Bilaterale con Trump, che annuncia il passo indietro dell'Italia sulla rete di quinta generazione. Il premier smentisce: «Non ne abbiamo parlato». Sul tavolo anche il ruolo di Washington a Tripoli.
Difesa del ruolo della Nato, Mes, dossier libico, ma soprattutto il 5G. Sono questi i temi al centro del vertice dell’Alleanza Atlantica nelle parole del premier Giuseppe Conte. Il capo del governo, arrivato nella mattina del 4 dicembre al summit Nato di Watford, nel Nord di Londra, e subito incalzato dai giornalisti sul dibattito relativo all’importanza dell’Alleanza nel contesto globale di oggi e di domani, ha risposto: «La Nato è e rimane un punto di riferimento sia per la dimensione militare che per quella politica. Certo che ha un futuro». Il premier ha avuto un bilaterale con il primo ministro britannico Boris Johnson e uno con il presidente Usa Donald Trump, all’indomani della minaccia del tycoon di imporre nuovi dazi contro la digital tax.
IL BOTTA E RISPOSTA SUL 5G CON TRUMP
E proprio con Trump è andato un scena un botta e risposta a distanza sulla scottante questione del 5G. Il presidente l’ha definito un «pericolo per la sicurezza», affermando che vari Paesi, tra cui l’Italia, non andranno avanti nel progetto di implementazione della tecnologia d’intesa col colosso cinese Huawei. «Ho parlato all’Italia e sembra che non procederanno», ha detto Trump. «Ho parlato con altri Paesi, non procederanno. Tutti quelli con cui ho parlato non andranno avanti». Immediata è arrivata la smentita del premier Conte: «Non abbiamo trattato questo tema», ha tagliato corto. Tema che è «rimesso alle prescrizioni del nostro ordinamento giuridico. Sul 5G l’Italia si è dotata di struttura normativa particolarmente avanzata» con la golden power, unica in Europa, «ed è quella che governa le nostre azioni», ha spiegato Conte.
LA POLITICA USA IN LIBIA
Sul Mes che tanti problemi sta creando in seno alla sua maggioranza, Conte ha poi detto: «C’è una logica di pacchetto, rimaniamo vincolati a questa prospettiva. Con gli altri leader europei abbiamo parlato di molte cose, e senza entrare nei dettagli, posso dire che quando c’è da difendere gli interessi dell’Italia non mi distraggo mai. Se vedo il rischio di dover mettere un veto in Ue o di una spaccatura nella maggioranza? Non vedo né il primo né il secondo rischio. Quando il Mes sarà firmato decideranno i responsabili politici dei singoli Paesi, ci sono tempi e modi che decideremo in seguito». Conte ha poi parlato del minisummit a quattro che si è tenuto il 3 dicembre: «Era un vertice sulla Siria che nasceva con un altro formato, nessuno parlerebbe di Libia senza coinvolgere l’Italia». Sul dossier libico a preoccupare Conte è l’imprevedibilità di Trump, ondivago nel suo sostegno al governo riconosciuto di Fayez al-Serraj e al generale Khalifa Haftar.
Gli Usa in Libia possono e devono avere un ruolo fondamentale
Giuseppe Conte
«Sicuramente gli Usa hanno un ruolo fondamentale nel Mediterraneo allargato e, anche per la Libia, possono e debbono avere un ruolo fondamentale, noi li abbiamo sempre coinvolti in questi dossier», ha detto Conte. «Prescindere da loro per cercare di indirizzare alla soluzione politica il conflitto libico sarebbe impensabile».
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Trump, Johnson e la dichiarazione finale congiunta definiscono il summit un «grande successo». Ma come non mai sono emerse le divisioni e i veleni tra i protagonisti.
Al secondo giorno del vertice Nato a Londra che celebra il 70esimo anniversario dell’Alleanza Atlantica, i leader hanno mostrato un’unità e una sintonia che stridono con le tensioni e i veleni emersi durante il summit. Il segretario generaleJens Stoltenberg ha annunciato la firma della dichiarazione finale del vertice di Watford, sottolineando l’impegno «senza precedenti» per l’incremento di risorse, sulla sfida delle nuove tecnologie, per un atteggiamento di forte «deterrenza», ma anche per il dialogo con la Russia, indicando «per la prima volta la Cina» come oggetto di attenzione.
LA DICHIARAZIONE FINALE DEL VERTICE
Nella dichiarazione finale approvata dai leader si fa riferimento per la prima volta anche alla cooperazione militare nello spazio tra i Paesi Nato, alla lotta alle cyber minacce e al terrorismo fra i fronti emergenti del futuro. «La Nato è l’alleanza di maggior successo nella storia perché cambia in quanto il mondo è cambiato», ha detto Stoltenberg. Il segretario generale ha poi rivendicato i 130 miliardi di dollari in più stanziati dai Paesi membri dal 2016 a oggi per la difesa e l’impegno ad arrivare a 400 miliardi nel 2024.
PER TRUMP E JOHNSON «UN SUCCESSO»
Gli stessi DonaldTrump e Boris Johnson hanno definito il meeting un «successo», aggiungendo che la «Nato è più forte che mai».
Great progress has been made by NATO over the last three years. Countries other than the U.S. have agreed to pay 130 Billion Dollars more per year, and by 2024, that number will be 400 Billion Dollars. NATO will be richer and stronger than ever before….
«Basta liti e divisioni», ha detto il premier britannico, che con la Brexit in vista ha bisogno più che mai dell’asse atlantico. Ma le divisioni, a partire dallo strappo del presidente Emmanuel Macrone dalla variabile impazzita della Turchia, ci sono state eccome. A farle emergere in tutta la loro evidenza è stato un video rubato durante la cena a Buckingham Palace in cui Macron, il premier canadese Justin Trudeau, Johnson e il primo ministro olandese Mark Rutte fanno capannello prendendosi gioco di Trump.
TRUMP ANNULLA LA CONFERENZA STAMPA FINALE
Un filmato che ha innervosito parecchio il presidente Usa, che ha attaccato Trudeau dicendo prima che ha una «doppia faccia» per poi annullare la conferenza stampa finale. «Ne ho già fatte troppe in questi giorni», si è giustificato, ma è più probabile che le tensioni accumulatesi lo abbiano spinto a voler calmare le acque.
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La procura federale di Berlino ha prove sufficienti per affermare che è stato ucciso «o per conto delle autorità statali russe o per conto della Repubblica cecena autonoma, parte della Federazione russa», Il Cremlino lo consdera «un atto ostile».
La Germania ha annunciato l’espulsione di due diplomatici russi dopo che i pubblici ministeri che si occupano dell’inchiesta hanno dichiarato che dietro l’uccisione di un ex comandante ribelle ceceno in un parco di Berlino potrebbe esserci il governo di Mosca. Zelimkhan Khangoshvili era stato stato ucciso il 23 agosto scorso, presumibilmente da un russo, arrestato poco dopo. Il ministero degli Esteri di Berlino ha reso noto che i due diplomatici sono stati dichiarati «persone indesiderate con effetto immediato».
«UN ATTO OSTILE»
Dura la risposta del ministero degli Esteri russo, In una nota ripresa dalla Tas la diplomazia guidata da Sergej Lavrov sostiene: «Mosca considera le dichiarazioni della Germania e l’espulsione dei diplomatici russi come infondate e un atto ostile» e «risponderà in modo simmetrico».
«PROVE SUFFICIENTI: UCCISO PER CONTO DI RUSSIA O CECENIA»
Secondo la ricostruzione di Der Spiegel la decisione del ministero degli Esteri di espellere due funzionari russi dei servizi segreti è stata presa in seguito alle informazioni assunte dalla procura federale di Karlsruhe, e pubblicate sul suo sito internet. Questa mattina è stato convocato l’ambasciatore russo a BerlinoSergej J. Netschajew a cui è stata comunicata verbalmente la richiesta di espulsione. La ragione sarebbe la mancata collaborazione della Federazione russa nell’indagine sull’omicidio del cittadino georgiano, ex militare in Cecenia, a Berlino in pieno giorno il 23 agosto scorso. La procura federale ha confermato di avere prove sufficienti per ritenere che l’uccisione sia stata compiuta «o per conto delle autorità statali russe o per conto della Repubblica cecena autonoma, parte della Federazione russa», è scritto nel comunicato ufficiale della procura federale, che si occupa di sicurezza interna e internazionale.
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Lo rivela l'agenzia Usa Bloomberg: improbabile che le tensioni sulle questioni interne cinesi possano influenzare imminenti sviluppi.
Gli Stati Uniti e la Cina sarebbero vicini ad un accordo sui dazi, nonostante le tensioni in atto su Hong Kong e lo Xinjiang, ha scritto Bloomberg citando fonti vicine al dossier, e subito le borse mondiali hanno virato verso l’alto. Secondo le fonti, le dichiarazioni Usa del 4 dicembre che facevano sembrare lontana una intesa non corrisponderebbero ad un effettivo stallo dei colloqui, ed è improbabile che le tensioni sulle questioni interne cinesi possano influenzare imminenti sviluppi.
SUL TAVOLO IL NODO DEI PRODOTTI AGRICOLI USA
Secondo le fonti, che Bloomberg precisa «familiari al pensiero di Pechino», i negoziatori statunitensi prevedono che una prima fase di accordo con la Cina potrebbe essere completata prima che scattino i dazi americani annunciati a partire dal 15 dicembre. Tra le questioni sul tavolo dei colloqui, c’è la ricerca di un modo per garantire gli acquisti di prodotti agricoli statunitensi da parte della Cina e la definizione delle tariffe sulle quali si può fare marcia indietro. Interpellato da Bloomberg, l’ufficio del rappresentante commerciale degli Stati Uniti Robert Lighthizer non ha inteso commentare, come pure il ministero del Commercio cinese.
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Approvato dalla Camera un disegno di legge atteso ora al vaglio del Senato e alla firma di Trump. La rabbia di Pechino.
La Camera degli Stati Uniti ha approvato nella notte un disegno di legge che prevede sanzioni per le autorità cinesi responsabili di «detenzione arbitraria, tortura e molestie» ai danni dei musulmani uiguri in Cina. Il provvedimento va ora al Senato e alla firma del presidente Donald Trump, ma il ministero degli Esteri cinese, stando alla Bbc, ha già reagito all’iniziativa, giudicandola «dannosa».
