Guidava da 50 anni senza patente: scoperta per un tamponamento subìto

Una 77enne di Pravisdomini (Pordenone) circolava da mezzo secolo senza aver mai conseguito la licenza. Multa da 5 mila euro.

Per mezzo secolo ha guidato, a cavallo tra Friuli Venezia Giulia e Veneto, senza mai aver conseguito la patente. E in 50 anni nessuno l’ha mai fermata, nemmeno per il più classico dei controlli di patente e libretto delle tante pattuglie che presidiano le nostre strade. Così il suo segreto è rimasto tale fino a quando, per un banale tamponamento in cui è rimasta coinvolta suo malgrado, la verità è venuta a galla. Protagonista della vicenda una 77enne di Pravisdomini, l’ultima lingua di terra friulana prima di entrare nel Veneto orientale. Proprio in un luogo simbolo della storia d’Italia come Vittorio Veneto (Treviso) c’è stato l’epilogo della sua lunghissima carriera di autista senza titoli.

TAMPONATA MENTRE ERA IN CODA

Era al volante di una Suzuki station wagon, ferma in colonna: all’improvviso, un veicolo che la seguiva l’ha tamponata e la sua vettura è finita sul mezzo che la precedeva. Esattamente ciò che non sarebbe mai dovuto capitare: senza terzi coinvolti, avrebbe potuto chiuderla lì, amichevolmente. In fondo lei era la danneggiata. Ma quel colpetto alla macchina che la precedeva è stato fatale per far scoprire il suo segreto. Quando gli agenti della Polizia locale sono giunti per i rilievi, hanno sollecitato la consegna della patente, ma l’anziana ha detto di averla scordata a casa. Sono bastati pochi click e una breve indagine sul server nazionale per scoprire che quel documento non l’aveva mai conseguito.

MULTA DA OLTRE 5 MILA EURO

Le conseguenze saranno pesanti: multa da oltre 5 mila euro e sequestro immediato del veicolo. Niente, se raffrontato al rischio che ha corso per mezzo secolo. A chi, in paese, le chiedeva spiegazioni, la nonnina ha fatto sapere che si tratta di un grande equivoco, che chiarirà di fronte alla Polizia locale di Udine, cui esibirà il documento originario, di cui assicura di essere in possesso dalla fine degli anni Sessanta. Peccato che, nel frattempo, 51 anni fa, il suo Comune, Pravisdomini, sia transitano alla neo costituita provincia di Pordenone. Non essendo mai stata scoperta, non ha avuto la necessità di aggiornare l’alibi.

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Allarme Fentanyl: aumentano le morti per overdose anche in Italia

In meno di quatto di mesi registrati 76 decessi a causa della droga sintetica che si sta affacciando da poco al nostro mercato.

Allarme Fentanyl anche in Italia. Il potente sintetico che, secondo le stime, sarà responsabile di 19mila morti per overdose nel 2019 negli Stati Uniti, si sta affacciando anche sul mercato italiano. Dal 1° agosto al 20 novembre, ha spiegato Elisabetta Simeoni, del Dipartimento politiche antidroga, «si sono registrate in Italia 55 overdose ‘fauste’ e 76 con decesso. I casi aumentano». Il direttore centrale per i servizi antidroga del Dipartimento di pubblica sicurezza, Giuseppe Cucchiara, ha sottolineato che «il contrasto a queste nuove sostanze è difficile perché bastano quantità minime che vengono acquistate on line e spedite via posta. In Italia non siamo dell’epidemia come in America, ma il Fentanyl si sta affacciando sul nostro mercato e dobbiamo attrezzarci. È un fenomeno estremamente preoccupante».

Una bottliglietta di Fentanyl,

LA CINA TRA I PRINCIPALI PRODUTTORI

Le nuove sostanze psicoattive, come Fentanyl e affini, sono «un problema emergente ed in costante evoluzione. La Cina è uno dei principali Paesi produttori; da lì vengono spedite in Europa. Queste droghe attirano soprattutto i giovani, il costo è accessibile a tutti, una dose si compra con 10 euro. La repressione non può essere l’unica soluzione, serve il contributo di famiglia e scuola», ha detto il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Federico Cafiero De Raho, intervenuto al workshop su Droghe sintetiche e nuove sostanze psicoattive, organizzato dal Dipartimento antidroga della presidenza del consiglio e dalla Direzione centrale antidroga del Dipartimento di pubblica sicurezza. Naturalmente, ha proseguito Cafiero De Rato, «anche la criminalità organizzata ha messo gli occhi su queste nuove sostanze che vengono vendute su piattaforme on line e sono reperibili sia sul web di superficie che sul deep web».

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Chi era a conoscenza del «rischio crollo» del Morandi

La guardia di finanza ha sequestrato un documento del consiglio di amministrazione di Autostrade. In cui nel 2015 si parlava della possibilità di cedimento. Ed era presente un rappresentante del dicastero dei Trasporti. La ministra De Micheli: «Cose inaccettabili e incomprensibili».

Il ministero dei Trasporti (Mit) sapeva che il Ponte Morandi sarebbe potuto venire giù? È l’inquietante rivelazione emersa da un documento finora rimasto segreto e sequestrato dalla guardia di finanza nella sede di Atlantia e di Autostrade.

CONDIVISO UN «INDIRIZZO DI RISCHIO BASSO»

I vertici del dicastero delle Infrastrutture nel 2015 erano a conoscenza del rischio crollo per il viadotto di Genova teatro della tragedia del 14 agosto 2018 che ha provocato la morte di 43 persone: alle sedute del consiglio di amministrazione di Autostrade per l’Italia infatti partecipa un rappresentante del Mit, membro del Collegio sindacale. E, secondo quanto riportarto da la Repubblica, proprio questo organo con il cda condivise «l’indirizzo di rischio basso» per il Morandi. Rischio basso, non rischio zero.

