Cosa prevede l’accordo tra Unione europea e Mercosur

Il parlamento europeo ha bloccato l’iter di ratifica dell’accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur, decidendo di sottoporlo al giudizio della Corte di giustizia dell’Ue. Il rinvio è stato approvato con una maggioranza risicatissima – 334 voti favorevoli, 324 contrari e 11 astenuti – congelando l’intesa firmata il 17 gennaio ad Asunción dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Lo stallo potrebbe durare fino a due anni e apre uno scontro istituzionale con Commissione e Consiglio, entrambi favorevoli all’accordo. Ma cosa contiene il discusso accordo?

Commercio e dazi

Cosa prevede l’accordo tra Unione europea e Mercosur
Una foto della protesta contro l’accordo il 20 gennaio a Strasbourgo (Ansa).

L’accordo coinvolge l’Ue e quattro Paesi del Mercosur – Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay – che insieme contano 750 milioni di consumatori e rappresentano circa un quinto del Pil mondiale. Se ratificato, l’intesa prevede l’eliminazione graduale del 91 per cento dei dazi Mercosur e del 92 per cento di quelli Ue, con un risparmio stimato dalle imprese europee di oltre 4 miliardi di euro all’anno in tariffe doganali. Il deal mira ad aumentare il commercio bilaterale e a ridurre la dipendenza dell’Ue da fornitori extraeuropei, soprattutto Cina. Per gli analisti, l’impatto sul Pil europeo potrebbe arrivare a 77,6 miliardi di euro entro il 2040, mentre per il Mercosur è stimato a 9,4 miliardi. Tuttavia, l’effetto reale dipenderà da fattori logistici, costi di trasporto e quote di importazione.

Industria e appalti pubblici

I principali beneficiari saranno le industrie europee: l’accordo elimina i dazi su automobili (35 per cento), macchinari e chimica (14-20 per cento), aprendo nuove opportunità soprattutto per esportatori tedeschi. I Paesi del Mercosur si impegnano anche ad aprire i loro mercati pubblici alle imprese europee alle stesse condizioni delle aziende locali. L’accordo include inoltre regole su esportazioni di componenti industriali e materie prime, riducendo barriere fiscali e garantendo approvvigionamenti strategici per settori chiave,
come energie rinnovabili e industria tecnologica.

Agricoltura

Il settore agricolo è quello forse più vulnerabile nell’accordo, che ha attirato diverse proteste da parte degli agricoltori in Europa. Le importazioni a dazio ridotto saranno limitate: 99 mila tonnellate di carne bovina (1,5 per cento della produzione Ue) e 180 mila tonnellate di pollame (1,3 per cento). Sono previste clausole di salvaguardia, che consentono la reintroduzione dei dazi se i prezzi scendono oltre il 5 per cento. Alcuni prodotti, come formaggi e vini europei, beneficeranno invece del riconoscimento di indicazioni geografiche e della riduzione dei dazi Mercosur.

Materie prime, ambiente e controlli

L’accordo prevede anche la riduzione delle tasse all’export su materie prime strategiche come litio e rame, fondamentali per l’industria europea. L’Ue aumenterà le ispezioni all’estero del 50 per cento e gli audit interni del 33 per cento. Il deal potrà essere sospeso se un Paese del Mercosur viola gli impegni climatici dell’Accordo di Parigi o attua un piano di deforestazione massiva. Queste misure mirano a conciliare commercio, sicurezza economica e sostenibilità ambientale.

Il parlamento europeo ha bloccato l’accordo con il Mercosur

Il parlamento europeo ha fermato l’iter dell’accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur, decidendo di sottoporlo al giudizio della Corte di giustizia dell’Ue. L’Eurocamera ha approvato il rinvio con una maggioranza risicatissima: 334 voti a favore, 324 contrari e 11 astenuti. La decisione congela di fatto la ratifica dell’intesa firmata il 17 gennaio ad Asunción dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, e apre una fase di stallo che potrebbe durare fino a due anni. Con il voto, il Parlamento entra in rotta di collisione con Commissione e Consiglio Ue, entrambi favorevoli all’accordo e convinti che mancasse solo l’ultimo via libera dell’Eurocamera.

Cosa c’è dietro la decisione del parlamento europeo

Francia e Polonia restano tra i Paesi più critici, mentre il malcontento degli agricoltori ha trovato espressione anche nelle proteste di Strasburgo, con migliaia di manifestanti e trattori attorno al parlamento alla vigilia del voto. Gli eurodeputati che hanno chiesto il rinvio contestano la scelta della Commissione europea di separare la parte commerciale del trattato, lasciandone l’approvazione solo a Consiglio e parlamento europeo, escludendo i parlamenti nazionali. Dubbi riguardano anche il «meccanismo di riequilibrio», che consentirebbe ai Paesi Mercosur di reagire se future norme Ue limitassero le loro esportazioni. Il voto ha spaccato l’Eurocamera e i singoli gruppi. Popolari e Socialisti hanno difeso l’accordo, ma con numerose defezioni, soprattutto francesi, polacche e rumene. Rinnovare l’Europa, Verdi e Sinistra hanno sostenuto il rinvio, insieme ai Patrioti. Nell’Ecr le delegazioni si sono divise nettamente. La Commissione europea ha espresso «rammarico», sostenendo che le obiezioni del parlamento non siano fondate. In teoria, la Commissione potrebbe comunque far entrare l’accordo in vigore in modo provvisorio, scelta tecnicamente possibile ma politicamente esplosiva, perché aprirebbe uno scontro diretto con il parlamento.

Medicines for Europe, Steffen Saltofte è il nuovo presidente

Medicines for Europe ha scelto Steffen Saltofte come nuovo presidente per il triennio 2026-2028. L’associazione rappresenta le industrie dei farmaci generici, biosimilari e medicinali a valore aggiunto, che costituiscono il 70 per cento dei medicinali utilizzati in Europa. Saltofte, attuale ceo del gruppo farmaceutico Zentiva, subentrerà a Markus Sieger. Dopo la nomina ha affermato: «Sono entusiasta di iniziare il mio mandato come Presidente di Medicines for Europe. Ringrazio i membri per la fiducia riposta in me. Il mio impegno sarà costruire partnership solide per garantire l’accesso ai pazienti, in un momento in cui il nostro settore è chiamato ad affrontare nuove sfide globali». I vicepresidenti del comitato esecutivo saranno invece Elisabeth Stampa, Cristoph Delenta, Marc Crouton e Theodor Tryfon rispettivamente di Medichem, Sandoz, Fresenius Kabi ed Elpen. Le aziende associate a Medicines for Europe vantano oltre 400 stabilimenti produttivi per un totale di più di 190 mila persone impiegate.

