Cosa succede in Iran col black out sulle rivolte della benzina

Internet e telefoni bloccati. Decine di morti, secondo l’opposizione, nelle proteste contro il rincaro dei carburanti per le sanzioni di Trump. Rohani ammette: è la situazione più grave dal 1979. Ma resta d’accordo con la repressione. Il punto.

Nessuno, fuori dall’Iran, sa cosa accade in Iran. Le rivolte sono montate in tutte le città, all’impennata del costo della benzina: sono state bloccate strade e incendiate centinaia tra banche e negozi. Immagini delle devastazioni rimbalzavano sui social network, ma poi è calato il blocco di internet più massiccio in 40 anni di Repubblica islamica. Gli arrestati sarebbero migliaia, alcune decine di morti (due quelli ammessi dalle autorità), centinaia probabilmente i feriti nelle «proteste per il carburante». La Germania e la Francia invitano il regime a «rispettare le legittime manifestazioni e la libertà di espressione»: il messaggio cifrato sottende il ritorno anche da parte dell’Unione europea, in caso contrario, alle sanzioni economiche che hanno fatto riesplodere la pentola a pressione iraniana.

IRANIANI STROZZATI DA TRUMP

Da più di un anno c’è forte sofferenza per l’embargo totale di Donald Trump. Il presidente iraniano Hassan Rohani ha ammesso una «situazione difficile e complicata» come internamente non accadeva dalla rivoluzione nel 1979. Sui carburanti ha annunciato un piano di rincari nelle sovvenzioni, secondo il quale il prezzo calmierato (circa 11 centesimi di euro al litro per i primi 60 litri al mese) della benzina aumenterà del 50% a 15 mila rial, per i litri successivi del 300%. Lo scopo dichiarato è redistribuire i risparmi in sussidi per gli oltre due terzi di popolazione in difficoltà. Ma gli iraniani non gli credono: se e quando i risparmi saranno redistribuiti non varranno più nulla. Dal 2018 lo Stato fa i conti con un’inflazione al 40%, i risparmi di tante famiglie sono spariti.

Iran rivolte benzina petrolio sanzioni
Una banca incendiata in Iran nelle rivolte della benzina. (Twitter)

PEGGIO CHE NELLA GUERRA CON L’IRAQ

Anche per il Fondo monetario internazionale la crisi è peggiore che negli anni della lunga guerra tra l’Iran e l’Iraq (1980-1988). È un paradosso che la potenza dell’Opec, dove un altro maxi giacimento da 50 miliardi stimati di barili di petrolio è stato appena scoperto, non possa godere del suo oro nero. Ma in un anno l’export è crollato da circa 2 milioni e mezzo a un milione e mezzo di barili al giorno: resiste soprattutto verso Paesi asiatici amici come la Cina. Neanche l’Italia (fino ad aprile 2019 esentata con altri 8 Paesi dal blocco finanziario e commerciale Usa) può più acquistare greggio e altre merci: anche le società dei Paesi europei che continuano a rispettare l’accordo sul nucleare (Jcpoa) con l’Iran vengono colpiti dalle sanzioni secondarie americane.

Scontri con le forze dell’ordine sono stati ripresi anche nella città santa sciita di Mashhad

LA PARALISI CON L’OCCIDENTE

Il meccanismo finanziario alternativo creato dall’Ue per continuare a scambiare beni con l’Iran non funziona. Sebbene la Repubblica islamica cerchi di diversificare l’economia, riesce a esportare verso l’Occidente solo merci come lo zafferano, del quale è pressoché unica produttrice mondiale: un primato che porta le aziende del settore ad aggirare le multe. Per il resto è paralisi: il ceto medio iraniano non può permettersi spese extra, per i poveri la carne è un lusso, anche molti ricchi evitano gli spostamenti all’estero. Come negli anni bui della presidenza Ahmadinejad, la merce europea non si trova quasi più e gli affitti sono schizzati. Proteste a catena contro le banche erano esplose già due Natali fa in Iran, ma stavolta sono più violente e massicce.

LE CRITICHE CONTRO IL REGIME

Come nel Libano e nell’Iraq – dipendenti dall’Iran – la popolazione contesta anche il regime, chiede un cambiamento economico e politico. Scontri con le forze dell’ordine sono stati ripresi anche nella città santa sciita di Mashhad: sono in rivolta tanto la maggioranza sciita quanto le minoranze sunnite. Ad Ahvaz, nel Sud-Ovest arabo ricco di pozzi, le proteste si erano propagate qualche giorno prima dell’annuncio dei rincari, per la morte sospetta di un giovane poeta e attivista della minoranza. Poi l’annuncio sulla benzina è stata la miccia. Disordini sono esplosi anche all’università di Tabriz, nel Nord azero. Tra gli zoroastriani di Yazd e nella conservatrice Isfahan. Nella capitale sono state bloccate strade e attaccati benzinai e mezzi della polizia.

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Il presidente iraniano Hassan Rohani.

L’INTRANSIGENZA DEI PASDARAN

Diversi commercianti del Gran bazar di Teheran hanno chiuso i battenti. Ma per la Guida suprema Ali Khamenei sono solo «banditi manovrati dall’esterno»: la stessa spiegazione data dalla teocrazia alle mobilitazioni in piazza Tahrir a Baghdad e in piazza dei martiri a Beirut. Come in Iraq (oltre 200 civili morti dall’inizio di ottobre), in Iran sarebbero partiti dei colpi di arma da fuoco: un testimone, rimasto anonimo per ragioni di sicurezza, ha raccontato all’agenzia Reuters di aver «udito spari» ad Ahvaz. Decine di dimostranti sarebbero in ospedale in condizioni critiche nell’hinterland di Teheran. Come le loro forze sciite in Iraq e in Libano, i pasdaran iraniani minacciano «azioni decisive» per riportare l’ordine. La loro risposta è l’intransigenza.

INTERNET E CELLULARI BLOCCATI

La censura è totale, anche i siti delle agenzie ufficiali sono lenti o inaccessibili. Le reti di telefonia mobile sono bloccate: chi vive in zone di confine tenta di comunicare con le schede straniere. In vista delle Legislative di febbraio 2020, i politici dell’opposizione invitano governo e parlamento ad ascoltare i manifestanti. Rohani è incalzato, le forze – di sistema – che sono fuori dall’esecutivo cavalcano la rabbia popolare. Ma sarebbe stato lo stesso Rohani, a capo del Consiglio supremo di sicurezza, a dare l’ordine del black-out. Il presidente iraniano condanna le violenze, senza ascoltare le critiche della gente per i miliardi inviati dall’apparato di Difesa a Gaza, agli Assad in Siria, agli Hezbollah in Libano e alle milizie in Iraq. Ma è probabile che anche le sollevazioni nei Paesi satellite derivino dal gap economico e di democrazia esportato dall’Iran.

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Nuovo allarme Unicef: ogni giorno muoiono 15mila bambini

Il rapporto dell'agenzia traccia un bilancio della Convenzione per l'infanzia avviata 30 anni fa. Grandi passi avanti, ma la mortalità infantile resta alta.

Secondo il nuovo rapporto Unicef “Ogni diritto per ogni bambino – La Convenzione sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza a un punto di svolta”, da quando la stessa Convenzione è stata adottata 30 anni fa, sono stati raggiunti storici traguardi per tutti bambini del mondo, ma ancora molti tra i bambini più poveri devono sentirne gli impatti, come testimoniano i 15 mila morti registrati ogni giorno.

IN 30 ANNI TASSI DI MORTALITÀ RIDOTTI DEL 60%

Sui progressi nei diritti dei bambini degli ultimi 30 anni, il rapporto ha rilevato che: i tassi globali di mortalità dei bambini sotto i 5 anni sono diminuiti di circa il 60%; il numero di bambini in età da scuola primaria che non vanno a scuola è diminuito dal 18 all’8%; i principi guida della Convenzione: non discriminazione, superiore interesse dei bambini, diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo, il diritto alla protezione hanno influenzato numerose costituzioni, leggi, politiche e pratiche a livello globale.

