un sistema mediatico che funziona per autoriproduzione. Ogni livello non definisce il precedente, ma lo moltiplica. Ogni intervento sul tema non chiude il discorso ma lo rilancia. È un ipertesto involontario in cui ciascun attore recita una parte che crede autonoma, ma che invece è totalmente asservita alla logica del meccanismo. In tutto questo Sanremo è solo lo sfondo, un luogo virtuale dove il fatto in sé perde di significato rispetto alle sue conseguenze. Satira e censura diventano il pretesto offerto alla politica per commentare se stessa. La messa in abisso trasforma il dibattito nella proiezione di un sistema che alimenta all’infinito la propria rappresentazione.

Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente

Poco attese, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina sono arrivate in città. Anzi, nelle città. E si è scoperto, con sommo rammarico degli organizzatori, che ai milanesi dell’evento importa il giusto, tendente al poco. Stesso andazzo a Cortina, cui il New York Times ha dedicato un articolo con quella curiosità un po’ antropologica che anima gli stranieri quando trattano le cose dell’Italia: la perla delle Dolomiti non vibra, non scalpita, quasi si annoia. Figurarsi Milano.

Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente

Qualcuno ha tirato in ballo lo snobismo della sua borghesia, che il vertiginoso schizzare in alto del tasso di ricchezza dei suoi abitanti (indigeni o fiscalmente acquisiti) ha accentuato. È uno snobismo che sconfina nell’insofferenza, che al primo sentore di disagio raccoglie armi e bagagli e si ritira nelle seconde case. Milano funziona così: celebra gli eventi con l’identico approccio che si ha verso le ristrutturazioni dei palazzi: «Bellissimo. Ma fate pure, io torno quando è finito».

Alla fine, per gli organizzatori, sarà un bagno di sangue?

Peraltro questa è una faccia dello snobismo. L’altra consiste nella malcelata soddisfazione di vedere le strade del centro mezze vuote (ma non sarà perché piove a dirotto o perché un cappuccino costa 10 euro?), i B&B col lucchetto non così pieni, il tutto esaurito nei teatri delle gare un’ottimistica chimera. Da lì alla profezia-anatema il passo è breve: alla fine, per gli organizzatori, sarà un bagno di sangue. Ipotesi che certo riguarda le tasche di tutti, un po’ meno quelle di chi per orrore del caos si è rifugiato nelle dimore vista lago.

La Milano performante non tollera più il minimo fastidio

Ma ridurre tutto a una posa chic sarebbe consolatorio. Il problema è più complesso. La Milano urbana, performante, metropoli iper organizzata, non tollera più anche il minimo fastidio. Il disagio è diventato una colpa, il rallentamento un’offesa. La variegata agenda di apertura e chiusura di vie e quartieri, effimera quanto il tempo dei Giochi, è vissuta come una violazione dei diritti civili, l’olimpico eccesso di movida come un attentato alla qualità della vita. Abbiamo interiorizzato l’idea che la città debba funzionare come un’app: veloce, fluida, invisibile, senza intoppi. E soprattutto senza sorprese, nemmeno quella di una strada chiusa per qualche ora.

L’indifferenza è diventata una forma di superiorità

C’è poi un altro elemento, più sottile e molto milanese: l’indifferenza come forma di superiorità. Milano non si oppone certo alle Olimpiadi, ma le guarda con l’aria di chi ha già visto tutto: Expo, Fashion Week, Design Week, Salone, Fuorisalone, settimane a raffica di qualcosa che non le lasciano un attimo di respiro. Da tempo la capitale economica è diventata uno show room permanente che ha anestetizzato l’eccezione. E quando ogni cosa viene venduta come straordinaria, finisce che niente più lo è. Olimpiadi comprese, che invece una loro eccezionalità ce l’hanno davvero, visto che da noi le ultime datano 2006 e le prossime, se il mondo ancora ci sarà, chissà quando.

