Il governo Usa ha mentito sulla guerra in Afghanistan per anni

Secondo un lungo dossier ottenuto dal Washington Post, la Casa Bianca e l'esercito hanno manipolato le informazioni sullo stato del conflitto. I testimoni: «Non sapevamo cosa stavamo facendo».

I vertici dell’amministrazione Usa, da George W. Bush in poi, hanno più volte ingannato nel corso degli anni l’opinione pubblica americana sulla situazione in Afghanistan, per nascondere i fallimenti di una guerra che oramai dura da 20 anni e a cui il presidente Donald Trump sta tentando di porre fine con un accordo con i talebani.

DA DOVE PARTE IL RAPPORTO

La notizia esplosiva è uscita sulle pagine del Washington Post che ha condotto un’inchiesta sulla base di oltre duemila pagine di documenti ottenuti grazie al Freedom Of Information Act. In realtà il quotidiano aveva raccolto le informazioni già negli anni precedenti ma solo con l’intervento di un tribunale è stato in grado di pubblicare. Le carte che fanno parte di un rapporto del 2014 intitolato Lessons Learned e in cui si esaminano le origini degli insuccessi del coinvolgimento Usa nel Paese, iniziato all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001. Uno studio, costato 11 milioni di dollari, condotto attraverso oltre 600 interviste, comprese quelle a diversi responsabili ed ex responsabili della Nato e del governo afghano che «aveva l’obiettivo di individuare le fallimentari misure applicate in Afghanistan affinché gli Stati Uniti non commettessero gli stessi errori la prossima volta che avrebbero invaso un paese o cercato di ricostruirne uno».

TESTIMONIANZE MANIPOLATE PER MOSTRARE CHE SI STAVA VICENDO LA GUERRA

«Dalle testimonianze», ha scritto il Wp, «emerge come era comune nei quartier generali militari a Kabul, ma anche alla Casa Bianca, alterare e manipolare le statistiche per far apparire che gli Usa stavano vincendo la guerra, mentre non era così». «Queste carte», ha messo in luce l’inchiesta, «assomigliano molto ai famosi Pentagon Papers sulla storia segreta della guerra del Vietnam». Bob Crowley, colonnello del colonnello dell’esercito in pensione che lavorò come consulente nel Paese tra il 2013 e 2014 ha raccontato che si trovavano modi migliori per presentare il miglior quadro possibile.

LA MANCATA CONOSCENZA DELL’AFGHANISTAN

Tra i documenti esaminati anche alcuni memo inediti che risalgono al periodo tra il 2001 e 2006 dell’ex segretario alla Difesa Donald Rumsfeld. Il generale Douglas Lute, che sotto le amministrazioni Bush e Obama servì come war czar dell’Afghanistan alla Casa Bianca, è arrivato a dichiarare «non sapevamo quello che stavamo facendo». «Cosa stiamo cercando di fare qui? Non avevamo la più pallida idea di ciò che stavamo intraprendendo», aveva detto in un colloquio del 20 febbraio 2015. Un altro funzionato ha messo in luce come Washington fosse convinta di poter instaurare un forte governo centrale a Kabul, ma che la pretesa non teneva conto del fatto che il Paese, in tutta la sua storia, non aveva mai auto una forte autorità centrale: «La cornice per creare un simile governo è di almeno 100 anni, ed è un tempo che noi non abbiamo».

I NUOVI COLLOQUI COI TALEBANI

Ufficialmente la guerra è iniziata nell’ottobre del 2001, poco più di un mese dopo gli attacchi contro il Word Trade Center organizzati da al Qaeda, l’organizzazione creata e diretta all’ora da Osama Bin Laden e che aveva trovato riparto presso i talebani. Da allora il conflitto si è protratto a fasi alterne entrando quest’anno nel 18esimo anno di vita. Da allora i costi umani sono stati altissimi, così come quelli economici stimati intorno a 930 miliardi di dollari. Intanto il 4 dicembre il dipartimento di Stato Usa ha fatto sapere che l’inviato Usa per l’Afghanistan Zalmay Khalilzad, attualmente a Kabul, tornerà in Qatar per «riprendere i colloqui con i talebani per discutere le tappe che possono portare a negoziati interafghani e ad una soluzione pacifica della guerra, in particolare ad una riduzione della violenza che porti ad un cessate il fuoco».

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Cosa si nasconde sotto il mondo scintillante del K-pop

Suicidi, abusi, violenze. Lo showbiz sudcoreano è malato. E racconta molto di una società ipercompetitiva e piena di contraddizioni.

Cosa sta accadendo nel mondo luccicante e apparentemente leggero del Korean-pop o K-pop come lo conoscono e lo seguono, elettrizzati ed entusiasti, tantissimi adolescenti anche in Italia?

Sembra qualcosa di terribile a giudicare dall’inquietante record di suicidi che si riscontra in Corea del Sud tra le star del genere: quattro morti in due anni. L’ultimo a togliersi la vita, martedì, è stato Cha In Ha, membro del gruppo Surprise U, che è stato trovato senza vita nella sua abitazione di Seul.

Al momento sono ancora in corso le indagini per comprendere quali siano state esattamente le cause della morte. Nel frattempo la sua casa di produzione ha diffuso un comunicato nel quale ha confermato il decesso: «Siamo devastati», hanno scritto. Cha aveva solo 27 anni.

LA DRAMMATICA SCIA DI SUICIDI NEL K-POP

Il suo suicidio segue di poco quello della cantante Goo Hara, 28 anni, trovata morta nella sua casa di Seul solo sei mesi dopo essere sopravvissuta a un precedente tentativo di suicidio. E a sua volta la morte di Goo è arrivata sei settimane dopo che Sulli, un’altra star del K-pop e amica intima di Goo, si era tolta la vita a ottobre a 25 anni, dopo una lunga battaglia contro il bullismo online.

UN GENERE DIVENTATO FENOMENO GLOBALE

Ormai divenuto un fenomeno musicale globale, il K-pop, con l’aura di tragedia che sembra accompagnarlo, rischia di mettere a nudo i problemi ben più ampi di cui soffrono la gioventù e l’intera società sudcoreana. Il genere è diventato famoso a partire dal 1996 grazie alle boyband. Dopo una fase di recessione, nel 2003 è stato rilanciato a livello internazionale dai successi di gruppi come i TVXQ e i BoA. Negli ultimi due anni, soprattutto grazie ai social media, il K-Pop è riuscito a sfondare anche nelle classifiche degli Stati Uniti con i BTS, la prima band sudcorerana a vincere un Billboard Music Award.

Il funerale della star del K-Pop Goo Hara (Getty).

LE GIOVANI STAR SONO SOTTOPOSTE A UNA INCREDIBILE PRESSIONE

L’ondata di suicidi del K-pop è iniziata quasi due anni fa quando Kim Jong-hyun, meglio noto come Jonghyun della band Shinee, si uccise nel dicembre del 2017, anche lui a soli 27 anni. Naturalmente i suicidi nel mondo della musica non sono una novità: il frontman dei Nirvana, Kurt Cobain, si suicidò nel 1994, e recentemente si sono tolte la vita due icone pop molto conosciute, con schiere di fan al loro seguito, Keith Flint dei Prodigy e Chester Bennington dei Linkin Park.

LEGGI ANCHE:In Corea del Sud c’è una prigione per le persone stressate

Ma ben quattro celebrità dello stesso settore, nello stesso Paese, che si tolgono la vita, giovanissime, in meno di due anni, indicano che probabilmente qualcosa è andato tragicamente storto nel K-pop. La pressione che il sistema esercita sulle sue stelle – in particolare le donne – è fortissima. Inizia nel momento in cui entrano nelle scuole di formazione da adolescenti: i telefoni cellulari vengono confiscati, sono tagliati fuori dalla famiglia e dagli amici ed è loro vietato di intrattenere normali relazioni giovanili. Le scuole proiettano un’immagine bizzarra e conflittuale, eternamente in bilico tra innocenza e disponibilità sessuale.

Il pubblico del K-pop World Festival a Changwon (Getty).

IL CYBERBULLISMO CONTRO SULLI E GOO

Sulli e Goo, per esempio, si sono dovute sottoporre a un esame continuo e impietoso delle loro vite private ed entrambe hanno dovuto affrontare dure critiche, attacchi e offese online: Sulli è stata messa alla gogna sui social, poco prima della sua morte, per aver postato su Instagram foto di un festino alcolico a casa sua, mentre Goo era stata coinvolta in una brutta storia di revenge-porn: un suo ex aveva postato online un filmato in cui facevano sesso.

LE ACCUSE DI ABUSI E VIOLENZE

I doppi standard che si applicano in Corea del Sud, ma non solo, alle stelle del K-pop, a seconda se siano maschi o femmine, sono evidenti. Mentre Sulli e Goo venivano prese di mira dal bullismo online, chiamate senza mezzi termini «troie» ed esortate a «vergognarsi» per i loro comportamenti, gli stessi fan in un evidente eccesso di misoginia non facevano una piega, invece, di fronte ad atteggiamenti a dir poco terrificanti di altre star maschili come Jung Joon-young e Choi Jong-hoon. I due ragazzi si sentivano così intoccabili e al di sopra della legge da arrivare a gestire una chat room dove condividevano filmati in cui facevano sesso con donne che sembravano in stato di incoscienza, molto probabilmente drogate. Con commenti del tipo: «Aspetta. È svenuta. Voglio vederla viva». «L’hai violentata, bravo», accompagnato da una faccina che ride.

