Diversi feriti in un edificio di Ostrava, nel Nord del Paese. Le circostanze dell'accaduto sono poco chiare, con il killer che è ancora in fuga.
Strage in un ospedale universitario di Ostrava, nel Nord della Repubblica Ceca, dove sei persone sono rimaste uccise e diverse ferite in seguito a una sparatoria. A fornire il bilancio delle vittime è stato il ministro dell’interno Jan Hamacek, mentre non è ancora chiara la dinamica dell’accaduto. Quel che è certo è che il killer, un uomo alto un metro e 80 con un giubbotto rosso è in fuga. L’ospedale è stato evacuato.
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Incontro positivo nella giornata di lavoro in Francia. Kiev e Mosca trovano nuove intese su prigionieri e cessate il fuoco. Nuovo appuntamento a Berlino nel 2020.
Da incontro quasi simbolico a vertice fiume. A Parigi il summit del formato Normandia sul futuro dell’Ucraina ha frantumato ogni scaletta prevista e i quattro leader, in una girandola di bilaterali, negoziati e cene di lavoro, hanno fatto le ore piccole. Ma l’esito sembra essere stato positivo. Il presidente russo Vladimir Putin, in una battuta strappata dai giornalisti, si è detto «soddisfatto» del suo faccia a faccia con l’omologo ucraino Volodymyr Zelensky. Che a sua volta, attraverso il portavoce, ha definito i negoziati «un successo». Tanto che tra quattro mesi le parti si rivedranno in Germania, a Berlino.
LA GIRANGOLA DI VERTICI E BILATERALI
Certo, il diavolo sta nei dettagli e resta da capire la misura di tanto ottimismo. Zelensky, l’ultimo arrivato al ‘grande gioco’ dei vertici internazionali, è sembrato a tratti spaesato ed è stato aiutato dal padrone di casa, Emmanuel Macron, a trovare il suo posto alla tavola rotonda, piazzata in una saletta dell’Eliseo, in cui i quattro si sono seduti per il vertice vero e proprio. Prima il programma prevedeva i bilaterali Zelensky-Macron e Putin-Merkel, poi il cambio di coppia (Putin-Macron, Zelensky-Merkel). Quindi i negoziati a quattro, seguiti dal primo incontro privato tra Putin e Zelensky (durato a quanto pare 15 minuti).
PRIGIONIERI, CESSATE IL FUOCO ED ELEZIONI: I PUNTI DI ZELENSKY
I leader si sono poi rivisti alla cena di lavoro, proseguita ben oltre le iniziali previsioni. Ed è qui che sembrerebbe essere iniziato il lavoro vero, per limare le parole da includere nel comunicato congiunto prima della conferenza stampa (quattro le domande ammesse, una per Paese). Il presidente ucraino ha potuto contare su una folta schiera di consiglieri ad assisterlo nei vari punti in programma (tra cui il capo dei servizi di sicurezza, il capo dell’esercito, il numero uno della compagnia nazionale del gas, la Naftogaz, e il ministro dell’Energia). Zelensky aveva evidenziato tre argomenti chiave del vertice: un ulteriore scambio di prigionieri (poi confermato), un cessate il fuoco e le elezioni locali nel Donbass.
IL NODO DEGLI ACCORDI SUL GAS
L’Ucraina attende con ansia l’esito di questo vertice e non manca, in Patria, l’opposizione per quella che viene giudicata come una linea di ‘appeasement’ con Mosca. Ovvero mettere fine, senza se e senza ma, alla guerra nel Donbass. E dunque è cruciale capire se vi sono passi avanti chiari sull’attuazione degli accordi di Minsk – fondamentali anche per togliere le sanzioni alla Russia – oppure se si tratta solo di intenzioni. L’altro tema caldo è quello del rinnovo del contratto di fornitura del gas a Kiev, che scade il 31 dicembre 2019. Trovare un’intesa per rinnovarlo è interesse sia di Zelensky che di Putin (che pure a Parigi poteva contare sulla presenza dell’ad di Gazprom, Alexei Miller, e il ministro dell’Energia Alexander Novak, i ‘signori del gas’). Anche su questo fronte qualcosa è trapelato. E cioè che serviranno ulteriori negoziati in diversi formati – bilaterali e trilaterali con la Commissione Europea – per arrivare a un accordo.
I PUNTI SALIENTI DELL’INTESA
Un nuovo scambio di prigionieri sulla base del principio ‘tutti per tutti’, ovvero la restituzione di tutti i noti detenuti di entrambe le parti. La data stabilita, ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, è quella del 24 dicembre.
Le parti si impegnano a una piena e completa attuazione del cessate il fuoco, rafforzato dall’attuazione di tutte le necessarie misure di sostegno alla tregua, prima della fine del 2019.
Le parti sosterranno un accordo all’interno del Gruppo di contatto trilaterale su tre ulteriori aree di disimpegno dal fronte, con l’obiettivo di smobilitare forze e mezzi entro la fine di marzo 2020.
Le parti sosterranno un accordo all’interno del Gruppo di contatto trilaterale, entro 30 giorni, su nuovi punti di attraversamento lungo la linea del fronte, basati principalmente su criteri umanitari.
Le parti ritengono necessario integrare la “formula di Steinmeier” nella legislazione ucraina, in conformità con la versione concordata nell’ambito del Formato Normandia e del Gruppo di contatto trilaterale.
Un nuovo vertice del Formato Normandia verrà organizzato fra quattro mesi per verificare l’avanzamento degli accordi e continuare la discussione per trovare “punti di compromesso” sulle questioni ancora non risolte
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La legge del 1905 sulla laicità incombe sugli allestimenti in vista del Natale. Epicentro delle polemiche la cittadina di Béziers. E le associazioni già minacciano i ricorsi.
Puntuali come ogni anno prima delle feste di Natale riesplodono in Francia i veleni sulla questione del presepe negli edifici pubblici. La Fédération de la Libre Pensée ha diramato una sorta di vademecum agli esponenti locali per ricordare le «pratiche da eseguire prima di rivolgersi ai giudici amministrativi», in caso di violazione della legge del 1905 sulla laicità, tra i valori fondanti della République.
LA CITTADINA DI BÉZIERS EPICENTRO DELLE POLEMICHE
Epicentro delle polemiche, come ormai di consueto da qualche tempo, è Béziers, la cittadina del Sud della Francia ad alta densità di immigrati guidata da Robert Ménard, il sindaco ‘sceriffo’ eletto nel 2014 con il sostegno del Front National. Ex presidente di Reporter senza Frontiere, passato da una gioventù di militanza comunista al ‘mito’ di Matteo Salvini – nella sua raffica quotidiana di tweet sono numerosi gli omaggi al leader della Lega, a cominciare dalla chiusura dei porti ai migranti – Ménard ha presieduto nei giorni scorsi una solenne cerimonia nella piazza del municipio per inaugurare il nuovo controverso presepio del comune.
IL PRESEPE PRONTO A ESSERE SPOSTATO
Come lo scorso anno, la rappresentazione della nascita di Gesù poggia su una grande tavola a rotelle in modo da poterla spostare rapidamente in caso di proteste o condanne della giustizia. Rivolgendosi ai concittadini presenti, tra cui rappresentanti e fedeli di cinque religioni, Ménard ha assicurato che la Natività «non è una polemica, non è una provocazione, ma un tratto d’unione». E ancora: «Questo presepe non è fatto contro nessuno, ma è per tutti. Qui siamo nella nostra casa comune. Un municipio è una casa comune in cui ciascuno ha il proprio posto» ha aggiunto nel lungo discorso dai toni quasi messianici.
LE CONDANNE PASSATE PER VIOLAZIONE DELLA LAICITÀ
«Sono affranto nel vedere un rappresentante della Repubblica giocare contro questa Repubblica. Affranto nel vedere un simbolo familiare come il presepe di Natale trasformato in un’arma di lotta politica», deplora su Twitter Pascal Resplandy, il candidato indipendente che si è lanciato nella difficile sfida di sconfiggere Ménard nelle elezioni comunali di marzo. «L’appartenenza a una religione» – avverte – «non è il fondamento della nostra cittadinanza, la Repubblica è laica, democratica e sociale». Anche l’associazione Libre pensée de l’Hérault deplora che un «presepe cattolico» venga «sistemato tra le mura di un edificio pubblico» e si dice pronta a «presentare ricorso». Del resto, il comune di Béziers è già stato condannato in passato per violazione delle regole sulla ‘Laicité’. Condanne che non sembrano scuotere più di tanto gli autoctoni, sostanzialmente favorevoli all’iniziativa. Ma le polemiche sul presepe nei luoghi pubblici riguardano anche altre zone di Francia, dalla regione Auvergne-Rhone-Alpes a quello vivente previsto a Tolosa. Nel cosiddetto ‘Paese della Laicità’ (alla francese) l’annuale duello sui simboli natalizi è solo cominciato.
