L’accordo sulla Brexit tra l’Ue e Johnson aiuta ma non basta

Superato il voto e la scelta del divorzio, l'Ue trainata dalla Germania vuole ricostruire i rapporti economici con Londra. C'è un anno per un'intesa sul libero commercio. Von der Leyen: «Trarre il massimo dal minimo». Ma per gli economisti la separazione continuerà a pesare sul Pil.

Almeno è finita l’incertezza. Con la Brexit fissata al 31 gennaio 2020 l’Ue può cominciare a organizzarsi, «tutti uniti per costruire un’Europa più forte» spronano ora anche dalla Confindustria tedesca (Bdi), «in un mondo bilaterale, con Stati Uniti e Cina predominanti, dobbiamo combinare le nostre forze». Fino al 2016 in Germania nessun imprenditore si sarebbe mai augurato l’uscita del Regno Unito dall’Ue: l’isola dove ha trionfato il premier Boris Johnson, al voto anticipato del 12 dicembre 2019, era per la locomotiva d’Europa il trampolino di lancio verso gli Usa e verso la rete del Commonwealth. Una strettissima alleata commerciale. Dal referendum sulla Brexit la Germania ha allentato questo interscambio, dirottandolo in parte verso l’Olanda e proiettandolo verso ‘’Asia. Ma nonostante gli sforzi per riassestarsi è l’economia del’Ue che ha più sofferto per lo strappo. Tre miliardi e mezzo di euro persi solo nella prima metà del 2019 dagli esportatori tedeschi per gli effetti della Brexit.

METÀ DEL COMMERCIO BRITANNICO ÈCON L’UE

Fino alle turbolenze di ottobre, con Johnson sul precipizio di una hard Brexit, fornitori dall’Ue e importatori britannici erano paralizzati. Oltremanica si accumulavano merci, mentre nel Vecchio continente si rimandavano gli ordini, nell’eventualità concreta di un’uscita disordinata di Londra dai trattati economici e commerciali comunitari tra la fine del 2019 e il 2020 e quindi di un caos alle dogane e di merci bloccate. Per decenni circa la metà dell’interscambio del Regno Unito è avvenuto con l’Ue, il suo principale partner commerciale, a costi ridotti. Un import-export che tra il 2010 e il 2017 per un quarto del totale è stato con la Germania (Germania, Francia, Belgio e Olanda pesavano per il 60%), secondo i dati dell’Ufficio nazionale di statistica britannico per un valore di quasi 850 miliardi di euro. Con le maggiori barriere tra il Regno Unito e l’Ue, uno studio della London School of Economics ha stimato per forza di cose una contrazione di questo flusso commerciale. Anche senza hard Brexit.

Johnson elezioni Regno Unito Brexit Ue
Il premier britannico Boris Johnson torna a al numero 10 Downing Street con pieno mandato. GETTY.

LONDRA PERDERÀ IL DOPPIO DEL PIL DELL’UNIONE

Sempre la stessa ricerca del 2016 ha calcolato una diminuzione, per la Brexit, delle entrate di tutta l‘Unione europea. Un calo del Pil, anche se a BoJo sembra importare poco, per il Regno Unito due volte tanto (tra i 31 e i 66 miliardi di euro) la perdita di ricchezza di tutti gli altri Paesi dell’Ue messi insieme (tra i 14 e i 33 miliardi di euro). Anche di fronte a questa prospettiva, all’investitura di luglio a Strasburgo la nuova presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha parlato di «sfide da affrontare insieme, legati ai valori condivisi che ci uniscono». Anticipando di mettere in campo «tutta la flessibilità possibile del Patto di stabilità, per creare un contesto fiscale più favorevole alla crescita» anche per rispondere ai contraccolpi di frenate nell’export, e nella produzione, a causa della Brexit e del nascente asse commerciale tra gli Stati Uniti e il Regno Unito sganciato dall’Ue.

Un nuovo inizio, ci metteremo al lavoro più presto possibile

Ursula von der Leyen

DOPO LA BREXIT IL LIBERO COMMERCIO DA NEGOZIARE

Von der Leyen spinge per una «partnership ambiziosa e strategica con il Regno Unito»: ricostruire con nuovi trattati quanto più la Brexit voleva distruggere. BoJo, senza più ormeggi in parlamento (364 seggi, per una maggioranza di 326 seggi), scalpita per «fare le valigie e andarsene», «senza se e senza ma» annuncia. Ma lo stesso accordo raggiunto da Johnson con Bruxelles questo autunno prevede quasi un anno di transizione, fino al 31 dicembre 2020, per negoziare nel dettaglio i termini dei rapporti tra il Regno Unito e l’Ue dopo la Brexit. «Un nuovo inizio, ci metteremo al lavoro più presto possibile e trarremo il massimo dal minimo», ha rilanciato la super-commissaria europea alla «chiara vittoria» del premier britannico, sull’onda delle reazioni positive delle Borse e dei mercati. «Gli imprenditori riprendono a respirare, finalmente chiarezza» è il commento anche di der Spiegel. Per la Confindustria tedesca la «nebbia di Londra si dissolve»: almeno gli imprenditori sanno di che morte morire. 

Johnson elezioni Regno Unito Brexit Ue
Il primo ministro britannico Boris Johnson a un comizio sulla Brexit per le Legislative del 2019. GETTY.

IN GERMANIA COLPITI IL SETTORE DELL’AUTO E IL FARMACEUTICO

In tre anni il Regno Unito è stato declassato da quinto a settimo partner commerciale della Germania: un volume d’affari di oltre 8 miliardi di euro sfumato, secondo i calcoli di Deloitte. Il binomio tra i dazi di Trump all’Ue sull’acciaio e la paralisi per la Brexit ha colpito soprattutto il comparto tedesco dell’auto (-23% di esportazioni verso la Gran Bretagna dal 2016 per 6 miliardi di euro bruciati), per il quale il mercato britannico era secondo solo a quello statunitense. Non a caso, nei distretti tedeschi dell’acciaio e dell’automotive quest’anno migliaia di addetti sono finiti in cassa integrazione, tra la Ruhr e la Saarland, mentre le case automobilistiche si apprestano a massicci tagli del personale, e anche l’export del farmaceutico è molto penalizzato. Land ricchi e prosperosi come la Baviera e il Baden-Württemberg, ai massimi tassi di occupazione, risentono dell’effetto Brexit: gli esperti prevedono perdite ancora maggiori nel secondo semestre del 2019, con ripercussioni anche sull’indotto italiano della componentistica.

Non c’è una exit dalla Brexit, l’insicurezza cala ma resta alta

Kiel Institute for the World Economy

TRUMP CONTRO UE: IL NUOVO BRACCIO DI FERRO

A settembre la locomotiva d’Europa ha frenato più del previsto, -0,6% della produzione industriale. La crisi delle spedizioni navali, anche per la guerra commerciale tra Usa e Cina, ha esposto nel 2019 diverse banche regionali tedesche a misure di salvataggio. Con una Brexit pianificata al via, se non altro lo stallo è superato: la «catastrofe di un no deal» temuta dall’Associazione per il commercio estero tedesca (Bga) è scongiurata, l’Europa è attrezzata e presto potrà ricominciare a investire verso il Regno Unito. Ma Trump preme molto su Johnson per sganciarsi dall’orbita Ue, gli osservatori economici avvertono che anche il 2020 non sarà una passeggiata. Per il Kiel Institute for the World Economy (IfW)«non c’è una exit dalla Brexit, l’insicurezza è diminuita ma resta alta». Per l’IMK di Düsseldorf la «Brexit continuerà a pesare nei prossimi mesi sulla crescita britannica come su quella tedesca». Anche perché all’Istituto Ifo di Monaco sono molto scettici che «si concordi un nuovo contratto sul libero commercio entro il 2020».


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L’accordo sulla Brexit tra l’Ue e Johnson aiuta ma non basta

Superato il voto e la scelta del divorzio, l'Ue trainata dalla Germania vuole ricostruire i rapporti economici con Londra. C'è un anno per un'intesa sul libero commercio. Von der Leyen: «Trarre il massimo dal minimo». Ma per gli economisti la separazione continuerà a pesare sul Pil.

Almeno è finita l’incertezza. Con la Brexit fissata al 31 gennaio 2020 l’Ue può cominciare a organizzarsi, «tutti uniti per costruire un’Europa più forte» spronano ora anche dalla Confindustria tedesca (Bdi), «in un mondo bilaterale, con Stati Uniti e Cina predominanti, dobbiamo combinare le nostre forze». Fino al 2016 in Germania nessun imprenditore si sarebbe mai augurato l’uscita del Regno Unito dall’Ue: l’isola dove ha trionfato il premier Boris Johnson, al voto anticipato del 12 dicembre 2019, era per la locomotiva d’Europa il trampolino di lancio verso gli Usa e verso la rete del Commonwealth. Una strettissima alleata commerciale. Dal referendum sulla Brexit la Germania ha allentato questo interscambio, dirottandolo in parte verso l’Olanda e proiettandolo verso ‘’Asia. Ma nonostante gli sforzi per riassestarsi è l’economia del’Ue che ha più sofferto per lo strappo. Tre miliardi e mezzo di euro persi solo nella prima metà del 2019 dagli esportatori tedeschi per gli effetti della Brexit.