AUTOSTRADE PARLA DI «MASSIMO RIGORE»

Autostrade per l’Italia ha precisato che «la società non è in alcun modo disponibile ad accettare rischi operativi sulle infrastrutture. Di conseguenza, l’indirizzo del cda alle strutture operative è di presidiare e gestire sempre tale tipologia di rischio con il massimo rigore, adottando ogni opportuna cautela preventiva».

PERICOLO CONSIDERATO SOLO TEORICO

In particolare «per quanto riguarda l’area dei rischi operativi, nella quale rientrava anche la scheda del Morandi, il cda di Autostrade ha sempre espresso l’indirizzo di mantenere la propensione di rischio al livello più basso possibile». Un rischio solo teorico, insomma.

Ho letto quello che avete letto voi, il contenuto è per me inaccettabile. Anche intellettualmente incomprensibile


La ministra De Micheli

La ministra dei Trasporti Paola De Micheli ha commentato dicendo di aver «letto quello che avete letto voi, il contenuto è per me inaccettabile. Anche intellettualmente incomprensibile». E intanto il titolo di Atlantia in Borsa ha fatto registrare perdite influenzato da questi nuovi sviluppi.

OPERA CHE «NON ERA SOTTO CONTROLLO»

I finanzieri tra l’altro hanno sequestrato altre relazioni tecniche a corredo del “catalogo del rischio“. In cui gli ingegneri esprimevano preoccupazioni: «L’opera non si riesce a tenere sotto controllo» per via dell’impossibilità di monitorare gli stralli e i cassoni del viadotto. Quel documento sul rischio crollo già nel 2015 è stato sottoposto al vaglio dei cda di Aspi e Atlantia, in concomitanza alla presentazione del progetto di retrofitting (consolidamento) delle pile 9 (quella poi crollata) e 10.

NEL 2017 SI PARLÒ DI “PERDITA DI STATICITÀ”

Nel 2017 avvennero due variazioni. La responsabilità sul Morandi passò dalle Manutenzioni dirette da Michele Donferri Mitelli alla Direzione di tronco di Genova, guidata da Stefano Marigliani (entrambi indagati). E nel catalogo del rischio non si parlava più di “crollo”, ma di “perdita di staticità”.

DI MAIO: «PARLIAMO DELLA SICUREZZA DEI CITTADINI»

Sulla vicenda è intervenuto anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio: «Quanto arriva una relazione sul rischio di crollo, parliamo della sicurezza dei cittadini italiani. E Autostrade parla di rischio teorico? Qual è il rischio pratico?». Di Maio, ospite a L’aria che tira su La7, ha detto che «negli ultimi 30 anni gruppi privati hanno avuto contratti blindati qualunque cosa accadesse alla manutenzione».

«I MORTI DEL MORANDI NON SI BARATTANO»

Poi su Alitalia: «A un certo punto si è fatta avanti Atlantia, che poi ha fatto marcia indietro. Se pensavano che entrando in Alitalia non gli avremmo tolto le concessioni autostradali si sbagliavano: i morti del ponte Morandi non si barattano con nessuno. Vinceremo la battaglia della revoca».

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Nonna uccisa a pugni dal nipote a Ferrara

L'omicidio sarebbe avvenuto per una questione di soldi.

Aggressione mortale nella serata del 20 novembre a Ferrara. Un giovane di 22 anni, Pierpaolo Alessio, ha ucciso a pugni la nonna, una donna di 71 anni, mentre era alla guida della sua auto. I colpi sono stati sferrati dal sedile passeggero.

Dietro l’atroce delitto ci sarebbe una questione di soldi. Bloccato da altri automobilisti e da un carabiniere fuori servizio, il ragazzo – noto alle forze dell’ordine per reati contro il patrimonio e problemi di droga – è stato interrogato a lungo durante la notte e si è avvalso della facoltà di non rispondere. È in arresto per omicidio volontario.

Secondo il Resto del Carlino la vittima è Maria Luisa Silvestri. Nonna e nipote erano a bordo di una Lancia Y che viaggiava a una velocità insolitamente lenta. Una donna che stava andando a cena dal cognato carabiniere ha notato ciò che stava accadendo nell’abitacolo e ha visto il ragazzo picchiare violentemente l’anziana. Ha subito avvisato il suo parente, che ha chiamato i rinforzi ed è sceso in strada.

Il militare è riuscito a fermare l’auto, poi ha aperto la portiera e ha cercato di bloccare il giovane. Con l’aiuto di un passante, un barbiere di cittadinanza pachistana, è riuscito nel suo intento. Il ragazzo è stato condotto in caserma e nel frattempo i sanitari del 118 hanno portato via l’anziana aggredita. Maria Luisa è arrivata ancora viva in ospedale, ma il suo cuore ha cessato di battere poco dopo.

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Corruzione in appalti pubblici, arresti a Roma

Coinvolti dipendenti statali e imprenditori.

La Guardia di Finanza sta eseguendo un’ordinanza cautelare nei confronti di 20 persone, tra dipendenti pubblici e imprenditori, accusati, a vario titolo, di corruzione, turbativa d’asta e falso nell’aggiudicazione di appalti pubblici. L’attività del Nucleo Speciale Anticorruzione, che vede impiegati oltre cento finanzieri tra Roma, Napoli e Frosinone, prevede anche l’esecuzione di decine di perquisizioni in uffici della pubblica amministrazione, società e abitazioni private.

(notizia in aggiornamento)

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Collaboratori parlamentari, l’ennesimo gap tra Italia e Ue

Il caso Nicosia riporta alla luce l'annosa battaglia dei portaborse. Che, nonostante le promesse, sono ancora sottopagati e spesso irregolari. A differenza dei colleghi europei. Lo scenario.