CHIESTE SANZIONI MIRATE PER I MEMBRI DEL GOVERNO
La Camera Usa chiede «sanzioni mirate» per i membri del governo cinese e nomina esplicitamente il segretario del Partito comunista nella regione autonoma dello Xinjiang, Chen Quanguo. Il disegno di legge ‘Uighur Human Rights Policy Act 2019’ è stato approvato alla Camera dei rappresentanti con 407 voti a favore e uno contrario e giunge pochi giorni dopo la firma da parte di Trump di una legge a sostegno dei manifestanti pro democrazia di Hong Kong, che ha già suscitato la condanna della Cina. A votare contro è stato il repubblicano Thomas Massie, del Kentucky, che aveva votato anche contro il disegno di legge su Hong Kong.
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Uno su quattro vive in zone di guerra o Paesi disastrati. Per questo è stata lanciata la raccolta fondi più grande di sempre. Obiettivo: arrivare a 4,2 miliardi di dollari.
Mai l’infanzia era stata così massicciamente colpita da guerre e da disastri naturali: l’Unicef stima che nel 2020 saranno 59 milioni i bambini, di 64 Paesi, ad avere bisogno di aiuto e lancia la raccolta di fondi più grande di sempre. Obiettivo: arrivare a 4,2 miliardi di dollari, oltre il triplo di quanto richiesto ai propri donatori nel 2010. «Un numero storico di bambini costretti a lasciare le proprie case necessita urgentemente di protezione e supporto» – ha dichiarato Henrietta Fore, direttore generale dell’Unicef. – «I conflitti restano le cause principali, oltre a fame, malattie infettive ed eventi meteorologici estremi legati al cambiamento climatico, che costringono altri milioni di persone a cercare aiuti salvavita».
I RIFUGIATI SIRIANI NELLE CONDIZIONI PIÙ CRITICHE
La situazione più critica riguarda i rifugiati siriani e le comunità ospitanti in Egitto, Giordania, Libano, Iraq e Turchia, per i quali l’Unicef stima necessari aiuti per 864,1 milioni di dollari. Seguono lo Yemen (535 milioni di dollari), la Siria (294,8 milioni di dollari), la Repubblica Democratica del Congo (262,7 milioni di dollari) e il Sud Sudan (180,5 milioni di dollari). Con il denaro che spera di raccogliere, l’Unicef intende curare da malnutrizione acuta grave 5,1 milioni di bambini, vaccinare contro il morbillo 8,5 milioni di bambini e fornire accesso ad acqua potabile, per uso domestico e per l’igiene personale a 28,4 milioni di persone. Inoltre, potrebbe assicurare l’ accesso a servizi per la salute mentale e psicosociale a 4,5 milioni di bambini e alle persone che se ne prendono cura, e per far fronte alla violenza di genere per 1,4 milioni di bambini e donne.
ACCESSO ALL’ISTRUZIONE PER 10 MILIONI DI BAMBINI
Tra le urgenze, c’è anche quella educativa: nel programma dell’Unicef c’è l’intento di fornire accesso all’istruzione per 10,2 milioni di bambini, anche quelli più piccoli. Vorrebbe infine raggiungere e garantire la partecipazione alle rispettive società di 49 milioni di bambini e adulti a rischio.
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Il leader laburista tenta di rimontare nei sondaggi negli ultimi giorni di campagna. Mentre il premier Tory si sforza di tenere le distanze da Trump, a Londra per il vertice Nato. Lo scenario.
Al summit della Nato che si è aperto a Londra il 3 dicembre, Boris Johnson non ha in programma bilaterali ufficiali con Donald Trump.
Foto e strette di mano saranno inevitabili nella due giorni. Anche qualche scambio di battute, e un incontro alla fine probabilmente si farà: Trump pressa, il premier britannico deve fare gli onori di casa per il compleanno dei 70 anni dell’Alleanza atlantica.
Ma nella settimana che precede il voto anticipato del 12 dicembre non vuole accostarsi troppo al presidente americano. Il rivale laburista Jeremy Corbyn è in rimonta, martella da mesi l’opinione pubblica con la storia del «Trump britannico» e Oltremanica non c’è nessuno di più inviso di lui. Dicono che anche la regina Elisabetta lo odi. Troppo sbracato, il tycoon, anche per una certa destra inglese che mal digerisce gli atteggiamenti esagitati così simili di BoJo.
LA FORTEZZA BRITANNICA CHE SOGNA JOHNSON
A questo proposito, il leader deiTories è sotto attacco anche per aver cavalcato maldestramente l’attentato sul London Bridge. Ha annunciato frontiereblindate e lo screening dei passaporti per tutti. Ma non potrebbe fare altrimenti: da tempo non si vedeva una campagna così mediatica nel Regno Unito, ognuno si gioca il tutto per tutto. Johnson, ancora davanti di 10 punti ai laburisti, fomenta l’elettorato euroscettico. L’ultima mossa è il programma di visti d’ingresso simili a quelli degli Usa, anche per cittadini dell’Ue che una volta compiuta la Brexit entro il 31 gennaio 2020 (e trascorso il periodo di transizione entro il 31 dicembre 2020) dovranno pagare per un weekend a Londra. Naturalmente, esibendo un passaporto biometrico, perché la carta d’identità facilmente falsificabile non basterà più. Schedati, nella fortezza britannica potranno restare al massimo tre mesi. «Tolleranza zero» per gli irregolari.
Il leader del Labour, Jeremy Corbyn in corsa per le Legislative anticipate del 2019. GETTY.
LA STRUMENTALIZZAZIONE DELLA TRAGEDIA DEL LONDON BRIDGE
A chi, nel Labour e tra i LibDem, gli rinfaccia che il terrorismo viene più dall’interno che da fuori confine, BoJo risponde contestando le misure troppo blande sui detenuti come nel caso dell’attentatore ucciso il 29 novembre. Un attacco allo Stato poco opportuno che, nella composta Londra capace di essere eroica oggi come ieri – contro i nazifascisti come contro l’Isis -, gli è costato l’accusa di strumentalizzare una tragedia nazionale a fini politici. Nella «totale mancanza di rispetto per le vittime e i loro famigliari», rimproverano i LibDem. Sui fatti di Londra anche lo scatenato Corbyn ha mantenuto i toni bassi, lasciando parlare il padre del 25enne Jack Merritt morto nell’attacco, e che era impegnato nella riabilitazione dei detenuti come attentatore Usman Khan. «Jack sarebbe livido nel vedere la sua morte, e la sua vita, usate per perpetuare l’agenda di odio che ha sempre combattuto», ha scritto in una lettera al Guardianche ha fatto molto scalpore. Boris Johnson
Il premier britannico Boris Johnson.
PAROLA D’ORDINE: TOLLERANZA ZERO
Per Johnson vale il detto di Oscar Wilde: «Bene o male, basta che se ne parli». In un’intervista alla Bbc aveva scaricato sul Labour la responsabilità del rilascio del 28enne Khan, condannato per terrorismo nel 2012 e in libertà vigilata dal 2018 con il braccialetto elettronico. Su detenuti pericolosi come lui, britannico di origini pakistane legato gruppi jihadisti, il premier si è impegnato ad abbandonare «il sistema di rilascio automatico a breve». «Bisogna essere realisti», ha tuonato. E quindi tolleranza zero anche sul suolo britannico per chi commette reati gravi, è il messaggio che BoJo vuol far passare nel rush elettorale per i cittadini affamati di sicurezza. Guai però a toccare il tasto della sanità pubblica, un pilastro del Regno Unito che porta o toglie milioni di voti. Proprio lì Corbyn semina il panico, sventolando ai comizi 451 pagine di dossier su presunte trattative dei premier May e Johnson per svendere il servizio sanitario agli Usa, dopo la Brexit.
IL TOTEM DELLA SANITÀ PUBBLICA
Nominato premier, per prima cosa quest’estate Johnson ha promesso quasi 2 miliardi per risanare una ventina di strutture sanitarie. E in autunno ha rincarato la dose annunciando 15 miliardi di euro di investimenti in 40 nuovi ospedali. Uno specchietto per le allodole anche per il think tank britannico Nuffield Trust specializzato in sanità, che se da un lato non rileva piani del governo per cedere degli asset alle corporation americane, dall’altro con la Brexit stima un mercato allargato per le case farmaceutiche di Oltreoceano. Per Johnson c’è un altro buon motivo per non farsi riprendere troppo accanto a Trump: anche sulla difesa del clima, diventato un trend di massa, i due leader hanno posizioni diverse. Il paradosso è che Trump, accanito fan della Brexit, non smette di cercare il premier britannico e di sbilanciarsi sul voto inglese. Un assist perfetto al Labour.
Il premier britannico Boris Johnson con il leader del Labour, Jeremy Corbyn ai funerali delle vittime dell’attentato di Londra.
L’ULTIMA DI CORBYN? RINAZIONALIZZARE BRITISH TELECOM
Il rosso Corbyn nero sondaggi veleggia tra il 33 e il 34% mentre i Tory di Johnson sul 42-43%. Ma lo «stalinista», come lo addita BoJo, è un mago delle rimonte. In campagna Corbyn, Johnson e Trump sono più simili di quanto non si creda e l’elettorato è molto fluido: nulla è ancora detto, frenano gli analisti. Sono chiaramente fuochi d’artificio da campi opposti: l’ultimo di Corbyn è il piano per «rinazionalizzareBritish Telecom, assicurare la banda larga gratis a tutti, tassare giganti della Rete come Google, Amazon e Facebook». Uno choc per i mercati: all’annuncio le azioni di Bt, privatizzata da Margaret Thatcher, sono crollate al 3,7%, per mezzo miliardo di valore bruciato. Ma le telecomunicazioni sono il «core business del 21esimo secolo, guai a lasciarlo alle multinazionali», ammetterebbe anche BoJo.
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La senatrice della California ha lasciato la corsa verso le presidenziali. Negli ultimi mesi sondaggi in calo. Tra le motivazioni per l'addio la mancanza di fondi.