Roaming, dal 2026 novità per i viaggi all’estero: cosa cambia

Dal 1° gennaio 2026 usare lo smartphone all’estero nell’Unione europea diventa più conveniente. Scatta un nuovo tassello del roaming like at home, il meccanismo che consente di chiamare, inviare sms e navigare nei Paesi Ue come in Italia, con alcune regole tecniche sui dati. Il cambiamento principale riguarda internet mobile: a parità di offerta, aumentano i gigabyte utilizzabili senza costi aggiuntivi. La spinta arriva dalla riduzione del prezzo massimo all’ingrosso dei dati fissato a livello europeo, che incide direttamente su quanta navigazione gli operatori devono includere per l’estero. Dal 2026, inoltre, l’area coperta si allarga: Moldavia e Ucraina entrano nel perimetro del roaming Ue, mentre il Regno Unito ne resta escluso.

Più giga all’estero: come funziona il roaming dal 2026

Roaming, dal 2026 novità per i viaggi all’estero: cosa cambia
Persone con gli smartphone (Unsplash).

In Ue restano invariati minuti e sms: si usano quelli già compresi nel proprio piano nazionale. Sui dati, invece, si applica una formula. Fino al 31 dicembre 2025 il calcolo è: costo mensile dell’offerta (Iva esclusa) diviso 1,30, il tutto moltiplicato per due. Dal 2026 il divisore scende a 1,10. L’effetto è immediato: con un canone di 10 euro (Iva esclusa) i giga in roaming passano da circa 15,4 a circa 18,2. Migliora anche il costo oltre soglia, che cala a 1,34 cent per Mb Iva inclusa. Alcuni operatori hanno anticipato queste condizioni minime; altri possono offrire pacchetti ancora più generosi.

Paesi inclusi e possibili eccezioni

Dal 2026 il roaming senza sovrapprezzi vale in tutti i Paesi Ue. La Svizzera rimane un caso a parte, a discrezione dei singoli operatori. La normativa europea fissa soglie minime: in casi specifici, operatori più piccoli possono chiedere una deroga all’Agcom, che valuta se autorizzare condizioni diverse. Dal 2027 è previsto un ulteriore miglioramento della formula, il roaming like at home è in vigore fino al 2032.

Dal 2026 un nuovo Paese entra nell’euro: ecco quale

La Bulgaria entrerà ufficialmente nell’area dell’euro il 1° gennaio 2026. La decisione è stata approvata dal Consiglio dell’Unione europea l’8 luglio 2025, con la fissazione del tasso di conversione irrevocabile: 1 euro varrà 1,95583 lev, lo stesso livello a cui la valuta bulgara è ancorata da anni. Il paese diventerà così il 21° membro dell’eurozona. L’ingresso non arriva all’improvviso. La Bulgaria aveva aderito agli Accordi europei di cambio (AEC II) il 10 luglio 2020, avviando il percorso di convergenza richiesto per l’adozione della moneta unica. Da allora il lev ha mantenuto una parità stabile con l’euro. Sempre dal 2020, inoltre, il sistema bancario bulgaro è sotto la vigilanza della Banca centrale europea, nell’ambito del Meccanismo di vigilanza unico.

I benefici dell’ingresso della Bulgaria nell’euro

Dal 2026 un nuovo Paese entra nell’euro: ecco quale
Euro (Ansa).

Secondo le istituzioni europee, l’ingresso nell’eurozona dovrebbe rafforzare l’integrazione economica, facilitare gli scambi commerciali, attrarre investimenti e ridurre i costi legati al cambio di valuta. La novità assume ulteriore rilevanza se si considera il contesto della guerra della Russia contro l’Ucraina, che spinge Bruxelles a puntare su maggiore coesione interna.

Il passaggio divide il Paese

Sul piano interno, però, il passaggio all’euro divide l’opinione pubblica. I sondaggi mostrano un Paese spaccato: poco più della metà dei cittadini si dice favorevole, mentre una quota consistente teme un aumento dei prezzi e una perdita di potere d’acquisto. Le preoccupazioni sono particolarmente diffuse tra anziani e residenti delle aree rurali, in un contesto di redditi medi relativamente bassi. A questo si aggiungono anni di instabilità politica e una fiducia limitata nelle istituzioni. Le autorità europee respingono l’ipotesi di un forte impatto inflazionistico, ricordando che nei precedenti ingressi nell’eurozona gli effetti sui prezzi sono stati contenuti e temporanei. Resta comunque una fase delicata: fino al 31 gennaio 2026 sarà possibile pagare sia in lev sia in euro, prima del passaggio definitivo alla moneta unica.

L’Ue ha raggiunto un accordo sul prestito all’Ucraina

Nel lungo vertice del Consiglio europeo finito in piena notte, i leader dei 27 Paesi hanno trovato un compromesso sul finanziamento all’Ucraina: dal 2026 al 2027 Kyiv riceverà 90 miliardi di euro in forma di prestito a tasso zero, garantito dal bilancio comune dell’Unione. In pratica sarà debito europeo, senza utilizzare i beni russi congelati. L’ipotesi di impiegare gli asset finanziari di Mosca – circa 210 miliardi bloccati in Europa, di cui 185 gestiti in Belgio – è stata accantonata dopo settimane di tensioni e minacce da parte della Russia. Usarli avrebbe consentito di sostenere Kyiv senza risorse proprie, ma avrebbe esposto l’Ue a contenziosi legali e a ritorsioni politiche. Il Belgio è stato il Paese più contrario, seguito da Italia, Bulgaria, Malta e Repubblica Ceca. La Germania e Ursula von der Leyen, invece, avevano spinto per tracciare una strada immediata sull’uso degli asset, ma la linea è naufragata.

Come funziona il prestito all’Ucraina

La soluzione scelta prevede un prestito convenzionale finanziato con garanzie comuni. Per ottenere l’unanimità sul bilancio, tre governi filorussi – Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca – hanno ottenuto l’opt-out: non contribuiranno al prestito e non saranno chiamati a coprire eventuali rischi. Nel dispositivo finale resta un riferimento agli asset congelati, che continueranno a rimanere immobilizzati finché la Russia non avrà pagato le riparazioni. L’Ucraina dovrà rimborsare il prestito solo dopo aver ricevuto quei risarcimenti: se non avverranno, l’Unione si riserva il diritto di usare i beni russi per coprire il debito, nel rispetto del diritto europeo e internazionale. Volodymyr Zelensky ha ringraziato l’Ue per «un sostegno significativo che rafforza davvero la nostra resilienza» e ha definito «importante» che i beni russi rimangano immobilizzati.

Meloni sugli asset russi: «Ha prevalso il buonsenso»

«Ha prevalso il buon senso», ha detto Giorgia Meloni al termine del vertice. La premier ha spiegato di aver voluto «garantire il necessario supporto all’Ucraina per i prossimi due anni, ma farlo con una soluzione sostenibile sul piano giuridico e finanziario». Meloni ha ribadito però che l’Ue «si riserva anche di considerare l’uso di questi asset soprattutto per ripagare il prestito». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha sostenuto che la decisione Ue «è un messaggio decisivo per la fine della guerra, perché Vladimir Putin farà concessioni solo quando si renderà conto che la sua guerra non darà frutti».