Spesso mal pagati, con contratti di vario tipo e senza alcuna tutela. Anzi: nei casi peggiori c’è il rischio di essere retribuiti in nero. È questa la vita del collaboratore parlamentare, figura chiave per il funzionamento di Camera e Senato, ma che si muove tra i Palazzi con poche garanzie. In questa instabilità una cosa è certa: a Montecitorio basta avere un contratto, indipendentemente dall’ammontare dello stipendio. «La nostra è una situazione da far west che mortifica la funzione parlamentare e alimenta il sentimento di antipolitica e antiparlamentarismo. Quanti casi Nicosia nelle Camere? Quanti ‘Nicosia’ può ancora sopportare l’istituzione parlamentare?», dice a Lettera 43 il presidente dell’Associazione italiana collaboratori parlamentari (Aicp), Josè De Falco.

LEGGI ANCHE: I collaboratori parlamentari e l’omertà

CONTRATTI DA 50 EURO AL MESE

La vicenda di Antonello Nicosia, ex collaboratore della deputata di Italia Viva (eletta con Liberi e uguali), Giuseppina Occhionero, arrestato per mafia è proprio quella che ha acceso un faro sulla situazione. Una luce sinistra che ha fatto emergere come siano cambiati i tempi rispetto a quando l’incarico di “portaborse” rappresentava un trampolino di lancio della carriera politica. Da quanto è emerso, Nicosia era infatti considerato a pieno titolo un collaboratore, munito di tesserino, con un contratto da 50 euro al mese. Ed era tutto regolare. 

mafia arrestato radicale antonello nicosia
Antonello Nicosia.

PER IL QUESTORE DEL SENATO DE POLI È TUTTO REGOLARE

Per il senatore, Antonio De Poli, questore a Palazzo Madama, non ci sono problemi dal punto di vista retributivo rispetto ad altri lavori. Il motivo? Il regolamento del Senato fissa il minimo a 375 euro per 25 ore e quindi con «40 ore di lavoro il compenso mensile è di 2.400 euro, se le ore sono 36 è di 2.160 euro», ha scandito il senatore, durante il dibattito sul bilancio di Palazzo Madama. «Sto parlando», ha aggiunto De Poli, «di retribuzioni minime, poi chiaramente se ne possono avere di ben più importanti. Ma si tratta di cifre superiori alle retribuzioni odierne previste ad esempio per le qualifiche più alte dei dipendenti degli studi professionali, secondo i contratti nazionali del lavoro vigenti». Quindi «rientriamo nei parametri europei», ha concluso, pur condividendo la necessità di «trovare una soluzione» condivisa.

L’AICP: «CI DICANO QUANTI SONO I COLLABORATORI CONTRATTUALIZZATI»

Una versione che ha fatto saltare dalla sedia i vertici dell’Aicp. «Sono dichiarazioni fantasiose. Nessun collaboratore guadagna tanto», replica Josè De Falco. «Dalla lettura di una delibera che disciplina l’accesso dei collaboratori al Senato», incalza il presidente dell’Aicp, «il senatore De Poli trae delle conclusioni sconcertanti. Parla come se non fosse uno dei questori di Palazzo Madama e non conoscesse i contratti depositati negli uffici. Quella documentazione descrive un mondo totalmente diverso da quello raccontato in Aula. Tanti hanno co.co.co o partite Iva, e anche chi ha contratti di lavoro subordinato non raggiunge 2.400 euro». Da qui la richiesta dell’Aicp: «Serve una fotografia della realtà. Il Collegio dei Questori e il consiglio di presidenza del Senato pubblichino quanti sono i collaboratori contrattualizzati e descrivano i tipi di contratto, così da poter calcolare la retribuzione media. Sarebbe il primo passaggio da fare».

IL CONFRONTO CON L’EUROPA

Documenti alla mano il quadro normativo europeo è diverso dalla situazione italiana. A Bruxelles i collaboratori definiti “assistenti parlamentari accreditati” sono assunti direttamente dal parlamento europeo. La retribuzione ha 19 livelli, da un minimo di 1.680 a un massimo da 7.740 euro. Mentre il servizio studi della Camera ha spiegato, in un dossier, che in Italia «deputato e collaboratore possono regolare tale rapporto secondo le diverse tipologie contrattuali previste dall’ordinamento, in quanto compatibili (in sintesi: rapporto di lavoro subordinato, di collaborazione a progetto, di lavoro autonomo)». E soprattutto tra la Camera e il collaboratore non si instaura alcun rapporto, è il parlamentare a retribuire il collaboratore all’interno delle spese per l’esercizio del mandato.

Un manifestazione dell’Associazione italiana collaboratori parlamentari a Montecitorio.

Con una delibera dell’Ufficio di Presidenza del 30 gennaio 2012, è stato infatti reso possibile ammettere la retribuzione del collaboratore tra le spese a rimborso, dietro la presentazione del contratto di lavoro. In altri Paesi europei ci sono meccanismi diversi e meno incerti per i lavoratori. In Germania «ogni deputato può assumere collaboratori a carico dell’amministrazione del Bundestag fino a un importo massimo determinato sulla base della legge di bilancio, attualmente pari a 15.798 euro» e «i deputati, che assumono i propri collaboratori sulla base di contratti di diritto privato», riporta il documento predisposto dal centro Studi di Montecitorio. In Francia vige un meccanismo simile, ma il budget per i collaboratori è di 9.504 euro. Tuttavia, «nel bilancio dell’Assemblea nazionale, la voce relativa alla retribuzione dei collaboratori (a oggi, circa 2.100) è molto alta e supera anche la voce relativa al pagamento delle indennità ai deputati», spiega ancora il dossier della Camera.