NEL 2018 OGNI GIORNO MORTI 15 MILA BAMBINI

Tuttavia questi progressi non sono stati realizzati ugualmente nel mondo: a livello globale, più di un bambino su quattro vive in paesi colpiti da conflitti o disastri naturali; il numero di gravi violazioni verificate contro i bambini durante i conflitti si è quasi triplicato dal 2010; quasi 20 milioni di bambini sono a rischio di contrarre malattie prevenibili con i vaccini; si stima che per il 2040, in tutto il mondo, una persona su quattro sotto i 18 anni (circa 600 milioni) vivrà in aree soggette a stress idrico molto elevato; solo nel 2018, sono morti ogni giorno mediamente 15mila bambini sotto i 5 anni, principalmente a causa di malattie curabili o per altre cause prevedibili; nel 2018 sono stati registrati circa 350mila casi di morbillo, più del doppio rispetto al 2017.

ALLARME MALATTIE: 800 MORTI AL GIORNO PER DIARREA

Più di 800 bambini ogni giorno muoiono a causa di malattie diarroiche legate a un inadeguato approvvigionamento idrico e scarsità di servizi igienici e sanitari. Nel 2017, ultimo anno per il quale sono disponibili i dati, solo la malaria ha causato 266mila morti sotto i 5 anni. Nei paesi a basso e medio reddito, i bambini delle famiglie più povere hanno il doppio delle probabilità di morire per cause prevenibili prima dei 5 anni rispetto ai bambini di famiglie più ricche. Secondo gli ultimi dati disponibili, solo la metà dei bambini delle famiglie più povere i Africa Sub Sahariana sono vaccinati contro il morbillo, rispetto all’85% dei bambini delle famiglie più ricche.

ALLARME SULLA COPERTURA VACCINALE

Nonostante siano oggi vaccinati più bambini che mai, un rallentamento dei tassi di copertura vaccinale negli ultimi 10 anni sta minacciando di capovolgere i difficili traguardi raggiunti, si legge ancora nel dossier: la copertura vaccinale per il morbillo è agli stessi livelli dal 2010, contribuendo a una ricomparsa di questa malattia mortale in diversi paesi. Nel 2018 sono stati registrati circa 350mila casi di morbillo, più del doppio rispetto al 2017.

IL PESO DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO SULLA SICUREZZA DEL CLIMA

Il rapporto affronta anche le minacce vecchie e nuove che colpiscono i bambini nel mondo. Povertà, discriminazione e marginalizzazione continuano a lasciare milioni fra i bambini più svantaggiati a rischio: conflitti armati, crescente xenofobia e la crisi globale dei migranti e rifugiati hanno avuto un impatto devastante sui progressi global. I bambini sono fisicamente, fisiologicamente e dal punto di vista epidemiologico i più a rischio per gli impatti legati alla crisi del clima: il rapido cambiamento del clima sta diffondendo malattie, incrementando l’intensità e la frequenza di condizioni meteorologiche estreme e creando insicurezza alimentare e idrica.

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Sparatoria durante una festa a Fresno, in California: quattro morti

Uno o più uomini ha fatto irruzione in un giardino privato aprendo il fuoco sui presenti. Ancora ignoti i motivi del gesto. Killer ancora in fuga.

Almeno quattro persone sono morte e altre sei sono rimaste ferite a Fresno, in California, dove qualcuno in serata, forse più di un killer, è entrato in un giardino di casa dove era in corso un party privato e ha aperto il fuoco sulla gente, che stava guardando insieme una partita di football. Lo rendono noto i media statunitensi, fra cui il New York Times. Non è ancora chiaro il motivo del gesto, né chi siano gli autori dell’agguato. Alcuni dei feriti sono stati portati in ospedale in condizioni critiche.

Michael Reid, vicecapo della polizia di Fresno, ha spiegato che nel giardino privato erano radunate 35 persone quando i killer si sono introdotti aprendo il fuoco. I quattro morti – ha aggiunto il funzionario di polizia – sono tutti uomini fra i 25 e i 30 anni e non ci sono indicazioni sul fatto che chi ha sparato conoscesse le vittime. La polizia ha ricevuto numerose chiamate di vicini che hanno udito gli spari e all’arrivo di polizia e ambulanze tre delle vittime erano già decedute mentre una quarta è morta in seguito, in ospedale.

Nessuno ha visto i killer né ha descritto la presenza di veicoli sospetti nei paraggi. La polizia sta ora esaminando i filmati delle telecamere di sicurezza. «Il mio cuore è con le famiglie delle vittime di questa violenza insensata», ha detto Reid, aggiungendo che sarà fatto tutto il possibile per assicurare i responsabili alla giustizia.

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Le proteste a Hong Kong del 18 novembre 2019

Duri scontri intorno al Politecnico. Fallita la mediazione tra rettore e forze dell'ordine sono ripresi gli scontri intorno alla struttura. E intanto l'Alta corte giudica incostituzionale il bando delle maschere.

È altissima la tensione a Hong Kong, dove prosegue l’assedio al Politecnico occupato mentre altri manifestanti pro democrazia sono tornati a bloccare questa nella mattinata del 18 novembre la centralissima Nathan Road.

La polizia ha eseguito decine di arresti fuori dall’Hotel Icon, su Science Museum Road, nelle vicinanze del PolyU. Poco prima le 7:00 locali (mezzanotte in Italia), il rettore dell’ateneo Teng Jin-Guang ha reso noto di aver raggiunto una tregua con la polizia a patto che gli studenti fermassero gli attacchi. L’evacuazione pacifica è però saltata quando la polizia ha ripreso a lanciare i lacrimogeni, spingendo molti studenti a tornare indietro

Sui social media sono circolate le immagini degli studenti ammanettati e schierati in riga in attesa di essere portati via. Non è chiara la dinamica che ha portato alla rottura della tregua e al ritorno degli scontri, ma alcuni media locali hanno parlato di carenza di comunicazione tra gli agenti impegnati nell’assedio del campus, alcuni dei quali avrebbero reagito istintivamente alla vista dei manifestanti dopo i violentissimi scontri partiti il 17 e continuati nella notte, tra ripetuti (e falliti) tentativi di sfondamento.

STUDENTI RESPINTI DAI GAS LACRIMOGENI

Le drammatiche immagini delle tv hanno mostrato corposi gruppi di studenti lasciare il campus sulla Science Museum Road prima di essere rispediti indietro dai lacrimogeni della polizia. Scenari simili si sono ripetuti vicino ad Austin Road, con gli studenti in fase di evacuazione e costretti a rientrare per sfuggire agli effetti dei gas.

ALMENO 39 FERITI NEGLI SCONTRI

La battaglia tra manifestanti arroccati nel PolyU e la polizia ha registrato un totale di 38 feriti, di cui 5 in condizioni gravi, secondo il bilancio stilato dalla Hospital Authority. Sono invece 18 le persone segnalate in condizioni stabili, mentre sei sono state dimesse. Un totale di 24 persone, invece, sono state ricoverate tra la mezzanotte e le 7:30 del mattino locali, e tra questi c’è anche un uomo di 84 anni.

L’ALTA CORTE DICE “NO” AL BANDO DELLE MASCHERE

Mentre gli scontri imperversavano l’Alta Corte di Hong Kong ha dichiarato l’incostituzionalità del divieto dell’uso delle maschere introdotto lo scorso mese dalla governatrice Carrie Lam facendo leva sulla legislazione di emergenza, una norma che aveva suscitato violentissime polemiche. La sentenza dell’Alta Corte, ha riferito il network pubblico Rthk, stabilisce la «incompatibilità con la Basic Law», la Costituzione locale, ed è maturata a seguito del ricorso promosso da 24 parlamentari pan-democratici.

I GIUDICI: GOVERNO OLTRE LE SUE PREROGATIVE

L’Alta Corte ha sancito che il divieto dell’uso delle maschere nelle manifestazioni pubbliche, con la previsione del carcere fino a sei mesi in caso di trasgressione, sia incostituzionale perché è una restrizione dei diritti fondamentali delle persone spinta oltre il necessario. In altri termini, «eccede quello che è ragionevolmente necessario da ottenere puntando all’applicazione della legge, alle indagini e alla punizione dei dimostranti violenti». La normativa, varata in base ai poteri d’emergenza di una ordinanza del 1922, in pieno periodo coloniale, puntava nei piani del governo a scoraggiare l’adesione di massa alle manifestazioni pro-democrazia che stanno scuotendo l’ex colonia da giugno. La polizia aveva anche il potere di ordinare o di togliere direttamente le maschere in qualsiasi momento e luogo. Sui social media, una volta diffusasi la notizia, sono apparsi foto e video di persone che consegnano le maschere a chi che si preparano ai sit-in di protesta in Central.