METÀ DEL COMMERCIO BRITANNICO ÈCON L’UE

Fino alle turbolenze di ottobre, con Johnson sul precipizio di una hard Brexit, fornitori dall’Ue e importatori britannici erano paralizzati. Oltremanica si accumulavano merci, mentre nel Vecchio continente si rimandavano gli ordini, nell’eventualità concreta di un’uscita disordinata di Londra dai trattati economici e commerciali comunitari tra la fine del 2019 e il 2020 e quindi di un caos alle dogane e di merci bloccate. Per decenni circa la metà dell’interscambio del Regno Unito è avvenuto con l’Ue, il suo principale partner commerciale, a costi ridotti. Un import-export che tra il 2010 e il 2017 per un quarto del totale è stato con la Germania (Germania, Francia, Belgio e Olanda pesavano per il 60%), secondo i dati dell’Ufficio nazionale di statistica britannico per un valore di quasi 850 miliardi di euro. Con le maggiori barriere tra il Regno Unito e l’Ue, uno studio della London School of Economics ha stimato per forza di cose una contrazione di questo flusso commerciale. Anche senza hard Brexit.

Johnson elezioni Regno Unito Brexit Ue
Il premier britannico Boris Johnson torna a al numero 10 Downing Street con pieno mandato. GETTY.

LONDRA PERDERÀ IL DOPPIO DEL PIL DELL’UNIONE

Sempre la stessa ricerca del 2016 ha calcolato una diminuzione, per la Brexit, delle entrate di tutta l‘Unione europea. Un calo del Pil, anche se a BoJo sembra importare poco, per il Regno Unito due volte tanto (tra i 31 e i 66 miliardi di euro) la perdita di ricchezza di tutti gli altri Paesi dell’Ue messi insieme (tra i 14 e i 33 miliardi di euro). Anche di fronte a questa prospettiva, all’investitura di luglio a Strasburgo la nuova presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha parlato di «sfide da affrontare insieme, legati ai valori condivisi che ci uniscono». Anticipando di mettere in campo «tutta la flessibilità possibile del Patto di stabilità, per creare un contesto fiscale più favorevole alla crescita» anche per rispondere ai contraccolpi di frenate nell’export, e nella produzione, a causa della Brexit e del nascente asse commerciale tra gli Stati Uniti e il Regno Unito sganciato dall’Ue.

Un nuovo inizio, ci metteremo al lavoro più presto possibile

Ursula von der Leyen

DOPO LA BREXIT IL LIBERO COMMERCIO DA NEGOZIARE

Von der Leyen spinge per una «partnership ambiziosa e strategica con il Regno Unito»: ricostruire con nuovi trattati quanto più la Brexit voleva distruggere. BoJo, senza più ormeggi in parlamento (364 seggi, per una maggioranza di 326 seggi), scalpita per «fare le valigie e andarsene», «senza se e senza ma» annuncia. Ma lo stesso accordo raggiunto da Johnson con Bruxelles questo autunno prevede quasi un anno di transizione, fino al 31 dicembre 2020, per negoziare nel dettaglio i termini dei rapporti tra il Regno Unito e l’Ue dopo la Brexit. «Un nuovo inizio, ci metteremo al lavoro più presto possibile e trarremo il massimo dal minimo», ha rilanciato la super-commissaria europea alla «chiara vittoria» del premier britannico, sull’onda delle reazioni positive delle Borse e dei mercati. «Gli imprenditori riprendono a respirare, finalmente chiarezza» è il commento anche di der Spiegel. Per la Confindustria tedesca la «nebbia di Londra si dissolve»: almeno gli imprenditori sanno di che morte morire. 

Johnson elezioni Regno Unito Brexit Ue
Il primo ministro britannico Boris Johnson a un comizio sulla Brexit per le Legislative del 2019. GETTY.

IN GERMANIA COLPITI IL SETTORE DELL’AUTO E IL FARMACEUTICO

In tre anni il Regno Unito è stato declassato da quinto a settimo partner commerciale della Germania: un volume d’affari di oltre 8 miliardi di euro sfumato, secondo i calcoli di Deloitte. Il binomio tra i dazi di Trump all’Ue sull’acciaio e la paralisi per la Brexit ha colpito soprattutto il comparto tedesco dell’auto (-23% di esportazioni verso la Gran Bretagna dal 2016 per 6 miliardi di euro bruciati), per il quale il mercato britannico era secondo solo a quello statunitense. Non a caso, nei distretti tedeschi dell’acciaio e dell’automotive quest’anno migliaia di addetti sono finiti in cassa integrazione, tra la Ruhr e la Saarland, mentre le case automobilistiche si apprestano a massicci tagli del personale, e anche l’export del farmaceutico è molto penalizzato. Land ricchi e prosperosi come la Baviera e il Baden-Württemberg, ai massimi tassi di occupazione, risentono dell’effetto Brexit: gli esperti prevedono perdite ancora maggiori nel secondo semestre del 2019, con ripercussioni anche sull’indotto italiano della componentistica.

Non c’è una exit dalla Brexit, l’insicurezza cala ma resta alta

Kiel Institute for the World Economy

TRUMP CONTRO UE: IL NUOVO BRACCIO DI FERRO

A settembre la locomotiva d’Europa ha frenato più del previsto, -0,6% della produzione industriale. La crisi delle spedizioni navali, anche per la guerra commerciale tra Usa e Cina, ha esposto nel 2019 diverse banche regionali tedesche a misure di salvataggio. Con una Brexit pianificata al via, se non altro lo stallo è superato: la «catastrofe di un no deal» temuta dall’Associazione per il commercio estero tedesca (Bga) è scongiurata, l’Europa è attrezzata e presto potrà ricominciare a investire verso il Regno Unito. Ma Trump preme molto su Johnson per sganciarsi dall’orbita Ue, gli osservatori economici avvertono che anche il 2020 non sarà una passeggiata. Per il Kiel Institute for the World Economy (IfW)«non c’è una exit dalla Brexit, l’insicurezza è diminuita ma resta alta». Per l’IMK di Düsseldorf la «Brexit continuerà a pesare nei prossimi mesi sulla crescita britannica come su quella tedesca». Anche perché all’Istituto Ifo di Monaco sono molto scettici che «si concordi un nuovo contratto sul libero commercio entro il 2020».


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Intesa tra Usa e Cina per una rimozione graduale dei dazi

Trump annuncia l'accordo con la Cina su Twitter. Bloccate le tariffe che dovevano entrare in vigore il 15 dicembre. Il vice ministro del Commercio Wang: rimozione per «fasi graduali». Wall street prima brinda, poi ci ripensa.

Il dazio, infine, è tratto. Donald Trump ha annunciato come di consueto via twitter il raggiungimento di un accordo tra Usa e Cina sulle tariffe commerciali. «Abbiamo raggiunto un’intesa sulla fase uno dell’accordo con la Cina», che ha dato il suo via libera «a molti cambi strutturali e ad acquisti massicci di prodotti agricoli, energetici e manifatturieri», ha sottolineato Trump, evidenziando che non scatteranno i dazi che dovevano entrare in vigore il 15 dicembre.

«Rimarranno come sono i dazi del 25%», ha aggiunto il presidente Usa. Più tardi, il vice ministro del Commercio cinese, Wang Shouwen ha spiegato: l’accordo prevede la rimozione dei dazi per «fasi graduali».

Forniture di prodotti chimici stanno per essere caricate nel porto di Zhangjiagang nella provincia orientale dello Jiangsu ( JOHANNES EISELE/AFP via Getty Images)

RAFFORZATO IL COPYRIGHT E MERCATO CINESE PIÙ APERTO

Wang, uno dei negoziatori di punta del team cinese per il ruolo di vice rappresentante per il Commercio internazionale, ha spiegato che l’accordo include il rafforzamento della tutela dei diritti sulla proprietà intellettuale, l’espansione dell’accesso al mercato domestico e la salvaguardia dei diritti delle compagnie estere in Cina, tra le questioni più contestate dalla parte americana a Pechino.

Merci in fase di carico nel porto di Zhangjiagang nella provincia orientale dello Jiangsu (JOHANNES EISELE/AFP via Getty Images)

NOVE PUNTI PER L’INTESA

Il comunicato diffuso dalla Cina menziona nove punti sul raggiungimento dell’accordo: preambolo, proprietà intellettuale, trasferimento di tecnologia, prodotti alimentari e agricoli, servizi finanziari, tassi di cambio, l’espansione del commercio, risoluzione delle controversie e clausole finali. I media Usa hanno menzionato impegni di spesa cinesi per 50 miliardi di beni agricoli Usa, ma nel corso della conferenza i numerosi sono stati accuratamente evitati. Wang ha parlato di «molto lavoro da fare», tra la revisione legale e la traduzione del testo nelle due lingue «da completare il prima possibile». Le parti dovranno «negoziare gli specifici accordi per la firma formale» in modo da dare attuazione alla ‘fase uno’.

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Altro che continuità con Draghi, così Lagarde rivoluziona la Bce

Né falco né colomba: il gufo (simbolo di saggezza) Christine cambia la stategia della Banca centrale europea: in agenda i cambiamenti climatici, nuovi target per la stabilità dei prezzi, pagamenti digitali. Una svolta che non si vedeva da 16 anni.

Era attesa da tutti come la versione color pastello di Mario Draghi. Il suo ruolo doveva essere solo di prosecuzione e continuità con quanto fatto dal governatore celebre per il «Whatever it takes», ma Christine Lagarde ha stupito tutti.

UN DEBUTTO ALLA MOURINHO

Un piglio degno del primo José Mourinho interista (quello del «non sono un pirla») e un polso, nel tenere la conferenza stampa, che ha lasciato molti osservatori positivamente impressionati: dopo la consueta fase di resoconto del meeting direttivo alla stampa, la neo presidente – prima di procedere con il consueto giro di domande – ha voluto riservarsi uno spazio di libere considerazioni.

