Papa Francesco si prende il controllore di Bankitalia per le finanze vaticane

Barbagallo nominato presidente dell'Aif. Prima era funzionario generale con l'incarico di alta consulenza al Direttorio della Banca d'Italia in materia di vigilanza bancaria e finanziaria e nei rapporti con il Single Supervisory Mechanism a Palazzo Koch.

Da consulente della vigilanza a Banca d’Italia a capo dell’Autorità di informazione del Vaticano Carmelo Barbagallo, alto funzionario di Palazzo Koch, ha varcato la riva del Teevere. Papa Francesco lo ha infatti scelto come presidente dell’Aif. Barbagallo prende il posto di René Brulhart, il cui mandato non è stato rinnovato dal pontefice, anche a seguito dell’ultimo scandalo finanziario che ha scosso il Vaticano. Barbagallo è stato finora funzionario generale con l’incarico di alta consulenza al Direttorio della Banca d’Italia in materia di vigilanza bancaria e finanziaria e nei rapporti con il Single Supervisory Mechanism.

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Sette condanne a morte per l’attacco in Bangladesh costato la vita a nove italiani

A Dacca, nel 2016, rimasero uccise complessivamente 22 persone. In un primo momento l'attacco era stato rivendicato dall'Isis.

Sette miliziani islamici sono stati condannati a morte in Bangladesh per un attacco a un caffè a Dacca in cui, nel 2016, furono uccise 22 persone, tra cui nove italiani. I sette erano accusati di appartenere all’organizzazione islamista locale Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh (Jmb). Inizialmente l’attacco, con la presa di ostaggi, era stato rivendicato dall’Isis, ma le autorità locali hanno concentrato le indagini negli ambienti jihadisti del Paese.

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Il caso dell’Ong sotto accusa per i roghi in Amazzonia

Quattro volontari sono stati arrestati per aver appiccato i roghi dello scorso settembre. Ma l'associazione si difende. E parla di montatura orchestrata da Bolsonaro.

La polizia brasiliana ha arrestato quattro volontari di una Ong che combatte i roghi forestali in Amazzonia, accusandoli di aver appiccato incendi ad Alter do Chao, paradisiaca località nello Stato del Parà, per ottenere finanziamenti internazionali.

SEQUESTRATI COMPUTER E DOCUMENTI

Gli agenti hanno perquisito la sede del Progetto Salute ed Allegri (Psa) a Santarem, dove hanno sequestrato computer e documenti e arrestato i quattro volontari, tre dei quali sono attivi nella brigata antincendio di Alter do Chao. Un portavoce della polizia ha detto che sono sospettati di essere responsabili degli incendi registrati nella zona nel settembre scorso.

NEL MIRINO UN CONTRATTO COL WWF

In base a intercettazioni telefoniche, ha spiegato, la polizia ha scoperto che la Ong «aveva ottenuto un contratto con il Wwf, al quale ha venduto 40 immagini per 70 mila reais (circa 15 mila euro) e il Wwf ha ottenuto per loro donazioni, come quella dell’attore Leonardo DiCaprio, per 500 mila dollari, per combattere i roghi in Amazzonia». Il direttore del Psa, Caetano Scannavino, ha respinto le accuse, che ha definito assurde. «Sembra quasi uno scherzo, una situazione senza senso», ha detto in una conferenza stampa, aggiungendo che «ora manca solo che vadano ad arrestare i volontari che stanno pulendo le chiazze di greggio sulle spiagge».

UNA MONTATURA ORCHESTRATA DA BOLSONARO?

Il deputato Edmilson Rodrigues, del Partito Socialismo e Libertà (Psol, sinistra) ha ricordato che il presidente Jair Bolsonaro ha accusato le Ong di essere responsabili degli incendi in Amazzonia, aumentati in modo drammatico durante gli ultimi mesi. «Questa è chiaramente una montatura, una storia che stanno inventando per dare ragione a Bolsonaro», ha detto, sottolineando che «non si può permettere questa criminalizzazione dei movimenti sociali e delle Ong».

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Bloomberg, il miliardario giusto al momento sbagliato

Il sindaco che fece risorgere New York dopo l'11 settembre, prova a sfidare Trump. Ma i tempi sono cambiati. I valori dell'élite sono meno dominanti. E il magnate potrebbe riuscire solo nell'impresa di spaccare ancora di più i dem.

Una battaglia tra miliardari è quello che per l’oramai corposa sinistra dem americana proprio non ci vuole alle Presidenziali del 2020. Michael Bloomberg ha soldi, tanti. Oltre 50 miliardi di dollari in più del patrimonio stimato di Donald Trump (3 miliardi), dice Forbes. Con una propaganda che solo l’ex sindaco di New York si può permettere, e l’attestato degli enormi successi da esibire per gli States, Bloomberg conta di spianare il tycoon che dal 2017 mette a soqquadro la Casa Bianca. Con la sua potenza di fuoco è convinto di essere l’unico a poterlo battere: certo non Joe Biden 77enne come lui, che da ex vice di Barack Obama non avrebbe la spinta della novità. Men che meno l’ala radicale può attrarre la maggioranza di capitalisti tra i democratici, perciò Bloomberg è corso in loro soccorso candidandosi. Ma i capitalisti sono davvero ancora la maggioranza tra i dem?

L’ANATEMA DI SANDERS

Bernie Sanders sentenzia «disgustato» che «i multimiliardari non andranno lontano in queste elezioni». Che in una settimana Bloomberg abbia iniettato 34 milioni di dollari in video, manifesti e altre pubblicità a tappeto inorridisce il senatore indipendente del Vermont. Trenta milioni (il doppio delle risorse finora accumulate da Biden) Sanders li ha raccolti in un anno, attraverso le piccole donazioni di circa 4 milioni di elettori sparsi negli States che, è sicuro, non lo tradiranno. «Questa è la democrazia, i miliardari non hanno il diritto di comprarsi le elezioni», sostiene il vecchio socialista che da affiliato dem ha radunato e tirato su una schiera di agguerrite liberal al Congresso. Tra loro, la senatrice Elizabeth Warren, ironia della sorte un’ex repubblicana come Bloomberg, è la candidata più agguerrita, e più apprezzata, tra i dem per la Casa Bianca.

Donald Trump saluta Michael Bloomberg all’anniversario delle stragi dell’11 settembre. GETTY.

WARREN SCAVALCA TUTTI

Anti-trumpiana di ferro, da quando ha svoltato radicalmente dal libero mercato propone welfare e istruzione pubblica per tutti e tasse per le multinazionali come la Bloomberg. E a sorpresa è una trascinatrice: la sua campagna, si dice, è quella che va meglio; nei sondaggi a ottobre è balzata davanti a Biden (25%) per gradimento. «Le elezioni non sono in vendita, né per i miliardari né per gli ad delle corporation», ha sbottato Warren a un comizio dopo aver saputo della discesa di Bloomberg. Chiaro che né Warren, né Biden – tantomeno Bloomberg fermo per ora a un magro 3% – con questi numeri possono vincere le prossime Presidenziali, ma l’ostacolo maggiore per il Paperone di New York arriva dalla selva di competitor interni e detrattori tra i dem. Non da Trump che di questo passo trarrà solo vantaggio dalle divisioni degli avversari.

