La situazione del maltempo in Piemonte e Liguria

Ad Alessandria una donna risulta dispersa. Murazzi allagati a Torino. Situazione critica anche nel Savonese, dove l'allerta è rossa. Mille persone sfollate in Valle d'Aosta.

Il maltempo non dà tregua all’Italia. Domenica 24 novembre la situazione più critica tocca il Piemonte, dove l’allerta è rossa e in mattinata la piena del Po ha superato la soglia di guardia. A Torino i Murazzi e il Borgo Medievale sono allagati. Sotto osservazione le aree del Meisino e del Fioccardo per possibili allagamenti nelle prossime ore. La Protezione civile del Comune è presente sul posto per controllare e informare la cittadinanza. Sono 267 le segnalazioni ricevute dall’inizio dell’emergenza maltempo alla Sala operativa della Protezione civile della Regione Piemonte. I volontari attivati sono finora 1.832.

UNA DONNA DISPERSA AD ALESSANDRIA

Un’auto con a bordo tre persone è finita nel fiume Bormida, in provincia di Alessandria, a causa dell’ondata di maltempo che sta interessando la zona. I vigili del fuoco hanno già recuperato due dei tre occupanti, che sono stati trasferiti in ospedale, mentre una terza persona risulta dispersa, una donna. L’incidente è avvenuto sulla strada provinciale 186 in prossimità del comune di Sezzadio.

IL SINDACO DI ASTI INVITA A LIMITARE GLI SPOSTAMENTI

La piena del fiume Tanaro, ad Asti, sta transitando dentro i margini previsti. A dirlo il sindaco di Asti, Maurizio Rasero, spiegando che stanno proseguendo i monitoraggi durati tutta la notte. «Abbiamo effettuato verifiche nelle aree soggette a criticità» e «con l’Aipo si è agito su alcuni manufatti di difesa spondale». «Il picco di piena è previsto non superi i cinque metri di altezza dalla colonnina di rilevamento cittadina» spiega il presidente della Provincia Paolo Lanfranco, «risultando confinato entro le arginature maestre urbane e sono tutt’ora in corso i monitoraggi delle aree golenali» aggiunge Rasero. Il primo cittadino rinnova l’invito alla popolazione a limitare gli spostamenti e non occupare impropriamente ponti, cavalcavia ed argini. Stesso monito dal presidente della Provincia. «La situazione sulle strade è insidiosa per allagamenti, frane e buche». .

ALLERTA ROSSA ANCHE NEL SAVONESE

Situazione drammatica anche in Liguria, dove le perturbazioni che hanno interessato la regione da ottobre ad oggi hanno stabilito un record: a Mele, Comune del Savonese, sono caduti 1.724 millimetri di pioggia. La media storica annuale è tra 1.700-1.800. «È passata la seconda nottata di allerta rossa in Liguria: ancora piogge con allagamenti e disagi diffusi, soprattutto su Savona e la Val Bormida. Evacuate dalle loro abitazioni altre 23 persone, 14 nella zona da Altare a Mallare (Savona) e 9 a Sant’Olcese (Genova) a causa di due frane». Così il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti stamani via Fb conferma che è il Savonese l’area più colpita dal maltempo in Liguria nelle ultime ore. «Restiamo in allerta rossa su Genova fino alle 12 e sul ponente ligure fino alle 15 di oggi: non abbassiamo la guardia».

MILLE PERSONE ISOLATE IN VALLE D’AOTA

Sono circa mille le persone isolate in Valle d’Aosta a causa delle valanghe che hanno portato alla chiusura di alcune strade regionali. Le situazioni più critiche sono quelle nella valle del Lys, dove Gressoney-La-Trinité è isolata a causa delle slavine che incombono sulla regionale. Interrotta anche la strada che porta a Champorcher a causa di una valanga finita sulla carreggiata. Chiuso anche il tratto finale della strada della Val Savarenche. In tutta la Regione, l’allerta meteo è arancione. É stato convocato d’urgenza il comitato viabilità.

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Dietro la violenza sulle donne ci sono troppe madri sbagliate

In tante famiglie l’educazione viene differenziata per genere. Lì si piantano i semi del senso di superiorità e si rafforzano i geni dell’egoismo e del senso di possesso. I Telefoni Rosa arrivano, purtroppo, quando il danno è irrimediabile.

Per tutta la giornata di venerdì e di sabato, nelle lounge di Italo di Napoli, Roma Termini e Milano Centrale, si sono alternate professioniste, attrici e volti noti a vario titolo per posare a favore di Telefono Rosa: le immagini verranno diffuse sui social il 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, per accompagnare il lancio di una campagna di raccolta fondi e sensibilizzazione che durerà tutta la settimana. Con il contributo raccolto, dice la comunicazione che sostiene l’iniziativa, «Telefono Rosa potrà dare la possibilità alle donne di poter vivere al sicuro nelle case rifugio e ai loro bambini di crescere senza violenza». Tutto corretto, giusto, condivisibile.

In queste ore, qualunque quotidiano, cartaceo o online, ha portato in prima pagina i dati più recenti disponibili sulla violenza inflitta alle donne. Tutti, segnalano un’escalation, un anno dopo l’altro, una giornata dopo l’altra (ogni 15 minuti, dicono, una donna subisce una qualche forma di violenza), e la prima domanda che ci facciamo tutti, da anni, è se questi numeri indichino davvero una tendenza in aumento, nonostante le campagne di sensibilizzazione che crescono a loro volta, o se le violenze siano state sempre le stesse negli ultimi secoli, endemiche al patriarcato (una orribile, costante percentuale di schiaffi, pugni, coltellate, bruciature, pressioni psicologiche e ricatti economici che, come abbiamo avuto spesso modo di scrivere in questo spazio, sono la prima, grande arma a cui gli uomini fanno ricorso per assoggettare le proprie vittime) e che solo oggi trovino, almeno in parte, il coraggio di venire alla luce. Ce ne è venuto, fortissimo, il dubbio, di fronte alle radiografie che Maria Grazia Vantadori, chirurga e referente Casd presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale san Carlo di Milano, ha portato in mostra per Pangea onlus come la più sconvolgente, fattuale delle denunce.

NON SI PARLI DI “AMORE MALATO”

I nastrini rosa, il simbolo della conchiglia sono infatti tutte cose bellissime, poetiche ed evocative, soprattutto se aiutano a raccogliere denaro per aiutare le case famiglia che ospitano le donne in fuga; ma essere messi di fronte ai raggi X di polsi fratturati, nasi schiacciati, di un coltello fra le vertebre dorsali, lascia intendere, senza fraintendimenti, che questi non sono casi di “amore malato”, secondo il più trito e il più sbagliato lessico a cui noi giornalisti facciamo ricorso: sono tentativi, fin troppo spesso riusciti, di omicidio. Il modo in cui si forma questo desiderio di uccidere, di fare del male, di sfogare la propria violenza, di dimostrare la propria presunta superiorità, fosse anche solo nel possesso, resta in buona parte da indagare, anche se, come abbiamo avuto sempre modo di scrivere in questo spazio, le donne stesse vi contribuiscono in maniera determinante. Ne abbiamo avuto un’ennesima prova salendo sul treno che ci portava da Roma a Firenze dopo il passaggio in saletta per testimoniare a favore di Telefono Rosa.