NON I SOLITI NUMERI SU CRESCITA E INFLAZIONE

Ma oltre al cipiglio c’erano contenuti inattesi. No, non i soliti numeri su crescita (rivista lievemente al ribasso) o inflazione (lievemente al rialzo), né annunci di politica monetaria (invariata), Lagarde ha sparato ben più alto, annunciando una strategic review della Banca centrale europea come non si vedeva da 16 anni.

SVOLTA DA GENNAIO 2020

La Bce ripenserà se stessa, il suo ruolo e le modalità con cui perseguire il suo mandato. Lo farà dal gennaio 2020 per arrivare a una conclusione entro la fine dell’anno. I punti salienti di questa revisione di strategia sono l’inclusione di tematiche inerenti il cambiamento climatico e la ridefinizione del target per la stabilità dei prezzi (oggi posto ad «appena inferiore a 2%»).

CONTESTO TOLLERANTE SULL’INFLAZIONE

Per la stabilità dei prezzi probabilmente l’intenzione è di predisporre un contesto tollerante per l’eventualità di un’inflazione che dovesse superare il 2%, valutando un livello medio pluriennale: dopo anni di livelli inflattivi molto lontani dall’obiettivo, consentire per qualche tempo all’inflazione di galleggiare sopra la soglia del 2% servirà ad avere un livello medio più vicino a 2.

ANCHE L’IMMOBILIARE NELLA DEFINIZIONE DEI PREZZI

La Bce valuterà, inoltre, se considerare anche il comparto immobiliare nella definizione dei prezzi e si premunirà di considerare anche le aspettative di inflazione dei consumatori oltre che quelle di mercato.

CRESCENTE SENSIBILITÀ AMBIENTALE

Le allusioni al surriscaldamento globale lasciano immaginare che la spinta fiscale auspicata potrà avvenire in scia a una crescente sensibilità ambientale: verrà infatti cercato un accordo con la Commissione europea sulla cosiddetta tassonomia, ossia di un sistema di regole di classificazione di criteri per arrivare a definire cosa debba intendersi per attività sostenibile.

BCE PRONTA A DIALOGARE CON LE ALTRE ISTITUZIONI

Un gioco dialettico a tutto campo che crea aspettative, ma che tratteggia già una Bce diversa, ancora tenacemente indipendente, ma pronta a scendere dalla “torre d’avorio” e dialogare con le altre istituzioni perché «non c’è niente di sbagliato nel concordare le azioni per i rispettivi obiettivi».

Le armi che la Bce continuerà a usare saranno:

  • Tassi d’interesse, per la parte più breve della curva.
  • Forward guidance, per dettare un calendario chiaro e “correggere” l’orizzonte di medio termine.
  • Quantitative easing e acquisti di asset, per condizionare la parte più lunga della curva dei rendimenti.

Messa alle strette sulle preferenze fra i tre strumenti, la neo presidente ha fatto intendere di preferire la forward guidance. Non c’era da avere molti dubbi in proposito: la scelta è caduta sullo strumento più basato sulla dialettica, vuoi per confidare sulla principale competenza di Christine (la comunicazione), vuoi perché la capacità di condizionamento residua della Banca centrale è ormai molto esigua, dopo aver già portato i tassi prima a zero, poi sottozero, e aver lanciato più piani di Qe.

POLITICA FISCALE DIVERSA E PIÙ ESPANSIVA

Nonostante le politiche monetarie ultra-accomodanti di questi anni, infatti, i consumi non crescono e i salari nemmeno, per questa ragione una diversa e più espansiva politica fiscale «sarebbe benvenuta».

MA CHI HA IL DEBITO ALTO (COME NOI) SI PREOCCUPI DI QUELLO

Selettivamente, però. I Paesi che hanno spazio di manovra dovrebbero introdurre politiche fiscali più accomodanti, mentre i Paesi ad alto debito dovrebbero preoccuparsi di tornare su un sentiero più virtuoso. Un messaggio esplicito ai governi che non mancherà di mostrare i suoi effetti. Inflazione e crescita (stimate ripettivamente a +1,6% e +1,4% nel 2022) sono ancora troppo modeste, anche se il segno positivo va visto come un buon segnale.

IL GUFO COME SIMBOLO DI SAGGEZZA

La presidente ha prima chiarito un «io sono io» che non ha niente a che fare con la famosa citazione de Il marchese del Grillo di Alberto Sordi, ma che è solo un ammonimento verso la naturale tentazione a fare confronti con il predecessore Draghi. Dopodiché ha respinto ogni classica etichetta definendosi né colomba né falco, semmai un gufo, animale simbolo di saggezza (anche se in Italia ha tutt’altra simbologia).

PURE UN SISTEMA DI PAGAMENTI DITIGALI

Come se tutto ciò non bastasse, in una conferenza stampa di debutto, La Lagarde ha inoltre fatto riferimento alla creazione di una task force che entro metà 2020 porti a termine i lavori per la definzione di una digital currency sotto l’egida della Bce stessa, cioè di un sistema di pagamenti digitali (ma – ha chiarito – non sarà né uno stable coin né il bitcoin). Né falco né colomba: Christine Lagarde sembra una macchina infernale.

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La posizione dell’Ue dopo le elezioni nel Regno Unito

Dopo il voto Bruxelles mostra di avere fretta sulla Brexit. Il presidente del Consiglio Ue Michel: «Londra ratifichi l'accordo quanto prima».

«Mi congratulo con Boris Johnson e mi aspetto che il Parlamento britannico ratifichi il prima possibile l’accordo» negoziato sulla Brexit. Sono le parole del presidente del Consiglio Ue Charles Michel che è stato tra i primi a commentare i risultati delle elezioni nel Regno Unito. L’Ue «è pronta a discutere gli aspetti operativi» delle relazioni future, ha aggiunto, spiegando che i leader avranno una discussione sulla Brexit il 13 dicembre.

GENTILONI: «HA PERSO UNA SINISTRA NOSTALGICA»

Il commissario europeo Paolo Gentiloni ha scelto Twitter per commentare il voto, in particolare la debacle laburista: «Vince Johnson cavalcando l’onda di Brexit. Perde l’illusione di una sinistra nostalgica. Speranza e fiducia nell’Unione europea. Oggi più che mai».

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Usa e Cina sarebbero pronti a un accordo sui dazi

Trump ha annunciato che presto potrebbe esserci un'intesa con Pechino. E il Wsj anticipa che Washington avrebbe proposto un taglio del 50% di quelli esistenti.

«Un grande accordo con la Cina è vicino. Loro lo vogliono, e anche noi». Lo stringato tweet di Donald Trump ha innescato un rally a Wall Street: gli indici americani hanno fatto segnare a nuovi record spinti dall’ottimismo su una schiarita nei rapporti commerciali fra le due superpotenze economiche. Una schiarita che, secondo il Fondo Monetario Internazionale, sarebbe positiva per Washington e Pechino e soprattutto per l’economia mondiale.

IL 15 DICEMBRE PREVISTO UN NUOVO PACCHETTO DI TARIFFE

Il cinguettio di Trump è arrivato in una giornata storica, quella del voto alla commissione giustizia della Camera sull’impeachment del presidente americano. Ed è arrivato in vista della scadenza del 15 dicembre quando, in assenza di una svolta, dovrebbero scattare i nuovi dazi di Trump su 156 miliardi di dollari di Made in China. Non è ancora chiaro come la Casa Bianca intenda procedere sulle nuove tariffe: le indiscrezioni al riguardo sono contrastanti visto lo scarso tempo a disposizione per chiudere la prima fase dell’intesa fra Stati Uniti e Cina sul fronte commerciale. Ma il tweet di Trump, che per la prima volta ha affermato di volere anche lui un accordo, ha dato l’impressione di aprire a un’eliminazione o almeno a un posticipo dei dazi previsti entrare in vigore a breve.

TIMORI PER IL MERCATO USA IN VISTA DEL NATALE

All’interno della Casa Bianca molti sono favorevoli a un rinvio nella convinzione che imporre dazi in prossimità delle feste natalizie si traduca nell’imporre una tassa sugli americani e quindi in un’ondata di nuove critiche contro l’amministrazione, già nel mirino per l’impeachment. Fra le aziende che seguono con interesse gli sviluppi c’è Apple: gli Stati Uniti e la Cina sono infatti i suoi due maggiori mercati e la guerra commerciale rischia di avere un impatto forte sulle vendite di Cupertino nella Repubblica popolare, dove l’iPhone fatica ad affermarsi. Secondo Credit Suisse, le consegne sono infatti calate del 35,4%, il secondo calo consecutivo a due cifre.

LE RICHIESTE DI WASHINGTON PER LA TREGUA

Secondo il Wall Street Journal, nell’ultima proposta messa sul piatto dall’amministrazione Trump alla Cina, gli Stati Uniti hanno proposto un taglio del 50% degli attuali dazi su 360 miliardi di prodotti cinesi e la cancellazione delle tariffe che dovrebbero scattare domenica prossima. In cambio Washington avrebbe chiesto a Pechino un impegno a maggiori acquisti di prodotti agricoli americani, una più forte tutela dei diritti di proprietà intellettuale e un maggiore accesso per le aziende americane al settore dei servizi finanziari cinese. Nel caso in cui la Cina sottoscrivesse l’offerta ma non rispettasse gli impegni, gli Stati Uniti sono pronti a far tornare i dazi ai livelli attuali.