LA PROMESSA DI FICO E I SILENZI DI CASELLATI

L’annosa battaglia per cambiare le cose in Italia ha quindi ripreso vigore con l’esplosione del caso-Nicosia. I collaboratori parlamentari hanno però avviato da tempo un’interlocuzione con le istituzioni. Nelle scorse legislature non si è arrivati ad alcuna soluzione. In questa, invece, qualcosa sembrava muoversi fino a qualche mese fa. Il presidente della Camera, Roberto Fico, ha incontrato due volte, a febbraio e a luglio, i rappresentanti dell’Aicp. Il numero uno di Montecitorio ha garantito la volontà di impegnarsi. La promessa è che entro la fine del 2019 la delibera sarà discussa nell’Ufficio di presidenza. A Palazzo Madama la situazione è più complessa. La presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, ha organizzato un incontro tra il suo staff e l’Aicp. Al termine del confronto c’è stato l’impegno a regolamentare la posizione dei collaboratori. Dopo le promesse, però, il silenzio: le sollecitazioni, attraverso almeno tre lettere indirizzate alla presidente, sono cadute nel vuoto. 

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C’è anche l’Italia nella top 10 della Sanità mondiale

Il nostro Paese è al nono posto per le sue elevate performance nella classifica comandata da Islanda e Norvegia. Ma restano ancora molte criticità.

Il sistema sanitario italiano è nono al mondo – dopo Islanda, Norvegia, Olanda, Lussemburgo, Australia, Finlandia, Svizzera e Svezia – per le sue elevate performance come testimoniato anche dallo stato di salute della popolazione, che resta buono nonostante gli stili di vita non sempre salubri e come ‘certificato’ dall’aspettativa di vita alla nascita (all’ottavo posto nel mondo, 85,3 anni per le donne, 80,8 per gli uomini nel 2017). Le criticità tuttavia non mancano.

PARAMETRI DI QUALITÀ E ACCESSO ALLE CURE

È quanto emerge dal primo studio a livello nazionale del Global burden of disease (Gbd) study, pubblicato sulla rivista The Lancet public health e coordinato dall’Irccs materno-infantile Burlo Garofolo di Trieste. In questo lavoro la qualità dei sistemi sanitari dei vari Paesi è stata misurata con l’indice ‘Haq’ (health access and quality index) che tiene conto di diversi parametri di qualità e accesso alle cure. Lo studio ha confrontato anche i cambiamenti nel tempo delle perfomance del Servizio sanitario nazionale (in particolare dal 1990 al 2017) – usando indicatori come la mortalità, le cause di morte, gli anni di vita persi e quelli vissuti con disabilità, l’aspettativa di vita alla nascita e molto altro.

LA POPOLAZIONE ITALIANA INVECCHIA RAPIDAMENTE

«Ne emerge un quadro globalmente positivo» – riferisce all’Ansa Lorenzo Monasta dell’Irccs, primo autore del lavoro – «pur con alcune criticità: per esempio la popolazione sta invecchiando rapidamente poiché in Italia abbiamo uno dei tassi di fertilità più bassi al mondo (1,3%) e una tra le più alte speranze di vita; questo sta cambiando il panorama epidemiologico delle malattie, aumenta il carico delle patologie croniche dell’invecchiamento, da problemi di vista e udito all’Alzheimer e altre demenze (gli anni di vita con disabilità legati alle demenze sono aumentati del 78% dal 1990 al 2017 e i decessi per Alzheimer sono più che raddoppiati, +118%)». «L’altro aspetto significativo» – continua – «è che dal 1990 a oggi è aumentata gradualmente la spesa privata del cittadino per la salute, di pari passo a una riduzione del finanziamento pubblico alla salute, riduzione che, quindi, non è frutto di una aumentata efficienza del servizio sanitario». In particolare, rileva l’esperto, dal 2010 al 2015 il finanziamento statale in rapporto al Pil è sceso dal 7% al 6,7%, mentre nello stesso arco di tempo la spesa privata per la salute è passata aumentato dall’1,8% al 2%. Inoltre la spesa complessiva per la salute in rapporto al Pil dal 1995 è aumentata dell’1,15%, aumento assorbito, però, non dalla spesa pubblica, ma da quella privata.

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La Cassazione conferma i 9 anni di carcere per la foreign fighter italiana Fatima

I giudici hanno confermato la condanna definitiva per Maria Giulia Sergio partita per la Siria nel 2014. Sentenze convalidate anche per altri quattro imputati.

Anche dalla Siria continuava, via Skype, la sua opera di proselitismo: in un messaggio del 2015 lanciò un vero e proprio proclama dello Stato Islamico in lode del ‘Califfo’ Abu Bakr al Baghdadi. Poi di lei si sono perse le tracce e non si sa se sia ancora viva.

È arrivata in contumacia la condanna definitiva per terrorismo internazionale per Maria Giulia ‘Fatima’ Sergio, la giovane radicalizzata, partita da Inzago nel Milanese, e considerata la prima foreign fighter italiana: 9 anni di reclusione, come stabilito dalla Corte d’assise d’appello di Milano un anno e mezzo fa e ora confermato dalla Cassazione.

La seconda sezione penale ha respinto, dichiarandolo inammissibile, il ricorso presentato per conto suo e di altri quattro imputati, tra cui l’albanese Aldo Kabuzi (condannato a 10 anni), l’uomo che Fatima aveva sposato e col quale era partita, e la sua ‘maestra indottrinatrice’ Haik Bushra, cittadina canadese, poi partita per l’Arabia Saudita, condannata a 9 anni. Confermate anche le condanne a Donika Coku e Seriola Kobuzi, madre e sorella di Aldo Kobuzi, a loro volta partite per la Siria, senza fare più ritorno.

IL PROSELITISMO DI FATIMA

A nessuno dei cinque sono state riconosciute le attenuanti, come aveva motivato la Corte d’appello, data anche la «pericolosità per la collettività delle azioni poste in essere». Secondo l’accusa, Fatima ha incitato i suoi familiari ad unirsi al Califfato abbracciando la lotta armata per ammazzare i “miscredenti”: la madre e il padre, poi arrestati nell’estate del 2015 perché ritenuti in procinto di partire, ed entrambi morti nel corso del procedimento, e la sorella Marianna (a sua volta finita nell’inchiesta), che dalla Campania si erano trasferiti nel piccolo paese in provincia di Milano.