La campagna elettorale americana perde una stella che ha brillato per troppo poco tempo: la senatrice dem californiana Kamala Harris, 55 anni, definita da molti “l’Obama donna”, ha annunciato a sorpresa il suo ritiro. Per mancanza di fondi, come lei stessa ha spiegato, anche se questa non sembra l’unica ragione.
«Ho fatto il punto ed esaminato la situazione da tutti gli angoli e negli ultimi giorni sono arrivata ad una delle decisioni più difficili della mia vita: la mia campagna semplicemente non conta sulle risorse finanziarie necessarie di cui abbiamo bisogno per continuare», ha scritto in una mail. Poi l’annuncio su Twitter, con il monito che «continuerò a combattere ogni giorno per gli obiettivi di questa campagna: giustizia per la gente. Tutta la gente».
E pensare che nelle prime 24 ore dopo l’annuncio della sua candidatura, lo scorso 21 gennaio, aveva raccolto 1,5 milioni di dollari, superando per numero di contributi online il record di Bernie Sanders nella precedenza campagna. Segno dell’entusiasmo che aveva acceso nella base dem, scalando lentamente i sondaggi, col sogno di diventare la prima donna, peraltro di colore, a infrangere quel soffitto che Hillary Clinton aveva solo sfiorato.
INUTILE LA PARTENZA A RAZZO NEL PRIMO DIBATTITO DEM
La senatrice, una delle più acerrime nemiche di Donald Trump, soprattutto sul fronte dell’immigrazione, aveva fatto il grande balzo a fine giugno, dopo il primo dibattito dem in cui aveva attaccato Joe Biden per essersi vantato di aver collaborato in passato con alcuni senatori segregazionisti. La candidata era salita sul podio dei sondaggi, terza dopo Biden e Sanders. Sembrava il suo momento, ma non è durato. La senatrice ha perso terreno in estate finendo prima nel gruppo intermedio e poi tra i fanalini di coda, lasciando suo malgrado il testimone ad un’altra donna: la senatrice Elizabeth Warren, da alcuni mesi tra i frontrunner.
I LIMITI DELLA CANDIDATURA
Eppure Harris sembrava avere tutte le carte in regola per arrivare sino in fondo alla corsa. Figlia di immigrati (indo-americana la madre, giamaicano il padre), è stata il primo attorney generale donna in California e la sua età ne faceva il ponte ideale tra la generazione dei candidati più anziani e di quelli più giovani. Ma la sua energia e la sua piattaforma progressista (senza i radicalismi della Warren) non si è tradotta in una candidatura solida, scontrandosi anche con le carenze organizzative e strategiche di una campagna presieduta dalla sorella.
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Le forze irachene hanno detto di aver fermato il numero due dell'Isis Abu Khaldoun nei pressi di Kirkuk.
La polizia irachena ha arrestato a KirkukAbu Khaldoun, considerato il numero due del capo dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi. La ‘Security media cell’ irachena ha diffuso un comunicato e una foto dell’arrestato, pubblicate da Al-Arabiya. «Aveva un documento falso con il nome Shalaan Obeid. Il criminale lavorava come vice di al-Baghdadi ed era il ‘pricipe’ della provincia di Salah al-Din» afferma la nota. Al-Baghdadi, capo dell’Isis dal 2014, è stato ucciso in un raid delle forze speciali Usa in Siria lo scorso ottobre.
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Il presidente turco è arrivato al meeting dell'Allenaza minacciando di bloccare i piani dell'organizzazione nel Nord Europa se non ci sarà una condanna dei curdi siriani. Scintille anche con Macron sulla lotta al terrorismo.
Per la Nato il 70esimo compleanno è forse uno dei più difficili. Tutti gli Stati membri sono riuniti a Londra per fare il punto sul futuro dell’Alleanza. Ma tra gli invitati non mancano tensioni e frecciate, in particolare tra Donald Trump e Emmanuel Macron. Non solo. Tra di loro c’è anche una vera e propria mina vagante: Recep Tayyip Erdogan. «Agitatevi quanto volete. Prima o poi rispetterete il diritto della Turchia a combattere contro il terrorismo. Non c’è altra strada». Ha ribadito il presidente della Turchia arrivando a boicottare i piani della Nato in Polonia e Paesi baltici in mancanza di un sostegno contro le milizie curde in Siria.
Nelle ultime settimane, il suo esercito, il secondo dell’Alleanza dopo quello Usa, è stato condannato come “invasore” in Siria da molti dei maggiori azionisti dell’Alleanza stessa. Ma il presidente turco non è tipo da stare sulla difensiva. Dopo aver mandato a dire a Emmanuel Macron di controllare la sua «morte cerebrale», prima di quella della Nato, si è presentato al vertice di Londra come l’incognita numero uno: un partner scomodo ma necessario, provocatorio eppure sempre ambito.
IL RICATTO DI ERDOGAN VERSO I PAESI DEL NORD
Non più avamposto della Guerra Fredda, Ankara non ha comunque perso il suo ruolo strategico, ed è pronta a farlo pesare. Anzi: il suo slittamento a est – vedi il tavolo con Russia e Iran sulla Siria, prova di un irredimibile pragmatismo sotto il manto dell’impegno messianico – la rende ancora più importante, proprio perché non più scontata. Spiattellando davanti alle telecamere le trattative degli sherpa, il Sultano ha tolto ancora una volta i veli diplomatici e annunciato la sua minaccia: se la Nato non riconoscerà come “terroriste” le milizie curdo-siriane Ypg, la Turchia bloccherà i piani per la difesa di Polonia e Paesi baltici di fronte alla Russia.
Il presidente Erdogan davanti al numero 10 di Downing Street a margine del summit Nato a Londra.
SCINTILLE CON MACRON SULLA QUESTIONE TERRORISMO
Che il tema sia caldo è confermato anche dalle parole del presidente francese che ha attaccato a testa bassa sulla questione terrorismo accusando Ankara di cooperare «a volte con alleati dell’Isis». «Il nemico comune sono i gruppi terroristici», ha notato il capo dell’Eliseo, citato dai media britannici, «ma mi duole dire che non diamo tutti la stessa definizione di terrorismo attorno al tavolo. La Turchia combatte spalla a spalla con noi contro l’Isis, ma a volte lavora con alleati dell’Isis».
GLI ALTRI FRONTI CALTI DI ANKARA
Nel suo stile, la trattativa è partita così. Un possibile veto da usare magari come oggetto di scambio su altri dossier cruciali. Tra questi il sostegno finanziario per riportare un milione di rifugiati in Siria – un’operazione colossale da quasi 30 miliardi di dollari – e lo scontro nel Mediterraneo orientale. Isolata dall’intesa di Cipro-Grecia-Egitto per lo sfruttamento delle risorse energetiche offshore, la Turchia ha disseminato le sue fregate in una guerra di posizione che nessuno vuole trasformare in conflitto aperto.
L’ACCORDO CON SERRAJ CHE PREOCCUPA GRECIA E CIPRO
Alla vigilia del summit, è uscito però un altro coniglio dal cilindro: un patto firmato in gran segreto al palazzo di Dolmabahce a Istanbul – quello degli ultimi Sultani – con il premier di Tripoli Fayez al-Sarraj (e tramite i buoni uffici dei Fratelli Musulmani che lo sostengono) per ridefinire i confini marittimi tra i due Paesi, in cambio di protezione. Risultato: la piattaforma continentale turca estesa di un terzo, con una riga tracciata su una mappa. Un’intesa che ha subito allarmato Atene e Nicosia. Il premier greco Kyriakos Mitsotakis ha chiesto l’appoggio Nato. Ma ancora una volta da Erdogan è arrivato un netto rifiuto: «l’accordo non si ridiscute».
E ANKARA MANIENE I CONTATTI CON MOSCA
Poi infine c’è la Russia. Erdogan ha giurato: «I nostri buoni rapporti non sono alternativi, ma complementari». Con l’arrivo dei missili S-400 di Mosca, però, c’è chi teme per i sistemi Nato. E persino gli ordigni tattici nucleari di marca Usa, custoditi da decenni in Turchia, a qualcuno non sembrano più così al sicuro.
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Il presidente turco è arrivato al meeting dell'Allenaza minacciando di bloccare i piani dell'organizzazione nel Nord Europa se non ci sarà una condanna dei curdi siriani. Scintille anche con Macron sulla lotta al terrorismo.
Per la Nato il 70esimo compleanno è forse uno dei più difficili. Tutti gli Stati membri sono riuniti a Londra per fare il punto sul futuro dell’Alleanza. Ma tra gli invitati non mancano tensioni e frecciate, in particolare tra Donald Trump e Emmanuel Macron. Non solo. Tra di loro c’è anche una vera e propria mina vagante: Recep Tayyip Erdogan. «Agitatevi quanto volete. Prima o poi rispetterete il diritto della Turchia a combattere contro il terrorismo. Non c’è altra strada». Ha ribadito il presidente della Turchia arrivando a boicottare i piani della Nato in Polonia e Paesi baltici in mancanza di un sostegno contro le milizie curde in Siria.
Nelle ultime settimane, il suo esercito, il secondo dell’Alleanza dopo quello Usa, è stato condannato come “invasore” in Siria da molti dei maggiori azionisti dell’Alleanza stessa. Ma il presidente turco non è tipo da stare sulla difensiva. Dopo aver mandato a dire a Emmanuel Macron di controllare la sua «morte cerebrale», prima di quella della Nato, si è presentato al vertice di Londra come l’incognita numero uno: un partner scomodo ma necessario, provocatorio eppure sempre ambito.
IL RICATTO DI ERDOGAN VERSO I PAESI DEL NORD
Non più avamposto della Guerra Fredda, Ankara non ha comunque perso il suo ruolo strategico, ed è pronta a farlo pesare. Anzi: il suo slittamento a est – vedi il tavolo con Russia e Iran sulla Siria, prova di un irredimibile pragmatismo sotto il manto dell’impegno messianico – la rende ancora più importante, proprio perché non più scontata. Spiattellando davanti alle telecamere le trattative degli sherpa, il Sultano ha tolto ancora una volta i veli diplomatici e annunciato la sua minaccia: se la Nato non riconoscerà come “terroriste” le milizie curdo-siriane Ypg, la Turchia bloccherà i piani per la difesa di Polonia e Paesi baltici di fronte alla Russia.
Il presidente Erdogan davanti al numero 10 di Downing Street a margine del summit Nato a Londra.
