L’impeachment non scalfirà Trump ma era una questione di valori

Il Senato repubblicano salverà il presidente dalla messa in stato d'accusa. Eppure bisognava farlo: per difendere la democrazia contro la corruzione. C'entrano giustizia, etica e morale. Un giorno l'America si libererà di questo despota senza scrupoli.

Dopo Andrew Jackson nel 1868 e Bill Clinton nel 1998, Donald J. Trump è il terzo presidente nella storia degli Stati Uniti a essere messo in stato d’accusa: il Congresso ha votato per l’impeachment. Benché sia un’accusa estremamente grave, starà al Senato decidere se le sue azioni sono gravi abbastanza da rimuoverlo dalla sua posizione di presidente. Se dovesse succedere, cosa molto improbabile, la presidenza passerà al vicepresidente Mike Pence. Insomma, gli americani passerebbero dalla padella alla brace.

THE DONALD CONTINUERÀ A ESSERE POPOLARE

Alla fine, dunque, chi ha vinto? C’è chi pensa che malgrado tutto, Trump e i repubblicani ne escano vincitori: dopo tutto l’economia sta andando molto bene e il tasso di approvazione di Trump non è cambiato di molto durante questo periodo. I repubblicani potrebbero passare come i vincitori perché malgrado la gravità dell’impeachment, il presidente ne uscirà senza nessun danno permanente: continuerà a essere popolare tra i suoi fedeli come lo era all’inizio di questo processo.

IL SISTEMA NON FUNZIONA A DOVERE

Inoltre, in questi mesi è riuscito a raccogliere milioni di dollari per la campagna elettorale per la presidenza del 2020, presentandosi come vittima del complotto democratico che dall’inizio della sua candidatura ha cercato di cacciarlo. Immaginiamo l’inimmaginabile: nel 2020 Trump viene rieletto. Sicuramente cadrà ancora nella trappola della disonestà, come ha fatto in questi anni decine di volte. Cosa succederà a quel punto? Ci potrà essere un altro tentativo di impeachment nei suoi confronti? Probabilmente no. Insomma, malgrado la sua dimostrabile corruzione, finora il sistema, creato apposta per prevenire azioni corrotte, non è stato in grado di funzionare come avrebbe dovuto. Non con Trump.

PELOSI POTREBBE PROLUNGARE L’ATTESA

E i democratici? Malgrado un quasi sicuro insuccesso al Senato, forse hanno ancora una carta da giocarsi. Potrebbero non consegnare i documenti necessari al Senato per procedere fino a quando i repubblicani concordano nel condurre un vero processo, con tanto di testimoni, cosa che per adesso rifiutano di fare. L’impeachment, dunque, potrebbe rimanere irrisolto per molto tempo: non scade. Nancy Pelosi, per ora, non ha commentato se deciderà di seguire questa possibilità, ma se scegliesse di farlo la conclusione dell’impeachment potrebbe diventare molto lunga, addirittura oltrepassare la data delle elezioni.

I DEM HANNO DIFESO LA COSTITUZIONE AMERICANA

I dem sono stati assaliti da insulti, attacchi alla loro integrità e trattati come bugiardi dai repubblicani, eppure tutto questo non li ha intimiditi. Hanno mantenuto la loro calma, la loro professionalità e sono andati avanti, come richiesto dalla Costituzione. Come tutti i rappresentanti del Congresso, hanno giurato che avrebbero difeso la Costituzione a spada tratta. E così hanno fatto: hanno deciso di prendere la strada di giustizia, etica e morale che il loro ruolo richiede. Sanno bene che al prossimo giro, e cioè durante le discussioni in Senato, di maggioranza repubblicana, le probabilità che il presidente sia rimosso dal suo ruolo sono molto basse, anzi inesistenti. Ma almeno sanno che in coscienza hanno mantenuto fede ai valori che rendono questa una democrazia: hanno scelto la strada della giustizia a quella della corruzione.

L’ERA DEL DESPOTA SENZA SCRUPOLI FINIRÀ

Hanno detto e ripetuto che nessuno, neanche il presidente, è al di sopra della legge, e che la Costituzione è nata dal desiderio non essere mai guidati da sovrani. Durante il suo discorso conclusivo Adam Schiff, a capo della Commissione Giustizia del governo, invoca uno dei principali redattori della Costituzione, Alexander Hamilton. Nel 1792 fu lungimirante quando mise in guardia gli americani sulla possibilità, un giorno, di essere guidati da un uomo senza scrupoli, despota, capace di imbarazzare il governo, pronto a tutto pur di mantenere il suo potere. Quando questo succederà, continua Hamilton, marcherà la fine della democrazia e il ritorno alla monarchia. Direi, caro Alexander, che quel despota senza scrupoli è arrivato e non ha nessuna intenzione di andarsene. Faremo di tutto per liberarcene.

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Perché la Libia ha chiesto aiuto all’Italia e altri 4 Paesi

L'esercito di Haftar ha lanciato un ultimatum di tre giorni al governo. Che si è rivolto a noi, Regno Unito, Usa, Algeria e Turchia domandando di intervenire in difesa di Tripoli.

La richiesta è stata lanciata dal palcoscenico più autorevole della comunità internazionale, diretta all’Italia e ad altri quattro Paesi, tra cui non a caso non figura la Francia di Emmanuel Macron. Il premier del governo di accordo nazionale libico, Fayez al Sarraj, ha chiesto a Italia, Usa, Regno Unito, Algeria e Turchia di «attivare gli accordi di cooperazione di sicurezza» per «respingere l’attacco a Tripoli, condotto da qualsiasi gruppo armato». Sarraj ha inoltre chiesto ai cinque Paesi di «cooperare con il governo di accordo nazionale nella lotta alle organizzazioni terroristiche», all’immigrazione clandestina e ai trafficanti di esseri umani.

L’ULTIMATUM DI HAFTAR: VERSO LA BATTAGLIA SU MISURATA

Contemporaneamente Ahmed al Mismari, il portavoce dell’ esercito nazionale libico (Lna) guidato dal generale Khalifa Haftar ha lanciato in un video sul canale facebook dell’ Lna un ultimatum. Tre giorni al massimo, con scadenza alla mezzanotte di domenica 22 dicembre perchè Misurata ritiri «le proprie milizie da Tripoli e Sirte». «Prendere per obiettivo Misurata proseguirà ogni giorno senza sosta e in maniera intensiva, senza precedenti, se Misurata non ritirerà le sue milizie da Tripoli e Sirte al massimo in tre giorni, con scadenza domenica a mezzanotte», ha detto Mismari.

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Le reazioni internazionali dopo l’impeachment contro Donald Trump

Il mondo sovranista si stringe intorno al presidente Trump dopo la messa in stato d'accusa. Putin: «Solo accuse inventate». E Salvini parla di una sinistra globale che «vuole sovvertire la volontà popolare».

L’internazionale sovranista si muove in difesa di Donald Trump, dopo il via libera della Camera dei Rappresentati all’impeachment. Il presidente russo Vladimir Putin, nella sua conferenza stampa di fine anno, ha toccato brevemente il caso sottolineando che la messa in stato d’accusa «si basa su accuse inventate e il Senato respingerà le imputazioni contro il presidente americano». «È estremamente difficile», ha aggiunto il capo del Cremlino, «che i repubblicani tolgano la carica di presidente a un rappresentante del loro stesso partito per motivi che sono assolutamente inventati».

ANCHE SALVINI CORRE IN DIFESA DI TRUMP

In Italia intanto è corsa a destra per dare il proprio sostegno al tycoon. Matteo Salvini, che dovrà fronteggiare la Giunta per le Immunità sul caso Gregoretti, ha espresso tutto il suo sostegno a Trump e vedendo nei due casi un certo parallelismo: «Mal comune e mezzo gaudio», ha detto in una conferenza stampa alla Camera, «Evidentemente c’è una reazione al sistema politico mediatico e giudiziario, non solo in Italia: pensiamo agli Usa, coi risultati economici della presidenza Trump che sta ottenendo dati alla mano… C’è un Presidente che deve passare le sue giornate preoccupandosi di difendersi da un impeachment che lo vedrebbe come traditore del popolo… Evidentemente in giro per il mondo a sinistra c’è qualcuno che usa qualsiasi arma per sovvertire la volontà popolare».

MELONI ESPRIME SOLIDARIETÀ VIA TWITTER

Appoggio sovranista via Twitter anche dalla presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni: «Negli Usa una sinistra perdente e incapace di dare risposte tenta di salire al potere rovesciando con ogni mezzo chi è stato eletto e sta ottenendo risultati straordinari. La sinistra è uguale in tutto il mondo. Solidarietà e sostegno a Donald Trump e al popolo americano».

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La Corte Ue intima alla Spagna di liberare Junqueras

L'immunità del leader indipendentista catalano parte dal momento della proclamazione delle Europee. Per questo viene chiesta la scarcerazione dopo la condanna a 13 anni seguita al referendum.

L’immunità del leader indipendentista catalano Oriol Junqueras, eletto al parlamento Ue a maggio 2019, parte dal momento della proclamazione dei risultati delle elezioni europee. Quindi la Spagna dovrebbe rilasciarlo immediatamente affinché possa assumere il suo incarico. Lo ha stabilito la Corte di Giustizia della Ue che ha dato ragione a Junqueras, condannato dalla giustizia spagnola a 13 anni di prigione e di allontanamento dal pubblico ufficio per l’organizzazione del referendum sull’indipendenza della Catalogna.

GARANTITO ANCHE IL DIRITTO DI VIAGGIARE

La Corte ha prima di tutto stabilito che «la persona eletta al parlamento Ue acquisisce lo status di membro al momento della proclamazione e da allora gode dell’immunità». Inoltre, scrivono i giudici, Junqueras gode da quel momento anche del diritto di viaggiare, «connesso allo status di membro del parlamento Ue». Infine, l’immunità e il diritto di viaggiare «comprendono la soppressione di misure di detenzione imposte prima dell’elezione, per consentire alla persona di spostarsi e prendere parte alla sessione inaugurale del parlamento Ue. Di conseguenza, se la Corte competente nazionale ritiene che la misura debba essere mantenuta, deve il prima possibile chiedere al parlamento Ue di derogare all’immunità».