Il Regno Unito rientrerà nel programma Erasmus

Il Regno Unito tornerà a partecipare al programma Erasmus a partire dal 2027, segnando il primo rientro formale in uno dei principali quadri dell’Unione europea dai tempi della Brexit. L’annuncio è il risultato del rilancio dei rapporti con Bruxelles promosso dal governo laburista di Keir Starmer, e dimostra i progressi tangibili della nuova linea, mentre l’opinione pubblica britannica oggi è più aperta alla cooperazione con l’Unione.

Cosa prevede l’accordo tra Ue e Regno Unito sull’Erasmus

Dal gennaio 2027 gli studenti britannici potranno trascorrere fino a un anno in università europee, oppure partecipare a tirocini, scambi sportivi e percorsi di formazione professionale, continuando a pagare le tasse al proprio ateneo di origine e senza costi aggiuntivi. Lo stesso varrà per gli studenti europei nel Regno Unito all’interno del programma. Sono previsti contributi per sostenere le spese di soggiorno all’estero e l’accesso sarà esteso non solo agli universitari, ma anche a studenti dei college, apprendisti e adult learners. L’accordo prevede per Londra un contributo di circa 570 milioni di sterline per l’anno accademico 2027-2028, con uno sconto iniziale del 30 per cento rispetto alla quota piena. Prima della Brexit il Regno Unito versava al programma più di quanto ricevesse, perché arrivavano più studenti europei di quanti britannici partissero. Università e sostenitori dell’Erasmus hanno però sempre sostenuto che, nonostante il saldo negativo, il programma generasse benefici economici e accademici complessivi per il Paese.

Europee, Meloni e il risiko delle alleanze

Dopo aver terminato l’incontro con il presidente tunisino Kais Saied l’11 giugno scorso, Ursula von der Leyen ha scelto di aprire la conferenza stampa, senza giornalisti e senza domande, con una frase che aveva il sapore di uno slogan elettorale: «Siamo qui come team Europa». Alla sua destra Giorgia Meloni e a sinistra il premier olandese Mark Rutte. I tre erano volati alla corte di Saied per provare a strappare un accordo sui migranti. Soldi, tanti, per convincere la Tunisia a trattenere chi prova a fuggire da un Paese al limite del collasso sociale ed economico. Una soluzione che il presidente tunisino, da più parti criticato per il suo autoritarismo, non ha voluto, per ora, accettare.

Europee, Meloni e il risiko delle alleanze
Meloni e von der Leyen al G7 di Hiroshima (Getty Images).

Von der Leyen tra Meloni e Rutte: a Tunisi la fotografia del ‘team Europa’

Al di là dei contenuti di una missione che non sembra aver raggiunto obiettivi significativi, resta la foto dei tre leader. Insieme, nel nome dell’Europa. «L’istantanea di Tunisi assume un significato soprattutto se si osserva il cambiamento politico di Giorgia Meloni», spiega a Tag43 Federico Ottavio Reho, coordinatore della ricerca del Martens Centre, think tank ufficiale dei Popolari Europei. «L’approccio euroscettico, che aveva caratterizzato le sue posizioni prima di diventare premier, sembra ormai accantonato. La trasformazione di Fratelli d’Italia in una forza di sistema appare completa». È dunque un fatto che Giorgia Meloni in pochi mesi abbia scelto di cambiare abito: da spauracchio ad architrave del “team Europa”, consapevole della grande occasione che le si presenterà con il voto alle prossime elezioni europee nel giugno del 2024. Sola non può vincere, alleata può essere determinante. In questa chiave, la foto di Tunisi sembra anticipare ciò che potrebbe succedere tra un anno esatto. La popolare von der Leyen, al centro, alleata a destra con la conservatrice Meloni e a sinistra con il liberale Rutte. «Non è sbagliato pensare», sottolinea Reho, «che alle prossime elezioni europee si formi un’alleanza tra Liberali, Popolari e Conservatori. E non sarebbe un inedito visto ciò che è successo, ad esempio, con l’elezione di Roberta Metsola a presidente del Parlamento europeo. Per il Ppe i cardini su cui costruire un’intesa sono sempre gli stessi: europeismo e atlantismo. A partire da questo poi si discuterà con chi allearsi e su quali programmi». Non a caso l’ultimo viaggio a Roma del presidente dei Popolari Europei Manfred Weber è servito a mettere sul tavolo le condizioni dei Popolari. Sia alla premier, a cui ha aperto le porte sbarrandole ai suoi alleati più scomodi (come il Pis polacco e Vox spagnolo), che a Matteo Salvini, il cui avvicinamento al Ppe è condizionato alla separazione da Marine Le Pen e dal gruppo Europa delle Nazioni e della Libertà. Tuttavia, pare difficile immaginare che i due azionisti di maggioranza del governo italiano scelgano di scaricare i propri amici e alleati europei.

Europee, Meloni e il risiko delle alleanze
Mark Rutte, Ursula von der Leyen, Kais Saied e Giorgia Meloni a Tunisi (dal profilo Twitter di Ursula von der Leyen).

Meloni e la politica dei due forni, ma con i sondaggi alla mano

Certo è che più si avvicinano le decisioni da prendere a Bruxelles, più Meloni pare allontanarsi dalle proprie origini politiche. Basta pensare a cosa è successo lo scorso 8 giugno. Dopo una lunga trattativa, i governi Ue hanno approvato, a maggioranza, il Patto immigrazione e asilo, un accordo che rivede in parte le regole del trattato di Dublino sugli sbarchi e sull’accoglienza dei migranti. L’Italia ha votato a favore, si sono astenuti, neanche a dirlo, gli alleati polacchi e l’Ungheria dell’amico Orban. Il giorno dopo quello strappo, però, la premier ha scelto la masseria di Bruno Vespa per dare un segnale distensivo ai vecchi amici, difendendoli dalle accuse di autoritarismo: «Polonia e Ungheria sono sicuramente delle democrazie, più giovani delle nostre. C’è un lavoro che va fatto per rafforzarle, io farò la mia parte. L’Ue non è un club, non ci sono nazioni di serie A e B». Meloni per ora sembra affidarsi alla democristiana politica dei due forni, in attesa di scegliere da che parte stare. Accanto alle alleanze ci sono però i numeri. Per avere la maggioranza nel Parlamento europeo servono 353 seggi e, guardando sondaggi e proiezioni, a oggi l’accordo con Popolari e Liberali non basterebbe per raggiungere quel risultato. Il sito Europe Elects che monitora le rilevazioni demoscopiche europee, ha messo nero su bianco questo scenario: il Ppe avrebbe una forchetta tra 150 e 166 seggi, i Conservatori tra 75 e 86, i Liberali tra 79 e 95. Così sommata la migliore delle ipotesi farebbe 347. «Un’alleanza Popolari, Liberali e Conservatori», conclude Reho, «potrebbe non bastare per avere la maggioranza. A quel punto sarebbe necessario un accordo con i socialisti. Ed è evidente che la presenza o meno dei Conservatori in una coalizione più ampia farebbe la differenza e sarebbe decisiva nell’orientare le scelte politiche del prossimo Parlamento e della prossima Commissione europea». E dunque per essere protagonista della legislatura che verrà, Meloni potrebbe dover accettare anche il compromesso più duro: un’alleanza con i ‘nemici’. Anche questo è far parte del “team Europa”, onori e oneri.