SCINTILLE CON MACRON SULLA QUESTIONE TERRORISMO
Che il tema sia caldo è confermato anche dalle parole del presidente francese che ha attaccato a testa bassa sulla questione terrorismo accusando Ankara di cooperare «a volte con alleati dell’Isis». «Il nemico comune sono i gruppi terroristici», ha notato il capo dell’Eliseo, citato dai media britannici, «ma mi duole dire che non diamo tutti la stessa definizione di terrorismo attorno al tavolo. La Turchia combatte spalla a spalla con noi contro l’Isis, ma a volte lavora con alleati dell’Isis».
GLI ALTRI FRONTI CALTI DI ANKARA
Nel suo stile, la trattativa è partita così. Un possibile veto da usare magari come oggetto di scambio su altri dossier cruciali. Tra questi il sostegno finanziario per riportare un milione di rifugiati in Siria – un’operazione colossale da quasi 30 miliardi di dollari – e lo scontro nel Mediterraneo orientale. Isolata dall’intesa di Cipro-Grecia-Egitto per lo sfruttamento delle risorse energetiche offshore, la Turchia ha disseminato le sue fregate in una guerra di posizione che nessuno vuole trasformare in conflitto aperto.
L’ACCORDO CON SERRAJ CHE PREOCCUPA GRECIA E CIPRO
Alla vigilia del summit, è uscito però un altro coniglio dal cilindro: un patto firmato in gran segreto al palazzo di Dolmabahce a Istanbul – quello degli ultimi Sultani – con il premier di Tripoli Fayez al-Sarraj (e tramite i buoni uffici dei Fratelli Musulmani che lo sostengono) per ridefinire i confini marittimi tra i due Paesi, in cambio di protezione. Risultato: la piattaforma continentale turca estesa di un terzo, con una riga tracciata su una mappa. Un’intesa che ha subito allarmato Atene e Nicosia. Il premier greco Kyriakos Mitsotakis ha chiesto l’appoggio Nato. Ma ancora una volta da Erdogan è arrivato un netto rifiuto: «l’accordo non si ridiscute».
E ANKARA MANIENE I CONTATTI CON MOSCA
Poi infine c’è la Russia. Erdogan ha giurato: «I nostri buoni rapporti non sono alternativi, ma complementari». Con l’arrivo dei missili S-400 di Mosca, però, c’è chi teme per i sistemi Nato. E persino gli ordigni tattici nucleari di marca Usa, custoditi da decenni in Turchia, a qualcuno non sembrano più così al sicuro.
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Gli eurodeputati contro la bozza della presidenza finlandese che programma solo 1,07% del reddito per le politiche Ue. Il ministro per gli Affari europei Amendola: l'Italia è «assolutamente contraria».
Emmanuel Macron ne aveva fatto la sua scommessa. Con il ministro dell’Economia dell’Eurozona bocciato dalla Germania, con un vero fondo salva Stati sotto controllo del governo, almeno l’obiettivo di un vero bilancio europeo doveva essere centrato. E invece, quello che è maturato sotto la presidenza socialista finlandese è un compromesso che, complice la Brexit, definire al ribasso è poco. Il parlamento europeo non a caso lo ha bocciato sonoramente.
«CON QUESTE RISORSE PROGRAMMA IMPOSSIBILE»
La posizione della squadra di eurodeputati che dovrà negoziare il dossier con il Consiglio e la Commissione Ue è chiara: «La proposta della presidenza di turno finlandese per il bilancio Ue 2021-2027, inviata il 2 dicembre alle rappresentanze dei Paesi membri, «condanna l’Unione europea al fallimento» perché sarà «impossibile mettere in pratica» il programma della Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen.
TROPPO POCO PER INVESTIMENTI, CLIMA, SICUREZZA E GIOVANI
Helsinki ha messo sul tavolo un bilancio per il prossimo settennato di programmazione pari all’1,07% del reddito nazionale lordo europeo. La Commissione ha proposto l’1,11%, mentre l’Eurocamera vorrebbe l’1,3%. Oggi, il bilancio 2014-2020 vale l’1,16% del Rnl Ue a 27 (Regno unito escluso). «La proposta della presidenza finlandese è molto al di sotto delle aspettative del Parlamento per quanto riguarda il rispetto degli impegni dell’Ue sugli investimenti, i giovani, il clima e la sicurezza», ha dichiarato in una nota il presidente della commissione bilanci del Pe, Johan Van Overtveldt. Il Pe critica anche il fatto che il documento faccia una «menzione molto limitata della riforma del sistema delle risorse proprie» del nuovo bilancio.
ITALIA «ASSOLUTAMENTE CONTRARIA»
Il ministro per gli affari europei Vincenzo Amendola in un incontro con le imprese appartenenti al Gii, Gruppo di iniziativa italiana, ha detto che l’Italia è «assolutamente contraria» alla proposta di bilancio per il periodo 2021-2027 presentata dalla presidenza di turno finlandese dell’Ue. Amendola ha criticato in particolare i tagli prospettati per la politica di coesione osservando che quest’ultima, insieme alla politica agricola (che invece registrerebbe un aumento delle risorse), vengono comunque trattate come “vecchi arnesi”, senza comprendere che possono essere il motore del New Green Deal. «Rifiutiamo questa logica e chiediamo di lavorare molto di più sulle nuove risorse», ha osservato il ministro che era accompagnato dal rappresentante permanente dell’Italia presso l’Ue, ambasciatore Maurizio Massari. «Non credo che la proposta della Finlandia raggiungerà alcun risultato».
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Il 46enne ha vinto il ballottaggio del 24 novembre. Figlio e bisnipote d'arte, ha riportato il Paese nelle mani del Partito Nazionale. Il profilo.
Per la prima volta in 15 anni, un candidato che non appartiene al Frente Amplio è stato eletto presidente dell’Uruguay.
Luis Alberto Lacalle Pou che ha battuto al ballottaggio Daniel Martínez, è il leader del Partito Nazionale detto anche Bianco, in contrapposizione agli storici rivali Colorados.
FIGLIO E BISNIPOTE D’ARTE
Il neo-presidente 46enne, che si insedierà il primo marzo, appartiene a una famiglia storica per la politica del Paese. Suo padre, Luis Alberto Lacalle, è stato presidente dal 1990 al 1995. La madre Julia Pou è stata senatrice tra il 2000 e il 2005.
Luis Alberto Lacalle, padre del neo presidente dell’Uruguay e a sua volta ex presidente del Paese (Getty Images).
Infine il bisnonno Luis Alberto de Herrera, storico caudillo dei Blancos, a parte avere un ruolo assimilabile a primo ministro tra 1925 e 1927 ed essere stato membro del Consiglio nazionale di governo collegiale dal 1952 alla sua morte nel 1959, fu soprattutto colui che alle elezioni del 1958 sconfisse i Colorados dopo 93 anni. Personaggio leggendario, in alcune foto giovanili appare vestito da guerrigliero con un cappello da gaucho.
Proprio dal bisnonno Lacalle Pou ha ereditato una collezione di National Geographic. Di qui la sua passione per il mare. Il suo sogno, infatti, era diventare un nuovo Jacques-Yves Cousteau tanto che anche ora dice di essere un oceanografo mancato. In compenso, però, è diventato un abilissimo surfista. Ha girato mezzo mondo a cercare onde da cavalcare: Hawaii, California, Nicaragua, Panama, El Salvador, Costa Rica, Messico, Brasile, Sumatra. Ama ripetere che «il surf insegna l’armonia con ciò che ci circonda e a integrarsi con il Pianeta». Quando non ha il mare a disposizione, si arrangia con uno skateboard.
Proprio ai festeggiamenti per la vittoria del padre Luis Lacalle Pou conobbe sua moglie Lorena Ponce de León appartenente a una famiglia colorada, ma portata all’evento da una amica. Con lei ha avuto tre figli. Deputato dal 2000 al 2015, presidente della Camera dal 2011 al 2012, candidato alla presidenza nel 2014 e senatore dal 2015, Lacalle Pou è ora alla prova del governo.
LOTTA ALLA CRIMINALITÀ E SGRAVI FISCALI
Dopo Lacalle padre e dopo due altri mandati di presidenti colorados, nel 2004 vinse per la prima volta il Frente Amplio, versione tra le più soft della Marea Rosa dei governi di sinistra dell’area. Tre i mandati: Tabaré Vázquez, poi il mediatico Pepe Mujica, poi di nuovo Vázquez. Ma dopo 15 anni anche il modello uruguayano ha iniziato ad appanarsi.
Il neo presidente dell’Uruguay Luis Lacalle (Getty images).
Non ci sono state le involuzioni autoritarie di altri governi di sinistra e l’Uruguay resta uno dei Paesi meglio governati della regione, ma la delinquenza è cresciuta: da 284 omicidi nel 2017 si è passati ai 414 nel 2018. Carta che Lacalle Pou ha giocato in campagna elettorale. Il suo programma prevedeva anche sgravi fiscali per i produttori agricoli, la riduzione del deficit e il mantenimento dello Stato sociale.
LA VITTORIA DI MISURA AL BALLOTTAGGIO
Al primo turno del 27 ottobre Luis Alberto Lacalle Pou aveva conquistato il 28,62% dei voti, contro il 39,02% di Martínez, il 12,34% del colorado Ernesto Talvi e l’11,04% di Guido Manini Ríos, ex-comandante dell’esercito destituito da Vázquez per aver preso le difese del regime militare e fondatore del partito Cabildo Abierto chiaramente ispirato a Jair Bolsonaro.
Il candidato del Frente Amplio, Daniel Martinez con la sua candidata vice Graciela Villar (Getty).
Il suo successo ha allarmato gli uruguayani al punto da consentire a Martínez un forte recupero al ballottaggio del 24 novembre. Un risultato che però non è stato sufficiente a garantirgli la vittoria. E ora, grazie a 30 mila voti, è la volta del presidente-surfista. Alla domanda su cosa avrebbe fatto con la tavola se eletto aveva risposto: «Sognare», visto che «il presidente deve lavorare anche nei fine settimana». Ma, ha assicurato, continuerà a insegnare surf alla figlia Violeta.