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Cosa si nasconde dietro l’aumento dei suicidi a Hong Kong

Molti giovani non sopportano la pressione psicologica dovuta alle violenze. Il sospetto però è che in alcuni casi si tratti di omicidi mascherati. Il punto.

da Hong Kong

Niko Cheng era pronta a morire in agosto, a 22 anni. Da mesi non frequentava più le lezioni alla scuola da infermiera e ormai aveva preso la sua decisione. Cheng era particolarmente conosciuta nel movimento e faceva parte del gruppo soprannominato I Combattenti, per il loro coraggio nel confrontarsi con la polizia di Hong Kong. La data era decisa: il 31 del mese. Esausta e stanca dopo mesi di proteste, Cheng in un primo tempo aveva preso in considerazione l’idea di lanciarsi contro la polizia e costringerla a spararle.

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«Non avevo alcuna motivazione a fare qualsiasi cosa. Ho solo pensato che fosse tutto inutile, insignificante», ha raccontato. Poi ha incontrato altri giovani compagni che l’hanno convinta a desistere e ha anche trovato l’aiuto di una Ong che si occupa del contrasto al suicidio nell’ex colonia britannica, e ce l’ha fatta. «Allora che ho capito che dovevo riprendermi la mia vita, una vita normale».

L’AUMENTO DEI SUICIDI CON L’INIZIO DELLE PROTESTE

Ma per una storia a lieto fine, come quella dell’aspirante infermiera, ce ne sono molte altre per le quali nessuno ha potuto evitare l’epilogo più tragico. Mentre infatti continuano le proteste, gli esperti di salute pubblica affermano è in corso anche un’altra battaglia più silente ma in qualche modo più pericolosa delle violenze di piazza: quella che da soli combattono sempre più residenti che mostrano segni di depressione, ansia e stress acuto. Dall’inizio delle proteste, a metà dello scorso giugno, il numero di suicidi denunciati è aumentato vertiginosamente. Nei due mesi successivi la media era di circa 10 ogni 10 giorni. Dal 21 al 31 agosto, il numero è salito improvvisamente a 18. E nei 10 giorni successivi si è arrivati a 49. Il bilancio, aggiornato a fine ottobre, parla di oltre 100 casi. E molte vittime sono giovani manifestanti.

Manifestanti per la democrazia in corteo nella ex colonia britannica.

DEPRESSIONE E ANSIA: L’EPIDEMIA DI HONG KONG

Esperti di sanità pubblica affermano che i manifestanti, molti anche più giovani di Cheng, non sarebbero attrezzati per affrontare l’esposizione alla violenza spinta così all’estremo. «Alcuni di loro sono molto giovani, molto ingenui. Si buttano a capofitto», ha dichiarato Yip Siu Fai, direttore del Center of Suicide Research and Prevention di Hong Kong. «Potrebbero non essere sufficientemente maturi dal punto di vista psicologico. Per loro, i danni potrebbero essere molto gravi. E per i più deboli tra loro, addirittura irreversibili». Ma non sono solo i manifestanti a essere a rischio. Uno studio dell’Università di Hong Kong pubblicato di recente, ha rilevato che un’abitante su 10 soffre di depressione, con un aumento dei pensieri suicidari esponenziale rispetto al passato.

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UNA PRESSIONE PSICOLOGICA DIFFICILMENTE GESTIBILE

Gabriel Leung, che ha guidato il team di ricercatori, ha spiegato che il disagio esistenziale non interessa soltanto chi partecipa alle proteste. Leung parla apertamente di un effetto di ricaduta a livello di comunità. Secondo lui, a Hong Kong siamo di fronte a una vera e propria «epidemia». «Tutta la società sta soffrendo», ha affermato Clarence Tsang, direttore esecutivo di Samaritan Befrienders Hong Kong, una Ong specializzata nella prevenzione del suicidio. «Questa situazione», ha dichiarato, «sta generando un’enorme pressione psicologica. Non è esagerato affermare che stia colpendo quasi l’intera popolazione».

Manifestanti a Hong Kong.

IL SOSPETTO È CHE SI TRATTI DI OMICIDI MASCHERATI

Ma c’è un aspetto ancora più inquietante, anzi terrificante, dietro questa ondata di suicidi: il sospetto che molti decessi siano in realtà degli omicidi mascherati da suicidi. Un fenomeno che pare essere aumentato drasticamente dopo l’irruzione della polizia alla stazione della metro di Prince Edward, il 31 agosto scorso. I testimoni raccontano di aggressioni volente da parte degli agenti. Secondo un dipendente delle pompe funebri ci sarebbero stati sei morti. Tutti con il collo rotto. La polizia dal canto suo ha sempre negato l’esistenza di vittime: l’ipotesi è che quei casi siamo stati poi fatti passare per suicidi.

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UNA LISTA DELL’ORRORE

La lista da allora si è drammaticamente allungata. Il 10 ottobre un uomo è precipitato da un grattacielo nella zona di Sha Tin. Il coroner, sulla base delle analisi post-mortem, ha però dichiarato che l’uomo era morto almeno due giorni prima di precipitare dal grattacielo. E non si tratterebbe di un caso isolato. Diverse vittime cadute da edifici alti non sanguinavano, e i cadaveri presentavano ferite pregresse. Una vittima che si presumeva fosse “affogata” è stata ripescata con le mani legate. Un’altra, il cui corpo è stato trovato fluttuante nella baia di Tsuen Wan, aveva la bocca chiusa e non risultava morta per annegamento poiché nei suoi polmoni non era stata ritrovata acqua. Infine c’è il caso più raccapricciante, quello di una donna, nuda, caduta da un grattacielo, ma il cui corpo sembra sia stato praticamente tagliato in due mentre era ancora in vita.

Un manifestante di Hong Kong dà fuoco a un cumulo di rifiuti.

STUPRI E VIOLENZE: LE DENUNCE DEI MANIFESTANTI

Secondo l’osservatorio sull’intelligenza Artificiale The AI Organization, attraverso software di riconoscimento facciale sviluppati da Pechino, la polizia identificherebbe i manifestanti. Una volta catturati sarebbero vittime di violenze e stupri. Una volta morti verrebbero inscenati suicidi. Un quadro che apre a scenari terribili, ma a sostegno del quale mancano finora prove certe.  Anche se aumentano le denunce. L’ultima è quella di una 18enne che ha raccontato di essere stata violentata a settembre da quattro uomini mascherati nella stazione di polizia di Tsuen Wan dopo essere stata trascinata all’interno mentre passeggiava in zona. La ragazza non aveva raccontato nulla alla famiglia ma a metà ottobre dopo aver scoperto di essere incinta ha deciso di abortire. Ora si attende che l’analisi del dna del feto possa confermare o smentire questa brutta storia. E forse scoperchiare un vaso di pandora pieno di orrori.

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Germania, la chiamata alle armi della delfina di Merkel

Le celebrazioni per il compleanno della Bundeswehr. Il riarmo. Il pressing sul parlamento per più missioni all’estero. Un Consiglio nazionale di sicurezza. Così Kramp-Karrenbauer strizza l'occhio al militarismo.

Giusto qualche anno fa, nel 2015, l’esercito della Germania faceva notizia per imbracciare manici di scopa tinti di nero al posto dei fucili nelle esercitazioni della Nato, tanto era sguarnito. Per i training, al posto dei blindati si usavano alla bisogna dei furgoni Mercedes. Lo sgomento era così forte che qualcuno, tra i graduati, cominciò a inviare rapporti riservati a riguardo alla tivù pubblica tedesca (Ard). Un vento radicalmente cambiato dall’arrivo Annegret Kramp-Karrenbauer in capo alla Difesa, o quantomeno la delfina di Angela Merkel vorrebbe che cambiasse al più presto: per i 64 anni dalla nascita, il 12 novembre del 1955, della Bundeswehr ha dato ordine a tutti i governatori di festeggiare il «compleanno dell’esercito con parate di giuramento in tutti i Land». «All’aperto», senza vergogna, guai a ripararsi dentro le caserme.