JUNQUERAS: «LA GIUSTIZIA È ARRIVATA DALL’EUROPA»

«La giustizia è arrivata dall’Europa», ha scritto su Twitter Junqueras. «I nostri diritti e quelli di 2 milioni di cittadini che hanno votato per noi sono stati violati. Nullità della pena e libertà per tutti noi! Continuiamo come abbiamo fatto fino adesso!»

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La Corte Ue intima alla Spagna di liberare Junqueras

L'immunità del leader indipendentista catalano parte dal momento della proclamazione delle Europee. Per questo viene chiesta la scarcerazione dopo la condanna a 13 anni seguita al referendum.

L’immunità del leader indipendentista catalano Oriol Junqueras, eletto al parlamento Ue a maggio 2019, parte dal momento della proclamazione dei risultati delle elezioni europee. Quindi la Spagna dovrebbe rilasciarlo immediatamente affinché possa assumere il suo incarico. Lo ha stabilito la Corte di Giustizia della Ue che ha dato ragione a Junqueras, condannato dalla giustizia spagnola a 13 anni di prigione e di allontanamento dal pubblico ufficio per l’organizzazione del referendum sull’indipendenza della Catalogna.

GARANTITO ANCHE IL DIRITTO DI VIAGGIARE

La Corte ha prima di tutto stabilito che «la persona eletta al parlamento Ue acquisisce lo status di membro al momento della proclamazione e da allora gode dell’immunità». Inoltre, scrivono i giudici, Junqueras gode da quel momento anche del diritto di viaggiare, «connesso allo status di membro del parlamento Ue». Infine, l’immunità e il diritto di viaggiare «comprendono la soppressione di misure di detenzione imposte prima dell’elezione, per consentire alla persona di spostarsi e prendere parte alla sessione inaugurale del parlamento Ue. Di conseguenza, se la Corte competente nazionale ritiene che la misura debba essere mantenuta, deve il prima possibile chiedere al parlamento Ue di derogare all’immunità».

JUNQUERAS: «LA GIUSTIZIA È ARRIVATA DALL’EUROPA»

«La giustizia è arrivata dall’Europa», ha scritto su Twitter Junqueras. «I nostri diritti e quelli di 2 milioni di cittadini che hanno votato per noi sono stati violati. Nullità della pena e libertà per tutti noi! Continuiamo come abbiamo fatto fino adesso!»

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Donald Trump è stato messo sotto impeachment

La Camera ha approvato i due capi di imputazione contro il presidente con poche defezioni. Furiosa la reazione di Trump che in un comizio in Michigan attacca: «Vogliono annullare le elezioni».

Agognava di finir nei libri di scuola come un presidente migliore di Abramo Lincoln. Invece Donald Trump è entrato nella storia indossando gli umilianti panni del terzo presidente Usa messo in stato d’accusa con la procedura di impeachment. Prima di lui sono finiti a giudizio solo Andrew Johnson nel lontano 1868 e Bill Clinton nel 1998. Entrambi sono stati assolti in Senato, come succederà con ogni probabilità in gennaio anche al tycoon, che conta sulla granitica maggioranza repubblicana nella camera alta del parlamento. Richard Nixon invece si dimise nel 1974 prima di essere imputato.

LEGGI ANCHE: Perchè l’impeachment contro Trump può essere un boomerang sui dem

MOZIONE VOTATA DOPO UN DIBATTITO DURATO ORE

Due i capi di imputazione: abuso di potere per le pressioni su Kiev per far indagare il suo principale rivale nella corsa alla Casa Bianca Joe Biden e ostruzione del Congresso per aver bloccato testimoni e documenti. Il voto della Camera è arrivato dopo settimane di aspre polemiche e dopo un lungo, a tratti velenoso dibattito in un ramo del Congresso saldamente controllato dai democratici. Alcuni repubblicani sono arrivati a paragonare l’indagine di impeachment all’attacco di Pearl Harbor o alla crocefissione di Cristo, sostenendo che Ponzio Pilato si è comportato meglio con Gesù. Alla fine i due articoli sono stati approvati rispettivamente con 230 e 229 voti, tutti dem tranne tre contrari. Compatto invece il no del Grand Old Party.

La prima pagina della risoluzione contro Donald Trump.

SI PREPARA LA BATTAGLIA AL SENATO

Ma ora si apre un nuovo fronte di guerra: dopo il voto la speaker della Camera Nancy Pelosi ha annunciato che i due articoli non saranno inviati al Senato finchè non ci saranno garanzie di un processo giusto in quel ramo del Congresso, finora negate a suo avviso dalle mossa del leader dei senatori Mitch McConnell, che è andato alla Casa Bianca per coordinare le strategie e affermato che non sarà un giudice imparziale. Secondo quanto scrive Politico i due articoli votati nella notte non sono sufficienti a far transitare il fascicolo al Senato. Serve infatti un altro voto che nomini i deputati incaricati di portare avanti il “processo” al presidente davanti ai senatori. Questo secondo step di fatti trasmette gli atti alla camera alta. Mettendo in stanby questa risoluzione Pelosi e i leader dem possono mantenere il controllo della procedura per qualche settimana con lo scopo di mettere sotto pressione McConnell. Secondo la Costituzione, infatti, una volta votata a maggioranza semplice la messa in stato d’accusa, il procedimento passa alla Camera alta dove il procedimento verrà presieduto dal giudice capo della Corte Suprema. Con ogni probabilità sarà a questo punto che il procedimento verrà respinto: per l’approvazione servono i due terzi dei senatori, ma al momento il Gop controlla la camera con 53 rappresentanti e non sembra intenzionato ad abbandonare il tycoon.

LA RISPOSTA DI TRUMP IN UN COMIZIO DI DUE ORE

Nel giorno più buio della sua presidenza, il tycoon ha aspettato la votazione prima twittando nel bunker della Casa Bianca e poi tenendo un comizio di due ore in Michigan, Stato cruciale per la sua rielezione. È li che ha saputo la notizia ma ha reagito come sempre attaccando, osannato dalla folla che gridava «altri quattro anni».

I democratici stanno cercando di annullare il voto di decine di milioni di patrioti americani

Donald Trump

«VOGLIONO ANNULLARE LE ELEZIONI»

«Non abbiamo fatto nulla di sbagliato. Abbiamo l’appoggio del partito repubblicano», ha esordito. «Dopo tre anni di caccia alle streghe, bufale, vergogne, truffe, i democratici stasera stanno cercando di annullare il voto di decine di milioni di patrioti americani», ha denunciato, accusando l’opposizione di «abuso di potere». «Questo è il primo impeachment dove non c’è un reato», ha incalzato, convinto che sarà un «suicidio politico» per i dem. E ha vantato l’unità del partito: «Non abbiamo perso neanche un voto dei repubblicani e tre democratici hanno votato con noi». La sua bestia nera resta Nancy Pelosi, cui alla vigilia del voto aveva inviato un’infuocata lettera di sei pagine accusandola di aver «dichiarato guerra aperta alla democrazia americana» con la «crociata» di un impeachment che è «un fazioso e illegale colpo di stato».

LA SPEAKER DELLA CAMERA PELOSI: «NON AVEVAMO ALTRA SCELTA»

Una lettera «ridicola» e «triste», ha replicato la Pelosi, ammonendo che «se consentiamo ad un presidente, qualsiasi presidente, di proseguire su questa strada, diremo addio alla repubblica e buongiorno al presidente re». La speaker democratica ha rincarato la dose aprendo il dibattito alla Camera. «Trump non ci ha dato altra scelta. Il presidente ha violato la costituzione e resta una costante minaccia per la sicurezza del nostro Paese e l’integrità delle nostre elezioni», ha denunciato, dopo aver letto accanto ad un tricolore americano il Pledge of Allegiance, il giuramento di fedeltà alla bandiera degli Stati Uniti.

La prima pagina dle New York Times del 19 dicembre 2019

UN PAESE SPACCATO SULL’IMPEACHMENT

Nel frattempo davanti a Capitol Hill centinaia di attivisti manifestavano a sostegno dell’impeachment, dopo gli oltre 600 tra raduni e marce in varie città di tutti i 50 Stati Usa, a partire da New York. «Che atroci bugie. Questo è un assalto all’America e al partito repubblicano», le ha risposto su Twitter il tycoon, che mira a galvanizzare la sua base e a trasformare l’impeachment in un boomerang politico contro i democratici. I sondaggi mostrano un Paese spaccato a metà sulla messa in stato d’accusa ma nel frattempo il gradimento del presidente sembra salire, stando all’ultimo sondaggio di Gallup: dal 39% di quando è iniziata l’indagine all’attuale 45%.

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Per l’Onu l’Ue non ha sostenuto appieno Italia e Grecia sui migranti

Guterres si schiera con gli stati mediterranei: «Hanno diritto alla solidarietà».

«Stati mediterranei come Italia e Grecia hanno diritto alla solidarietà e al supporto da parte del resto dell’Unione europea» per quanto riguarda la crisi dei migranti «ma finora non abbiamo visto questa solidarietà e questo supporto pienamente materializzati». Dura la presa di posizione del segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, ospite al Senato che ha affrontato anche il flop del Cop 26: «A Madrid è stata persa un’ opportunità – ha detto – ma se falliamo ora i nostri nipoti non ci perdoneranno». Guterres si è poi detto “scioccato” dalla situazione a Venezia. «La prossima Cop 26, organizzata da Regno Unito e Italia – ha detto – sarà un momento decisivo, abbiamo piena fiducia nella leadership dell’Italia».

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Erdogan e il vizio di minacciare la chiusura delle basi Usa in Turchia

Ankara risponde con la sua arma preferita alla minaccia di sanzioni americane per l'acquisto del sistema missilistico russo. Perché l'aeroporto di Incirlik è uno snodo strategico fondamentale per Washington.

«Se serve, possiamo chiudere una o entrambe» le basi militari gestite dagli Usa in Turchia di Incirlik e Kurecik. Lo ha ribadito il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, parlando con i reporter a margine del Forum mondiale sui rifugiati a Ginevra. «Sappiamo bene quando agire con moderazione e quando essere determinati», ha aggiunto il leader di Ankara, criticando Washington per le minacce di sanzioni per l’acquisto del sistema missilistico russo di difesa aerea S-400.

L’IMPORTANZA STRATEGICA DI INCIRLIK

Incirlik è considerata una delle basi più strategiche degli Usa nella regione. Al suo interno sono anche custodite numerose testate nucleari tattiche americane. La base è già stata al centro di diversi bracci di ferro in passato tra Washington e Ankara, che l’aveva aperta alle operazioni aeree della Coalizioni anti-Isis nel 2015. Kurecik è un’installazione miliare radar impiegata per scopi di difesa aerea.

