Sono stati i parenti delle vittime a rivolgersi alla Corte europee dei diritti umani per la presenza in libertà di due manager tedeschi condannati.
La Corte europea dei diritti umani ha avviato un procedimento contro Italia e Germania sul caso del rogo dello stabilimento della ThyssenKrupp a Torino il 6 dicembre 2007. Sono stati i parenti delle vittime e uno dei sopravvissuti, Antonio Boccuzzi, a rivolgersi alla Corte di Strasburgo, accusando i due governi di aver violato i loro diritti, in particolare quello al rispetto della vita, perché nonostante una sentenza di condanna dei tribunali italiani nel 2016 di due manager tedeschi, questi restano in libertà. Secondo i ricorrenti, in tutto 26, la violazione del loro diritto alla vita deriverebbe «dalle omissioni e dai ritardi delle autorità italianee tedesche nel dare esecuzione alla sentenza di condanna dei due manager». I ricorrenti affermano anche di non aver altro modo, se non attraverso la Corte di Strasburgo, per far valere i loro diritti nei confronti di Roma e Berlino. Il ricorso era arrivato a Strasburgo il 12 aprile dello scorso anno.
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Il gesuita spagnolo è stato scelto per il ruolo di prefetto della Segreteria per l'Economia. Si insedierà a partire da gennaio 2020.
Nuove nomine in Vaticano. Papa Francesco ha infatti scelto il sostituto del cardinale George Pell, sospeso nel 2017 per difendersi nel processo in cui è accusato di abusi sessuali sui minori in Australia. Il suo mandato come prefetto della Segreteria per l’Economia è scaduto a febbraio. Per tale ruolo il pontefice ha scelto padre Juan Antonio Guerrero Alves, che si insedierà a partire da gennaio 2020.
GLI INCARICHI NELLA COMPAGNIA DI GESÙ
Spagnolo, nato a Merida nel 1959, Guerrero Alves è entrato nel noviziato della Compagnia di Gesù nel 1979. Nella biografia diffusa dalla sala stampa vaticana si legge che è stato ordinato sacerdote nel 1992. Laureato in Economia e in Teologia, è stato professore di Filosofia sociale e politica presso l’Università Pontificia Comillas (1994-1997 e 1999-2003), maestro di novizi dei Gesuiti in Spagna (2003-2008), superiore provinciale a Castiglia (2008-2014), economo della Compagnia di Gesù in Mozambico (2015-2017) e direttore del Collegio Sant’Ignazio di Loyola (2016-2017) nello stesso Paese. Dal 2017 è delegato del Superiore generale per le Case e le opere interprovinciali a Roma e consigliere generale della Compagnia di Gesù. Al suo posto il Superiore generale della Compagnia di Gesù, padre Arturo Sosa, ha nominato padre Johan Verschueren.
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Ha ereditato la catena di supermercati Tigros, con più di 60 punti vendita e quasi 2 mila dipendenti. Si era candidato sindaco a Varese per il centrodestra al posto dell'uscente Attilio Fontana. Adesso è accusato di corruzione.
Il presunto “burattinaio” delle tangenti in Lombardia, l’ex coordinatore di Forza Italia a Varese Nino Caianiello, gli consigliava di muoversi «perché questi mi hanno detto che ti vogliono cambiare il progetto giù a Milano». Paolo Orrigoni, proprietario dei supermercati Tigros – 700 milioni di euro di fatturato, più di 60 punti vendita tra Lombardia e Piemonte e quasi 2 mila dipendenti – è finito ai domiciliari insieme all’ex eurodeputata di Forza Italia Lara Comi.
Orrigoni era il candidato sindaco del centrodestra alle ultime elezioni comunali di Varese, sostenuto da liste civiche ma anche da Forza Italia, Fratelli d’Italia e soprattutto dalla Lega, che lo voleva al posto dell’uscente Attilio Fontana, diretto alla Regione Lombardia. Ha perso per un soffio al ballottaggio con il candidato del Pd, Davide Galimberti, che ha riportato il centrosinistra al timone di Varese dopo più di 20 anni, e adesso siede in consiglio comunale come capogruppo di una delle civiche che lo hanno sostenuto.
Orrigoni, 42 anni, laureato in Giurisprudenza, ha ereditato i supermercati Tigros dal padre ed è accusato di corruzione. Insieme a un altro imprenditore che lo ha tirato in ballo, Enrico Tonetti, avrebbe versato un anticipo di 50 mila euro per ottenere la variante di destinazione d’uso di un terreno a Gallarate su cui aprire un nuovo supermercato.
La somma, secondo gli inquirenti, sarebbe stata fatta passare per un incarico di consulenza affidato a uno studio di ingegneristica. Il denaro era destinato a chi aveva indicato loro di rivolgersi proprio a quello studio, ovvero ad Alberto Bilardo, coordinatore di Forza Italia a Gallarate e consigliere di amministrazione di Accam, consorzio che gestisce la raccolta dei rifiuti in 27 Comuni lombardi. Bilardo è considerato una delle figure “fedeli” a Caianiello.
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Un uomo di origini brasiliane è stato posto ai domiciliari con l'accusa di aver volontariamente infettato un'altra partner. Al vaglio altri possibili casi.
Un uomo di 39 anni è stato arrestato dai carabinieri di Rimini per aver contagiato una delle sue amanti con l’Hiv e per averne esposto volontariamente al virus altre tre. L’uomo, di origini brasiliane, si trova agli arresti domiciliari e deve rispondere del reato di lesioni gravi.
Stando alle indagini scattate ad agosto su segnalazione della convivente, l’uomo avrebbe intrattenuto diverse relazioni sessuali anche durature con diverse donne, contagiando una di queste. Le indagini dei carabinieri hanno appurato come il 39enne, positivo all’Hiv da alcuni anni, dal 2017 aveva sospeso volontariamente la terapia farmacologica, l’aveva ripresa poi solo sporadicamente nel 2018, per poi interromperla totalmente aumentando esponenzialmente il rischio di contagio in caso di rapporti sessuali non protetti.