SE I DOVERI DELL’UNO NON SONO QUELLI DELL’ALTRO

Dietro di noi è montata in carrozza una famigliola di quattro persone, nella più classica delle composizioni: mamma, papà, bambina di circa 10 anni, ragazzino di sei, forse meno. «Vale, vatti a sedere lì», ha detto la mamma alla figlia: «E tu, dove vuoi sederti?», si è rivolta al piccolo, cambiando non solo atteggiamento, ma letteralmente tono di voce. Da autoritario si è fatto mieloso. Lui si è accomodato, comunque si chiamasse, si è accomodato senza dire una parola e senza distogliere gli occhi dallo smartphone o dal giochino elettronico che aveva fra le mani. Uno dei piccoli tanti reucci di cui è popolata la nostra penisola. Quello a cui era data facoltà di scegliere, mentre alla sorella veniva chiesto di ubbidire. Ci siamo figurate la vita quotidiana nella famigliola borghese, con “Vale” che aiuta la mamma a sparecchiare e il reuccio che fa i capricci. La sensazione di onnipotenza, e in parallelo il senso di profonda frustrazione data dai possibili, e in realtà inevitabili fallimenti, anche da un semplice no, nascono in queste famiglie, nelle tante famiglie dove l’educazione viene differenziata per genere, dove i doveri dell’uno non sono quelli dell’altro, dove si piantano i semi del senso di superiorità e si rafforzano i geni dell’egoismo e del senso di possesso. I Telefoni Rosa arrivano, purtroppo, quando il danno è irrimediabile.

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Dietro la violenza sulle donne ci sono troppe madri sbagliate

In tante famiglie l’educazione viene differenziata per genere. Lì si piantano i semi del senso di superiorità e si rafforzano i geni dell’egoismo e del senso di possesso. I Telefoni Rosa arrivano, purtroppo, quando il danno è irrimediabile.

Per tutta la giornata di venerdì e di sabato, nelle lounge di Italo di Napoli, Roma Termini e Milano Centrale, si sono alternate professioniste, attrici e volti noti a vario titolo per posare a favore di Telefono Rosa: le immagini verranno diffuse sui social il 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, per accompagnare il lancio di una campagna di raccolta fondi e sensibilizzazione che durerà tutta la settimana. Con il contributo raccolto, dice la comunicazione che sostiene l’iniziativa, «Telefono Rosa potrà dare la possibilità alle donne di poter vivere al sicuro nelle case rifugio e ai loro bambini di crescere senza violenza». Tutto corretto, giusto, condivisibile.

In queste ore, qualunque quotidiano, cartaceo o online, ha portato in prima pagina i dati più recenti disponibili sulla violenza inflitta alle donne. Tutti, segnalano un’escalation, un anno dopo l’altro, una giornata dopo l’altra (ogni 15 minuti, dicono, una donna subisce una qualche forma di violenza), e la prima domanda che ci facciamo tutti, da anni, è se questi numeri indichino davvero una tendenza in aumento, nonostante le campagne di sensibilizzazione che crescono a loro volta, o se le violenze siano state sempre le stesse negli ultimi secoli, endemiche al patriarcato (una orribile, costante percentuale di schiaffi, pugni, coltellate, bruciature, pressioni psicologiche e ricatti economici che, come abbiamo avuto spesso modo di scrivere in questo spazio, sono la prima, grande arma a cui gli uomini fanno ricorso per assoggettare le proprie vittime) e che solo oggi trovino, almeno in parte, il coraggio di venire alla luce. Ce ne è venuto, fortissimo, il dubbio, di fronte alle radiografie che Maria Grazia Vantadori, chirurga e referente Casd presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale san Carlo di Milano, ha portato in mostra per Pangea onlus come la più sconvolgente, fattuale delle denunce.

NON SI PARLI DI “AMORE MALATO”

I nastrini rosa, il simbolo della conchiglia sono infatti tutte cose bellissime, poetiche ed evocative, soprattutto se aiutano a raccogliere denaro per aiutare le case famiglia che ospitano le donne in fuga; ma essere messi di fronte ai raggi X di polsi fratturati, nasi schiacciati, di un coltello fra le vertebre dorsali, lascia intendere, senza fraintendimenti, che questi non sono casi di “amore malato”, secondo il più trito e il più sbagliato lessico a cui noi giornalisti facciamo ricorso: sono tentativi, fin troppo spesso riusciti, di omicidio. Il modo in cui si forma questo desiderio di uccidere, di fare del male, di sfogare la propria violenza, di dimostrare la propria presunta superiorità, fosse anche solo nel possesso, resta in buona parte da indagare, anche se, come abbiamo avuto sempre modo di scrivere in questo spazio, le donne stesse vi contribuiscono in maniera determinante. Ne abbiamo avuto un’ennesima prova salendo sul treno che ci portava da Roma a Firenze dopo il passaggio in saletta per testimoniare a favore di Telefono Rosa.

SE I DOVERI DELL’UNO NON SONO QUELLI DELL’ALTRO

Dietro di noi è montata in carrozza una famigliola di quattro persone, nella più classica delle composizioni: mamma, papà, bambina di circa 10 anni, ragazzino di sei, forse meno. «Vale, vatti a sedere lì», ha detto la mamma alla figlia: «E tu, dove vuoi sederti?», si è rivolta al piccolo, cambiando non solo atteggiamento, ma letteralmente tono di voce. Da autoritario si è fatto mieloso. Lui si è accomodato, comunque si chiamasse, si è accomodato senza dire una parola e senza distogliere gli occhi dallo smartphone o dal giochino elettronico che aveva fra le mani. Uno dei piccoli tanti reucci di cui è popolata la nostra penisola. Quello a cui era data facoltà di scegliere, mentre alla sorella veniva chiesto di ubbidire. Ci siamo figurate la vita quotidiana nella famigliola borghese, con “Vale” che aiuta la mamma a sparecchiare e il reuccio che fa i capricci. La sensazione di onnipotenza, e in parallelo il senso di profonda frustrazione data dai possibili, e in realtà inevitabili fallimenti, anche da un semplice no, nascono in queste famiglie, nelle tante famiglie dove l’educazione viene differenziata per genere, dove i doveri dell’uno non sono quelli dell’altro, dove si piantano i semi del senso di superiorità e si rafforzano i geni dell’egoismo e del senso di possesso. I Telefoni Rosa arrivano, purtroppo, quando il danno è irrimediabile.

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Ilaria Cucchi minacciata di morte sui social

Il post è stato pubblicato da un account riconducibile a un sostenitore della Lega. Che in passato aveva invocato attentati a moschee e al parlamento europeo. La sorella di Stefano: «Vorrei sapere Salvini cosa ne pensa».