LA PARATA A BERLINO

A Berlino il giuramento di 400 reclute è andato in scena ieratico nel grande campo davanti al Reichstag. Una cerimonia del genere, davanti alla scritta Dem deutschen Volke («al popolo tedesco») all’ingresso del parlamento, non avveniva dal 2013. E comunque mai si era cercata tanta enfasi: Ursula von der Leyen, prima alla Difesa, aveva tolto i giuramenti pubblici, avviando l’indispensabile dietro le quinte del riarmo delle truppe con una scia di inevitabili polemiche. Il passato dei Reich restava pesante: anche durante la Guerra fredda, quando la militarizzazione divenne d’obbligo per la Germania Ovest, le cerimonie militari avvenivano a testa bassa, in sordina. E dagli Anni 90, mezzi e uomini della Bundeswehr si erano assottigliati: si preferì approfittare della pax europea, anche con un esercito rinforzato delle truppe dell’Est.

INTERVENTISTA IN SIRIA

Per Kramp-Karrenbauer, Akk come la chiamano i tedeschi, è tempo di essere orgogliosi dei propri soldati, «parte e presidio della società democratica». Ed è tempo anche, ha spronato espressa sempre Akk il parlamento, che i soldati tedeschi siano più presenti nel mondo; che la Germania, con o senza la Nato, prenda l’iniziativa. Le uscite così ravvicinate sul riarmo e il piglio – molto diverso da quello di Von der Leyen – hanno valso rapidamente alla nuova titolare della Difesa la reputazione di militarista: soprattutto la proposta unilaterale di qualche settimana fa, senza consultare o informare neppure il collega degli Esteri, di una forza di peacekeeping europea in Siria, al posto degli americani, ha scatenato un’ondata di reazioni critiche. Nel governo, in parlamento e tra la popolazione tedesca. Anche le parate del 12 novembre sono state contestate da gruppi di pacifisti.

AKK È MILITARISTA?

Come la nuova presidente della Commissione Ue, Kramp-Karrenbauer è cresciuta sotto l’ala di Merkel. Entrambe devono l’ascesa alla cancelliera. Ma Akk è più a destra di Merkel e di Von der Leyen: integralista nell’etica, e sovranista in politica. Come primo provvedimento alla Difesa ha bloccato la privatizzazione, nella riorganizzazione disposta da Von der Leyen, del gruppo statale che mantiene e ripara i mezzi dell’esercito. Kramp-Karrenbauer si è anche posta da subito più vicino alle truppe: non potendo chiedere un ritorno alla leva obbligatoria, si è rammaricata che «della disaffezione alle forze armate dal suo abbandono». Ma se sulla Siria Akk ha fatto infuriare il titolare degli Esteri, il socialdemocratico (Spd) Heiko Maas, e diversi altri, dalle cerimonie per l’anniversario della Bundeswehr si è dissociata solo la sinistra radicale della Linke.

Germania riarmo Difesa Bundeswehr
AKK tra le truppe della Bundeswehr, Germania. GETTY.

IL CAMBIO DI MENTALITÀ

Si commenta che da tanto tempo i militari non erano così presenti in Germania. E non è per forza un male. Sul giuramento anche i Verdi, come i socialdemocratici, danno ragione ad Akk. La percezione della Bundeswehr, nata a Bonn con un centinaio di volontari nel 1955, è sempre meno distorta dallo spettro della Wehrmacht, soprattutto tra i giovani. Nel 1980, quando per la prima volta si tenne un giuramento delle forze armate in uno stadio, a Brema, esplosero proteste con centinaia di feriti. Ancora nel 2010 un capo dello Stato dovette dimettersi per aver affermato, come fece l’imprudente Horst Köhler (Cdu) probabilmente più da ex capo del Fondo monetario internazionale (Fmi), che un «Paese grande come la Germania avrebbe dovuto difendere i propri interessi anche commerciali, nell’emergenza, anche attraverso interventi militari».

IL CONSIGLIO DI SICUREZZA

Per Köhler si parlò di «politica da cannoniere». Come quella italiana, la Costituzione tedesca vieta azioni offensive, tanto più guerre commerciali, alle forze armate. E ogni intervento militare a scopo difensivo deve essere richiesto dal parlamento. Con Kramp-Karrenbauer si inizia a chiamare la «Germania poliziotto del mondo» e si torna a invocare il dettato costituzionale. Ma non scatta più tanta veemenza, e non se ne chiedono le dimissioni. La proposta di Akk di istituire un Consiglio nazionale di sicurezza di coordinamento tra gli apparati militari e dei ministeri dell’Economia, dell’Interno e dello Sviluppo è stata anzi apprezzata dai vertici diplomatici e dello stato maggiore. Chiusa la parata, la ministra ha annunciato il potenziamento delle forze armate con «nuovi equipaggiamenti e nuovi militari» entro il 2031. Lo chiede la Nato, ma non solo.

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È morto Terry O’Neill, il fotografo che raccontò la Swinging London

L'artista aveva lavorato con i più grandi artisti britannici degli Anni 60: dai Beatles sino ai Rolling Stones. Ma ha anche avuto l'onore di ritrarre la regina Elisabetta II.

Aveva raccontato negli Anni ’60 la Londra della musica diventando famoso grazie a celebri scatti fatti ai Beatles, ai Rolling Stones e a David Bowie. È morto all’età di 81 anni, dopo una lunga lotta contro il cancro alla prostata, il fotografo Terry O’Neill, celebre fotografo che raccontò la Swinging London. Negli ultimi anni aveva lavorato con per ritrarre Amy Winehouse, Nicole Kidman, Nelson Mandela e la regina Elisabetta II.

LA CARRIERA DI TERRY O’NEILL

Nato il 30 luglio 1938 a Romford, una città a Est di Londra, O’Neill ha iniziato a lavorare sin dagli Anni 50 come fotografo. Il suo primo lavoro fu in una unità fotografica dell’aeroporto londinese di Heathtrow. Il suo primo lavoro professionale lo ottenne a partire dagli Anni 60. Il primo soggetto a finire davanti al suo obbiettivo fu Laurence Oliver. Da lì in poi una grande escalation che lo portò a fotografare i più importanti gruppi londinesi del periodo. Dai Beatles sino ai Rolling Stones, passando per figure di spicco del panorama musicale come Elton John.

FOTOGRAFO PER IL CINEMA

Terry O’Neill è stato direttore della fotografia per il film del 1981 Mommie Dearest e per quello del 1987 Aria. Si tratta degli unici due lavori fatti per il grande schermo. Nel 2004 è diventato membro onorario della Royal Photographic Society mentre nel 2008 è anche uscito un libro che raccoglie i suoi scatti più belli. Una sorta di antologia del suo lungo lavoro fatto con molte star. I suoi lavori più belli sono invece custoditi presso il National Portrait Gallery di Londra. O’Neill è stato sposato tre volte e ha avuto tre figli.

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È morto Terry O’Neill, il fotografo che raccontò la Swinging London

L'artista aveva lavorato con i più grandi artisti britannici degli Anni 60: dai Beatles sino ai Rolling Stones. Ma ha anche avuto l'onore di ritrarre la regina Elisabetta II.

Aveva raccontato negli Anni ’60 la Londra della musica diventando famoso grazie a celebri scatti fatti ai Beatles, ai Rolling Stones e a David Bowie. È morto all’età di 81 anni, dopo una lunga lotta contro il cancro alla prostata, il fotografo Terry O’Neill, celebre fotografo che raccontò la Swinging London. Negli ultimi anni aveva lavorato con per ritrarre Amy Winehouse, Nicole Kidman, Nelson Mandela e la regina Elisabetta II.

LA CARRIERA DI TERRY O’NEILL

Nato il 30 luglio 1938 a Romford, una città a Est di Londra, O’Neill ha iniziato a lavorare sin dagli Anni 50 come fotografo. Il suo primo lavoro fu in una unità fotografica dell’aeroporto londinese di Heathtrow. Il suo primo lavoro professionale lo ottenne a partire dagli Anni 60. Il primo soggetto a finire davanti al suo obbiettivo fu Laurence Oliver. Da lì in poi una grande escalation che lo portò a fotografare i più importanti gruppi londinesi del periodo. Dai Beatles sino ai Rolling Stones, passando per figure di spicco del panorama musicale come Elton John.