LA PARTENZA PER LA SIRIA NEL 2014

Nel corso egli inquirenti hanno accertato che Fatima ha agito come una «reclutatrice» che ha aderito al programma criminale dello Stato Islamico, ma si era era anche addestrata all’uso delle armi. Nelle telefonate ai familiari spiegava di essere pronta a morire, appena le verrà consentito di passare al jihad. Fatima e Kobuzi erano partiti per andare a combattere con le milizie dell’Isis nell’autunno del 2014, di loro non si sa più nulla: risultano latitanti e non si sa se siano vivi o meno. Secondo quanto dichiarato dalla sorella, Fatima sarebbe morta già prima della condanna d’appello.

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Nel Messinese è esploso un deposito di fuochi d’artificio

Ancora da accertare le cause dell'incidente. Tre morti certe, ma si temono altro vittime. Almeno tre feriti e un disperso.

Un’esplosione si è verificata per cause ancora da accertare in un deposito di fuochi d’artificio e polveri piriche a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Dalle prime informazioni dei vigili del fuoco l’incidente è avvenuto in località Femmina morta e ci sarebbero alcune persone che si trovavano all’interno della casamatta e che sarebbero disperse dopo l’esplosione. Fonti locali hanno confermato le tre morti accertate, ma il numero potrebbe crescere, considerando i tre feriti e la persona che risulta ancora dispersa.

DUE BOATI UDITI FINO AL MILAZZO

Nella tragedia che ha colpito la fabbrica di articoli pirotecnici di Vito Costa e dei figli in contrada Cavalieri è sicura la morte di Venera Mazzeo, 71 anni, moglie del titolare, e di altre due persone. Ma il bilancio delle vittime potrebbe aumentare perché nella fabbrica si trovavano diverse persone. Nella zona si è sentito un boato e subito dopo uno più forte che si sono uditi fino a Milazzo e che hanno causato panico. Proprio nell’ospedale di Milazzo stati ricoverati con ustioni e in gravi condizioni, Bartolomeo Costa, 37 anni, figlio del proprietario della fabbrica e Antonio Bagnato, che lavora nella ditta.

NELLA FABBRICA ANCHE OPERAI DI UNA DITTA ESTERNA

Al momento dello scoppio erano al lavoro anche quattro operai di una ditta esterna e al momento non è ancora chiaro se tra le vittime accertate ci siano anche alcuni di loro o se siano ancora tra i dispersi. La produzione dei fuochi avveniva in un vecchio casolare in contrada. La famiglia Costa ha una pagina Facebook in cui pubblicizza i propri prodotti e gli eventi con i giochi di fuoco realizzati. Sul posto, oltre ai vigili del fuoco, sono presenti polizia, carabinieri e numerose ambulanze.

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Nel Messinese è esploso un deposito di fuochi d’artificio

Ancora da accertare le cause dell'incidente. Tre morti certe, ma si temono altro vittime. Almeno tre feriti e un disperso.

Un’esplosione si è verificata per cause ancora da accertare in un deposito di fuochi d’artificio e polveri piriche a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Dalle prime informazioni dei vigili del fuoco l’incidente è avvenuto in località Femmina morta e ci sarebbero alcune persone che si trovavano all’interno della casamatta e che sarebbero disperse dopo l’esplosione. Fonti locali hanno confermato le tre morti accertate, ma il numero potrebbe crescere, considerando i tre feriti e la persona che risulta ancora dispersa.

DUE BOATI UDITI FINO AL MILAZZO

Nella tragedia che ha colpito la fabbrica di articoli pirotecnici di Vito Costa e dei figli in contrada Cavalieri è sicura la morte di Venera Mazzeo, 71 anni, moglie del titolare, e di altre due persone. Ma il bilancio delle vittime potrebbe aumentare perché nella fabbrica si trovavano diverse persone. Nella zona si è sentito un boato e subito dopo uno più forte che si sono uditi fino a Milazzo e che hanno causato panico. Proprio nell’ospedale di Milazzo stati ricoverati con ustioni e in gravi condizioni, Bartolomeo Costa, 37 anni, figlio del proprietario della fabbrica e Antonio Bagnato, che lavora nella ditta.

NELLA FABBRICA ANCHE OPERAI DI UNA DITTA ESTERNA

Al momento dello scoppio erano al lavoro anche quattro operai di una ditta esterna e al momento non è ancora chiaro se tra le vittime accertate ci siano anche alcuni di loro o se siano ancora tra i dispersi. La produzione dei fuochi avveniva in un vecchio casolare in contrada. La famiglia Costa ha una pagina Facebook in cui pubblicizza i propri prodotti e gli eventi con i giochi di fuoco realizzati. Sul posto, oltre ai vigili del fuoco, sono presenti polizia, carabinieri e numerose ambulanze.

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Mihajlovic dimesso dall’ospedale dopo il terzo ciclo di cure

L'allenatore del Bologna è alle prese con la leucemia. Ad attenderlo fuori dal reparto di ematologia dell'Ospedale Sant'Orsola c'era la moglie.

Di solito la parola “dimissioni” associata a un allenatore non ha mai un’accezione positiva. Per Sinisa Mihajlovic sì: perché si intendono quelle dall’ospedale dove era ricoverato per curarsi dalla leucemia. Il tecnico del Bologna ha terminato il terzo ciclo della terapia.

TRE FOTO CON LA MOGLIE ALL’USCITA

Ad annunciarlo, attraverso Instagram, è stata la moglie Arianna, che intorno alle 13 ha pubblicato tre foto che la ritraevano abbracciata al marito all’uscita del padiglione 8 di ematologia del Sant’Orsola di Bologna. «Più bella cosa non c’è. Back Home», è stato il messaggio allegato alle immagini che annunciava il ritorno a casa del serbo.