Una pallottola in testa. È l’auspicio contenuto in un messaggio di morte indirizzato via social a Ilaria Cucchi. A denunciarlo, il 23 novembre, è stata la stessa sorella di Stefano su Facebook, dove ha allegato l’immagine del post di un utente che a 24 ore dall’annuncio della querela nei confronti del leader della Lega ha scritto: «Qualcuno le metterà una palla in testa prima o poi». «Chiedo a Matteo Salvini e a tutti gli iscritti alla Lega», ha commentato Ilaria, «cosa pensano di questo post. Dato che viene da un soggetto che ha un profilo nel quale si dichiara loro sostenitore. Non posso far altro che denunciare ma mi rendo conto che di fronte a tutto questo io e la mia famiglia siamo senza tutela».

UN ACCOUNT SOSPESO DA FACEBOOK PIÙ DI UNA VOLTA

Il post, che a quanto si apprende è stato segnalato alla polizia, è stato pubblicato da un account non nuovo a frasi minatorie nei confronti di Ilaria. «Insistendo, insistendo otterrà quello che vorrà», si legge in un altro post corredato dall’emoticon di un diavolo.

insistendo insistendo otterrà quello che merita😈

Posted by Valerio Melchila on Tuesday, November 19, 2019

Innumerevoli quelli contro il movimento delle Sardine e a favore della Lega e del suo leader Salvini. In un paio di messaggi, il titolare dell’account auspicava un attentato alle moschee o al parlamento europeo tanto da essere stato sospeso da Facebook più di una volta.

La droga fa male sempre e comunque, spero di non essere denunciato se il sabato pomeriggio denuncio che la droga fa male

Matteo Salvini

Salvini, da parte sua, il 23 novembre è tornato sul caso di Stefano Cucchi, pur senza citarlo, ribadendo un concetto che tanto aveva fatto discutere in seguito alla condanna di tre carabinieri per l’omicidio preterintenzionale del geometra romano, morto nell’ottobre del 2009: «La droga fa male sempre e comunque, spero di non essere denunciato se il sabato pomeriggio denuncio che la droga fa male, sempre e comunque», ha detto il leader della Lega.

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Non Una Di Meno, una «marea» contro la violenza sulle donne

Il movimento sfila a Roma. In piazza persone da tutta Italia: «Serve una rivolta permanente». Anche Boldrini in corteo. Mentre il ministro Gualtieri annuncia: «Pronti ad attivare il fondo per gli orfani di femminicidio».

Il 23 novembre migliaia di persone sono scese in piazza a Roma per alzare la voce contro la violenza sulle donne. Una «marea femminista» contro «la violenza patriarcale, economica, istituzionale», l’ha definita il movimento che ha organizzato il corteo, Non Una Di Meno. La manifestazione, a cui hanno partecipato persone da tutta Italia, ha l’obiettivo di «affermare che l’unico cambiamento possibile è a partire dalla rivolta permanente: dalle pratiche, dalle lotte, dalla solidarietà femministe». Gli ultimi numeri sulla violenza di genere parlano da soli: ogni 72 ore in Italia una donna viene uccisa da una persona di sua conoscenza, solitamente il suo partner; tre femminicidi su quattro avvengono in casa; il 63% degli stupri è commesso da un partner o ex partner.

«Purtroppo sembra un virus, una cosa terrificante che avviene e che non desta quello scandalo sociale che dovrebbe», ha detto Laura Boldrini, che ha sfilato in corteo. «Questa manifestazione, invece, vuole riportare l’attenzione su questo tema. Non solo stando accanto a tutte le donne che combattono questo fenomeno, ma anche per dire che siamo qui per chiedere protagonismo, centralità e capacità di incidere nel nostro Paese, dove ancora le donne sono sempre tenute un po’ al margine e dove devono faticare dieci volte più degli uomini per avere lo spazio che meritano. Una manifestazione contro ogni tipo di violenza sulle donne ma anche per riaffermare la centralità delle donne nella società».

NON UNA DI MENO: «SERVONO ATTI CONCRETI»

«La violenza non ha passaporto né classe sociale, ma spesso ha le chiavi di casa e si ripete nei tribunali e nelle istituzioni. Per questo il lavoro dei centri antiviolenza femministi va riconosciuto, garantito e valorizzato», ha affermato Non Una Di Meno. «Difendiamo e moltiplichiamo gli spazi femministi e transfemministi, come la casa delle donne Lucha y Siesta di Roma sotto minaccia di sgombero! L’indipendenza economica e la libertà di movimento sono le condizioni fondamentali per affrancarsi dalla violenza». Ma, ha avvertito il movimento, «servono atti concreti: un salario minimo europeo, un reddito di autodeterminazione svincolato dalla famiglia e dai documenti di soggiorno. Serve abolire i decreti sicurezza e le leggi che mantengono in condizione di ricattabilità le persone migranti, e in particolare le donne!». Il 24 novembre Non Una Di Meno si riunirà in assemblea nazionale nel quartiere San Lorenzo, per preparare lo sciopero globale femminista dell’8 marzo 2020.

I soldi non restituiscono l’affetto mancato ma con 12 milioni da lunedì finanzieremo borse di studio, spese mediche, formazione e inserimento al lavoro

Roberto Gualtieri

Nel giorno della manifestazione di Roma, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha fatto sapere che è pronto il decreto ministeriale per attivare il fondo per gli orfani di femminicidio. «I soldi», ha detto il ministro, «non restituiscono l’affetto mancato ma con 12 milioni da lunedì finanzieremo borse di studio, spese mediche, formazione e inserimento al lavoro». Misure e risorse per gli orfani di femminicidio sono state introdotte innanzitutto con la legge di bilancio per il 2018. Gli stanziamenti sono stati quindi incrementati con la legge ad hoc a tutela degli orfani per crimini domestici dell’11 gennaio 2018 e poi con la legge di bilancio per il 2019. Infine la legge ‘Codice rosso’ del 19 luglio di quest’anno ha previsto un ulteriore aumento, estendendo l’ambito di applicazione anche alle famiglie affidatarie. Oltre alle risorse già stanziate per il 2018, pari a 6,5 milioni di euro, sono stati quindi appostati in bilancio circa 12,4 milioni di euro per il 2019, 14,5 milioni di euro per il 2020 e a regime 12 milioni di euro all’anno.

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No, non siamo angeli, anche noi disabili vogliamo fare sesso

Immaginare che una persona in sedia a rotelle o con disabilità cognitiva possa fare sesso crea ancora oggi molto scandalo, alimentando paure ed emozioni profonde e ancestrali. Ma fare l'amore è un diritto per tutti.

Vi ricordate la prima volta che avete baciato, abbracciato, toccato, accarezzato qualcuno/a eroticamente? Il mio primo bacio io me lo ricordo bene. L’ho dato a 22 anni al mio primo “ragazzo” ma prima di riuscirci quanta ansia da prestazione! Succede così quando gli standard estetici comunemente accettati come “normali” fanno sentire diversa una come me, ben consapevole che, a causa della sua condizione fisica, in quel criteri non ci rientra. .

Conosco persone con disabilità che hanno un compagno o una compagna oppure che preferiscono vivere avventure occasionali. In linea generale però, com’è tristemente noto a chi lo sperimenta quotidianamente sulla propria pelle, le persone disabili potrebbero vincere il guinness dei primati per la durata dei loro periodi di astinenza volontaria. Volontaria in quanto voluta sì, ma da altri!