LE MOSSE DI TRUMP IN VISTA DEL VOTO

Una pausa nella guerra commerciale con la Cina, con la firma della fase uno di un accordo più ampio, consentirebbe a Trump di guadagnare tempo e avviarsi all’anno delle elezioni presidenziali con un’importante carta in tasca da giocare. Un carta in grado di spingere Wall Street a nuovi record e permettere al presidente di rivendicare il successo della sua ricetta economica per gli Stati Uniti, che proseguono nel loro 11mo anno di ripresa.

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La polemica tra Trump e Greta Thunberg dopo la copertina del Time

Il presidente Usa ha attaccato l'attivista svedese via social invitandola a curare la sua rabbia. E la giovane ironicamente cambia la bio.

Botta e risposta via social tra “persone dell’anno”. I protagonisti della vicenda sono il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, incoronato dalla rivista Time nel 2016, e Greta Thunberg fresca di nomina per il 2019. L’inquilino della Casa Bianca, noto negazionista climatico, ha attaccato la giovane attivista svedese via Twitter. Commentando un tweet di congratulazioni Trump ha affermato: «È ridicolo», è andato all’attacco, «Greta dovrebbe lavorare sul suo problema di controllo della rabbia e poi andare a vedere un buon film con un amico! Calma Greta, calma!».

Trump, forse in maniera inconsapevole, ha quindi puntato il dito contro uno degli aspetti che caratterizza una persona affetta da sindrome di Asperger come Greta. Negli adulti, infatti, la patologia comporta una certa difficoltà a regolare le emozioni, in particolare ansia e rabbia.

E GRETA CAMBIA LA BIO SU TWITTER

L’attivista ha scelto invece l’ironia per rispondere al tycoon, non direttamente con un tweet ma cambiando la sua biografia e descrivendosi come una «teenager che lavora sul problema della gestione della sua rabbia. Attualmente sto uscendo per andare a vedere un vecchio buon film con un amico».

time greta thunberg trump

ATTIVISTA IN DIREZIONE DI TORINO

Per il 13 dicembre intanto resta confermata la presenza di Greta all’appuntamento del movimento FridaysForFuture in piazza a Torino. L’11 dicembre la stessa Greta ha twittato che alle 15 scenderà in Piazza Castello con gli altri giovani: «Non vedo l’ora di unirmi allo sciopero per il clima a Torino, in Italia, sulla via del ritorno a casa».

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La polemica tra Trump e Greta Thunberg dopo la copertina del Time

Il presidente Usa ha attaccato l'attivista svedese via social invitandola a curare la sua rabbia. E la giovane ironicamente cambia la bio.

Botta e risposta via social tra “persone dell’anno”. I protagonisti della vicenda sono il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, incoronato dalla rivista Time nel 2016, e Greta Thunberg fresca di nomina per il 2019. L’inquilino della Casa Bianca, noto negazionista climatico, ha attaccato la giovane attivista svedese via Twitter. Commentando un tweet di congratulazioni Trump ha affermato: «È ridicolo», è andato all’attacco, «Greta dovrebbe lavorare sul suo problema di controllo della rabbia e poi andare a vedere un buon film con un amico! Calma Greta, calma!».

Trump, forse in maniera inconsapevole, ha quindi puntato il dito contro uno degli aspetti che caratterizza una persona affetta da sindrome di Asperger come Greta. Negli adulti, infatti, la patologia comporta una certa difficoltà a regolare le emozioni, in particolare ansia e rabbia.

E GRETA CAMBIA LA BIO SU TWITTER

L’attivista ha scelto invece l’ironia per rispondere al tycoon, non direttamente con un tweet ma cambiando la sua biografia e descrivendosi come una «teenager che lavora sul problema della gestione della sua rabbia. Attualmente sto uscendo per andare a vedere un vecchio buon film con un amico».

time greta thunberg trump

ATTIVISTA IN DIREZIONE DI TORINO

Per il 13 dicembre intanto resta confermata la presenza di Greta all’appuntamento del movimento FridaysForFuture in piazza a Torino. L’11 dicembre la stessa Greta ha twittato che alle 15 scenderà in Piazza Castello con gli altri giovani: «Non vedo l’ora di unirmi allo sciopero per il clima a Torino, in Italia, sulla via del ritorno a casa».

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Incendio sulla portaerei russa Ammiraglio Kuznetsov

Il rogo mentre erano in corso lavori di manutenzione al porto di Murmansk. Almeno tre dispersi.

Un incendio è scoppiato sulla portaerei russa ‘Ammiraglio Kuznetsov’ durante lavori di manutenzione nel porto di Murmansk, nel Nord del Paese. Secondo i media locali almeno tre persone risultano al momento disperse.

(notizia in aggiornamento)

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Weinstein vicino al patteggiamento con le accusatrici

Secondo il New York Times il produttore cinematografico attualmente agli arresti è vicino a un accordo da 25 milioni di dollari con le presunte vittime delle molestie.

Harvey Weinstein e le sue accusatrici sono vicini a un patteggiamento extra-giudiziario da 25 milioni di dollari. L’accordo, che coinvolge il board dello studio cinematografico del produttore in bancarotta riguarderebbe decine di presunte vittime di molestie sessuali. Weinstein, riferiscono al New York Times, non dovrebbe pagare nulla di tasca propria né dovrebbe ammettere di essersi in alcun modo comportato male.

IN ATTESA DEL VIA LIBERA DEL TRIBUNALE

L’intesa richiede il via libera del tribunale e la firma finale di tutte le parti. A pagare sarebbero società di assicurazione che rappresentano la Weinstein Company, l’ex studio di produzione di Weinstein finito in bancarotta. I 25 milioni alle accusatrici sarebbero una parte di un totale di 47 milioni di dollari con cui la società chiuderebbe i conti con i creditori. Secondo gli avvocati di alcune delle vittime, lo stesso Weinstein potrebbe essere presto costretto a ricorrere personalmente alle protezioni del Chapter 11. Oggi intanto l‘ex boss di Miramax è comparso in tribunale camminando a fatica con l’aiuto di un “girello”: domani – hanno fatto sapere i suoi legali – sarà operato alla schiena. Al termine dell’udienza il giudice James Burke ha aumentato la cauzione da uno a cinque milioni di dollari per aver violato le condizioni dei domiciliari usando in modo improprio il braccialetto elettronico.

18,5 MILIONI PER PAGARE UNA CLASS ACTION

Weinstein dovrebbe tornare in corte ai primi di gennaio per rispondere alle accuse di due donne che sostengono di essere state aggredite sessualmente nel 2006 e nel 2013. Il processo penale nei confronti dell’ex produttore ha attirato il grosso dell’attenzione mentre le cause civili andavano avanti con trattative segrete che hanno coinvolto donne americane, ma anche canadesi, britanniche e irlandesi, le cui accuse in molti casi erano andate in prescrizione. Diciotto di loro si spartiranno un totale di 6,2 milioni di dollari con la condizione che nessuna riceverà più di mezzo milione a testa. Un’altro blocco di denaro, pari a 18,5 milioni andrà alle partecipanti in una class-action e a future accusatrici, col mandato a un incaricato del tribunale di stabilire l’entità dei pagamenti sulla base della gravita’ del danno subito. Tra le accusatrici di Weinstein ci sono anche attrici famose come Angelina Jolie, Gwyneth Paltrow e Salma Hayek: nessuna di loro è parte delle denunce al centro del patteggiamento.

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Il premier francese promette pensioni minime di mille euro

La soglia dei 62 anni non verrà modificata. Ma lo Stato «inciterà i cittadini a lavorare più a lungo», con un sistema di bonus-malus che fissa l'età di equilibrio a 64 anni. Sindacati delusi.

Il premier francese Edouard Philippe ha illustrato i contenuti della riforma delle pensioni che il governo di Parigi intende varare. E ha fatto una promessa: «Garantiremo una pensione minima di mille euro al mese per ogni carriera completa, i più ricchi pagheranno un contributo di solidarietà più elevato rispetto a oggi».

LEGGI ANCHE: Cosa prevede la riforma delle pensioni al centro delle proteste in Francia

ETÀ DI EQUILIBRIO A 64 ANNI

L’età pensionabile, fissata in Francia a 62 anni, «non cambierà». Ma Philippe è tornato a sottolineare la necessità di lavorare di più: «Senza forzarli, inciteremo i cittadini» ad andare in questa direzione. Annunciato quindi un sistema di bonus-malus, che introduce «un’età d’equilibrio» fissata a 64 anni. Il sistema pensionistico del futuro, ha detto ancora Philippe, «sarà lo stesso per tutti i francesi, senza eccezioni. Quello che proponiamo è un nuovo patto fra le generazioni». Il premier ha quindi lanciato un appello ai manifestanti, affermando che le misure presentate «giustificano uno stop dello sciopero». La riforma «non è un salto nel buio, ma un ritorno alle orgini».

FREDDA ACCOGLIENZA DA PARTE DEI SINDACATI

Le reazioni non si sono fatte attendere, ma non sono di segno positivo. Laurent Berger, leader del sindacato riformista CFDT, che il governo cercava di attrarre nel suo campo per mettere all’angolo altre sigle considerate più dure come CGT e Force Ouvrière, si è detto fortemente deluso dai contenuti della riforma. Per Berger «la linea rossa è stata oltrepassata» con la proposta dei 64 anni come età di equilibrio.