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Ex Ilva, le aziende dell’indotto minacciano il blocco delle attività

Le società degli appalti riprenderanno lo stop ai lavori alle 12 del 21 novembre se non arriveranno i pagamenti.

Le aziende degli appalti dell’acciaieria ex Ilva di Taranto «in assenza del saldo dei crediti riprenderanno con il blocco delle attività interne allo stabilimento a partire dalle 12 di domani». Lo indica Confindustria Taranto sottolineando che non c’è stato «nessun pagamento effettuato da parte di ArcelorMittal Italia alle aziende dell’indotto neanche in minima percentuale, contrariamente a quanto dichiarato dall’azienda nella serata di ieri a Confindustria e sindacati».

«NESSUN CREDITO È STATO SODDISFATTO»

«Nessun credito è stato soddisfatto neanche come anticipo rispetto alla mole creditizia maturata da parte delle aziende fornitrici», spiega Confindustria Taranto. «Le imprese, che da lunedì scorso continuano a tenere il presidio spontaneo e auto di tutto davanti allo stabilimento hanno assicurato già da ieri sera, accogliendo la richiesta di Confindustria Taranto, gli interventi necessari per la messa in sicurezza degli impianti». Tuttavia, avverte l’associazione degli industriali, «in assenza del saldo dei crediti riprenderanno con il blocco» da domani.

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Tassa sui rifiuti: a Nord tariffe più leggere, Catania la città più cara

Secondo le rilevazioni di Cittadinanzattiva la Tari in media ammonta a 300 euro. La regione più economica è il Trentino Alto Adige dove si spendono 190 euro l'anno, la più tartassata la Campania. La mappa.

L’immondizia costa, e pure parecchio. In media la tassa sui rifiuti nel 2019 (la Tari) è di 300 euro, ma le differenze da regione a regione sono piuttosto marcate. A spendere meno sono i cittadini del Trentino Alto Adige con 190 euro, i più tartassati quelli della Campania con 421 euro l’anno. Scendendo ai capoluoghi di provincia, a Catania la tassa arriva a 504 euro, la più alta d’Italia, con un aumento del 15,9% rispetto al 2018. Potenza, invece, è la città più economica con 121 euro e un decremento del 13,7% rispetto al 2018.

SMALTIRE I RIFIUTI COSTA MENO AL NORD

È questo il quadro che emerge dalla rilevazione dell’Osservatorio prezzi e tariffe della onlus Cittadinanzattiva. L’indagine sui costi sostenuti dai cittadini per lo smaltimento dei rifiuti in tutti i capoluoghi di provincia prende come riferimento nel 2019 una famiglia tipo composta da tre persone e una casa di proprietà di 100 metri quadri. A livello di aree geografiche, i rifiuti costano meno al Nord (in media 258 euro). Segue il Centro (299 euro), infine il Sud, il più costoso (351 euro).

A MATERA L’AUMENTO PIÙ CONSISTENTE

Analizzando le tariffe dei 112 capoluoghi di provincia, sono state riscontrati aumenti in circa la metà, 51 capoluoghi, tariffe stabili in 27 e in diminuzione in 34. A Matera si registra l’incremento più consistente (+19,1%), a Trapani il calo più netto (-16,8%). Le 10 città più costose per la tassa rifiuti dopo Catania sono Cagliari (490), Trapani (475), Benevento (471), Salerno (467), Napoli (455), Reggio Calabria (443), Siracusa (442), Agrigento (425), Messina (419). Quelle più economiche Potenza (121 euro), Udine (167), Belluno (168), Pordenone (181), Vibo Valentia (184), Isernia (185), Bolzano (186), Brescia (191), Verona (193), Trento e Cremona a pari merito (195).

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LA CLASSIFICA DELLE REGIONI

Tra le regioni dove la tassa sui rifiuti è più leggera oltre il Trentino Alto Adige ci sono il Molise (219), la Basilicata (221), il Friuli Venezia Giulia (228), il Veneto (234), le Marche (235), la Lombardia (241), l’Emilia-Romagna (274), la Valle d’Aosta (275), il Piemonte (276), la Calabria (296), l’Umbria (301), la Toscana (323), il Lazio (325), l’Abruzzo (326), la Liguria (333), la Sardegna (345), la Puglia (373), la Sicilia (394) e maglia nera la già citata Campania (421). La Tari è diminuita in Lazio (-2%, con Roma che cala del 4,1%), l’Emilia-Romagna con un -0,8%, le Marche (-1,4%), la Sicilia (-1,3%) e la Valle d’Aosta con un calo del 2,3%. 

CITTADINANZATTIVA: «IN MOLTE AREE RITARDI E INEFFICIENZE»

«In tema di smaltimento dei rifiuti continuano a registrarsi in molte aree del Paese ritardi e inefficienze», spiega Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva, «e la transizione verso uneconomia circolare, prevista dalla strategia 2020, sembra essere ancora lontana». Si continua a registrare, continua Gaudioso, «una modalità di calcolo dei costi che non tiene conto dei rifiuti realmente prodotti e quindi non incentiva il cittadino a cambiare i propri comportamenti. Molto marcate sono le differenze territoriali, non solo in termini di costi del servizio, ma anche di qualità: vivere in una città anziché un’altra può voler dire disporre di un servizio gestione rifiuti costoso e insoddisfacente».

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Sorpresa: in Italia i matrimoni sono in crescita

Nel 2018 sono state celebrate 195.778 nozze, quasi 4.500 in più rispetto all'anno precedente (+2,3%). Rito civile al Nord, al Sud prevale quello religioso. E l'età media continua ad alzarsi.

Strano ma vero, in Italia secondo l’Istat i matrimoni sono in crescita. Le nozze celebrate nel 2018 sono state infatti 195.778, circa 4.500 in più rispetto al 2017, con un incremento del 2,3%. Il dato, tuttavia, è nettamente più basso rispetto al 2008, quando i matrimoni furono 246.613.