Tre semplici domande sul Mes a un sovranista tipo

Cosa accadrebbe all'Italia se fosse l'unico Paese Ue a non accedere al Meccanismo Salva Stati? Ci sono vie alternative per trovare i 36 miliardi che ci spetterebbero? E, infine, gli aiuti non equivarrebbero a mezzo Piano Marshall? Sono quesiti a cui solo un "euroscettico" potrebbe rispondere. Se solo avesse qualcosa da dire.

Bloccare l’accesso dell’Italia ai fondi del Mes è diventata la linea del Piave degli anti-Ue italiani, che mai accetterebbero il titolo di anti-Ue preferendo di gran lunga quello di euroscettici, che fa così tanto pensoso.

Detestano in particolare le intrusioni di Bruxelles sulle questioni del bilancio e del debito, che vanno diritte al cuore delle autonomie nazionali. Sul Mes si prepara una battaglia in parlamento: sì o no?

LA STORIA DEL MECCANISMO EUROPEO DI STABILITÀ

Ci sono tre domande che si potrebbero porre agli euroscettici. Prima di farlo, ricordiamo che cos’è il Mes e che cosa oggi, per la pandemia, potrebbe fare, a che costi e a che rischi. L’acrononimo Mes sta per Meccanismo europeo di stabilità (Esm l’acronimo in inglese) ed è un fondo finanziario intergovernativo creato nel 2012 con sede a Lussemburgo sulla base di un fondo preesistente per dare sostegno ai Paesi dell’euro in caso di difficoltà dei conti pubblici, sostenibili ma in difficoltà, o quando comunque ne fanno richiesta. Le quote versate dai 19 Paesi membri, tutti quelli dell’euro, sono il capitale. Su questa base il Mes colloca obbligazioni sui mercati e ha oggi una potenza di fuoco di circa 500 miliardi. Le condizioni di un intervento, da definire in un memorandum caso per caso, sono diverse e più stringenti se si tratta di un prestito, meno se di una linea di credito. La Banca d’Italia ha preparato una semplice guida che si può utilmente leggere (Il Meccanismo europeo di stabilità e la sua riforma: domande frequenti e risposte), che parla anche dei progetti di riforma, approvati in principio a dicembre 2019 dai 19 ministri dell’Eurogruppo – l’organo decisionale del Mes – ma non ancora attuati. Il Mes non rientra nel sistema giuridico della Commissione, e opera parallelamente a essa. L’Italia a differenza di Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro (la Grecia fu il maggiore beneficiario con oltre 200 miliardi di euro, ma negoziati con il predecessore del Mes) non ha mai fatto finora ricorso al Mes.

L’ACCORDO SUL 2% DEL PIL

Con la pandemia, il Mes ha annunciato e il Consiglio Ue confermato l’8 maggio che ci saranno presto a disposizione di ogni Paese fondi pari al 2% del Pil, fino a circa 36 miliardi per l’Italia, per un prestito speciale e con un’unica condizione: che serva direttamente o indirettamente alla difesa dalla pandemia, quindi per la spesa sanitaria di ogni tipo, da mascherine e farmici a ristrutturazioni ospedaliere e nuovi ospedali o reparti e altro. Non più memorandum di intesa né interventi su bilancio e debito. Ovviamente quando l’Unione dichiarerà la fine dell’emergenza rientreranno in vigore i criteri di Maastricht del 1992 e il Patto di stabilità del 1997. E questo preoccupa gli euroscettici. Sostengono che la regola unica del Mes in versione pandemia non è affidabile perché, a fine emergenza, potrebbe restare sempre la minaccia delle vecchie regole, sospese ma non abolite, con forti intrusioni nella gestione del debito e perdita temporanea di sovranità. Così hanno parlato Giorgia Meloni e Matteo Salvini. I costi di un debito “pandemia” con il Mes sarebbero minimi, non oltre lo 0,1% annuo indica un’analisi italiana condotta da Luca Fava e Carlo Stagnaro per l’Istituto Bruno Leoni, a fronte di un costo per le ultime emissioni del Tesoro arrivato per titoli decennali attorno all’1,8% l’anno. Su 36 miliardi per 10 anni ci sarebbe quindi un risparmio di circa 5,7 miliardi di euro, pari – dato importante da ricordare come si vedrà fra poco – a 6,20 miliardi di dollari. È troppo sostenere che con un finanziamento Mes, alle condizioni “pandemia”, l’Italia riceverebbe l’equivalente di un aiuto a fondo perduto pari a 5,7 miliardi di euro? Se non vogliamo chiamarlo “prezzo di favore”, come lo chiamiamo? E ora passiamo alle domande, e a una ipotesi di risposta, ovviamente quest’ultima a puro titolo indicativo – e senza impegno – perché solo un vero sovranista sarebbe titolato a rispondere.

1. COSA SUCCEDE SE SIAMO L’UNICO PAESE UE A NON ACCEDERE AGLI AIUTI?

DOMANDA. Che cosa succede se vari altri Paesi tra cui forse anche la Francia, secondo quanto il ministro delle Finanze Bruno Le Maire ha anticipato, accedono al prestito Mes stile “pandemia” e l’Italia, l’unico Paese tra l’altro spaccato da un acceso dibattito sulla questione, non lo fa? In che posizione ci troveremmo?
RISPOSTA. «In quella», potrebbe essere la risposta, «di un Paese che sa fare i propri interessi e non accetta ricatti». Il che implicherebbe che gli altri non sanno fare i propri interessi. Oppure varie variazioni sul tema, ad esempio «gli altri non hanno valutato con sufficiente attenzione le vere clausole del Mes, noi siamo attenti e lo abbiamo fatto». Comunque, una risposta non facile.