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Perché le Presidenziali post Bouteflika in Algeria sono inutili

Elezioni il 12 dicembre, per volere del capo dell'esercito Salah. In corsa solo ex premier, ex ministri o politici parte dell’establishment. Le piazze rifiutano tutti i candidati e boicottano le urne. Ma ai giovani manifestanti pro-cambiamento manca un nuovo leader.

Un voto rimandato e infine imposto, forse l’ultimo colpo di coda dell’ancient regime algerino, di certo un punto interrogativo per tutti, fuori e dentro l’Algeria. La piazza non vuole le Presidenziali del 12 dicembre 2019 ma il pouvoir, il «potere» da spazzare via, le ha imposte entro la fine dell’anno. Così detta la Costituzione algerina, ma soprattutto così ha voluto il nuovo uomo forte, il capo di stato maggiore Ahmed Gaïd Salah.

IL POPOLO RIGETTA TUTTI E CINQUE I CANDIDATI

Dalle dimissioni dell’ex presidente ottuagenario Abdelaziz Bouteflika, destituito ad aprile dal generale Salah per «manifesta incapacità», entro 90 giorni doveva essere rieletto un capo dello Stato. A luglio il voto era stato annullato, mancando i candidati. Ma oltre l’anno non si può temporeggiare, poco importa se il fiume umano che dal 22 febbraio invade le strade dell’Algeria rigetti tutti i cinque candidati «del sistema, ex premier, ex ministri o oligarchi».

Algeria presidenziali proteste Bouteflika
Il candidato di punta delle Presidenziali in Algeria del 2019, l’ex premier Alis Benflis. (Getty)

L’IMBARAZZANTE 75ENNE BENFLIS

L’accoglienza dei comizi non è stata, per usare un eufemismo, calorosa. L’ex primo ministro (dal 2000 al 2003) Alis Benflis, 75enne naturalmente del Fronte di liberazione nazionale (Fln) di Bouteflika, suo avversario fantoccio delle Presidenziali, è il candidato di punta e tra i più imbarazzanti della rosa. Un insulto per il popolo dell’hirak, il «movimento» che chiede e pretende lo «smantellamento totale» dell’apparato di potere dell’Algeria. Il capo della campagna elettorale di Benflis nella regione della Cabilia, roccaforte delle contestazioni, si è dovuto dimettere su pressione dei familiari, per il timore di tumulti.

LE PIAZZE SEMI VUOTE PER L’EX PLURI MINISTRO

Abdelmadjid Tebboune, classe 1945, ex premier ed ex ministro praticamente di tutto, in politica dal 1975 e parente di Bouteflika, è il prediletto di Salah. E non lo aiuta: Tebboune ha dovuto cancellare il primo raduno perché la piazza era semi vuota, anche il suo manager ha mollato l’incarico.

L’ISLAMISTA MODERATO PRESO A UOVA E POMODORI

Peggio ancora è andata al candidato islamista Abdelkader Bengrina, un moderato intenzionato a rappresentare l’hirak. Meno organico, ma anche lui ex ministro, sebbene più di 20 anni fa, di un governo Bouteflika. Bengrina, 57 anni, ha promesso aiuti alle donne single e si era messo ad arringare sul cambiamento dalla piazza di Algeri delle proteste. Ma è dovuto scappare in auto, preso a uova e pomodori dai dimostranti che non lo ritengono una degna opposizione.

NON CONVINCE L’EX TITOLARE DELLA CULTURA

Alla vigilia del voto anche il Movimento della società per la pace, la maggiore rappresentanza degli islamisti nell’Algeria, ha preso le distanze da «tutti i candidati», appoggiando in linea di principio le Presidenziali ma «non in queste circostanze, senza consenso». Allo stesso modo, non convince l’ex ministro della Cultura Azzedine Mihoubi, 60 anni, già sottosegretario alla comunicazione, leader del Raggruppamento democratico nazionale (Rdn) alleato del Fln.

Algeria presidenziali proteste Bouteflika
Militari in pensione governativi manifestano ad Algeri per le Presidenziali del 2019. (Getty)

CAMPAGNA CONSIDERATA UNO SPRECO DI DENARO

Né si salva Abdelaziz Belaïd, 56enne leader del Fronte del futuro, piccolo partito considerato di sponda tattica del pouvoir. E certo Belaïd, che all’hirak assicura lotta alla corruzione, lo è stato di Bouteflika, come Benflis, alle passate Presidenziali. La società civile algerina è giovane, ostinatamente pacifica e molto consapevole dello status quo: considera la campagna «uno spreco di denaro» da parte di chi «non si è fatto ancora carico delle richieste popolari», cioè di un «vero ricambio», precondizione per «elezioni trasparenti e sane».

AI MANIFESTANTI PERÒ MANCA UN LEADER

Alle masse di manifestanti mancano però dei leader politici nuovi e preparati: dall’indipendenza il partito unico del Fln ha soffocato la fondazione di altri partiti che non fossero collaterali e funzionali al sistema. Agonizzante, come il malato Bouteflika, ma pronto anche alle Presidenziali del 2019 a giocare la carta della paura.

L’ESERCITO RESTA ARBITRO: E LA DEMOCRAZIA DOV’È?

Il potere fa leva sul bisogno di stabilità degli algerini. Si pone come rimedio al caos, lascia filtrare il rischio di disordini il giorno del voto, e intanto manda in piazza i supporter governativi. Le Presidenziali decise dal generale Salah, vice ministro della Difesa, 80enne, sono un banco di prova anche per la tenuta dell’hirak, forte ad aggirare le trappole ma continuamente insidiato. Finché l’esercito resterà arbitro autoritario della “transizione” non ci sarà democrazia in Algeria: gli arresti di questi mesi sono trasversali. Colpiscono imprenditori e funzionari corrotti del pouvoir, con retate a effetto, come esponenti della sinistra all’opposizione e dimostranti berberi per «attentato alla nazione». I cortei sono tollerati, ma i giornalisti intimiditi. I magistrati protestano contro le ingerenze, ma parte di loro sono complici. E se il voto boicottato per il presidente sarà un flop, per il pouvoir c’è sempre il secondo turno.

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Perché le Presidenziali post Bouteflika in Algeria sono inutili

Elezioni il 12 dicembre, per volere del capo dell'esercito Salah. In corsa solo ex premier, ex ministri o politici parte dell’establishment. Le piazze rifiutano tutti i candidati e boicottano le urne. Ma ai giovani manifestanti pro-cambiamento manca un nuovo leader.

Un voto rimandato e infine imposto, forse l’ultimo colpo di coda dell’ancient regime algerino, di certo un punto interrogativo per tutti, fuori e dentro l’Algeria. La piazza non vuole le Presidenziali del 12 dicembre 2019 ma il pouvoir, il «potere» da spazzare via, le ha imposte entro la fine dell’anno. Così detta la Costituzione algerina, ma soprattutto così ha voluto il nuovo uomo forte, il capo di stato maggiore Ahmed Gaïd Salah.

IL POPOLO RIGETTA TUTTI E CINQUE I CANDIDATI

Dalle dimissioni dell’ex presidente ottuagenario Abdelaziz Bouteflika, destituito ad aprile dal generale Salah per «manifesta incapacità», entro 90 giorni doveva essere rieletto un capo dello Stato. A luglio il voto era stato annullato, mancando i candidati. Ma oltre l’anno non si può temporeggiare, poco importa se il fiume umano che dal 22 febbraio invade le strade dell’Algeria rigetti tutti i cinque candidati «del sistema, ex premier, ex ministri o oligarchi».

Algeria presidenziali proteste Bouteflika
Il candidato di punta delle Presidenziali in Algeria del 2019, l’ex premier Alis Benflis. (Getty)

L’IMBARAZZANTE 75ENNE BENFLIS

L’accoglienza dei comizi non è stata, per usare un eufemismo, calorosa. L’ex primo ministro (dal 2000 al 2003) Alis Benflis, 75enne naturalmente del Fronte di liberazione nazionale (Fln) di Bouteflika, suo avversario fantoccio delle Presidenziali, è il candidato di punta e tra i più imbarazzanti della rosa. Un insulto per il popolo dell’hirak, il «movimento» che chiede e pretende lo «smantellamento totale» dell’apparato di potere dell’Algeria. Il capo della campagna elettorale di Benflis nella regione della Cabilia, roccaforte delle contestazioni, si è dovuto dimettere su pressione dei familiari, per il timore di tumulti.

LE PIAZZE SEMI VUOTE PER L’EX PLURI MINISTRO

Abdelmadjid Tebboune, classe 1945, ex premier ed ex ministro praticamente di tutto, in politica dal 1975 e parente di Bouteflika, è il prediletto di Salah. E non lo aiuta: Tebboune ha dovuto cancellare il primo raduno perché la piazza era semi vuota, anche il suo manager ha mollato l’incarico.

L’ISLAMISTA MODERATO PRESO A UOVA E POMODORI

Peggio ancora è andata al candidato islamista Abdelkader Bengrina, un moderato intenzionato a rappresentare l’hirak. Meno organico, ma anche lui ex ministro, sebbene più di 20 anni fa, di un governo Bouteflika. Bengrina, 57 anni, ha promesso aiuti alle donne single e si era messo ad arringare sul cambiamento dalla piazza di Algeri delle proteste. Ma è dovuto scappare in auto, preso a uova e pomodori dai dimostranti che non lo ritengono una degna opposizione.