FOTOGRAFO PER IL CINEMA

Terry O’Neill è stato direttore della fotografia per il film del 1981 Mommie Dearest e per quello del 1987 Aria. Si tratta degli unici due lavori fatti per il grande schermo. Nel 2004 è diventato membro onorario della Royal Photographic Society mentre nel 2008 è anche uscito un libro che raccoglie i suoi scatti più belli. Una sorta di antologia del suo lungo lavoro fatto con molte star. I suoi lavori più belli sono invece custoditi presso il National Portrait Gallery di Londra. O’Neill è stato sposato tre volte e ha avuto tre figli.

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Nuova giornata di scontri e proteste a Hong Kong

Gli studenti si sono asserragliati nel Politecnico di Kowloon. Ferito un agente colpito da una freccia al polpaccio. Lunedì scuole chiuse per motivi di sicurezza.

Ancora un giorno di scontri e proteste a Hong Kong. Anche domenica 17 novembre, come ormai avviene da mesi, i manifestanti sono scesi in piazza per protestare contro la governatrice Carrie Lam e la Cina.

Gli scontri più accesi sono avvenuti sulla penisola di Kowloon dove gli studenti del Politecnico hanno scagliato frecce e usato catapulte artigianali per lanciare oggetti contro la polizia. In questi tafferugli in agente è stato colpito a un polpaccio ed è stato trasportato d’urgenza in ospedale. L’uomo non sarebbe comunque in pericolo di vita. Per tutta risposta gli agenti hanno utilizzato gas lacrimogeni e idranti con liquido chimico blu. La polizia ha inoltre chiesto «a tutti i cittadini di non dirigersi verso l’area del PolyU, il Politecnico, perchè la situazione si sta rapidamente deteriorando» dato che la situazione sta sempre più degenerando.

A HONG KONG SCUOLE CHIUSE LUNEDÌ

A causa dei disordini l’Ufficio per l’Istruzione ha annunciato che è prevista la chiusura straordinaria delle scuole per la giornata di lunedì 18 novembre. Tutte le lezioni, spiegano ancora i portavoce dell’istituzione scolastica, dalla scuola materna fino alla scuola superiore sono state sospese per motivi che riguardano la sicurezza. Del resto molti studenti si sono uniti alla protesta. Molti sono anche degli adolescenti come testimoniano gli arresti fatti nelle settimane scorse e che riguardavano anche alcuni ragazzini di appena 12 anni.

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L’Iran scende in piazza contro il caro-benzina

Le proteste sono iniziate venerdì 15 novembre e non accennano a diminuire. Questo nonostante le minacce della polizia e il placet al rincaro della Guida suprema iraniana Ali Khamenei.

Continua la rivolta della benzina in Iran per protestare contro l’aumento dei prezzi del carburante annunciato dalla Repubblica islamica iraniana dopo le sanzioni economiche inflitte dagli Usa. Decine le città che da venerdì 15 novembre sono in rivolta dopo la decisione presa dal governo. Gli scontri più duri a Teheran dove negli scontri sono morte almeno due persone, anche se fonti non ufficiali e vicine ai manifestanti parlano di oltre una decina di vittime.

LA POLIZIA AMMONISCE I MANIFESTANTI

Intanto la polizia iraniana ha lanciato un monito a coloro che «creano insicurezza e disordine». Il riferimento è alle manifestazioni degli ultimi due giorni che ha provocato diversi disordini in tutto il Paese. Le forze dell’ordine hanno annunciato che identificheranno e affronteranno «con decisione i provocatori e i capi che hanno creato le tensioni». Una minaccia concreta portata avanti dal portavoce della polizia, il generale Ahmad Nourian.

KHAMENEI SOSTIENE L’AUMENTO DELLA BENZINA

In questo clima di forti tensioni spicca la voce di Ali Khamenei. La Guida suprema iraniana ha infatti manifestato il suo appoggio alla decisione governativa di razionare e aumentare i prezzi della benzina. Lo ha fatto attraverso un discorso riportato dalla televisione di Stato. Khamenei ha anche additato i manifestanti come banditi poiché responsabili degli incidenti avvenuti durante le proteste di piazza. «Io non sono un esperto, ma poiché la scelta è stata fatta dai capi dei tre rami istituzionali, la sostengo», ha detto. Per poi aggiungere: «Le proteste violente non risolveranno niente, ma porteranno solo insicurezza nel Paese»

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Morti e feriti negli scontri in Bolivia tra pro Morales e polizia

Otto vittime e almeno 75 feriti nei disordini scoppiati vicino a Cochabamba. Il presidente dimissionario chiede una riunione nazionale per pacificare il Paese.

Otto persone sono state uccise e almeno 75 sono rimaste ferite negli scontri tra manifestanti pro-Evo Morales e soldati e polizia nella città boliviana di Sacaba, vicino a Cochabamba, nel Centro del Paese. Lo ha riferito il direttore dell’ospedale cittadino, Guadalberto Lara. La maggior parte delle vittime – ha aggiunto – sono è stata raggiunta da colpi di arma da fuoco. Migliaia di manifestanti, in gran parte indigeni, si erano radunati a Sacaba fin dal mattino, protestando pacificamente. Gli scontri sono scoppiati quando un folto gruppo di manifestanti ha tentato di attraversare un checkpoint militare vicino a Cochabamba, dove sostenitori e avversari di Morales si sono affrontati per settimane.

IL NUOVO APPELLO DI MORALES

Da parte sua, Morales ha rivolto un nuovo appello a una «grande riunione nazionale» per pacificare la Bolivia anche se, ritiene, al punto a cui è giunta la situazione, le proteste in corso non si fermeranno fino a espellere «la dittatura» dal palazzo di governo. Intervistato dalla Cnn in spagnolo, Morales ha ricordato che «martedì ho proposto una grande riunione nazionale con autorità del massimo livello». E ora, ha aggiunto, “ripeto che il modo migliore per pacificare il Paese è rendere possibile una riunione con Carlos Mesa, (Luis Fernando) Camacho, Evo, i movimenti sociali e anche il governo ‘de facto’ di Jeanine Anez».

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La Bolivia tra «golpe» e rischio di guerra civile dopo Morales

La neo presidente Añez promette nuove elezioni. Ma intanto giura sulla Bibbia, estromette gli indios e si circonda di falangisti come il "Bolsonaro di La Paz", Camacho. La società è spaccata, mentre c'è chi parla di colpo di Stato. Il punto.

L’autoproclamata presidente ad interim Jeanine Añez, ex vice senatrice dell’opposizione, afferma di voler essere uno «strumento di inclusione e di unità» per la Bolivia. Formalmente non è un’usurpatrice: ha assunto il ruolo in linea di successione, dopo la fuga in Messico di Evo Morales, e dopo le rinunce del vice di Morales, dei presidenti di Camera e Senato e dell’altro numero due del Senato. Ma nel gabinetto di transizione non ha incluso gli indios che sono tra il 40% e il 50% della popolazione, il 70% nelle zone rurali e più povere. Añez ha anche giurato sui Vangeli, commentando che la «Bibbia torna a Palazzo» e che il «potere è Dio». Nonostante dal 2006 al 2008 la medesima avesse fatto parte della Costituente voluta da Morales – primo presidente indigeno della Bolivia – che rese laica la Costituzione e diede più autonomia agli indigeni diseredati. Colmando così un vuoto di potere, la Bolivia si destabilizza ancora.

Bolivia Morales proteste Añez
Gli indios di Bolivia dalla parte di Morales. (Getty).

L’ÉLITE RAZZISTA DI SANTA CRUZ

Migliaia di indios protestano a La Paz in difesa dei diritti conquistati, pronti alla «guerra civile». Añez è una 52enne potente ed emancipata: avvocato, divorziata, è stata anche dirigente. Ha condotto campagne contro la violenza di genere ed ecologista, ma appartiene alla destra boliviana estrema e ultra-religiosa. Le viene attribuito un tweet razzista del 2013 (che avrebbe cancellato) dove si augurava un «Paese liberato dai riti satanici indigeni». Anche le manifestazioni esplose contro la rielezione di Morales sono cariche di tensioni sociali: su internet circolano video di manifestanti che incendiano le bandiere wiphala degli indigeni. Tra gli agitatori delle rivolte c’è il fondamentalista cristiano Luis Fernando Camacho: 40 anni, avvocato come Añez, dell’élite di Santa Cruz ostile agli indiosi, ha promesso all’opposizione che «Pachamama non tornerà al palazzo presidenziale», alludendo sprezzante alla madre terra venerata dagli andini.