Oltre alla convivente, gli accertamenti dei militari hanno permesso di risalire ad altre tre donne, conosciute tramite alcuni social, le quali, ignare dello stato di salute dell’uomo, hanno confermato di aver avuto rapporti sessuali non protetti con l’indagato. Per una di queste i test medici hanno dato esito positivo.
RICERCE PER STABILIRE EVENTUALI ALTRI CONTAGI
Le indagini dei carabinieri di Rimini, coordinate dal sostituto procuratore Paolo Gengarelli, hanno portato all’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari emessa dal gip del Tribunale di Rimini, Manuel Bianchi. Al momento gli investigatori dell’Arma sono al lavoro per risalire, attraverso l’analisi del pc utilizzato dal 39enne, ad eventuali altre donne conosciute su internet, a chat e alle effettive frequentazioni sentimentali dell’arrestato.
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Un uomo di origini brasiliane è stato posto ai domiciliari con l'accusa di aver volontariamente infettato un'altra partner. Al vaglio altri possibili casi.
Un uomo di 39 anni è stato arrestato dai carabinieri di Rimini per aver contagiato una delle sue amanti con l’Hiv e per averne esposto volontariamente al virus altre tre. L’uomo, di origini brasiliane, si trova agli arresti domiciliari e deve rispondere del reato di lesioni gravi.
Stando alle indagini scattate ad agosto su segnalazione della convivente, l’uomo avrebbe intrattenuto diverse relazioni sessuali anche durature con diverse donne, contagiando una di queste. Le indagini dei carabinieri hanno appurato come il 39enne, positivo all’Hiv da alcuni anni, dal 2017 aveva sospeso volontariamente la terapia farmacologica, l’aveva ripresa poi solo sporadicamente nel 2018, per poi interromperla totalmente aumentando esponenzialmente il rischio di contagio in caso di rapporti sessuali non protetti.
Oltre alla convivente, gli accertamenti dei militari hanno permesso di risalire ad altre tre donne, conosciute tramite alcuni social, le quali, ignare dello stato di salute dell’uomo, hanno confermato di aver avuto rapporti sessuali non protetti con l’indagato. Per una di queste i test medici hanno dato esito positivo.
RICERCE PER STABILIRE EVENTUALI ALTRI CONTAGI
Le indagini dei carabinieri di Rimini, coordinate dal sostituto procuratore Paolo Gengarelli, hanno portato all’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari emessa dal gip del Tribunale di Rimini, Manuel Bianchi. Al momento gli investigatori dell’Arma sono al lavoro per risalire, attraverso l’analisi del pc utilizzato dal 39enne, ad eventuali altre donne conosciute su internet, a chat e alle effettive frequentazioni sentimentali dell’arrestato.
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La città lagunare prova a tornare alla normalità dopo la grande piena. Attesa per il nuovo picco da 125 centimetri previsto per le 10:50.
Una notte tranquilla a Venezia quella appena trascorsa, senza picchi di marea nè allarmi per il maltempo. La città, dopo 48 ore da incubo, ha potuto tirare il respiro. Il 14 novembre la laguna si è risvegliata con il sole, cielo limpido e temperatura più rigida, perchè lo scirocco non c’è.
Dopo l’emergenza per la mareggiata che ha creato gravi danni a monumenti abitazioni e alberghi comincerà la vera e propria conta dei danni. Non tutto è ancora alle spalle, però, perchè se nella serata del 13 la massima si è fermata sotto gli 80 centimetri, le previsioni parlano per il 14 di un altro picco significativo, 125 centimetri sul medio mare (alle 10.50), con la possibilità che le zone più basse, come San Marco, siano nuovamente allagate.
A Venezia c’è anche il premier Giuseppe Conte, che dopo la riunione operativa del 13 e la visita a San Marco, il 14 dovrebbe incontrare anche i commercianti della città. «Per Venezia», ha detto il premier Giuseppe Conte uscendo dall’hotel nel quale ha dormito stanotte, «c’è un impegno a 360 gradi, c’è una situazione drammatica in una città unica, ci dobbiamo essere». Alla domanda se l’impegno per finire il Mose basterà, «Speriamo, confidiamo di sì, è un’opera su cui ormai sono stati spesi tantissimi soldi ed è in dirittura finale, ora va completata e poi manutenuta». E ai veneziani: «Siamo vicini a voi e speriamo di prevenire queste situazioni drammatiche, perchè non si ripetano più».
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Era nascosta in un container per il trasporto di banane. Una volta "tagliata" avrebbe fruttato guadagni per 250 milioni di euro.
I Carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria e del Ros, insieme alla Guardia di finanza, hanno sequestrato oltre unatonnellata di cocaina nel porto di Gioia Tauro. La droga era nascosta in 144 imballi in un container refrigerato adibito al trasporto di banane. Il container, proveniente dal Sud America, era destinato secondo i documenti di spedizione in Germania. La cocaina, una volta “tagliata”, avrebbe fruttato un introito di 250 milioni di euro.
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Sei anni di carcere anche per la Cassazione. Con l'aggravante del metodo mafioso. Il membro del clan di Ostia aveva aggredito il giornalista della trasmissione condotta da Enrico Lucci, fratturandogli il naso, e il suo cameraman. Deve scontare l'ergastolo inflitto in un altro processo.
È stata confermata la condanna a sei anni di reclusione per Roberto Spada, l’uomo accusato di lesioni aggravate dal metodo mafioso per aver aggredito il 7 novembre del 2017 la troupe della trasmissione Nemo – Nessuno escluso (il giornalista Daniele Piervincenzi e il cameraman Edoardo Anselmi) a Ostia. A deciderlo è stata la Quinta sezione penale della Cassazione. La sindaca di Roma, Virginia Raggi, era presente alla lettura del verdetto.