NON CONVINCE L’EX TITOLARE DELLA CULTURA

Alla vigilia del voto anche il Movimento della società per la pace, la maggiore rappresentanza degli islamisti nell’Algeria, ha preso le distanze da «tutti i candidati», appoggiando in linea di principio le Presidenziali ma «non in queste circostanze, senza consenso». Allo stesso modo, non convince l’ex ministro della Cultura Azzedine Mihoubi, 60 anni, già sottosegretario alla comunicazione, leader del Raggruppamento democratico nazionale (Rdn) alleato del Fln.

Algeria presidenziali proteste Bouteflika
Militari in pensione governativi manifestano ad Algeri per le Presidenziali del 2019. (Getty)

CAMPAGNA CONSIDERATA UNO SPRECO DI DENARO

Né si salva Abdelaziz Belaïd, 56enne leader del Fronte del futuro, piccolo partito considerato di sponda tattica del pouvoir. E certo Belaïd, che all’hirak assicura lotta alla corruzione, lo è stato di Bouteflika, come Benflis, alle passate Presidenziali. La società civile algerina è giovane, ostinatamente pacifica e molto consapevole dello status quo: considera la campagna «uno spreco di denaro» da parte di chi «non si è fatto ancora carico delle richieste popolari», cioè di un «vero ricambio», precondizione per «elezioni trasparenti e sane».

AI MANIFESTANTI PERÒ MANCA UN LEADER

Alle masse di manifestanti mancano però dei leader politici nuovi e preparati: dall’indipendenza il partito unico del Fln ha soffocato la fondazione di altri partiti che non fossero collaterali e funzionali al sistema. Agonizzante, come il malato Bouteflika, ma pronto anche alle Presidenziali del 2019 a giocare la carta della paura.

L’ESERCITO RESTA ARBITRO: E LA DEMOCRAZIA DOV’È?

Il potere fa leva sul bisogno di stabilità degli algerini. Si pone come rimedio al caos, lascia filtrare il rischio di disordini il giorno del voto, e intanto manda in piazza i supporter governativi. Le Presidenziali decise dal generale Salah, vice ministro della Difesa, 80enne, sono un banco di prova anche per la tenuta dell’hirak, forte ad aggirare le trappole ma continuamente insidiato. Finché l’esercito resterà arbitro autoritario della “transizione” non ci sarà democrazia in Algeria: gli arresti di questi mesi sono trasversali. Colpiscono imprenditori e funzionari corrotti del pouvoir, con retate a effetto, come esponenti della sinistra all’opposizione e dimostranti berberi per «attentato alla nazione». I cortei sono tollerati, ma i giornalisti intimiditi. I magistrati protestano contro le ingerenze, ma parte di loro sono complici. E se il voto boicottato per il presidente sarà un flop, per il pouvoir c’è sempre il secondo turno.

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La cantante dei Roxette Marie Frediksson è morta

Ammalata di tumore al cervello dal 2002, la voce del duo svedese è scomparsa lunedì 9 dicembre.

Marie Fredriksson, la metà femminile del duo pop svedese Roxette, è morta all’età di 61 anni. Frederiksson formò i Roxette con Per Gessle nel 1986. I due pubblicarono il loro primo album lo stesso anno per poi raggiungere il successo internazionale alla fine degli anni ’80 e nei ’90. L’artista è morta lunedì «per le conseguenze di una lunga malattia». «È con grande dispiacere che dobbiamo informarvi della scomparsa di una delle più grandi e amate artiste», ha dichiarato la sua agenzia di management. Marie Fredriksson si ammalò nel 2002 e le fu diagnosticato un tumore cerebrale.

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La cantante dei Roxette Marie Frediksson è morta

Ammalata di tumore al cervello dal 2002, la voce del duo svedese è scomparsa lunedì 9 dicembre.

Marie Fredriksson, la metà femminile del duo pop svedese Roxette, è morta all’età di 61 anni. Frederiksson formò i Roxette con Per Gessle nel 1986. I due pubblicarono il loro primo album lo stesso anno per poi raggiungere il successo internazionale alla fine degli anni ’80 e nei ’90. L’artista è morta lunedì «per le conseguenze di una lunga malattia». «È con grande dispiacere che dobbiamo informarvi della scomparsa di una delle più grandi e amate artiste», ha dichiarato la sua agenzia di management. Marie Fredriksson si ammalò nel 2002 e le fu diagnosticato un tumore cerebrale.

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Il governo Usa ha mentito sulla guerra in Afghanistan per anni

Secondo un lungo dossier ottenuto dal Washington Post, la Casa Bianca e l'esercito hanno manipolato le informazioni sullo stato del conflitto. I testimoni: «Non sapevamo cosa stavamo facendo».

I vertici dell’amministrazione Usa, da George W. Bush in poi, hanno più volte ingannato nel corso degli anni l’opinione pubblica americana sulla situazione in Afghanistan, per nascondere i fallimenti di una guerra che oramai dura da 20 anni e a cui il presidente Donald Trump sta tentando di porre fine con un accordo con i talebani.

DA DOVE PARTE IL RAPPORTO

La notizia esplosiva è uscita sulle pagine del Washington Post che ha condotto un’inchiesta sulla base di oltre duemila pagine di documenti ottenuti grazie al Freedom Of Information Act. In realtà il quotidiano aveva raccolto le informazioni già negli anni precedenti ma solo con l’intervento di un tribunale è stato in grado di pubblicare. Le carte che fanno parte di un rapporto del 2014 intitolato Lessons Learned e in cui si esaminano le origini degli insuccessi del coinvolgimento Usa nel Paese, iniziato all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001. Uno studio, costato 11 milioni di dollari, condotto attraverso oltre 600 interviste, comprese quelle a diversi responsabili ed ex responsabili della Nato e del governo afghano che «aveva l’obiettivo di individuare le fallimentari misure applicate in Afghanistan affinché gli Stati Uniti non commettessero gli stessi errori la prossima volta che avrebbero invaso un paese o cercato di ricostruirne uno».

TESTIMONIANZE MANIPOLATE PER MOSTRARE CHE SI STAVA VICENDO LA GUERRA

«Dalle testimonianze», ha scritto il Wp, «emerge come era comune nei quartier generali militari a Kabul, ma anche alla Casa Bianca, alterare e manipolare le statistiche per far apparire che gli Usa stavano vincendo la guerra, mentre non era così». «Queste carte», ha messo in luce l’inchiesta, «assomigliano molto ai famosi Pentagon Papers sulla storia segreta della guerra del Vietnam». Bob Crowley, colonnello del colonnello dell’esercito in pensione che lavorò come consulente nel Paese tra il 2013 e 2014 ha raccontato che si trovavano modi migliori per presentare il miglior quadro possibile.

LA MANCATA CONOSCENZA DELL’AFGHANISTAN

Tra i documenti esaminati anche alcuni memo inediti che risalgono al periodo tra il 2001 e 2006 dell’ex segretario alla Difesa Donald Rumsfeld. Il generale Douglas Lute, che sotto le amministrazioni Bush e Obama servì come war czar dell’Afghanistan alla Casa Bianca, è arrivato a dichiarare «non sapevamo quello che stavamo facendo». «Cosa stiamo cercando di fare qui? Non avevamo la più pallida idea di ciò che stavamo intraprendendo», aveva detto in un colloquio del 20 febbraio 2015. Un altro funzionato ha messo in luce come Washington fosse convinta di poter instaurare un forte governo centrale a Kabul, ma che la pretesa non teneva conto del fatto che il Paese, in tutta la sua storia, non aveva mai auto una forte autorità centrale: «La cornice per creare un simile governo è di almeno 100 anni, ed è un tempo che noi non abbiamo».

I NUOVI COLLOQUI COI TALEBANI

Ufficialmente la guerra è iniziata nell’ottobre del 2001, poco più di un mese dopo gli attacchi contro il Word Trade Center organizzati da al Qaeda, l’organizzazione creata e diretta all’ora da Osama Bin Laden e che aveva trovato riparto presso i talebani. Da allora il conflitto si è protratto a fasi alterne entrando quest’anno nel 18esimo anno di vita. Da allora i costi umani sono stati altissimi, così come quelli economici stimati intorno a 930 miliardi di dollari. Intanto il 4 dicembre il dipartimento di Stato Usa ha fatto sapere che l’inviato Usa per l’Afghanistan Zalmay Khalilzad, attualmente a Kabul, tornerà in Qatar per «riprendere i colloqui con i talebani per discutere le tappe che possono portare a negoziati interafghani e ad una soluzione pacifica della guerra, in particolare ad una riduzione della violenza che porti ad un cessate il fuoco».

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Cosa si nasconde sotto il mondo scintillante del K-pop

Suicidi, abusi, violenze. Lo showbiz sudcoreano è malato. E racconta molto di una società ipercompetitiva e piena di contraddizioni.

Cosa sta accadendo nel mondo luccicante e apparentemente leggero del Korean-pop o K-pop come lo conoscono e lo seguono, elettrizzati ed entusiasti, tantissimi adolescenti anche in Italia?

Sembra qualcosa di terribile a giudicare dall’inquietante record di suicidi che si riscontra in Corea del Sud tra le star del genere: quattro morti in due anni. L’ultimo a togliersi la vita, martedì, è stato Cha In Ha, membro del gruppo Surprise U, che è stato trovato senza vita nella sua abitazione di Seul.

Al momento sono ancora in corso le indagini per comprendere quali siano state esattamente le cause della morte. Nel frattempo la sua casa di produzione ha diffuso un comunicato nel quale ha confermato il decesso: «Siamo devastati», hanno scritto. Cha aveva solo 27 anni.