UN PAPERONE DEMOCRATICO

L’establishment dei dem non è ancora pronto a candidati radicali. Bloomberg è un vincente di idee centriste deciso a scuotere e infiammare l’area dei Clinton: per la corsa alla Casa Bianca si stima metterà in campo fino a 100 milioni di dollari, soprattutto dalle primarie di marzo in grandi Stati come la California. Con l’esperienza negli affari e nell’amministrazione il magnate promette di salvare gli States dai quattro anni di amministrazione Trump. In fondo soldi e successo hanno sempre fatto presa negli Usa, sono il grande sogno del popolo americano che dai politici esige anche rigore. E infatti Bloomberg – ex democratico passato ai repubblicani, diventato indipendente e infine tornato tra i dem – giura che da presidente degli Usa non intascherà un dollaro. E investe milioni nelle campagne per l’ambiente e contro la diffusione delle armi.

Presidenziali Usa Bloomberg democratici Trump
Bloomberg è impegnato e finanzia le battaglie sul clima. GETTY.

L’EPOPEA DI BLOOMBERG

Suona strano ma il capo supremo, proprietario e fondatore del colosso della finanza e dei media con 19 mila dipendenti (2700 giornalisti) nel mondo odia anche le gerarchie. La sua scrivania ai piani alti della Bloomberg, si racconta, è ancora in mezzo a quelle di semplici impiegati. Un democratico, multimiliardario grazie all’inventiva e a una robusta preparazione: ingegnere elettronico, specializzato anche ad Harvard in Economia aziendale, a Bloomberg non si possono certo negare competenze e capacità anche eccezionali che Trump solo millanta: l’idea di una rete di terminali informatici per aggiornare Wall Street e il mondo della finanza in tempo quasi reale fu pionieristica negli Anni 80. E nell’era di Internet quei video-terminali sono ancora irrinunciabili per gli operatori di Borsa e rappresentano l’ossatura del sistema dei media creato da Bloomberg. Per la corsa a primo cittadino di New York questo appeal funzionò.

L’AMERICA È CAMBIATA

Nella Grande mela Bloomberg scese in campo dopo la tragedia dell’11 settembre, la ereditò dallo sceriffo Rudolph Giuliani e restò sindaco fino al 2013, «facendola risorgere dalle ceneri», afferma. I tempi però sono mutati: l’America sta cambiando pelle. Gli ideali e i valori sono sempre meno quelli dell’élite, ora meno dominante; e sempre più quelli delle moltitudini di latinos, neri, immigrati in crescita demografica. Dalla Manhattan ripulita da Giuliani e popolata da ricchi da Bloomberg – l’enclave dell’elettorato radical chic di Hillary Clinton – è sgorgata l’ondata di rivalsa popolare che nel 2014 ha eletto sindaco l’italo-americano, ex filosandinista, Bill De Blasio. Nel cuore tradito di New York ha pulsato Occupy Wall Street, e si è diffusa la rivista chomskiana Jacobin. Lì tanti guardano a Warren, ma Bloomberg, ex sindaco, non sembra accorgersene.

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Hong Kong, Carrie Lam tira dritto dopo le elezioni distrettuali

La governatrice fa mea culpa, ma senza concessioni ai manifestanti. Mentre si alza la tensione tra Cina e Usa sul testo approvato dal Congresso statunitense.

Un mea culpa a metà. Il 27 novembre la governatrice di Hong Kong Carrie Lam ha preso atto dell’insoddisfazione emersa domenica 24 novembre dal voto locale distrettuale che ha visto il campo pro-democrazia vincere quasi il 90% dei seggi e il tracollo dei candidati pro-Pechino, ma non ha fatto concessioni. L’esito, ha affermato in conferenza stampa, riversa i timori sulle «carenze del governo, inclusa l’insoddisfazione per il tempo preso per occuparsi dell’attuale situazione instabile e, naturalmente, per far finire le violenze». Il governo «rifletterà seriamente» sull’esito del voto «migliorando la governance». Nessun passo, però, verso i manifestanti.

LA CINA CONVOCA L’AMBASCIATORE STATUNITENSE

Nel frattempo, prosegue lo scontro diplomatico tra Stati Uniti e Cina sul testo a favore del movimento pro-democrazia dell’ex colonia che, approvato dal Congresso, attende la firma del presidente Donald Trump per l’efficacia. Il viceministro degli Esteri cinese Zheng Zeguang ha convocato l’ambasciatore Usa a Pechino, Terry Branstad, chiedendo il ritiro dell’Hong Kong Human Rights and Democracy Act of 2019. Zheng ha sollecitato la correzione «immediata degli errori» e la fine delle interferenze negli affari interni della Cina. Altrimenti, Washington dovrà «farsi carico di ogni conseguenza».

Qualsiasi tentativo di spingere Hong Kong nel caos e di distruggere la sua stabilità e prosperità è destinato a fallire

Zheng Zeguang, viceministro degli Esteri cinese

Zheng ha accusato il Congresso Usa di tralasciare i fatti e la verità, e di essere connivente e di supportare i violenti crimini e l’azione degli agitatori. «È una grave violazione delle leggi internazionali e delle norme di base che governano le relazioni internazionali. La Cina esprime forte condanna e vi si oppone», ha detto il viceministro. «Qualsiasi tentativo di spingere Hong Kong nel caos e di distruggere la sua stabilità e prosperità è destinato a fallire».

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Violenta scossa di terremoto nel Nord dell’Albania

Il sisma di magnitudo 6.5 ha avuto epicentro vicino a Durazzo ed è stato avvertito anche in Puglia e Basilicata. Case e palazzi crollati. Persone sotto le macerie. Il bilancio provvisorio è di nove morti e 300 feriti. Roma invia gli aiuti.

Un violento terremoto ha colpito la costa settentrionale dell’Albania nella notte del 26 novembre. La scossa, di magnitudo 6.5, ha avuto come epicentro la zona tra Shijak e Durazzo. Secondo i dati dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) italiano e del servizio geologico statunitense Usgs, il sisma ha avuto ipocentro a circa 10 km di profondità.

Nella capitale, Tirana, la gente è scesa in strada in preda al panico, a Durazzo e Thunama sono crollati case e palazzi. Il bilancio per il momento è di nove morti. Due donne sono state trovate morte sotto le macerie di tre palazzine crollate a Thumana, una località a circa 40 chilometri a nord di Tirana. A Durazzo, sono stati trovati in un albergo crollato nella zona della spiaggia quattro corpi. A Kurbin un uomo è morto dopo essersi gettato dal balcone per tentare di mettersi in salvo. I feriti sono almeno 300 feriti e ci sono persone sotto le macerie.

ESERCITO E PROTEZIONE CIVILE AL LAVORO TRA LE MACERIE

Unità dell’esercito e della protezione civile sono al lavoro tra le macerie di un palazzo a Durazzo e di altri tre a Thumana, dove sono stati tratti in salvo per ora due bambini. Il premier albanese Edi Rama ha parlato su Facebook di «momenti drammatici, in cui bisogna mantenere la calma e stare vicini l’uno all’altro per affrontare questo colpo», sottolineando che «tutte le strutture dello Stato sono operative per salvare ogni possibile vita» e che Italia, Grecia, Francia e Turchia si sono mobilitate per fornire assistenza. La scossa è stata avvertita anche nel Centro e Sud Italia, dalla Puglia alla Basilicata (soprattutto a Matera), passando per l’Abruzzo, dove sono state registrate molte chiamate ai Vigili del fuoco, ma non sono stati riportati danni.

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L’ultimo sfregio ai tesori di Dresda, la “Firenze sull’Elba”

La rapina alla Camera del Tesoro del palazzo reale è un attacco al patrimonio culturale della città tedesca. Già ampiamente distrutto e trafugato nella Seconda guerra mondiale. Le opere e la storia.