PER SPADA ANCHE L’AGGRAVANTE DEL METODO MAFIOSO
Nella sua requisitoria, il procuratore generale della Cassazione, Pasquale Fimiani, ha confermato che si è trattato di metodo mafioso con gli “indicatori” della intimidazione: «Sono stati correttamente individuati dalla Corte di Appello», ha infatti sottolineato il pg, «gli indici sintomatici che rilevano la sussistenza dell’aggravante del metodo mafioso, con una deliberata e ostentata manifestazione di potere». Secondo Fimiani, uno di questi “indici” è rappresentato dal fatto che «nessuna delle persone presenti nella palestra gestita da Spada, davanti alla quale si è svolta l’aggressione ai giornalisti, è intervenuta in favore delle vittime».
A SPADA PENA DELL’ERGASTOLO IN UN ALTRO PROCESSO
Antonio Marino, legale di parte civile di Piervincenzi e Anselmi, ha così commentato la sentenza: «È importante che questa sentenza sia stata confermata per i segnali che possono derivarne sia in termini di ordine pubblico sia di riaffermazione della presenza dello Stato anche nei quartieri periferici di Roma». A Spada, che al momento si trova in carcere, è stata inflitta a settembre la pena dell’ergastolo in un altro processo per vari reati, tra i quali l’associazione mafiosa.
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Sei anni di carcere anche per la Cassazione. Con l'aggravante del metodo mafioso. Il membro del clan di Ostia aveva aggredito il giornalista della trasmissione condotta da Enrico Lucci, fratturandogli il naso, e il suo cameraman. Deve scontare l'ergastolo inflitto in un altro processo.
È stata confermata la condanna a sei anni di reclusione per Roberto Spada, l’uomo accusato di lesioni aggravate dal metodo mafioso per aver aggredito il 7 novembre del 2017 la troupe della trasmissione Nemo – Nessuno escluso (il giornalista Daniele Piervincenzi e il cameraman Edoardo Anselmi) a Ostia. A deciderlo è stata la Quinta sezione penale della Cassazione. La sindaca di Roma, Virginia Raggi, era presente alla lettura del verdetto.
PER SPADA ANCHE L’AGGRAVANTE DEL METODO MAFIOSO
Nella sua requisitoria, il procuratore generale della Cassazione, Pasquale Fimiani, ha confermato che si è trattato di metodo mafioso con gli “indicatori” della intimidazione: «Sono stati correttamente individuati dalla Corte di Appello», ha infatti sottolineato il pg, «gli indici sintomatici che rilevano la sussistenza dell’aggravante del metodo mafioso, con una deliberata e ostentata manifestazione di potere». Secondo Fimiani, uno di questi “indici” è rappresentato dal fatto che «nessuna delle persone presenti nella palestra gestita da Spada, davanti alla quale si è svolta l’aggressione ai giornalisti, è intervenuta in favore delle vittime».
A SPADA PENA DELL’ERGASTOLO IN UN ALTRO PROCESSO
Antonio Marino, legale di parte civile di Piervincenzi e Anselmi, ha così commentato la sentenza: «È importante che questa sentenza sia stata confermata per i segnali che possono derivarne sia in termini di ordine pubblico sia di riaffermazione della presenza dello Stato anche nei quartieri periferici di Roma». A Spada, che al momento si trova in carcere, è stata inflitta a settembre la pena dell’ergastolo in un altro processo per vari reati, tra i quali l’associazione mafiosa.
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La casa di Maranello è pronta a lanciare la nuova auto ispirata alle linee della Dolce vita. Sotto il cofano un V8 turbo da 3855cc. I dettagli.
Si chiama “Ferrari Roma” l’ultima nata della casa di Maranello che verrà presentata ufficialmente il 14 novembre nella Città Eterna. La nuova coupé 2+ monta un motore centrale-anteriore V8 turbo da 3855cc che eroga 620 cv a 7.500 giri/min al quale è abbinato il nuovo cambio dual-clutch a 8 rapporti, introdotto per la prima volta sulla SF90 Stradale.
L’ultima nata del Cavallino è caratterizzata da un design senza tempo, da una spiccata raffinatezza e da guidabilità e prestazioni di assoluta eccellenza. La Ferrari Roma non è, infatti, solo una vera e propria icona di design italiano, ma è anche in grado di garantire prestazioni al vertice della categoria grazie al suo motore V8 turbo appartenente alla famiglia vincitrice del premio Engine of the Year per quattro anni consecutivi.
Lunga 4656mm con una larghezza di 1974mm e un passo di 2670mm, la Ferrari Roma copre gli 0-100km/h in 3,4 secondi e può raggiungere una velocità massima di oltre 320 km/h. Grazie al suo stile inconfondibile, la vettura reinterpreta in chiave contemporanea il lifestyle della città di Roma tipico degli anni ’50-’60, caratterizzato dalla leggerezza e dal piacere di vivere.
ULTIMA PRESENTAZIONE DEL 2019
«La Ferrari Roma, che rappresenta al meglio l’eleganza e la raffinatezza di quello straordinario periodo», hanno fatto sapere gli ingegneri di Maranello, «è la vettura ideale per vivere al meglio la Nuova Dolce Vita». Con la Ferrari Roma si completa il piano annunciato dall’Ad Louis Carey Camilleri per il 2019. «Questo 2019 è un anno molto importante per la Ferrari», aveva affermato Camilleri lo scorso maggio in occasione della presentazione della SF90, «Un anno in cui abbiamo deciso di dare una profonda accelerazione alla nostra offerta di prodotto. Stare fermi in attesa che le cose succedano», aveva aggiunto, «non è un’opzione presa in considerazione a Maranello. E poi perche’ una delle grandi lezioni di Enzo Ferrari è stata proprio quella di saper leggere i tempi e anticiparli».
La Ferrari Roma si aggiunge alla F8 Tributo che era stata presentata al salone di Ginevra, alla SF90 Stradale svelata nel maggio scorso e alle F8 Spider e 812 GTS presentate a settembre. Inusuale anche la location per la presentazione dell’ultimo gioiello del Cavallino Rampante: di solito, infatti, Ferrari presenta le proprie vetture a Maranello ma già 24 ore prima sui social aveva rilasciato un indizio che lasciava intendere un omaggio alla Città Eterna: «Siamo pronti per la Nuova Dolce Vita».