Immaginare che una persona in sedia a rotelle o, peggio ancora, con disabilità cognitiva possa fare sesso crea ancora oggi molto scandalo, forse perché sia alla condizione di disabilità che alla sfera sessuale sono legate paure ed emozioni profonde e ancestrali. Forse il confronto con la diversità dell’altro spaventa perché in essa vediamo riflessa la nostra. Ma credo che il mito del “corpo senza imperfezioni” impaurisca pure molte persone disabili,creando in loro molte insicurezze e “ansie da prestazione”.

QUEI PREGIUDIZI SUL CORPO CHE IMPRIGIONANO

La sessualità delle donne e degli uomini con disabilità è purtroppo ancora oggi un tabù di cui si pensa sia molto meglio non parlare. I “normodotati”, salvo rare eccezioni, preferiscono immaginarci angeli asessuati con cui magari intrattenere piacevoli conversazioni ma non certo iniziare stuzzicanti avventure erotiche. Ma i criteri secondo cui definiamo un corpo bello o sessualmente attraente – non mi stancherò mai di ripeterlo – non sono “realtà oggettive e inconfutabili” ma “costruzioni socio-culturali” di senso comune generate da noi. Questa è però una buona notizia perché significa che i canoni estetici che abbiamo costruito possono essere modificati o distrutti per crearne di nuovi. Basta solo osare farlo ma per poterci riuscire è necessario smettere di ignorare il tema e, al contrario, metterlo sotto le luci della ribalta. Qualcuno per fortuna ci sta provando.

LA PRIMA VOLTA, VIDEO-INCHESTA SU VITA SESSUALE E DISABILITÀ

La prima volta è un progetto di crowdfunding finalizzato alla produzione di una video-inchiesta sulla dimensione e vita sessuale della persone con disabilità. Il video nasce dalla collaborazione tra Comitato LoveGiver, associazione fondata da Max Ulivieri, promotore della proposta di legge sull’introduzione del ruolo professionale di assistente sessuale, oggi rinominato Operatore all’Emotività, all’Affettività e alla Sessualità (Oeas) delle persone con disabilità, e il collettivo di giornalisti freelance Lorem Ipsum.

Genitori costretti a masturbare i loro figli come unica soluzione a un bisogno “sano” e un desiderio legittimo

Un’importante inchiesta video che racconterà le esperienze dirette di uomini e donne con disabilità fisica, sensoriale e cognitiva relativamente a come vivono la loro dimensione sessuale. Io mi aspetto purtroppo di vedere e sentire tante storie che raccontano di diritti alla sessualità e all’affettività negati, di genitori costretti a masturbare i loro figli come unica soluzione a un bisogno “sano” e un desiderio legittimo, di uomini e donne che, pur essendo adulti, non hanno diritto a quella sacrosanta privacy di cui tutti e tutte dovrebbero poter godere quando praticano l’autoerotismo o fanno sesso con qualcuno/a/*.

Anticipo anche che questa video inchiesta potrebbe farci conoscere l’esperienza di donne e uomini impossibilitati ad avere rapporti sessuali a causa di patologie fortemente invalidanti, ad esempio chi è costretto a trascorrere buona parte delle sue giornate a letto o in un polmone d’acciaio, come lo scrittore Mark O’Brien, la cui vita è stata raccontata nel film The Sessions. Ma spero anche che ci verranno mostrate esperienze di sessualità realmente e pienamente goduta con uno o più partner, ovvero compagni/e di vita e/o di pratiche erotiche.

IL VUOTO NORMATIVO ATTORNO ALLA FIGURA DELL’OEAS

Noi come società, come collettività abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti a vedere che vivere una sessualità appagante è possibile anche per persone disabili e che di fatto succede. Di fronte a teorie di senso comune che ci dipingono come “angeli” o “eterni bambini”, l’unica strada che vedo percorribile è anteporre non solo episodi di sessualità negata, pur reali ed esistenti, ma anche esperienze positive, di persone che godono e traggono soddisfazione dalle loro relazioni erotiche, nonostante i benpensanti ritengano che i “piaceri della carne” non siano adatti a noi.

L’aiuto di un Oeas può essere un supporto sia per sperimentare sensazioni precluse, sia per incrementare fiducia e autostima

La prima volta approfondirà anche la conoscenza del ruolo professionale dell’Oeas, mostrando da vicino come lavora, qual è il suo rapporto con gli utenti ed evidenziando le criticità di operare in un contesto, quello italiano, caratterizzato da un vuoto normativo. Infatti la proposta di legge per il suo riconoscimento giace in parlamento ormai da anni ed è assurdo che non sia ancora stata esaminata.

Le persone disabili devono poter avere il diritto di scegliere se usufruire di questo servizio oppure no e, affinché sia possibile, occorre che questa professione venga ufficializzata. L’aiuto di un Oeas può secondo me essere un supporto prezioso sia per sperimentare sensazioni ed emozioni altrimenti precluse, sia allo scopo di incrementare la fiducia e l’autostima delle persone con disabilità.

L’OBIETTIVO È ARRIVARE A VIVERE UNA SESSUALITÀ PIENA E AUTONOMA

Tuttavia ritengo che ritenere l’assistenza sessuale l’unica soluzione ai “problemi” di una determinata categoria di persone sia profondamente sbagliato e assolutamente da evitare, anche perché contrario allo spirito e alla volontà con cui la proposta è stata concepita. È una possibilità, un sostegno utile a superare una fase critica della vita sessuale di un individuo ma il fine dell’intervento è che poi la persona riesca a vivere la propria sessualità in modo soddisfacente senza l’aiuto del o della professionista.

Un Oeas può toccare l’utente, accarezzarlo e farsi accarezzare, masturbarlo. Sono invece vietati i rapporti orali e la penetrazione

Il corso di formazione per diventare Oeas è aperto sia a donne che a uomini, con diversi orientamenti sessuali per soddisfare tutte le possibili esigenze. Un Oeas può toccare l’utente, accarezzarlo e farsi accarezzare, masturbarlo. Sono invece vietati i rapporti orali e la penetrazione.

Forse in futuro si potrebbe considerare di ampliare la gamma delle possibili esperienze erotiche consentite, includendo anche queste due pratiche che, secondo me, giocano un ruolo molto importante nelle fantasie delle persone ma possono anche causare ansia da prestazione in chi non le ha mai potute sperimentare. Intanto attendo con impazienza di vedere La prima volta è mi auguro che questo documento possa contribuire a rendere la sessualità più libera per tutti.

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Donna incinta uccisa dal compagno a Partinico

Ana Maria Lacramioara Di Piazza aveva 30 anni e aspettava un figlio dal suo assassino. Gli aveva chiesto dei soldi, lui glieli aveva promessi, poi la lite e il femminicidio.

Aspettava un figlio dall’uomo che l’ha uccisa, Ana Maria Lacramioara Di Piazza, 30enne di origini rumene adottata da una coppia del piccolo centro in provincia di Palermo. Antonino Borgia, l’imprenditore di Partinico che la donna frequentava, ha confessato di averla presa a coltellate e colpi di bastone, e ha ricostruito le fasi del delitto.