Il gruppo di K-Pop BTS (Getty).

LE INCHIESTE DELLA MAGISTRATURA

Il primo tentativo di suicidio di Goo, a maggio, avrebbe dovuto rappresentare un serio campanello d’allarme per le case discografiche di K-pop. Invece nessuno nel settore sembra essersi reso conto della tragedia che si stava consumando.

LEGGI ANCHE: #NoMarriageMovement, le coreane dicono no a figli e matrimonio

Le autorità di Seul, invece, sembrano aver preso sul serio questa crisi nel K-pop: i pubblici ministeri hanno incriminato Jung con l’accusa di violenza sessuale che potrebbe portarlo in carcere per un minimo di sette anni, mentre la “Legge di Sulli” contro il cyberbullismo verrà presentata il mese prossimo all’Assemblea nazionale.

Lee Seung-hyun in tribunale (Getty).

L’UNICA PRIORITÀ È FARE SOLDI

Forse non sapremo mai quale sostegno è stato offerto a Goo dopo il suo primo tentativo di suicidio a maggio, se qualcuno ha cercato di aiutarla. Di certo l’unica notizia che, negli ultimi sei mesi, i fan di K-pop nel mondo hanno avuto della giovanissima star è stata quella diffusa due settimane fa, quando il suo manager ha tentato di rilanciarne la carriera attraverso un mini-tour che comprendeva una sola data in Giappone. Nemmeno una parola sulle difficoltà e il disagio che stava attraversando la giovane stellina; il che suggerisce con ogni evidenza che la massima priorità era quella di riportarla sul palco e fare soldi, non certo risolvere i problemi che l’avevano spinta una prima volta a provare di togliersi la vita. Tentativo alla fine riuscito.

UNO SHOWBIZ MALATO

Considerando le voci che circolano da tempo sugli abusi sessuali subiti dalle giovani star dello showbiz locale, è sorprendente che il bilancio delle vittime non sia addirittura più alto. Nel 2009 l’attrice 29enne Jang Ja-yeon si è tolta la vita lasciando un biglietto in cui affermava di essere stata costretta a fare sesso con più di 30 uomini famosi. E nel 2013, il Ceo di Open World Entertainment, Jang Seok-woo, è stato processato e incarcerato per aver violentato 11 studentesse.

LE CONTRADDIZIONI DELLA SOCIETÀ SUDCOREANA

Si potrebbe anche sostenere che molti fan di K-pop hanno una parte di responsabilità in questa ondata di suicidi. Attraverso l’odio e gli attacchi rivolti ai loro beniamini sui social, infatti, hanno finito per minare il fragile equilibrio di questi protagonisti-bambini cresciuti troppo in fretta. Ma le tragiche morti di ragazzi e ragazze troppo giovani, troppo famosi e alla fine troppo insicuri e soli, fanno emergere tutte le contraddizioni di una società ipercompetitiva, dove un diploma universitario è considerato un prerequisito anche per trovare un lavoro comune. Una società che rischia di pagare un prezzo devastante non solo nel mondo luccicante dello spettacolo, ma in ogni settore per la mancanza delle politiche sociali necessarie a combattere il fenomeno dilagante della depressione, in un Paese che ha il più alto tasso di suicidi tra le nazioni ricche del Pianeta.

LEGGI ANCHE: Per cosa combattono le sudcoreane di Escape the Corset

E fino a quando l’industria del K-pop, in una Corea del Sud per molti versi ancora patriarcale e misogina, non smetterà di trattare le sue giovani star come oggetti di consumo per guadagnare denaro, continuerà ad avere le mani sporche del loro sangue.

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Cosa si nasconde sotto il mondo scintillante del K-pop

Suicidi, abusi, violenze. Lo showbiz sudcoreano è malato. E racconta molto di una società ipercompetitiva e piena di contraddizioni.

Cosa sta accadendo nel mondo luccicante e apparentemente leggero del Korean-pop o K-pop come lo conoscono e lo seguono, elettrizzati ed entusiasti, tantissimi adolescenti anche in Italia?

Sembra qualcosa di terribile a giudicare dall’inquietante record di suicidi che si riscontra in Corea del Sud tra le star del genere: quattro morti in due anni. L’ultimo a togliersi la vita, martedì, è stato Cha In Ha, membro del gruppo Surprise U, che è stato trovato senza vita nella sua abitazione di Seul.

Al momento sono ancora in corso le indagini per comprendere quali siano state esattamente le cause della morte. Nel frattempo la sua casa di produzione ha diffuso un comunicato nel quale ha confermato il decesso: «Siamo devastati», hanno scritto. Cha aveva solo 27 anni.

LA DRAMMATICA SCIA DI SUICIDI NEL K-POP

Il suo suicidio segue di poco quello della cantante Goo Hara, 28 anni, trovata morta nella sua casa di Seul solo sei mesi dopo essere sopravvissuta a un precedente tentativo di suicidio. E a sua volta la morte di Goo è arrivata sei settimane dopo che Sulli, un’altra star del K-pop e amica intima di Goo, si era tolta la vita a ottobre a 25 anni, dopo una lunga battaglia contro il bullismo online.

UN GENERE DIVENTATO FENOMENO GLOBALE

Ormai divenuto un fenomeno musicale globale, il K-pop, con l’aura di tragedia che sembra accompagnarlo, rischia di mettere a nudo i problemi ben più ampi di cui soffrono la gioventù e l’intera società sudcoreana. Il genere è diventato famoso a partire dal 1996 grazie alle boyband. Dopo una fase di recessione, nel 2003 è stato rilanciato a livello internazionale dai successi di gruppi come i TVXQ e i BoA. Negli ultimi due anni, soprattutto grazie ai social media, il K-Pop è riuscito a sfondare anche nelle classifiche degli Stati Uniti con i BTS, la prima band sudcorerana a vincere un Billboard Music Award.

Il funerale della star del K-Pop Goo Hara (Getty).

LE GIOVANI STAR SONO SOTTOPOSTE A UNA INCREDIBILE PRESSIONE

L’ondata di suicidi del K-pop è iniziata quasi due anni fa quando Kim Jong-hyun, meglio noto come Jonghyun della band Shinee, si uccise nel dicembre del 2017, anche lui a soli 27 anni. Naturalmente i suicidi nel mondo della musica non sono una novità: il frontman dei Nirvana, Kurt Cobain, si suicidò nel 1994, e recentemente si sono tolte la vita due icone pop molto conosciute, con schiere di fan al loro seguito, Keith Flint dei Prodigy e Chester Bennington dei Linkin Park.

LEGGI ANCHE:In Corea del Sud c’è una prigione per le persone stressate

Ma ben quattro celebrità dello stesso settore, nello stesso Paese, che si tolgono la vita, giovanissime, in meno di due anni, indicano che probabilmente qualcosa è andato tragicamente storto nel K-pop. La pressione che il sistema esercita sulle sue stelle – in particolare le donne – è fortissima. Inizia nel momento in cui entrano nelle scuole di formazione da adolescenti: i telefoni cellulari vengono confiscati, sono tagliati fuori dalla famiglia e dagli amici ed è loro vietato di intrattenere normali relazioni giovanili. Le scuole proiettano un’immagine bizzarra e conflittuale, eternamente in bilico tra innocenza e disponibilità sessuale.

Il pubblico del K-pop World Festival a Changwon (Getty).

IL CYBERBULLISMO CONTRO SULLI E GOO

Sulli e Goo, per esempio, si sono dovute sottoporre a un esame continuo e impietoso delle loro vite private ed entrambe hanno dovuto affrontare dure critiche, attacchi e offese online: Sulli è stata messa alla gogna sui social, poco prima della sua morte, per aver postato su Instagram foto di un festino alcolico a casa sua, mentre Goo era stata coinvolta in una brutta storia di revenge-porn: un suo ex aveva postato online un filmato in cui facevano sesso.

LE ACCUSE DI ABUSI E VIOLENZE

I doppi standard che si applicano in Corea del Sud, ma non solo, alle stelle del K-pop, a seconda se siano maschi o femmine, sono evidenti. Mentre Sulli e Goo venivano prese di mira dal bullismo online, chiamate senza mezzi termini «troie» ed esortate a «vergognarsi» per i loro comportamenti, gli stessi fan in un evidente eccesso di misoginia non facevano una piega, invece, di fronte ad atteggiamenti a dir poco terrificanti di altre star maschili come Jung Joon-young e Choi Jong-hoon. I due ragazzi si sentivano così intoccabili e al di sopra della legge da arrivare a gestire una chat room dove condividevano filmati in cui facevano sesso con donne che sembravano in stato di incoscienza, molto probabilmente drogate. Con commenti del tipo: «Aspetta. È svenuta. Voglio vederla viva». «L’hai violentata, bravo», accompagnato da una faccina che ride.

Il gruppo di K-Pop BTS (Getty).