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Un mix di scirocco e marea astronomica all'origine del fenomeno che ha messo in ginocchio la città lagunare. E gli esperti lanciano un nuovo allarme sugli eventi climatici estremi.
Mentre potrebbero esserci i cambiamenti climatici dietro la violenta tromba d’aria che si è abbattuta nel Salento, nonché dietro le forti piogge e le raffiche di vento, dalla velocità paragonabile a quella dei venti di un uragano, in molte zone l’Italia.
Sulla Penisola è in arrivo una nuova ondata di maltempo che durerà fino a tutto il week end. Ancora una volta saranno possibili precipitazioni molto abbondanti, anche temporalesche, con il rischio di potenziali situazioni di criticità, non solo per le piogge ma anche per i forti venti.
IL MIX CHE HA MESSO IN GINOCCHIO VENEZIA
«La situazione di Venezia è stata determinata dalla combinazione di due fenomeni: i forti venti di scirocco, con raffiche fino a 100 chilometri orari che stanno soffiano su tutto l’Adriatico, sommati alla marea astronomica», ha spiegato Bernardo Gozzini, climatologo del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) e direttore del consorzio Lamma fra Cnr e Regione Toscana. Il vento, ha spiegato, «crea un moto ondoso che fa alzare il livello del mare nella laguna. Sommato alla marea, questo fenomeno ha fatto aumentare in modo eccezionale il livello del mare a Venezia che non era così alto dal 1966, quando si alzò di 194 centimetri». Lo stesso fenomeno fa alzare anche il livello del Po negli ultimi tratti: «In pratica il fiume, quando sfocia in mare, trova una sorta di tappo, dovuto al mare agitato, che non gli permette di scaricare l’acqua».
I EFFETTI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI SU TROMBE D’ARIA E PIOGGIA
Diverso invece è il caso della tromba d’aria che si è abbattuta su Porto Cesareo, nel Salento e le veloci raffiche di vento che hanno sferzato l’Italia e le forti piogge in molte zone (160 millimetri in 36 ore a Caltagirone, in Sicilia): secondo l’esperto, non è escluso che questi eventi estremi potrebbero essere collegati ai cambiamenti climatici. «Queste situazioni meteo, dalle trombe d’aria alle forti piogge», ha spiegato Gozzini, «sono abbastanza normali in autunno, ma il cambiamento climatico potrebbe farle diventare più esplosive, perché influisce sui meccanismi alla base della loro formazione, in pratica incrementa le differenze di temperatura tra quota e suolo e le differenze di pressione, creando un ambiente favorevole allo sviluppo di eventi estremi».
LA BASSA PRESSIONE FLAGELLA L’ITALIA
La situazione meteo in questi ultimi due giorni sulla Penisola, ha proseguito, «è dovuta alla bassa pressione che ha raggiunto valori molto bassi, dando origine a forti venti con raffiche paragonabili a quelle di un uragano. I venti infatti hanno superato 180 chilometri orari in alcune zone come Novara di Sicilia e hanno raggiunto 119 chilometri orari a Gallipoli». Quando ci sono condizioni di questo genere, ossia differenze di pressione, differenze di temperatura in quota (20 gradi sotto lo zero a 6.000 metri e 8-10 gradi al suolo), sommate al mare caldo che crea più evaporazione immettendo energia nel sistema, ha concluso Gozzini, possono verificarsi fenomeni localizzati ma molto forti.
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In città problemi a strutture, ristoranti, caffè e locali storici. Senza nemmeno l'elettricità per azionare le pompe. Mentre per Natale incombono cancellazioni e cali di prenotazioni. Il n.1 Federalberghi: «Ora provvedimenti immediati, altrimenti i visitatori che guardano i telegiornali non verranno più».
E pensare che uno dei problemi storici di Venezia è l’overtourism, ossia il troppo turismo che quando si concentra in aree così piccole rischia persino di danneggiarle. Ma adesso, con l’acqua (quasi) alla gola, il problema per il settore è un altro. A onor del vero gli stranieri non si sono fermati e hanno continuato ad avventurarsi per le calli ricoperte d’acqua e a San Marco, scattando foto e selfie. Ma intanto ci sono interi piani di strutture ricettive e di ristorazione, caffè e locali storici, negozi di souvenir e di moda, che sono sommersi dai guai, senza nemmeno l’elettricità per azionare le pompe e i sistemi anti-incendio.
La forte marea che ha invaso l’interno di un hotel a Venezia.
ACQUA CHE INVADE LA HALL DEGLI ALBERGHI
Le parole dell’emergenza fin qui sono state «disastro», con i video della città andata in tilt, e «apocalisse», come l’ha definita il governatore veneto Luca Zaia. Anche gli hotel contano i danni, a partire dal Gritti Palace che ha visto la sua hall invasa dall’acqua. Il presidente di Federalberghi Bernabò Bocca ha detto che «ci si aspettava l’acqua alta, ma non di certo a questi livelli. Poi c’è stata anche una bora molto forte che ha aumentato il problema. Dal 1966 non si raggiungeva questa situazione. Ma bisogna dire che Venezia è una città delicata e sensibile a determinati problemi atmosferici. È una città sull’acqua, non è certo una frana che cade su un paese dove non si aspettava proprio».
L’acqua alta nelle vie di Venezia. (Ansa)
Chi guarda le immagini dei telegiornali non ha voglia di venire a Venezia per Natale… se non saranno fatti degli interventi
Bocca di Federalberghi
Quindi, che fare? La crisi climatica incombe e il Mose, il sistema di barriere mobili per fermare l’acqua alta, resta un’opera incompiuta. Se per i Verdi l’unico modo di salvare la città è «sollevarla», il presidente di Federalberghi ha spiegato come ora sia determinante prendere velocemente provvedimenti e comunicarli all’esterno. Perché «chi guarda le immagini dei telegiornali non ha voglia di venire a Venezia per Natale… se non saranno fatti degli interventi».