La Cruz è un bastione di gruppi dichiaratamente xenofobi come la Falange socialista boliviana


Il New York Times

CAMACHO E I FALANGISTI

Come per Añez, «la Bolivia appartiene a Cristo». Camacho, milionario e massone, è emerso come il «Bolsonaro della Bolivia» leader delle proteste. Anche lui è accusato di fascismo, non a caso il Brasile è tra i primi governi con gli Usa a riconoscere la nuova presidenza, che invece ha rotto le relazioni dimplomatiche con il Venezuela. Camacho ha militato a lungo nell’Organizzazione giovanile cruceñista dell’estrema destra religiosa, un movimento falangista squadrista. Il partito di Añez, Unità democratica, è di ispirazione liberale, sulla carta più moderato. Ma ha egualmente come roccaforte Santa Cruz: il leader è il governatore locale Ruben Costas, l’elettorato è la borghesia della regione ricca di idrocarburi che nel 2008 tentò la secessione attraverso il Comitato civico di Camacho, per tornare in possesso delle risorse nazionalizzate da Morales. Il New York Times che definisce Camacho il leader delle rivolte, quegli anni descriveva Santa Cruz come «ancora un bastione di gruppi dichiaratamente xenofobi quali la Falange socialista boliviana».

Bolivia Morales proteste Añez
Jeanine Áñez giura sulla Bibbia come presidente della Bolivia. (Getty)

MORALES ATTACCATO AL POTERE

Il movimento boliviano franchista fu tra i primi in America Latina a dare rifugio a criminali nazisti come Klaus Barbie, ricollocato con l’operazione Condor della Cia per contribuire – come altri fascisti italiani – ai golpe e collaborare con le dittature sanguinarie sudamericane. Le contiguità dell’opposizione – e delle Chiese – con la Bolivia “nera” del passato sono una realtà, Morales e gli indios accusano Añez e Camacho di «golpe di polizia». Tuttavia anche l’ex presidente, in carica dal 2006, ha peccato della «tirannia» rimproverata. Nel 2016 Morales tentò – e perse – un referendum per una modifica della Costituzione che gli permettesse un quarto mandato. Ha potuto ricandidarsi alle Presidenziali del 20 ottobre 2019 grazie al via libera della Corte costituzionale a restare al potere fino al 2025. ll risultato fin troppo perfetto del primo turno (47% contro il 36,5% dello sfidante Carlos Mesa: i 10 punti in più che bastavano per evitare il ballottaggio) ha scatenato le contestazioni.

La polizia avrebbe sbarrato l’ingresso in parlamento ai socialisti di Morales

SENZA QUORUM DEL PARLAMENTO

Añez dichiara come «solo obiettivo» permettere nuove elezioni. E tra i ministri minori fatti giurare in un secondo tempo c’è una indios titolare del Turismo. Nondimeno la nuova presidente ha indossato la fascia di Morales senza aver raggiunto il quorum in parlamento né prestato il giuramento di rito. «Tutti gli sforzi per garantire la presenza dei parlamentari» sarebbero stati fatti, il Movimento socialista di Morales avrebbe «disertato l’aula». Contro Añez che, assunta la presidenza vacante del Senato, ha di conseguenza preso l’interim del presidente vacante per «pacificare il Paese e andare a nuove elezioni». La versione dei socialisti è diversa: all’ex presidente del Senato Adriana Salvatierra, fedelissima di Morales, la polizia avrebbe sbarrato l’ingresso in parlamento. Mentre Camacho e i suoi uomini, in un Sudamerica caldissimo, erano visti salire con Añez al palazzo presidenziale.

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Nella prima telefonata Trump e Zelensky parlarono di… Miss Universo

La Casa Bianca ha diffuso il contenuto della conversazione del 21 aprile. Battute sulla bellezza delle ucraine e ironia per l'inglese del presidente di Kiev. Ma nessun riferimento all'indagine contro i Biden. E intanto al Congresso proseguono le audizioni nell'inchiesta sull'impeachment.

Anche l’altra telefonata ora è pubblica. E di politica o intrecci oscuri qui non si parla. La Casa Bianca, come annunciato, ha diffuso la trascrizione della prima chiamata tra Donald Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. La conversazione risale al 21 aprile 2019, subito dopo l’elezione di Zelensky, quattro mesi prima della seconda telefonata tra i due leader al centro dell’indagine per impeachment. Quella cioè in cui The Donald chiese al suo omologo ucraino di lavorare col segretario della Giustizia William Barr per l’apertura di un’indagine a carico di Joe Biden e del figlio.

CHIAMATA DALL’AIR FORCE ONE

Trump chiamò Zelensky dall’Air Force One nel pomeriggio del 21 aprile per congratularsi per la vittoria dell’ucraino alle Politiche. La controversa conversazione del 24 luglio, quella denunciata dalla talpa e che ha innescato l’indagine che potrebbe portare all’impeachment di Trump, avvenne mentre il tycoon era nello Studio Ovale. La trascrizione desecretata e rilasciata dalla Casa Bianca consta di tre pagine.

L’INVITO ALLA CASA BIANCA: «COSÌ PRATICO L’INGLESE»

Trump il 21 aprile chiamò Zelensky mentre era in volo e non fece alcun cenno a possibili indagini di Kiev sui Biden o sui democratici Usa. Ma, rivolgendosi al neo presidente, il tycoon si complimentò con l’Ucraina ricordando quando era proprietario di Miss Universo: «Eravate sempre ben rappresentati…», affermò Trump provocando la risata di Zelensky. Altre battute poi quando quest’ultimo fu invitato alla Casa Bianca e rispose: «Bene, così pratico l’inglese».

Penso che farete un buon lavoro, ho molti amici in Ucraina che la conoscono e a cui lei piace

Trump a Zelensky

Nel corso della conversazione, durata 16 minuti, non si accennò ad alcun contenuto di natura politica. Trump disse: «Penso che farete un buon lavoro, ho molti amici in Ucraina che la conoscono e a cui lei piace. Abbiamo molte cose di cui parlare». Zelensky da parte sua ringraziò The Donald decine di volte. «Cercheremo di fare il nostro meglio e abbiamo lei come un grande esempio», affermò il leader ucraino, invitando a sua volta Trump a Kiev per l’inaugurazione della nuova presidenza: «So quanto è impegnato, ma se per lei è possibile venire alla cerimonia inaugurale sarebbe grande». Per poi aggiungere: «Non ci sono parole per descrivere quanto bello è il nostro Paese, quanto gentile, calorosa, amichevole è la nostra gente, quanto saporito e delizioso è il nostro cibo. Ma il modo migliore per scoprirlo è venire qui».

THE DONALD SEGUE IN TIVÙ L’INCHIESTA

Intanto al Congresso americano ha continuato a occuoparsi dell’indagine che potrebbe portare Trump all’incriminazione. Il presidente ha guardato in tivù le battute iniziali dell’audizione, dicendosi pronto a seguire solo l’intervento di apertura di Devin Nunes, il repubblicano della commissione di intelligence della Camera, dove sono avvenute le audizioni pubbliche. Secondo il portavoce della Casa Bianca, Stephanie Grisham, «il presidente dopo aver visto Nunes trascorrerà il resto della giornata a lavorare duramente per gli americani».

L’ex ambasciatrice Marie Yovanovitch. (Ansa)

L’EX AMBASCIATRICE ALL’ATTACCO

Evidentemente però poi The Donald si è intrattenuto ancora. Ascoltando anche la testimonianza dell’ex ambasciatrice americana a Kiev, Marie Yovanovitch. Che ha detto: «La strategia politica degli Usa sull’Ucraina è stata gettata nel caos». Yovanovitch, che fu silurata nell’aprile del 2019 perché ritenuta un ostacolo alla linea della Casa Bianca, ha spiegato di essersi sentita «minacciata» dalle parole di Trump che, parlando co Zelensky, la descrisse come una «bad news», una cattiva notizia, e assicurò che presto se ne sarebbe andata. «Nel leggere la trascrizione della telefonata ero scioccata e devastata», ha confidato.