2. DOVE TROVIAMO I 36 MILIARDI SE DICIAMO NO AL MES?

DOMANDA. Visto che non si tratta di cifre di cui possiamo fare a meno con un debito pubblico destinato a passare da circa 2.400 a circa 2.600 miliardi di euro causa pandemia, e con emissioni 2020 valutate per i titoli a medio e lungo (Bot esclusi quindi) a 202 miliardi per copertura di titoli in scadenza e a 45 miliardi di nuovo fabbisogno, dove troviamo i 36 che avrebbe potuto darci il Mes, e a che costi?
RISPOSTA. Qui è molto difficile ipotizzare una risposta, tutta affidata all’abilità dialettica del sovranista incaricato. Sulla base dell’analisi Fava-Stagnaro, e non cambierebbe molto con qualsiasi altra analisi, c’è tra i costi Mes e i costi di mercato una differenza superiore ai 5 miliardi di euro, in 10 anni. Direbbero forse qualcosa del genere: «L’onore nazionale non ha prezzo», in linea con una visione sovranista. Più probabilmente ricorderebbero che non sono soldi del Mes ma soldi nostri, visto che la quota versata dall’Italia è di 14 miliardi, il che è vero in senso contabile e non vero in senso politico, perché il Mes è una forma di assicurazione collettiva alla quale si contribuisce nella speranza di non averne mai bisogno. A questo si potrebbe rispondere che i 36 di prestito, e i 5,7 di “favore” sarebbero comunque una buona occasione per riavere indietro un po’ di quei 14 versati. Ma potrebbero uscire risposte impensate e impensabili, perché i sovranisti sul Mes si trovano con le spalle al muro e difendono la loro stessa ragion d’essere politica. Come del resto, in una posizione però più sostenibile perché inserita in un quadro europeo più ampio e coerente, fa il fronte opposto degli “europeisti”. Nazionalismo vuol dire, per definizione, essere soli. «Meglio soli che male accompagnati» è la classica risposta sovranista.

3. IL MES VALE PER NOI MEZZO PIANO MARSHALL?

DOMANDA. Terzo e ultimo quesito. Se il prestito Mes alle condizioni “pandemia” equivale a uno sconto di costi finanziari pari a circa 6,2 miliardi di dollari in 10 anni, e visto che all’Italia andarono nel 1948-52 circa 1,4 miliardi di dollari del Piano Marshall in gran parte a fondo perduto, pari a 14 miliardi di dollari oggi, e sia pure considerando il fatto che 1,4 miliardi di allora avevano sull’Italia di allora un peso più alto di 14 miliardi di oggi sull’Italia, non si può forse dire che il Mes da solo, e prima di altri interventi Ue, vale per l’Italia mezzo Piano Marshall?
RISPOSTA. Difficilissmo ipotizzare una risposta. Probabilmente si cercherebbe di ribadire che quello del Mes non è affatto un “dono” ma un cavallo di Troia.

QUELLO CHE NON SI DICE SUGLI EUROBOND

Conclusione. Aspettiamo il dibattito parlamentare. Si sentiranno alti toni patriottici e accuse agli avversari di svendita dell’onore nazionale. Il peggior armamentario del vecchio nazionalismo, che da sempre cerca di togliere al fronte opposto la dignità del libero pensiero. Naturalmente i sovranisti diranno che non sono contro l’Europa ma contro “questaEuropa. Il problema è che l’Europa giusta che va bene a loro non si trova mai. Messi alle strette, sostengono in genere che sarebbero per una vera Europa unita che corre in soccorso di ogni nazione così come negli Stati Uniti Washington fa con il Minnesota piuttosto che l’Arizona o il Tenneesee, ma non per “questa” Europa. Ancor più alle strette, invocano sempre gli eurobond, la cui assenza prova la perfidia europea da cui dobbiamo difenderci. Ma in genere non sanno che dire a chi ricordaloro che gli eurobond, come mutualizzazione di un debito nazionale che diventa comune, hanno per logica necessità e conseguenza la creazione di un superministro delle Finanze che, affiancato dal Parlamento europeo, controlla le spese degli Stati approvate dai rispettivi parlamenti. Gli eurobond implicano quindi una nuova consistente cessione di sovranità. A questo punto in genere i sovranisti cambiano discorso. Salvo continuare a imprecare, come ha scritto Mattia Feltri, contro «…quel popolo che noi chiamiamo gli egoisti del Nord, e dal quale pretendiamo i denari con le vene gonfie al collo». Ma non i denari del Mes. Quello, come tanti Nennillo nel Natale in casa Cupiello di Eduardo, «nun ce piace».

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Mes, Dombrovskis: «In Italia narrative ingannevoli»

Così il vicepresidente della Commissione Ue ha definito le preoccupazioni espresse da una parte della politica italiana.

«Narrative ingannevoli». Così il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis ha commentato le preoccupazioni espresse da alcuni politici italiani sul debito e sul Mes. «Vediamo invece cosa sta accadendo in realtà», ha detto Dombrovskis facendo riferimento alla sospensione del Patto di stabilità, alla maggiore flessibilità per i bilanci degli Stati membri Ue in termini di deficit e sul fatto che per il Mes, come deciso dall’Eurogruppo l’unica condizione è che le spese vadano per la sanità

Nel formulario con cui accedere alla nuova linea di credito, che dovrà essere siglato dal Paese interessato e dalla Commissione Ue e che sostituisce il vecchio Memorandum, vanno dettagliate le spese sanitarie fino al 2% del Pil. «Possono includere la parte della spesa pubblica destinata alla sanità direttamente o indirettamente legata all’impatto del Covid sul sistema, nel 2020 e nel 2021», specifica il modulo.

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Il nuovo premier di Malta è Robert Abela

La scelta fatta dagli elettori laburisti rappresenta una voglia di continuità rispetto a Muscat, dimessosi per il caso Caruana.

Dopo la crisi di governo legata al caso Caruana e le dimissioni di Joseph Muscat, Malta ha un nuovo premier. Si tratta di Robert Abela, avvocato 42enne, eletto leader del Partito laburista maltese, diventando automaticamente anche primo ministro dopo le dimissioni di Muscat, accusato di interferenze nelle indagini sull’omicidio della giornalista investigativa Daphne Caruana Galizia.

UNA SCELTA DI CONTINUITÀ

Figlio dell’ex presidente George e visto come outsider incarnazione della continuità col suo predecessore, Abela è stato scelto dalla maggioranza dei 17.500 elettori laburisti – che hanno votato per la prima volta direttamente il loro leader – per la sua promessa di continuare «con le ricette vincenti» di Muscat. È stato preferito al chirurgo 52enne Chris Fearne, vicepremier uscente.

IN PARLAMENTO DAL 2017

Abela, attivista di lunga data del Partito laburista, è diventato membro del parlamento maltese solo durante le ultime elezioni legislative del 2017, convocate in anticipo da Muscat e vinte a mani basse dal suo partito nonostante un’ondata di scandali che hanno scosso il suo entourage. Abela subentra per soli due anni e mezzo in carica, fino al settembre 2022.

FENECH INCRIMINATO

Il caso Caruana ha travolto il governo, portando all’arresto di Keith Schembri, capo di gabinetto di Muscat, scarcerato poi una volta completati gli interrogatori nei suoi confronti. Per l’omicidio della giornalista è stato invece ufficialmente incriminato Yorgen Fenech, l’imperatore dei casinò, accusato di legami con le mafie italiane e vicino ad ambienti di governo. L’uomo è accusato di essere il mandante dell’autobomba che tolse la vita a Daphne Caruana Galizia.

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Green Deal: l’Ue apre ad aiuti per casi come l’Ilva

Una speranza per l’Ilva di Taranto potrebbe arrivare dall’Europa. Più precisamente dal Green Deal. Il nuovo Fondo europeo per la..

Una speranza per l’Ilva di Taranto potrebbe arrivare dall’Europa. Più precisamente dal Green Deal.