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Intervento della militante svedese durante il vertice spagnolo sul clima. «Gli effetti si vedono già ora». E in conferenza stampa intervengono anche altri giovani da tutto il mondo.
«Le emergenze climatiche non sono qualcosa che avranno un impatto sul futuro, che avranno effetto sui bambini nati oggi una volta diventati adulti, hanno già effetto sulle persone che vivono oggi». Non si stanca di ripeterlo, Greta Thunberg, e lo ha fatto ancora alla Cop25 a Madrid. Ormai seguita come una vera star, assediata dal circo mediatico, la sedicenne attivista svedese diventata icona mondiale della lotta al global warming, ha lanciato il primo messaggio in avvio della seconda settimana di negoziati alla Conferenza sul clima dell’Onu. La sua pressione e quella di tanti giovani, anche dopo la marcia di 500mila persone, venerdì 6 a dicembre a Madrid, è alta e si fa sentire.
LAVORI IN VISTA DEL COP26 DI GLASGOW
Intanto stanno cominciando ad arrivare capi di Stato, ministri e ambasciatori dei 196 Paesi partecipanti e tra il 10 e l’11 scenderanno nel centro conferenze. Nelle loro mani è lo sblocco dei negoziati che devono spianare la strada alla Cop26 nel 2020 a Glasgow dove si deve mettere il sigillo agli impegni climatici di ciascuno al 2030 e al 2050 per contenere le emissioni di Co2 che provocano il riscaldamento globale e quindi eventi climatici estremi.
BREVE APPARIZIONE IN CONFERENZA STAMPA
Devono dimostrare di ascoltare il «grido» dei giovani e della gente che ha «scioperato per il clima» scendendo in strada in tutto il mondo. In una conferenza stampa superaffollata, organizzata da Fridays for Future – il movimento globale nato sulla scia dei venerdì di sciopero dalla scuola avviati nel 2018 da Greta davanti al Parlamento svedese – la giovane attivista non ha voluto ancora una volta monopolizzare la scena. E dopo una breve dichiarazione ha lasciato la parola a «coloro che già stanno soffrendo le conseguenze della crisi climatica», ricordando anche gli indigeni assassinati in Brasile per proteggere la foresta amazzonica dalla deforestazione.
IL PASSAGGIO DI TESTIMONE AD ALTRI ATTIVISTI
Per la grande quantità di persone in coda per seguire l’evento, la sala è stata chiusa e poi riaperta solo ai giornalisti. «Abbiamo il dovere di usare l’attenzione dei media per far sentire la nostra voce» ha aggiunto Greta, prima di dare la parola all’attivista tedesca e moderatrice Luisa Neubauer e ad altri ragazzi provenienti da varie parti del mondo, dall’Uganda al Cile. «Io e Luisa non parleremo oggi, siamo privilegiate», ha aggiunto, «perchè le nostre storie sono state già dette. Devono essere ascoltate le storie degli altri, soprattutto del sud del mondo e delle comunità indigene».
LE VOCI DALLE ISOLE MARSHALL AL CILE
Il primo a prendere la parola dopo Greta è stato un ragazzo proveniente dalle isole Marshall, alle prese con l’innalzamento del mare. «Ci hanno detto che per resistere dobbiamo adattarci, andare più in alto», ha affermato, «o che una soluzione che abbiamo è emigrare». Poi altri interventi hanno visto alternarsi ragazzi dalle Filippine agli Usa al Cile. Un attivista russo ha ricordato come nel proprio paese sono state arrestate delle persone per aver partecipato alle proteste sul clima.
IL MESSAGGIO DI POPOLI INDIGENI E AFRICANI
Tra gli speaker anche una ragazza nativa americana, che ha ricordato le lotte in corso contro lo sfruttamento dei territori contro il volere degli indigeni. Il messaggio di tutti ai politici è stato la richiesta di avere più visibilità. «Chiediamo di essere ascoltati, perché nessuno più di noi sperimenta sulla propria pelle i danni dai cambiamenti climatici», ha ricordato ad esempio un’attivista dall’Uganda, Hilda Flavia Nakabuye, che ha parlato della questione ambientale come «una nuova forma di razzismo». L’Africa, ha osservato, «quasi non emette nulla» di gas serra «ma siamo quelli che soffrono di più».
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Dopo l'ultimatum di Damasco alla messa in onda del servizio curato da Monica Maggioni, la stampa filo-governativa lancia nuove accuse: «Media italiani sottomessi agli Stati Uniti»
Non si placano le polemiche sulla mancata trasmissione dell’intervista realizzata da Monica Maggioni al presidente siriano Bashar al Assad, a breve distanza dall’ultimatum col quale Damasco ha concesso 48 ore alla Rai per la messa in onda del documento. A insorgere ora sono anche i media filo-governativi del regime siriano, che hanno accusato viale Mazzini di sottomissione agli Stati Uniti dietro la scelta di non provvedere alla trasmissione dell’intervista.
«SOTTOMISSIONE ALLA VOLONTÀ AMERICANA»
Al Watan ha infatti titolato in prima pagina “Un canale tv di notizie italiano rifiuta di trasmettere un’intervista con il presidente”. Per il giornale si tratta di una «sottomissione, in un modo o nell’altro, alla volontà americana e ai suoi progetti distruttivi».Il quotidiano in questione è di proprietà di Rami Makhlouf, cugino di Assad, che ha accusato esplicitamente la Rai di aver «avuto paura delle parole di verità del presidente Assad». «L’atto commesso dalla tv italiana», prosegue il pezzo, «rivela l’entità del coinvolgimento dei media occidentali nella cospirazione contro i siriani».
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Il presidente turco contro l'Occidente che «incoraggia la brutalità di Israele» e divide il mondo islamico. A partire dalla Francia che accusa Ankara di proteggere il terrorismo.
È un Erdogan a muso duro contro l’Occidente quello che il 9 dicembre si è scagliato contro il presidente francese Emmanuel Macron. «A Parigi sono comparsi i gilet gialli. Avanti, trova una soluzione, falli smettere, vediamo. Perché non riesci a fermarli?», ha detto il presidente turco in un nuovo attacco diretto al suo omologo francese, parlando a un vertice dell’Organizzazione della cooperazione islamica a Istanbul.
L’INVITO ALL’UNITÀ DEL MONDO ISLAMICO CONTRO L’OCCIDENTE
«La brutalità di Israele è incoraggiata dai Paesi occidentali e, lo dico con tristezza, da alcuni Paesi arabi», ha detto Erdogan. «Quando protestiamo contro l’oppressione a Gerusalemme e in Palestina, la maggior parte delle volte ci sentiamo soli», ha aggiunto il leader di Ankara. «L’imperialismo prosegue il suo cammino con un’ideologia che consiste nel dividere, smembrare e assorbire i Paesi», ha proseguito il leader turco, tornando a denunciare l’uso dell’espressione «terrorismo islamico» da parte dei Paesi occidentali anche nel recente vertice Nato di Londra. «I Paesi musulmani, chiusi in se stessi per varie ragioni, disperdono inutilmente i propri mezzi e le proprie energie. Purtroppo i musulmani, che rappresentano circa un quarto della popolazione mondiale, non riescono a conseguire uno sviluppo politico, economico, sociale e culturale proporzionale alle loro forze», ha aggiunto il presidente turco, invitando il mondo islamico all’unità.
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In un'intervista alla Suddeutsche Zeitung, il commissario italiano annuncia che il patto di stabilità va modificato: «Le regole europee sono state pensate in un momento di crisi: ora vanno riviste». E poi rassicura i tedeschi: «Non userò due pesi e due misure».
Nel nome degli investimenti, il commissario europeo Paolo Gentiloni è pronto a proporre e sostenere una revisione del patto di stabilità europeo. Ed è andato a dirlo nella capitale della Baviera, la regione più competitiva della prima economia europea e dello Stato che dà sempre si è opposto alla modifica delle regole fiscali europee. «Il patto di stabilità è stato pensato in un momento di crisi, e ora va rivisto», ha dichiarato Gentiloni, in un’intervista alla Sueddeutsche Zeitung.
Il Commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni durante una conferenza stampa al termine del Consiglio affari economici e finanziaria a Bruxelles ANSA/STEPHANIE LECOCQ
«NON USERÒ MAI DUE PESI E DUE MISURE»
«Dobbiamo mettere in chiaro che queste regole sono nate in un momento particolare, nel contesto di una crisi. Ora però da questa crisi siamo fuori», ha argomentato, «e abbiamo altre sfide davanti a noi: la lotta al cambiamento climatico e il pericolo di avere, per un lungo periodo, una crescita bassa e una bassa inflazione». «In questo contesto le regole europee devono essere gradualmente adeguate», ha spiegato Gentiloni.