Non sarà il «furto spettacolare di un miliardo di euro» sparato dai tabloid tedeschi, ma è un altro saccheggio per Dresda, un nuovo furto del secolo. «Una perdita di valore inestimabile, storico e artistico. Per gioielli del genere non esiste un valore finanziario», raccontano dal museo dei Tesori del Castello che fu la residenza dei principi e dei re di Sassonia. Le sue sale dalle Volte verdi (Grünes Gewölbe) dal 2006 sono tornate lo scrigno della maggiore collezione di gioielli in Europa: la volle nel 1723 Augusto II il Forte, il principe (poi re di Polonia) che rese la città “la Firenze sull’Elba“. Da una vetrina spaccata nella notte tra il 24 e il 25 novembre sono sparite proprio tre parure di diamanti e brillanti, in tutto un centinaio di pezzi, del tesoro del principe del rinascimento della Sassonia. Tra i gioielli più pregiati si è salvato il grande diamante verde da 41 carati, al Metropolitan di New York dal 18 novembre.

NELLE VOLTE VERDI 3 MILA GIOIELLI

I tesori del palazzo reale di Dresda contano più di 4 mila gioielli, circa 3 mila dei quali (non tutti esposti) nelle sale della Grünes Gewölbe, con altre opere in oro, argento e preziosi. Per la Germania, e più che mai per la città, la rapina nel museo è uno choc dopo lo choc: Dresda fu rasa al suolo durante la Seconda guerra mondiale, anche parte rilevante del castello andò distrutta e i tesori furono portati a Mosca dall’Armata rossa. Solo anni dopo i gioielli furono restituiti alla Ddr, e le sale interamente ricostruite all’inizio del 2000. Per il museo della Grünes Gewölbe sono stati spesi 45 milioni di euro: con la Pinacoteca dello Zwinger è diventata la maggiore attrazione dei visitatori di Dresda, ma la storia tormentata dei suoi tesori non ha avuto fine. Per i cristiano-democratici che governano il Land la rapina è «un attentato all’identità culturale di tutta la Sassonia».

Dresda furto gioielli arte
Il furto dei Tesori al palazzo reale di Dresda. GETTY.

I PRECEDENTI DEI MUNCH E DEI VAN GOGH RECUPERATI 

L’allarme del furto è partito all’alba, attorno alle 5. La Bild ha riportato l’indiscrezione (non confermata) di una centralina elettrica collegata al complesso sabotata nella notte. I ladri – «un gruppo di diversi sconosciuti», ha comunicato il governo del Land – sarebbero poi entrati da una finestra nel museo. Anche per la polizia criminale il caso è «grosso». Ma non è il furto più eclatante di opere d’arte, neanche negli ultimi decenni: fece scalpore, nel 2004, l’assalto al Museo Munch di Stoccolma, da parte di due uomini armati, sotto gli occhi dei visitatori. L’Urlo fu recuperato, ma i danni alla tela si sono rivelati irreparabili. Un altro furto spettacolare fu messo a segno nel 1991 al Van Gogh Museum di Amsterdam, dove un rapinatore chiuso in bagno riuscì a trafugare 20 dipinti del genio olandese, con l’aiuto di un basista. Quadri ritrovati poche ore dopo in un’auto.

La Monna Lisa di Leonardo da Vinci fu portata via dal Louvre nel 1911 dal decoratore italiano Vincenzo Peruggia

LA GIOCONDA RUBATA E RITROVATA

Altri capolavori rubati da gallerie o musei sono riemersi tempo dopo, su segnalazioni o alle aste. Accadde così anche per il furto d’arte di tutti i secoli: la Monna Lisa di Leonardo da Vinci portata via dal Louvre nel 1911. Il decoratore italiano Vincenzo Peruggia si infilò in uno sgabuzzino del museo, dopo la chiusura sfilò la Gioconda dalla cornice e se la infilò sotto il camice, scappando da una porta sul retro. Un atto di «patriottismo», dichiarò un paio di anni dopo, intercettato mentre tentava di rivenderla agli Uffizi. Un altro da Vinci, valutato 70 milioni di euro, sparì da un castello scozzese nel 2003 e fu rinvenuto in una perquisizione a Glasgow nel 2007. Altre opere non sono invece mai tornate a casa, come il Manet e il Vermeer trafugati nel 1990 al Gardner Museum di Boston. O come, a proposito di Germania, la moneta d’oro da 100 chili sparita nel 2017 dal Bode Museum di Berlino.

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Le sale delle Volte verdi, nel Castello di Dresda, contengono più di 3 mila preziosi. (Getty)

IL RINASCIMENTO SULL’ELBA

O almeno non sono ancora tornati, ma gli inquirenti dubitano di ritrovare Big Maple Leaf. I quattro autori sono stati arrestati in un mega blitz, ma è probabile che il quintale d’oro da un milione di euro sia stato fuso appena dopo il furto. Anche in questo caso, i ladri sarebbero entrati di notte da una finestra, beffando in un modo o nell’altro il sistema d’allarme: si parlò del «colpo alla moneta più grande del mondo». Quanto al palazzo reale di Dresda, ospita una collezione di gioielli meno nota, per esempio, della Camera del tesoro imperiale di Vienna. Ma come quella dell’Hofburg tra le più antiche e belle d’Europa. Lo splendore neoclassico e barocco, anche degli edifici della città, voluto da Augusto II il Forte ha molto dell’Italia: sotto il suo assolutismo la città sull’Elba visse un rinascimento. Il principe commissionò i lavori ad architetti che avevano studiato il barocco a Firenze, da Michelangelo e dal Bernini.

La Sempergalerie della pinacoteca Zwinger fu progettata ricalcando gli Uffizi, per ospitare centinaia di opere d’arte del 1400, 1550 e 1600

I PALAZZI IN STILE FIORENTINO

Per la cattedrale cattolica, che nella cripta ospita Augusto II il forte e altri membri della casata, fu incaricato l’architetto Gaetano Chiaveri che per il cantiere trasferì a Dresda tutte le maestranze. Diverse ville e palazzi della nobiltà, bombardati nei raid del 1945, furono costruiti sul modello dei palazzi fiorentini. La Sempergalerie della pinacoteca Zwinger fu progettata ricalcando gli Uffizi, per ospitare centinaia di opere d’arte del 1400, 1550 e 1600, diverse anche del Rinascimento italiano. Della collezione inestimabile di Dresda fanno parte capolavori di Tiziano, Raffaello, del Correggio e del Mantegna: opere accumulate nei palazzi, come i gioielli della Camera del tesoro, per la sete estetica anche del figlio e successore di Augusto II il forte, Augusto III. La rapina al palazzo reale è una nuova ferita per Dresda, per la Germania il «furto peggiore dalla Seconda guerra mondiale».

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Da Londra a Barcellona: la corsa a ostacoli di Uber in Ue

La app di trasporto ha già avuto difficoltà in Germania, Spagna, Regno Unito, Belgio, Danimarca, Bulgaria e Ungheria. Una sentenza della Corte Ue lascia largo margine alle città.

La fine della proroga per l’utilizzo della licenza a Londra per Uber è solo l’ennesimo ostacolo per la app di trasporto auto con conducente in Ue anche se quella che pesa di più tra le città per numero di autisti coinvolti e di corse effettuate.

BRUXELLES TRA LE PRIME A LIMITARE IL SERVIZIO

Tra le città che hanno limitato l’ingresso di Uber per prime è stata Bruxelles: nel 2014, infatti, la giustizia belga ha messo al bando l’applicazione dopo le proteste dei tassisti dato che il nuovo servizio auto non era in possesso della licenza.