RISCHIO DI CANCELLAZIONI E CALO DI PRENOTAZIONI
Dal punto di vista turistico a Venezia si sta entrando in bassa stagione: «Se fosse successo a maggio o a Natale sarebbe stato un vero disastro, ma è una città sempre piena di turisti e abbiamo già la certezza di cancellazioni e calo di prenotazioni», ha aggiunto Bocca.
I danni per gli storici locali del centro di Venezia. (Ansa)
SCARSA FIDUCIA NEL FUNZIONAMENTO DEL MOSE
Marco Michielli, presidente di Confturismo e Federalberghi Veneto, nonché vicepresidente nazionale di entrambe le federazioni, ha parlato anche del Mose che «dovrebbe essere operativo in Laguna da 10 anni». E invece è bloccato: «Ho scarsissima fiducia che possa funzionare, ma spero di sbagliarmi e sono pronto a rimangiarmi quello che ho detto e anche a scusarmi. Ma devono dimostrare velocemente che funziona, collaudandolo nel giro di pochi mesi».
Locali devastati per il doppio effetto acqua alta e bora. (Ansa)
DUE PROBLEMI: LA CITTÀ SPROFONDA, IL MARE SI ALZA
Venezia ha un duplice problema: «La subsidenza, e cioè il fatto che la città sprofonda, si sta abbassando, e il mare il cui livello si sta alzando. Quindi se il Mose funziona dobbiamo saperlo prestissimo, altrimenti dobbiamo trovare subito altri progetti alternativi. Siamo “letteralmente” con l’acqua alla gola. Senza contare i danni su tutta la costa da Bibione, “macellata” dal maltempo, a Jesolo e Chioggia».
Uno dei nostri associati aveva dei turisti nelle camere al piano terra che sono dovuti fuggire con le loro cose ai piani più alti
L’Associazione veneziana albergatori
Claudio Scarpa, presidente dell’Associazione veneziana albergatori, gli ha fatto eco: «È una devastazione, i danni sono ingentissimi e purtroppo non è finita qui. Stanno continuando le alte maree ed essendo saltati i quadri elettrici gli hotel non hanno nemmeno più le pompe disponibili per far uscire l’acqua. Molte le strutture che si sono trovate in gravi difficoltà la notte tra il 12 e il 13 novembre, con il picco di marea di 187 centimetri. Uno dei nostri associati aveva dei turisti nelle camere al piano terra che sono dovuti fuggire con le loro cose ai piani più alti». Ora l’obiettivo è non farli scappare definitivamente tutti.
CIPRIANI: «NO A CATASTROFISMI»
Una voce fuori dal coro è stata quella di Arrigo Cipriani, 87 anni, da decenni alla guida dell’Harry’s bar, locale simbolo della città lagunare, fondato dal padre Giuseppe nel 1931. Ha visto tante volte l’acqua salire nelle calli e in Piazza San Marco e ha ridimensionato la situazione: «Questa non è un’inondazione, i veneziani dovrebbero essere pronti ad affrontare certe emergenze. Tutto questo catastrofismo non fa bene alla città».
Bisognerebbe fare una causa pubblica contro il governo che non ha fatto nulla per far funzionare il Mose
Arrigo Cipriani
Secondo Cipriani gli abitanti della città lagunare dovrebbero alzare la voce: «Bisognerebbe fare una causa pubblica contro il governo che non ha fatto nulla per far funzionare il Mose. E se poi il Mose non dovesse funzionare bisognerebbe fare causa contro quelli che lo hanno progettato e realizzato. Hanno rubato milioni e non c’è nessuno in galera».
Arrigo Cipriani nel suo Harry’s bar in una foto del 2012. (Getty Images)
«I VENEZIANI DOVREBBERO ORGANIZZARSI UN PO’»
Cipriani ha ammesso che la città è fragile, ma «abbiamo avuto tanti danni per l’acqua alta e dovremmo essere abituati a fronteggiare questo tipo di emergenze. I veneziani dovrebbero organizzarsi un po’. Tante volte piangono, ma l’acqua alta non è un’inondazione, sale e scende verticalmente. Se uno vive a Venezia, deve essere preparato. Bisogna mettere le prese della corrente più in alto, prendere tutti gli accorgimenti nella consapevolezza che l’acqua può salire fino a 60 centimetri».
HEMINGWAY E CHAPLIN NEL RIFUGIO DEL BELLINI
L’Harry’s bar, inventore del Bellini e del carpaccio, è stato rifugio di personaggi come Ernest Hemingway, Charlie Chaplin e Orson Welles, oltre a essere raccontato in un documentario e citato in canzoni di Fabrizio De Andrè e Paolo Conte. «Questa mattina abbiamo fatto 30 coperti, abbiamo lavorato come tutti i giorni», ha spiegato Cipriani. «Anche per questo dico che si respira un’atmosfera di finzione. Si fa solo del terrorismo climatico senza senso. Nella storia c’è stato il secolo del Rinascimento, questo è il secolo del rimbecillimento».
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Sono sbarcati a Ciampino, accolti dai ministri Guerini e Di Maio. Poi sono stati trasferiti all'ospedale del Celio.
Il C130 dell’Aeronautica militare con a bordo i militari italiani feriti nell’attentato in Iraqè atterrato alle 16.43 del 13 novembre all’aeroporto romano di Ciampino. Ad accogliere i feriti, oltre ai familiari, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il capo di Stato maggiore della Difesa Enzo Vecciarelli. A bordo dell’aereo, proveniente dalla base di Ramstein, in Germania, hanno viaggiato anche alcuni familiari giunti il 12 novembre nella città tedesca con un velivolo messo a disposizione dalla Difesa.