Incirlik è snodo chiave per decine di operazioni, comprese le guerre in Iraq e le missione in Afghanistan (che attraverso questo hub riceve il 70% del traffico cargo militare) e in Siria. È la ‘casa’ del 39/o gruppo Air Wing Base (il cui mandato è assistere e proteggere interessi Usa e della Nato), del 728/o squadrone mobilità aerea nonché del 717/o e 425/o squadrone di trasporto dell’aviazione Usa. Sono presenti anche forze della Raf britannica e della Luftwaffe tedesca.

LA BASE “OSTAGGIO” DI ANKARA

La tendenza a utilizzare l’aeroporto come minaccia o merce di scambio non è nuova per la Turchia. Nel 2003, il governo di Ankara negò l’autorizzazione all’uso della base a Washington per l’invasione dell’Iraq: uno spartiacque nei rapporti con l’alleato storico. L’accordo tra Stati Uniti e Turchia per l’uso di Incirlik come aeroporto per i voli della coalizione anti-Isis è stato formalmente firmato il 29 luglio 2015, dopo che per quasi un anno la Turchia aveva negato l’autorizzazione all’uso delle piste. Nel luglio del 2016 la base fu usata da alcuni militari golpisti nella notte del tentato colpo di Stato contro Erdogan. All’epoca il presidente reagì con il “sequestro” immediato della base da parte della magistratura, e negli Usa si aprì il dibattito sulla convenienza nel tenere le testate nucleari stipate a Incirlik.

CIPRO E IL GENOCIDIO ARMENO ALIMENTANO LE TENSIONI

Ad alimentare le tensioni tra Usa e Turchia anche l’ipotesi della fine dell’embargo sulla vendita di armi alla Repubblica di Cipro, votata ieri dal Congresso Usa e in attesa della firma del presidente Trump. L’embargo era stato introdotto nel 1987 per evitare una corsa agli armamenti e incoraggiare una soluzione politica a Cipro, divisa in due dal 1974 dopo un’invasione dell’esercito turco a seguito di un tentativo di golpe filo-greco. Ankara mantiene nella parte settentrionale dell’isola oltre 30 mila soldati e diverse basi militari. Inoltre, Erdogan ha dovuto subire lo smacco del riconoscimento da parte del Senato Usa del genocidio armeno, un tema su cui la Turchia è da sempre molto sensibile.

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L’impeachment contro Trump può essere un boomerang sui dem

La Camera presieduta da Pelosi e a maggioranza di sinistra va al voto sulla messa in stato d'accusa al presidente. Ma a gennaio tocca al Senato controllato dai repubblicani. E verso le elezioni 2020 l'asinello risulterebbe un partito battuto e indaffarato a distruggere invano l'avversario.

Dal voto alla Camera del 18 dicembre, Donald Trump sarà il terzo presidente degli Stati Uniti a finire sotto impeachment, l’incriminazione del Congresso con l’accusa di aver gravemente violato la Costituzione.

DUE PRECEDENTI PRIMA DI LUI

Il primo fu, nel 1868, il presidente Andrew Johnson, democratico e massone, quello dell’acquisto dell’Alaska dalla Russia, assolto per il voto di un repubblicano che tradì la linea del partito. Il secondo fu, nel 1998, Bill Clinton, anche lui assolto pochi mesi dopo. L’impeachment sul Watergate a Richard Nixon invece non fu mai votato: Nixon si dimise prima della sua messa in stato di accusa della Camera.

REPUBBICANI PRONTI A COMPATTARSI

I numeri del Senato, dove si svolge il processo finale degli impeachment approvati dalla Camera, sono favorevoli anche a Trump. Per rimuoverlo  servono due terzi dei voti (maggioranza qualificata) tra i 100 senatori: 53 sono repubblicani e il loro leader Mitch McConnell richiama alla compattezza, in «totale coordinamento con la Casa Bianca».

PRESSING DELLA SINISTRA SU PELOSI

Tra i democratici al contrario non tutti erano per aprire la procedura, né ancora si sono convinti. Il pressing per l’impeachment alla Camera, dove i dem sono la maggioranza (233 seggi contro 197 repubblicani) dalle elezioni di Midterm del 2018, è durato mesi sulla presidente, democratica, Nancy Pelosi. Soprattutto da parte dell’ala radicale dello squad, la squadra delle agguerrite neo-deputate cresciute nelle comunità musulmane e latine e poi alla scuola politica di Bernie Sanders, aggredite a più riprese da Trump con invettive razziste e denigranti.

Trump impeachment Usa Presidenziali 2020
La speaker della Camera americana, Nancy Pelosi, avvia la procedura di impeachment contro Donald Trump. (Getty).

WARREN SI È NETTAMENTE SCHIERATA

Alla fine anche la candidata alle Presidenziali del 2020 più quotata (e in ascesa) della sinistra dei dem, Elizabeth Warren, si è schierata per la messa in stato di accusa del presidente per il cosiddetto Kievgate. La soffiata arrivata da più gole profonde dell’intelligence sulle pressioni di Trump all’Ucraina per far indagare l’avversario dem alle Presidenziali ed ex vicepresidente Joe Biden sui business del figlio nel Paese.

A SETTEMBRE ATTIVATE COMMISSIONI E PROCEDURE

Alla Camera montava la difesa di Biden e il rigetto per Trump. Agli oltre 170 deputati dem già in pressing per l’impeachment fallito sul Russiagate (l’inchiesta giudiziaria sul sospetto di manipolazione delle Presidenziali del 2016 da parte di Mosca, attraverso Trump assolto per mancanza di prove) si sono aggiunti i sì di Warren e altri. E Pelosi, tra i più cauti sulla procedura, alla fine di settembre ha dovuto rompere gli indugi sul passo «ormai inevitabile», attivando le Commissioni e le procedure per la votazione.

I DUE WHISTLEBLOWER AL CENTRO DEL CASO

D’altronde proprio al Congresso era stata recapitata la denuncia scritta del primo whistleblower del 25 settembre 2019. Un secondo segnalatore si è fatto avanti il 5 ottobre rivelando una telefonata di Trump del 25 luglio 2019 al presidente ucraino Volodymyr Zelensky (ammessa anche dall’Amministrazione Usa) per far indagare Biden padre e figlio. Dopo aver fatto bloccare, in quelle settimane, gli aiuti militari all’Ucraina già approvati dal Congresso.

Trump è una minaccia continua alla nostra democrazia e alla sicurezza nazionale. Ha usato il potere del suo ufficio contro un Paese straniero per corrompere le elezioni 2020


Nancy Pelosi, presidente della Camera

PER I DEM PROVE SCHIACCIANTI

La dinamica è stata confermata dall’inviato diplomatico statunitense in Ucraina William Taylor Jr, da funzionari del Pentagono e della Casa Bianca e da svariati testimoni. «Prove schiaccianti e incontestabili, non ci hanno lasciato altra scelta», secondo il presidente della Commissione d’intelligence alla Camera Adam Schiff, democratico. Alla fine di ottobre la Camera di Washington ha licenziato le prassi da seguire per le udienze sull’impeachment, compatta negli schieramenti (232 sì e 196 no).

LE ACCUSE: ABUSO DI POTERE E OSTRUZIONE AL CONGRESSO

Il 13 dicembre la Commissione giustizia ha formalizzato le accuse di abuso di potere e ostruzione al Congresso. La linea di Schiff è che Trump abbia «cercato aiuto dall’Ucraina per i suoi interessi personali. Per essere rieletto e non per il bene degli Usa». Pelosi ha scandito: «Trump è una minaccia continua alla nostra democrazia e alla sicurezza nazionale. Ha usato il potere del suo ufficio contro un Paese straniero per corrompere le prossime elezioni».

OPINIONE PUBBLICA SPACCATA

Il via a procedere, per i democratici, si impone dai fatti chiari e inequivocabili ricostruiti. Non è affatto solido però il consenso per l’impeachment nell’opinione pubblica che Trump conta
di trascinare dalla sua parte, da vittima del «partito dell’odio» e  di «un’assoluta follia politica!», come ha rilanciato su Twitter. Da un sondaggio del 10 dicembre della Quinnipiac university ci sono in effetti margini di manovra: il 51% tra gli elettori interpellati pensa che il tycoon non debba essere incriminato e rimosso dalla Casa Bianca, al contrario del 45%.

METÀ ELETTORATO RITIENE LA VICENDA ECCESSIVA

Altre rilevazioni, come quella diffusa da Fox News a metà dicembre, sono più negative, con circa il 50% favorevole all’impeachment: sempre una buona metà dell’elettorato ritiene tuttavia la procedura eccessiva. Nello specifico, nell’indagine della Quinnipiac university il 99% degli elettori di Trump è contrario alla messa in stato di accusa, mentre solo l’81% di chi vota dem la appoggia.

Il presidente Trump.

PER MICHELLE OBAMA SAREBBE UN AUTOGOL

Un pezzo da novanta come l’ex first lady Michelle Obama resta scettica sul «surreale» impeachment: «Non credo che la gente sappia cosa farne», ha dichiarato da avvocato ancor prima che da democratica, sperando che «si torni indietro». Se il Senato, già a febbraio, dovesse rigettare l’accusa della Camera (come avvenne con Clinton) il boomerang è dietro l’angolo: alle Primarie che contano del super martedì del 3 marzo (California, Texas, Massachusetts e Michigan), i dem apparirebbero come un partito indaffarato solo a tentare di distruggere – invano – l’avversario.

CAMPAGNA ELETTORALE CHE SI SPOSTEREBBE DA ALTRI TEMI

Tutta la campagna del 2020 si concentrerebbe sull’impeachment piuttosto che, per esempio, sulle leggi sul welfare e per i diritti civili passate alla Camera dal 2018 nonostante Trump. Non per niente i repubblicani premono per aprire il processo al Senato già il 6 gennaio, e chiuderlo poi rapidamente senza chiamare testimoni. Per assurdo Trump rema contro puntando all’impeachment show.