IN GERMANIA DISPONIBILE SOLO IN ALCUNE CITTÀ

Il nuovo piano Taxi in Belgio prevede ora un servizio Uber limousine, mentre continua ad essere vietato Uberpop, il servizio meno costoso, condotto da guidatori non professionisti. In Germania il servizio Uber è disponibile in quattro delle principali città (tra le quali Berlino e Monaco) mentre non è disponibile in numerose altre città.

BARCELLONA ABBANDONATA DA UBER

Uber ha avuto difficoltà in Danimarca, Bulgaria e Ungheria mentre ha deciso di abbandonare Barcellona dopo che sono cambiate le regole rendendo il servizio poco vantaggioso per l’azienda.

LA SENTENZA DELLA CORTE UE CHE DÀ LIBERTÀ ALLE CITTÀ

Ad aprile la Corte Ue ha stabilito che gli Stati membri «possono vietare e reprimere penalmente l’esercizio illegale dell’attività di trasporto nell’ambito del servizio UberPop senza dover previamente notificare alla Commissione il progetto di legge che stabilisce il divieto e le sanzioni penali per tale esercizio». Il servizio Uberpop viene considerato rientrante nel «settore dei trasporti» e non in quello dei servizi digitali, che invece richiederebbe una notifica in base alla direttiva «società dell’informazione».

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La Cina ha provato a infiltrare una spia nel parlamento australiano

Un cittadino cinese ha anche rivelato ai servizi segreti australiani come Pechino segretamente controlli le imprese quotate in borsa per finanziare operazioni di intelligence.

Lo spionaggio cinese sulla politica australiana. Una rete di spionaggio di Pechino ha tentato di far eleggere nel Parlamento federale australiano un proprio operatore come deputato del partito liberale al governo. Inoltre le autorità australiane valutano seriamente, nonostante le smentite di Pechino, le dichiarazioni di un cittadino cinese Wang Liqiang che si dichiara agente dell’intelligence militare cinese e rivela ai servizi segreti australiani come Pechino segretamente controlli le imprese quotate in borsa per finanziare operazioni di spionaggio.

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Elezioni in Romania, vince il conservatore Iohannis

Doppiata al ballottaggio la sfidante Dancila. Alla seconda sconfitta dopo la caduta del governo. Rafforzamento dei rapporti con l'Ue e lotta alla corruzione: il manifesto del presidente.

In Romania il presidente uscente, il conservatore europeista Klaus Iohannis, ha vinto il ballottaggio delle elezioni presidenziali, ottenendo il secondo mandato consecutivo dopo la vittoria del 2014. Stando agli exit poll, a Iohannis è andato tra il 65% e il 67% dei voti, praticamente il doppio delle preferenze ottenute dalla sfidante, la ex premier socialdemocratica Viorica Dancila, attestatasi al 33%-35%. Una vittoria schiacciante che va ben oltre le previsioni della vigilia e che appare molto più ampia del successo ottenuto da Iohannis al primo turno. «Oggi ha vinto la Romania, la Romania moderna, europea, normale», ha detto il presidente. «I romeni sono stati gli eroi di questi giorni, sono andati numerosi a votare e questa è la cosa più importante», ha aggiunto Iohannis. Iohannis ha potuto contare sul sostegno delle altre forze di centrodestra, mentre Dancila è rimasta a gareggiare da sola dopo che anche i suoi alleati di centrosinistra l’hanno abbandonata, causando la caduta del suo governo, sfiduciato il mese scorso in parlamento.

EUROPEISMO E LOTTA ALLA CORRUZIONE

Nato a Sibiu 60 anni fa, di origini sassoni e appartenente alla minoranza tedesca della Romania, Iohannis conquista un secondo mandato, che gli dà l’opportunità di continuare la sua politica fortemente europeista e la battaglia contro la corruzione, che dilaga anche nelle alte sfere politiche e amministrative. Una battaglia che, unitamente ai ripetuti appelli a recarsi alle urne, è stato il suo cavallo di battaglia durante la campagna elettorale. All’ex premier Dancila invece non è bastato l’essersi appellata ai valori nazionali per recuperare il consistente gap di voti accumulato nel primo turno delle elezioni. In poco più di due mesi è la seconda, pesante sconfitta per la Dancila, delfina di Liviu Dragnea, il deus ex machina del partito socialdemocratico (Psd) che sta scontando una pena di tre anni e mezzo per corruzione. A metà ottobre, infatti, il governo Dancila è stato sfiduciato dal parlamento dopo aver perso l’appoggio di Alde (alleato nei tre anni di governo) e dell’altro partito di centrosinistra Pro Romania dell’ ex premier Victor Ponta.

PRESIDENZA E GOVERNO DELLO STESSO COLORE

Per il Psd, erede del vecchio partito comunista, si prospetta dunque la necessità di una profonda ristrutturazione in vista delle prossime elezioni parlamentari che si terranno nell’autunno del 2020. A traghettare il Paese fino a quella data, e a meno di altre crisi o di elezioni anticipate, sarà il nuovo governo guidato da Ludovic Orban, del partito liberale di Iohannis, che è subentrato alla Dancila. E dopo anni di scomoda coabitazione, presidenza e governo avranno lo stesso colore politico, evento piuttosto raro nella Romania del dopo Ceausescu. L’obiettivo principale per Iohannis e il centrodestra sarà verosimilmente il rafforzamento da una parte dei rapporti con Bruxelles e dall’altra del peso del Paese balcanico all’interno dell’Unione Europea.

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Elezioni in Romania, vince il conservatore Iohannis

Doppiata al ballottaggio la sfidante Dancila. Alla seconda sconfitta dopo la caduta del governo. Rafforzamento dei rapporti con l'Ue e lotta alla corruzione: il manifesto del presidente.

In Romania il presidente uscente, il conservatore europeista Klaus Iohannis, ha vinto il ballottaggio delle elezioni presidenziali, ottenendo il secondo mandato consecutivo dopo la vittoria del 2014. Stando agli exit poll, a Iohannis è andato tra il 65% e il 67% dei voti, praticamente il doppio delle preferenze ottenute dalla sfidante, la ex premier socialdemocratica Viorica Dancila, attestatasi al 33%-35%. Una vittoria schiacciante che va ben oltre le previsioni della vigilia e che appare molto più ampia del successo ottenuto da Iohannis al primo turno. «Oggi ha vinto la Romania, la Romania moderna, europea, normale», ha detto il presidente. «I romeni sono stati gli eroi di questi giorni, sono andati numerosi a votare e questa è la cosa più importante», ha aggiunto Iohannis. Iohannis ha potuto contare sul sostegno delle altre forze di centrodestra, mentre Dancila è rimasta a gareggiare da sola dopo che anche i suoi alleati di centrosinistra l’hanno abbandonata, causando la caduta del suo governo, sfiduciato il mese scorso in parlamento.

EUROPEISMO E LOTTA ALLA CORRUZIONE

Nato a Sibiu 60 anni fa, di origini sassoni e appartenente alla minoranza tedesca della Romania, Iohannis conquista un secondo mandato, che gli dà l’opportunità di continuare la sua politica fortemente europeista e la battaglia contro la corruzione, che dilaga anche nelle alte sfere politiche e amministrative. Una battaglia che, unitamente ai ripetuti appelli a recarsi alle urne, è stato il suo cavallo di battaglia durante la campagna elettorale. All’ex premier Dancila invece non è bastato l’essersi appellata ai valori nazionali per recuperare il consistente gap di voti accumulato nel primo turno delle elezioni. In poco più di due mesi è la seconda, pesante sconfitta per la Dancila, delfina di Liviu Dragnea, il deus ex machina del partito socialdemocratico (Psd) che sta scontando una pena di tre anni e mezzo per corruzione. A metà ottobre, infatti, il governo Dancila è stato sfiduciato dal parlamento dopo aver perso l’appoggio di Alde (alleato nei tre anni di governo) e dell’altro partito di centrosinistra Pro Romania dell’ ex premier Victor Ponta.