«SUL MES NON ABBIAMO BISOGNO DI AUTOLESIONISMO»
Il commissario agli Affari economici ha rassicurato gli interlocutori tedeschi: «Non applicherò due pesi e due misure» rispetto all’Italia, in un’intervista alla Sueddeutsche Zeitung, a proposito delle riserve sulla sua imparzialità sulla situazione italiana e sul bilancio. «La presidente von der Leyen ha più volte ripetuto quanto sia importante usare la flessibilità», ha poi aggiunto. Al Rome investment forum 2019, l’ex premier italiano ha dichiarato anche che sul Meccanismo europeo di stabilità, al centro delle polemiche italiane, «di tutto abbiamo bisogno tranne che di una fiammata di autolesionismo, di cui ogni tanto purtroppo il nostro paese è protagonista. paghiamo prezzi politici rilevanti. Abbiamo bisogno, piuttosto, di un rilancio di crescita e sostenibilità».
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Almeno cinque morti e dozzine di dispersi sulla piccola White Island. Diversi visitatori feriti portati in ospedale. La polizia: «Nessun sopravvissuto sull'isola».
Almeno cinque persone sono morte, diverse sono rimaste ferite e molti turisti risultano dispersi su una piccola isola della NuovaZelanda, il cui vulcano è eruttato improvvisamente. La premier neozelandese, Jacinda Ardern, ha dichiarato che su White Island c’era una dozzina di turisti al momento dell’eruzione. Testimoni affermano che alcuni turisti in quel momento erano sull’orlo del cratere. Il bilancio, fanno sapere le autorità, è probabilmente destinato ad aggravarsi.
My god, White Island volcano in New Zealand erupted today for first time since 2001. My family and I had gotten off it 20 minutes before, were waiting at our boat about to leave when we saw it. Boat ride home tending to people our boat rescued was indescribable. #whiteislandpic.twitter.com/QJwWi12Tvt
L’improvvisa eruzione del vulcano Waakari della piccola White Island è avvenuto nel pomeriggio, mentre diversi turisti stavano compiendo escursioni sul cratere. La premier, in conferenza stampa da Wellington, ha spiegato che finora c’è una vittima accertata, mentre diversi visitatori feriti – di cui non sono stati resi ancora noti né il numero né le nazionalità – sono stati trasportati in ospedale nella vicina North Island, l’isola più a nord dell’arcipelago neozelandese. L’ospedale St. John ha dichiarato che, sulla base delle testimonianze delle persone ricoverate, i visitatori presenti sull’isola erano almeno una ventina.
«NESSUN SOPRAVVISSUTO»
A cinque ore e mezza dall‘eruzione, attorno alle 12 e 30 ora italiana, la polizia neozelandaese ha fatto sapere che «Non ci sono segni di vita» sull’isola Whakaari dove è eruttato il vulcano, aggiungendo di ritenere che le persone che potevano essere recuperate ancora in vita sono già state tratte in salvo. Un elicottero della polizia e un aereo militare hanno effettuato voli di ricognizione sull’isola.«In base alle informazioni che abbiamo, non crediamo ci sia alcun sopravvissuto».
UNO DEI VULCANI PIÙ ATTIVI DELLA NUOVA ZELANDA
Ardern ha definito l’episodio «molto significativo». Il Waakari (questo il suo nome in lingua maori) è uno dei vulcani più attivi della Nuova Zelanda, ed è anche imprevedibile. Filmati ripresi dai turisti dal bordo del cratere verso l’interno pochi minuti prima dell’eruzione non mostrano alcun segno di attività. Quelle riprese dai telefonini a distanza dopo l’eruzione mostrano un imponente pennacchio di vapore bianco e cenere che si eleva a oltre 3.000 metri di quota.
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Il movimento dei coltivatori di coca boliviani dopo decenni di repressione e battaglie è riuscito nel 2006 a portare al potere il leader del Mas. Ma ora, dopo i disordini post elettorali, si è diviso. Lo scenario.
Le sommosse popolari che ormai da settimane interessano la Bolivia e che hanno determinato l’uscita di scena di Evo Morales segnano senz’altro la chiusura di un ciclo politico che ha avuto tra i suoi principali protagonisti i cocaleros, i coltivatori delle foglie di coca. Dopo la Colombia e il Perù, la Bolivia, con i suoi oltre 50 mila cocaleros, è il terzo produttore di coca a livello globale. Stando alle stime delle Nazioni Unite, la coca venduta sul mercato legale genera un giro d’affari tra i 375 e 461 milioni di dollari, con incidenza di circa l’1% sul Pil del Paese, pari a circa il 10% di quello del settore agricolo.
L’AUMENTO DELLA DOMANDA DI COCA E LA MIGRAZIONE INTERNA
La storia del movimento dei cocaleros, che nel corso degli anni si è ritagliato un ruolo rilevante nella vita politica Paese, è legato al notevole incremento negli Anni 70 della domanda di coca il cui effetto immediato è stato l’aumento di produzione che in soli dieci anni è passata da circa 4 a ben 39 tonnellate annue. La nuova opportunità di lavoro ha incoraggiato una forte migrazione interna di intere famiglie campesine che andavano in cerca di fortuna nella provincia del Chaparè (situata a nord del dipartimento di Cochabamba) e dello Yungas (nel dipartimento de La Paz), due grandi aree in cui si produce, rispettivamente, il 34% e il 65% dell’intero raccolto nazionale, equivalente a 55 mila tonnellate annue. L’area del Chaparè, che già ospitava gli operai delle miniere, è stata un vero e proprio laboratorio politico sociale. Partendo di qui il movimento cocaleros nel corso degli anni è riuscito a imporsi prima come forza di opposizione, poi a crescere fino al punto di eleggere presidente uno dei suoi leader, Evo Morales.
Gli Anni 80 hanno costituito il vero banco di prova per il movimento: l’organizzazione ha dovuto fare i conti con la dura repressione dei governi di centrodestra che godevano del supporto degli Stati Uniti. La risposta dei cocaleros non si fece attendere. Attraverso una serie di azioni di protesta, riuscirono ad attirare l’attenzione mediatica sulle loro rivendicazioni al punto da imporre il tema della coca nel dibattito nazionale. Sempre nello stesso decennio fu varata la legge 1008 che delimitava tre distinte zone di produzione: la prima, destinata alla produzione a uso medicinale e rituale; la seconda (nella zona del Chaparè) definita di transizione, utile ad assicurarsi un’eccedenza rispetto alla prima, ma che in realtà era destinata a soddisfare le esigenze del mercato degli stupefacenti in grande espansione; e la terza, zona illecita all’interno della quale la produzione era proibita.
Gli indios di Bolivia dalla parte di Morales. GETTY.
LE RIVENDICAZIONI DEL SINDACATO
Il sindacato ha sempre rivendicato la libertà di coltivazione ricordando la sacralità della coca, non solo un mezzo di sostentamento per migliaia di campesino ma anche un simbolo di dignità nazionale e di memoria collettiva. Non solo. Le organizzazioni hanno rinfacciato allo Stato di agire in modo repressivo sotto la pressione di Washington senza alcuna volontà di cercare una soluzione alternativa che tenesse conto del loro patrimonio culturale e indentitario nonché delle ricadute sociali ed economiche. Le lotte di quegli anni, caratterizzate anche da massacri come quello di Villa Tunari del giugno 1988, (12 morti e oltre 100 feriti) diedero ai cocaleros ulteriore forza permettendo loro di strutturare al meglio l’organizzazione che ormai, tanto per i campesino quanto per gli altri lavoratori, rappresentava l’unica alternativa allo Stato nei territori. Un primato che ha permesso ai suoi rappresentanti di porre la questione della coca al centro del dibattito politico, di stringere alleanze con altri sindacati e di supportare efficacemente la sinistra in crisi a causa delle lotte intestine, consentendo così al movimento di guadagnarsi i primi margini di manovra anche in ambito politico.
IL DIALOGO CON LE ISTITUZIONI
Gli Anni 90 hanno rappresentato la svolta. Il sindacato ampliò il raggio di azione delle proprie battaglie accreditandosi presso le istituzioni. Del 1997 è El Dialogo Nacional, la prima esperienza di costruzione partecipativa di un’agenda vertente su quattro principi imprescindibili: opportunità, equità, giustizia e dignità. Culmine di questo processo è stata l’adozione della Ley del Dialogo Nacional che, istituzionalizzando la partecipazione politica, ha creato le premesse del controllo sociale sullo Stato.
Evo Morales.