TESTIMONI DA METTERE ALLA BERLINA

Prima Trump ha invitato i testimoni di punta convocati dai dem alla Camera a non comparire (l’ex advisor alla Sicurezza John Bolton e il capo di Gabinetto della Casa Bianca Mick Mulvaney hanno disertato). E sempre il presidente degli Usa e il braccio destro nelle operazioni in Ucraina, l’avvocato Rudolph Giuliani, premono per chiamare come testimoni al Senato Joe Biden e il figlio Hunter. Metterli alla berlina ribalterebbe i giochi.

UNA FRONDA NELL’ELEFANTINO NON C’È

McConnell ha decretato le accuse «terribilmente deboli», il processo al Senato sarà presieduto dal giudice capo della Corte Suprema John Glover Roberts Jr, repubblicano. La destra punta a scardinare l’equazione – immediata ma non dimostrabile – tra lo stop agli armamenti a Kiev e la telefonata anti-Biden: infatti non ci sono stati gli estremi per inserire l’accusa di «corruzione» nel testo di impeachment. Portare una fronda di senatori repubblicani contro Trump, come speravano i dem, sarà più scivoloso che convincere l’elettorato.

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L’impeachment contro Trump può essere un boomerang sui dem

La Camera presieduta da Pelosi e a maggioranza di sinistra va al voto sulla messa in stato d'accusa al presidente. Ma a gennaio tocca al Senato controllato dai repubblicani. E verso le elezioni 2020 l'asinello risulterebbe un partito battuto e indaffarato a distruggere invano l'avversario.

Dal voto alla Camera del 18 dicembre, Donald Trump sarà il terzo presidente degli Stati Uniti a finire sotto impeachment, l’incriminazione del Congresso con l’accusa di aver gravemente violato la Costituzione.

DUE PRECEDENTI PRIMA DI LUI

Il primo fu, nel 1868, il presidente Andrew Johnson, democratico e massone, quello dell’acquisto dell’Alaska dalla Russia, assolto per il voto di un repubblicano che tradì la linea del partito. Il secondo fu, nel 1998, Bill Clinton, anche lui assolto pochi mesi dopo. L’impeachment sul Watergate a Richard Nixon invece non fu mai votato: Nixon si dimise prima della sua messa in stato di accusa della Camera.

REPUBBICANI PRONTI A COMPATTARSI

I numeri del Senato, dove si svolge il processo finale degli impeachment approvati dalla Camera, sono favorevoli anche a Trump. Per rimuoverlo  servono due terzi dei voti (maggioranza qualificata) tra i 100 senatori: 53 sono repubblicani e il loro leader Mitch McConnell richiama alla compattezza, in «totale coordinamento con la Casa Bianca».

PRESSING DELLA SINISTRA SU PELOSI

Tra i democratici al contrario non tutti erano per aprire la procedura, né ancora si sono convinti. Il pressing per l’impeachment alla Camera, dove i dem sono la maggioranza (233 seggi contro 197 repubblicani) dalle elezioni di Midterm del 2018, è durato mesi sulla presidente, democratica, Nancy Pelosi. Soprattutto da parte dell’ala radicale dello squad, la squadra delle agguerrite neo-deputate cresciute nelle comunità musulmane e latine e poi alla scuola politica di Bernie Sanders, aggredite a più riprese da Trump con invettive razziste e denigranti.

Trump impeachment Usa Presidenziali 2020
La speaker della Camera americana, Nancy Pelosi, avvia la procedura di impeachment contro Donald Trump. (Getty).

WARREN SI È NETTAMENTE SCHIERATA

Alla fine anche la candidata alle Presidenziali del 2020 più quotata (e in ascesa) della sinistra dei dem, Elizabeth Warren, si è schierata per la messa in stato di accusa del presidente per il cosiddetto Kievgate. La soffiata arrivata da più gole profonde dell’intelligence sulle pressioni di Trump all’Ucraina per far indagare l’avversario dem alle Presidenziali ed ex vicepresidente Joe Biden sui business del figlio nel Paese.

A SETTEMBRE ATTIVATE COMMISSIONI E PROCEDURE

Alla Camera montava la difesa di Biden e il rigetto per Trump. Agli oltre 170 deputati dem già in pressing per l’impeachment fallito sul Russiagate (l’inchiesta giudiziaria sul sospetto di manipolazione delle Presidenziali del 2016 da parte di Mosca, attraverso Trump assolto per mancanza di prove) si sono aggiunti i sì di Warren e altri. E Pelosi, tra i più cauti sulla procedura, alla fine di settembre ha dovuto rompere gli indugi sul passo «ormai inevitabile», attivando le Commissioni e le procedure per la votazione.

I DUE WHISTLEBLOWER AL CENTRO DEL CASO

D’altronde proprio al Congresso era stata recapitata la denuncia scritta del primo whistleblower del 25 settembre 2019. Un secondo segnalatore si è fatto avanti il 5 ottobre rivelando una telefonata di Trump del 25 luglio 2019 al presidente ucraino Volodymyr Zelensky (ammessa anche dall’Amministrazione Usa) per far indagare Biden padre e figlio. Dopo aver fatto bloccare, in quelle settimane, gli aiuti militari all’Ucraina già approvati dal Congresso.

Trump è una minaccia continua alla nostra democrazia e alla sicurezza nazionale. Ha usato il potere del suo ufficio contro un Paese straniero per corrompere le elezioni 2020


Nancy Pelosi, presidente della Camera

PER I DEM PROVE SCHIACCIANTI

La dinamica è stata confermata dall’inviato diplomatico statunitense in Ucraina William Taylor Jr, da funzionari del Pentagono e della Casa Bianca e da svariati testimoni. «Prove schiaccianti e incontestabili, non ci hanno lasciato altra scelta», secondo il presidente della Commissione d’intelligence alla Camera Adam Schiff, democratico. Alla fine di ottobre la Camera di Washington ha licenziato le prassi da seguire per le udienze sull’impeachment, compatta negli schieramenti (232 sì e 196 no).

LE ACCUSE: ABUSO DI POTERE E OSTRUZIONE AL CONGRESSO

Il 13 dicembre la Commissione giustizia ha formalizzato le accuse di abuso di potere e ostruzione al Congresso. La linea di Schiff è che Trump abbia «cercato aiuto dall’Ucraina per i suoi interessi personali. Per essere rieletto e non per il bene degli Usa». Pelosi ha scandito: «Trump è una minaccia continua alla nostra democrazia e alla sicurezza nazionale. Ha usato il potere del suo ufficio contro un Paese straniero per corrompere le prossime elezioni».

OPINIONE PUBBLICA SPACCATA

Il via a procedere, per i democratici, si impone dai fatti chiari e inequivocabili ricostruiti. Non è affatto solido però il consenso per l’impeachment nell’opinione pubblica che Trump conta
di trascinare dalla sua parte, da vittima del «partito dell’odio» e  di «un’assoluta follia politica!», come ha rilanciato su Twitter. Da un sondaggio del 10 dicembre della Quinnipiac university ci sono in effetti margini di manovra: il 51% tra gli elettori interpellati pensa che il tycoon non debba essere incriminato e rimosso dalla Casa Bianca, al contrario del 45%.

METÀ ELETTORATO RITIENE LA VICENDA ECCESSIVA

Altre rilevazioni, come quella diffusa da Fox News a metà dicembre, sono più negative, con circa il 50% favorevole all’impeachment: sempre una buona metà dell’elettorato ritiene tuttavia la procedura eccessiva. Nello specifico, nell’indagine della Quinnipiac university il 99% degli elettori di Trump è contrario alla messa in stato di accusa, mentre solo l’81% di chi vota dem la appoggia.

Il presidente Trump.

PER MICHELLE OBAMA SAREBBE UN AUTOGOL

Un pezzo da novanta come l’ex first lady Michelle Obama resta scettica sul «surreale» impeachment: «Non credo che la gente sappia cosa farne», ha dichiarato da avvocato ancor prima che da democratica, sperando che «si torni indietro». Se il Senato, già a febbraio, dovesse rigettare l’accusa della Camera (come avvenne con Clinton) il boomerang è dietro l’angolo: alle Primarie che contano del super martedì del 3 marzo (California, Texas, Massachusetts e Michigan), i dem apparirebbero come un partito indaffarato solo a tentare di distruggere – invano – l’avversario.

CAMPAGNA ELETTORALE CHE SI SPOSTEREBBE DA ALTRI TEMI

Tutta la campagna del 2020 si concentrerebbe sull’impeachment piuttosto che, per esempio, sulle leggi sul welfare e per i diritti civili passate alla Camera dal 2018 nonostante Trump. Non per niente i repubblicani premono per aprire il processo al Senato già il 6 gennaio, e chiuderlo poi rapidamente senza chiamare testimoni. Per assurdo Trump rema contro puntando all’impeachment show.

TESTIMONI DA METTERE ALLA BERLINA

Prima Trump ha invitato i testimoni di punta convocati dai dem alla Camera a non comparire (l’ex advisor alla Sicurezza John Bolton e il capo di Gabinetto della Casa Bianca Mick Mulvaney hanno disertato). E sempre il presidente degli Usa e il braccio destro nelle operazioni in Ucraina, l’avvocato Rudolph Giuliani, premono per chiamare come testimoni al Senato Joe Biden e il figlio Hunter. Metterli alla berlina ribalterebbe i giochi.

UNA FRONDA NELL’ELEFANTINO NON C’È

McConnell ha decretato le accuse «terribilmente deboli», il processo al Senato sarà presieduto dal giudice capo della Corte Suprema John Glover Roberts Jr, repubblicano. La destra punta a scardinare l’equazione – immediata ma non dimostrabile – tra lo stop agli armamenti a Kiev e la telefonata anti-Biden: infatti non ci sono stati gli estremi per inserire l’accusa di «corruzione» nel testo di impeachment. Portare una fronda di senatori repubblicani contro Trump, come speravano i dem, sarà più scivoloso che convincere l’elettorato.

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Le accuse degli inquirenti romani agli apparati egiziani per la morte di Regeni

Il Pm Colaiocco, ascoltato dalla commissione d'inchiesta che indaga sulla morte del ricercatore, ha spiegato che le persone che circondavano il giovane friulano lavoravano per i servizi segreti de Il Cairo.