Pochi minuti dopo l’atterraggio del C130 cinque ambulanze militari e pulmini si sono recati sotto bordo del velivolo dalla rappresentanza del 31esimo stormo dell’Aeronautica. A seguire i ministri Guerini e Di Maio, con accanto il capo di stato maggiore della Difesa Vecciarelli, il capo di stato maggiore dell’esercito generale Salvatore Farina ed il capo di stato Maggiore della Marina, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, hanno incontrato i militari e i familiari. Pochi minuti, lontano dagli occhi della stampa, per poi fare ritorno nella sala di rappresentanza. I militari sono poi stati trasferiti all’ospedale militare del Celio.
Siamo orgogliosi del lavoro che le nostre donne e i nostri uomini in uniforme svolgono con grande professionalità e coraggio ogni giorno nel mondo. Il loro impegno nelle aree di crisi rappresenta un contributo essenziale
Luigi Di Maio
Di Maio ha commentato via Facebook: «Ci stringiamo a loro e alle loro famiglie, felici di poterli riabbracciare. Siamo orgogliosi del lavoro che le nostre donne e i nostri uomini in uniforme svolgono con grande professionalità e coraggio ogni giorno nel mondo. Il loro impegno nelle aree di crisi rappresenta un contributo essenziale per difendere quei diritti, libertà e valori che stanno alla base della nostra costituzione e del diritto internazionale».
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Una riguarda cinque carabinieri, accusati a vario titolo di omicidio preterintenzionale, abuso di autorità e falso. L'altra i medici del Pertini, prima condannati e poi assolti. Entrambe sono attese il 14 novembre.
Giovedì 14 novembre può essere il giorno della verità sul caso di Stefano Cucchi. Sono infatti attese due sentenze relative alla vicenda della morte del geometra romano, arrestato per droga nell’ottobre 2009 e deceduto una settimana dopo in ospedale. Due collegi di giudici scriveranno agli atti la loro idea processuale in altrettanti processi: quello che vede sul banco degli imputati cinque carabinieri, tre dei quali accusati di omicidio preterintenzionale, e quello che ancora una volta vede sul banco degli imputati cinque medici del reparto di detenzione dell’Ospedale Pertini di Roma dove Cucchi morì. Un terzo processo, istruito nei confronti di otto alti ufficiali dell’Arma per i depistaggi che secondo l’accusa sarebbero stati compiuti nel 2009 e nel 2015, ancora non è ufficialmente avviato nella sua fase istruttoria dibattimentale, anche a causa dell’astensione del giudice designato.
IL PROCESSO AI CARABINIERI: ACCUSE DI OMICIDIO PRETERINTENZIONALE E FALSO
Il 14 novembre la prima Corte d’Assise, presieduta da Vincenzo Capozza, nell’Aula bunker del carcere romano di Rebibbia, si appresta a pronunciare la sentenza nei confronti di cinque carabinieri per i quali il pm Giovanni Musarò ha chiesto condanne «importanti». Per l’accusa di omicidio preterintenzionale e abuso d’autorità il rappresentante dell’accusa ha chiesto la condanna dei carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro a 18 anni di reclusione ciascuno; per il carabiniere Francesco Tedesco, imputato-accusatore, ha chiesto l’assoluzione dall’omicidio preterintenzionale e tre anni e mezzo di reclusione per l’accusa di falso; otto anni di reclusione per falso sono stati richiesti per il maresciallo Roberto Mandolini; mentre per l’ulteriore imputazione di calunnia, contestata al carabiniere Vincenzo Nicolardi e ai colleghi Tedesco e Mandolini, il pm ha sollecitato una sentenza di non procedibilità per prescrizione del reato. In sostanza, questo processo riguarda il pestaggio che Cucchi avrebbe subito la notte del suo arresto, tanto violento da portarlo una settimana dopo alla morte.
IL PROCESSO AI MEDICI: LA CONDANNA, L’ASSOLUZIONE, IL RINVIO IN CASSAZIONE
Diverso è il processo ai medici del Pertini, che ha avuto un iter tortuoso. L’attività giudiziaria ha interessato il primario del Reparto di medicina protetta dell’Ospedale Pertini, Aldo Fierro, e altri quattro medici, Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo. Tutti furono portati a processo inizialmente per l’accusa di abbandono d’incapace (nello stesso processo c’erano imputati anche tre infermieri e tre agenti della Polizia penitenziaria, assolti in via definitiva). Condannati nel giugno 2013 per il reato di omicidio colposo, gli stessi medici furono successivamente assolti in Appello. E da lì iniziò una nuova vita processuale fatta di un primo intervento della Cassazione che rimandò indietro il processo. I nuovi giudici confermarono quell’assoluzione e la Cassazione rinviò per una nuova attività dibattimentale affidata alla Corte d’Assise d’Appello presieduta da Tommaso Picazio. Il procuratore generale Mario Remus ha chiesto una dichiarazione di prescrizione, i difensori l’assoluzione. Il 14 novembre anche per loro è attesa la sentenza.
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Allarme delle associazioni di categoria per gli appalti in materia di pulizia scolastica. Le 11 mila assunzioni previste a gennaio non basteranno. A rischio la didattica.
«Chiediamo al più presto l’apertura di un tavolo istituzionale. Il governo convochi le parti datoriali: le nostre imprese sono pronte al confronto per trovare una soluzione, ed evitare un vero e proprio salto nel buio ai lavoratori e le loro famiglie. Fermare gli appalti nelle scuole è anacronistico, dannoso per le imprese, per il mondo scolastico e per i lavoratori». Lo hanno detto in conferenza stampa alla Camera i vertici di ANIP-Confindustria, Legacoop Produzione e Servizi, Confcooperative Lavoro e Servizi.
L’iniziativa unitaria è servita a spiegare le ragioni della contrarietà al provvedimento che, come prima conseguenza, vedrà 16mila procedure di licenziamento a fronte di 11.263 unità che verranno riassunte, secondo il Miur, da gennaio 2020.