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Il 46enne ha vinto il ballottaggio del 24 novembre. Figlio e bisnipote d'arte, ha riportato il Paese nelle mani del Partito Nazionale. Il profilo.
Per la prima volta in 15 anni, un candidato che non appartiene al Frente Amplio è stato eletto presidente dell’Uruguay.
Luis Alberto Lacalle Pou che ha battuto al ballottaggio Daniel Martínez, è il leader del Partito Nazionale detto anche Bianco, in contrapposizione agli storici rivali Colorados.
FIGLIO E BISNIPOTE D’ARTE
Il neo-presidente 46enne, che si insedierà il primo marzo, appartiene a una famiglia storica per la politica del Paese. Suo padre, Luis Alberto Lacalle, è stato presidente dal 1990 al 1995. La madre Julia Pou è stata senatrice tra il 2000 e il 2005.
Luis Alberto Lacalle, padre del neo presidente dell’Uruguay e a sua volta ex presidente del Paese (Getty Images).
Infine il bisnonno Luis Alberto de Herrera, storico caudillo dei Blancos, a parte avere un ruolo assimilabile a primo ministro tra 1925 e 1927 ed essere stato membro del Consiglio nazionale di governo collegiale dal 1952 alla sua morte nel 1959, fu soprattutto colui che alle elezioni del 1958 sconfisse i Colorados dopo 93 anni. Personaggio leggendario, in alcune foto giovanili appare vestito da guerrigliero con un cappello da gaucho.
Proprio dal bisnonno Lacalle Pou ha ereditato una collezione di National Geographic. Di qui la sua passione per il mare. Il suo sogno, infatti, era diventare un nuovo Jacques-Yves Cousteau tanto che anche ora dice di essere un oceanografo mancato. In compenso, però, è diventato un abilissimo surfista. Ha girato mezzo mondo a cercare onde da cavalcare: Hawaii, California, Nicaragua, Panama, El Salvador, Costa Rica, Messico, Brasile, Sumatra. Ama ripetere che «il surf insegna l’armonia con ciò che ci circonda e a integrarsi con il Pianeta». Quando non ha il mare a disposizione, si arrangia con uno skateboard.
Proprio ai festeggiamenti per la vittoria del padre Luis Lacalle Pou conobbe sua moglie Lorena Ponce de León appartenente a una famiglia colorada, ma portata all’evento da una amica. Con lei ha avuto tre figli. Deputato dal 2000 al 2015, presidente della Camera dal 2011 al 2012, candidato alla presidenza nel 2014 e senatore dal 2015, Lacalle Pou è ora alla prova del governo.
LOTTA ALLA CRIMINALITÀ E SGRAVI FISCALI
Dopo Lacalle padre e dopo due altri mandati di presidenti colorados, nel 2004 vinse per la prima volta il Frente Amplio, versione tra le più soft della Marea Rosa dei governi di sinistra dell’area. Tre i mandati: Tabaré Vázquez, poi il mediatico Pepe Mujica, poi di nuovo Vázquez. Ma dopo 15 anni anche il modello uruguayano ha iniziato ad appanarsi.
Il neo presidente dell’Uruguay Luis Lacalle (Getty images).
Non ci sono state le involuzioni autoritarie di altri governi di sinistra e l’Uruguay resta uno dei Paesi meglio governati della regione, ma la delinquenza è cresciuta: da 284 omicidi nel 2017 si è passati ai 414 nel 2018. Carta che Lacalle Pou ha giocato in campagna elettorale. Il suo programma prevedeva anche sgravi fiscali per i produttori agricoli, la riduzione del deficit e il mantenimento dello Stato sociale.
LA VITTORIA DI MISURA AL BALLOTTAGGIO
Al primo turno del 27 ottobre Luis Alberto Lacalle Pou aveva conquistato il 28,62% dei voti, contro il 39,02% di Martínez, il 12,34% del colorado Ernesto Talvi e l’11,04% di Guido Manini Ríos, ex-comandante dell’esercito destituito da Vázquez per aver preso le difese del regime militare e fondatore del partito Cabildo Abierto chiaramente ispirato a Jair Bolsonaro.
Il candidato del Frente Amplio, Daniel Martinez con la sua candidata vice Graciela Villar (Getty).
Il suo successo ha allarmato gli uruguayani al punto da consentire a Martínez un forte recupero al ballottaggio del 24 novembre. Un risultato che però non è stato sufficiente a garantirgli la vittoria. E ora, grazie a 30 mila voti, è la volta del presidente-surfista. Alla domanda su cosa avrebbe fatto con la tavola se eletto aveva risposto: «Sognare», visto che «il presidente deve lavorare anche nei fine settimana». Ma, ha assicurato, continuerà a insegnare surf alla figlia Violeta.
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Il presidente Usa al vertice dei 70 anni dell'Alleanza Atlantica attacca l'omologo francese e le sue parole sulla morte cerebrale dell'organizzazione. L'Eliseo rischia di restare isolato sulla Difesa europea.
Il summit che celebra il 70esimo anniversario della Nato non è ancora partito, ma i suoi protagonisti hanno già fatto capire che non sarà un ritrovo amichevole. Le premesse del vertice di Londra erano già quelle di una resa dei conti tra i leader degli Stati membri, con posizioni sempre più distanti tra loro per quel che riguarda il futuro dell’Alleanza Atlantica. Per la prima volta nella storia dell’organizzazione nata dopo la Seconda guerra mondiale, le minacce che vengono dai dissidi interni sembrano superare quelle esterne. Ad aprire le danze è stato, come di consueto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Appena atterrato nel Regno Unito ha sferrato il suo attacco contro il presidente francese Emmanuel Macron. «È stato molto offensivo a parlare di morte cerebraledella Nato», ha detto il tycoon, definendo le parole del capo dell’Eliseo come «molto, molto malevoli» nei confronti dei 28 Paesi alleati. Una predica che arriva dal pulpito che più di qualunque altro ha criticato l’Alleanza Atlantica in questi anni, definendola «obsoleta» e «piena di scrocconi» diverse volte.
I TENTATIVI DI MACRON NON PIACCIONO A TRUMP
Questa volta, però, la difesa dell’organizzazione fa gioco al presidente Usa, che cerca di isolare il più possibile l’omologo francese nel suo tentativo di prendere il controllo della discussione sul futuro della difesa comune europea. Trump non è l’unico a vedere di cattivo occhio i tentativi di Macron, che rischia di essersi spinto un po’ troppo in la con gli attacchi all’Alleanza.
ANCHE JOHNSON E MERKEL DIFENDONO LA NATO
La Nato «è in buona salute» ed è un simbolo di «fantastico successo», ha detto da parte sua Johnson, «il mio messaggio a tutti i leader in arrivo nel Regno Unito, al presidente Trump, al presidente Macron, alla cancelliera Merkel e a tutti i nostri amici», è «guardate, siamo una grande alleanza che ha avuto un fantastico successo per 70 anni e ha portato pace e prosperità». La cancelliera aveva già ribattuto ai commenti di Macron nei giorni scorsi, promettendo più impegno nella Nato nei prossimi anni.
TRUMP: «JOHNSON MOLTO COMPETENTE»
Trump ha elogiato Johnson come un uomo «molto competente», annunciando che lo vedrà faccia afaccia a margine del vertice. Parlando nella sede dell’ambasciata Usa, il presidente si è detto peraltro pronto a lavorare anche col leader laburista Jeremy Corbyn, con cui in passato ha polemizzato, se vincerà le elezioni del 12 dicembre. «Posso lavorare con chiunque, sono una persona con cui è facile lavorare», ha risposto al riguardo.
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Se Parigi colpirà Google e gli altri big, Washington imporrà dazi fino al 100% per un valore di 2,4 miliardi di dollari. Nel mirino anche il nostro Paese, la Turchia e l'Austria.
Donald Trump minaccia Francia e Italia sulla digital tax. La stoccata del presidente Usa arriva mentre è in volo sull’Air Force One verso Londra, per partecipare al summit della Nato: se la Francia va avanti con la digital tax che riguarda i big americani del web – da Google a Facebook passando per Amazon – verrà colpita a partire da gennaio con dazi fino al 100% su beni per un valore di 2,4 miliardi di dollari. E da Washington fanno sapere che la rappresaglia potrebbe riguardare anche altre capitali che dovessero seguire la strada di Parigi, tra cui Roma. Il rappresentante Usa al commercio Robert Lighthizer, che ha presentato le conclusioni dell’indagine ordinata dal tycoon, cita insieme all’Italia anche la Turchia e l’Austria. Quanto basta a rendere ancor più rovente del previsto il clima londinese nel quale in realtà si dovrebbero festeggiare i 70 anni dell’Alleanza Atlantica. Un clima reso già teso dalla questione dei finanziamenti alla Nato e dalle pressioni Usa perché gli alleati mollino Huawei per lo sviluppo del 5G.
DECISIONE DEFINITIVA ENTRO IL 14 GENNAIO
La digital tax – che Oltralpe prevede un’aliquota del 3% sulle entrate in Francia delle società tecnologiche americane – viene considerata dagli Usa discriminatoria nei confronti delle aziende Usa e, è la linea di Trump, c’è ancora tempo per poter negoziare e trovare una soluzione in sede Ocse. Ma i tempi sono stretti, perché una decisione definitiva è attesa entro il 14 gennaio. Poi, senza intesa, dovrebbero scattare contro Parigi i nuovi pesantissimi dazi su champagne, borse e altri beni di lusso. E su quei vini e formaggi già colpiti da dazi al 25% il mese scorso. Così come colpiti da tariffe del 25% sono stati alcuni prodotti del made in Italy, eccellenze come il parmigiano e la mozzarella, in risposta al verdetto del Wto sugli aiuti europei ad Airbus. Una situazione che l’Italia vive come un’ingiustizia e che ha creato qualche tensione anche durante la recente visita alla Casa Bianca del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
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I nuovi leader della Spd Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans vogliono cambiare il contratto di governo con la cancelliera e ricostruire il welfare state. I conservatori dicono no e la tenuta dell'esecutivo è a rischio. Mentre l'estrema destra di AfD è pronta a cannibalizzare i moderati in un voto anticipato. Lo scenario.
Due politici sconosciuti all’estero, Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans, ma evidentemente noti alla base in Germania come dissidenti della linea di governo, sono stati incoronati come leader dagli iscritti al partito socialdemocratico.