I Giochi vissuti solo come un problema logistico

Alla fine ne esce una narrazione scoraggiante. I Giochi, che dovrebbero essere racconto, epica, identità condivisa, vengono vissuti dai milanesi solo come un problema logistico. La città che si vanta di essere capitale morale e locomotiva del Paese si scopre fragilissima sul piano simbolico. Prevale l’irritazione di perdere tempo per qualcosa che come ritorno immediato porta solo fastidi.

Futuro da metropoli efficientissima. E mortalmente noiosa

Seppellita la chimera della città a misura d’uomo, non ci garba che il trambusto olimpico intralci quella a misura Duomo. La Milano in cui viviamo assume sempre più le sembianze di uno stentoreo luna park dove il copioso avvento di capitali lascia intravedere, per chi se lo potrà permettere, un futuro vissuto in una città efficientissima. E insieme mortalmente noiosa.

Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo

Qualcuno l’ha letta come una sorta di sgarbo postumo per l’accoglienza non certo entusiastica riservata dagli analisti di Banca Intesa all’ops di Montepaschi su Mediobanca. Ma sicuramente è solo malizioso gossip. Sta di fatto però che, all’indomani della pubblicazione dei risultati 2025 e del piano di impresa della banca guidata da Carlo Messina (utili per 9,3 miliardi, il miglior risultato di sempre, e una proiezione che li porterà a oltre 11,5 nel 2029) dall’istituto di Piazzetta Cuccia, per mano dell’analista Andrea Filtri, è arrivato un giudizio freddino. «Sì, tutto bene. Ma vediamo che il titolo sta già scontando gli effetti del nuovo piano», è la sintesi di Filtri. Il quale, sempre nello stesso report, tesse l’elogio di Generali, di cui non manca di sottolineare «la qualità elevata degli utili, la forte gestione di cassa, la forte generazione di cassa… che supportano rendimenti interessanti per gli azionisti».

Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo
Andrea Filtri, analista di Mediobanca.

Insomma, tradotto come lo direbbe la casalinga di Voghera, se dovete investire piuttosto che a Milano guardate a Trieste. Su cui per altro niente da dire, visto che il Leone sotto la gestione di Philippe Donnet ha registrato performance brillantissime. In questo senso il giudizio di Mediobanca coincide con quello di altre banche d’affari, ma il diavolo si annida sempre nei dettagli, e qui il dettaglio non è da poco e sta nel fatto visto che che Piazzetta Cuccia è il socio di riferimento delle Generali.

Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo
Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo
Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo

Certo, l’invalicabile muraglia tra chi fa analisi e chi investe…

D’accordo, ci sono i chinese walls, le barriere che dentro le società finanziarie dovrebbe erigere una invalicabile muraglia tra chi fa analisi da chi investe, in modo da scongiurare il rischio di insider trading e conflitti di interessi. E nessuno dubita che Filtri rispetti in pieno la regola. Resta il fatto però che, per evitare la sindrome dell’oste che elogia come migliore il suo vino, bisognerebbe – là dove possibile – apprezzarlo con sobrietà.

Vannacci, Salvini e lo scontro tra due estremismi

La regola, almeno fino a ieri, era che a destra non ci si divide ma ci si sopporta. Per trovare l’unica eccezione bisogna andare indietro al 2010, con l’icastico «Che fai, mi cacci?» di Gianfranco Fini a Silvio Berlusconi che sancì la rottura tra i due. Per questo l’uscita di Roberto Vannacci dalla Lega non è solo una resa dei conti tra il Generale e il Capitano, ma un’anomalia

Vannacci, Salvini e lo scontro tra due estremismi
Il post della Lega.

Il ‘tradimento’ dei sacri valori dei patrioti

Storicamente lo scissionismo è prerogativa della sinistra: lì ci si separa per eccesso di pensiero, per sovrabbondanza di distinguo, per incapacità di sintesi. A destra si resta insieme anche quando non si è d’accordo su quasi nulla, vedi la politica estera dell’attuale governo. Prevale l’istinto di conservazione, la paura di perdere un potere faticosamente conquistato. Andandosene dalla Lega dopo poco più di un anno, Vannacci viola una consuetudine antropologica. Lo fa spostandosi da destra verso destra, movimento raro (di solito è il centro che fa da grande catalizzatore degli estremi), accusando Matteo Salvini di aver compromesso i sacri valori dei patrioti. Accusa interessante, visto che fino a ieri il leader del Carroccio occupava posizioni non troppo dissimili da quelle oggi considerate impresentabili. 