LE INCHIESTE DELLA MAGISTRATURA

Il primo tentativo di suicidio di Goo, a maggio, avrebbe dovuto rappresentare un serio campanello d’allarme per le case discografiche di K-pop. Invece nessuno nel settore sembra essersi reso conto della tragedia che si stava consumando.

LEGGI ANCHE: #NoMarriageMovement, le coreane dicono no a figli e matrimonio

Le autorità di Seul, invece, sembrano aver preso sul serio questa crisi nel K-pop: i pubblici ministeri hanno incriminato Jung con l’accusa di violenza sessuale che potrebbe portarlo in carcere per un minimo di sette anni, mentre la “Legge di Sulli” contro il cyberbullismo verrà presentata il mese prossimo all’Assemblea nazionale.

Lee Seung-hyun in tribunale (Getty).

L’UNICA PRIORITÀ È FARE SOLDI

Forse non sapremo mai quale sostegno è stato offerto a Goo dopo il suo primo tentativo di suicidio a maggio, se qualcuno ha cercato di aiutarla. Di certo l’unica notizia che, negli ultimi sei mesi, i fan di K-pop nel mondo hanno avuto della giovanissima star è stata quella diffusa due settimane fa, quando il suo manager ha tentato di rilanciarne la carriera attraverso un mini-tour che comprendeva una sola data in Giappone. Nemmeno una parola sulle difficoltà e il disagio che stava attraversando la giovane stellina; il che suggerisce con ogni evidenza che la massima priorità era quella di riportarla sul palco e fare soldi, non certo risolvere i problemi che l’avevano spinta una prima volta a provare di togliersi la vita. Tentativo alla fine riuscito.

UNO SHOWBIZ MALATO

Considerando le voci che circolano da tempo sugli abusi sessuali subiti dalle giovani star dello showbiz locale, è sorprendente che il bilancio delle vittime non sia addirittura più alto. Nel 2009 l’attrice 29enne Jang Ja-yeon si è tolta la vita lasciando un biglietto in cui affermava di essere stata costretta a fare sesso con più di 30 uomini famosi. E nel 2013, il Ceo di Open World Entertainment, Jang Seok-woo, è stato processato e incarcerato per aver violentato 11 studentesse.

LE CONTRADDIZIONI DELLA SOCIETÀ SUDCOREANA

Si potrebbe anche sostenere che molti fan di K-pop hanno una parte di responsabilità in questa ondata di suicidi. Attraverso l’odio e gli attacchi rivolti ai loro beniamini sui social, infatti, hanno finito per minare il fragile equilibrio di questi protagonisti-bambini cresciuti troppo in fretta. Ma le tragiche morti di ragazzi e ragazze troppo giovani, troppo famosi e alla fine troppo insicuri e soli, fanno emergere tutte le contraddizioni di una società ipercompetitiva, dove un diploma universitario è considerato un prerequisito anche per trovare un lavoro comune. Una società che rischia di pagare un prezzo devastante non solo nel mondo luccicante dello spettacolo, ma in ogni settore per la mancanza delle politiche sociali necessarie a combattere il fenomeno dilagante della depressione, in un Paese che ha il più alto tasso di suicidi tra le nazioni ricche del Pianeta.

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E fino a quando l’industria del K-pop, in una Corea del Sud per molti versi ancora patriarcale e misogina, non smetterà di trattare le sue giovani star come oggetti di consumo per guadagnare denaro, continuerà ad avere le mani sporche del loro sangue.

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Quali sono i piani di Erdogan e della Turchia in Libia

Il presidente turco ha difeso il memorandum con il governo di Serraj aprendo anche a trivellazioni congiunte in mare. E sulla guerra dice: «Pronti a intervenire se Tripoli lo chiederà».

L’attivismo del presidente turco Recep Tayyip Erdogan in Libia è sempre più alto. Recentemente il sultano ha ribadito che «nel caso di un invito» da parte del governo libico di Fayez al-Sarraj a compiere un intervento militare, «la Turchia deciderà autonomamente che tipo di iniziativa prendere». Erdogan ha criticato anche il sostegno di Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto al generale Khalifa Haftar e aggiungendo di volerne discutere in una telefonata con Vladimir Putin. Erdogan ha inoltre accusato i Paesi che sostengono l’uomo forte della Cirenaica di violare l’embargo alla vendita di armi imposto dalle Nazioni Unite. La Turchia è stata a sua volta accusata in passato di fornire armi alle milizie fedeli a Tripoli. Le affermazioni del leader di Ankara sono arrivate dopo il memorandum d’intesa sulla demarcazione dei confini marittimi siglato il 27 novembre scorso a Istanbul con il governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli.

IL PESO DELL’ACCORTO TRIPOLI-ANKARA

«Con questo accordo» sulla demarcazione dei confini marittimi con la Libia, ha detto ancora Erdogan, «abbiamo fatto un passo legittimo nel quadro del diritto internazionale contro gli approcci che la Grecia e l’amministrazione greco-cipriota hanno cercato di imporre e le rivendicazioni di confini marittimi che miravano a confinare il nostro Paese al Golfo di Antalya». Il presidente, intervistato dalla tv di stato Trt, ha così difeso l’intesa soprattutto dalle critiche di Grecia, Cipro ed Egitto. Il leader di Ankara ha anche ipotizzato possibili «esplorazioni congiunte» con la Libia alla ricerca di idrocarburi offshore nelle aree delimitate dal memorandum. Atene, Nicosia e Il Cairo temono rischi di interferenze nelle loro attività di perforazione in mare. Solo 24 ore prima, Erdogan era intervenuto ancora una volta contro l’Occidente sia in funzioni anti israeliana che direttamente bacchettando la Francia di Macron.

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Strage in un ospedale della Repubblica Ceca: sei persone uccise in una sparatoria

Diversi feriti in un edificio di Ostrava, nel Nord del Paese. Le circostanze dell'accaduto sono poco chiare, con il killer che è ancora in fuga.

Strage in un ospedale universitario di Ostrava, nel Nord della Repubblica Ceca, dove sei persone sono rimaste uccise e diverse ferite in seguito a una sparatoria. A fornire il bilancio delle vittime è stato il ministro dell’interno Jan Hamacek, mentre non è ancora chiara la dinamica dell’accaduto. Quel che è certo è che il killer, un uomo alto un metro e 80 con un giubbotto rosso è in fuga. L’ospedale è stato evacuato.

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Strage in un ospedale della Repubblica Ceca: sei persone uccise in una sparatoria

Diversi feriti in un edificio di Ostrava, nel Nord del Paese. Le circostanze dell'accaduto sono poco chiare, con il killer che è ancora in fuga.

Strage in un ospedale universitario di Ostrava, nel Nord della Repubblica Ceca, dove sei persone sono rimaste uccise e diverse ferite in seguito a una sparatoria. A fornire il bilancio delle vittime è stato il ministro dell’interno Jan Hamacek, mentre non è ancora chiara la dinamica dell’accaduto. Quel che è certo è che il killer, un uomo alto un metro e 80 con un giubbotto rosso è in fuga. L’ospedale è stato evacuato.

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Com’è andato il vertice di Parigi tra Putin e Zelensky sull’Ucraina

Incontro positivo nella giornata di lavoro in Francia. Kiev e Mosca trovano nuove intese su prigionieri e cessate il fuoco. Nuovo appuntamento a Berlino nel 2020.

Da incontro quasi simbolico a vertice fiume. A Parigi il summit del formato Normandia sul futuro dell’Ucraina ha frantumato ogni scaletta prevista e i quattro leader, in una girandola di bilaterali, negoziati e cene di lavoro, hanno fatto le ore piccole. Ma l’esito sembra essere stato positivo. Il presidente russo Vladimir Putin, in una battuta strappata dai giornalisti, si è detto «soddisfatto» del suo faccia a faccia con l’omologo ucraino Volodymyr Zelensky. Che a sua volta, attraverso il portavoce, ha definito i negoziati «un successo». Tanto che tra quattro mesi le parti si rivedranno in Germania, a Berlino.

LA GIRANGOLA DI VERTICI E BILATERALI

Certo, il diavolo sta nei dettagli e resta da capire la misura di tanto ottimismo. Zelensky, l’ultimo arrivato al ‘grande gioco’ dei vertici internazionali, è sembrato a tratti spaesato ed è stato aiutato dal padrone di casa, Emmanuel Macron, a trovare il suo posto alla tavola rotonda, piazzata in una saletta dell’Eliseo, in cui i quattro si sono seduti per il vertice vero e proprio. Prima il programma prevedeva i bilaterali Zelensky-Macron e Putin-Merkel, poi il cambio di coppia (Putin-Macron, Zelensky-Merkel). Quindi i negoziati a quattro, seguiti dal primo incontro privato tra Putin e Zelensky (durato a quanto pare 15 minuti).

PRIGIONIERI, CESSATE IL FUOCO ED ELEZIONI: I PUNTI DI ZELENSKY

I leader si sono poi rivisti alla cena di lavoro, proseguita ben oltre le iniziali previsioni. Ed è qui che sembrerebbe essere iniziato il lavoro vero, per limare le parole da includere nel comunicato congiunto prima della conferenza stampa (quattro le domande ammesse, una per Paese). Il presidente ucraino ha potuto contare su una folta schiera di consiglieri ad assisterlo nei vari punti in programma (tra cui il capo dei servizi di sicurezza, il capo dell’esercito, il numero uno della compagnia nazionale del gas, la Naftogaz, e il ministro dell’Energia). Zelensky aveva evidenziato tre argomenti chiave del vertice: un ulteriore scambio di prigionieri (poi confermato), un cessate il fuoco e le elezioni locali nel Donbass.