PRESIDENZA E GOVERNO DELLO STESSO COLORE

Per il Psd, erede del vecchio partito comunista, si prospetta dunque la necessità di una profonda ristrutturazione in vista delle prossime elezioni parlamentari che si terranno nell’autunno del 2020. A traghettare il Paese fino a quella data, e a meno di altre crisi o di elezioni anticipate, sarà il nuovo governo guidato da Ludovic Orban, del partito liberale di Iohannis, che è subentrato alla Dancila. E dopo anni di scomoda coabitazione, presidenza e governo avranno lo stesso colore politico, evento piuttosto raro nella Romania del dopo Ceausescu. L’obiettivo principale per Iohannis e il centrodestra sarà verosimilmente il rafforzamento da una parte dei rapporti con Bruxelles e dall’altra del peso del Paese balcanico all’interno dell’Unione Europea.

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L’appello di oltre 60 medici per “salvare” Assange

In una lettera aperta al governo britannico dottori di diverse nazionalità affermano che senza cure «urgenti» il fondatore di Wikileaks potrebbe morire in prigione.

«Salvate l’attivista Julian Assange». Oltre 60 medici di diverse nazionalità hanno scritto una lettera aperta al governo britannico e al ministro dell’interno Priti Patel in cui affermano che il fondatore di Wikileaks potrebbe morire in prigione senza cure «urgenti». Secondo i firmatari della missiva Assange soffre di problemi fisici e psicologici, e deve essere curato in un ospedale «attrezzato e con personale esperto». Assange, 48 anni, è detenuto in un carcere britannico dallo scorso maggio, dopo che l’Ecuador gli ha revocato il diritto di asilo. A febbraio inizieranno le udienze sulla richiesta di estradizione degli Usa. Mentre è caduta anche l’ultima indagine per stupro che era in corso in Svezia.

«VALUTAZIONE MEDICA URGENTE»

I medici britannici, europei, australiani e dello Sri Lanka, nella lettera diffusa da WikiLeaks affermano che «da un punto di vista medico, sulle indagini attualmente disponibili, nutriamo serie preoccupazioni riguardo all’idoneità del signor Assange ad essere processato nel febbraio 2020» E «soprattutto è nostra opinione che necessiti di una valutazione medica urgente da parte di esperti sul suo stato fisico e psicologico». Altrimenti, avvertono, «nutriamo serie preoccupazioni che possa morire in prigione». Assange è detenuto in Gran Bretagna per aver violato i termini della libertà vigilata, dopo essersi nascosto all’ambasciata ecuadoriana a Londra per sette anni. La scorsa settimana i magistrati svedesi hanno rinunciato all’indagine per stupro nei confronti del cyber-attivista australiano, che però dovrebbe rispondere alle accuse di spionaggio negli Stati Uniti.

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A Hong Kong i candidati democratici conquistano il 90% dei voti

Affluenza al 71,2%. La governatrice Lam ha assicurato di ascoltare «con umiltà le opinioni dei cittadini». Ma da Pechino ricordano che l'ex colonia è parte della Cina «a prescindere dal risultato elettorale».

I candidati democratici in corsa alle elezioni distrettuali di Hong Kong hanno conquistato quasi il 90% dei seggi. L’affluenza è stata del 71,2%. Ascolteremo «certamente con umiltà le opinioni dei cittadini» ha assicurato la governatrice Lam. «Hong Kong è parte integrante della Cina, a prescindere dal risultato elettorale», si appresta a commentare Pechino tramite il ministro degli Esteri cinese Wang Yi.

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Le agitazioni del Sud America arrivano anche in Colombia

Proteste, incidenti e coprifuoco a Bogotà. Tre poliziotti uccisi in un attentato esplosivo. Il Paese si unisce all'ondata di sollevazione popolare.

Anche la Colombia si incendia del fuoco delle agitazioni che pervadono il continente sudamericano. Almeno tre poliziotti sono stati uccisi e sette sono rimasti feriti in un attacco con esplosivi avvenuto la notte di venerdì 22 novembre contro una stazione di polizia a Santander de Quilichao. Lo ha reso noto l’agenzia Efe. Il governo colombiano aveva disposto il coprifuoco a Bogotà per la persistenza di gravi incidenti – scontri, saccheggi e blocchi stradali – legati alla giornata di sciopero nazionale di giovedì.

MISURA CHIESTA DAL SINDACO

Via Twitter il presidente Iván Duque ha precisato che la misura restrittiva, attiva dalle 21, è stata richiesta dal sindaco della capitale Enrique Penalosa «per garantire la sicurezza di tutti gli abitanti della città». Intanto nella serata di venerdì, per il secondo giorno consecutivo, la gente è uscita in strada a Bogotà per ripetere il ‘cacerolazo’ (concerto di pentole e coperchi) già realizzato la sera di giovedì nella maggior parte delle città colombiane.

UNO SCIOPERO NAZIONALE PARTECIPATO

La Colombia si è unita così al movimento di protesta che interessa da mesi il Sud America con uno sciopero nazionale antigovernativo molto partecipato, caratterizzato da un clima di festa e allegria, ma segnato anche da incidenti in alcune città come Bogotà, Cali e Popayán. Marce e cortei sono cominciati di prima mattina in quasi tutto il Paese, con un indiscusso protagonismo di Bogotà, dove la protesta è stata particolarmente forte. Originariamente si trattava di uno sciopero sindacale contro trasformazioni che il governo intende apportare al regime pensionistico e alla legislazione del lavoro. Ma poi l’adesione di organizzazioni studentesche e di movimenti sociali ha portato allo scoperto un malessere accumulato da anni per un modello di società che non soddisfa molti colombiani.

UN COMMANDO DI PERSONE COL VOLTO COPERTO

Nella serata di giovedì 21 novembre era apparso un commando di persone con il volto coperto che ha ricoperto di scritte le pareti degli edifici e si è scontrato con la polizia che ha usato gas lacrimogeni. Altri incidenti sono avvenuti in un ampio settore del Nord Est della capitale e lungo la nazionale che conduce all’aeroporto El Dorado, dove i manifestanti hanno cercato di giungere, però senza esito. Scontri fra manifestanti e polizia, infine, sono avvenuti anche a Cali, dove per tutta la giornata la protesta si era sviluppata nella calma, e a Popayán, capitale del dipartimento di Cauca, dove vi è stato negli ultimi mesi un gran numero di indigeni assassinati. Da più parti, anche con l’intervento dell’ex candidato presidenziale della sinistra e attuale senatore Gustavo Petro, è stato proposto che le manifestazioni nel centro di Bogotà si ripetano per «esprimere il disagio soprattutto delle giovani generazioni che lottano per un modello di società differente da quello attuale».

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Chi sono i foreign fighters dell’Isis che la Turchia vuole rispedire in Europa

Sarebbero 1.200 i cittadini europei catturati in Siria. Molti di loro sono jihadisti che Ankara è pronta a rimpatriare nei Paesi d'origine. Che però, nella mancata comunicazione tra intelligence, non sanno gestirli. Il punto.