Vannacci, Salvini e lo scontro tra due estremismi
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Per il generale Salvini si è piegato al compromesso

Certo dietro la rottura ci sono anche beghe più terra terra: poltrone, visibilità, il controllo dell’elettorato sovranista che Vannacci rivendica come suo. La scissione è anche, banalmente, una questione di spazi e di soldi. Ma la tenzone sui principi appare stavolta più interessante. Il generale non rompe perché Salvini è diventato improvvisamente moderato, ma perché si piega al compromesso per restare a Palazzo Chigi. La destra di governo, che lo ha accolto tra le sue fila, non rinnega le sue roboanti parole d’ordine ma le depotenzia. Non le condanna, ma ne diluisce l’impatto. Cosa che per un militare tutto d’un pezzo equivale a tradimento. 

Il parà in divisa è rimasto tale in doppiopetto

Il paradosso è che Salvini viene accusato di annacquare una destra che lui stesso ha radicalizzato. E ora è come se il neofita rimproverasse al politico navigato di non credere più alle parole d’ordine che con lui aveva condiviso. Così Vannacci diventa un problema non perché estremista, ma perché coerente. L’uomo era parà in divisa e tale è rimasto in doppiopetto: ripete sempre le stesse cose anche quando il contesto cambia. Al contrario di Salvini che, obbedendo alla sua demagogia, piega il contesto alla convenienza del momento sperando di passare inosservato. Peccato che i social non perdonino e basti un clic per riesumare vecchi post che enfatizzano le sue contraddizioni

È lo scontro tra due concezioni della stessa ideologia

Non siamo in presenza di una scissione ideologica, ma dello scontro tra due concezioni della stessa ideologia. Vannacci, con i suoi slogan e i richiami al ventennio, la vive alla boia chi molla, come imperitura testimonianza. Salvini come pragmatico adattamento. Lo stesso che alle ultime Europee, sfidando il mal di pancia dei suoi, ha portato a mettere il generale in cima alle liste del partito. E poi a farlo vicesegretario. 

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Il problema non è Del Vecchio, ma l’editoria che ne ha bisogno

C’è stato un momento, durante l’intervista con Lilli Gruber, in cui Leonardo Maria Del Vecchio sembrava chiedersi perché mai fosse lì. La risposta è che l’aveva voluto lui, così come aveva accettato di farsi successivamente intervistare da Report. Non sappiamo se la brutta figura rimediata a Otto e mezzo lo abbia indotto a desistere. Ma poco importa. LMDV ha messo su di recente una nutrita squadra di comunicatori che lo affiancano in questa avventura nell’editoria, un mondo che non conosce. Diciamo, vista la prima uscita, che il lavoro da fare è ancora molto. Il problema non è solo rimediare all’immagine del ricco rampollo che non ha dimestichezza con le parole. È quello che vi sta dietro: un pensiero che latita, l’assenza di una visione su quell’universo dei giornali che dice di voler salvaguardare. Inchiodarlo è stato sparare sulla Croce Rossa. 

È il sistema che ha steso a LMDV un tappeto rosso

Ma siccome bisogna sempre diffidare delle cose facili, proviamo a ribaltare la prospettiva. Spostiamo lo sguardo dall’interlocutore imbarazzante al sistema che gli ha steso un tappeto rosso. Dietro quell’intervista non c’è solo un imprenditore incerto ma voglioso di esibirsi. C’è un’industria che da tempo ha smesso di credere in se stessa, che non investe più su modelli, idee, uomini e prodotti. Un’industria che aspetta che qualcuno arrivi con i soldi a salvarla. Non importa che capisca di giornali, che sappia cosa farsene. L’importante è che paghi. Del Vecchio ha comprato il gruppo Poligrafici: Nazione, Resto del Carlino, Giorno. Testate che affondano nel Novecento le loro radici. Nulla di scandaloso, se non fosse che Andrea Riffeser, il proprietario, è anche presidente della Fieg, la Confindustria degli editori. Il messaggio che ne deriva non è dei più commendevoli: chi dovrebbe incarnarlo non crede più che i giornali possano avere un futuro. E appena può se ne libera, ma non della carica di rappresentante della categoria che continua a ricoprire. 