Numero palesemente insufficiente, per i relatori, a coprire il fabbisogno di oltre 30mila plessi scolastici in Italia. Le associazioni che rappresentano le imprese individuano diverse criticità del Decreto legge 126/2019 su “Misure di straordinaria necessità e urgenza in materia di reclutamento del personale scolastico e degli enti di ricerca e di abilitazione dei docenti”.
LE CRITICITÀ DEL DECRETO
A loro parere, non si delinea nessun risparmio della spesa pubblica a fronte dell’obiettivo dichiarato di miglioramento della qualità dei servizi: nessuna analisi preliminare su costi benefici sembra supportare questa decisione dell’Esecutivo. Da una prima analisi del provvedimento emergono profili di incostituzionalità, contrasto con decreti, trattati e norme europee, mancanza di una appropriata analisi costi-benefici, tempi di attuazione troppo stretti, incertezza sulle coperture.
PRESUNTI ELEMENTI DI INCOSTITUZIONALITÀ
«Dalla pubblicazione del decreto deriverebbero innumerevoli ricorsi», ha spiegato Lorenzo Mattioli, Presidente di ANIPConfindustria, «rendendolo inattuabile nei tempi necessari. Penso che a gennaio 2020 le scuole non saranno né pulite né manutenute, con rischio per la didattica, senza garanzie per la salute e l’incolumità di alunni e docenti». «Altra criticità», ha spiegato, «è l’obbligo per i candidati di presentare domanda solo nell’àmbito provinciale nel quale già prestano servizio, in palese violazione dei principi costituzionali e comunitari, evocando usanze da Medio Evo». «Il paradosso è che il decreto viene presentato come strumento per superare il precariato, mentre assume dipendenti che già erano a tempo indeterminato presso il privato».
ROTTA UNA PRATICA CONSOLIDATA
Fabrizio Bolzoni, Direttore di Legacoop Produzione e Servizi, ha spiegato che gli organi di categoria considerano «un pesante arretramento l’indirizzo assunto dal governo di internalizzare il servizio delle pulizie scolastiche; un passo indietro rispetto ad una modalità, consolidata da decenni, che ha consentito recuperi di efficienza nei processi produttivi. Vanno sostenuti percorsi di ‘corretta esternalizzazione’, a tutela di lavoratori e aziende che rappresentano un comparto rilevante nell’economia del Paese».
A RISCHIO MIGLIAIA DI POSTI DI LAVORO
Secondo Massimo Stronati, presidente Confcooperative Lavoro e Servizi, «un’internalizzazione che crea esuberi non è un bel segnale al Paese. Il lavoro e le imprese sono il fulcro del public procurement che può rilanciare il PIL. Internalizzando si penalizzano le imprese che sono cresciute mettendo il lavoro al centro. Non ci sono solo Ilva o Alitalia. Il governo convochi le parti sociali. Abbiamo 5.000 esuberi e imprese condannate a pagare la NaSpI per un appalto che finisce per volontà di Stato».
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Il colosso dell'abbigliamento sportivo ha deciso di abbandonare la piattaforma di Jeff Bezos e concentrarsi sulla vendita diretta. Stracciata l'intesa del 2017.
Nike non venderà più i suoi prodotti su Amazon. Il colosso dell’abbigliamento sportivo ha deciso di concentrarsi sulla vendita diretta, anche se continuerà a cercare partnership con altri venditori e altre piattaforme. Nike aveva annunciato un accordo nel 2017 per la vendita di prodotti su Amazon in cambio di politiche più stringenti contro i prodotti contraffatti. Per Amazon si tratta di un colpo ai suoi sforzi per corteggiare i grandi marchi.
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Marea record e danni gravissimi a Venezia. Caos sulle Dolomiti. Ancora allerta al Sud, in particolare in Basilicata.
Il maltempo iniziato ieri continuerà per tutta la giornata del 13 novembre, con l’acqua alta a Venezia arrivata a livelli disastrosi. Si registrano due morti in Laguna e danni anche alla Basilica di San Marco. Oggi il sindaco Brugnaro chiederà lo stato di calamità e le scuole restano chiuse.
CAOS SULLE DOLOMITI
Sulle Dolomiti si registrano forti problemi alla viabilità. In alcune zone dell’Alto Adige nel corso della notte sono caduti fino a 40 centimetri di neve. Numerose strade sono bloccate per alberi caduti, così anche la linea ferroviaria della val Pusteria. Oltre 200 gli interventi dei vigili del fuoco per liberare le strade, mentre a Bolzano si registrano cantine allagate. I maggiori problemi si registrano in val d’Ega, val Gardena e val Pusteria. Nel pomeriggio è previsto un miglioramento della situazione.
ANCORA ALLERTA AL SUD
Il maltempo ha flagellato anche il Sud. Oggi allerta arancione in Basilicata; gialla in Abruzzo, Calabria, Campania, Emilia Romagna, FriuliVenezia Giulia, Lazio, Lombardia, Molise, Puglia e Veneto.
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Il 13 novembre la città si è svegliata contando i danni, i morti - 2 a Pellestrina - e aspettando un nuovo picco di mareggiata. Mentre la mobilitazione della barriera che doveva salvare la Serenissima è stata rinviata ancora.
Venezia si è risvegliata il 13 novembre ancora nell’incubo: contando i danni, i morti e aspettando una nuova mareggiata. Dopo l’acqua alta che il 12 novembre con il vento di scirocco a 100 chilometri orari ha sfiorato la paurosa soglia di 190 centimetri sul medio mare, il 13 novembre si attende un’altra super-marea, vicina al metro e 45, prevista alle 10.20. Mentre la mobilitazione del Mose, la barriera costata sei miliardi che doveva proteggere la città lagunare dall’acqua, è stata rinviata ancora.
PREVISTI 160 CM DI MAREA
Sono già suonate le sirene d’allarme per il nuovo picco previsto di alta marea a Venezia. La previsione aggiornata del Centro maree è di 160 centimetri alle ore 10.30. Alle 8.30 il livello registrato a Punta della Salute è già di 130 centimetri. Il città il cielo è plumbeo e piove leggermente.