Il 50,1% delle nozze celebrate nel 2018 si è svolto con rito civile, formula che nel Nord Italia rappresenta ormai il 63,9% del totale. Al Sud, invece, due matrimoni su tre (il 69,6%) si celebrano in chiesa. E alla tradizione restano legati i più giovani, visto che la percentuale degli under 30 che scelgono il rito civile (24,8%) è inferiore a quella di chi si sposa in età più matura (37,8%).

Degli oltre 195 mila matrimoni, il 17,3% del totale ha avuto almeno uno degli sposi straniero. E prosegue la tendenza a sposarsi sempre più tardi. Attualmente gli uomini al primo matrimonio hanno in media 33,7 anni e le donne 31,5. Rispettivamente 1,6 e 2,1 anni in più rispetto al 2008.

Le seconde nozze o successive, dopo una fase di crescita rilevata negli ultimi anni dovuta anche all’introduzione del divorzio breve, rimangono invece stabili. L’incidenza sul totale dei matrimoni raggiunge il 19,9%.

Per quanto riguarda invece le unioni civili, le coppie dello stesso sesso che nel 2019 hanno deciso di registrarsi sono state 2.808. Confermata la prevalenza maschile (64,2%) e del Nord-Ovest come area geografica (37,2%).

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Sorpresa: in Italia i matrimoni sono in crescita

Nel 2018 sono state celebrate 195.778 nozze, quasi 4.500 in più rispetto all'anno precedente (+2,3%). Rito civile al Nord, al Sud prevale quello religioso. E l'età media continua ad alzarsi.

Strano ma vero, in Italia secondo l’Istat i matrimoni sono in crescita. Le nozze celebrate nel 2018 sono state infatti 195.778, circa 4.500 in più rispetto al 2017, con un incremento del 2,3%. Il dato, tuttavia, è nettamente più basso rispetto al 2008, quando i matrimoni furono 246.613.

Il 50,1% delle nozze celebrate nel 2018 si è svolto con rito civile, formula che nel Nord Italia rappresenta ormai il 63,9% del totale. Al Sud, invece, due matrimoni su tre (il 69,6%) si celebrano in chiesa. E alla tradizione restano legati i più giovani, visto che la percentuale degli under 30 che scelgono il rito civile (24,8%) è inferiore a quella di chi si sposa in età più matura (37,8%).

Degli oltre 195 mila matrimoni, il 17,3% del totale ha avuto almeno uno degli sposi straniero. E prosegue la tendenza a sposarsi sempre più tardi. Attualmente gli uomini al primo matrimonio hanno in media 33,7 anni e le donne 31,5. Rispettivamente 1,6 e 2,1 anni in più rispetto al 2008.

Le seconde nozze o successive, dopo una fase di crescita rilevata negli ultimi anni dovuta anche all’introduzione del divorzio breve, rimangono invece stabili. L’incidenza sul totale dei matrimoni raggiunge il 19,9%.

Per quanto riguarda invece le unioni civili, le coppie dello stesso sesso che nel 2019 hanno deciso di registrarsi sono state 2.808. Confermata la prevalenza maschile (64,2%) e del Nord-Ovest come area geografica (37,2%).

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Barillari e il dossier bomba del neofascista Paliani contro Zingaretti

Un sindacalista di Avanguardia nazionale finito agli arresti. Stava raccogliendo informazioni sul segretario Pd e aveva coinvolto il consigliere regionale del M5s.

Un dossieraggio contro Nicola Zingaretti, presidente della regione Lazio e attuale segretario del Partito democratico. Questo stava macchinando, secondo le carte di un’inchiesta della procura di Roma, Andrea Paliani, sindacalista del «sindacato italiano confederazione europea del lavoro» e pure esponente neofascista di Avanguardia nazionale finito agli arresti, secondo quanto riporta il quotidiano Sole 24 Ore. Per il suo obiettivo – attaccare il sistema di clinichhe private accreditate della compagnia Ini spa, Paliani aveva puntanto al presidente della Regione e cercato di coinvolgere e trovato l’apparente sostegno del consigliere regionale M5s Davide Barillari e parlato anche con Mario Borghezio, europarlamentare della Lega. spiegando di avere informazioni sul segretario Pd.

«MO’ DISTRUGGE PURE IL PD»

«Qui tra poco scoppia la bomba contro Nicola Zingaretti», dice Paliani nelle intercettazioni rivelate dal quotidiano salmonato che spiega come il neofascista avesse tentato di arrivare al ministro della Sanità Giulia Grillo attraverso il consigliere M5s. .«Quindi tra poco scoppia la bomba penso…che con questa penso Zingaretti…il Pd…mo distrugge pure il Pd… Questa storia del milione di euro noi la conosciamo perché come danno i soldi questi in giro no! Con la sanità privata, con le porcate loro e questa è la verità», spiega parlando con Barillari che risponde: «Si, si». Il consigliere pentastellato, spiega Il Sole 24 Ore, dichiara di essere intenzionato a mandare gli ispettori all’Ini. E Paliani lo incita: «Li fai male anche a Zingaretti, capito? Che quelli sono gli amici suoi quelli della Asl». Con il sindacalista sono stati arrestati Giuseppe Costantino e Alessandro Tricarico, rispettivamente maresciallo dei carabinieri e consulente del lavoro. de gruppo Ini.

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Un sindacalista di Avanguardia nazionale finito agli arresti. Stava raccogliendo informazioni sul segretario Pd e aveva coinvolto il consigliere regionale del M5s.