L’11 novembre la Turchia ha espulso il primo dei combattenti stranieri dell’Isis trattenuti sul suo suolo, un americano che alla fine sembra essere stato abbandonato sul confine con la Grecia (quindi dell’Ue), rimbalzato più volte tra le polizie. «Non è un nostro problema», ha dichiarato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Sono seguiti due rimpatri, uno verso la Germania l’altro verso la Danimarca, e nei giorni dopo effettuati decine di voli verso l’Europa. «Centinaia e centinaia ce ne saranno ancora», ha promesso Erdogan e fa sul serio. Chi invece a lungo ha declinato, e declina, le proprie responsabilità sulle migliaia di foreign fighter (gli stranieri partiti per combattere con l’Isis e al Qaeda in Medio Oriente) sono i maggiori governi europei: la Gran Bretagna, come gli Stati Uniti, disconosce questi cittadini, la Francia e il Belgio tentano di farli processare in Iraq, la Germania li accetta ma non sa ancora bene dove mettere le mani.

LE LACUNE DELLE INTELLIGENCE

Ci sono prove o sufficienti elementi per disporre custodie cautelari? È certa alle intelligence la loro identità? In alcuni casi no. Il ministero degli Esteri tedesco ha ammesso di non conoscere ancora tutti i nomi dei concittadini in partenza dalla Turchia, solo un terzo dei rientrati è sotto inchiesta. Si tratta poi di stranieri catturati (circa 2280) dalla coalizione guidata dai curdo-siriani (Ypg) durante la liberazione caotica del Nord della Siria. Combattenti jihadisti detenuti in origine nelle carceri del Rojava, regione invasa questo autunno dalle forze turco-arabe dopo l’improvviso ritiro degli americani. Nell’ultima indagine dell’Egmont Institute si stima che circa 1.200 foreign fighter dell’Europa fossero finiti nelle prigioni curde. Sarebbe stato necessario un gioco di squadra tra i dipartimenti dell’antiterrorismo per ricostruire i percorsi dei sopravvissuti: migliaia di jihadisti stranieri sono morti o dispersi in guerra, alcuni di loro erano tracciati, mentre altri in vita no. Invece i governi occidentali chiamati in causa erigono muri. 

Un foreign fighter arrestato in Italia.
Un foreign fighter arrestato in Italia.

IN ITALIA NESSUN ARRIVO

L’Italia stavolta non fa testo: era tra i Paesi dell’Ue con meno foreign fighter, anche per le dinamiche di immigrazione più recenti. Tra i circa 140 partiti dal nostro Paese, una cinquantina risultano morti, e nel totale solo 25 erano cittadini italiani: tra loro, alcuni sono rientrati in Ue e diversi sono monitorati. Non ci sarebbero italiani in arrivo dalla Turchia: anche all’estero, ha fatto notizia la storia del piccolo Elvin, identificato dall’antiterrorismo italiano nel campo dell’Isis di al Hol, in Siria, e riportato a casa grazie alla collaborazione con le forze curde attraverso un corridoio umanitario tra Damasco e il Libano. Si ha contezza anche di altri bambini italiani nel Nord-Est della Siria sotto il controllo delle Ypg, che si tentano di rimpatriare. In ogni caso le donne e i minori rappresentano un problema nel problema, anche tra i foreign fighter in Turchia: circa due terzi di questi detenuti (ovvero 700) sono bambini tratti in salvo nei combattimenti. Spesso orfani di un genitore (come Elvin della madre), quando non dell’intera famiglia.

IL DESTINO DELLE DONNE RECLUTATRICI

Alcune donne dell’Isis sono rilasciate all’arrivo in Europa, per il ruolo passivo o la mancanza di prove, seguite poi nella de-radicalizzazione come è accaduto in Germania. Altre, come un’altra tedesca subito portata in carcere a Francoforte, sono accusate di avere avuto un ruolo attivo nella rete terroristica. E, quindi, sono considerate ancora pericolose come la combattente e reclutatrice di spose per i miliziani Tooba Gondal: 25enne di origine pachistana, è cresciuta a Londra dove vorrebbe tornare dalla famiglia, ed è ben nota all’intelligence del Regno Unito che le ha vietato il soggiorno. Tooba però, più volte vedova di jihadisti e con diversi figli, ha il passaporto francese. Di conseguenza era nella lista turca di ex membri dell’Isis da rimpatriare in Francia, dove in compenso l’intelligence ha pochi elementi su di lei. Il suo caso, come quello del primo espulso americano, è emblematico del groviglio sul destino dei terroristi cittadini di Stati occidentali che non li vorrebbero indietro.

Isis foreign fighter Turchia Ue
Circa 700 membri dell’Isis europei catturati in Siria sono bambini. GETTY.

LE CITTADINANZE REVOCATE

A questo proposito, negli Stati Uniti un giudice ha appena negato la cittadinanza a una donna dell’Isis, nata e cresciuta nell’Alabama, ma figlia di un diplomatico yemenita all’Onu: condizione che le è valsa l’altolà al rientro dalla Siria. Allo stesso modo il Regno Unito ha revocato la cittadinanza a diversi jihadisti (comprese alcune convertite da Gondal) per i quali si sostiene ci sarebbero gli estremi per la cittadinanza automatica nei Paesi d’origine. E sebbene anche i britannici si siano adeguati all’ultimatum («la Turchia non è un albergo»), lasciando atterrare dei sospetti terroristi, insistono affinché siano «processati nel luogo dove sono stati commessi i crimini», cioè in Siria e in Iraq. Una posizione sostenuta anche dal Belgio, costretto ad «aprire procedure bilaterali» con Ankara, ma con Baghdad si vedrà. Le resistenze sui connazionali nell’Isis restano forti anche in Francia, dove dal 2014 sono rientrati circa 250 affiliati grazie ad accordi con la Turchia. Ma i circa 400 che erano in Siria si vorrebbe fossero giudicati e detenuti in Iraq.

IL GIRO DI DENARO TRA RAQQA, LA TURCHIA E L’UE

A Baghdad c’è la pena di morte, anche le donne dell’Isis colpevoli di gravi reati sono giustiziate, mentre in Francia sconterebbero pene in media di 10 anni. Eppure gli esperti di terrorismo raccomandano di non mettere la testa nella sabbia, anche per ragioni di sicurezza: gli ultimi attacchi non sono stati compiuti da ex foreign fighter, in un modo o nell’altro, tracciati. Ma da cani sciolti come i rifiutati dagli Usa e dall’Ue, o fanatici e fanatiche apolidi o in fuga – con i figli – dai campi di prigionia verso le tante cellule sparse dell’Isis in Siria e in Iraq. E resta il fatto che più di 1000 jihadisti siano a tutti gli effetti cittadini Ue. Vero è che neanche la Turchia può fare il poliziotto buono, sottraendosi alle responsabilità sull’Isis: il dipartimento del Tesoro Usa sta sanzionando aziende turche che hanno rifornito al Baghdadi per anni. Money transfer, cambi valute e gioiellerie aperte dai jihadisti hanno operato anche dal Gran Bazar di Istabul verso Raqqa e gli altri territori dell’Isis. Con ramificazioni in Medio Oriente e fino in Belgio, nel cuore dell’Ue.

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Chi sono i foreign fighters dell’Isis che la Turchia vuole rispedire in Europa

Sarebbero 1.200 i cittadini europei catturati in Siria. Molti di loro sono jihadisti che Ankara è pronta a rimpatriare nei Paesi d'origine. Che però, nella mancata comunicazione tra intelligence, non sanno gestirli. Il punto.