IL NODO DEGLI ACCORDI SUL GAS

L’Ucraina attende con ansia l’esito di questo vertice e non manca, in Patria, l’opposizione per quella che viene giudicata come una linea di ‘appeasement’ con Mosca. Ovvero mettere fine, senza se e senza ma, alla guerra nel Donbass. E dunque è cruciale capire se vi sono passi avanti chiari sull’attuazione degli accordi di Minsk – fondamentali anche per togliere le sanzioni alla Russia – oppure se si tratta solo di intenzioni. L’altro tema caldo è quello del rinnovo del contratto di fornitura del gas a Kiev, che scade il 31 dicembre 2019. Trovare un’intesa per rinnovarlo è interesse sia di Zelensky che di Putin (che pure a Parigi poteva contare sulla presenza dell’ad di Gazprom, Alexei Miller, e il ministro dell’Energia Alexander Novak, i ‘signori del gas’). Anche su questo fronte qualcosa è trapelato. E cioè che serviranno ulteriori negoziati in diversi formati – bilaterali e trilaterali con la Commissione Europea – per arrivare a un accordo.

I PUNTI SALIENTI DELL’INTESA

  • Un nuovo scambio di prigionieri sulla base del principio ‘tutti per tutti’, ovvero la restituzione di tutti i noti detenuti di entrambe le parti. La data stabilita, ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, è quella del 24 dicembre.
  • Le parti si impegnano a una piena e completa attuazione del cessate il fuoco, rafforzato dall’attuazione di tutte le necessarie misure di sostegno alla tregua, prima della fine del 2019.
  • Le parti sosterranno un accordo all’interno del Gruppo di contatto trilaterale su tre ulteriori aree di disimpegno dal fronte, con l’obiettivo di smobilitare forze e mezzi entro la fine di marzo 2020.
  • Le parti sosterranno un accordo all’interno del Gruppo di contatto trilaterale, entro 30 giorni, su nuovi punti di attraversamento lungo la linea del fronte, basati principalmente su criteri umanitari.
  • Le parti ritengono necessario integrare la “formula di Steinmeier” nella legislazione ucraina, in conformità con la versione concordata nell’ambito del Formato Normandia e del Gruppo di contatto trilaterale.
  • Un nuovo vertice del Formato Normandia verrà organizzato fra quattro mesi per verificare l’avanzamento degli accordi e continuare la discussione per trovare “punti di compromesso” sulle questioni ancora non risolte

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In Francia riesplode il caso dei presepi nei luoghi pubblici

La legge del 1905 sulla laicità incombe sugli allestimenti in vista del Natale. Epicentro delle polemiche la cittadina di Béziers. E le associazioni già minacciano i ricorsi.

Puntuali come ogni anno prima delle feste di Natale riesplodono in Francia i veleni sulla questione del presepe negli edifici pubblici. La Fédération de la Libre Pensée ha diramato una sorta di vademecum agli esponenti locali per ricordare le «pratiche da eseguire prima di rivolgersi ai giudici amministrativi», in caso di violazione della legge del 1905 sulla laicità, tra i valori fondanti della République.

LA CITTADINA DI BÉZIERS EPICENTRO DELLE POLEMICHE

Epicentro delle polemiche, come ormai di consueto da qualche tempo, è Béziers, la cittadina del Sud della Francia ad alta densità di immigrati guidata da Robert Ménard, il sindaco ‘sceriffo’ eletto nel 2014 con il sostegno del Front National. Ex presidente di Reporter senza Frontiere, passato da una gioventù di militanza comunista al ‘mito’ di Matteo Salvini – nella sua raffica quotidiana di tweet sono numerosi gli omaggi al leader della Lega, a cominciare dalla chiusura dei porti ai migranti – Ménard ha presieduto nei giorni scorsi una solenne cerimonia nella piazza del municipio per inaugurare il nuovo controverso presepio del comune.

IL PRESEPE PRONTO A ESSERE SPOSTATO

Come lo scorso anno, la rappresentazione della nascita di Gesù poggia su una grande tavola a rotelle in modo da poterla spostare rapidamente in caso di proteste o condanne della giustizia. Rivolgendosi ai concittadini presenti, tra cui rappresentanti e fedeli di cinque religioni, Ménard ha assicurato che la Natività «non è una polemica, non è una provocazione, ma un tratto d’unione». E ancora: «Questo presepe non è fatto contro nessuno, ma è per tutti. Qui siamo nella nostra casa comune. Un municipio è una casa comune in cui ciascuno ha il proprio posto» ha aggiunto nel lungo discorso dai toni quasi messianici.

LE CONDANNE PASSATE PER VIOLAZIONE DELLA LAICITÀ

«Sono affranto nel vedere un rappresentante della Repubblica giocare contro questa Repubblica. Affranto nel vedere un simbolo familiare come il presepe di Natale trasformato in un’arma di lotta politica», deplora su Twitter Pascal Resplandy, il candidato indipendente che si è lanciato nella difficile sfida di sconfiggere Ménard nelle elezioni comunali di marzo. «L’appartenenza a una religione» – avverte – «non è il fondamento della nostra cittadinanza, la Repubblica è laica, democratica e sociale». Anche l’associazione Libre pensée de l’Hérault deplora che un «presepe cattolico» venga «sistemato tra le mura di un edificio pubblico» e si dice pronta a «presentare ricorso». Del resto, il comune di Béziers è già stato condannato in passato per violazione delle regole sulla ‘Laicité’. Condanne che non sembrano scuotere più di tanto gli autoctoni, sostanzialmente favorevoli all’iniziativa. Ma le polemiche sul presepe nei luoghi pubblici riguardano anche altre zone di Francia, dalla regione Auvergne-Rhone-Alpes a quello vivente previsto a Tolosa. Nel cosiddetto ‘Paese della Laicità’ (alla francese) l’annuale duello sui simboli natalizi è solo cominciato.

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Greta Thunberg e i giovani attivisti scuotono il Cop25 di Madrid

Intervento della militante svedese durante il vertice spagnolo sul clima. «Gli effetti si vedono già ora». E in conferenza stampa intervengono anche altri giovani da tutto il mondo.

«Le emergenze climatiche non sono qualcosa che avranno un impatto sul futuro, che avranno effetto sui bambini nati oggi una volta diventati adulti, hanno già effetto sulle persone che vivono oggi». Non si stanca di ripeterlo, Greta Thunberg, e lo ha fatto ancora alla Cop25 a Madrid. Ormai seguita come una vera star, assediata dal circo mediatico, la sedicenne attivista svedese diventata icona mondiale della lotta al global warming, ha lanciato il primo messaggio in avvio della seconda settimana di negoziati alla Conferenza sul clima dell’Onu. La sua pressione e quella di tanti giovani, anche dopo la marcia di 500mila persone, venerdì 6 a dicembre a Madrid, è alta e si fa sentire.

LAVORI IN VISTA DEL COP26 DI GLASGOW

Intanto stanno cominciando ad arrivare capi di Stato, ministri e ambasciatori dei 196 Paesi partecipanti e tra il 10 e l’11 scenderanno nel centro conferenze. Nelle loro mani è lo sblocco dei negoziati che devono spianare la strada alla Cop26 nel 2020 a Glasgow dove si deve mettere il sigillo agli impegni climatici di ciascuno al 2030 e al 2050 per contenere le emissioni di Co2 che provocano il riscaldamento globale e quindi eventi climatici estremi.

BREVE APPARIZIONE IN CONFERENZA STAMPA

Devono dimostrare di ascoltare il «grido» dei giovani e della gente che ha «scioperato per il clima» scendendo in strada in tutto il mondo. In una conferenza stampa superaffollata, organizzata da Fridays for Future – il movimento globale nato sulla scia dei venerdì di sciopero dalla scuola avviati nel 2018 da Greta davanti al Parlamento svedese – la giovane attivista non ha voluto ancora una volta monopolizzare la scena. E dopo una breve dichiarazione ha lasciato la parola a «coloro che già stanno soffrendo le conseguenze della crisi climatica», ricordando anche gli indigeni assassinati in Brasile per proteggere la foresta amazzonica dalla deforestazione.

IL PASSAGGIO DI TESTIMONE AD ALTRI ATTIVISTI

Per la grande quantità di persone in coda per seguire l’evento, la sala è stata chiusa e poi riaperta solo ai giornalisti. «Abbiamo il dovere di usare l’attenzione dei media per far sentire la nostra voce» ha aggiunto Greta, prima di dare la parola all’attivista tedesca e moderatrice Luisa Neubauer e ad altri ragazzi provenienti da varie parti del mondo, dall’Uganda al Cile. «Io e Luisa non parleremo oggi, siamo privilegiate», ha aggiunto, «perchè le nostre storie sono state già dette. Devono essere ascoltate le storie degli altri, soprattutto del sud del mondo e delle comunità indigene».