Il problema non è Del Vecchio, ma l’editoria che ne ha bisogno
Andrea Riffeser (Imagoeconomica).

Il primo che arriva con i soldi viene visto come la soluzione

E qui sta il vero cortocircuito. Non nelle frasi sconnesse di Del Vecchio, ma nel silenzio assordante di un settore che finge di scandalizzarsi mentre gli apre le porte. LMDV ha bussato (invano, ma solo perché il gruppo trattava in esclusiva con un armatore greco) anche da Gedi, oggetto conclamato di uno spezzatino che la porterà a sbarazzarsi di Repubblica e Stampa. E dagli Angelucci, che lo hanno fatto entrare con tutti i crismi nel Giornale. Metamorfosi tristemente irreversibile. La figura dell’editore non è più quella di chi lavora al successo della sua impresa, ma di chi non vede l’ora di trovare un acquirente. La linea editoriale non è più una scelta perseguita con coerenza, è un collaterale del bilancio cui tutto si subordina. In primis l’autonomia dell’informazione. Ci sono testate, oramai la gran parte, che rispondono a modelli di business insostenibili. Carta, distribuzione, redazioni sovradimensionate, pubblicità evaporata, lettori che migrano sulle piattaforme. Di fronte alla proprietà che invece che impegnarsi al rilancio getta la spugna, il primo che arriva con i soldi viene visto come la soluzione. Non importa quali siano le sue credenziali, se distingue una redazione da un consiglio d’amministrazione, se considera l’informazione un bene pubblico o solo un asset del suo portafoglio. Come l’acqua Fiuggi o il Twiga. 

Il problema non è Del Vecchio, ma l’editoria che ne ha bisogno
Antonio Angelucci (Imagoeconomica).

Del Vecchio non è un’anomalia, è un sintomo

Del Vecchio non è un’anomalia. È un sintomo. È il capitale che arriva in soccorso di un’industria che non regge, il finanziatore che prende il posto dell’editore. Non ci sono più gli Scalfari, i Caracciolo, i Mondadori, mostri sacri il cui approccio peraltro risulterebbe non replicabile. Oggi nessuno chiede a un editore di essere un visionario. Basta che sia solvente, paghi gli stipendi e ripiani le perdite. In questo contesto le redazioni amano raccontarsi come vittime: di ricchi che non capiscono, di imprenditori che rovinano i giornali. Probabilmente lo sono. Ma c’è anche un’altra verità, più semplice: senza quei ricchi il castello cade. Dire quanto Del Vecchio fosse imbarazzante in televisione è facile. Meno ammettere che, imbarazzante o meno, i suoi soldi servivano. 

Il problema non è Del Vecchio, ma l’editoria che ne ha bisogno
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

La polemica tra Cucinelli e Giammetti smaschera la provincia del lusso

La polemica, algida nella sua ferocia, è tra titani della moda: Giancarlo Giammetti, socio di Valentino Garavani (che fu, dopo la casalinga, il più famoso cittadino di Voghera) contro Brunello Cucinelli, umbro doc, apologeta del cashmere francescano in tutto, tranne che nel prezzo. Si sa che quando litigano i poveri è tragedia, se invece a farlo sono i ricchi è intrattenimento. Se non ci fosse di mezzo la triste circostanza, una goduria. 

La polemica tra Cucinelli e Giammetti smaschera la provincia del lusso
Giancarlo Giammetti (Imagoeconomica).