LA GUERRA DELL’ACQUA E DEL GAS
Il Paese cominciava a cambiare e i cocaleros diventavano protagonisti di questa “rivoluzione”. Prima con la mobilitazione nel 2000 contro la privatizzazione dell’acqua nella regione di Cochabamba. Disposta dal governo Bzner, la lotta si concluse con la cancellazione della contestata legge. Tre anni dopo, si opposero alla decisione del governo Sánchez de Lozada di esportare gas boliviano attraverso il porto cileno del Mejillones, scartando la via alternativa peruviana. Una decisione bollata come una concessione al governo di Santiago senza contropartita. La protesta costrinse alla fuga il presidente, sostituito dal suo vice Carlos Diego Mesa che cercò di placare gli animi con un apparente programma di nazionalizzazione. In realtà era il primo passo verso l’ascesa al potere di Evo Morales. La guerra dell’acqua e la guerra del gas hanno segnato la fine del potere neoliberista e l’inizio di una nuova pagina della storia boliviana con l’elezione del 2006 di Evo Morales, indio di etnia aymara, a capo del Mas il Movimento al Socialismo, un partito indio che chiedeva la fine delle privatizzazioni, la legalizzazione della coca e una più equa distribuzione della ricchezza nel paese
L’ASCESA DI MORALES
Morales ha impresso una svolta al Paese, dentro e fuori dai confini nazionali. Tuttavia, nel corso degli anni non sono mancate tensioni nella sua base. Nel 2011 è stato contestato per il progetto dell’autostrada che avrebbe dovuto attraversare il parco e l’area indigena del Tipnis, enorme riserva di acqua e ricca di giacimenti petroliferi, per collegare Villa Tunari, nella provincia di Chaparè, a San Ignacio de Moxos. Un’opera che si inseriva in un più ambizioso e strategico progetto sovranazionale di sviluppo, destinato a connettere il Pacifico all’Atlantico. Nell’ottobre 2012 Morales ha sottoscritto il contratto per la costruzione del primo tratto della strada, presupponendo che 45 delle 69 comunità locali consultate avessero dato il loro benestare; un dato, questo, contestato dagli indigeni dello Yungas. L’opera ha diviso le anime del movimento con una parte degli indigeni guidati da Felipe Quispe che si sono convertiti in duri oppositori del governo, andando incontro anche a una dura repressione. A rimanere fedeli ancora a Morales sono i cocaleros del Chaparè ormai diventato l’epicentro del conflitto dove i contadini marciano e muoiono per protestare contro il nuovo governo.
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Il presidente Rohani ha presentato al parlamento la prossima manovra. Un progetto di resistenza spinto anche grazie a un prestito della Russia.
Il presidente iraniano Hassan Rohani ha presentato in parlamento quella che ha definito la «finanziaria della resistenza» contro le sanzioni imposte dagli Stati Uniti. «Il prossimo anno, come quello in corso, la nostra manovra sarà una manovra di resistenza e perseveranza contro le sanzioni», ha dichiarato Rohani ai parlamentari secondo quanto riportato dalla radio statale.
Il presidente iraniano ha spiegato che il prossimo anno il Paese «dipenderà meno dalle entrate del petrolio». La finanziaria, ha aggiunto, ha potuto anche beneficiare di un prestito della Russia da 5 miliardi di dollari. Alla fine sarà una manovra da 40 miliardi di dollari, il 20% in più del 2019. Il prossimo anno fiscale in Iran inizia il 20 marzo, insieme con l’inizio del nuovo anno persiano.
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Viale Mazzini ne avrebbe rinviato più volte la trasmissione senza spiegazione. L'ufficio stampa della presidenza siriana dà fino al 9 dicembre. Poi la diffonderà sui media locali.
Meno di 48 ore. Se la Rai non manderà in onda entro lunedì 9 dicembre l’intervista realizzata da Monica Maggioni al presidente siriano Bashar al Assad, che doveva essere trasmessa il 2 dicembre scorso, Damasco programmerà sui media del Paese il colloquio senza la contemporaneità prevista dagli accordi. Lo rende noto l’Agi.
L’ACCORDO CON DAMASCO
«Il 26 novembre 2019, il presidente al-Assad ha rilasciato un’intervista alla Ceo di RaiCom, Monica Maggioni», ha scritto l’ufficio stampa della presidenza siriana in una nota pubblicata su Facebook in cui spiega i termini dell’accordo. «Si è convenuto che l’intervista sarebbe andata in onda il 2 dicembre su Rai News 24 e sui media nazionali siriani». Così però non è andata. Il 2 dicembre RaiNews24 ha chiesto di posticipare la messa in onda senza, stando alla versione di Damasco, ulteriori spiegazioni. A questo sono seguiti, sempre secondo l’ufficio stampa della presidenza siriana, altri due rinvii. «Questo», conclude la nota, «è un ulteriore esempio dei tentativi occidentali di nascondere la verità sulla situazione in Siria e sulle sue conseguenze sull’Europa e nell’arena internazionale». Così è scattato l’ultimatum: o l’intervista va in onda oppure la presidenza siriana la trasmetterà alle 21 di lunedì.
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Mohammed Saeed Alshamrani, sottotenente dell'aviazione saudita, era ospite della Naval Air Station in Florida per un programma di addestramento. Ha ucciso tre persone prima di essere neutralizzato.
Ha puntato la sua pistola e aperto il fuoco all’interno della Naval Air Station di Pensacola, in Florida, nella quale era ospitato per degli addestramenti speciali. A compiere l’attentato è stato uno studente di aviazione saudita, membro dell’esercito del Paese arabo, che è stato ucciso durante la sparatoria. L’uomo ha colpito a morte tre persone e ne ha ferite altre sette, tra cui i due agenti (non in pericolo di vita) che lo hanno neutralizzato. Ecco cosa sappiamo del fatto.
UN MEMBRO DELL’ESERCITO SAUDITA
L’autore della sparatoria, identiticato dai media Usa come sottotenente Mohammed Saeed Alshamrani, era un ufficiale dell’aviazione saudita che frequentava la scuola di volo alla base, uno delle centinaia di soldati stranieri che ricevono qui l’addestramento. Lo ha riportato la Cnn citando diverse fonti militari. Le autorità stanno indagando per accertare se si tratti di un fatto di terrorismo, ha riferito l’Ap. Sempre secondo la stessa agenzia era sotto terapia psicologica ed era scontento dei suoi comandanti.
HA USATO UNA PISTOLA
L’uomo, che ha usato una pistola, era in addestramento alla base da due anni e avrebbe dovuto concluderlo nell’agosto 2020. Il suo programma prevedeva l’inglese, le basi dell’aviazione e la fase iniziale del pilotaggio. L’addestramento era pagato da Riad.
AVEVA PUBBLICATO UN MANIFESTO ANTI-USA
Poco prima di aprire il fuoco, l’ufficiale aveva pubblicato su Twitter un breve manifesto in cui definiva gli Stati Uniti «la nazione del male». Lo ha riferito il Site, sito di monitoraggio del jihadismo online. «Sono contro il male e l’America nel suo insieme si è trasformata in una nazione malvagia», ha scritto il killer.
ARRESTATI SEI SAUDITI
Sei sauditi sono stati arrestati per essere interrogati. Lo riferisce il New York Times. In base a quanto scrive il quotidiano, tre dei sei fermati avrebbe filmato la sparatoria, ha riferito una persona informata sulle fasi iniziali dell’inchiesta.
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L’ala giovanile Jusos dietro i nuovi leader dei socialdemocratici Esken e Walter-Borjan. Via austerity e pareggio di bilancio, bene comune e lavoro i cardini. Ma serve un compromesso per governare con la cancelliera fino al 2021.
Vorwärts, avanti. La marcia della Spd targata Norbert Walter-Borjans e Saskia Esken è a «sinistra, come si deve». Verso il futuro, perché l’appoggio decisivo ai due nuovi leader del partito arriva dagli Jusos, l’ala giovanile dei socialdemocratici tedeschi che nel 2017, sotto elezioni, organizzò un rumoroso tour contro una nuova grande coalizione con Angela Merkel. La ragion di stato, e dell’establishment della Spd, prevalse. Ma da allora il cuore della socialdemocrazia europea ha continuato a perdere colpi per il compromesso, precipitando sotto il 15% dei consensi. Fino al prevalere delle retrovie di sinistra, alla fine di un lungo percorso delle primarie tra gli iscritti che ha investito di oneri e onori il duo Esken e Walter-Borjans. Un capolavoro politico, per molti in Germania, del leader degli Jusos Kevin Kühnert, volto fresco e carismatico e politico incisivo. Il vero nuovo della Spd, l’uomo che ha in mano le chiavi del partito.
Il leader dell’ala giovanile dei socialdemocratici (Jusos) Kevin Kuehnert, sponsor e architetto della nuova leadership. ANSA.
STOP A NEOLIBERISMO E AUSTERITY
In questi mesi il 30enne berlinese ha disseminato interviste e apparizioni in tivù. Incontri, dibattiti, strette di mano e rassicurazioni. La base ha votato poi la sua linea, incarnata come per magia dagli esponenti della Spd da sempre meno in vista e più a sinistra. Come lo era una volta l’ex presidente, prima leader donna dei socialdemocratici, Andrea Nahles, dimissionaria a giugno dopo le brucianti sconfitte alle Regionali. Al contrario di Nahles, Walter-Borjans ed Esken hanno sempre rigettato le politiche annacquate dell’Agenda 2010, fuori da ogni incarico di governo. Fedeli alla linea anti-neoliberista, abbracciata dalla sezione giovanile e dalla maggioranza degli elettori Spd. Walter-Borjans, 67 anni, economista ed ex ministro delle Finanze del Nord Reno-Westfalia, il fortino rosso dove è cresciuto da figlio di un carpentiere, al Congresso ha attaccato senza peli sulla lingua l’austerity di Wolfgang Schäuble, a lungo numero due (per qualcuno numero uno) dei governi Merkel.