UNA RELAZIONE INIZIATA DA UN ANNO

Ana Di Piazza, che aveva iniziato una relazione da un anno con l’imprenditore, gli aveva detto di essere incinta. I due si sono incontrati nella zona di Balestrate, il 22 novembre verso le 7. Lei è salita a bordo del furgone bianco in un cantiere dove l’impresa di Borgia, che realizza piscine, stava facendo alcuni lavori. La vittima aveva chiesto dei soldi all’uomo, circa 3 mila euro. Lui la sera prima aveva promesso di darglieli. Una volta arrivati al cantiere, dopo un rapporto sessuale, i due avrebbero iniziato a litigare. A quel punto Borgia ha estratto un coltello colpendo la donna alla pancia. Lei ha tentato di fuggire ma l’imprenditore l’ha rincorsa facendola risalire sul furgone. L’uomo aveva promesso alla vittima di portarla in ospedale. Ma nuovamente lungo la strada i due hanno ripreso a litigare. Alla fine lui l’ha colpita in testa con un bastone e poi le ha tagliato la gola. Ha nascosto il corpo nelle campagne.

DECISIVO UN TESTIMONE

Le aggressioni sarebbero state segnalate ai carabinieri della compagnia di Partinico da due testimoni che hanno chiamato in caserma. Dopo il fermo di Borgia, alle 17.30 circa si è presentato un uomo che ha riferito di avere visto in alcune riprese del sistema di videosorveglianza della sua abitazione in campagna a Balestrate la scena di un’aggressione. Nelle immagini c’era un uomo che senza pantaloni inseguiva una giovane insanguinata. Dopo che la donna aveva gridato di aspettare un figlio da lui Borgia avrebbe gettato il coltello, che sarà ritrovato dai carabinieri della compagnia di Partinico sporco di sangue, fa salire la giovane nel furgone per dirigersi verso l’ospedale di Partinico.

IL CORPO RITROVATO DAI CARABINIERI

Nel corso delle indagini i militari sono riusciti a ritrovare prima il corpo legato e nascosto in campagna con un telo e sotto le frasche e poi il furgone dell’imprenditore che aveva avuto il tempo di fare colazione in un bar, ripulire il mezzo e iniziare gli incontri di lavoro. Nel pomeriggio, dopo il pranzo, l’uomo è andato anche dal barbiere. L’indagine è coordinata dall’aggiunto Annamaria Picozzi e dal pm Chiara Capoluongo. Borgia è stato portato in carcere.

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La situazione del maltempo a Genova il 23 novembre 2019

Allagamenti, strade chiuse, 27 persone sfollate. La città si ritrova a gestire l'emergenza per l'allerta rossa meteo. La Valpolcevera è la zona più colpita.

Durante la notte del 23 novembre, il maltempo atteso con un’allerta rossa si è abbattuto con forza su Genova. La Valpolcevera è allagata per la pioggia intensa che si è abbattuta in particolare tra le 2 e le 4 del mattino. Sono esondati i rii Fegino e Ruscarolo. Diverse strade cittadine sono state chiuse e la protezione civile ha invitato i cittadini delle zone interessate a non uscire di casa. Ventisette persone sono state sfollate in via Rivarolo e a Teglia, tutti hanno trovato sistemazione autonoma, ha spiegato il Comune. I 125 abitanti in corso Perrone, dove quattro palazzine sono isolate a causa di allagamenti e una frana, sono invece nelle loro case in attesa che passi l’emergenza.

STRADE CHIUSE IN CITTÀ E FUORI

Diverse strade sono state chiuse in città e fuori. Il tratto di A7 Genova Milano tra Bolzaneto e Busalla in direzione Busalla è stato interrotto per un allagamento all’interno della galleria Brasile. Una frana è invece la causa della chiusura al traffico della strada SP 52 che porta al santuario di Nostra Signora della Guardia, il più importante santuario mariano della Liguria. La riapertura della strada è prevista solo dopo la messa in sicurezza del versante e l’unico percorso alternativo diventa quello attraverso la SP 51 di Livellato. Tutte percorribili le altre strade provinciali.

TOTI: «VALPOLCEVERA LA PIÙ COLPITA»

«Notte di forti piogge a Genova, la zona più colpita è stata la Valpolcevera, dove si sono registrati i danni maggiori con allagamenti diffusi, alcune strade chiuse, auto e scantinati finiti sott’acqua e decine di interventi da parte dei vigili del fuoco», ha scritto sui social il presidente della Liguria Giovanni Toti. Al momento è la vallata colpita dalla tragedia del ponte Morandi, l’area più interessata dalla perturbazione delle ultime ore. «Raccomandiamo di limitare il più possibile gli spostamenti e di prestare attenzione. Seguite tutti gli aggiornamenti tramite i siti di riferimento tra cui quello di Regione Liguria e allertaliguria.gov.it».

NESSUN FERITO

«Fortunatamente non c’è nessuno che si è fatto male. Ci sono persone sfollate, isolati per le tante frane che stiamo gestendo», ha detto l’assessore alla protezione civile di Regione Liguria Giacomo Giampedrone a Primocanale intervenendo nella diretta dell’emittente sull’emergenza meteo rossa in corso in Regione e sui vari allagamenti registrati in val Polcevera. «Il fenomeno notturno ha fatto capire ancora una volta cosa significa gestire una allerta rossa a Genova e in Liguria. Sono caduti quasi i 300 millimetri di pioggia in tre ore in tutta la Valpolcevera. La perturbazione si sta spostando verso ponente», ha spiegato. «Ora la val Bormida è attenzionata speciale considerando che negli ultimi giorni sono caduti oltre 1.200 millimetri di pioggia, quando ne cadono solitamente 1.700 in un anno. Non mi stupirei se ci fosse una prosecuzione dell’allerta, magari anche di colore più tenue», nella prima parte della giornata di domani.

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Sette anni e mezzo ai due italiani condannati per stupro a Londra

Ferdinando Orlando e Lorenzo Costanzo erano già stati ritenuti colpevoli della violenza commessa in una discoteca di Soho.

I due giovani italiani Ferdinando Orlando e Lorenzo Costanzo, già riconosciuti colpevoli a Londra dello stupro di una ragazza avvenuto il 26 febbraio 2017 in una discoteca di Soho, dovranno fare sette anni e mezzo di carcere ciascuno. Nel verdetto emesso il 15 ottobre scorso il giudice della Isleworth Crown Court di Londra si era riservato di rendere nota in seguito la durata del periodo di detenzione, come avviene nel Common Law anglosassone.

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Sette anni e mezzo ai due italiani condannati per stupro a Londra

Ferdinando Orlando e Lorenzo Costanzo erano già stati ritenuti colpevoli della violenza commessa in una discoteca di Soho.

I due giovani italiani Ferdinando Orlando e Lorenzo Costanzo, già riconosciuti colpevoli a Londra dello stupro di una ragazza avvenuto il 26 febbraio 2017 in una discoteca di Soho, dovranno fare sette anni e mezzo di carcere ciascuno. Nel verdetto emesso il 15 ottobre scorso il giudice della Isleworth Crown Court di Londra si era riservato di rendere nota in seguito la durata del periodo di detenzione, come avviene nel Common Law anglosassone.