Se la tentazione di mettere in scena l’ego batte la dignitosa riservatezza

In un mondo codificato come quello del fashion, le controversie tra signori del lusso dovrebbero risolversi con una telefonata, mai filtrare in superficie, ovvero diventare materia su cui la strabordante fame dei social si avventa. Ma di codificato oramai resta poco, visto che la tentazione di mettere in scena il proprio ego è sempre più forte di una dignitosa riservatezza. Così, mentre a Roma si celebravano i funerali dell’ultimo imperatore, a rubare la scena è piombato il piccato battibecco tra Brunello e Giancarlo a intaccare la compunta aura dell’evento. Ovviamente chi ha ragione è sempre chi sta zitto, e in questo caso il primo ha infranto palesemente la regola (solo per farsi pubblicità, sostiene il secondo), raccontando di come Valentino, amante dei suoi maglioni, gli avesse chiesto scherzosamente lo sconto. Richiesta che pronunciata dalla succitata casalinga di Voghera non fa un plissé. Diverso, tanto da apparire inverosimile, che a farlo sia il sarto che vestiva dive e principesse. E non si può fare a meno di immaginare la scena del genio della couture che scende dal piedistallo per bussare allo spaccio aziendale del filosofo del borgo umbro, quel Solomeo dove il capitalismo selvaggio scolora in mistico umanesimo. 

La polemica tra Cucinelli e Giammetti smaschera la provincia del lusso
Brunello Cucinelli (Imagoeconomica).

Nell’empireo della moda, la materia prima è la narrazione

Ma guai a derubricare l’episodio a mera scaramuccia tra signori ben vestiti. Si tratta di un probante esempio di come nel Made in Italy i conti siano globali, ma le suscettibilità restino di provincia. Siamo nel campo del glocal, insomma, dove la nomea mondiale non offusca beghe e gelosie da provincia. Da qui l’inevitabile deriva social, l’ipertesto che dagli umori dei protagonisti allarga la querelle alle reazioni della piazza. Da una parte un imprenditore troppo affezionato alle proprie parabole, dall’altra un socio fieramente geloso della leggenda creata dal suo partner. Si potrebbe liquidare il tutto come un incidente di percorso, l’effrazione della regola per cui le questioni private non dovrebbero mai riverberarsi in campo pubblico. In realtà la polemica ci fa capire che nell’empireo della moda la materia prima non sono vestiti e tessuti, ma la narrazione. Chi padroneggia il racconto controlla il valore. E sulla gestione del racconto di Valentino, Giammetti non è per nulla disposto a concedere lo sconto evocato da Cucinelli. 

UniCredit, Mps e il golden power a geometrie variabili

Che genere sia è difficile dirlo. Dramma istituzionale, commedia regolatoria o teatro dell’assurdo? Di certo la trattativa con cui Delfin valuta la cessione della sua quota nel Monte dei Paschi di Siena a UniCredit non è una normale operazione di mercato. Il 17 per cento non è un di cui, ma una leva che forza molte porte del sistema. 

UniCredit pronta a tornare al centro del risiko

Partiamo dalle conseguenze, che almeno sono più chiare delle sin qui confuse intenzioni. Se UniCredit entrasse in Mps, la banca guidata da Andrea Orcel tornerebbe al centro del risiko che nell’ultimo anno ha ridisegnato gli equilibri della finanza italiana. Non per amore improvviso di Rocca Salimbeni, ma per ciò che essa oggi incorpora: Mediobanca e, suo tramite, la posizione chiave in Assicurazioni Generali. Un perimetro che vale più della banca senese in quanto tale, che in questo schema è il mezzo, non il fine. Il che però rende inevitabile il confronto con quanto accaduto solo pochi mesi fa. Quando Orcel aveva provato a muoversi su Bpm, era stato fermato bruscamente. Il Mef aveva sfoderato il golden power, il governo con l’eccezione di Forza Italia aveva fatto quadrato, e nella foga qualcuno (indovinate chi?) si era spinto a definire UniCredit una banca straniera, come se la geografia potesse supplire alle argomentazioni. Risultato: operazione congelata, interesse nazionale messo in vetrina e salvaguardato nonostante le sopracciglia alzate di Bruxelles e Bce. 