Standard svedesi per il mercato del lavoro tedesco: salario minimo a 12 euro l’ora
Saskia Esken (Spd)
VIA IL PAREGGIO DI BILANCIO
La Spd ne è stata complice nella penultima grande coalizione del 2013. Ancora con il socialdemocratico Olaf Scholz alle Finanze, al posto di Schäuble, le cose non vanno. «Serve un’offensiva sociale per l’Europa e i conservatori non la vogliono», ha scandito il Robin Hood dei contribuenti, hanno ribattezzato Walter-Borjans in Germania, «pareggio di bilancio e stop a debito pubblico devono saltare se vanno contro al futuro dei nostri figli». Esken gli ha fatto eco, rilanciando il salario minimo a 12 euro all’ora, «standard svedesi per il mercato del lavoro tedesco». Lontani ancora soprattutto nell’Est (capitale inclusa), dove il divario salariale e dei contratti di lavoro con la vecchia Germania Ovest resta considerevole. Ma anche tra i giovani tedeschi pesano le tutele ridotte rispetto alla generazione dei genitori. A maggior ragione con i tagli in vista di migliaia di posti di lavoro per la frenata dell’economia e per l’informatizzazione, «è tempo di cambiare politiche del lavoro».
Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans, nuovi leader dei socialdemocratici tedeschi. ANSA.
BENE COMUNE CARDINE DELLA SPD
Esken, 58 annui, rossa deputata di un Land da sempre conservatore come Merkel, resta «scettica sul futuro della Grande coalizione». Con il braccio destro Walter-Borjans non è perentoria: «Compromessi sono possibili» anzi «realistici», a patto di «non cambiare opinioni per disciplina verso la Grande coalizione». È quanto, messo alle strette, predica anche il giovane Kühnert, «la testa dietro il successo elettorale di Esken e Walter-Borjans» commenta ancheder Spiegel: «Critico della grande coalizione, ma per restare nell’esecutivo». Più facile a dire che a farsi influenzare, da minoranza decisiva nel governo, la maggioranza di Merkel. Nessuno ce l’ha ancora fatta. Nonostante la consunzione della Cdu-Csu, la Spd si è imposta come sinistra di opposizione e di governo. La precondizione degli Jusos per non rompere le larghe intese è che il «bene comune» torni cardine della Spd: «Via la logica di Scholz, più Mitgefühl». Solidarietà, empatia per i bisogni sociali.
La nuova Spd conta di tenere botta fino alle Legislative del 2021, quando Merkel se ne andrà
DUE ANNI PER RICOSTRUIRSI
Così deve parlare un partito di massa di sinistra, anche per riconquistare elettori. Spira un vento nuovo, dalla platea del Congresso è un’ovazione per i favoriti di Kühnert. Esken è passata con il 76%, Walter-Borjans con l’89%, più del 66% di Nahles nel 2018. Mentre Kühnert è il lizza per la vicepresidenza della Spd. L’entusiasmo è segnale positivo, ma anche Martin Schulz fu eletto a maggioranza bulgara nel 2017: il 100% e poi fuori un anno dopo. Come Nahles, uno stillicidio. Non è però un’allegria di naufragi: la nuova leadership conta, probabilmente, di tenere botta fino alle Legislative del 2021, quando Merkel se ne andrà. L’orizzonte temporale non è dilatato, può permettere di evitare il voto nazionale anticipato senza sconfessarsi. In due anni la Spd può riprendere fiato e ricostruirsi un po’, passate le burrasche del 2019 delle Regionali e delle Europee. Sempre che il cambiamento non sia, come spesso ultimamente, più rapido di ogni previsione.
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Il ministro degli Esteri ha chiesto all'omologo russo di rimuovere le sanzioni sul parmigiano reggiano. E sulla Libia ha invitato Mosca ad agire nell'alveo della Conferenza di Berlino.
Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha incontrato a Roma Sergej Lavrov, capo della diplomazia russa. Tanti i temi al centro del bilaterale: dalla guerra in Libia alle sanzioni che l’Unione europea ha imposto alla Russia, passando per le contromisure di Mosca che hanno colpito, tra le altre cose, anche le esportazioni italiane di parmigiano reggiano.
ITALIA PREOCCUPATA PER L’ESCALATION MILITARE IN LIBIA
«Questo confronto conferma l’importanza della Russia per l’Italia come interlocutore fondamentale», ha detto Di Maio nella conferenza stampa finale, «ho rappresentato al ministro Lavrov le nostre preoccupazioni per l’intensificarsi della guerra civile in Libia, ribadendo che per noi non esiste una soluzione militare».
SUL CAMPO INTERESSI DIVERGENTI
Mosca, tuttavia, appoggia il generale Khalifa Haftar e sarebbe presente sul campo con alcune migliaia di mercenari: una scelta opposta rispetto a quella fatta da Roma, che al contrario sostiene il governo del premier Fayez al-Serraj. In Libia, ha detto non a caso Di Maio, ci sono «troppe interferenze, mentre ogni iniziativa dovrebbe entrare nell’alveo della Conferenza di Berlino. Non perché ci sia una presunzione di superiorità europea, ma perché se tutti sono impegnati a lavorare sul cessate il fuoco è importante non promuovere fughe in avanti».
LA STOCCATA DI LAVROV ALLA NATO
Lavrov, intervenendo ai Med Dialogues, non ha risparmiato una stoccata all’Alleanza atlantica: «In Libia la Nato ha svolto un’avventura pericolosa, che ha avuto un impatto negativo sull’economia del Paese. Solo con un dialogo inclusivo e internazionale si potrà risolvere la crisi. Plaudiamo all’iniziativa della cancelliera Merkel, che ha organizzato la Conferenza di Berlino per proseguire quella di Parigi e quella di Palermo» Ma la Conferenza di Berlino «ci ha meravigliato perché non sono state invitate le parti libiche e i Paesi vicini, quindi in questo senso è stata un’occasione persa. Spero che in futuro vengano fatti passi in avanti con un approccio più inclusivo».
UNA «RIFLESSIONE POLITICA» SULLE SANZIONI EUROPEE
Quanto alle sanzioni europee in risposta alle azioni russe contro l’integrità territoriale dell’Ucraina, Di Maio ha detto che l’Italia «si muove nel solco dell’Unione europea», ma vuole «promuovere una riflessione politica che preveda gli effetti sulle nostre aziende delle sanzioni e delle contromisure russe».
IL DOSSIER PARMIGIANO
Allo stesso tempo «servono passi avanti sugli accordi di Minsk, fondamentali per riuscire a scongelare la situazione». Il titolare della Farnesina ha quindi chiesto a Lavrov di «rimuovere le sanzioni sul parmigiano reggiano», perché a suo giudizio «non rientrano nei parametri di quelle ideate nei confronti dell’Unione europea». Una mossa spendibile anche in ottica elettorale, visto che in Emilia-Romagna si vota il 26 gennaio. Il leader del M5s ha infine annunciato che a luglio sarà in Russia per ricambiare la visita diplomatica e per partecipare all’Innoprom, la fiera sulla tecnologia.
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La leader di FdI dopo la querelle sulla videoconferenza di Joshua Wong attacca Pechino e diventa paladina dei diritti civili dei manifestanti di Hong Kong. Viene il dubbio che sia ancora convinta di avere a che fare con uno Stato comunista.
Giorgia Meloni è un fenomeno virale, come dimostra il successo del video tormentone-rap Io sono Giorgia.
Da qualche tempo però Giorgia-madre-donna-cristiana sta spopolando online, e non solo, anche in una nuova e davvero inedita veste: si è lanciata a testa bassa – sembrerebbe – in una strenua lotta per la difesa della democrazia e della libertà in …. Cina.
Già, proprio così. E in un certo senso non ci sarebbe nemmeno tanto da meravigliarsi, di fronte all’evidente inadeguatezza della sinistra italiana che riesce ormai a farsi “sorpassare” (almeno a parole…) dalla destra persino su un terreno di lotta storico, come quello della difesa dei diritti civili e umani. Ma andiamo per ordine, e cerchiamo di capire da dove ha origine questo nuovo exploitdi Giorgia-madre-donna-cristiana.