«Intorno a Giulio Regeni è stata stretta una ragnatela dalla National security egiziana già dall’ottobre prima del rapimento e omicidio. Una ragnatela in cui gli apparati si sono serviti delle persone più vicine a Giulio al Cairo tra cui il suo coinquilino avvocato, il sindacalista degli ambulanti e Noura Whaby, la sua amica che lo aiutava nelle traduzioni». È la ricostruzione del il pm Sergio Colaiocco ascoltato, assieme al procuratore Michele Prestipino, davanti alla commissione d inchiesta sulla morte di Giulio Regeni. «Una ragnatela», ha spiegato Colaiocco, «che si è stretta sempre di più è in cui Giulio è finito al centro. Secondo quanto accertato Noura passava le informazioni sull’attività e gli spostamenti di Giulio ad un operatore turistico che a sua volta riferiva alla National Security».

PRESTIPINO: «AVANTI CON DETERMINAZIONE»

Nel corso dell’audizione è intervenuto anche Michele Prestipino, procuratore facente funzioni di Roma che ha spiegato come «l’eccezionalità di questo caso risiede in primo luogo nel fatto che si tratta di un cittadino italiano sequestrato, torturato e assassinato in un territorio estero. Una eccezionalità testimoniata dalle scelte compiute dal nostro ufficio, che ha avuto sin dal principio piena consapevolezza della gravità dei fatti. La Procura continuerà con determinazione a compiere tutte le attività per continuare ad acquisire elementi di prova per accertare quanto accaduto».

RICOSTRUITI GLI ULTIMI GIORNI DEL RICERCATORE

«C’e’ una difficoltà», ha aggiunto Prestipino, «nel coordinare la nostra attività giudiziaria con l’iniziativa giudiziaria dell’Egitto anche perché tra i due Paesi non ci sono accordi di cooperazione giudiziaria. Nonostante tutte queste difficoltà posso affermare che abbiamo raggiunto fin qui risultati estremamente positivi. Siamo riusciti grazie alla straordinaria capacità dei nostri reparti investigativi, Sco e Ros, a ricostruire il perimetro di quanto accaduto in quel lasso temporale». Prestipino ha spiegato che «siamo riusciti a ricostruire il contesto dell’omicidio, i giorni precedenti al sequestro, l’attività degli apparati egiziani nei confronti di Giulio culminata col sequestro, riuscendo a sgomberare il campo da ipotesi fantasiose sul sequestro, dall’attività spionistica alla rapina. Ipotesi», ha spiegato, «messe definitivamente da parte. Abbiamo individuato soggetti indiziati che per questo sono stati iscritti nel registro degli indagati».

LA FAMIGLIA: «GRAZIE PER LA LOTTA AI DEPISTAGGI»

«In questi anni abbiamo dovuto lottare contro violenze, depistaggi, omertà, prese in giro e tradimenti. Siamo grati ai nostri procuratori e alle squadre investigative per il lavoro instancabile svolto in questi quattro anni in sinergia con noi e la nostra legale. Se oggi abbiamo i nomi di alcuni dei responsabili del sequestro, delle torture e dell’uccisione di Giulio e se alcuni di quei nomi sono iscritti nel registro degli indagati lo dobbiamo a loro», è stato il commento di Claudio e Paola Regeni, genitori di Giulio, dopo la prima riunione della commissione d’inchiesta.

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Israele, la palude fino a marzo 2020 (e oltre?)

Il primo pensiero, nella disillusione, corre al portafoglio. In Israele per le terze Legislative anticipate in un anno si bruceranno..

Il primo pensiero, nella disillusione, corre al portafoglio. In Israele per le terze Legislative anticipate in un anno si bruceranno altri milioni di dollari. Centinaia, per un campagna elettorale che il 2 marzo 2020 riprodurrà con ogni probabilità lo stallo del 9 aprile e del 17 settembre 2019. Altre settimane di caccia alle streghe da una parte, e di mobilitazione infuocata ad personam dall’altra. Di parti politiche che difficilmente si salderanno insieme. Sarà un altro referendum contro Benjamin “Bibi” Netanyahu: il primo ministro più longevo – e ostinato – di Israele che non si fa da parte a dispetto dei processi. Anzi proprio a causa di essi, e per l’incapacità degli oppositori di tradursi in alternativa politica. Per i quasi 6 milioni di elettori israeliani qualcosa di mai visto prima. Per ritmo di chiamate al voto e per prosciugamento della politica.

CAMPAGNA DI PROMESSE E FANGO

Yair Lapid, della coalizione Blu e bianco, ha invitato a «tenere lontano i bambini dalla campagna dell’odio, della violenza e del disgusto in televisione». Nelle ultime settimane si sono susseguiti gli incontri tra la sua lista centrista e il Likud di Netanyahu per un’intesa di governo mancata, prima dello scioglimento del parlamento. L’unica possibilità di evitare le urne era una grande coalizione tra le due grandi forze testa a testa – ma senza maggioranza -, posto che Lapid e il coleader Benny Gantz possono unire la Lista degli arabi-israeliani e l’ultradestra sionista di Avigdor Lieberman contro Netanyahu, ma mai in un loro governo. Così falliti i tentativi del Likud, e poi di Blu e bianco, di formare un esecutivo la sera del 10 dicembre Netanyahu, Lapid e il generale Gantz ancora si scapicollavano in tivù. A giurare la loro volontà eterna di mettere in piedi un governo di unità nazionale. E di non sperperare altri soldi pubblici

Israele terze elezioni 2020 Netanyahu
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu (Likud) in campagna per le Legislative del 2020. GETTY.

I BLUFF DI NETANYAHU E GANTZ

Il premier e leader conservatore avrebbe chiamato a raccolta i suoi legali, valutando la possibilità di non cercare l’immunità sui tre procedimenti penali (per corruzione, frode e abuso d’ufficio) che lo riguardano. Dato che il nodo per un esecutivo bipartisan con Blu e bianco era la sua testa da premier. A meno che, era filtrato negli ultimi giorni, lo stesso non rinunciasse allo scudo legale (automatico per i parlamentari, non per i primi ministri in Israele) e sottinteso a ogni legge ad personam sulla giustizia nella nuova Legislatura. Gantz e Lapid avrebbero aperto in questo senso, come tentativo estremo: il massimo che potevano concedere senza «rinunciare ai principi fondamentali» che li avevano «portati in politica». A condurre due campagne sull’impresentabilità di Netanyahu. Non se ne è fatto ben presto di nulla: quantomeno “Bibi” bluffava, e forse non soltanto lui.

Queste terze elezioni hanno tre sole ragioni: corruzione, frode e abuso d’ufficio

Biano e blu

SUBITO IN CORSA ELETTORALE

Alla mezzanotte dell’11 dicembre, termine ultimo per approvare un nome di premier condiviso, la Knesset si è sciolta, deliberando come ultimo e indispensabile atto nuove elezioni il 2 marzo prossimo. Poche ore prima dal Likud era arrivato l’annuncio di primarie il 26 dicembre, per ricompattare il partito su Netanyahu leader. E ancora premier: da “Bibi” nessuna comunicazione sull’attesa rinuncia alla sua richiesta di immunità in parlamento. In compenso, mentre i deputati erano riuniti per indire l’ennesimo voto, Netanyahu assente rilanciava sui social l’imperativo a «vincere e vincere bene» contro la «cospirazione di Ganz e dei leader arabi a forzare per il voto». È già campagna elettorale, anche a Blu e bianco sono ripartiti alla carica sulle «sole tre ragioni per queste terze elezioni, trasformate da una festa per la democrazia a un momento di vergogna: corruzione, frode e abuso d’ufficio».

Israele terze elezioni 2020 Netanyahu
Il leader israeliano della coalizione Blu e bianco Benny Gantz. GETTY.

A MONTE ANCHE I PIANI DI LIEBERMAN

Non sbaglia – per una volta – Lieberman, l’ex ministro della Difesa arcinemico di Netanyahu e causa un anno fa della caduta del governo, quando rinfaccia ai leader del Likud (32 seggi) e a Blu e Bianco (33 seggi) di «non aver mai voluto davvero un governo di unità». E di aver portato Israele a «nuove elezioni inutili» con una «battaglia dell’ego in corso da mesi». Lieberman avrebbe voluto un governo di larghe intese – senza Netanyahu premier – tra le due principali forze, appoggiato esternamente dalla sua lista laica e ultranazionalista (otto seggi). Ma a patto che fosse tenuta fuori dal nuovo esecutivo la destra ultraortodossa (Shas e Giudaismo unito nella Torah), contraria alla leva obbligatoria chiesta insistentemente da Lieberman anche per gli ultraortodossi. Causa, questa, delle sue dimissioni da ministro, insieme alle campagne mancate su Gaza e al  suo odio per Netanyahu.

“BIBI” ARRETRA ANCORA, MA NON CEDE

Lieberman pregusta da un pezzo la caduta in disgrazia del premier dal 2009. Al terzo voto in un anno non ha perso l’occasione per scagliarsi contro di lui («io ho valori, tu solo interessi») in un velenoso post su Facebook. Ma la sua architettura non poteva compiersi: il Likud fatica non poco a disfarsi di “Bibi”, e di riflesso degli ultraortodossi alleati negli ultimi governi. Al netto di contestatori in ascesa come l’ex ministro Gideon Saar, corso a sfidare Netanyahu alle primarie, il consenso per il leader appare solido tra i conservatori . E gli ultraortodossi sono utili a Netanyahu come ministri e deputati per far passare leggi ad personam. Ne ha disperatamente bisogno: l’esecutivo ad interim che si trascina da un anno non ha i deputati per ottenere l’impunità. E “Bibi” ci spera, nonostante tutto: negli ultimi sondaggi Gantz e Lapid sono avanti a 37 seggi (33 il Likud), ma la maggioranza è lontana. Come gli elettori.

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Cina contro Usa per l’espulsione di due funzionari accusati di spionaggio

L'episodio risale al mese di settembre e rappresenta un inedito assoluto negli ultimi 30 anni. Pechino presenta una protesta formale.

La Cina ha presentato «una solenne protesta formale» agli Stati Uniti sull’espulsione, per la prima volta in oltre 30 anni, di due funzionari cinesi accusati di spionaggio. Lo ha annunciato il portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang. L’episodio, riportato dal New York Times, è avvenuto a settembre: i funzionari dell’ambasciata erano entrati in auto con le rispettive mogli in una base militare in Virginia che ospita le forze per le Operazioni speciali. Le autorità Usa ritengono che almeno uno dei due fosse un agente sotto copertura diplomatica.