Uno schiaffo all’establishment della Spd che dal 2013 governa con i conservatori di Angela Merkel, e una doccia fredda per i conservatori della Cdu-Csu. Farà di tutto per non darlo a vedere, ma la cancelliera ha buoni motivi di trascorrere il Natale nel panico.
Il suo vice Olaf Scholz, ponderato e competente ministro delle Finanze, era il nuovo leader in pectore della Spd, con il braccio destro Klara Geywitz. Sapeva di raccogliere un partito in macerie, dopo le dimissioni in primavera di Andrea Nahles sopraffatta dai fallimenti. Scholz sapeva anche di essere sul filo di lana con numeri: in testa al primo turno, ma con appena il 23% rispetto al 21% di quelli che sono diventati nuovi leader. Nondimeno nessuno, neanche il duo Esken-Walter-Borjans verso l’investitura al Congresso (6-8 dicembre 2019), si attendeva un segnale così forte dagli oltre 200 mila tesserati che hanno risposto al ballottaggio.
I ROBIN HOOD DEI CONTRIBUENTI
«115 mila compagni hanno votato per i due queruli», rompiscatole, commentano in Germania. Mentre i nuovi vertici dell‘estrema destra di AfD, eletti con un tempismo inquietante insieme a Esken e Walter-Borjans, puntano da sciacalli a quel che, profetizzano, resterà dell’Unione della Cdu-Csu. Benché la solida Bundesrepublik si muova a passo lento e monotono (Merkel è cancelliera dal 2006, Helmut Kohl suo pigmalione guidò la Germania per 16 anni), in effetti i tempi potrebbero essere maturi per uno scossone che porti al voto anticipato nel 2020. Il duo Esken-Walter-Borjans ha trascorso anni nelle retrovie, dissociandosi dai tagli al welfare e dalle aperture al mercato già dell’Agenda 2010 di Gerhard Schröder. «Il peccato originale», dicono, della Spd del terzo millennio. Il loro mantra è la «rinegoziazione del contratto di Grande coalizione», chiuso a fatica nel 2018 tra la Spd e la Cdu-Csu, dopo mesi di inedito vuoto di governo per la locomotiva d’Europa. Walter-Borjans, soprannominato il «Robin Hood dei contribuenti», a Merkel chiede di alzare il reddito minimo di 12 euro e ancora più fondi per il clima.
La cancelliera Angela Merkel (Cdu) con il vice cancelliere Olaf Scholz (Spd). GETTY.
L’ENDORSEMENT DI LAFONTAINE
Musica per le orecchie dell’eminenza grigia della Linke – ed ex presidente dei socialdemocratici – Oskar Lafontaine che vede spianarsi la strada per un’alleanza tra la sua sinistra radicale, i Verdi e una Spd tornata alle origini. «Adesso bisogna rompere con il neoliberismo», ha subito commentato il leader tradito da Schröder, «Esken e Walter-Borjans hanno avuto questa chance perché slegati dalle scelte sbagliate del passato. Possono ricostruire lo stato sociale e tornare alla politica di pace di Willy Brandt». L’attacco è anche alla politica muscolare della leader della Cdu, delfina della cancelliera, Annegret Kramp-Karrenbauer, da qualche mese ministro della Difesa, che accelera sul riarmo e auspica nuove riduzioni a un welfare, a suo avviso, «ai limiti del sostenibile». Lafontaine conosce bene la durezza di Kramp-Karrenbauer: entrambi, in tempi diversi, hanno governato la piccola Saarland afflitta dalla crisi dell’acciaio e dalla deindustrializzazione. Nei modi Merkel è più soft, ma la sostanza non cambia: il suo capo di gabinetto ha tagliato corto, di ritocchi all’accordo di governo i cristiano-democratici e sociali non vogliono saperne.
VERSO L’ALLEANZA A SINISTRA?
Difficile che il Robin Hood dei contribuenti e la co-leader si rimangino mesi di campagna e anni di militanza. Hanno anche l’appoggio dell’ala giovanile (Jusos) della Spd. A quel punto i socialdemocratici perderebbero anche il 14-15%, toccando davvero lo zero. E se si rompe il giocattolo e si spacca ancora il partito – Scholz, scosso dai risultati, esclude le sue dimissioni dal ministro dell’Eurogruppo – si possono solo anticipare le Legislative. La nuova guida dei socialdemocratici invita a non guardare come a un tabù le coalizioni con la Linke che dal 1990 inglobò i socialisti dell’ex Ddr: gli esperimenti nei governi locali, nei Comuni e nei Land sono incoraggianti. Nuovi laboratori in questa direzione stanno nascendo dalle alleanze anti-AfD delle Amministrative nel 2019. Verdi e sinistra radicale, con una Spd che inverte davvero rotta dalle grandi coalizioni, potrebbero mollare gli ormeggi per gli esecutivi nazionali. Ne sono convinti anche nell’estrema destra, intenzionata di conseguenza ad «andare al governo» con la Cdu-Csu. Per alcuni conservatori, soprattutto nell’ala bavarese della Csu, non sarebbe la fine del mondo.
L’ESTREMA DESTRA MIRA A ENTRARE NEL GOVERNO
Il regista dell’operazione Aexander Gauland ha passato quasi 40 anni nella Cdu, ed è deciso a traghettare l’AfD – con tutte le sue anime – verso l’alleanza con i moderati. Al Congresso di Braunschweig, assediato da 20 mila contestatori, ha ceduto lo scettro di portavoce a Tino Chrupalla, 44enne homo faber di AfD ed ex militante nei pulcini della Cdu, il «suo ragazzo» commentano in Germania. Come Gauland, Chrupalla viene dalla Sassonia, roccaforte di AfD e delle frange più estremiste dell’estrema destra. È un ex imbianchino e decoratore, un piccolo imprenditore che sa parlare alla gente, chiede sicurezza ed è vicino alla Russia. Da deputato, ha sferrato duri attacchi alla cancelliera Merkel. È definito un «patriota tedesco», come il braccio destro, co-presidente di AfD Jörg Meuthen. Ma ultimamente Chrupalla ha addolcito i toni schierandosi «contro gli antisemiti nel partito», si mormora su ordine di Gauland che in parlamento, fino al nuovo voto, continua a essere il capogruppo e a indicare le mosse. Convinto che presto o tardi tutta la sinistra si metterà d’accordo, e quel giorno Afd vuole essere pronta.
Tino Chrupalla e Joerg Meuthen, alla presidenza dell’estrema destra di AfD, in Germania. GETTY.
IL MAQUILLAGE DI AFD
All’ultimo Congresso anche l’ala ultranazionalista di AfD che ha trionfato in Sassonia, la Flügel di Björn Höcke, ha abbandonato i toni neonazisti. Tutti, incluso Höcke, fanno i responsabili per scalare il Bundestag. Anche a questo servono Chrupalla e Meuthen: appartenenti alla corrente “moderata” ma dialoganti con i leader più estremi del movimento. Che la Cdu, in particolare, ceda alle lusinghe di AfD è però ancora più improbabile di un’apertura alla sinistra della Spd. Proprio i cristiano-democratici di Merkel sono vittime dell’omicidio politico di Walter Lübcke, il governatore locale che accoglieva i migranti freddato a giugno da un neonazista. Le lunghe frequentazioni di figure di AfD come Höcke in questo sottobosco sono assodate. Un sì all’estrema destra spaccherebbe l’Unione della Cdu-Csu più di quanto Esken e Walter-Borjans non dividano i socialdemocratici. E che per AfD si tratti solo maquillage è evidente: il deputato Stephan Brandner, appena destituito dalla guida della commissione parlamentare della Giustizia, per diverse affermazioni razziste e antisemite, è stato eletto vice presidente di AfD.
IL PRECIPIZIO DELLA SPD
Un fatto «mai accaduto prima» nella storia della Bundesrepublik, fanno quadrato tutte le altre forze politiche. L’altro vicepresidente di AfD, in tandem con l’ex co-leader certo non tenera Alice Weidel, è l’ex eurodeputata Beatrix von Storch, nipote dell’ultimo primo ministro di Adolf Hitler. Ricostruire una verginità ad AfD è una mission impossibile. Ma anche i due nuovi leader della Spd sono sul crinale di un precipizio. Nahles, prima donna alla guida dei socialdemocratici, fu nominata nel 2018 con il 50%, il suo mentore Martin Schulz era stato acclamato all’unanimità nel 2017, ma entrambi sono durati poco. Lo storico partito europeo ha continuato a perdere consensi ed elezioni. Al duo si rimprovera già, da una fetta minoritaria ma significativa del partito, la scarsa preparazione nazionale e di governo al cospetto, per esempio, del vice-cancelliere Scholz. Esken, 58enne informatica di Stoccarda, è stata dirigente locale del partito, prima che deputata. Walter-Borjans è un economista 67enne, già ministro delle Finanze nel Nord Reno-Westfalia. Nahles è uscita di scena da leader della Spd con un «statemi bene». Al nuovo duo intanto auguri.
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I nuovi leader della Spd Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans vogliono cambiare il contratto di governo con la cancelliera e ricostruire il welfare state. I conservatori dicono no e la tenuta dell'esecutivo è a rischio. Mentre l'estrema destra di AfD è pronta a cannibalizzare i moderati in un voto anticipato. Lo scenario.
Due politici sconosciuti all’estero, Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans, ma evidentemente noti alla base in Germania come dissidenti della linea di governo, sono stati incoronati come leader dagli iscritti al partito socialdemocratico.
Uno schiaffo all’establishment della Spd che dal 2013 governa con i conservatori di Angela Merkel, e una doccia fredda per i conservatori della Cdu-Csu. Farà di tutto per non darlo a vedere, ma la cancelliera ha buoni motivi di trascorrere il Natale nel panico.
Il suo vice Olaf Scholz, ponderato e competente ministro delle Finanze, era il nuovo leader in pectore della Spd, con il braccio destro Klara Geywitz. Sapeva di raccogliere un partito in macerie, dopo le dimissioni in primavera di Andrea Nahles sopraffatta dai fallimenti. Scholz sapeva anche di essere sul filo di lana con numeri: in testa al primo turno, ma con appena il 23% rispetto al 21% di quelli che sono diventati nuovi leader. Nondimeno nessuno, neanche il duo Esken-Walter-Borjans verso l’investitura al Congresso (6-8 dicembre 2019), si attendeva un segnale così forte dagli oltre 200 mila tesserati che hanno risposto al ballottaggio.