IL VISTO NEGATO A JOSHUA WONG
Tutto nasce dalla lontana Hong Kong e dalle dichiarazioni del giovane leader alla guida della rivolta che infiamma l’ex colonia britannica ormai da giugno, Joshua Wong. Wong era stato invitato in Italia dalla Fondazione Feltrinelli per partecipare a un convegno sui temi della democrazia a fine mese, ma il governo di Hong Kong gli aveva prontamente negato il permesso di espatrio con la scusa che il ragazzo è in libertà vigilata, in attesa di giudizio con l’accusa di “manifestazione non autorizzata”. A quel punto, alcuni parlamentari italiani, con Meloni in testa, hanno organizzato un incontro con lui in Senato. Ovviamente in videoconferenza. La Cina, com’era prevedibile, non ha gradito, e l’ambasciatore cinese in Italia si è fatto prendere molto poco diplomaticamente dal nervoso e l’ha fatta, decisamente, fuori dal vaso, attaccando i parlamentari colpevoli, a sentire Pechino, di avere tenuto un «comportamento irresponsabile» dando voce a un «pericoloso agitatore» (!) come il giovane e occhialuto – e davvero inoffensivo – Wong.
IL TWEET DI MELONI CONTRO LA CINA
A quel punto Meloni ha tirato fuori le unghie e per tutta risposta, in un tweet di fuoco, ha rispedito al mittente le «dichiarazioni arroganti e intollerabili» della Cina. «Noi siamo un Paese sovrano e democratico» ha tuonato più o meno la leader di Fratelli d’Italia, «e non permettiamo a nessuno di interferire negli affari interni del nostro parlamento e di dettare l’agenda ai nostri parlamentari»! E fin qui… come darle torto?
Inaccettabili dichiarazioni Ambasciata Cinese in Italia sull’iniziativa organizzata in Senato, anche da FDI, con #JoshuaWong uno dei leader della protesta di #HongKong. La libertà di espressione in Italia esiste e non prenderemo di certo lezioni dalla #Cina su questo argomento. pic.twitter.com/HSBTp027Ky
Ma il trionfo della nuova Super-Giorgia, neo-paladina della democrazia e dei diritti (dei cinesi e dei parlamentari italiani) non si è esaurito lì, perché lo stesso Joshua Wong ha addirittura ritwittato il tutto. Insomma, pare che ormai dietro alla porta Meloni ci sia la fila di attivisti provenienti da ogni parte del globo dove la democrazia è a rischio, per pregarla di indossare il suo super-mantello e intervenire subito.
A QUANDO LE CRITICHE A PUTIN E ORBAN?
Questo idilliaco, quanto inedito, quadretto, però, non ha convinto tutti – compreso chi scrive – e ha spinto più d’uno a domandarsi cosa hanno in comune la difesa della libertà di pensiero e di espressione con una forza politica di destra che spesso e volentieri ha chiuso un occhio sui raduni di neofascisti, l’esibizione di striscioni inneggianti a Mussolini, i saluti romani, le violenze razziste, l’antisemitismo, la xenofobia, e così via. Adesso siamo tutti in trepidante attesa di nuove dichiarazioni al calor bianco della neo-paladina pro-democrazia contro i metodi decisamente poco democratici di Vladimir Putin – per esempio – nei confronti degli oppositori politici e dei giornalisti scomodi o dell’amico Viktor Orban che ha appena vietato la diffusione nel suo Paese dei report di Amnesty International. E invece silenzio assoluto, invece, ieri come oggi e sicuramente domani.
IL PARTITO COMUNISTA DI CINESE È TALE SOLO DI NOME
Sorge spontaneo a questo punto domandarsi: ma non sarà che Meloni si sia tanto infervorata contro Pechino per via del fatto che, in Cina, il Partito al potere si chiama ancora comunista mentre, come è evidente a tutti, di comunista gli è rimasto ormai poco o niente, anzi proprio niente? Insomma: gliel’avranno detto che è da un pezzo che in Cina non governano più i comunisti di Mao Zedong?
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I riformisti mollano Rohani dopo la repressione. E l'ala più oltranzista guadagna forza in vista delle Legislative a febbraio. Così l'autoritarismo vince sulle democrazie.
Non è secondario che nell’Iran sciita si voti a febbraio del 2020 per rinnovare il parlamento. Nella Repubblica islamica sono state appena stroncate le proteste di massa più grandi e violente del 1979: dalle testimonianze sfuggite al blocco della censura, centinaia di morti in pochi giorni, più delle circa 70 vittime (in 10 mesi) ricostruite nell’Onda verde del 2009. Migliaia gli arresti ammessi dalle autorità, chi ha mobilitato i cortei e dei loro famigliari sarebbero prelevati dalle forze di sicurezza dalle case porta a porta. Mentre in Iraq rivolte sanguinose scuotono santuari islamici come Najaf, a larga maggioranza sciita e storica influenza iraniana. Il Medio Oriente sciita, 40 anni fa mobilitato e tradito negli ideali democratici da Khomeini, tenta di rovesciare i regimi e i governi corrotti. Ma anche stavolta la repressione rafforza gli ultraconservatori in Iran e i militari iraniani approfittano delle turbolenze nell’area mediorientale.
LA GRANDE MACCHIA DI ROHANI
Hassan Rohani è presidente dal 2013, grazie al consenso popolare degli alleati riformisti con i leader agli arresti domiciliari dalle proteste del Movimento verde contro il governo Ahmadinejad. L’avvitamento economico – per le durissime sanzioni americane di Donald Trump – aggrava la crisi finanziaria di mese in mese, alimentando le contestazioni: già di per sé un guaio per lo schieramento di Rohani. I morti, i feriti, gli arresti e l’oscuramento per giorni di Internet e delle reti telefoniche (quest’ultimo disposto proprio da Rohani, si è scritto, in capo al Consiglio nazionale di sicurezza) macchiano il suo governo più del governo Ahmadinejad. Fuori dall’Iran nessuno sa quello che è davvero successo durante i disordini di metà novembre, alcuni racconti raccolti dalle Ong sono sconvolgenti. Ma a Teheran, a proposito di Legislative, ne ha un’idea anche qualche parlamentare. In una mozione urgente si chiede una commissione d’inchiesta sulle uccisioni e sugli arresti.
Le rivolte nella città santa sciita di Najaf, in Iraq. GETTY.
MOUSAVI CONTRO KHAMENEI
Rohani sta perdendo tutti i voti dei riformisti. Il leader dell’Onda verde Mir Hossein Mousavi, costretto a casa con la moglie dal 2011, raramente parla in pubblico anche se da quest’anno gli è stato dato un cellulare e può guardare alcuni canali tivù. Ma quest’autunno ha fatto uscire su Internet frasi lapidarie contro la guida suprema iraniana Ali Khamenei: «Nel 1978 gli assassini erano i rappresentanti e gli agenti di un regime non religioso, mentre i cecchini del novembre 2019 sono i rappresentanti di un governo religioso. Allora il comandante in capo era lo scià, oggi è la guida suprema che ha autorità assoluta». Dal Majlis, il parlamento iraniano, la deputata riformista Parvaneh Salahshouri ha denunciato vittime adolescenti tra i morti nelle ultime proteste. E chiede sia fatta luce «sulle notizie unilaterali e umilianti diffuse dalla tivù sui manifestanti, arrabbiati e frustrati da numerosi problemi economici». Sulle reti di Stato le autorità hanno ammesso «spari ai teppisti facinorosi».
Il caos irradiato dalla rabbia delle popolazioni moltiplica i presidi dei pasdaran anche in Iraq
VOTO BOICOTTATO A FEBBRAIO
Le masse sono pronte a disertare il voto il 21 febbraio. Un boicottaggio che farà vincere gli ultraconservatori, i referenti politici dell’apparato di sicurezza in testa alla repressione. In prospettiva anche alle Presidenziali del 2021. Tanto più che a Rohani l’opposizione rinfaccia da sempre l’accordo sul nucleare con gli Usa, affossato da Trump ma mai decollato neanche con Barack Obama a livello economico. Mentre il caos irradiato dalla rabbia delle popolazioni moltiplica i presidi dei pasdaran iraniani anche in Iraq: dalle informazioni dell’intelligence americana le forze all’estero dei guardiani della rivoluzione di Khamenei hanno trasportato un arsenale di missili balistici in Iraq, approfittando della confusione e dei rinforzi chiesti dal governo amico di Baghdad. L’effetto paradossale della guerra americana a Saddam Hussein è stata, come per le sanzioni di Trump agli ayatollah, la penetrazione politica e militare dell’Iran nell’Iraq. Come già in Libano e in Siria.
Paramilitari sciiti in Iraq, alle porte di Mosul. GETTY.
L’ARSENALE DI MISSILI IN IRAQ
Dal 2003 le milizie sciite irachene (cosiddette Forze di mobilitazione popolare) dei cecchini che sparano sui manifestanti sono state costruite e armate dai pasdaran. Mentre i marines addestravano l’esercito iracheno depurato dai quadri di Saddam Hussein, i governi filosciiti che si sono succeduti a Baghdad – pilotati dagli americani quanto dall’Iran – permettevano la proliferazione di paramilitari che sta prendendo il sopravvento. In Iraq i miliziani sciiti controllano strade, ponti, infrastrutture. Dove nell’ultimo anno, a un ritmo crescente, avrebbero fatto passare in segreto missili iraniani a medio raggio (circa 1000 km) che possono raggiungere Israele. O colpire i contingenti americani nel Paese, come i cinque razzi piovuti sulla base Usa di Ayn al Asad con oltre la metà dei marines in Iraq. Armi balistiche sofisticate, capaci di cambiare traiettoria e di sviare gli scudi aerei. Come è avvenuto lo scorso settembre con l’attacco alle raffinerie saudite.