Il nuovo Fondo europeo per la transizione verso un’economia verde partirà con un stanziamento di base di 7,5 miliardi e dal 2021 permetterà di finanziare con risorse pubbliche «la modernizzazione» di grandi impianti industriali e «la bonifica di siti contaminati» – e quindi potenzialmente anche Taranto – senza violare le regole Ue sugli aiuti di Stato.

È quanto emerge dalla bozza delle proposte che la Commissione europea presenterà martedì prossimo di cui l’Ansa ha preso visione.

LEGGI ANCHE: Cosa è il Green Deal dell’Unione europea

PER L’UE IN 7 ANNI SI POTRANNO MOBILITARE FINO A 50 MLD

La Commissione Ue propone che il nuovo fondo (Fte) sia accessibile «a tutti gli Stati membri» e rientri all’interno delle politiche di coesione. Il fondo potrà contare su 7,5 miliardi di euro di risorse fresche per il 2021-2027. A questo stanziamento si aggiungeranno i cofinanziamenti nazionali e le risorse che gli Stati dovranno trasferire dai fondi per lo sviluppo regionale (Fesr) e sociale (Fse+). Il meccanismo alla base della proposta prevede che per ogni euro ricevuto dal Fte, i Paesi trasferiscano «da un minimo di 1,5 a un massimo di 3 euro» provenienti dagli altri fondi Ue. Secondo Bruxelles, grazie a questo meccanismo in sette anni potranno essere mobilitati fondi pubblici «fra i 30 e i 50 miliardi». Lo strumento rientrerà in un più ampio Meccanismo per la transizione verde che ambisce ad attirare investimenti pubblici e privati per 100 miliardi. La Commissione chiede che siano i Paesi a «identificare i territori» bisognosi del sostegno del Fte, che in Italia coincideranno con le Province (categorizzate tecnicamente come NUTS 3), e a redigere piani di transizione territoriale ad hoc. Il Fte potrà finanziare anche «investimenti produttivi in aziende diverse dalle Pmi», quando «sono necessari per l’attuazione dei piani di transizione territoriali».

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Con la Brexit Londra rimette in discussione l’Erasmus

Il parlamento del Regno Unito ha bocciato un emendamento che avrebbe garantito il rinnovo automatico del programma. Un nuovo accordo andrà rinegoziato.

Arrivederci Erasmus. Nelle ore in cui è arrivato il via libera definitivo alla Brexit, il parlamento britannico ha bocciato un emendamento che avrebbe garantito il rinnovo automatico dello storico programma di scambio tra studenti europei dopo l’uscita dall’Unione europea. Non è un addio, si è affrettato a precisare il governo di Londra bersagliato dalle critiche, ma quasi. Con il voto di ieri sera, oscurato dall’annuncio shock di Meghan e Harry, Erasmus+ (come si chiama da qualche anno) finirà nel calderone dei dossier da affrontare nei futuri negoziati con Bruxelles. In pratica, il girone infernale del periodo di transizione, quando ci saranno questioni ben più impellenti da risolvere. Il voto ai Comuni era atteso ed in linea con la promessa del premier Boris Johnson di mettere fine alla libertà di movimento dopo la Brexit.

LA PROTESTA DA ENTRAMBE LE SPONDE DELLA MANICA

E tuttavia ha suscitato reazioni di protesta da entrambi i lati della Manica. Scatenando l’indignazione soprattutto di chi l’Erasmus l’ha vissuto e lo ricorda a distanza di anni come l’esperienza più formativa della propria vita. «Ho trascorso un anno incredibile a Friburgo nel 1999. Sono così arrabbiata che questa possibilità sia stata strappata agli studenti britannici», scrive Laura su Twitter. «Grazie all’Erasmus sono riuscita a studiare a Parigi e trovare il mio primo lavoro da giornalista. Ha trasformato la timida ventenne che ero…», racconta Ros. «L’Erasmus mi ha resa quella che sono oggi. Ho il cuore spezzato», dice la professoressa Tanja Bueltmann.

LONDRA PROVA AD ABBASSARE I TONI

Il governo britannico, prima per bocca del sottosegretario all’Istruzione Chris Skidmore, poi con un comunicato ufficiale, ha provato a placare gli animi. «C’è l’impegno a mantenere i rapporti accademici con l’Ue anche attraverso l’Erasmus+. Vogliamo assicurarci che gli studenti britannici e quelli europei possano continuare a beneficiare dei rispettivi sistemi educativi», è scritto nella nota dove tuttavia si precisa «se sarà nei nostri interessi farlo». Al programma partecipano anche Paesi non membri dell’Unione europea come Norvegia, Serbia e Turchia, oltre a Paesi partner che prendono parte solo ad alcune attività come Albania, Egitto, Israele, Russia. Ma non potendo usufruire dei fondi comunitari, i Paesi che decidono di aderire devono stanziare finanziamenti di tasca propria. Sarà «nell’interesse» del Regno Unito farlo?

NO COMMENT DA BRUXELLES

Da Bruxelles nessun commento sulla decisione, a larghissima maggioranza, dei Comuni. Lo scorso marzo, in prossimità della prima scadenza della Brexit e per fronteggiare un eventuale no-deal, il Consiglio europeo aveva adottato un pacchetto di misure d’emergenza che garantivano agli studenti Erasmus di concludere il loro percorso. Ma solo fino alla fine del 2020. Nessuno sa cosa accadrà alla scadenza del periodo di transizione.

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In Austria è accordo tra i Popolari di Kurz e i Verdi

Al partito del cancelliere andrebbero i ministeri di maggior peso. Agli ecologisti Infrastrutture-Ambiente-Energia. Intesa in dirittura d'arrivo.

A tre mesi esatti dalle elezioni politiche che avevano rafforzato i Popolari di Sebastian Kurz dopo lo scandalo Ibizia-Gate, l’Austria ha finalmente una nuova alleanza di governo. Nella notte tra il 28 e il 29 dicembre è infatti stato raggiunto l’accordo di massima tra l’Övp del cancelliere e i Verdi di Werner Kogler. Un accordo che era stato ampiamente anticipato e che ora si è concretizzato.

MANCA LA RATIFICA DEI VERDI

Ora manca solo la ratifica da parte dei Verdi. Il partito ecologista ha infatti convocato per il 4 gennaio l’assemblea, il cui voto – secondo lo statuto di partito – è vincolante per un’entrata nell’esecutivo. Il giuramento – secondo la stampa austriaca – potrebbe avvenire il 7 gennaio. «Gli ostacoli più grandi sono stati superati», ha confermato Kurz che, dopo lo scandalo che aveva colpito il vice cancelliere e leader del Fpö Heinz Christian Strache, aveva di fatto perso il vecchio alleato di ultradestra, scivolato di oltre 8 punti percentuali alle elezioni di settembre e deciso a ripartire dall’opposizione.