LA DRAMMATICA SCIA DI SUICIDI NEL K-POP

Il suo suicidio segue di poco quello della cantante Goo Hara, 28 anni, trovata morta nella sua casa di Seul solo sei mesi dopo essere sopravvissuta a un precedente tentativo di suicidio. E a sua volta la morte di Goo è arrivata sei settimane dopo che Sulli, un’altra star del K-pop e amica intima di Goo, si era tolta la vita a ottobre a 25 anni, dopo una lunga battaglia contro il bullismo online.

UN GENERE DIVENTATO FENOMENO GLOBALE

Ormai divenuto un fenomeno musicale globale, il K-pop, con l’aura di tragedia che sembra accompagnarlo, rischia di mettere a nudo i problemi ben più ampi di cui soffrono la gioventù e l’intera società sudcoreana. Il genere è diventato famoso a partire dal 1996 grazie alle boyband. Dopo una fase di recessione, nel 2003 è stato rilanciato a livello internazionale dai successi di gruppi come i TVXQ e i BoA. Negli ultimi due anni, soprattutto grazie ai social media, il K-Pop è riuscito a sfondare anche nelle classifiche degli Stati Uniti con i BTS, la prima band sudcorerana a vincere un Billboard Music Award.

Il funerale della star del K-Pop Goo Hara (Getty).

LE GIOVANI STAR SONO SOTTOPOSTE A UNA INCREDIBILE PRESSIONE

L’ondata di suicidi del K-pop è iniziata quasi due anni fa quando Kim Jong-hyun, meglio noto come Jonghyun della band Shinee, si uccise nel dicembre del 2017, anche lui a soli 27 anni. Naturalmente i suicidi nel mondo della musica non sono una novità: il frontman dei Nirvana, Kurt Cobain, si suicidò nel 1994, e recentemente si sono tolte la vita due icone pop molto conosciute, con schiere di fan al loro seguito, Keith Flint dei Prodigy e Chester Bennington dei Linkin Park.

LEGGI ANCHE:In Corea del Sud c’è una prigione per le persone stressate

Ma ben quattro celebrità dello stesso settore, nello stesso Paese, che si tolgono la vita, giovanissime, in meno di due anni, indicano che probabilmente qualcosa è andato tragicamente storto nel K-pop. La pressione che il sistema esercita sulle sue stelle – in particolare le donne – è fortissima. Inizia nel momento in cui entrano nelle scuole di formazione da adolescenti: i telefoni cellulari vengono confiscati, sono tagliati fuori dalla famiglia e dagli amici ed è loro vietato di intrattenere normali relazioni giovanili. Le scuole proiettano un’immagine bizzarra e conflittuale, eternamente in bilico tra innocenza e disponibilità sessuale.

Il pubblico del K-pop World Festival a Changwon (Getty).

IL CYBERBULLISMO CONTRO SULLI E GOO

Sulli e Goo, per esempio, si sono dovute sottoporre a un esame continuo e impietoso delle loro vite private ed entrambe hanno dovuto affrontare dure critiche, attacchi e offese online: Sulli è stata messa alla gogna sui social, poco prima della sua morte, per aver postato su Instagram foto di un festino alcolico a casa sua, mentre Goo era stata coinvolta in una brutta storia di revenge-porn: un suo ex aveva postato online un filmato in cui facevano sesso.

LE ACCUSE DI ABUSI E VIOLENZE

I doppi standard che si applicano in Corea del Sud, ma non solo, alle stelle del K-pop, a seconda se siano maschi o femmine, sono evidenti. Mentre Sulli e Goo venivano prese di mira dal bullismo online, chiamate senza mezzi termini «troie» ed esortate a «vergognarsi» per i loro comportamenti, gli stessi fan in un evidente eccesso di misoginia non facevano una piega, invece, di fronte ad atteggiamenti a dir poco terrificanti di altre star maschili come Jung Joon-young e Choi Jong-hoon. I due ragazzi si sentivano così intoccabili e al di sopra della legge da arrivare a gestire una chat room dove condividevano filmati in cui facevano sesso con donne che sembravano in stato di incoscienza, molto probabilmente drogate. Con commenti del tipo: «Aspetta. È svenuta. Voglio vederla viva». «L’hai violentata, bravo», accompagnato da una faccina che ride.

Il gruppo di K-Pop BTS (Getty).

LE INCHIESTE DELLA MAGISTRATURA

Il primo tentativo di suicidio di Goo, a maggio, avrebbe dovuto rappresentare un serio campanello d’allarme per le case discografiche di K-pop. Invece nessuno nel settore sembra essersi reso conto della tragedia che si stava consumando.

LEGGI ANCHE: #NoMarriageMovement, le coreane dicono no a figli e matrimonio

Le autorità di Seul, invece, sembrano aver preso sul serio questa crisi nel K-pop: i pubblici ministeri hanno incriminato Jung con l’accusa di violenza sessuale che potrebbe portarlo in carcere per un minimo di sette anni, mentre la “Legge di Sulli” contro il cyberbullismo verrà presentata il mese prossimo all’Assemblea nazionale.

Lee Seung-hyun in tribunale (Getty).

L’UNICA PRIORITÀ È FARE SOLDI

Forse non sapremo mai quale sostegno è stato offerto a Goo dopo il suo primo tentativo di suicidio a maggio, se qualcuno ha cercato di aiutarla. Di certo l’unica notizia che, negli ultimi sei mesi, i fan di K-pop nel mondo hanno avuto della giovanissima star è stata quella diffusa due settimane fa, quando il suo manager ha tentato di rilanciarne la carriera attraverso un mini-tour che comprendeva una sola data in Giappone. Nemmeno una parola sulle difficoltà e il disagio che stava attraversando la giovane stellina; il che suggerisce con ogni evidenza che la massima priorità era quella di riportarla sul palco e fare soldi, non certo risolvere i problemi che l’avevano spinta una prima volta a provare di togliersi la vita. Tentativo alla fine riuscito.

UNO SHOWBIZ MALATO

Considerando le voci che circolano da tempo sugli abusi sessuali subiti dalle giovani star dello showbiz locale, è sorprendente che il bilancio delle vittime non sia addirittura più alto. Nel 2009 l’attrice 29enne Jang Ja-yeon si è tolta la vita lasciando un biglietto in cui affermava di essere stata costretta a fare sesso con più di 30 uomini famosi. E nel 2013, il Ceo di Open World Entertainment, Jang Seok-woo, è stato processato e incarcerato per aver violentato 11 studentesse.

LE CONTRADDIZIONI DELLA SOCIETÀ SUDCOREANA

Si potrebbe anche sostenere che molti fan di K-pop hanno una parte di responsabilità in questa ondata di suicidi. Attraverso l’odio e gli attacchi rivolti ai loro beniamini sui social, infatti, hanno finito per minare il fragile equilibrio di questi protagonisti-bambini cresciuti troppo in fretta. Ma le tragiche morti di ragazzi e ragazze troppo giovani, troppo famosi e alla fine troppo insicuri e soli, fanno emergere tutte le contraddizioni di una società ipercompetitiva, dove un diploma universitario è considerato un prerequisito anche per trovare un lavoro comune. Una società che rischia di pagare un prezzo devastante non solo nel mondo luccicante dello spettacolo, ma in ogni settore per la mancanza delle politiche sociali necessarie a combattere il fenomeno dilagante della depressione, in un Paese che ha il più alto tasso di suicidi tra le nazioni ricche del Pianeta.

LEGGI ANCHE: Per cosa combattono le sudcoreane di Escape the Corset

E fino a quando l’industria del K-pop, in una Corea del Sud per molti versi ancora patriarcale e misogina, non smetterà di trattare le sue giovani star come oggetti di consumo per guadagnare denaro, continuerà ad avere le mani sporche del loro sangue.

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Cosa si nasconde sotto il mondo scintillante del K-pop

Suicidi, abusi, violenze. Lo showbiz sudcoreano è malato. E racconta molto di una società ipercompetitiva e piena di contraddizioni.

Cosa sta accadendo nel mondo luccicante e apparentemente leggero del Korean-pop o K-pop come lo conoscono e lo seguono, elettrizzati ed entusiasti, tantissimi adolescenti anche in Italia?

Sembra qualcosa di terribile a giudicare dall’inquietante record di suicidi che si riscontra in Corea del Sud tra le star del genere: quattro morti in due anni. L’ultimo a togliersi la vita, martedì, è stato Cha In Ha, membro del gruppo Surprise U, che è stato trovato senza vita nella sua abitazione di Seul.

Al momento sono ancora in corso le indagini per comprendere quali siano state esattamente le cause della morte. Nel frattempo la sua casa di produzione ha diffuso un comunicato nel quale ha confermato il decesso: «Siamo devastati», hanno scritto. Cha aveva solo 27 anni.

LA DRAMMATICA SCIA DI SUICIDI NEL K-POP

Il suo suicidio segue di poco quello della cantante Goo Hara, 28 anni, trovata morta nella sua casa di Seul solo sei mesi dopo essere sopravvissuta a un precedente tentativo di suicidio. E a sua volta la morte di Goo è arrivata sei settimane dopo che Sulli, un’altra star del K-pop e amica intima di Goo, si era tolta la vita a ottobre a 25 anni, dopo una lunga battaglia contro il bullismo online.

UN GENERE DIVENTATO FENOMENO GLOBALE

Ormai divenuto un fenomeno musicale globale, il K-pop, con l’aura di tragedia che sembra accompagnarlo, rischia di mettere a nudo i problemi ben più ampi di cui soffrono la gioventù e l’intera società sudcoreana. Il genere è diventato famoso a partire dal 1996 grazie alle boyband. Dopo una fase di recessione, nel 2003 è stato rilanciato a livello internazionale dai successi di gruppi come i TVXQ e i BoA. Negli ultimi due anni, soprattutto grazie ai social media, il K-Pop è riuscito a sfondare anche nelle classifiche degli Stati Uniti con i BTS, la prima band sudcorerana a vincere un Billboard Music Award.