Il ministero dell’Interno iraniano ha citato disordini in 29 province su 31 del Paese, inclusa la città santa di Mashad
LE RIVOLTE NELLE CITTÀ SCIITE
Un missile, per l’intelligence Usa, partito dall’Iran e virato poi a Nord sul Golfo persico. Per i fortini in Libano, Siria e Iraq, e per sempre nuovi e potenti armamenti, la Repubblica islamica investe miliardi dai budget statali prosciugati dal blocco dell’export e dall’inflazione rampante. In Iraq mancano i servizi e il territorio, da Nord a Sud, è devastato da attentati e guerre. Le proxy war in Medio Oriente dell’Iran logorano milioni di civili. Il ministero dell’Interno iraniano ha citato disordini in 29 province su 31, inclusa la città santa di Mashad. In Iraq si sono rivoltati i santuari dei pellegrinaggi sciiti di Kerbala e Najaf: un duro colpo, il doppio assalto al consolato iraniano di Najaf è un attacco anche simbolico dal cuore degli sciiti. Non a caso, a parole in Iraq i religiosi sciiti si schierano «contro la corruzione» con i manifestanti. Ma a maggior ragione l’Iran aumenta i presidi militari e anche di religiosi in Iraq. E come in Siria, è ancora l’autoritarismo a vincere.
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La speaker della Camera: «Nessuno è al di sopra della legge». La replica del presidente: «Avrò un processo giusto al Senato».
«Donald Trump sarà messo in stato di accusa». Con queste parole la speaker della Camera, la dem Nancy Pelosi, ha dato il disco verde alla redazione degli articoli di impeachment. Pelosi ha chiesto alla commissione giustizia della Camera di redigere gli articoli, sostenendo che il presidente ha violato seriamente la Costituzione.
«AVRÒ UN PROCESSO GIUSTO AL SENATO»
«Se avete intenzione di mettermi in stato d’accusa, fatelo ora e velocemente, in modo che possiamo avere un processo giusto in Senato», ha twittato per tutta risposta Donald Trump rivolgendosi ai dem, annunciando che in Senato «avremo Schiff (il presidente della commissione Intelligence della Camera, ndr), i Biden, Pelosi e molti altri a testimoniare e riveleremo, per la prima volta, quanto corrotto è il nostro sistema. Sono stato eletto per pulire la palude e questo è ciò che farò», ha aggiunto.
«L’IMPEACHMENT DIVENTERÀ ROUTINE»
E ancora: «I democratici, nullafacenti e di estrema sinistra, hanno appena annunciato che cercheranno di mettermi in stato d’accusa su niente. Hanno appena abbandonato la ridicola ‘cosa’ di Mueller (l’inchiesta sul Russiagate, ndr), quindi ora appendono il cappello su due telefonate totalmente appropriate (perfette) con il presidente ucraino». «Questo», ha aggiunto, «significa che l’importante e quasi mai usato atto dell’impeachment sarà usato in modo abituale per attaccare i futuri presidenti».
BIDEN: «TESTIMONIERÒ SOLO CON UN MANDATO»
Joe Biden, frontrunner dem nella corsa alla Casa Bianca, ha citato da Trump nel suo tweet come testimone ha detto in ogni caso che non si presenterà spontaneamente (senza ricevere un mandato, ndr) se verrà chiamato in Senato nell’eventuale processo di impeachment, come preannunciato da Trump. «Non gli consentirò di distogliere l’attenzione dai suoi crimini», ha detto.
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Scholz, vice di Merkel, ha un piano soft per assicurare i risparmi nell’Ue. Anche attraverso il fondo Salva-Stati. Ma restano le resistenze della Bundesbank. E, sullo sfondo, aleggia la crisi della Grande Coalizione. L'analisi.
L’Italia è il secondo Paese con il debito pubblico più alto dell‘Eurozona dopo la Grecia. Ma è anche la terza potenza dell’area dopo la Germania e la Francia.
Su questa contrapposizione si basa la dialettica tra il ministro delle Finanze italiano Roberto Gualtieri e l’omologo tedesco Olaf Scholz. Appendice della battaglia che sta portando avanti il nostro Paese per strappare più concessioni possibili sul Fondo salva-Stati Ue (il Meccanismo europeo di stabilità, Mes), come parte della riforma complessiva dell’Unione economica e monetaria per un’unione bancaria tra i gli Stati membri.
Il premier Giuseppe Conte c’è, la cancelliera Angela Merkel all’apparenza molto meno. Preferisce stare dietro le quinte, disposta molto più di anni fa a sostanziali compromessi. Ma solo se costretta e soprattutto senza darlo a vedere, per non scatenare un vespaio.
IL SILENZIO DI MERKEL
In un mese Merkel non si è espressa sulla proposta di unione bancaria del suo ministro e vice socialdemocratico Scholz, che in Italia ha fatto sollevare i vertici di Bankitalia e di Palazzo Chigi. Ma che in Germania non è mai diventata oggetto di dibattito tra i conservatori (Cdu-Csu) e i socialdemocratici (Spd) della Grande coalizione. Si attendeva, e non a torto, l’esito della consultazione tra gli iscritti del partito socialdemocratico per la nuova leadership. Al primo turno era prevalso proprio il vice-cancelliere che, anche per accendere i riflettori su di sé, con un editoriale sul Financial Times aveva presentato la proposta di unione bancaria come un modo «per sbloccare lo stallo che si ripercuote sul mercato interno e sulla fiducia dei cittadini europei». Scholz, ex ministro del Lavoro del Merkel II e sindaco di Amburgo fino alla seconda chiamata a Berlino nel 2018, tra i più borghesi e competenti della Spd, sperava di dare così prova di leadership. Aumentando sia il suo consenso interno e sia la visibilità nell’Ue.
Angela Merkel (Cdu) con il vice cancelliere Olaf Scholz (Getty).
GLI IMPRONUNCIABILI EUROBOND
Il ricambio all’Europarlamento e a Bruxelles – determinato dal sì di Merkel al presidente francese Emmanuel Macron – permetteva a Scholz di distanziarsi dalla rigida austerity del predecessore Wolfgang Schäuble. Nell’Ue c’erano, e ci sono, i margini per compiere dei progressi. La Francia e la Commissione Ue guardano con favore all’iniziativa del ministro tedesco, sebbene il vice di Merkel non possa permettersi (né probabilmente neanche la vorrebbe) la parola eurobond – da sempre amata dall’Italia – per lo stesso motivo per il quale la cancelliera resta così cauta. Il silenzio della Germania è dovuto però a ragioni opposte rispetto a quelle che hanno scatenato il frastuono dell’Italia su Mes e unione bancaria all’Eurogruppo del 4 dicembre a cui seguirà il Consiglio europeo del 12. Il cuore finanziario protezionista della Bundesbank rema contro, come i Paesi nordici e il blocco sovranista dell’Est, anche alla proposta ponderata di Scholz, ben accolta invece a sorpresa da parte delle banche tedesche.
UN’ASSICURAZIONE DELL’UE CONTRO L’INSOLVENZA
La cancelliera deve fronteggiare il dissenso dei bavaresi (Csu) e di frange più a destra della Cdu. Ma a maggior ragione in queste settimane l’Italia può spingere l’acceleratore sulle sue pretese, di fronte a una Germania indebolita dalla frenata economica e da una Grande coalizione tornata molto fragile. La linea moderata di Scholz è sconfessata dalla maggioranza degli iscritti ai socialdemocratici, che gli ha preferito Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans, il duo dell’ala più solidale e comunarda, probabilmente anche più favorevole agli eurobond per spalmare i debiti dell’Ue. Il vice-cancelliere, visibilmente deluso, partecipa all’Eurogruppo fresco di sconfitta mentre il quarto governo Merkel traballa: il progetto di rilancio della Spd a sua immagine è fallito. Ma se non altro l’intenzione di «riattivare un dibattito morto» nell’Ue ha avuto successo: la sua proposta di creare un sistema comunitario di assicurazione sui depositi, anche attraverso il paracadute del fondo Salva-Stati europeo, per integrare il settore finanziario dell’Eurozona a tutela dei risparmiatori degli istituti insolventi, ha un senso per tutti i 19 Stati nell’euro.
Il premier italiano Giuseppe Conte con il ministro delle Finanze Roberto Gualtieri (Getty).
UN’UNIONE A IMMAGINE DELLA GERMANIA?