ALCUNI DETTAGLI DA CHIARIRE

Per il leader dei Verdi Kogler, restano da chiarire solo alcuni dettagli. Secondo il quotidiano Salzbuger Nachrichten, i ministeri di peso (Esteri, Interni, Finanze, Economia, Istruzione e Agricoltura) sono destinati ad andare alla Övp, mentre i Verdi riceveranno, oltre al ‘superministero’ Infrastrutture-Ambiente-Energia, anche Giustizia, Salute e Affari sociali. Sotto la guida ambientalista tornerebbe anche il ministero alla Cultura, che durante gli scorsi esecutivi non è stato un ministero autonomo.

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Il governo britannico pubblica per errore gli indirizzi di alcuni vip

Online gli indirizzi di oltre mille destinatari dei New Year Honours: tra loro politici, star del calibro di Elton John.

Il governo britannico è in imbarazzo dopo la pubblicazione, per errore, degli indirizzi di oltre mille destinatari dei cosiddetti New Year Honours, le tradizionali onorificenze reali: tra loro politici, star del calibro di Elton John, ma anche decine di funzionari della difesa e dell’antiterrorismo, con evidenti implicazioni per la sicurezza. Una svista, ha ammesso l’ufficio del gabinetto che si è scusato per quanto accaduto, assicurando di aver rimediato in breve tempo.

ANCHE OLIVIA NETWON JOHN E BEN STROKES TRA LE VITTIME DELLA ‘SVISTA’

Tra i 1.097 destinatari delle onorificenze del 2020 ci sono anche il giocatore di cricket Ben Stokes, l’attrice Olivia Newton John, l’ex leader del Partito conservatore Iain Duncan Smith, la cuoca televisiva Nadiya Hussain e l’ex capo dell’Ofcom (l’authority per le comunicazioni) Sharon White. Tra gli altri, diversi funzionari di governo, accademici, leader religiosi, sopravvissuti all’Olocausto. Ma anche funzionari della Difesa e alte gerarchie della polizia, quindi personalità considerate sensibili dal punto di vista della sicurezza. C’è chi ha preso questa vicenda con filosofia, come Mete Coban, pioniere delle attività caritatevoli che ha ricevuto un’onorificenza per il suo lavoro con i giovani, che si è detto non troppo preoccupato per l’errore. Al contrario, Big Brother Watch, organizzazione britannica che si occupa di privacy e tutela delle libertà civili, ha definito «estremamente preoccupante che il governo non mantenga una solida stretta sulla protezione dei dati e che le persone che ricevono alcuni dei più alti onori siano messe a rischio per questo». Ed il ministro ombra per l’ufficio del gabinetto, Jon Trickett, ha evidentemente rincarato la dose: «Se il governo non è in grado di proteggere dati sensibili, come possiamo aspettarci che risolva le importanti questioni del nostro Paese?».

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Il governo britannico pubblica per errore gli indirizzi di alcuni vip

Online gli indirizzi di oltre mille destinatari dei New Year Honours: tra loro politici, star del calibro di Elton John.

Il governo britannico è in imbarazzo dopo la pubblicazione, per errore, degli indirizzi di oltre mille destinatari dei cosiddetti New Year Honours, le tradizionali onorificenze reali: tra loro politici, star del calibro di Elton John, ma anche decine di funzionari della difesa e dell’antiterrorismo, con evidenti implicazioni per la sicurezza. Una svista, ha ammesso l’ufficio del gabinetto che si è scusato per quanto accaduto, assicurando di aver rimediato in breve tempo.

ANCHE OLIVIA NETWON JOHN E BEN STROKES TRA LE VITTIME DELLA ‘SVISTA’

Tra i 1.097 destinatari delle onorificenze del 2020 ci sono anche il giocatore di cricket Ben Stokes, l’attrice Olivia Newton John, l’ex leader del Partito conservatore Iain Duncan Smith, la cuoca televisiva Nadiya Hussain e l’ex capo dell’Ofcom (l’authority per le comunicazioni) Sharon White. Tra gli altri, diversi funzionari di governo, accademici, leader religiosi, sopravvissuti all’Olocausto. Ma anche funzionari della Difesa e alte gerarchie della polizia, quindi personalità considerate sensibili dal punto di vista della sicurezza. C’è chi ha preso questa vicenda con filosofia, come Mete Coban, pioniere delle attività caritatevoli che ha ricevuto un’onorificenza per il suo lavoro con i giovani, che si è detto non troppo preoccupato per l’errore. Al contrario, Big Brother Watch, organizzazione britannica che si occupa di privacy e tutela delle libertà civili, ha definito «estremamente preoccupante che il governo non mantenga una solida stretta sulla protezione dei dati e che le persone che ricevono alcuni dei più alti onori siano messe a rischio per questo». Ed il ministro ombra per l’ufficio del gabinetto, Jon Trickett, ha evidentemente rincarato la dose: «Se il governo non è in grado di proteggere dati sensibili, come possiamo aspettarci che risolva le importanti questioni del nostro Paese?».

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Morto suicida lo scrittore norvegese Ari Behn

Era stato spostato con la principessa Martha Louise, figlia di Re Harald V. Nel 2017 aveva accusato Kevin Spacey di molestie.

Si è tolto la vita a 47 anni Ari Behn, scrittore ed ex genero del re di Norvegia. Lo ha reso noto il suo portavoce, citato dai media internazionali. Autore di numerosi romanzi e opere teatrali, Behn aveva sposato la principessa Martha Louise nel 2002 per poi divorziare nel 2016. La coppia ha avuto tre figlie. Behn è stato, sempre nel 2017, anche tra gli accusatori di Kevin Spacey, l’attore premio Oscar finito al centro dello scandalo #MeToo: disse che 10 anni prima l’attore lo avrebbe molestato toccandolo sotto a un tavolo in modo inappropriato dopo un concerto per il premio Nobel per la Pace, invitandolo a uscire con lui in terrazzo. «Magari più tardi», gli avrebbe risposto lui imbarazzato.

L’ESORDIO NEL 1999

Il primo romanzo di Behn fu pubblicato nel 1999, ma la fama arrivò tre anni più tardi, nel 2002, proprio grazie al matrimonio reale con la primogenita di re Harald V. Il suo ultimo libro, Inferno, è invece datato 2018 ed è un racconto della sua dura lotta contro la malattia mentale. «Ari è stato una parte importante della nostra famiglia per molti anni, e abbiamo ricordi belli di lui con noi», ha fatto sapere la casa reale norvegese in una nota.

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Nel M5s anche Castaldo contro Di Maio sul listino bloccato

Il vicepresidente del parlamento Ue Castaldo, capo delegazione del M5s in Europa, contro il leader i suoi "facilitatori". E cioè la segreteria del M5s, di cui sei membri scelti direttamente dal ministro degli Esteri.