LE VOCI DALLE ISOLE MARSHALL AL CILE

Il primo a prendere la parola dopo Greta è stato un ragazzo proveniente dalle isole Marshall, alle prese con l’innalzamento del mare. «Ci hanno detto che per resistere dobbiamo adattarci, andare più in alto», ha affermato, «o che una soluzione che abbiamo è emigrare». Poi altri interventi hanno visto alternarsi ragazzi dalle Filippine agli Usa al Cile. Un attivista russo ha ricordato come nel proprio paese sono state arrestate delle persone per aver partecipato alle proteste sul clima.

IL MESSAGGIO DI POPOLI INDIGENI E AFRICANI

Tra gli speaker anche una ragazza nativa americana, che ha ricordato le lotte in corso contro lo sfruttamento dei territori contro il volere degli indigeni. Il messaggio di tutti ai politici è stato la richiesta di avere più visibilità. «Chiediamo di essere ascoltati, perché nessuno più di noi sperimenta sulla propria pelle i danni dai cambiamenti climatici», ha ricordato ad esempio un’attivista dall’Uganda, Hilda Flavia Nakabuye, che ha parlato della questione ambientale come «una nuova forma di razzismo». L’Africa, ha osservato, «quasi non emette nulla» di gas serra «ma siamo quelli che soffrono di più».

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Per la Siria ci sono gli Usa dietro il blocco dell’intervista Rai ad Assad

Dopo l'ultimatum di Damasco alla messa in onda del servizio curato da Monica Maggioni, la stampa filo-governativa lancia nuove accuse: «Media italiani sottomessi agli Stati Uniti»

Non si placano le polemiche sulla mancata trasmissione dell’intervista realizzata da Monica Maggioni al presidente siriano Bashar al Assad, a breve distanza dall’ultimatum col quale Damasco ha concesso 48 ore alla Rai per la messa in onda del documento. A insorgere ora sono anche i media filo-governativi del regime siriano, che hanno accusato viale Mazzini di sottomissione agli Stati Uniti dietro la scelta di non provvedere alla trasmissione dell’intervista.

«SOTTOMISSIONE ALLA VOLONTÀ AMERICANA»

Al Watan ha infatti titolato in prima pagina “Un canale tv di notizie italiano rifiuta di trasmettere un’intervista con il presidente”. Per il giornale si tratta di una «sottomissione, in un modo o nell’altro, alla volontà americana e ai suoi progetti distruttivi».Il quotidiano in questione è di proprietà di Rami Makhlouf, cugino di Assad, che ha accusato esplicitamente la Rai di aver «avuto paura delle parole di verità del presidente Assad». «L’atto commesso dalla tv italiana», prosegue il pezzo, «rivela l’entità del coinvolgimento dei media occidentali nella cospirazione contro i siriani».

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Erdogan contro Macron: «Perché non riesci a fermare i gilet gialli?»

Il presidente turco contro l'Occidente che «incoraggia la brutalità di Israele» e divide il mondo islamico. A partire dalla Francia che accusa Ankara di proteggere il terrorismo.

È un Erdogan a muso duro contro l’Occidente quello che il 9 dicembre si è scagliato contro il presidente francese Emmanuel Macron. «A Parigi sono comparsi i gilet gialli. Avanti, trova una soluzione, falli smettere, vediamo. Perché non riesci a fermarli?», ha detto il presidente turco in un nuovo attacco diretto al suo omologo francese, parlando a un vertice dell’Organizzazione della cooperazione islamica a Istanbul.

L’INVITO ALL’UNITÀ DEL MONDO ISLAMICO CONTRO L’OCCIDENTE

«La brutalità di Israele è incoraggiata dai Paesi occidentali e, lo dico con tristezza, da alcuni Paesi arabi», ha detto Erdogan. «Quando protestiamo contro l’oppressione a Gerusalemme e in Palestina, la maggior parte delle volte ci sentiamo soli», ha aggiunto il leader di Ankara. «L’imperialismo prosegue il suo cammino con un’ideologia che consiste nel dividere, smembrare e assorbire i Paesi», ha proseguito il leader turco, tornando a denunciare l’uso dell’espressione «terrorismo islamico» da parte dei Paesi occidentali anche nel recente vertice Nato di Londra. «I Paesi musulmani, chiusi in se stessi per varie ragioni, disperdono inutilmente i propri mezzi e le proprie energie. Purtroppo i musulmani, che rappresentano circa un quarto della popolazione mondiale, non riescono a conseguire uno sviluppo politico, economico, sociale e culturale proporzionale alle loro forze», ha aggiunto il presidente turco, invitando il mondo islamico all’unità.

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Ue, Gentiloni: «Il patto di stabilità va rivisto»

In un'intervista alla Suddeutsche Zeitung, il commissario italiano annuncia che il patto di stabilità va modificato: «Le regole europee sono state pensate in un momento di crisi: ora vanno riviste». E poi rassicura i tedeschi: «Non userò due pesi e due misure».

Nel nome degli investimenti, il commissario europeo Paolo Gentiloni è pronto a proporre e sostenere una revisione del patto di stabilità europeo. Ed è andato a dirlo nella capitale della Baviera, la regione più competitiva della prima economia europea e dello Stato che dà sempre si è opposto alla modifica delle regole fiscali europee. «Il patto di stabilità è stato pensato in un momento di crisi, e ora va rivisto», ha dichiarato Gentiloni, in un’intervista alla Sueddeutsche Zeitung.

Il Commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni durante una conferenza stampa al termine del Consiglio affari economici e finanziaria a Bruxelles ANSA/STEPHANIE LECOCQ

«NON USERÒ MAI DUE PESI E DUE MISURE»

«Dobbiamo mettere in chiaro che queste regole sono nate in un momento particolare, nel contesto di una crisi. Ora però da questa crisi siamo fuori», ha argomentato, «e abbiamo altre sfide davanti a noi: la lotta al cambiamento climatico e il pericolo di avere, per un lungo periodo, una crescita bassa e una bassa inflazione». «In questo contesto le regole europee devono essere gradualmente adeguate», ha spiegato Gentiloni.

«SUL MES NON ABBIAMO BISOGNO DI AUTOLESIONISMO»

Il commissario agli Affari economici ha rassicurato gli interlocutori tedeschi: «Non applicherò due pesi e due misure» rispetto all’Italia, in un’intervista alla Sueddeutsche Zeitung, a proposito delle riserve sulla sua imparzialità sulla situazione italiana e sul bilancio. «La presidente von der Leyen ha più volte ripetuto quanto sia importante usare la flessibilità», ha poi aggiunto. Al Rome investment forum 2019, l’ex premier italiano ha dichiarato anche che sul Meccanismo europeo di stabilità, al centro delle polemiche italiane, «di tutto abbiamo bisogno tranne che di una fiammata di autolesionismo, di cui ogni tanto purtroppo il nostro paese è protagonista. paghiamo prezzi politici rilevanti. Abbiamo bisogno, piuttosto, di un rilancio di crescita e sostenibilità».

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Erutta vulcano in Nuova Zelanda: cinque morti e molti turisti dispersi

Almeno cinque morti e dozzine di dispersi sulla piccola White Island. Diversi visitatori feriti portati in ospedale. La polizia: «Nessun sopravvissuto sull'isola».

Almeno cinque persone sono morte, diverse sono rimaste ferite e molti turisti risultano dispersi su una piccola isola della Nuova Zelanda, il cui vulcano è eruttato improvvisamente. La premier neozelandese, Jacinda Ardern, ha dichiarato che su White Island c’era una dozzina di turisti al momento dell’eruzione. Testimoni affermano che alcuni turisti in quel momento erano sull’orlo del cratere. Il bilancio, fanno sapere le autorità, è probabilmente destinato ad aggravarsi.

L’improvvisa eruzione del vulcano Waakari della piccola White Island è avvenuto nel pomeriggio, mentre diversi turisti stavano compiendo escursioni sul cratere. La premier, in conferenza stampa da Wellington, ha spiegato che finora c’è una vittima accertata, mentre diversi visitatori feriti – di cui non sono stati resi ancora noti né il numero né le nazionalità – sono stati trasportati in ospedale nella vicina North Island, l’isola più a nord dell’arcipelago neozelandese. L’ospedale St. John ha dichiarato che, sulla base delle testimonianze delle persone ricoverate, i visitatori presenti sull’isola erano almeno una ventina.

«NESSUN SOPRAVVISSUTO»

A cinque ore e mezza dall‘eruzione, attorno alle 12 e 30 ora italiana, la polizia neozelandaese ha fatto sapere che «Non ci sono segni di vita» sull’isola Whakaari dove è eruttato il vulcano, aggiungendo di ritenere che le persone che potevano essere recuperate ancora in vita sono già state tratte in salvo. Un elicottero della polizia e un aereo militare hanno effettuato voli di ricognizione sull’isola.«In base alle informazioni che abbiamo, non crediamo ci sia alcun sopravvissuto».