L’11 novembre la Turchia ha espulso il primo dei combattenti stranieri dell’Isis trattenuti sul suo suolo, un americano che alla fine sembra essere stato abbandonato sul confine con la Grecia (quindi dell’Ue), rimbalzato più volte tra le polizie. «Non è un nostro problema», ha dichiarato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Sono seguiti due rimpatri, uno verso la Germania l’altro verso la Danimarca, e nei giorni dopo effettuati decine di voli verso l’Europa. «Centinaia e centinaia ce ne saranno ancora», ha promesso Erdogan e fa sul serio. Chi invece a lungo ha declinato, e declina, le proprie responsabilità sulle migliaia di foreign fighter (gli stranieri partiti per combattere con l’Isis e al Qaeda in Medio Oriente) sono i maggiori governi europei: la Gran Bretagna, come gli Stati Uniti, disconosce questi cittadini, la Francia e il Belgio tentano di farli processare in Iraq, la Germania li accetta ma non sa ancora bene dove mettere le mani.

LE LACUNE DELLE INTELLIGENCE

Ci sono prove o sufficienti elementi per disporre custodie cautelari? È certa alle intelligence la loro identità? In alcuni casi no. Il ministero degli Esteri tedesco ha ammesso di non conoscere ancora tutti i nomi dei concittadini in partenza dalla Turchia, solo un terzo dei rientrati è sotto inchiesta. Si tratta poi di stranieri catturati (circa 2280) dalla coalizione guidata dai curdo-siriani (Ypg) durante la liberazione caotica del Nord della Siria. Combattenti jihadisti detenuti in origine nelle carceri del Rojava, regione invasa questo autunno dalle forze turco-arabe dopo l’improvviso ritiro degli americani. Nell’ultima indagine dell’Egmont Institute si stima che circa 1.200 foreign fighter dell’Europa fossero finiti nelle prigioni curde. Sarebbe stato necessario un gioco di squadra tra i dipartimenti dell’antiterrorismo per ricostruire i percorsi dei sopravvissuti: migliaia di jihadisti stranieri sono morti o dispersi in guerra, alcuni di loro erano tracciati, mentre altri in vita no. Invece i governi occidentali chiamati in causa erigono muri. 

Un foreign fighter arrestato in Italia.
Un foreign fighter arrestato in Italia.

IN ITALIA NESSUN ARRIVO

L’Italia stavolta non fa testo: era tra i Paesi dell’Ue con meno foreign fighter, anche per le dinamiche di immigrazione più recenti. Tra i circa 140 partiti dal nostro Paese, una cinquantina risultano morti, e nel totale solo 25 erano cittadini italiani: tra loro, alcuni sono rientrati in Ue e diversi sono monitorati. Non ci sarebbero italiani in arrivo dalla Turchia: anche all’estero, ha fatto notizia la storia del piccolo Elvin, identificato dall’antiterrorismo italiano nel campo dell’Isis di al Hol, in Siria, e riportato a casa grazie alla collaborazione con le forze curde attraverso un corridoio umanitario tra Damasco e il Libano. Si ha contezza anche di altri bambini italiani nel Nord-Est della Siria sotto il controllo delle Ypg, che si tentano di rimpatriare. In ogni caso le donne e i minori rappresentano un problema nel problema, anche tra i foreign fighter in Turchia: circa due terzi di questi detenuti (ovvero 700) sono bambini tratti in salvo nei combattimenti. Spesso orfani di un genitore (come Elvin della madre), quando non dell’intera famiglia.

IL DESTINO DELLE DONNE RECLUTATRICI

Alcune donne dell’Isis sono rilasciate all’arrivo in Europa, per il ruolo passivo o la mancanza di prove, seguite poi nella de-radicalizzazione come è accaduto in Germania. Altre, come un’altra tedesca subito portata in carcere a Francoforte, sono accusate di avere avuto un ruolo attivo nella rete terroristica. E, quindi, sono considerate ancora pericolose come la combattente e reclutatrice di spose per i miliziani Tooba Gondal: 25enne di origine pachistana, è cresciuta a Londra dove vorrebbe tornare dalla famiglia, ed è ben nota all’intelligence del Regno Unito che le ha vietato il soggiorno. Tooba però, più volte vedova di jihadisti e con diversi figli, ha il passaporto francese. Di conseguenza era nella lista turca di ex membri dell’Isis da rimpatriare in Francia, dove in compenso l’intelligence ha pochi elementi su di lei. Il suo caso, come quello del primo espulso americano, è emblematico del groviglio sul destino dei terroristi cittadini di Stati occidentali che non li vorrebbero indietro.

Isis foreign fighter Turchia Ue
Circa 700 membri dell’Isis europei catturati in Siria sono bambini. GETTY.

LE CITTADINANZE REVOCATE

A questo proposito, negli Stati Uniti un giudice ha appena negato la cittadinanza a una donna dell’Isis, nata e cresciuta nell’Alabama, ma figlia di un diplomatico yemenita all’Onu: condizione che le è valsa l’altolà al rientro dalla Siria. Allo stesso modo il Regno Unito ha revocato la cittadinanza a diversi jihadisti (comprese alcune convertite da Gondal) per i quali si sostiene ci sarebbero gli estremi per la cittadinanza automatica nei Paesi d’origine. E sebbene anche i britannici si siano adeguati all’ultimatum («la Turchia non è un albergo»), lasciando atterrare dei sospetti terroristi, insistono affinché siano «processati nel luogo dove sono stati commessi i crimini», cioè in Siria e in Iraq. Una posizione sostenuta anche dal Belgio, costretto ad «aprire procedure bilaterali» con Ankara, ma con Baghdad si vedrà. Le resistenze sui connazionali nell’Isis restano forti anche in Francia, dove dal 2014 sono rientrati circa 250 affiliati grazie ad accordi con la Turchia. Ma i circa 400 che erano in Siria si vorrebbe fossero giudicati e detenuti in Iraq.

IL GIRO DI DENARO TRA RAQQA, LA TURCHIA E L’UE

A Baghdad c’è la pena di morte, anche le donne dell’Isis colpevoli di gravi reati sono giustiziate, mentre in Francia sconterebbero pene in media di 10 anni. Eppure gli esperti di terrorismo raccomandano di non mettere la testa nella sabbia, anche per ragioni di sicurezza: gli ultimi attacchi non sono stati compiuti da ex foreign fighter, in un modo o nell’altro, tracciati. Ma da cani sciolti come i rifiutati dagli Usa e dall’Ue, o fanatici e fanatiche apolidi o in fuga – con i figli – dai campi di prigionia verso le tante cellule sparse dell’Isis in Siria e in Iraq. E resta il fatto che più di 1000 jihadisti siano a tutti gli effetti cittadini Ue. Vero è che neanche la Turchia può fare il poliziotto buono, sottraendosi alle responsabilità sull’Isis: il dipartimento del Tesoro Usa sta sanzionando aziende turche che hanno rifornito al Baghdadi per anni. Money transfer, cambi valute e gioiellerie aperte dai jihadisti hanno operato anche dal Gran Bazar di Istabul verso Raqqa e gli altri territori dell’Isis. Con ramificazioni in Medio Oriente e fino in Belgio, nel cuore dell’Ue.

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Putin: «Stiamo perfezionado un’arma unica al mondo»

Il presidente russo ha confermato che nell'incidente nucleare dell'8 agosto scorso i tecnici stavano testando un nuovo vettore nucleare.