Dopo le fuoriuscite di Lucidi e Grassi, i due senatori che sono passati alla Lega, il M5s prova a cambiare pagina con il voto su Rousseau di quella che in altri partiti si sarebbe chiamata segreteria. Ma quel voto è un prendere o lasciare comprese le sei persone scelte direttamente dal capo politico Luigi Di Maio. Un metodo che non è piaciuto affatto a un nome che nel movimento sta acquisendo sempre più peso cioè quel Fabio Massimo Castaldo eletto vice presidente del parlamento europeo e che guida il gruppo grillino che a Bruxelles ha segnato il divorzio dalla Lega votando a favore della commissione di Ursula Von der Leyen.

Fabio Massimo Castaldo durante il convegno ”Open Democracy ? Democrazia in rete e nuove forme di partecipazione cittadina”, organizzato dal Movimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati presso la Sala Mappamondo, 18 aprile 2016 a Roma. ANSA/FABIO CAMPANA

«UNA SCELTA AMPIA DI INCOERENZA»

«Una scelta d’ampia incoerenza: #iodicono alle liste bloccate!». Così in un post il vicepresidente M5s del Parlamento europeo Fabio Massimo Castaldo commenta il voto in blocco su Rousseau del listino dei cosiddetti facilitatori nazionali scelti dal capo politico del Movimento Luigi Di Maio. «La trovo una scelta ampiamente incoerente: abbiamo portato avanti per anni la battaglia a favore delle preferenze nella legge elettorale, abbiamo combattuto sempre contro i listini bloccati e imposti dall’alto, e ora poniamo i nostri attivisti davanti a un voto del genere?», ha chiesto. «Credo che non sia affatto corretto presentare un listino bloccato e dare la possibilità di votare solamente Si o No all’intera lista: si sarebbe dovuto dare a tutti noi la possibilità di votare individualmente ogni componente di quella squadra. Mi sembra non solo incoerente, ma anche limitante», ha scritto su Fb, Castaldo protestando sulla scelta di far semplicemente ratificare dalla rete i sei facilitatori M5S scelti dal capo politico.

Il capo politico del M5s Luigi Di Maio.

18 FACILITATORI, SEI SCELTI DAL CAPO

Il ragionamento del vicepresidente del parlamento europeo prosegue: «Si sceglie, infatti, una squadra di 18 persone che affiancherà il capo politico del Movimento nei processi decisionali e nelle scelte programmatiche. In questo percorso «sei facilitatori sono indicati direttamente dal capo politico, con funzioni estremamente rilevanti, e oggi si vota anche per confermare o declinare tale scelta». Nel listino, sottolinea l’eurodeputato, ci sono nomi «diversi di assoluto valore per competenze, capacità e impegno dimostrato in questi anni. Ma in tutta franchezza non posso tacere sul fatto che ci sia un problema non tanto di merito, sul quale non voglio esprimermi per non influenzare in alcun modo il vostro giudizio». «Si sarebbe dovuto dare a tutti noi la possibilità di votare individualmente ogni componente di quella squadra. Svolgeranno funzioni molto diverse gli uni dagli altri, pertanto il voto avrebbe dovuto essere sulla competenza dei singoli» sostiene. Il problema, invece, è «di metodo. E per questo vorrei porre una riflessione a tutti noi attivisti».

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La Bce di Lagarde in pressing sui Paesi che possono spendere

Stime di crescita al ribasso: +1,1% per il 2020. La presidente dell'Eurotower: «I governi che hanno spazio di bilancio dovrebbero essere pronti ad agire in maniera efficace e tempestiva». E poi precisa: «Non sono né una colomba né un falco, la mia ambizione è essere un gufo, che è dotato di saggezza».

La prima riunione di politica monetaria della Banca Centrale Europea guidata da Christine Lagarde si è conclusa lasciando i tassi d’interesse invariati: il tasso principale resta fermo a zero, quello sui prestiti marginali allo 0,25% e quello sui depositi a -0,50%.

«NÉ FALCO NÉ COLOMBA, SARÒ GUFO»

La Bce ha «leggermente rivisto» al ribasso le stime di crescita per il 2020, a 1,1%. Le stime sono ora di una crescita dell’1,2% quest’anno, dell’1,1% il prossimo, e dell’1,4% nel 2021 e 2022. Nella conferenza stampa al termine del board Lagarde ha spiegato: «Non sono né una colomba né un falco, la mia ambizione è essere un gufo, che è dotato di saggezza».

«CHI HA SPAZIO DI BILANCIO, AGISCA IN MANIERA TEMPESTIVA»

Poi Lagarde è tornata in pressing sulla Germania e gli altri Paesi che hanno surplus di bilancio: «I governi che hanno spazio di bilancio dovrebbero essere pronti ad agire in maniera efficace e tempestiva» per stimolare la crescita.

«L’EUROPA NON VA VERSO LA JAPANIFICATION»

Infine, riferendosi al rischio, evocato da alcuni economisti, di una spirale di deflazione e bassa crescita come quella del ‘decennio perduto’ giapponese, ha commentato: «Una ‘Japanification’? non credo affatto che siamo a questo punto, il credito alle imprese europee presenta un quadro completamente diverso da quello giapponese. Non credo affatto che una ‘Japanification’ sia fra le ipotesi sul tavolo»

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La Bce di Lagarde in pressing sui Paesi che possono spendere

Stime di crescita al ribasso: +1,1% per il 2020. La presidente dell'Eurotower: «I governi che hanno spazio di bilancio dovrebbero essere pronti ad agire in maniera efficace e tempestiva». E poi precisa: «Non sono né una colomba né un falco, la mia ambizione è essere un gufo, che è dotato di saggezza».

La prima riunione di politica monetaria della Banca Centrale Europea guidata da Christine Lagarde si è conclusa lasciando i tassi d’interesse invariati: il tasso principale resta fermo a zero, quello sui prestiti marginali allo 0,25% e quello sui depositi a -0,50%.

«NÉ FALCO NÉ COLOMBA, SARÒ GUFO»

La Bce ha «leggermente rivisto» al ribasso le stime di crescita per il 2020, a 1,1%. Le stime sono ora di una crescita dell’1,2% quest’anno, dell’1,1% il prossimo, e dell’1,4% nel 2021 e 2022. Nella conferenza stampa al termine del board Lagarde ha spiegato: «Non sono né una colomba né un falco, la mia ambizione è essere un gufo, che è dotato di saggezza».

«CHI HA SPAZIO DI BILANCIO, AGISCA IN MANIERA TEMPESTIVA»

Poi Lagarde è tornata in pressing sulla Germania e gli altri Paesi che hanno surplus di bilancio: «I governi che hanno spazio di bilancio dovrebbero essere pronti ad agire in maniera efficace e tempestiva» per stimolare la crescita.

«L’EUROPA NON VA VERSO LA JAPANIFICATION»

Infine, riferendosi al rischio, evocato da alcuni economisti, di una spirale di deflazione e bassa crescita come quella del ‘decennio perduto’ giapponese, ha commentato: «Una ‘Japanification’? non credo affatto che siamo a questo punto, il credito alle imprese europee presenta un quadro completamente diverso da quello giapponese. Non credo affatto che una ‘Japanification’ sia fra le ipotesi sul tavolo»

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