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La Consulta colma il vuoto legislativo sul suicidio assistito

Pubblicate le motivazioni della sentenza sul caso dj Fabo. Finché il parlamento non interverrà, saranno valide le stesse norme che regolano il testamento biologico. Per i medici nessun obbligo.

La Corte costituzionale ha chiarito che saranno le strutture pubbliche del Servizio sanitario nazionale a verificare l’esistenza delle condizioni che rendono legittimo l’aiuto al suicidio e le relative modalità di esecuzione.

Condizioni che ricorrono quando l’aiuto è prestato a una persona tenuta in vita da idratazione e alimentazione artificiali, affetta da una patologia irreversibile fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

Un organo collegiale terzo, cioè il Comitato etico territorialmente competente, garantirà la tutela delle situazioni di particolare vulnerabilità. Ma in ogni caso nessun obbligo di prestare l’aiuto al suicidio ricadrà sui medici. Verrà infatti affidato «alla coscienza del singolo scegliere se esaudire la richiesta del malato».

LEGGI ANCHE: Che differenza c’è tra eutanasia e suicidio assistito

LA SENTENZA SUL CASO DJ FABO

Le disposizioni sono contenute nelle motivazioni della sentenza con cui il 25 settembre la Consulta ha dichiarato incostituzionale l’articolo 580 del codice penale, proprio nella parte in cui non esclude l’incriminazione di chi presta aiuto al suicidio nei casi sopra richiamati. Una sentenza nata dalla vicenda di dj Fabo e da molti considerata storica, a partire dall’Associazione Luca Coscioni, ma che una parte della politica, del mondo cattolico e dei medici aveva contestato.

LA LATITANZA DEL PARLAMENTO

I giudici costituzionali, ancora una volta, si rivolgono al parlamento affinché intervenga con una «compiuta disciplina» sul fine vita, dopo la richiesta caduta nel vuoto nel 2017, quando la Corte decise di sospendere il giudizio proprio per dare il tempo alle Camere di legiferare. Ma «in assenza di ogni determinazione da parte del parlamento», l’esigenza di garantire la legalità costituzionale «deve prevalere su quella di lasciare spazio alla discrezionalità del legislatore».

LA SOLUZIONE DEI GIUDICI

Per colmare il vuoto legislativo, la Consulta ha quindi deciso di fare riferimento alle Dat, le Dichiarazioni anticipate di trattamento che regolano il testamento biologico. D’ora in poi la volontà di morire con il suicidio assistito dovrà essere documentata in forma scritta o con la video registrazione; il medico dovrà prospettare le possibili alternative e prestare ogni sostegno al paziente, anche avvalendosi dei centri di assistenza psicologica; e ci dovrà essere come pre-condizione il coinvolgimento del paziente in un percorso di cure palliative.

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La Consulta colma il vuoto legislativo sul suicidio assistito

Pubblicate le motivazioni della sentenza sul caso dj Fabo. Finché il parlamento non interverrà, saranno valide le stesse norme che regolano il testamento biologico. Per i medici nessun obbligo.

La Corte costituzionale ha chiarito che saranno le strutture pubbliche del Servizio sanitario nazionale a verificare l’esistenza delle condizioni che rendono legittimo l’aiuto al suicidio e le relative modalità di esecuzione.

Condizioni che ricorrono quando l’aiuto è prestato a una persona tenuta in vita da idratazione e alimentazione artificiali, affetta da una patologia irreversibile fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

Un organo collegiale terzo, cioè il Comitato etico territorialmente competente, garantirà la tutela delle situazioni di particolare vulnerabilità. Ma in ogni caso nessun obbligo di prestare l’aiuto al suicidio ricadrà sui medici. Verrà infatti affidato «alla coscienza del singolo scegliere se esaudire la richiesta del malato».

LEGGI ANCHE: Che differenza c’è tra eutanasia e suicidio assistito

LA SENTENZA SUL CASO DJ FABO

Le disposizioni sono contenute nelle motivazioni della sentenza con cui il 25 settembre la Consulta ha dichiarato incostituzionale l’articolo 580 del codice penale, proprio nella parte in cui non esclude l’incriminazione di chi presta aiuto al suicidio nei casi sopra richiamati. Una sentenza nata dalla vicenda di dj Fabo e da molti considerata storica, a partire dall’Associazione Luca Coscioni, ma che una parte della politica, del mondo cattolico e dei medici aveva contestato.

LA LATITANZA DEL PARLAMENTO

I giudici costituzionali, ancora una volta, si rivolgono al parlamento affinché intervenga con una «compiuta disciplina» sul fine vita, dopo la richiesta caduta nel vuoto nel 2017, quando la Corte decise di sospendere il giudizio proprio per dare il tempo alle Camere di legiferare. Ma «in assenza di ogni determinazione da parte del parlamento», l’esigenza di garantire la legalità costituzionale «deve prevalere su quella di lasciare spazio alla discrezionalità del legislatore».

LA SOLUZIONE DEI GIUDICI

Per colmare il vuoto legislativo, la Consulta ha quindi deciso di fare riferimento alle Dat, le Dichiarazioni anticipate di trattamento che regolano il testamento biologico. D’ora in poi la volontà di morire con il suicidio assistito dovrà essere documentata in forma scritta o con la video registrazione; il medico dovrà prospettare le possibili alternative e prestare ogni sostegno al paziente, anche avvalendosi dei centri di assistenza psicologica; e ci dovrà essere come pre-condizione il coinvolgimento del paziente in un percorso di cure palliative.

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Bosnia, bimbi disabili torturati nel centro di Pazaric

Lo scandalo che coinvolge l'istituto è stato sollevato da una parlamentare all'opposizione. I dirigenti sono stati licenziati. Ma secondo la stampa ci sono altri casi nel Paese.

Legati ai termosifoni, picchiati, sedati e lasciati senza cibo. È il trattamento che hanno subito alcuni bambini con disturbi mentali in Bosnia-Erzegovina, nel centro di Pazaric, poco lontano da Sarajevo, dove ci sono circa 350 ospiti. A fare emergere il dramma dei piccoli è stata la parlamentare Sabina Cudic, del partito all’opposizione Nasa Stranka, che ha mostrato le foto degli abusi. La scoperta ha generato una catena di proteste da parte dei rappresentanti delle associazioni di genitori e di diverse Ong che, insieme alla parlamentare, hanno chiesto il licenziamento immediato dei vertici dell’istituto. Il governo della Federazione croato-musulmana ha esaudito le richieste e ha sollevato dall’incarico il direttore della struttura Redzep Salic oltre a cinque membri del Consiglio d’amministrazione e tre del comitato di sorveglianza.