UniCredit, Mps e il golden power a geometrie variabili
Andrea Orcel (Imagoeconomica).

Perché Siena è accettabile mentre Bpm non lo era?

Oggi lo scenario è diverso, ma non per questo più lineare. L’acquirente è lo stesso. Cambia l’asset. E cambia soprattutto ciò che quell’asset consente di controllare indirettamente. La domanda, a questo punto, sorge spontanea e invoca una risposta logica che noi non abbiamo trovato: perché Siena è accettabile dove Bpm non lo era? Il Mef, peraltro ancora titolare di una quota residua di Mps, osserva e tace. Non per distrazione, ma per calcolo. Qualunque parola rischierebbe di riattizzare il putiferio. Evocare di nuovo il golden power significherebbe riaprire il fronte già bollente con Francoforte e Bruxelles. Non farlo espone a un altro interrogativo imbarazzante: davvero si è forzato quello strumento per fermare Orcel a Milano, salvo poi consentirgli un ingresso a Siena che, per effetti e ricadute, pesa molto di più? 

UniCredit, Mps e il golden power a geometrie variabili
Luigi Lovaglio, ceo Mps (Imagoeconomica).

L’inchiesta milanese suggerisce a Delfin prudenza

Lo stesso senso di straniamento si avverte guardando alla controparte, ovvero gli eredi di Del Vecchio. Ufficialmente la possibile uscita da Mps risponde a una valutazione industriale. In concreto è il contesto che conta. Francesco Milleri guida un gruppo che produce e vende occhiali in tutto il mondo: un’industria globale, poco incline a restare agganciata a dossier giudiziari i cui riverberi non controlla. L’inchiesta della Procura di Milano sulla vendita da parte del Mef delle azioni Mps a Francesco Gaetano Caltagirone, Delfin e Anima Holding non è una sentenza, ma è sufficiente a suggerire prudenza. In questi casi ridurre l’esposizione è una forma elementare di gestione del rischio

UniCredit, Mps e il golden power a geometrie variabili
L’ad di Essilorluxottica Francesco Milleri (Imagoeconomica).

Due pesi e due misure?

Il risultato finale è che UniCredit rientra nel grande gioco bancario rilanciando alla grande dopo l’operazione che le era stata negata. Bpm resta fuori, alle prese con un azionista forte, Crédit Agricole, che punta a ispessire il suo ruolo di azionista di riferimento. Mentre Siena è sul tavolo, con tutto ciò che si porta dietro, compresa la nomina di un nuovo cda che non vede i soci andare d’amore e d’accordo. Ma cercare una contraddizione esplicita alla fine serve poco. Il sistema funziona così, per spostamenti laterali, per asset che contano più di quanto dichiarano, per decisioni politiche dettate dalla foga del momento e che come tali sono sempre pronte a passare in cavalleria. Forse il governo ha altre priorità, forse Salvini è concentrato sul Ponte e Giorgetti si guarda bene dall’alzare nuovi polveroni. Però resta lo sconcerto: l’ops di Unicredit su Bpm era una operazione di mercato lecita quanto potrebbe essere quella su Mps. Due pesi e due misure? Veti o via libera della politica che rispondono alla convenienza del momento?

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd

Ognuno ha il suo destino. Quello di Goffredo Bettini (come definirlo? Insigne esponente del Pd la cui vita è divisa tra Roma e la Thailandia) è di provocare sconquassi. Questa volta il fiammifero lo ha acceso con un’intervista a Il Fatto Quotidiano, che nelle intenzioni voleva essere un contributo alla discussione, ma che è stata letta come un plateale cedimento alle ragioni del nemico Vladimir Putin con cui, dice Bettini, è ora di cominciare a parlare. Ma si sa che, in tempi come questi, anche le migliori intenzioni (ammesso che ci fossero) vengono prese come dichiarazioni di guerra. Come se non bastasse, l’ideologo della sinistra romana ne ha anche per l’Europa, la cui governance targata von der Leyen non starebbe più in piedi. 