PECHINO CHIEDE DI CORREGGERE L’ERRORE

Geng ha definito le due espulsioni un «errore» e, in merito alla versione dei fatti data dal New York Times citando persone a conoscenza dell’episodio, ha definito le accuse di spionaggio «completamente contrarie ai fatti». Il portavoce, parlando nel corso della conferenza stampa del pomeriggio, ha chiesto «con forza agli Stati Uniti di correggere l’errore», sollecitando la «protezione dei legittimi diritti e interessi dei diplomatici cinesi».

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Perché la Cop25 sul clima di Madrid è stata un mezzo fallimento

Nessun accordo è stato trovato sulla regolazione globale del mercato del carbonio. A fare muro i Paesi più inquinanti come Stati Uniti, Cina, India, Giappone, Brasile e Arabia Saudita. La rabbia degli ambientalisti.

Delusione di molti Paesi alla Cop25 di Madrid perché non si è riusciti a raggiungere un accordo sull’articolo 6 dell’Accordo di Parigi sulla regolazione globale del mercato del carbonio, il nodo più difficile da sciogliere. La plenaria dei 196 Paesi più l’Ue per il via libera al documento finale non ha trovato un accordo e alcuni delegati stanno ora intervenendo esprimendo la forte delusione su questo punto dell’Agenda dei lavori. Se ne dovrebbe riparlare a Bonn nel giugno 2020.

I Paesi più inquinanti – Stati Uniti, Cina, India, Giappone, Brasile, Arabia Saudita e altri – si sono sottratti alla loro responsabilità di ridurre le emissioni di gas serra. Nonostante le accese richieste di azione immediata per il clima da parte dei Paesi vulnerabili, della società civile e di milioni di giovani di tutto il mondo, rileva il Wwf, «i grandi responsabili delle emissioni di CO2 hanno ostacolato gli sforzi per accelerare la marcia e mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C. Sebbene questa conferenza fosse stata definita come la ‘COP dell’ambizione’, a Madrid è stata evidente la mancanza della volontà politica necessaria a rispondere alle indicazioni della comunità scientifica».

Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres si è setto «deluso» dai risultati della conferenza sul clima Cop25, affermando che «la comunità internazionale ha perso una opportunità importante per mostrare maggiore ambizione» nell’affrontare la crisi dei cambiamenti climatici.

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L’accordo sulla Brexit tra l’Ue e Johnson aiuta ma non basta

Superato il voto e la scelta del divorzio, l'Ue trainata dalla Germania vuole ricostruire i rapporti economici con Londra. C'è un anno per un'intesa sul libero commercio. Von der Leyen: «Trarre il massimo dal minimo». Ma per gli economisti la separazione continuerà a pesare sul Pil.

Almeno è finita l’incertezza. Con la Brexit fissata al 31 gennaio 2020 l’Ue può cominciare a organizzarsi, «tutti uniti per costruire un’Europa più forte» spronano ora anche dalla Confindustria tedesca (Bdi), «in un mondo bilaterale, con Stati Uniti e Cina predominanti, dobbiamo combinare le nostre forze». Fino al 2016 in Germania nessun imprenditore si sarebbe mai augurato l’uscita del Regno Unito dall’Ue: l’isola dove ha trionfato il premier Boris Johnson, al voto anticipato del 12 dicembre 2019, era per la locomotiva d’Europa il trampolino di lancio verso gli Usa e verso la rete del Commonwealth. Una strettissima alleata commerciale. Dal referendum sulla Brexit la Germania ha allentato questo interscambio, dirottandolo in parte verso l’Olanda e proiettandolo verso ‘’Asia. Ma nonostante gli sforzi per riassestarsi è l’economia del’Ue che ha più sofferto per lo strappo. Tre miliardi e mezzo di euro persi solo nella prima metà del 2019 dagli esportatori tedeschi per gli effetti della Brexit.

METÀ DEL COMMERCIO BRITANNICO ÈCON L’UE

Fino alle turbolenze di ottobre, con Johnson sul precipizio di una hard Brexit, fornitori dall’Ue e importatori britannici erano paralizzati. Oltremanica si accumulavano merci, mentre nel Vecchio continente si rimandavano gli ordini, nell’eventualità concreta di un’uscita disordinata di Londra dai trattati economici e commerciali comunitari tra la fine del 2019 e il 2020 e quindi di un caos alle dogane e di merci bloccate. Per decenni circa la metà dell’interscambio del Regno Unito è avvenuto con l’Ue, il suo principale partner commerciale, a costi ridotti. Un import-export che tra il 2010 e il 2017 per un quarto del totale è stato con la Germania (Germania, Francia, Belgio e Olanda pesavano per il 60%), secondo i dati dell’Ufficio nazionale di statistica britannico per un valore di quasi 850 miliardi di euro. Con le maggiori barriere tra il Regno Unito e l’Ue, uno studio della London School of Economics ha stimato per forza di cose una contrazione di questo flusso commerciale. Anche senza hard Brexit.

Johnson elezioni Regno Unito Brexit Ue
Il premier britannico Boris Johnson torna a al numero 10 Downing Street con pieno mandato. GETTY.

LONDRA PERDERÀ IL DOPPIO DEL PIL DELL’UNIONE

Sempre la stessa ricerca del 2016 ha calcolato una diminuzione, per la Brexit, delle entrate di tutta l‘Unione europea. Un calo del Pil, anche se a BoJo sembra importare poco, per il Regno Unito due volte tanto (tra i 31 e i 66 miliardi di euro) la perdita di ricchezza di tutti gli altri Paesi dell’Ue messi insieme (tra i 14 e i 33 miliardi di euro). Anche di fronte a questa prospettiva, all’investitura di luglio a Strasburgo la nuova presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha parlato di «sfide da affrontare insieme, legati ai valori condivisi che ci uniscono». Anticipando di mettere in campo «tutta la flessibilità possibile del Patto di stabilità, per creare un contesto fiscale più favorevole alla crescita» anche per rispondere ai contraccolpi di frenate nell’export, e nella produzione, a causa della Brexit e del nascente asse commerciale tra gli Stati Uniti e il Regno Unito sganciato dall’Ue.

Un nuovo inizio, ci metteremo al lavoro più presto possibile

Ursula von der Leyen

DOPO LA BREXIT IL LIBERO COMMERCIO DA NEGOZIARE

Von der Leyen spinge per una «partnership ambiziosa e strategica con il Regno Unito»: ricostruire con nuovi trattati quanto più la Brexit voleva distruggere. BoJo, senza più ormeggi in parlamento (364 seggi, per una maggioranza di 326 seggi), scalpita per «fare le valigie e andarsene», «senza se e senza ma» annuncia. Ma lo stesso accordo raggiunto da Johnson con Bruxelles questo autunno prevede quasi un anno di transizione, fino al 31 dicembre 2020, per negoziare nel dettaglio i termini dei rapporti tra il Regno Unito e l’Ue dopo la Brexit. «Un nuovo inizio, ci metteremo al lavoro più presto possibile e trarremo il massimo dal minimo», ha rilanciato la super-commissaria europea alla «chiara vittoria» del premier britannico, sull’onda delle reazioni positive delle Borse e dei mercati. «Gli imprenditori riprendono a respirare, finalmente chiarezza» è il commento anche di der Spiegel. Per la Confindustria tedesca la «nebbia di Londra si dissolve»: almeno gli imprenditori sanno di che morte morire. 

Johnson elezioni Regno Unito Brexit Ue
Il primo ministro britannico Boris Johnson a un comizio sulla Brexit per le Legislative del 2019. GETTY.

IN GERMANIA COLPITI IL SETTORE DELL’AUTO E IL FARMACEUTICO

In tre anni il Regno Unito è stato declassato da quinto a settimo partner commerciale della Germania: un volume d’affari di oltre 8 miliardi di euro sfumato, secondo i calcoli di Deloitte. Il binomio tra i dazi di Trump all’Ue sull’acciaio e la paralisi per la Brexit ha colpito soprattutto il comparto tedesco dell’auto (-23% di esportazioni verso la Gran Bretagna dal 2016 per 6 miliardi di euro bruciati), per il quale il mercato britannico era secondo solo a quello statunitense. Non a caso, nei distretti tedeschi dell’acciaio e dell’automotive quest’anno migliaia di addetti sono finiti in cassa integrazione, tra la Ruhr e la Saarland, mentre le case automobilistiche si apprestano a massicci tagli del personale, e anche l’export del farmaceutico è molto penalizzato. Land ricchi e prosperosi come la Baviera e il Baden-Württemberg, ai massimi tassi di occupazione, risentono dell’effetto Brexit: gli esperti prevedono perdite ancora maggiori nel secondo semestre del 2019, con ripercussioni anche sull’indotto italiano della componentistica.

Non c’è una exit dalla Brexit, l’insicurezza cala ma resta alta

Kiel Institute for the World Economy

TRUMP CONTRO UE: IL NUOVO BRACCIO DI FERRO

A settembre la locomotiva d’Europa ha frenato più del previsto, -0,6% della produzione industriale. La crisi delle spedizioni navali, anche per la guerra commerciale tra Usa e Cina, ha esposto nel 2019 diverse banche regionali tedesche a misure di salvataggio. Con una Brexit pianificata al via, se non altro lo stallo è superato: la «catastrofe di un no deal» temuta dall’Associazione per il commercio estero tedesca (Bga) è scongiurata, l’Europa è attrezzata e presto potrà ricominciare a investire verso il Regno Unito. Ma Trump preme molto su Johnson per sganciarsi dall’orbita Ue, gli osservatori economici avvertono che anche il 2020 non sarà una passeggiata. Per il Kiel Institute for the World Economy (IfW)«non c’è una exit dalla Brexit, l’insicurezza è diminuita ma resta alta». Per l’IMK di Düsseldorf la «Brexit continuerà a pesare nei prossimi mesi sulla crescita britannica come su quella tedesca». Anche perché all’Istituto Ifo di Monaco sono molto scettici che «si concordi un nuovo contratto sul libero commercio entro il 2020».


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L’accordo sulla Brexit tra l’Ue e Johnson aiuta ma non basta

Superato il voto e la scelta del divorzio, l'Ue trainata dalla Germania vuole ricostruire i rapporti economici con Londra. C'è un anno per un'intesa sul libero commercio. Von der Leyen: «Trarre il massimo dal minimo». Ma per gli economisti la separazione continuerà a pesare sul Pil.