Ma è da evitare che con l’unione bancaria si ripetano i soliti squilibri dell’euro a vantaggio della Germania, per i rapporti di forza che hanno prodotto anche i vincoli del Mes attuale, in vigore dal 2012 e figlio dell’austerity di Schäuble. Scholz non è così fiscale, vuole mitigare: «Accettare un meccanismo comune di assicurazione dei depositi non è un piccolo passo per un ministro delle Finanze tedesco», ha scritto pensando a un sistema di riassicurazione che aiuterebbe i fondi nazionali a coprire i risparmi bancari fino a 100 mila euro. Il contraltare dell’unione bancaria sarebbe valutare i titoli di Stato in base al loro fattore di rischio, impiccando l’Italia (con un debito pubblico pari al 138% del Pil) e gli altri Stati dell’Eurozona esposti sui Btp come la Spagna. Allora sì, costretti a interventi di salvataggio del Mes. Comprensibile che il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e Gualtieri siano inorriditi di fronte alla prospettiva di un possibile scaricabarile a Bruxelles sui bond statali, dati in pasto allo spread assieme alle banche italiane che ne sono piene.
IL NODO DEUTSCHE BANK
Va poi capito quanto bisogno abbia ora anche la Germania di un’unione bancaria. Prima della crisi di Deutsche Bank e del calo interno di produzione a causa dei dazi degli Usa all’Ue e alla Cina, i fortini finanziari di Francoforte dietro i governi di Berlino respingevano piani europei che esponessero i contribuenti tedeschi ad alleggerire i crac in altri Paesi. Abbattere le barriere nazionali – con particolari garanzie – faciliterebbe però di questi tempi la fusione tra Deutsche Bank e Commerzbank, fallita per il rischio che il secondo gigante tedesco affondasse sotto il peso del primo. Tra le precondizioni per l’unione bancaria, nella proposta di Scholz non si accenna alle masse di derivati presenti in gruppi come Deutsche Bank. Mentre si chiede per esempio di ridurre sotto il 5% dei crediti totali i crediti inesigibili che affliggono gli istituti italiani in sofferenza. Non c’è da stupirsi se le reazioni della finanza su Scholz riflettono gli interessi in gioco: per Deutsche Bank «carte molto benvenute», per Commerzbank un’unione che «rafforzerebbe l’Europa». Gruppi tedeschi più sani sono molto più prudenti.
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Un marinaio della Us Navy ha aperto il fuoco contro dei colleghi uccidendo due persone per poi togliersi la vita. L'episodio avvenuto a pochi giorni dalle commemorazioni per l'attacco giapponese durante la Seconda guerra mondiale.
Paura a Pearl Harbour, la storica base navale a 13 chilometri da Honolulu, nelle Hawaii, che ospita la flotta statunitense nel Pacifico. Nel primo pomeriggio un militare ha aperto improvvisamente il fuoco uccidendo due persone e ferendone una terza prima di togliersi la vita sparandosi alla testa.
Si sa ancora poco della dinamica e del movente dell’episodio, che è caduto tre giorni prima del 78/mo anniversario dell’attacco aereo giapponese alla base: quel 7 dicembre 1941 in cui morirono oltre 2.300 americani e che segnò l’ingresso degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale.
Proprio in queste ore, come ogni anno, erano già in corso i preparativi per le celebrazioni che coinvolgono gran parte delle migliaia di militari e civili che operano e vivono nella base con le loro famiglie. Secondo i testimoni a sparare, nei pressi dell’ingresso sud dell’enorme area militare, è stata una persona che indossava la divisa della Us Navy, la marina militare statunitense.
SITO IN LOCKDOWN PER DIVERSE ORE
Una versione poi confermata dalle autorità militari che però non hanno ancora identificato l’uomo. Le due vittime e il ferito sono tre dipendenti civili del dipartimento alla Difesa. Nulla si sa per ora sulle loro generalità e se fossero persone legate all’uomo che ha sparato. Il sito di Pearl Harbour – che ospita sia la Us Navy che l’Air Force con 10 navi da guerra e 15 sottomarini – è stato per quasi due ore in lockdown, con tutti gli accessi e le vie di uscita bloccati.
PAURA ANCHE PER I TURISTI NELL’AREA
Sul posto sono intervenuti centinaia tra vigili del fuoco, soccorritori e uomini della polizia militare e delle forze speciali. Momenti di terrore e di angoscia anche tra i tanti turisti in visita, la maggior parte nell’area dove si trova il Pearl Harbour National Monument: a tutti è stato detto di mettersi immediatamente al riparo, così come è stato ordinato al personale della base. Il presidente americano Donald Trump, di ritorno in quelle ore a Washington da Londra dove ha partecipato al vertice dei leader della Nato, è stato immediatamente informato dell’accaduto. E il governatore delle Hawaii David Ige ha reso noto come la Casa Bianca ha offerto la sua assistenza attraverso le agenzie federali.
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Le divergenze in seno all'Alleanza ne testimoniano lo stato semi-comatoso. Mancano leadership e strategie condivise. E l'Ue continua a farsi notare solo per la propria indecisione.
Una Natosenza leadership, senza strategie condivise. La conferenza di Londra che avrebbe dovuto celebrare il 70esimo anniversario della Alleanza Atlantica conferma in pieno la crudele diagnosi di Emmanuel Macron: elettroencefalogramma piatto. La scenetta registrata a loro insaputa di Justin Trudeau, Boris Johnson e Macron che dileggiano Donald Trump («Ai suoi collaboratori cade la mascella quando parla…») la dice lunga sulla fine della egemonia americana sulla Nato. Trudeau peraltro si è beccato dell’«ipocrita» da Trump richiesto di commentare la scenetta.
Ma a Londra è soprattutto emerso chiaramente che, tramontata Washington, Bruxelles non si è fatta avanti: l’Europa divisa e anche confusionaria non è in grado di elaborare uno straccio di strategia e men che meno una egemonia politica alternativa a quella americana. Non solo, la minaccia di Trump di imporre nuovi dazi ai Paesi europei nel caso applicassero una digital tax alle major americane della rete ha trovato una risposta sfumata. Di fatto, la conferenza si è spezzettata in una serie di bilaterali di Trump, gli unici che hanno dato il senso dello stato dell’arte, al di là del solito comunicato finale di mediazione che si ferma a ribadire l’impegno per aumento delle risorse destinate alla difesa da parte dei Paesi europei.
UN COLPO AL CERCHIO E UNO ALLA BOTTE
Sul tema scabroso dei rapporti con la Russia (aperturista Macron, negativo Trump), il comunicato finale dà un colpo al cerchio e uno alla botte, segno del permanere delle divergenze sul tema focale: «La Nato rimane disponibile al dialogo e a un rapporto costruttivo con la Russia, quando le azioni della Russia lo renderanno possibile, ma le azioni aggressive della Russia rappresentano una minaccia alla sicurezza euro-atlantica». Per quanto riguarda il bilaterale tra Trump e Giuseppe Conte un piccolo e significativo giallo ha dato il senso della pasticciata politica estera dell’esecutivo italiano. Trump infatti ha dichiarato di avere avuto assicurazioni circa il disimpegno dell’Italia dall’utilizzo della tecnologia cinese Huawei per il 5G: «Ho parlato con l’Italia e non sembra che vadano avanti con questo». Da parte sua però “Giuseppi” ha negato di aver preso questo impegno: «Non ho trattato questo tema con Trump».
LE DIVISIONI SU TURCHIA E TERRORISMO
Lo stato semi-comatoso dell’Alleanza è infine –ma non per ultimo- emerso con chiarezza a fronte della pressante richiesta di Tayyp Erdogan affinché la Nato dichiari formalmente «terroristi» i curdi siriani dello Ypg. Richiesta più che giustificata perché infinite sono le prove della collusione e della collaborazione attiva tra lo Ypg e il Pkk curdo-turco nello sviluppare quegli attacchi e quegli atti di terrorismo che dal 2015 a oggi hanno fatto non meno di 4.500 vittime in Turchia. Da parte sua, Trump, dopo il bilaterale con Erdogan, ha apprezzato molto quelle operazioni militari turche per creare una zona di sicurezza in Siria che all’opposto l’Unione Europea condanna: «Nel Nord della Siria la zona di sicurezza sta funzionando molto bene. Riconosco per questo molto credito alla Turchia. Abbiamo discusso di tutto io ed Erdogan, abbiamo discusso di Siria, di curdi. Il cessate il fuoco sta reggendo molto, forse un giorno me ne riconosceranno il merito, ma probabilmente no».
Non è stato possibile raggiungere un consenso con la Turchia sulla definizione di terrorismo
Emmanuel Macron
Ma sul tema del terrorismo curdo-siriano Macron ha fatto muro, si è rifiutato di condannare lo Ypg, ha anzi accusato la Turchia di «collaborare con gruppi siriani alleati dell’Isis» e ha tagliato netto: «Non è stato possibile raggiungere un consenso con la Turchia sulla definizione di terrorismo». Una Nato che non riesce neanche ad accordarsi sulla definizione di terrorismo a 18 anni dall’11 settembre è drammaticamente nel caos.
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