I ROBIN HOOD DEI CONTRIBUENTI
«115 mila compagni hanno votato per i due queruli», rompiscatole, commentano in Germania. Mentre i nuovi vertici dell‘estrema destra di AfD, eletti con un tempismo inquietante insieme a Esken e Walter-Borjans, puntano da sciacalli a quel che, profetizzano, resterà dell’Unione della Cdu-Csu. Benché la solida Bundesrepublik si muova a passo lento e monotono (Merkel è cancelliera dal 2006, Helmut Kohl suo pigmalione guidò la Germania per 16 anni), in effetti i tempi potrebbero essere maturi per uno scossone che porti al voto anticipato nel 2020. Il duo Esken-Walter-Borjans ha trascorso anni nelle retrovie, dissociandosi dai tagli al welfare e dalle aperture al mercato già dell’Agenda 2010 di Gerhard Schröder. «Il peccato originale», dicono, della Spd del terzo millennio. Il loro mantra è la «rinegoziazione del contratto di Grande coalizione», chiuso a fatica nel 2018 tra la Spd e la Cdu-Csu, dopo mesi di inedito vuoto di governo per la locomotiva d’Europa. Walter-Borjans, soprannominato il «Robin Hood dei contribuenti», a Merkel chiede di alzare il reddito minimo di 12 euro e ancora più fondi per il clima.
La cancelliera Angela Merkel (Cdu) con il vice cancelliere Olaf Scholz (Spd). GETTY.
L’ENDORSEMENT DI LAFONTAINE
Musica per le orecchie dell’eminenza grigia della Linke – ed ex presidente dei socialdemocratici – Oskar Lafontaine che vede spianarsi la strada per un’alleanza tra la sua sinistra radicale, i Verdi e una Spd tornata alle origini. «Adesso bisogna rompere con il neoliberismo», ha subito commentato il leader tradito da Schröder, «Esken e Walter-Borjans hanno avuto questa chance perché slegati dalle scelte sbagliate del passato. Possono ricostruire lo stato sociale e tornare alla politica di pace di Willy Brandt». L’attacco è anche alla politica muscolare della leader della Cdu, delfina della cancelliera, Annegret Kramp-Karrenbauer, da qualche mese ministro della Difesa, che accelera sul riarmo e auspica nuove riduzioni a un welfare, a suo avviso, «ai limiti del sostenibile». Lafontaine conosce bene la durezza di Kramp-Karrenbauer: entrambi, in tempi diversi, hanno governato la piccola Saarland afflitta dalla crisi dell’acciaio e dalla deindustrializzazione. Nei modi Merkel è più soft, ma la sostanza non cambia: il suo capo di gabinetto ha tagliato corto, di ritocchi all’accordo di governo i cristiano-democratici e sociali non vogliono saperne.
VERSO L’ALLEANZA A SINISTRA?
Difficile che il Robin Hood dei contribuenti e la co-leader si rimangino mesi di campagna e anni di militanza. Hanno anche l’appoggio dell’ala giovanile (Jusos) della Spd. A quel punto i socialdemocratici perderebbero anche il 14-15%, toccando davvero lo zero. E se si rompe il giocattolo e si spacca ancora il partito – Scholz, scosso dai risultati, esclude le sue dimissioni dal ministro dell’Eurogruppo – si possono solo anticipare le Legislative. La nuova guida dei socialdemocratici invita a non guardare come a un tabù le coalizioni con la Linke che dal 1990 inglobò i socialisti dell’ex Ddr: gli esperimenti nei governi locali, nei Comuni e nei Land sono incoraggianti. Nuovi laboratori in questa direzione stanno nascendo dalle alleanze anti-AfD delle Amministrative nel 2019. Verdi e sinistra radicale, con una Spd che inverte davvero rotta dalle grandi coalizioni, potrebbero mollare gli ormeggi per gli esecutivi nazionali. Ne sono convinti anche nell’estrema destra, intenzionata di conseguenza ad «andare al governo» con la Cdu-Csu. Per alcuni conservatori, soprattutto nell’ala bavarese della Csu, non sarebbe la fine del mondo.
L’ESTREMA DESTRA MIRA A ENTRARE NEL GOVERNO
Il regista dell’operazione Aexander Gauland ha passato quasi 40 anni nella Cdu, ed è deciso a traghettare l’AfD – con tutte le sue anime – verso l’alleanza con i moderati. Al Congresso di Braunschweig, assediato da 20 mila contestatori, ha ceduto lo scettro di portavoce a Tino Chrupalla, 44enne homo faber di AfD ed ex militante nei pulcini della Cdu, il «suo ragazzo» commentano in Germania. Come Gauland, Chrupalla viene dalla Sassonia, roccaforte di AfD e delle frange più estremiste dell’estrema destra. È un ex imbianchino e decoratore, un piccolo imprenditore che sa parlare alla gente, chiede sicurezza ed è vicino alla Russia. Da deputato, ha sferrato duri attacchi alla cancelliera Merkel. È definito un «patriota tedesco», come il braccio destro, co-presidente di AfD Jörg Meuthen. Ma ultimamente Chrupalla ha addolcito i toni schierandosi «contro gli antisemiti nel partito», si mormora su ordine di Gauland che in parlamento, fino al nuovo voto, continua a essere il capogruppo e a indicare le mosse. Convinto che presto o tardi tutta la sinistra si metterà d’accordo, e quel giorno Afd vuole essere pronta.
Tino Chrupalla e Joerg Meuthen, alla presidenza dell’estrema destra di AfD, in Germania. GETTY.
IL MAQUILLAGE DI AFD
All’ultimo Congresso anche l’ala ultranazionalista di AfD che ha trionfato in Sassonia, la Flügel di Björn Höcke, ha abbandonato i toni neonazisti. Tutti, incluso Höcke, fanno i responsabili per scalare il Bundestag. Anche a questo servono Chrupalla e Meuthen: appartenenti alla corrente “moderata” ma dialoganti con i leader più estremi del movimento. Che la Cdu, in particolare, ceda alle lusinghe di AfD è però ancora più improbabile di un’apertura alla sinistra della Spd. Proprio i cristiano-democratici di Merkel sono vittime dell’omicidio politico di Walter Lübcke, il governatore locale che accoglieva i migranti freddato a giugno da un neonazista. Le lunghe frequentazioni di figure di AfD come Höcke in questo sottobosco sono assodate. Un sì all’estrema destra spaccherebbe l’Unione della Cdu-Csu più di quanto Esken e Walter-Borjans non dividano i socialdemocratici. E che per AfD si tratti solo maquillage è evidente: il deputato Stephan Brandner, appena destituito dalla guida della commissione parlamentare della Giustizia, per diverse affermazioni razziste e antisemite, è stato eletto vice presidente di AfD.
IL PRECIPIZIO DELLA SPD
Un fatto «mai accaduto prima» nella storia della Bundesrepublik, fanno quadrato tutte le altre forze politiche. L’altro vicepresidente di AfD, in tandem con l’ex co-leader certo non tenera Alice Weidel, è l’ex eurodeputata Beatrix von Storch, nipote dell’ultimo primo ministro di Adolf Hitler. Ricostruire una verginità ad AfD è una mission impossibile. Ma anche i due nuovi leader della Spd sono sul crinale di un precipizio. Nahles, prima donna alla guida dei socialdemocratici, fu nominata nel 2018 con il 50%, il suo mentore Martin Schulz era stato acclamato all’unanimità nel 2017, ma entrambi sono durati poco. Lo storico partito europeo ha continuato a perdere consensi ed elezioni. Al duo si rimprovera già, da una fetta minoritaria ma significativa del partito, la scarsa preparazione nazionale e di governo al cospetto, per esempio, del vice-cancelliere Scholz. Esken, 58enne informatica di Stoccarda, è stata dirigente locale del partito, prima che deputata. Walter-Borjans è un economista 67enne, già ministro delle Finanze nel Nord Reno-Westfalia. Nahles è uscita di scena da leader della Spd con un «statemi bene». Al nuovo duo intanto auguri.
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L'Alleanza Atlantica riunita a Londra affronta minacce esterne, ma soprattutto interne: Trump resta un'incognita e Macron ha scagliato uno degli attacchi più duri di sempre.
L’Alleanza Atlantica compie 70 anni. Ma al vertice Nato di Londra potrebbe esserci ben poco da festeggiare. Raramente i leader alleati si sono ritrovati attorno allo stesso tavolo in un simile clima di tensione, ognuno portatore di una propria visione, divisi su come ridisegnare le relazioni transatlantiche e su come affrontare le sfide di un mondo e di una mappa geopolitica che cambiano sempre più in fretta. Le parole di qualche settimana fa di EmmanuelMacron, che ha parlato di «morte cerebrale» dell’organizzazione, pesano come macigni. E lasciano intravedere un possibile nuovo inedito asse con DonaldTrump. Il presidente americano, secondo quanto si apprende, avrà anche un incontro bilaterale con Giuseppe Conte a margine dei lavori.
ERDOGAN E BREXIT GLI OSSERVATI SPECIALI
Ma a pesare sul summit sono inevitabilmente anche le vicende personali di molti dei leader. Nonostante la Brexit il premier britannico Boris Johnson vuole dimostrare come l’uscita dalla Ue non pregiudichi l’impegno del suo Paese nella Nato, mettendo anche in guardia l’amico Trump dal non interferire nelle vicende interne del Regno Unito. Osservato speciale sarà poi il sultano turco Recep Tayyip Erdogan, nel mirino degli europei per l’offensiva contro i curdi nel nord della Siria.
L’OMBRA DELL’IMPEACHMENT SU TRUMP
Ma ancora una volta la vera incognita è cosa farà il presidente Usa, volato in Europa quasi fuggendo dalla morsa dell’impeachment. Un tycoon mai come in questa occasione in cerca di legittimità e visibilità in campo internazionale, per oscurare il processo che sta subendo in casa e che rischia di minare le sue chance di rielezione nel 2020. «Da quando sono presidente il numero degli alleati della Nato che hanno adempiuto ai loro obblighi finanziari è più che raddoppiato!», ha scritto su Twitter mentre era in volo sull’Air Force One verso Londra.