DUE MORTI A PELLESTRINA
Sono due le persone morte la sera del 12 novembre a Pellestrina mentre infuriava la mareggiata che ha devastato la città lagunare e le sue isole, con una punta di marea di 187 centimetri. All’anziano di 78 anni, rimasto fulminato mentre cercava di far ripartire le elettropompe nella sua casa allagata, si è aggiunto un secondo abitante dell’isola, trovato deceduto anche lui in casa, probabilmente per cause naturali. Il presidente della Regione Veneto Luca Zaia ha scritto nella sua pagina Facebook che si contano i danni a Pellestrina, Murano, ma che sono andate sotto anche Chioggia e Punta Gorzone oltre a numerose località del litorale.
SECONDO RECORD DI MAREGGIATA DAL ’66: LA CONTA DEI DANNI
Quella del 12 novembre è la seconda misura nella storia della Serenissima, subito dietro al record dei 194 centimetri del 1966. I danni in città sono gravi. Gondole e barche strappate dagli ormeggi e spinte sulle rive, tre vaporetti affondati, altre imbarcazioni alla deriva. I vigili del fuoco hanno lavorato tutta la notte per spegnere l’incendio all’interno del Museo di Ca’ Pesaro a Venezia, provocato dal mal funzionamento della cabina elettrica, che ha causato il crollo di un solaio a piano terra.
100 INTERVENTI DEI POMPIERI, I SOMMOZZATORI AL LAVORO IN LAGUNA
Nel centro storico e nella laguna permangono le situazioni più critiche: l’acqua alta ha completamente invaso l’isola Pellestrina. Diversi incendi si sono verificati nella notte a causa delle centraline elettriche invase dall’acqua. Le squadre dei Vigili del Fuoco stanno operando insieme con personale del nucleo sommozzatori per liberare la circolazione acquea a causa dell’affondamento di diversi natanti che hanno rotto gli ormeggi. A Venezia sono già stati effettuati oltre 100 interventi e altri 100 sono in attesa.
IN ARRIVO IL CAPO DEI VIGILI DEL FUOCO E DELLA PROTEZIONE CIVILE
L’elicottero Drago 71 dei Vigili del Fuoco sta compiendo un sopralluogo sull’isola di Pellestrina per individuare i luoghi più idonei per piazzare le pompe ad alta capacità di aspirazione. Il dispositivo di soccorso è stato rinforzato con personale arrivato dei comandi vicini. In mattinata a Venezia arriverà anche il capo del corpo nazionale dei vigili del fuoco Fabio Dattilo accompagnato dal capo dell’ emergenza Guido Parisi e il capo della protezione civile Angelo Borrelli.
LA CRIPTA DI SAN MARCO SOMMERSA
Sul fronte culturale, c’è grande apprensione per la Basilica di San Marco, i cui danni dovranno essere valutati quando l’acqua si ritirerà del tutto. La cripta, ha riferito la polizia municipale, è stata sommersa completamente. Nel momento del picco, in Basilica si misurava un metro e 10 d’acqua. Tutto il centro storico è stato allagato, perchè su questi livelli non ci sono passerelle o paratoie che tengano. L’acqua, con il buio fitto e la pioggia battente, è entrata dappertutto. I veneziani hanno assistito attoniti, dalle finestre di casa, o collegati al web, alla laguna che entrava nelle calli, nelle piazze, si prendeva i masegni e sommergeva ogni cosa.
BRUGNARO: «QUESTO È UN DISASTRO»
A cambiare tutto è stato il vento di scirocco che, se al mattino girava da nord est raggiungendo le coste del Veneto, in serata si è incattivito. Lo scirocco ha iniziato a spirare con raffiche fino a 100 km/h, e ha gonfiato la laguna. Alle 22 Piazza San Marco si presentava deserta e spettrale, sommersa da quasi un metro d’acqua, le onde ad infrangersi sulle colonne di Palazzo Ducale, la Basilica di San Marco, indifesa davanti all’attacco del mare. «Questo è un disastro, questa volta bisognerà contare i danni», ha detto il sindaco Luigi Brugnaro, mentre in barca effettuava un sopralluogo nell’area marciana, accompagnato dalla polizia municipale e dal personale di Avm.
E SI ASPETTA ANCORA IL MOSE
La marea rilancia anche il tema del Mose, il colossale sistema di barriere mobili contro le acque alte che attende ancora di essere ultimato, e lascia Venezia in balia di catastrofi naturali come questa. Tutte le scuole di Venezia e delle isole domani resteranno chiuse. Il sindaco ha annunciato che chiederà lo stato di calamità naturale per la città.
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Nei primi 10 mesi dell'anno sono sbarcati 11.900 profughi. Sulla rotta orientale ne sono partiti 63 mila, +31% rispetto al 2018.
Il totale dei migranti arrivati nell’Ue attraverso la rotta del Mediterraneo centrale, nei primi dieci mesi del 2019, sono stati 11.900, il 45% in meno rispetto allo stesso periodo del 2018. Il numero dei migranti arrivati su questa rotta in ottobre, si è attestato a quasi 2.050, ovvero il 27% in meno rispetto al mese precedente. Sono i dati di Frontex. Tunisia, Sudan, Costa d’Avorio e Pakistan sono le nazionalità più rappresentate su questa rotta nei primi 10 mesi del 2019.
AUMENTANO GLI ARRIVI NEL MEDITERRANEO ORIENTALE
Nonostante il rallentamento di ottobre, dovuto alle peggiori condizioni meteo, il totale di migranti arrivati nell’Ue attraverso la rotta del Mediterraneo orientale nei primi 10 mesi del 2019 è aumentato del 31% rispetto al 2018, a quasi 63 mila. E anche se a ottobre il numero totale degli arrivi è sceso del 18%, rispetto a settembre, attestandosi a circa 10.800, il dato pesa per i due terzi di tutti i rilevamenti nell’Ue.
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