Il funerale della star del K-Pop Goo Hara (Getty).

LE GIOVANI STAR SONO SOTTOPOSTE A UNA INCREDIBILE PRESSIONE

L’ondata di suicidi del K-pop è iniziata quasi due anni fa quando Kim Jong-hyun, meglio noto come Jonghyun della band Shinee, si uccise nel dicembre del 2017, anche lui a soli 27 anni. Naturalmente i suicidi nel mondo della musica non sono una novità: il frontman dei Nirvana, Kurt Cobain, si suicidò nel 1994, e recentemente si sono tolte la vita due icone pop molto conosciute, con schiere di fan al loro seguito, Keith Flint dei Prodigy e Chester Bennington dei Linkin Park.

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Ma ben quattro celebrità dello stesso settore, nello stesso Paese, che si tolgono la vita, giovanissime, in meno di due anni, indicano che probabilmente qualcosa è andato tragicamente storto nel K-pop. La pressione che il sistema esercita sulle sue stelle – in particolare le donne – è fortissima. Inizia nel momento in cui entrano nelle scuole di formazione da adolescenti: i telefoni cellulari vengono confiscati, sono tagliati fuori dalla famiglia e dagli amici ed è loro vietato di intrattenere normali relazioni giovanili. Le scuole proiettano un’immagine bizzarra e conflittuale, eternamente in bilico tra innocenza e disponibilità sessuale.

Il pubblico del K-pop World Festival a Changwon (Getty).

IL CYBERBULLISMO CONTRO SULLI E GOO

Sulli e Goo, per esempio, si sono dovute sottoporre a un esame continuo e impietoso delle loro vite private ed entrambe hanno dovuto affrontare dure critiche, attacchi e offese online: Sulli è stata messa alla gogna sui social, poco prima della sua morte, per aver postato su Instagram foto di un festino alcolico a casa sua, mentre Goo era stata coinvolta in una brutta storia di revenge-porn: un suo ex aveva postato online un filmato in cui facevano sesso.

LE ACCUSE DI ABUSI E VIOLENZE

I doppi standard che si applicano in Corea del Sud, ma non solo, alle stelle del K-pop, a seconda se siano maschi o femmine, sono evidenti. Mentre Sulli e Goo venivano prese di mira dal bullismo online, chiamate senza mezzi termini «troie» ed esortate a «vergognarsi» per i loro comportamenti, gli stessi fan in un evidente eccesso di misoginia non facevano una piega, invece, di fronte ad atteggiamenti a dir poco terrificanti di altre star maschili come Jung Joon-young e Choi Jong-hoon. I due ragazzi si sentivano così intoccabili e al di sopra della legge da arrivare a gestire una chat room dove condividevano filmati in cui facevano sesso con donne che sembravano in stato di incoscienza, molto probabilmente drogate. Con commenti del tipo: «Aspetta. È svenuta. Voglio vederla viva». «L’hai violentata, bravo», accompagnato da una faccina che ride.

Il gruppo di K-Pop BTS (Getty).

LE INCHIESTE DELLA MAGISTRATURA

Il primo tentativo di suicidio di Goo, a maggio, avrebbe dovuto rappresentare un serio campanello d’allarme per le case discografiche di K-pop. Invece nessuno nel settore sembra essersi reso conto della tragedia che si stava consumando.

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Le autorità di Seul, invece, sembrano aver preso sul serio questa crisi nel K-pop: i pubblici ministeri hanno incriminato Jung con l’accusa di violenza sessuale che potrebbe portarlo in carcere per un minimo di sette anni, mentre la “Legge di Sulli” contro il cyberbullismo verrà presentata il mese prossimo all’Assemblea nazionale.

Lee Seung-hyun in tribunale (Getty).

L’UNICA PRIORITÀ È FARE SOLDI

Forse non sapremo mai quale sostegno è stato offerto a Goo dopo il suo primo tentativo di suicidio a maggio, se qualcuno ha cercato di aiutarla. Di certo l’unica notizia che, negli ultimi sei mesi, i fan di K-pop nel mondo hanno avuto della giovanissima star è stata quella diffusa due settimane fa, quando il suo manager ha tentato di rilanciarne la carriera attraverso un mini-tour che comprendeva una sola data in Giappone. Nemmeno una parola sulle difficoltà e il disagio che stava attraversando la giovane stellina; il che suggerisce con ogni evidenza che la massima priorità era quella di riportarla sul palco e fare soldi, non certo risolvere i problemi che l’avevano spinta una prima volta a provare di togliersi la vita. Tentativo alla fine riuscito.

UNO SHOWBIZ MALATO

Considerando le voci che circolano da tempo sugli abusi sessuali subiti dalle giovani star dello showbiz locale, è sorprendente che il bilancio delle vittime non sia addirittura più alto. Nel 2009 l’attrice 29enne Jang Ja-yeon si è tolta la vita lasciando un biglietto in cui affermava di essere stata costretta a fare sesso con più di 30 uomini famosi. E nel 2013, il Ceo di Open World Entertainment, Jang Seok-woo, è stato processato e incarcerato per aver violentato 11 studentesse.

LE CONTRADDIZIONI DELLA SOCIETÀ SUDCOREANA

Si potrebbe anche sostenere che molti fan di K-pop hanno una parte di responsabilità in questa ondata di suicidi. Attraverso l’odio e gli attacchi rivolti ai loro beniamini sui social, infatti, hanno finito per minare il fragile equilibrio di questi protagonisti-bambini cresciuti troppo in fretta. Ma le tragiche morti di ragazzi e ragazze troppo giovani, troppo famosi e alla fine troppo insicuri e soli, fanno emergere tutte le contraddizioni di una società ipercompetitiva, dove un diploma universitario è considerato un prerequisito anche per trovare un lavoro comune. Una società che rischia di pagare un prezzo devastante non solo nel mondo luccicante dello spettacolo, ma in ogni settore per la mancanza delle politiche sociali necessarie a combattere il fenomeno dilagante della depressione, in un Paese che ha il più alto tasso di suicidi tra le nazioni ricche del Pianeta.

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E fino a quando l’industria del K-pop, in una Corea del Sud per molti versi ancora patriarcale e misogina, non smetterà di trattare le sue giovani star come oggetti di consumo per guadagnare denaro, continuerà ad avere le mani sporche del loro sangue.

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Quali sono i piani di Erdogan e della Turchia in Libia

Il presidente turco ha difeso il memorandum con il governo di Serraj aprendo anche a trivellazioni congiunte in mare. E sulla guerra dice: «Pronti a intervenire se Tripoli lo chiederà».

L’attivismo del presidente turco Recep Tayyip Erdogan in Libia è sempre più alto. Recentemente il sultano ha ribadito che «nel caso di un invito» da parte del governo libico di Fayez al-Sarraj a compiere un intervento militare, «la Turchia deciderà autonomamente che tipo di iniziativa prendere». Erdogan ha criticato anche il sostegno di Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto al generale Khalifa Haftar e aggiungendo di volerne discutere in una telefonata con Vladimir Putin. Erdogan ha inoltre accusato i Paesi che sostengono l’uomo forte della Cirenaica di violare l’embargo alla vendita di armi imposto dalle Nazioni Unite. La Turchia è stata a sua volta accusata in passato di fornire armi alle milizie fedeli a Tripoli. Le affermazioni del leader di Ankara sono arrivate dopo il memorandum d’intesa sulla demarcazione dei confini marittimi siglato il 27 novembre scorso a Istanbul con il governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli.

IL PESO DELL’ACCORTO TRIPOLI-ANKARA

«Con questo accordo» sulla demarcazione dei confini marittimi con la Libia, ha detto ancora Erdogan, «abbiamo fatto un passo legittimo nel quadro del diritto internazionale contro gli approcci che la Grecia e l’amministrazione greco-cipriota hanno cercato di imporre e le rivendicazioni di confini marittimi che miravano a confinare il nostro Paese al Golfo di Antalya». Il presidente, intervistato dalla tv di stato Trt, ha così difeso l’intesa soprattutto dalle critiche di Grecia, Cipro ed Egitto. Il leader di Ankara ha anche ipotizzato possibili «esplorazioni congiunte» con la Libia alla ricerca di idrocarburi offshore nelle aree delimitate dal memorandum. Atene, Nicosia e Il Cairo temono rischi di interferenze nelle loro attività di perforazione in mare. Solo 24 ore prima, Erdogan era intervenuto ancora una volta contro l’Occidente sia in funzioni anti israeliana che direttamente bacchettando la Francia di Macron.

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Strage in un ospedale della Repubblica Ceca: sei persone uccise in una sparatoria

Diversi feriti in un edificio di Ostrava, nel Nord del Paese. Le circostanze dell'accaduto sono poco chiare, con il killer che è ancora in fuga.

Strage in un ospedale universitario di Ostrava, nel Nord della Repubblica Ceca, dove sei persone sono rimaste uccise e diverse ferite in seguito a una sparatoria. A fornire il bilancio delle vittime è stato il ministro dell’interno Jan Hamacek, mentre non è ancora chiara la dinamica dell’accaduto. Quel che è certo è che il killer, un uomo alto un metro e 80 con un giubbotto rosso è in fuga. L’ospedale è stato evacuato.

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