Il misterioso incidente nucleare registrato lo scorso agosto in un poligono militare nella regione di Arkhangelsk, in Russia, è avvenuto durante il test di un’arma «che non ha analoghi al mondo». Lo ha confermato lo stesso Vladimir Putin mesi dopo l’incidente. Il presidente russo ha svelato “il mistero” parlando ai familiari delle vittime durante una cerimonia di premiazione al Cremlino trasmessa in tv.

«UN’ARMA PER ASSICURARE LA SOVRANITÁ DELLA RUSSIA»

Nel poligono navale di Nyonoksa, sul Mar Bianco, l’8 agosto un’esplosione ha ucciso due militari e cinque ingegneri nucleari facendo salire il livello delle radiazioni nella zona per un breve periodo. «Stiamo parlando delle più avanzate idee e soluzioni tecniche che non hanno analoghi al mondo, di armi progettate per assicurare la sovranità e la sicurezza della Russia nei decenni a venire», ha affermato Putin.

INCIDENTE L’8 AGOSTO SCORSO

Secondo la ricostruzione dell’agenzia nazionale per l’energia atomica Rosatom, gli ingegneri avevano completato una serie di test su una piattaforma offshore a Nyonoksa quando un incendio è scoppiato nell’area dei test con la conseguente esplosione di un motore. Oltre ai morti e feriti, il disastro ha comportato un aumento dei livelli di radiazioni 16 volte sopra la media nella vicina città di Severodvinsk.

COSA STAVANO TESTANDO I RUSSI

Nelle settimane successive all’esplosione si è scritto molto di cosa fosse oggetto di test. Mosca si è limitata a confermare che i tecnici stavano lavorando a un motore a propulsione nucleare. C’è chi ha parlato di un nuovo missile anti nave, o di un drone sottomarino, ma analisti americani hanno detto che i test potrebbero essere collegati al nuovo vettore 9M730 Burevestnik, denominato “Skyfall” dalla nato Nato. Stando a dichiarazioni successive di Putin lo Skyfall dovrebbe avere una gittata illimitata e sarebbe classificato come arma di “vendetta”, da utilizzare quindi dopo un eventuale attacco nucleare.

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L’Argentina spicca un mandato di cattura per il vescovo Zanchetta

Considerato vicino a papa Francesco, dal quale era stato richiamato a Roma nel 2017, è accusato di abusi sessuali ai danni di due seminaristi.

La magistratura di Salta, in Argentina, ha spiccato un mandato di cattura internazionale nei confronti del vescovo argentino Gustavo Zanchetta, domiciliato in Vaticano, accusato del reato di abuso sessuale semplice e continuato ai danni di due seminaristi, aggravato dal fatto di essere stato commesso da un ministro di culto.

L’APERTURA DI UN GIUDIZIO CANONICO AUTORIZZATA DAL PAPA

La pm María Soledad Filtrín ha deciso di emettere il mandato nei confronti dell’ex vescovo di Orán, considerato vicino a papa Francesco, dopo che lo stesso non ha risposto a ripetute telefonate ed e-mail inviategli al fine di procedere alla notifica degli atti processuali e dopo la sua decisione di costituire il suo domicilio nello Stato del Vaticano. Nel 2017 monsignor Zanchetta era stato richiamato a Roma dal pontefice, che ha autorizzato nel maggio di quest’anno l’apertura nei suoi confronti di un giudizio canonico.

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L’Argentina spicca un mandato di cattura per il vescovo Zanchetta

Considerato vicino a papa Francesco, dal quale era stato richiamato a Roma nel 2017, è accusato di abusi sessuali ai danni di due seminaristi.

La magistratura di Salta, in Argentina, ha spiccato un mandato di cattura internazionale nei confronti del vescovo argentino Gustavo Zanchetta, domiciliato in Vaticano, accusato del reato di abuso sessuale semplice e continuato ai danni di due seminaristi, aggravato dal fatto di essere stato commesso da un ministro di culto.

L’APERTURA DI UN GIUDIZIO CANONICO AUTORIZZATA DAL PAPA

La pm María Soledad Filtrín ha deciso di emettere il mandato nei confronti dell’ex vescovo di Orán, considerato vicino a papa Francesco, dopo che lo stesso non ha risposto a ripetute telefonate ed e-mail inviategli al fine di procedere alla notifica degli atti processuali e dopo la sua decisione di costituire il suo domicilio nello Stato del Vaticano. Nel 2017 monsignor Zanchetta era stato richiamato a Roma dal pontefice, che ha autorizzato nel maggio di quest’anno l’apertura nei suoi confronti di un giudizio canonico.

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Lo scontro Usa-Cina ora si sposta su Hong Kong

Dura presa di posizione di Pechino contro la risoluzione del Congresso americano sull'ex colonia britannica. «Pronti al contrattacco».

La Cina è pronta a prendere misure «per contrattaccare con vigore» in risposta al Congresso Usa che ha dato il via libera all’Hong Kong Human Rights and Democracy Act, il provvedimento a sostegno delle proteste dell’ex colonia, ora all’esame della firma di Donald Trump per la sua efficacia. «Condanniamo con forza e ci opponiamo con decisione alla approvazione di queste leggi», ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang, nel corso della conferenza stampa quotidiana.

PECHINO: «PRONTI A FORTI CONTROMISURE»

Geng ha ribadito l’invito a optare per il blocco dell’iter legislativo chiedendo a Trump di opporre il veto e di non firmare il testo varato dal Congresso, creando un caso piuttosto singolare vista la unanimità espressa dal Senato che è anche a controllo repubblicano. Il portavoce ha minacciato imprecisate «forti contromisure» se il provvedimento diventerà effettivo. «Sollecitiamo la parte Usa a capire la situazione, a fermare gli errori prima che sia troppo tardi e a evitare che questo atto diventi legge, smettendo di interferire negli affari di Hong Kong che sono questioni interne della Cina», ha detto ancora Geng. «Se gli Usa continuano ad adottare le azioni sbagliate, la Cina sarà costretta a prendere di sicuro forti contromisure», ha concluso Geng.

WANG: «CONNIVENZA COI CRIMINALI»

Il Congresso Usa, col via libera del provvedimento, «manda il segnale sbagliato di connivenza coi criminali violenti», ha rincarato il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, per il quale la «sua essenza è di confondere e addirittura di distruggere Hong Kong. Questa è un’interferenza manifesta negli affari interni della Cina e un grave disservizio a comuni e fondamentali interessi di un ampio numero di compatrioti di Hong Kong».

LEGGI ANCHE: Perché Trump e il Congresso Usa non sono allineati su Hong Kong

Wang ha espresso le sue critiche durante un incontro con l’ex segretario alla Difesa americano William Cohen, ribadendo che la normativa costituisce un atto di interferenza negli affari interni della Cina. «Come possiamo parlare di democrazia? Come possiamo parlare di diritti umani quando ignoriamo i danni causati da azioni violente e illegali? La Cina si oppone fermamente a tutto questo non permetteremo mai ad alcun tentativo di minare la prosperità e la stabilità di Hong Kong, e di minacciare il sistema ‘un Paese, due sistemi’», ha concluso Wang.

COSA C’È NEL PROVVEDIMENTO

Il provvedimento mandato alla firma del presidente americano Donald Trump prevede l’approvazione di sanzioni a carico dei unzionari, di Hong Kong o cinesi, ritenuti colpevoli di abusi sui diritti e richiede la revisione annuale del riconoscimento dello status di partner speciale della città nei rapporti con gli Usa. Altre norme, invece, pribiscono l’export a favore della polizia locale di munizioni non letali o di altri sistemi antisommossa, tra lacrimogeni, spray al peperoncino, proiettili di gomma e taser.

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