In the 3 decades before my election, NATO spending declined by two-thirds, and only 3 other NATO members were meeting their financial obligations. Since I took office, the number of NATO allies fulfilling their obligations more than DOUBLED, and NATO spending increased by $130B!
Del resto il summit Nato prende il via proprio nel giorno in cui si apre in Congresso una nuova cruciale fase dell’inchiesta, quella che dovrebbe portare entro Natale al voto della Camera sulla messa in stato di accusa del presidente, rassegnato oramai a sottoporsi nel nuovo anno al giudizio del Senato. Non nuovo ai colpi di scena, cosa abbia in serbo Trump per trasformare Londra in una vetrina che rafforzi la sua immagine sono in molti a chiederselo, dopo i ripetuti scontri sul contributo dei singoli Paesi all’Alleanza. Del resto il tycoon al vertice di Bruxelles lo scorso luglio arrivò ad agitare lo spettro di una clamorosa uscita degli Usa dall’organizzazione, con tanto di incidente diplomatico con Angela Merkel, mollata nel mezzo delle sue dichiarazioni finali. Uno sgarbo che difficilmente la cancelliera tedesca avrà archiviato.
IL PRESSING DEGLI USA CONTRO IL 5G CINESE
Ad accentuare le tensioni potrebbe poi essere il pressing di Washington sugli europei affinché rinuncino a collaborare con i cinesi per realizzare le reti di nuova generazione 5G. «Non dovete fidarvi di società come Huawei o Zte», ha scritto il segretario di Stato americano Mike Pompeo in una lettera aperta agli alleati del Vecchio Continente, sottolineando come per gli Usa sia una questione di sicurezza nazionale. «È fondamentale che i Paesi europei non consegnino il controllo delle loro infrastrutture vitali», ha affermato Pompeo: «Con le capacità del 5G il partito comunista cinese può utilizzate l’accesso di Huawei o Zte nei Paesi europei per rubare informazioni, spiare o sabotare reti infrastrutturali critiche».
IL PROGRAMMA DEL SUMMIT
Il summit sarà preceduto il 3 dicembre da un incontro a 4 fra i leader di Regno Unito, Germania, Francia e Turchia ospitato da Johnson a Downing Street e dedicato alla situazione del conflitto in Siria alla luce della controversa operazione anti milizie curde intrapresa da Ankara. Seguirà in serata il ricevimento cerimoniale dei 29 capi di Stato e di governo invitati dalla regina Elisabetta a Buckingham Palace. Il 4 dicembre i protagonisti si sposteranno a Watford, nell’Hertfordshire, per l’appartato e blindatissimo vertice vero e proprio ospitato nelle sale del Grove Hotel, dove il primo ministro Johnson accoglierà le delegazioni affiancato dal segretario generale dell’Alleanza, il norvegese Jens Stoltenberg, oltre che dal suo ministro della Difesa, Ben Wallace, e dalla viceministra Anne-Marie Trevelyan.
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Al siderurgico legata anche la crisi dell’auto. Per i dazi di Trump, la concorrenza dalla Cina e la conversione green dell’Ue. Il cuore della Ruhr è malato: migliaia di cassintegrati agli altiforni.
Anche i grandi soffrono. La crisi dell’acciaio mette a rischio migliaia di posti di lavoro, anche in Germania, soprattutto nei bacini siderurgici della Saarland e della Ruhr contesi nella Prima guerra mondiale per le risorse minerarie e per le industrie pesanti. Ma il cuore europeo delle acciaierie soffre di una «pressione immensa» allertano i vertici dei metalmeccanici (Ig Metall) del Nord Reno-Vestfalia. Le condizioni di mercato, per diversi fattori concomitanti, sono reputate «molto difficili» anche dai vertici del gruppo Nirosta che entro la fine del 2021 programma di abbattere 373 posti di lavoro, in primo luogo negli stabilimenti della Saarland. Nel 2012 Thyssenkrupp cedette il ramo Nirosta ai finlandesi di Outokumpu, che evidentemente non ritengono più redditizio produrre in Germania. Ma non è una questione di stranieri: anche Dillinger e il gruppo Saarstahl, aziende con secoli di storia nel Land, hanno annunciato 1500 esuberi in tre anni.
MENO 4% DI PRODUZIONE DI ACCIAIO
Monta aria di smantellamento tra gli altiforni tedeschi: un comparto di 80 mila addetti siderurgici, 22 mila dei quali nella Saarland, 45 mila in Nord Reno-Vestfalia, diverse altre migliaia in Land come l’Assia. Le acciaierie più grandi reggeranno, ma cambiando radicalmente impianti e lavorazioni. Al costo di miliardi di euro di riconversione e di migliaia di posti di lavoro persi. Nel 2019 in Germania si è prodotto il 4% dell’acciaio in meno dello stesso del 2018. E da settembre parte dei lavoratori della Saarstahl sono in cassa integrazione, come da marzo in Assia alla Buderus Edelstahl che ha cancellato 150 posti di lavoro. Il comparto non migliorerà nel 2020: per l’anno fiscale da settembre 2019 a settembre 2020, l’ammiraglia Thyssenkrupp ha preannunciato una perdita netta«significativamente più elevata», considerato che il bilancio di quest’anno si è chiuso con 304 milioni di euro di perdita netta, rispetto ai 62 milioni del 2018.
Il monumento alle miniere della Saarland. GETTY.
DALLA SIDERURGIA IL 6% DI EMISSIONI CO2
Così per il 3 dicembre è annunciata in Nord Reno-Westfalia una mobilitazione dei lavoratori di Thyssenkrupp. Contro il «circolo vizioso», dicono, che si trascina dietro anche la grave crisi dell’auto. La tagliola dei dazi di Donald Trump sull’acciaio dall’Ue (con la minaccia di dazi ancora più pesanti sulle auto, e ogni auto ha circa un quintale di acciaio) ha aggravato la contrazione. Già in atto a causa dell’import di acciaio a basso costo – soprattutto dalla Cina -, e del processo di automazione anche nell’industria pesante. Non ultimo, grava l’adeguamento agli obiettivi dell’Ue di emissioni zero e di decarbonizzazione entro il 2050 dell’Ue: alla lunga, l’onere più grande per la siderurgia che da sola in Germania causa il 6% delle emissioni Co2 (il 2,5% gli altiforni di Duisburg, nella Ruhr).Angela Merkel ci punta molto: ha appena approvato un piano per il clima di 100 miliardi entro il 2030, che se da un lato dà incentivi anche alle acciaierie per pulirsi, dall’altro ne uccide il comparto e gli indotti.
Per diventare a emissioni zero Thyssenkrupp stima una spesa di 10 miliardi di euro, anche nella ricerca
PRODURRE ACCIAIO GREEN COSTA MOLTO
Thyssenkrupp è il primo della branca a cavalcare la rivoluzione green lanciata dall’ultimo governo della cancelliera: entro il 2050 il gruppo intende dichiararsi clima neutrale. Ma per ridurre a zero l’impatto delle emissioni nocive per l’ambiente, nel siderurgico bisogna sostituire tutti gli altiforni a carbone con altiforni a idrogeno, facendoli lavorare con fonti di energia rinnovabili. Il colosso di Essen stima una spesa di 10 miliardi di euro, anche nella ricerca, per la trasformazione: senza aiuti statali impossibile anche per multinazionali del suo calibro. Tanto più che per Paesi come la Germania attingere dal solare per smantellare le centrali a carbone è più difficile e costoso. Produrre acciaio internamente resterà poi sempre oneroso anche per il costo del lavoro, più alto che negli stabilimenti in Cina sempre più grandi e numerosi. E come se non bastasse nel 2019 si è arrivati a un surplus di acciaio nel mondo, anche per il calo di produzione delle auto a causa delle minori richieste.
Le scorie durante la produzione dell’acciaio Thyssen negli altiforni di Duisburg. GETTY.
ANCHE LE TUTE BLU DELL’AUTO IN SCIOPERO
La Saarland è pronta a diventare una «regione modello per la produzione di acciaio a emissioni zero». Ma il governo locale guidato dalla Cdu di Merkel chiede che una «protezione del settore a livello nazionale», anche attraverso un pressing nell’Ue per una riesame delle clausole di salvaguardia a freno delle importazioni di acciaio a basso costo. L’agitazione cresce anche nel settore dell’auto: a novembre a Stoccarda, nella capitale tedesca dell’auto, hanno dimostrato in 15 mila dai colossi Daimler, Audi, Bosch e dagli altri gruppi dell’indotto. Ig Metall stima piani di ristrutturazione per 160 aziende del ramo, solo nel Baden-Württemberg: il governo (Verdi e Cdu) del Land – ricco ma legato all’export di auto – ha convocato a settembre i rappresentanti di categoria e il governo. Anche per ridiscutere i parametri della cassa integrazione e per chiedere aiuto al ministero del Lavoro. E se si ferma l’indotto tedesco dell’auto e dell’acciaio, si blocca anche l’indotto italiano.
PIÙ TASSE E MENO AUTO E ACCIAIO. ANCHE IN ITALIA
Tutte le case automobilistiche investono massicciamente in auto elettriche e a guida autonoma. Il contraltare, come nel siderurgico, è tagliare il costo del lavoro in stabilimenti dove gli operai sono sostituiti da robot. D’altronde i 100 miliardi della Grande coalizione vanno in premi all’acquisto di veicoli elettrici, in riduzioni nei biglietti dei mezzi pubblici meno inquinanti come i treni, e in investimenti per spingere l’energia da fonti rinnovabili, che in Germania sono soprattutto parchi eolici. Tutte spese finanziate dai rincari alle tariffe per le emissioni Co2 nei trasporti e nell’edilizia (per i quali saranno introdotte certificazioni) e dagli aumenti sul consumo di benzina e diesel. Mentre ai costruttori si impongono quote obbligatorie di auto elettriche e sul territorio si piantano stazioni di ricarica. Tempi più verdi, ma molto più grigi per l’industria pesante tedesca che produrrà magari dell’acciaio più pulito. Ma che di sicuro produrrà meno acciaio.
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