«Sabina Cudic risponde alle critiche e spiega come ha avuto le fotografie»

LA BOSNIA HA RISPOSTO CON PROTESTE DI PIAZZA

«Dov’è la vostra umanità?». «Adesso vogliamo delle indagini». «Il governo ora deve punire i responsabili». Questi sono alcuni dei commenti apparsi sugli striscioni, durante le proteste dilagate nella capitale bosniaca, davanti al palazzo del Parlamento. Le foto, pubblicate sul principale quotidiano bosniaco Oslobodjenje, mostrano i piccoli inermi, sdraiati sui lettini con le mani legate dietro la schiena e le caviglie strette con delle corde ai termosifoni. Sempre sul quotidiano, si legge che la parlamentare ha denunciato anche «la somministrazione ai piccoli di medicinali vietati agli under 12. I bambini vengono legati ai mobili durante la notte, quando c’è soltanto una persona, spesso inesperta, a seguirli». Sebbene il governo abbia preso provvedimenti contro l’istituto-lager di Pazaric, secondo il quotidiano Oslobodjenje non è l’unico centro del Paese in cui i bambini vengono maltrattati.

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Berlusconi cade a Zagabria nella ressa per i selfie

Per il leader di Forza Italia solo uno spavento, ma nessuna frattura. Accertamenti all'ospedale San Raffaele di Milano.

Terminato il congresso del Ppe, Silvio Berlusconi ha aspettato la proclamazione di Antonio Tajani a vicepresidente, poi, uscendo dall’arena di Zagabria, si è concesso ai selfie. Nella ressa ha sbattuto. Per questa ragione, una volta tornato in Italia il 21 novembre, i medici hanno disposto alcuni accertamenti, eseguiti all’ospedale San Raffaele di Milano, dai quali è emerso un ematoma intramuscolare. Non ci sono, invece, fratture, come confermato da fonti azzurre che hanno negato un rientro urgente. Ora si sta proseguendo con altri controlli alle costole tenuto conto della rilevanza della caduta. Quindi ci saranno altri esami per verificare se ci siano fratture o microfratture alle piccole ossa.

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Violenza sulle donne: 88 vittime al giorno

I numeri del rapporto "Questo non è amore" della polizia di Stato. Le italiane rappresentano l'80% e nella maggiorparte dei casi gli abusi sono perpetrati da partner ed ex partner.

Sono numeri che fanno ancora rabbrividire quelli del rapporto Questo non è amore diffuso dalla polizia di Stato. Ogni giorno sono 88 le donne vittime di atti di violenza nel nostro Paese. Una ogni 15 minuti prendendo il mese di marzo 2019. Trentasei i casi di maltrattamenti, 27 di stalking, 9 le violenze sessuali e 16 le percosse.

L’80% DELLE VITTIME È ITALIANA, COME IL 74% DEI PRESUNTI AGUZZINI

L’80,2% delle vittime di violenza sono italiane così come la maggior parte dei presunti aguzzini: il 74%. Senza distinzione regionali o di censo: le percentuali sono le medesime in Piemonte e in Sicilia. Le vittime straniere rappresentano invece il 19,8%, i presunti aggressori stranieri il 26%. Nell’82% dei casi chi commette violenza su una donna ha le chiavi di casa. A rappresentare una minaccia sono ancora partner ed ex partner che mettono in atto il 60% degli atti persecutori. Nell’ultimo decennio i numeri del femminicidio non hanno subito alcuna frenata. Nel 2019, il 34% delle vittime di omicidio è donna e in sei casi su dieci l’assassino è il partner o l’ex partner.

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Violenza sulle donne: 88 vittime al giorno

I numeri del rapporto "Questo non è amore" della polizia di Stato. Le italiane rappresentano l'80% e nella maggiorparte dei casi gli abusi sono perpetrati da partner ed ex partner.

Sono numeri che fanno ancora rabbrividire quelli del rapporto Questo non è amore diffuso dalla polizia di Stato. Ogni giorno sono 88 le donne vittime di atti di violenza nel nostro Paese. Una ogni 15 minuti prendendo il mese di marzo 2019. Trentasei i casi di maltrattamenti, 27 di stalking, 9 le violenze sessuali e 16 le percosse.

L’80% DELLE VITTIME È ITALIANA, COME IL 74% DEI PRESUNTI AGUZZINI

L’80,2% delle vittime di violenza sono italiane così come la maggior parte dei presunti aguzzini: il 74%. Senza distinzione regionali o di censo: le percentuali sono le medesime in Piemonte e in Sicilia. Le vittime straniere rappresentano invece il 19,8%, i presunti aggressori stranieri il 26%. Nell’82% dei casi chi commette violenza su una donna ha le chiavi di casa. A rappresentare una minaccia sono ancora partner ed ex partner che mettono in atto il 60% degli atti persecutori. Nell’ultimo decennio i numeri del femminicidio non hanno subito alcuna frenata. Nel 2019, il 34% delle vittime di omicidio è donna e in sei casi su dieci l’assassino è il partner o l’ex partner.

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«Ecco il piano di ArcelorMittal per fermare l’Ilva»

Un dirigente dell'azienda ai pm di Milano: «Il programma prevedeva di lasciare una scorta minima di materie prime, solo per un altoforno, per un mese». L'ad Morselli «ci disse che erano stati fermati gli ordini». Per la procura l'abolizione dello scudo penale è solo un pretesto.

I pm di Milano che si occupano del caso Ilva hanno depositato l‘atto di intervento nella causa civile tra il gruppo franco-indiano e i commissari dell’acciaieria. I magistrati non hanno dubbi: la «vera causa» della ritirata dell’azienda è «riconducibile alla crisi d’impresa», mentre il «venir meno del cosiddetto scudo penale» sarebbe un motivo utilizzato «pretestuosamente».

L’atto contiene, tra le altre cose, le dichiarazioni rese ai magistrati da un dirigente di ArcelorMittal Italia, Giuseppe Frustaci, ascoltato come testimone il 19 novembre.

Il funzionario ha spiegato ai pubblici ministeri cosa prevedeva il piano dell’azienda per fermare gli impianti di Taranto, piano che dopo il ricorso d’urgenza presentato dai commissari la multinazionale ha dovuto sospendere.

LEGGI ANCHE: Blitz dei carabinieri all’Ilva di Taranto

«CANCELLATO L’APPROVVIGIONAMENTO DELLE MATERIE PRIME»

Quel programma «prevedeva di lasciare una scorta minima di materie prime, solo per un altoforno, per un mese», ha detto il manager ascoltato dalla procura milanese. E oggi, sebbene sia stato sospeso, «l’azienda non ha tutto quel che serve per proseguire l’attività, in quanto l’approvvigionamento delle materie prime è stato cancellato».

LA SCELTA DI FERMARE GLI ORDINI

Il dirigente ha aggiunto che l’amministratore delegato di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli, «ha dichiarato ufficialmente» in un incontro «ai primi di novembre» con «i dirigenti e i quadri» che erano stati fermati gli ordini «cessando di vendere ai clienti».

I DANNI DERIVANTI DALLA FERMATA DEGLI ALTOFORNI

Il manager ha inoltre voluto ricordare che «ogni fermata di un altoforno e il successivo raffreddamento, seppur operato seguendo le migliori pratiche, non è mai senza danni». Danni la cui entità «si può verificare solo quando si riparte».