Almeno è finita l’incertezza. Con la Brexit fissata al 31 gennaio 2020 l’Ue può cominciare a organizzarsi, «tutti uniti per costruire un’Europa più forte» spronano ora anche dalla Confindustria tedesca (Bdi), «in un mondo bilaterale, con Stati Uniti e Cina predominanti, dobbiamo combinare le nostre forze». Fino al 2016 in Germania nessun imprenditore si sarebbe mai augurato l’uscita del Regno Unito dall’Ue: l’isola dove ha trionfato il premier Boris Johnson, al voto anticipato del 12 dicembre 2019, era per la locomotiva d’Europa il trampolino di lancio verso gli Usa e verso la rete del Commonwealth. Una strettissima alleata commerciale. Dal referendum sulla Brexit la Germania ha allentato questo interscambio, dirottandolo in parte verso l’Olanda e proiettandolo verso ‘’Asia. Ma nonostante gli sforzi per riassestarsi è l’economia del’Ue che ha più sofferto per lo strappo. Tre miliardi e mezzo di euro persi solo nella prima metà del 2019 dagli esportatori tedeschi per gli effetti della Brexit.

METÀ DEL COMMERCIO BRITANNICO ÈCON L’UE

Fino alle turbolenze di ottobre, con Johnson sul precipizio di una hard Brexit, fornitori dall’Ue e importatori britannici erano paralizzati. Oltremanica si accumulavano merci, mentre nel Vecchio continente si rimandavano gli ordini, nell’eventualità concreta di un’uscita disordinata di Londra dai trattati economici e commerciali comunitari tra la fine del 2019 e il 2020 e quindi di un caos alle dogane e di merci bloccate. Per decenni circa la metà dell’interscambio del Regno Unito è avvenuto con l’Ue, il suo principale partner commerciale, a costi ridotti. Un import-export che tra il 2010 e il 2017 per un quarto del totale è stato con la Germania (Germania, Francia, Belgio e Olanda pesavano per il 60%), secondo i dati dell’Ufficio nazionale di statistica britannico per un valore di quasi 850 miliardi di euro. Con le maggiori barriere tra il Regno Unito e l’Ue, uno studio della London School of Economics ha stimato per forza di cose una contrazione di questo flusso commerciale. Anche senza hard Brexit.

Johnson elezioni Regno Unito Brexit Ue
Il premier britannico Boris Johnson torna a al numero 10 Downing Street con pieno mandato. GETTY.

LONDRA PERDERÀ IL DOPPIO DEL PIL DELL’UNIONE

Sempre la stessa ricerca del 2016 ha calcolato una diminuzione, per la Brexit, delle entrate di tutta l‘Unione europea. Un calo del Pil, anche se a BoJo sembra importare poco, per il Regno Unito due volte tanto (tra i 31 e i 66 miliardi di euro) la perdita di ricchezza di tutti gli altri Paesi dell’Ue messi insieme (tra i 14 e i 33 miliardi di euro). Anche di fronte a questa prospettiva, all’investitura di luglio a Strasburgo la nuova presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha parlato di «sfide da affrontare insieme, legati ai valori condivisi che ci uniscono». Anticipando di mettere in campo «tutta la flessibilità possibile del Patto di stabilità, per creare un contesto fiscale più favorevole alla crescita» anche per rispondere ai contraccolpi di frenate nell’export, e nella produzione, a causa della Brexit e del nascente asse commerciale tra gli Stati Uniti e il Regno Unito sganciato dall’Ue.

Un nuovo inizio, ci metteremo al lavoro più presto possibile

Ursula von der Leyen

DOPO LA BREXIT IL LIBERO COMMERCIO DA NEGOZIARE

Von der Leyen spinge per una «partnership ambiziosa e strategica con il Regno Unito»: ricostruire con nuovi trattati quanto più la Brexit voleva distruggere. BoJo, senza più ormeggi in parlamento (364 seggi, per una maggioranza di 326 seggi), scalpita per «fare le valigie e andarsene», «senza se e senza ma» annuncia. Ma lo stesso accordo raggiunto da Johnson con Bruxelles questo autunno prevede quasi un anno di transizione, fino al 31 dicembre 2020, per negoziare nel dettaglio i termini dei rapporti tra il Regno Unito e l’Ue dopo la Brexit. «Un nuovo inizio, ci metteremo al lavoro più presto possibile e trarremo il massimo dal minimo», ha rilanciato la super-commissaria europea alla «chiara vittoria» del premier britannico, sull’onda delle reazioni positive delle Borse e dei mercati. «Gli imprenditori riprendono a respirare, finalmente chiarezza» è il commento anche di der Spiegel. Per la Confindustria tedesca la «nebbia di Londra si dissolve»: almeno gli imprenditori sanno di che morte morire. 

Johnson elezioni Regno Unito Brexit Ue
Il primo ministro britannico Boris Johnson a un comizio sulla Brexit per le Legislative del 2019. GETTY.

IN GERMANIA COLPITI IL SETTORE DELL’AUTO E IL FARMACEUTICO

In tre anni il Regno Unito è stato declassato da quinto a settimo partner commerciale della Germania: un volume d’affari di oltre 8 miliardi di euro sfumato, secondo i calcoli di Deloitte. Il binomio tra i dazi di Trump all’Ue sull’acciaio e la paralisi per la Brexit ha colpito soprattutto il comparto tedesco dell’auto (-23% di esportazioni verso la Gran Bretagna dal 2016 per 6 miliardi di euro bruciati), per il quale il mercato britannico era secondo solo a quello statunitense. Non a caso, nei distretti tedeschi dell’acciaio e dell’automotive quest’anno migliaia di addetti sono finiti in cassa integrazione, tra la Ruhr e la Saarland, mentre le case automobilistiche si apprestano a massicci tagli del personale, e anche l’export del farmaceutico è molto penalizzato. Land ricchi e prosperosi come la Baviera e il Baden-Württemberg, ai massimi tassi di occupazione, risentono dell’effetto Brexit: gli esperti prevedono perdite ancora maggiori nel secondo semestre del 2019, con ripercussioni anche sull’indotto italiano della componentistica.

Non c’è una exit dalla Brexit, l’insicurezza cala ma resta alta

Kiel Institute for the World Economy

TRUMP CONTRO UE: IL NUOVO BRACCIO DI FERRO

A settembre la locomotiva d’Europa ha frenato più del previsto, -0,6% della produzione industriale. La crisi delle spedizioni navali, anche per la guerra commerciale tra Usa e Cina, ha esposto nel 2019 diverse banche regionali tedesche a misure di salvataggio. Con una Brexit pianificata al via, se non altro lo stallo è superato: la «catastrofe di un no deal» temuta dall’Associazione per il commercio estero tedesca (Bga) è scongiurata, l’Europa è attrezzata e presto potrà ricominciare a investire verso il Regno Unito. Ma Trump preme molto su Johnson per sganciarsi dall’orbita Ue, gli osservatori economici avvertono che anche il 2020 non sarà una passeggiata. Per il Kiel Institute for the World Economy (IfW)«non c’è una exit dalla Brexit, l’insicurezza è diminuita ma resta alta». Per l’IMK di Düsseldorf la «Brexit continuerà a pesare nei prossimi mesi sulla crescita britannica come su quella tedesca». Anche perché all’Istituto Ifo di Monaco sono molto scettici che «si concordi un nuovo contratto sul libero commercio entro il 2020».


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Intesa tra Usa e Cina per una rimozione graduale dei dazi

Trump annuncia l'accordo con la Cina su Twitter. Bloccate le tariffe che dovevano entrare in vigore il 15 dicembre. Il vice ministro del Commercio Wang: rimozione per «fasi graduali». Wall street prima brinda, poi ci ripensa.

Il dazio, infine, è tratto. Donald Trump ha annunciato come di consueto via twitter il raggiungimento di un accordo tra Usa e Cina sulle tariffe commerciali. «Abbiamo raggiunto un’intesa sulla fase uno dell’accordo con la Cina», che ha dato il suo via libera «a molti cambi strutturali e ad acquisti massicci di prodotti agricoli, energetici e manifatturieri», ha sottolineato Trump, evidenziando che non scatteranno i dazi che dovevano entrare in vigore il 15 dicembre.

«Rimarranno come sono i dazi del 25%», ha aggiunto il presidente Usa. Più tardi, il vice ministro del Commercio cinese, Wang Shouwen ha spiegato: l’accordo prevede la rimozione dei dazi per «fasi graduali».

Forniture di prodotti chimici stanno per essere caricate nel porto di Zhangjiagang nella provincia orientale dello Jiangsu ( JOHANNES EISELE/AFP via Getty Images)

RAFFORZATO IL COPYRIGHT E MERCATO CINESE PIÙ APERTO

Wang, uno dei negoziatori di punta del team cinese per il ruolo di vice rappresentante per il Commercio internazionale, ha spiegato che l’accordo include il rafforzamento della tutela dei diritti sulla proprietà intellettuale, l’espansione dell’accesso al mercato domestico e la salvaguardia dei diritti delle compagnie estere in Cina, tra le questioni più contestate dalla parte americana a Pechino.

Merci in fase di carico nel porto di Zhangjiagang nella provincia orientale dello Jiangsu (JOHANNES EISELE/AFP via Getty Images)

NOVE PUNTI PER L’INTESA

Il comunicato diffuso dalla Cina menziona nove punti sul raggiungimento dell’accordo: preambolo, proprietà intellettuale, trasferimento di tecnologia, prodotti alimentari e agricoli, servizi finanziari, tassi di cambio, l’espansione del commercio, risoluzione delle controversie e clausole finali. I media Usa hanno menzionato impegni di spesa cinesi per 50 miliardi di beni agricoli Usa, ma nel corso della conferenza i numerosi sono stati accuratamente evitati. Wang ha parlato di «molto lavoro da fare», tra la revisione legale e la traduzione del testo nelle due lingue «da completare il prima possibile». Le parti dovranno «negoziare gli specifici accordi per la firma formale» in modo da dare attuazione alla ‘fase uno’.

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Altro che continuità con Draghi, così Lagarde rivoluziona la Bce

Né falco né colomba: il gufo (simbolo di saggezza) Christine cambia la stategia della Banca centrale europea: in agenda i cambiamenti climatici, nuovi target per la stabilità dei prezzi, pagamenti digitali. Una svolta che non si vedeva da 16 anni.

Era attesa da tutti come la versione color pastello di Mario Draghi. Il suo ruolo doveva essere solo di prosecuzione e continuità con quanto fatto dal governatore celebre per il «Whatever it takes», ma Christine Lagarde ha stupito tutti.