UNO DEI VULCANI PIÙ ATTIVI DELLA NUOVA ZELANDA

Ardern ha definito l’episodio «molto significativo». Il Waakari (questo il suo nome in lingua maori) è uno dei vulcani più attivi della Nuova Zelanda, ed è anche imprevedibile. Filmati ripresi dai turisti dal bordo del cratere verso l’interno pochi minuti prima dell’eruzione non mostrano alcun segno di attività. Quelle riprese dai telefonini a distanza dopo l’eruzione mostrano un imponente pennacchio di vapore bianco e cenere che si eleva a oltre 3.000 metri di quota.

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Storia dei cocaleros, dalla lotta all’elezione di Morales

Il movimento dei coltivatori di coca boliviani dopo decenni di repressione e battaglie è riuscito nel 2006 a portare al potere il leader del Mas. Ma ora, dopo i disordini post elettorali, si è diviso. Lo scenario.

Le sommosse popolari che ormai da settimane interessano la Bolivia e che hanno determinato l’uscita di scena di Evo Morales segnano senz’altro la chiusura di un ciclo politico che ha avuto tra i suoi principali protagonisti i cocaleros, i coltivatori delle foglie di coca. Dopo la Colombia e il Perù, la Bolivia, con i suoi oltre 50 mila cocaleros, è il terzo produttore di coca a livello globale. Stando alle stime delle Nazioni Unite, la coca venduta sul mercato legale genera un giro d’affari tra i 375 e 461 milioni di dollari, con incidenza di circa l’1% sul Pil del Paese, pari a circa il 10% di quello del settore agricolo.

L’AUMENTO DELLA DOMANDA DI COCA E LA MIGRAZIONE INTERNA

La storia del movimento dei cocaleros, che nel corso degli anni si è ritagliato un ruolo rilevante nella vita politica Paese, è legato al notevole incremento negli Anni 70 della domanda di coca il cui effetto immediato è stato l’aumento di produzione che in soli dieci anni è passata da circa 4 a ben 39 tonnellate annue. La nuova opportunità di lavoro ha incoraggiato una forte migrazione interna di intere famiglie campesine che andavano in cerca di fortuna nella provincia del Chaparè (situata a nord del dipartimento di Cochabamba) e dello Yungas (nel dipartimento de La Paz), due grandi aree in cui si produce, rispettivamente, il 34% e il 65% dell’intero raccolto nazionale, equivalente a 55 mila tonnellate annue. L’area del Chaparè, che già ospitava gli operai delle miniere, è stata un vero e proprio laboratorio politico sociale. Partendo di qui il movimento cocaleros nel corso degli anni è riuscito a imporsi prima come forza di opposizione, poi a crescere fino al punto di eleggere presidente uno dei suoi leader, Evo Morales.

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LA REPRESSIONE DEGLI ANNI 80

Gli Anni 80 hanno costituito il vero banco di prova per il movimento: l’organizzazione ha dovuto fare i conti con la dura repressione dei governi di centrodestra che godevano del supporto degli Stati Uniti. La risposta dei cocaleros non si fece attendere. Attraverso una serie di azioni di protesta, riuscirono ad attirare l’attenzione mediatica sulle loro rivendicazioni al punto da imporre il tema della coca nel dibattito nazionale. Sempre nello stesso decennio fu varata la legge 1008 che delimitava tre distinte zone di produzione: la prima, destinata alla produzione a uso medicinale e rituale; la seconda (nella zona del Chaparè) definita di transizione, utile ad assicurarsi un’eccedenza rispetto alla prima, ma che in realtà era destinata a soddisfare le esigenze del mercato degli stupefacenti in grande espansione; e la terza, zona illecita all’interno della quale la produzione era proibita. 

Bolivia Morales proteste Añez
Gli indios di Bolivia dalla parte di Morales. GETTY.

LE RIVENDICAZIONI DEL SINDACATO

Il sindacato ha sempre rivendicato la libertà di coltivazione ricordando la sacralità della coca, non solo un mezzo di sostentamento per migliaia di campesino ma anche un simbolo di dignità nazionale e di memoria collettiva. Non solo. Le organizzazioni hanno rinfacciato allo Stato di agire in modo repressivo sotto la pressione di Washington senza alcuna volontà di cercare una soluzione alternativa che tenesse conto del loro patrimonio culturale e indentitario nonché delle ricadute sociali ed economiche. Le lotte di quegli anni, caratterizzate anche da massacri come quello di Villa Tunari del giugno 1988, (12 morti e oltre 100 feriti) diedero ai cocaleros ulteriore forza permettendo loro di strutturare al meglio l’organizzazione che ormai, tanto per i campesino quanto per gli altri lavoratori, rappresentava l’unica alternativa allo Stato nei territori. Un primato che ha permesso ai suoi rappresentanti di porre la questione della coca al centro del dibattito politico, di stringere alleanze con altri sindacati e di supportare efficacemente la sinistra in crisi a causa delle lotte intestine, consentendo così al movimento di guadagnarsi i primi margini di manovra anche in ambito politico.

IL DIALOGO CON LE ISTITUZIONI

Gli Anni 90 hanno rappresentato la svolta. Il sindacato ampliò il raggio di azione delle proprie battaglie accreditandosi presso le istituzioni. Del 1997 è El Dialogo Nacional, la prima esperienza di costruzione partecipativa di un’agenda vertente su quattro principi imprescindibili: opportunità, equità, giustizia e dignità. Culmine di questo processo è stata l’adozione della Ley del Dialogo Nacional che, istituzionalizzando la partecipazione politica, ha creato le premesse del controllo sociale sullo Stato.

bolivia morales dimissioni
Evo Morales.

LA GUERRA DELL’ACQUA E DEL GAS

Il Paese cominciava a cambiare e i cocaleros diventavano protagonisti di questa “rivoluzione”. Prima con la mobilitazione nel 2000 contro la privatizzazione dell’acqua nella regione di Cochabamba. Disposta dal governo Bzner, la lotta si concluse con la cancellazione della contestata legge. Tre anni dopo, si opposero alla decisione del governo Sánchez de Lozada di esportare gas boliviano attraverso il porto cileno del Mejillones, scartando la via alternativa peruviana. Una decisione bollata come una concessione al governo di Santiago senza contropartita. La protesta costrinse alla fuga il presidente, sostituito dal suo vice Carlos Diego Mesa che cercò di placare gli animi con un apparente programma di nazionalizzazione. In realtà era il primo passo verso l’ascesa al potere di Evo Morales. La guerra dell’acqua e la guerra del gas hanno segnato la fine del potere neoliberista e l’inizio di una nuova pagina della storia boliviana con l’elezione del 2006 di Evo Morales, indio di etnia aymara, a capo del Mas il Movimento al Socialismo, un partito indio che chiedeva la fine delle privatizzazioni, la legalizzazione della coca e una più equa distribuzione della ricchezza nel paese

L’ASCESA DI MORALES

Morales ha impresso una svolta al Paese, dentro e fuori dai confini nazionali. Tuttavia, nel corso degli anni non sono mancate tensioni nella sua base. Nel 2011 è stato contestato per il progetto dell’autostrada che avrebbe dovuto attraversare il parco e l’area indigena del Tipnis, enorme riserva di acqua e ricca di giacimenti petroliferi, per collegare Villa Tunari, nella provincia di Chaparè, a San Ignacio de Moxos. Un’opera che si inseriva in un più ambizioso e strategico progetto sovranazionale di sviluppo, destinato a connettere il Pacifico all’Atlantico. Nell’ottobre 2012 Morales ha sottoscritto il contratto per la costruzione del primo tratto della strada, presupponendo che 45 delle 69 comunità locali consultate avessero dato il loro benestare; un dato, questo, contestato dagli indigeni dello Yungas. L’opera ha diviso le anime del movimento con una parte degli indigeni guidati da Felipe Quispe che si sono convertiti in duri oppositori del governo, andando incontro anche a una dura repressione. A rimanere fedeli ancora a Morales sono i cocaleros del Chaparè ormai diventato l’epicentro del conflitto dove i contadini marciano e muoiono per protestare contro il nuovo governo.

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L’Iran prepara una finanziaria contro le sanzioni Usa

Il presidente Rohani ha presentato al parlamento la prossima manovra. Un progetto di resistenza spinto anche grazie a un prestito della Russia.

Il presidente iraniano Hassan Rohani ha presentato in parlamento quella che ha definito la «finanziaria della resistenza» contro le sanzioni imposte dagli Stati Uniti. «Il prossimo anno, come quello in corso, la nostra manovra sarà una manovra di resistenza e perseveranza contro le sanzioni», ha dichiarato Rohani ai parlamentari secondo quanto riportato dalla radio statale.

Il presidente iraniano ha spiegato che il prossimo anno il Paese «dipenderà meno dalle entrate del petrolio». La finanziaria, ha aggiunto, ha potuto anche beneficiare di un prestito della Russia da 5 miliardi di dollari. Alla fine sarà una manovra da 40 miliardi di dollari, il 20% in più del 2019. Il prossimo anno fiscale in Iran inizia il 20 marzo, insieme con l’inizio del nuovo anno persiano.

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Ultimatum di Damasco alla Rai per la messa in onda di un’intervista ad Assad

Viale Mazzini ne avrebbe rinviato più volte la trasmissione senza spiegazione. L'ufficio stampa della presidenza siriana dà fino al 9 dicembre. Poi la diffonderà sui media locali.