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd
Goffredo Bettini (Imagoeconomica).

I riformisti insorgono, la sinistra dem mette la testa sotto la sabbia

Nel Pd questo e altri passaggi a supporto della sua tesi hanno fatto da detonatore riacutizzando contrapposizioni interne la cui sintesi diventa sempre più ardua. I riformisti, incarnati dalla triade Sensi, Picierno e Gori (un consiglio all’ex sindaco di Bergamo è di non farsi coinvolgere dalla comunicazione social della moglie) sono insorti come se Bettini avesse messo in discussione l’appartenenza all’Occidente, più che la necessità di ravvivare la diplomazia. La sinistra del partito, invece, ha fatto quello che fa sempre in questi casi: testa sotto la sabbia, sperando di troncare e sopire la polemica sul nascere, magari appellandosi al fatto che la realtà è molto più scomoda e complicata di un’intervista che ambisce velleitariamente a padroneggiarla. 

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd
Filippo Sensi (Imagoeconomica).

Su Israele la frattura tra i due Pd è antropologica

Ma Putin è solo un lato del problema. Il secondo, forse più tossico e gravido di conseguenze, si chiama Israele. Qui la frattura tra i due Pd non è solo politica, è antropologica. Da una parte c’è chi considera la sua difesa un riflesso automatico, identitario, non negoziabile. Dall’altra chi insiste sul diritto internazionale, sulle responsabilità, sulla sproporzione della reazione a Gaza, e finisce immediatamente nel recinto degli ambigui, quando non dei sospetti. Se l’Ucraina divide sulle parole, Israele divide sulle emozioni, che in politica purtroppo sono sempre più potenti delle analisi. Nel Pd convivono due lessici che non comunicano. Uno parla di sicurezza: alleanze, deterrenza, lealtà al contesto atlantico. L’altro di diritti: le vittime, le asimmetrie di forza, il diritto internazionale come metro morale prima che giuridico. Il risultato è che ogni presa di posizione sembra un tradimento per qualcuno, mai una scelta condivisa.

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd
Giorgio Gori e Pina Picierno (Imagoeconomica).

Elly Schlein costretta a un equilibrismo permanente

In mezzo, con l’aria di chi cerca una sintesi in un puzzle a cui mancano sempre dei pezzi, c’è Elly Schlein. Alla segretaria si chiede di tenere insieme un partito che ormai non discute più per trovare una linea, ma per certificare le distanze interne. Sulla guerra in Ucraina deve evitare l’accusa di tiepidezza con l’aggressore. Su Israele deve schivare quella, ancora più infamante, di mancata chiarezza morale. Una segreteria trasformata in esercizio di equilibrio permanente

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Torna lo spettro di una scissione

Così non si va avanti, o meglio, la sola cosa che avanza è lo spettro di una clamorosa scissione. Il paradosso è che nel Pd tutti giurano di volerla evitare. Ma nella realtà dei fatti si comportano come se fosse già avvenuta. I riformisti parlano a un elettorato che immaginano solido, occidentale, rassicurato dalla continuità. La sinistra si rivolge a una base che chiede di non tradire l’ideologia fondativa e il suo ancoraggio internazionalista che identifica nel capitale, ancorché declinato nelle sue formule innovative, il nemico da battere. E nessuno dei due mondi sembra davvero interessato a farsi capire dall’altro. La politica italiana, del resto, ha una lunga tradizione di separazioni presentate come atti di maturità. Ogni scissione viene raccontata come una scelta inevitabile, mai come il fallimento di una convivenza. Se il Pd arriverà all’ennesima rottura, la formula sarà sempre la stessa: non c’erano più le condizioni per continuare insieme. Un modo elegante per dire che nessuno ha voluto pagare il prezzo dell’ambiguità finché era ancora gestibile. 

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd
Bandiere del Pd (Imagoeconomica).