Ha fatto male ovunque e il nuovo presidente ucraino mi parlò male di lei. Un presidente ha tutto il diritto di nominare gli ambasciatori che vuole

Trump sull’ex ambasciatrice Yovanovitch

E The Donald, che probabilmente dunque la stava guardando, ha risposto alla sua maniera, su Twitter: «Ha fatto male ovunque e il nuovo presidente ucraino mi parlò male di lei. Un presidente ha tutto il diritto di nominare gli ambasciatori che vuole».

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La crisi politica diventa economica: il Pil di Hong Kong a -1,3%

La produzione di ricchezza al ribasso per la prima volta dalla crisi finanziaria del 2009.

Hong Kong vede un 2019 con stime al ribasso del Pil a -1,3%, negative per la prima volta dalla crisi finanziaria del 2009: sono le previsioni aggiornate dal governo alla luce delle proteste pro-democrazia in corso nell’ex colonia da giugno e diventate sempre più violente nelle ultime settimane. Il governo ha rilasciato anche la lettura finale del Pil del terzo trimestre, in contrazione del 3,2% congiunturale e del 2,9% annuo, in linea con i dati preliminari.

IN RECESSIONE PER LA PRIMA VOLTA DAL 2009

La revisione al ribasso del Pil di oggi è la seconda del suo genere fatta quest’anno: dal 2-3% di crescita iniziale, ad agosto c’è stata la prima limatura allo 0-1%, in gran parte per il contesto economico generale diventato più difficile con lo scontro commerciale tra Usa e Cina. Con i dati definitivi sul terzo trimestre (-3,2% congiunturale e -2,9% annuale) Hong Kong è ufficialmente finita in recessione tecnica. A inizio mese, il segretario alle Finanze Paul Chan ha messo in guardia che ulteriori tagli alla crescita potevano essere “inevitabili” per il 2019 in scia alle turbolenze vissute dall’ex colonia da oltre 5 mesi, con “la grande possibilità” che per l’intero anno la città sarebbe finita in recessione, per la prima volta dal 2009.

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La Russia ha preso possesso di altre due basi Usa in Siria

Le forze di Mosca sono entrate in due ex avamposti americani nell'area: nella città di Metras e vicino a Kobane. E a Qamishli inizia la costruzione di un'altra base.

Gli elicotteri militari russi sono arrivati in una ex base statunitense vicino alla città siriana di Metras. Lo riportano i filmati trasmessi dal canale televisivo Zvezda del ministero della Difesa russo.

Il filmato mostra i militari russi che sbarcano da elicotteri Mil Mi-8 dopo che diversi mezzi, tra cui anche un Mi-35, sono atterrati. I soldati hanno poi issato la bandiera russa. La polizia militare ha poi fatto sapere di aver preso «sotto la sua protezione» un’altra ex base Usa, nei pressi di Kobane.

«La nostra unità ha preso l’aerodromo e la base sotto la sua protezione», ha dichiarato la polizia militare per quanto riguarda la struttura di Kobane, «e sta pattugliando il perimetro dell’area, sorvegliando le posizioni di tiro». «I genieri stanno verificando la presenza di esplosivi o mine nella struttura: non sappiamo quali trappole e sorprese gli ex proprietari potrebbero essersi lasciati alle spalle», ha affermato un ispettore militare, citato da Interfax.

INIZIATA LA COSTRUZIONE DI UN’ALTRA BASE A QAMISHLI

L’aerodromo era stato precedentemente occupato dalle forze governative siriane. Gli elicotteri dell’esercito russo sono stati poi schierati nella struttura per impedire alle forze statunitensi di danneggiare la pista. Il 14 novembre Mosca aveva annunciato di aver iniziato a costruire una base per elicotteri nell’aeroporto civile nella città di Qamishli, precedentemente usato dalle forze americane.

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Il commissario dell’Ungheria rimandato dall’europarlamento

Várhelyi, designato per l'Allargamento, non ha superato l'audizione a Bruxelles. Bocciato da socialisti, liberali, Verdi e sinistra. Altro introppo sulla strada dell'insediemento di Von der Leyen.

Rimandato. Il commissario designato dall’Ungheria per l’Allargamento, Olivér Várhelyi, non ha superato l’esame nell’audizione del 14 novembre al parlamento europeo. È mancata la maggioranza a favore dell’esponente del Partito popolare europeo (Ppe) nella riunione dei coordinatori della commissione. Al commissario designato devono essere posti ulteriori quesiti.

SOTTO ESAME ANCHE IL FRANCESE BRETON E LA ROMENA VALEAN

Sono stati socialisti, liberali, Verdi e Gue (Sinistra unitaria europea) ad aver determinato la bocciatura di Várhelyi. Al parlamento europeo sono in programma nella stessa giornata le audizioni di tre commissari designati da Ungheria, Francia e Romania. Oltre a Várhelyi tocca al francese Thierry Breton per il mercato Interno e poi alla romena Adina Valean con il portafoglio ai Trasporti.

IN ATTESA DEL VOTO SULL’INTERA COMMISSIONE

Se i tre commissari fossero stati “promossi” alle audizioni, la plenaria di Strasburgo il 27 novembre si sarebbe espressa con un voto sulla Commissione in toto in modo che Ursula von der Leyen potesse insediarsi a Palazzo Berlaymont a inizio dicembre. Ma sull’ungherese è subito arrivato un intoppo.

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Le novità sulla strage del volo MH17: legami tra russi e ribelli del Donbass

Il team internazionale a guida olandese che investiga sull'abbattimento del volo della Malaysia Airlines ha pubblicato delle intercettazioni che mostrano i contatti tra funzionari di Mosca e ribelli separatisti.

Nuova svolta nell’intricato caso dell’abbattimento del volo Malaysia Airlines 17. In particolare sarebbero stati individuati stretti legami tra la Russia e i ribelli del Donbass testimoniati da nuove intercettazioni telefoniche tra funzionari russi e alcuni leader separatisti.

Le conversazioni sono state pubblicate dal Team investigativo internazionale a guida olandese (Jit) sulla tragedia del Boeing malese abbattuto nei cieli del Donbass in guerra nell’estate del 2014. Le telefonate risalgono alle settimane precedenti alla sciagura in cui morirono 298 persone. L’aereo fu abbattuto da un missile di fabbricazione russa.

Lo scorso giugno, gli investigatori hanno accusato quattro persone per la tragedia aerea: tre sono cittadini russi e – secondo gli inquirenti – sono o sono stati agenti dell’intelligence di Mosca. Uno degli incriminati è Igor Strelkov, al secolo Igor Girkin, ex comandante delle milizie separatiste del Donbass che sarebbe anche tra le persone coinvolte nelle conversazioni intercettate.

I RUSSI COINVOLTI NELLE INTERCETTAZIONI

Le telefonate riguardano anche il consigliere di Putin, Vladislav Surkov, il “premier” dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk, Aleksandr Borodai, e il leader crimeano scelto da Mosca, Vladislav Surkov. In almeno tre telefonate, i separatisti affermano di agire nell’interesse della Russia e su ordine dei suoi servizi segreti. «Sto eseguendo gli ordini e difendendo gli interessi di uno e di un solo Paese: la Federazione Russa», ha detto Borodai in una telefonata.

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Le tensioni in Bolivia dopo la conferma di Jeanine Añez come presidente

Un giovane di 20 anni ha perso la vita durante gli scontri tra manifestanti pro Morales e la polizia. Sale così a 10 il numero dei morti dopo tre settimane di proteste. E il governo del nuovo presidente Añez si insedia.

Resta alta la tensione in Bolivia dopo che la Corte costituzionale ha confermato Jeanine Añez come presidente. Un ragazzo di 20 anni è rimasto ucciso durante gli scontri tra i sostenitori di Morales e la polizia. Il ragazzo sarebbe stato colpito alla testa da un proiettile a Yapacani, nel dipartimento di Santa Cruz, dove i sostenitori di Morales nel pomeriggio avevano occupato il municipio.