Meno di 48 ore. Se la Rai non manderà in onda entro lunedì 9 dicembre l’intervista realizzata da Monica Maggioni al presidente siriano Bashar al Assad, che doveva essere trasmessa il 2 dicembre scorso, Damasco programmerà sui media del Paese il colloquio senza la contemporaneità prevista dagli accordi. Lo rende noto l’Agi.

L’ACCORDO CON DAMASCO

«Il 26 novembre 2019, il presidente al-Assad ha rilasciato un’intervista alla Ceo di RaiCom, Monica Maggioni», ha scritto l’ufficio stampa della presidenza siriana in una nota pubblicata su Facebook in cui spiega i termini dell’accordo. «Si è convenuto che l’intervista sarebbe andata in onda il 2 dicembre su Rai News 24 e sui media nazionali siriani». Così però non è andata. Il 2 dicembre RaiNews24 ha chiesto di posticipare la messa in onda senza, stando alla versione di Damasco, ulteriori spiegazioni. A questo sono seguiti, sempre secondo l’ufficio stampa della presidenza siriana, altri due rinvii. «Questo», conclude la nota, «è un ulteriore esempio dei tentativi occidentali di nascondere la verità sulla situazione in Siria e sulle sue conseguenze sull’Europa e nell’arena internazionale». Così è scattato l’ultimatum: o l’intervista va in onda oppure la presidenza siriana la trasmetterà alle 21 di lunedì.

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Cosa sappiamo della sparatoria nella base di Pensacola

Mohammed Saeed Alshamrani, sottotenente dell'aviazione saudita, era ospite della Naval Air Station in Florida per un programma di addestramento. Ha ucciso tre persone prima di essere neutralizzato.

Ha puntato la sua pistola e aperto il fuoco all’interno della Naval Air Station di Pensacola, in Florida, nella quale era ospitato per degli addestramenti speciali. A compiere l’attentato è stato uno studente di aviazione saudita, membro dell’esercito del Paese arabo, che è stato ucciso durante la sparatoria. L’uomo ha colpito a morte tre persone e ne ha ferite altre sette, tra cui i due agenti (non in pericolo di vita) che lo hanno neutralizzato. Ecco cosa sappiamo del fatto.

UN MEMBRO DELL’ESERCITO SAUDITA

L’autore della sparatoria, identiticato dai media Usa come sottotenente Mohammed Saeed Alshamrani, era un ufficiale dell’aviazione saudita che frequentava la scuola di volo alla base, uno delle centinaia di soldati stranieri che ricevono qui l’addestramento. Lo ha riportato la Cnn citando diverse fonti militari. Le autorità stanno indagando per accertare se si tratti di un fatto di terrorismo, ha riferito l’Ap. Sempre secondo la stessa agenzia era sotto terapia psicologica ed era scontento dei suoi comandanti.

HA USATO UNA PISTOLA

L’uomo, che ha usato una pistola, era in addestramento alla base da due anni e avrebbe dovuto concluderlo nell’agosto 2020. Il suo programma prevedeva l’inglese, le basi dell’aviazione e la fase iniziale del pilotaggio. L’addestramento era pagato da Riad.

AVEVA PUBBLICATO UN MANIFESTO ANTI-USA

Poco prima di aprire il fuoco, l’ufficiale aveva pubblicato su Twitter un breve manifesto in cui definiva gli Stati Uniti «la nazione del male». Lo ha riferito il Site, sito di monitoraggio del jihadismo online. «Sono contro il male e l’America nel suo insieme si è trasformata in una nazione malvagia», ha scritto il killer.

ARRESTATI SEI SAUDITI

Sei sauditi sono stati arrestati per essere interrogati. Lo riferisce il New York Times. In base a quanto scrive il quotidiano, tre dei sei fermati avrebbe filmato la sparatoria, ha riferito una persona informata sulle fasi iniziali dell’inchiesta.

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Germania, la nuova Spd contro l’establishment di Merkel

L’ala giovanile Jusos dietro i nuovi leader dei socialdemocratici Esken e Walter-Borjan. Via austerity e pareggio di bilancio, bene comune e lavoro i cardini. Ma serve un compromesso per governare con la cancelliera fino al 2021.

Vorwärts, avanti. La marcia della Spd targata Norbert Walter-Borjans e Saskia Esken è a «sinistra, come si deve». Verso il futuro, perché l’appoggio decisivo ai due nuovi leader del partito arriva dagli Jusos, l’ala giovanile dei socialdemocratici tedeschi che nel 2017,  sotto elezioni, organizzò un rumoroso tour contro una nuova grande coalizione con Angela Merkel. La ragion di stato, e dell’establishment della Spd, prevalse. Ma da allora il cuore della socialdemocrazia europea ha continuato a perdere colpi per il compromesso, precipitando sotto il 15% dei consensi. Fino al prevalere delle retrovie di sinistra, alla fine di un lungo percorso delle primarie tra gli iscritti che ha investito di oneri e onori il duo  Esken e Walter-Borjans. Un capolavoro politico, per molti in Germania, del leader degli Jusos Kevin Kühnert, volto fresco e carismatico e politico incisivo. Il vero nuovo della Spd, l’uomo che ha in mano le chiavi del partito.

Germania Spd nuovi leader sinistra
Il leader dell’ala giovanile dei socialdemocratici (Jusos) Kevin Kuehnert, sponsor e architetto della nuova leadership. ANSA.

STOP A NEOLIBERISMO E AUSTERITY

In questi mesi il 30enne berlinese ha disseminato interviste e apparizioni in tivù. Incontri, dibattiti, strette di mano e rassicurazioni. La base ha votato poi la sua linea, incarnata come per magia dagli esponenti della Spd da sempre meno in vista e più a sinistra. Come lo era una volta l’ex presidente, prima leader donna dei socialdemocratici, Andrea Nahles, dimissionaria a giugno dopo le brucianti sconfitte alle Regionali. Al contrario di Nahles, Walter-Borjans ed Esken hanno sempre rigettato le politiche annacquate dell’Agenda 2010, fuori da ogni incarico di governo. Fedeli alla linea anti-neoliberista, abbracciata dalla sezione giovanile e dalla maggioranza degli elettori Spd. Walter-Borjans, 67 anni, economista ed ex ministro delle Finanze del Nord Reno-Westfalia, il fortino rosso dove è cresciuto da figlio di un carpentiere, al Congresso ha attaccato senza peli sulla lingua l’austerity di Wolfgang Schäuble, a lungo numero due (per qualcuno numero uno) dei governi Merkel.

Standard svedesi per il mercato del lavoro tedesco: salario minimo a 12 euro l’ora

Saskia Esken (Spd)

VIA IL PAREGGIO DI BILANCIO

La Spd ne è stata complice nella penultima grande coalizione del 2013. Ancora con il socialdemocratico Olaf Scholz alle Finanze, al posto di Schäuble, le cose non vanno. «Serve un’offensiva sociale per l’Europa e i conservatori non la vogliono», ha scandito il Robin Hood dei contribuenti, hanno ribattezzato Walter-Borjans in Germania, «pareggio di bilancio e stop a debito pubblico devono saltare se vanno contro al futuro dei nostri figli». Esken gli ha fatto eco, rilanciando il salario minimo a 12 euro all’ora, «standard svedesi per il mercato del lavoro tedesco». Lontani ancora soprattutto nell’Est (capitale inclusa), dove il divario salariale e dei contratti di lavoro con la vecchia Germania Ovest resta considerevole. Ma anche tra i giovani tedeschi pesano le tutele ridotte rispetto alla generazione dei genitori. A maggior ragione con i tagli in vista di migliaia di posti di lavoro per la frenata dell’economia e per l’informatizzazione, «è tempo di cambiare politiche del lavoro».  

Germania Spd nuovi leader sinistra
Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans, nuovi leader dei socialdemocratici tedeschi. ANSA.

BENE COMUNE CARDINE DELLA SPD

Esken, 58 annui, rossa deputata di un Land da sempre conservatore come Merkel, resta «scettica sul futuro della Grande coalizione». Con il braccio destro Walter-Borjans non è perentoria: «Compromessi sono possibili» anzi «realistici», a patto di «non cambiare opinioni per disciplina verso la Grande coalizione». È quanto, messo alle strette, predica anche il giovane Kühnert, «la testa dietro il successo elettorale di Esken e Walter-Borjans» commenta anche der Spiegel: «Critico della grande coalizione, ma per restare nell’esecutivo». Più facile a dire che a farsi influenzare, da minoranza decisiva nel governo, la maggioranza di Merkel. Nessuno ce l’ha ancora fatta. Nonostante la consunzione della Cdu-Csu, la Spd si è imposta come sinistra di opposizione e di governo. La precondizione degli Jusos per non rompere le larghe intese è che il «bene comune» torni cardine della Spd: «Via la logica di Scholz, più Mitgefühl». Solidarietà, empatia per i bisogni sociali.