UN DEBUTTO ALLA MOURINHO

Un piglio degno del primo José Mourinho interista (quello del «non sono un pirla») e un polso, nel tenere la conferenza stampa, che ha lasciato molti osservatori positivamente impressionati: dopo la consueta fase di resoconto del meeting direttivo alla stampa, la neo presidente – prima di procedere con il consueto giro di domande – ha voluto riservarsi uno spazio di libere considerazioni.

NON I SOLITI NUMERI SU CRESCITA E INFLAZIONE

Ma oltre al cipiglio c’erano contenuti inattesi. No, non i soliti numeri su crescita (rivista lievemente al ribasso) o inflazione (lievemente al rialzo), né annunci di politica monetaria (invariata), Lagarde ha sparato ben più alto, annunciando una strategic review della Banca centrale europea come non si vedeva da 16 anni.

SVOLTA DA GENNAIO 2020

La Bce ripenserà se stessa, il suo ruolo e le modalità con cui perseguire il suo mandato. Lo farà dal gennaio 2020 per arrivare a una conclusione entro la fine dell’anno. I punti salienti di questa revisione di strategia sono l’inclusione di tematiche inerenti il cambiamento climatico e la ridefinizione del target per la stabilità dei prezzi (oggi posto ad «appena inferiore a 2%»).

CONTESTO TOLLERANTE SULL’INFLAZIONE

Per la stabilità dei prezzi probabilmente l’intenzione è di predisporre un contesto tollerante per l’eventualità di un’inflazione che dovesse superare il 2%, valutando un livello medio pluriennale: dopo anni di livelli inflattivi molto lontani dall’obiettivo, consentire per qualche tempo all’inflazione di galleggiare sopra la soglia del 2% servirà ad avere un livello medio più vicino a 2.

ANCHE L’IMMOBILIARE NELLA DEFINIZIONE DEI PREZZI

La Bce valuterà, inoltre, se considerare anche il comparto immobiliare nella definizione dei prezzi e si premunirà di considerare anche le aspettative di inflazione dei consumatori oltre che quelle di mercato.

CRESCENTE SENSIBILITÀ AMBIENTALE

Le allusioni al surriscaldamento globale lasciano immaginare che la spinta fiscale auspicata potrà avvenire in scia a una crescente sensibilità ambientale: verrà infatti cercato un accordo con la Commissione europea sulla cosiddetta tassonomia, ossia di un sistema di regole di classificazione di criteri per arrivare a definire cosa debba intendersi per attività sostenibile.

BCE PRONTA A DIALOGARE CON LE ALTRE ISTITUZIONI

Un gioco dialettico a tutto campo che crea aspettative, ma che tratteggia già una Bce diversa, ancora tenacemente indipendente, ma pronta a scendere dalla “torre d’avorio” e dialogare con le altre istituzioni perché «non c’è niente di sbagliato nel concordare le azioni per i rispettivi obiettivi».

Le armi che la Bce continuerà a usare saranno:

  • Tassi d’interesse, per la parte più breve della curva.
  • Forward guidance, per dettare un calendario chiaro e “correggere” l’orizzonte di medio termine.
  • Quantitative easing e acquisti di asset, per condizionare la parte più lunga della curva dei rendimenti.

Messa alle strette sulle preferenze fra i tre strumenti, la neo presidente ha fatto intendere di preferire la forward guidance. Non c’era da avere molti dubbi in proposito: la scelta è caduta sullo strumento più basato sulla dialettica, vuoi per confidare sulla principale competenza di Christine (la comunicazione), vuoi perché la capacità di condizionamento residua della Banca centrale è ormai molto esigua, dopo aver già portato i tassi prima a zero, poi sottozero, e aver lanciato più piani di Qe.

POLITICA FISCALE DIVERSA E PIÙ ESPANSIVA

Nonostante le politiche monetarie ultra-accomodanti di questi anni, infatti, i consumi non crescono e i salari nemmeno, per questa ragione una diversa e più espansiva politica fiscale «sarebbe benvenuta».

MA CHI HA IL DEBITO ALTO (COME NOI) SI PREOCCUPI DI QUELLO

Selettivamente, però. I Paesi che hanno spazio di manovra dovrebbero introdurre politiche fiscali più accomodanti, mentre i Paesi ad alto debito dovrebbero preoccuparsi di tornare su un sentiero più virtuoso. Un messaggio esplicito ai governi che non mancherà di mostrare i suoi effetti. Inflazione e crescita (stimate ripettivamente a +1,6% e +1,4% nel 2022) sono ancora troppo modeste, anche se il segno positivo va visto come un buon segnale.

IL GUFO COME SIMBOLO DI SAGGEZZA

La presidente ha prima chiarito un «io sono io» che non ha niente a che fare con la famosa citazione de Il marchese del Grillo di Alberto Sordi, ma che è solo un ammonimento verso la naturale tentazione a fare confronti con il predecessore Draghi. Dopodiché ha respinto ogni classica etichetta definendosi né colomba né falco, semmai un gufo, animale simbolo di saggezza (anche se in Italia ha tutt’altra simbologia).

PURE UN SISTEMA DI PAGAMENTI DITIGALI

Come se tutto ciò non bastasse, in una conferenza stampa di debutto, La Lagarde ha inoltre fatto riferimento alla creazione di una task force che entro metà 2020 porti a termine i lavori per la definzione di una digital currency sotto l’egida della Bce stessa, cioè di un sistema di pagamenti digitali (ma – ha chiarito – non sarà né uno stable coin né il bitcoin). Né falco né colomba: Christine Lagarde sembra una macchina infernale.

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La posizione dell’Ue dopo le elezioni nel Regno Unito

Dopo il voto Bruxelles mostra di avere fretta sulla Brexit. Il presidente del Consiglio Ue Michel: «Londra ratifichi l'accordo quanto prima».

«Mi congratulo con Boris Johnson e mi aspetto che il Parlamento britannico ratifichi il prima possibile l’accordo» negoziato sulla Brexit. Sono le parole del presidente del Consiglio Ue Charles Michel che è stato tra i primi a commentare i risultati delle elezioni nel Regno Unito. L’Ue «è pronta a discutere gli aspetti operativi» delle relazioni future, ha aggiunto, spiegando che i leader avranno una discussione sulla Brexit il 13 dicembre.

GENTILONI: «HA PERSO UNA SINISTRA NOSTALGICA»

Il commissario europeo Paolo Gentiloni ha scelto Twitter per commentare il voto, in particolare la debacle laburista: «Vince Johnson cavalcando l’onda di Brexit. Perde l’illusione di una sinistra nostalgica. Speranza e fiducia nell’Unione europea. Oggi più che mai».

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Usa e Cina sarebbero pronti a un accordo sui dazi

Trump ha annunciato che presto potrebbe esserci un'intesa con Pechino. E il Wsj anticipa che Washington avrebbe proposto un taglio del 50% di quelli esistenti.

«Un grande accordo con la Cina è vicino. Loro lo vogliono, e anche noi». Lo stringato tweet di Donald Trump ha innescato un rally a Wall Street: gli indici americani hanno fatto segnare a nuovi record spinti dall’ottimismo su una schiarita nei rapporti commerciali fra le due superpotenze economiche. Una schiarita che, secondo il Fondo Monetario Internazionale, sarebbe positiva per Washington e Pechino e soprattutto per l’economia mondiale.

IL 15 DICEMBRE PREVISTO UN NUOVO PACCHETTO DI TARIFFE

Il cinguettio di Trump è arrivato in una giornata storica, quella del voto alla commissione giustizia della Camera sull’impeachment del presidente americano. Ed è arrivato in vista della scadenza del 15 dicembre quando, in assenza di una svolta, dovrebbero scattare i nuovi dazi di Trump su 156 miliardi di dollari di Made in China. Non è ancora chiaro come la Casa Bianca intenda procedere sulle nuove tariffe: le indiscrezioni al riguardo sono contrastanti visto lo scarso tempo a disposizione per chiudere la prima fase dell’intesa fra Stati Uniti e Cina sul fronte commerciale. Ma il tweet di Trump, che per la prima volta ha affermato di volere anche lui un accordo, ha dato l’impressione di aprire a un’eliminazione o almeno a un posticipo dei dazi previsti entrare in vigore a breve.

TIMORI PER IL MERCATO USA IN VISTA DEL NATALE

All’interno della Casa Bianca molti sono favorevoli a un rinvio nella convinzione che imporre dazi in prossimità delle feste natalizie si traduca nell’imporre una tassa sugli americani e quindi in un’ondata di nuove critiche contro l’amministrazione, già nel mirino per l’impeachment. Fra le aziende che seguono con interesse gli sviluppi c’è Apple: gli Stati Uniti e la Cina sono infatti i suoi due maggiori mercati e la guerra commerciale rischia di avere un impatto forte sulle vendite di Cupertino nella Repubblica popolare, dove l’iPhone fatica ad affermarsi. Secondo Credit Suisse, le consegne sono infatti calate del 35,4%, il secondo calo consecutivo a due cifre.

LE RICHIESTE DI WASHINGTON PER LA TREGUA

Secondo il Wall Street Journal, nell’ultima proposta messa sul piatto dall’amministrazione Trump alla Cina, gli Stati Uniti hanno proposto un taglio del 50% degli attuali dazi su 360 miliardi di prodotti cinesi e la cancellazione delle tariffe che dovrebbero scattare domenica prossima. In cambio Washington avrebbe chiesto a Pechino un impegno a maggiori acquisti di prodotti agricoli americani, una più forte tutela dei diritti di proprietà intellettuale e un maggiore accesso per le aziende americane al settore dei servizi finanziari cinese. Nel caso in cui la Cina sottoscrivesse l’offerta ma non rispettasse gli impegni, gli Stati Uniti sono pronti a far tornare i dazi ai livelli attuali.

LE MOSSE DI TRUMP IN VISTA DEL VOTO

Una pausa nella guerra commerciale con la Cina, con la firma della fase uno di un accordo più ampio, consentirebbe a Trump di guadagnare tempo e avviarsi all’anno delle elezioni presidenziali con un’importante carta in tasca da giocare. Un carta in grado di spingere Wall Street a nuovi record e permettere al presidente di rivendicare il successo della sua ricetta economica per gli Stati Uniti, che proseguono nel loro 11mo anno di ripresa.

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