10 MORTI DALL’INIZIO DELLE PROTESTE

Il 13 novembre gli scontri a Montero e Yapacaní hanno provocato due morti per colpi d’arma da fuoco. Con queste vittime è salito a dieci il bilancio dei morti durante oltre tre settimane di proteste nel Paese. Lo ha riferito il direttore dell’Istituto di indagini forensi (Idif), Andres Flores, citato dal quotidiano La Razon. Il direttore ha riferito che otto delle dieci persone morte negli scontri sono state uccise da proiettili.

L’ANALISI SUI CORPI DELLE VITTIME

«L’Idif ha condotto l’analisi forense di dieci corpi a livello nazionale, quattro sono di Santa Cruz, tre di Cochabamba, due di La Paz e uno di Potosí. Del totale dei casi, otto hanno perso la vita a causa di un proiettile di armi da fuoco», ha detto Flores. Le forze armate sono scese in strada dopo che la polizia si è dichiarata sopraffatta dall’ondata di proteste sociali che hanno colpito in particolare La Paz ed El Alto. A Yapacaní sono state rubate armi delle forze di sicurezza, con le quali, secondo la polizia, gli agenti sono stati attaccati.

ANEZ LAVORA AL SUO NUOVO GOVERNO

A livello politico Jeanine Añez continua a lavorare dopo la sua numina. Nella serata del 13 ha nominato i primi 11 ministri del suo governo di transizione che, ha sottolineato, sarà composto eminentemente da «tecnici». «Questo Consiglio dei ministri che vi presento», ha indicato Anez al termine della cerimonia di insediamento, «è composto persone esperte e specializzate, in maggioranza di un profilo tecnico come è normale per un governo di transizione». La ex senatrice ora capo dello Stato ha precisato che il 14, in giornata, l’elenco dei ministri sarà completato in modo da dare continuità al normale funzionamento dell’apparato statale. «Il loro compito principale», ha aggiunto, «sarà restaurare la pace sociale, realizzare elezioni libere e trasparenti nel più breve tempo possibile e consegnare infine il governo a chi i boliviani eleggeranno con piana legalità e legittimità democratica». Fra i ministri prescelti vi sono Karen Longaric (Esteri), Jerjes Justiniano (Presidenza), Arturo Murillo (Interno), Fernando López Julio (Difesa) e José Luis Parada (Economia).

MOSCA RICONOSCE IL NUOVO PRESIDENTE

Proprio mentre il nuovo esecutivo si insediava, la Russia ha annunciato l’intenzione di riconoscere Jeanine Añez come presidente. Il vice ministro degli Esteri Serghiei Riabkov, citato dall’agenzia Ria Novosti, ha però voluto precisare che la sua decisione tiene anche conto del fatto «nel momento in cui è stata eletta per questo incarico non c’era il quorum necessario in parlamento». «Chiaramente», ha aggiunto Riabkov, «sarà considerata leader della Bolivia finché la questione di un nuovo presidente non sarà risolta con le elezioni».

MORALES APRE A UN RITORNO IN PATRIA

Dal Messico l’ex presidente boliviano Evo Morales ha dichiarato di essere disposto a tornare in Bolivia senza essere candidato o ricoprire cariche di potere, per contribuire a riportare la pace nel Paese. In un’intervista al quotidiano spagnolo El Pais, l’ex capo di Stato ha dichiarato che «certamente» è disposto a tornare in Bolivia senza poteri e senza candidarsi. «Mi sono dimesso, ma continua la violenza», ha sottolineato. Sulla sua permanenza in Messico, Morales ha dichiarato che «già in questo momento vorrei andarmene. Se posso contribuire alla soluzione pacifica (in Bolivia), lo farò», ha affermato, aggiungendo che nel suo Paese in questo momento «non ci sono autorità», e che Jeanine Anez «è una presidente autoproclamata incostituzionalmente».

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Hong Kong, giallo sul possibile coprifuoco nel weekend

Fonti di stampa cinesi avevano annunciato che l'esecutivo guidato da Carrie Lam sarebbe pronto a vietare ogni tipo di manifestazione per il fine settimana. Ma la notizia è stata poi smentita.

La situazione già tesa di Hong Kong si arricchisce di un nuovo tassello. Nella notte il media cinese Global Times aveva annunciato su Twitter che il governo dell’ex colonia era pronto a varare un coprifuoco per il fine settimana. Successivamente il tabloid cinese ha fatto retromarcia cancellando dopo oltre 30 minuti il tweet sul tema.

«Il governo di Hong Kong è atteso che annunci il coprifuoco per il weekend», aveva scritto il quotidiano citando una fonte anonima. L’ipotesi coprifuoco si era diffusa da diverse ore. NaoTv, network dell’ex colonia, l’aveva già menzionata, venendo poi smentita dal South China Morning Post, grazie alle rassicurazioni di una fonte del governo locale

Nella serata del 13 novembre un numero consistente di ministri sono stati visti arrivare alla Government House, la residenza della governatrice Carrie Lam. La riunione, ha scritto il South China Morning Post, sarebbe stata finalizzata a discutere la situazione dopo tre giorni di proteste e di duri scontri tra manifestanti pro-democrazia e polizia. Sembra tuttavia improbabile che il governo possa decidere l’eventuale posticipazione per motivi di ordine pubblico le elezioni locali distrettuali del 24 novembre.

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Jeanine Añez si è autoproclamata presidente della Bolivia

Il partito di Morales ha fatto mancare il quorum in parlamento, ma il Tribunale costituzionale ha avallato la nomina della senatrice. Mentre in piazza non si placa la tensione.

La senatrice dell’opposizione Jeanine Añez si è autoproclamata presidente della Bolivia. Come primo atto ha cancellato il motto di Evo Morales ‘Patria o Morte’, scatenando la reazione del presidente dimissionario riparato in Messico, che ha gridato «al golpe più subdolo e nefasto della storia». Mentre in piazza non si placa la tensione. La polizia boliviana è intervenuta con gas lacrimogeni per bloccare una manifestazione di sostenitori di Morales che si dirigeva verso Plaza Murillo, dove nel palazzo presidenziale era in corso una cerimonia. I media hanno confermato che si tratta di manifestanti che chiedono le dimissioni della presidente ad interim, impegnata nel pomeriggio a confermare i responsabili delle Forze armate boliviane.

IL MANCATO QUORUM NON FERMA LA SENATRICE

Añez si è autonominata alla guida del Paese, non essendo riuscita a raggiungere il quorum dei voti in un parlamento controllato per i due terzi dal partito di Morales, i cui deputati hanno disertato la seduta. La sua nomina, raggiunta con il sostegno dei soli parlamentari dell’opposizione ma con il significativo avallo del Tribunale costituzionale (Tcp), ha comunque permesso l’avvio di un processo di transizione istituzionale dopo le dimissioni dell’ormai ex presidente per le pressioni dell’esercito. Ora sarà lei a dover portare alla rapida formazione di un nuovo governo e, entro tre mesi, a nuove elezioni. I settori vicini a Morales (militanti del Mas, sindacati, minatori del settore pubblico, insegnanti rurali e contadini del Tropico di Cochabamba) sono sempre sul piede di guerra e decisi a dare battaglia a un potere che considerano anti-costituzionale. Polizia e militari sono dovuti intervenire in forza nel dipartimento di Santa Cruz, dove sostenitori dell’ex capo dello Stato avevano occupato l’intero municipio di Yapacaní. E gli Stati Uniti hanno chiesto ai familiari dei dipendenti di rappresentanze diplomatiche e imprese di abbandonare il Paese.

MORALES: «SE IL POPOLO ME LO CHIEDE TORNO»

Morales dal Messico ha attaccato non solo Añez, ma anche l’Organizzazione degli Stati americani (Osa), accusandola «di essersi unita al colpo di Stato», definendola «un organismo neogolpista» e raccomandando alle nazioni latinoamericane di non fidarsi di essa, «perché risponde unicamente agli interessi degli Usa». Ma da Washington il segretario generale dell’Osa, Luis Almagro, ha rinviato l’accusa al mittente, sottolineando che è stato lo stesso Morales ad aver realizzato «un autogolpe» nel tentativo di «appropriarsi del potere» attraverso elezioni non trasparenti. Nella sua prima conferenza in Messico, il leader ‘cocalero’ ha sostenuto di essere disponibile a tornare in Bolivia «se il popolo me lo chiede», ma che per questo «c’è bisogno di intavolare un dialogo nazionale».

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