La nuova Spd conta di tenere botta fino alle Legislative del 2021, quando Merkel se ne andrà

DUE ANNI PER RICOSTRUIRSI

Così deve parlare un partito di massa di sinistra, anche per riconquistare elettori. Spira un vento nuovo, dalla platea del Congresso è un’ovazione per i favoriti di Kühnert. Esken è passata con il 76%, Walter-Borjans con l’89%, più del 66% di Nahles nel 2018. Mentre Kühnert è il lizza per la vicepresidenza della Spd. L’entusiasmo è segnale positivo, ma anche Martin Schulz fu eletto a maggioranza bulgara nel 2017: il 100% e poi fuori un anno dopo. Come Nahles, uno stillicidio. Non è però un’allegria di naufragi: la nuova leadership conta, probabilmente, di tenere botta fino alle Legislative del 2021, quando Merkel se ne andrà. L’orizzonte temporale non è dilatato, può permettere di evitare il voto nazionale anticipato senza sconfessarsi. In due anni la Spd può riprendere fiato e ricostruirsi un po’, passate le burrasche del 2019 delle Regionali e delle Europee. Sempre che il cambiamento non sia, come spesso ultimamente, più rapido di ogni previsione.

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I temi al centro dell’incontro fra Di Maio e Lavrov

Il ministro degli Esteri ha chiesto all'omologo russo di rimuovere le sanzioni sul parmigiano reggiano. E sulla Libia ha invitato Mosca ad agire nell'alveo della Conferenza di Berlino.

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha incontrato a Roma Sergej Lavrov, capo della diplomazia russa. Tanti i temi al centro del bilaterale: dalla guerra in Libia alle sanzioni che l’Unione europea ha imposto alla Russia, passando per le contromisure di Mosca che hanno colpito, tra le altre cose, anche le esportazioni italiane di parmigiano reggiano.

ITALIA PREOCCUPATA PER L’ESCALATION MILITARE IN LIBIA

«Questo confronto conferma l’importanza della Russia per l’Italia come interlocutore fondamentale», ha detto Di Maio nella conferenza stampa finale, «ho rappresentato al ministro Lavrov le nostre preoccupazioni per l’intensificarsi della guerra civile in Libia, ribadendo che per noi non esiste una soluzione militare».

SUL CAMPO INTERESSI DIVERGENTI

Mosca, tuttavia, appoggia il generale Khalifa Haftar e sarebbe presente sul campo con alcune migliaia di mercenari: una scelta opposta rispetto a quella fatta da Roma, che al contrario sostiene il governo del premier Fayez al-Serraj. In Libia, ha detto non a caso Di Maio, ci sono «troppe interferenze, mentre ogni iniziativa dovrebbe entrare nell’alveo della Conferenza di Berlino. Non perché ci sia una presunzione di superiorità europea, ma perché se tutti sono impegnati a lavorare sul cessate il fuoco è importante non promuovere fughe in avanti».

LA STOCCATA DI LAVROV ALLA NATO

Lavrov, intervenendo ai Med Dialogues, non ha risparmiato una stoccata all’Alleanza atlantica: «In Libia la Nato ha svolto un’avventura pericolosa, che ha avuto un impatto negativo sull’economia del Paese. Solo con un dialogo inclusivo e internazionale si potrà risolvere la crisi. Plaudiamo all’iniziativa della cancelliera Merkel, che ha organizzato la Conferenza di Berlino per proseguire quella di Parigi e quella di Palermo» Ma la Conferenza di Berlino «ci ha meravigliato perché non sono state invitate le parti libiche e i Paesi vicini, quindi in questo senso è stata un’occasione persa. Spero che in futuro vengano fatti passi in avanti con un approccio più inclusivo».

UNA «RIFLESSIONE POLITICA» SULLE SANZIONI EUROPEE

Quanto alle sanzioni europee in risposta alle azioni russe contro l’integrità territoriale dell’Ucraina, Di Maio ha detto che l’Italia «si muove nel solco dell’Unione europea», ma vuole «promuovere una riflessione politica che preveda gli effetti sulle nostre aziende delle sanzioni e delle contromisure russe».

IL DOSSIER PARMIGIANO

Allo stesso tempo «servono passi avanti sugli accordi di Minsk, fondamentali per riuscire a scongelare la situazione». Il titolare della Farnesina ha quindi chiesto a Lavrov di «rimuovere le sanzioni sul parmigiano reggiano», perché a suo giudizio «non rientrano nei parametri di quelle ideate nei confronti dell’Unione europea». Una mossa spendibile anche in ottica elettorale, visto che in Emilia-Romagna si vota il 26 gennaio. Il leader del M5s ha infine annunciato che a luglio sarà in Russia per ricambiare la visita diplomatica e per partecipare all’Innoprom, la fiera sulla tecnologia.

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Dite a Giorgia Meloni che in Cina non c’è più Mao

La leader di FdI dopo la querelle sulla videoconferenza di Joshua Wong attacca Pechino e diventa paladina dei diritti civili dei manifestanti di Hong Kong. Viene il dubbio che sia ancora convinta di avere a che fare con uno Stato comunista.

Giorgia Meloni è un fenomeno virale, come dimostra il successo del video tormentone-rap Io sono Giorgia.

Da qualche tempo però Giorgia-madre-donna-cristiana sta spopolando online, e non solo, anche in una nuova e davvero inedita veste: si è lanciata a testa bassa – sembrerebbe – in una strenua lotta per la difesa della democrazia e della libertà in …. Cina.  

Già, proprio così. E in un certo senso non ci sarebbe nemmeno tanto da meravigliarsi, di fronte all’evidente inadeguatezza della sinistra italiana che riesce ormai a farsi “sorpassare” (almeno a parole…) dalla destra persino su un terreno di lotta storico, come quello della difesa dei diritti civili e umani. Ma andiamo per ordine, e cerchiamo di capire da dove ha origine questo nuovo exploit di Giorgia-madre-donna-cristiana.  

IL VISTO NEGATO A JOSHUA WONG

Tutto nasce dalla lontana Hong Kong e dalle dichiarazioni del giovane leader alla guida della rivolta che infiamma l’ex colonia britannica ormai da giugno, Joshua Wong. Wong era stato invitato in Italia dalla Fondazione Feltrinelli per partecipare a un convegno sui temi della democrazia a fine mese, ma il governo di Hong Kong gli aveva prontamente negato il permesso di espatrio con la scusa che il ragazzo è in libertà vigilata, in attesa di giudizio con l’accusa di “manifestazione non autorizzata”. A quel punto, alcuni parlamentari italiani, con Meloni in testa, hanno organizzato un incontro con lui in Senato. Ovviamente in videoconferenza. La Cina, com’era prevedibile, non ha gradito, e l’ambasciatore cinese in Italia si è fatto prendere molto poco diplomaticamente dal nervoso e l’ha fatta, decisamente, fuori dal vaso, attaccando i parlamentari colpevoli, a sentire Pechino, di avere tenuto un «comportamento irresponsabile» dando voce a un «pericoloso agitatore» (!) come il giovane e occhialuto – e davvero inoffensivo – Wong.

IL TWEET DI MELONI CONTRO LA CINA

A quel punto Meloni ha tirato fuori le unghie e per tutta risposta, in un tweet di fuoco, ha rispedito al mittente le «dichiarazioni arroganti e intollerabili» della Cina. «Noi siamo un Paese sovrano e democratico» ha tuonato più o meno la leader di Fratelli d’Italia, «e non permettiamo  a nessuno di interferire negli affari interni del nostro parlamento e di dettare l’agenda ai nostri parlamentari»!  E fin qui… come darle torto? 

Ma il trionfo della nuova Super-Giorgia, neo-paladina della democrazia e dei diritti (dei cinesi e dei parlamentari italiani) non si è esaurito lì, perché lo stesso Joshua Wong ha addirittura ritwittato il tutto. Insomma, pare che ormai dietro alla porta Meloni ci sia la fila di attivisti provenienti da ogni parte del globo dove la democrazia è a rischio, per pregarla di indossare il suo super-mantello e intervenire subito.

A QUANDO LE CRITICHE A PUTIN E ORBAN?

Questo idilliaco, quanto inedito, quadretto, però, non ha convinto tutti – compreso chi scrive – e ha spinto più d’uno a domandarsi cosa hanno in comune la difesa della libertà di pensiero e di espressione con una forza politica di destra che spesso e volentieri ha chiuso un occhio sui raduni di neofascisti, l’esibizione di striscioni inneggianti a Mussolini, i saluti romani, le violenze razziste, l’antisemitismo, la xenofobia, e così via. Adesso siamo tutti in trepidante attesa di nuove dichiarazioni al calor bianco della neo-paladina pro-democrazia contro i metodi decisamente poco democratici di Vladimir Putin – per esempio – nei confronti degli oppositori politici e dei giornalisti  scomodi o dell’amico Viktor Orban che ha appena vietato la diffusione nel suo Paese dei report di Amnesty International. E invece silenzio assoluto, invece, ieri come oggi e sicuramente domani.

IL PARTITO COMUNISTA DI CINESE È TALE SOLO DI NOME

Sorge spontaneo a questo punto domandarsi: ma non sarà che Meloni si sia tanto infervorata contro Pechino per via del fatto che, in Cina, il Partito al potere si chiama ancora comunista mentre, come è evidente a tutti, di comunista gli è rimasto ormai poco o niente, anzi proprio niente? Insomma: gliel’avranno detto che è da un pezzo che in Cina non governano più i comunisti di Mao Zedong?


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