ABBATTERE I COSTI RIDUCENDO LA QUALITÀ

I «manager esteri» del gruppo ArcelorMittal, per giunta, avrebbero sostenuto che per il funzionamento degli impianti a caldo destinati a produrre 6 milioni di tonnellate di acciaio «la qualità delle materie prime fosse troppo alta e che occorresse utilizzarne di qualità inferiore per abbattere i costi».

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«Ecco il piano di ArcelorMittal per fermare l’Ilva»

Un dirigente dell'azienda ai pm di Milano: «Il programma prevedeva di lasciare una scorta minima di materie prime, solo per un altoforno, per un mese». L'ad Morselli «ci disse che erano stati fermati gli ordini». Per la procura l'abolizione dello scudo penale è solo un pretesto.

I pm di Milano che si occupano del caso Ilva hanno depositato l‘atto di intervento nella causa civile tra il gruppo franco-indiano e i commissari dell’acciaieria. I magistrati non hanno dubbi: la «vera causa» della ritirata dell’azienda è «riconducibile alla crisi d’impresa», mentre il «venir meno del cosiddetto scudo penale» sarebbe un motivo utilizzato «pretestuosamente».

L’atto contiene, tra le altre cose, le dichiarazioni rese ai magistrati da un dirigente di ArcelorMittal Italia, Giuseppe Frustaci, ascoltato come testimone il 19 novembre.

Il funzionario ha spiegato ai pubblici ministeri cosa prevedeva il piano dell’azienda per fermare gli impianti di Taranto, piano che dopo il ricorso d’urgenza presentato dai commissari la multinazionale ha dovuto sospendere.

LEGGI ANCHE: Blitz dei carabinieri all’Ilva di Taranto

«CANCELLATO L’APPROVVIGIONAMENTO DELLE MATERIE PRIME»

Quel programma «prevedeva di lasciare una scorta minima di materie prime, solo per un altoforno, per un mese», ha detto il manager ascoltato dalla procura milanese. E oggi, sebbene sia stato sospeso, «l’azienda non ha tutto quel che serve per proseguire l’attività, in quanto l’approvvigionamento delle materie prime è stato cancellato».

LA SCELTA DI FERMARE GLI ORDINI

Il dirigente ha aggiunto che l’amministratore delegato di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli, «ha dichiarato ufficialmente» in un incontro «ai primi di novembre» con «i dirigenti e i quadri» che erano stati fermati gli ordini «cessando di vendere ai clienti».

I DANNI DERIVANTI DALLA FERMATA DEGLI ALTOFORNI

Il manager ha inoltre voluto ricordare che «ogni fermata di un altoforno e il successivo raffreddamento, seppur operato seguendo le migliori pratiche, non è mai senza danni». Danni la cui entità «si può verificare solo quando si riparte».

ABBATTERE I COSTI RIDUCENDO LA QUALITÀ

I «manager esteri» del gruppo ArcelorMittal, per giunta, avrebbero sostenuto che per il funzionamento degli impianti a caldo destinati a produrre 6 milioni di tonnellate di acciaio «la qualità delle materie prime fosse troppo alta e che occorresse utilizzarne di qualità inferiore per abbattere i costi».

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Le “6000 sardine” hanno registrato il marchio in Ue

Uno dei leader del movimento, Mattia Santori ha confermato che si tratta di una mossa per evitare confusioni e fake news.

Le 6000 sardine proseguono la loro marca e stavolta registrano il marchio all’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale. Lo ha raccontato all’Adnkronos Mattia Santori: «Dovremmo registrarlo già oggi (il 21 novembre Ndr), ne stanno occupando alcuni amici, stanno sbrigando tutte le pratiche del caso. Ma questo non vuol dire che nasce un movimento o che diventiamo un partito», ha precisato.

LEGGI ANCHE: Il manifesto delle Sardine: «Populisti, ci troverete ovunque. Benvenuti in mare aperto».

SANTORI: «FATTO PER EVITARE CONFUSIONI»

Ufficialmente il marchio avrà il nome di “6000 sardine” e il logo è quello che si vede nel profilo Facebook ufficiale, il disegno, a matita, di una decine di sardine unite. «Lo facciamo per evitare confusioni», ha detto ancora Santori, «per tutelare» l’onda che ha riempito piazza Maggiore a Bologna e che ora si sta diffondendo in tutta Italia. «A Milano, per esempio scenderemo in piazza il 1 dicembre, ma in queste ore hanno lanciato un evento fake che, in poche ore, ha registrato migliaia di adesioni. Ecco, col marchio registrato potremo sconfessare eventi che non ci appartengono, dire ‘no, questi non siamo noi’ con una certa ufficialità».

REGISTRATO ANCHE IL DOMINIO UFFICIALE

La battaglia per il marchio è legata anche allo stesso dominio del sito di riferimento. Come ha scritto Adn lunedì 18 i servizi che permettono di vedere i nomi delle persone che registrano i vari domini mostrano che negli ultimi giorni sono stati registrati almeno due siti fake, “movimentodellesardine.it” e “movimentosardine.it”. Ufficialmente il quello movimento “seimilasardine.it” è stato registrato tra il 15 e 16 novembre, «all’1 e 41 per l’esattezza», ha detto Santori e fa capo a Alessandro Gabrielli, di Bologna.

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Le “6000 sardine” hanno registrato il marchio in Ue

Uno dei leader del movimento, Mattia Santori ha confermato che si tratta di una mossa per evitare confusioni e fake news.

Le 6000 sardine proseguono la loro marca e stavolta registrano il marchio all’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale. Lo ha raccontato all’Adnkronos Mattia Santori: «Dovremmo registrarlo già oggi (il 21 novembre Ndr), ne stanno occupando alcuni amici, stanno sbrigando tutte le pratiche del caso. Ma questo non vuol dire che nasce un movimento o che diventiamo un partito», ha precisato.

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SANTORI: «FATTO PER EVITARE CONFUSIONI»

Ufficialmente il marchio avrà il nome di “6000 sardine” e il logo è quello che si vede nel profilo Facebook ufficiale, il disegno, a matita, di una decine di sardine unite. «Lo facciamo per evitare confusioni», ha detto ancora Santori, «per tutelare» l’onda che ha riempito piazza Maggiore a Bologna e che ora si sta diffondendo in tutta Italia. «A Milano, per esempio scenderemo in piazza il 1 dicembre, ma in queste ore hanno lanciato un evento fake che, in poche ore, ha registrato migliaia di adesioni. Ecco, col marchio registrato potremo sconfessare eventi che non ci appartengono, dire ‘no, questi non siamo noi’ con una certa ufficialità».

REGISTRATO ANCHE IL DOMINIO UFFICIALE

La battaglia per il marchio è legata anche allo stesso dominio del sito di riferimento. Come ha scritto Adn lunedì 18 i servizi che permettono di vedere i nomi delle persone che registrano i vari domini mostrano che negli ultimi giorni sono stati registrati almeno due siti fake, “movimentodellesardine.it” e “movimentosardine.it”. Ufficialmente il quello movimento “seimilasardine.it” è stato registrato tra il 15 e 16 novembre, «all’1 e 41 per l’esattezza», ha detto Santori e fa capo a Alessandro Gabrielli, di Bologna.

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