Un dossieraggio contro Nicola Zingaretti, presidente della regione Lazio e attuale segretario del Partito democratico. Questo stava macchinando, secondo le carte di un’inchiesta della procura di Roma, Andrea Paliani, sindacalista del «sindacato italiano confederazione europea del lavoro» e pure esponente neofascista di Avanguardia nazionale finito agli arresti, secondo quanto riporta il quotidiano Sole 24 Ore. Per il suo obiettivo – attaccare il sistema di clinichhe private accreditate della compagnia Ini spa, Paliani aveva puntanto al presidente della Regione e cercato di coinvolgere e trovato l’apparente sostegno del consigliere regionale M5s Davide Barillari e parlato anche con Mario Borghezio, europarlamentare della Lega. spiegando di avere informazioni sul segretario Pd.

«MO’ DISTRUGGE PURE IL PD»

«Qui tra poco scoppia la bomba contro Nicola Zingaretti», dice Paliani nelle intercettazioni rivelate dal quotidiano salmonato che spiega come il neofascista avesse tentato di arrivare al ministro della Sanità Giulia Grillo attraverso il consigliere M5s. .«Quindi tra poco scoppia la bomba penso…che con questa penso Zingaretti…il Pd…mo distrugge pure il Pd… Questa storia del milione di euro noi la conosciamo perché come danno i soldi questi in giro no! Con la sanità privata, con le porcate loro e questa è la verità», spiega parlando con Barillari che risponde: «Si, si». Il consigliere pentastellato, spiega Il Sole 24 Ore, dichiara di essere intenzionato a mandare gli ispettori all’Ini. E Paliani lo incita: «Li fai male anche a Zingaretti, capito? Che quelli sono gli amici suoi quelli della Asl». Con il sindacalista sono stati arrestati Giuseppe Costantino e Alessandro Tricarico, rispettivamente maresciallo dei carabinieri e consulente del lavoro. de gruppo Ini.

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Il mandante dell’omicidio di Daphne Caruana Galizia è stato arrestato

Si tratta di Yorgen Fenech, l'uomo d'affari su cui indagava la giornalista di Malta. Stava cercando di scappare in yacht.

Poche ore dopo la promessa di grazia chiesta dal premier maltese Joseph Muscat al presunto mediatore dell’omicidio della giornalista Daphne Caruana Galizia, è stato arrestato il businessman Yorgen Fenech, uno dei più noti imprenditori di Malta. Era a bordo del suo yacht, intercettato e bloccato dalle forze armate maltesi (Afm) mentre cercava di uscire dalle acque territoriali, dopo aver saputo che il presunto intermediario lo aveva indicato come mandante. Lo riferisce il Times of Malta. Fenech è anche il titolare del fondo segreto 17 Black su cui aveva indagato la giornalista uccisa con un’auto bomba il 16 ottobre 2017.

L’ARRESTO DEL PRESUNTO INTERMEDIARIO

Giovedì scorso era stato arrestato nell’ambito di un’altra indagine un uomo che aveva confessato di essere l’intermediario tra i mandanti dell’omicidio della giornalista e i presunti autori materiali arrestati già due mesi dopo l’assassinio: Vincent Muscat e i fratelli Alfred e George Degiorgio. I suoi avvocati avevano fatto sapere che avrebbe parlato in cambio di un condono tombale di tutti i suoi reati, da ottenere tramite una grazia presidenziale che a Malta soltanto il primo ministro ha il potere di raccomandare al Presidente della Repubblica. Ed il premier Muscat, dopo una consultazione con il Procuratore generale e il capo della polizia, ha annunciato di aver «deciso da solo», ovvero senza consultazione del gabinetto, per il sì: proporrà la grazia, ma a condizione che l’uomo fornisca elementi decisivi e prove certe valide in tribunale, per l’incriminazione del mandante dell’assassinio di Caruana Galizia.

I DUBBI SULLA CREDIBILITÀ DELLA GOLA PROFONDA

Ufficialmente il nome dell’aspirante ‘gola profonda‘ è secretato e l’uomo è tenuto sotto massima protezione in una località segreta, ma l’edizione online di Malta Today ha fatto il nome di tale Melvin Theuma, un tassista maltese con diversi precedenti nel campo dell’usura. Quali siano le ramificazioni della sua attività, in un campo, quello del riciclaggio, in cui a Malta sono risultati coinvolti esponenti legati a ogni mafia, sono tutte da verificare. E sono in molti sui social ad avanzare il sospetto che Theuma stia facendo nomi di comodo.

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Il mandante dell’omicidio di Daphne Caruana Galizia è stato arrestato

Si tratta di Yorgen Fenech, l'uomo d'affari su cui indagava la giornalista di Malta. Stava cercando di scappare in yacht.

Poche ore dopo la promessa di grazia chiesta dal premier maltese Joseph Muscat al presunto mediatore dell’omicidio della giornalista Daphne Caruana Galizia, è stato arrestato il businessman Yorgen Fenech, uno dei più noti imprenditori di Malta. Era a bordo del suo yacht, intercettato e bloccato dalle forze armate maltesi (Afm) mentre cercava di uscire dalle acque territoriali, dopo aver saputo che il presunto intermediario lo aveva indicato come mandante. Lo riferisce il Times of Malta. Fenech è anche il titolare del fondo segreto 17 Black su cui aveva indagato la giornalista uccisa con un’auto bomba il 16 ottobre 2017.

L’ARRESTO DEL PRESUNTO INTERMEDIARIO

Giovedì scorso era stato arrestato nell’ambito di un’altra indagine un uomo che aveva confessato di essere l’intermediario tra i mandanti dell’omicidio della giornalista e i presunti autori materiali arrestati già due mesi dopo l’assassinio: Vincent Muscat e i fratelli Alfred e George Degiorgio. I suoi avvocati avevano fatto sapere che avrebbe parlato in cambio di un condono tombale di tutti i suoi reati, da ottenere tramite una grazia presidenziale che a Malta soltanto il primo ministro ha il potere di raccomandare al Presidente della Repubblica. Ed il premier Muscat, dopo una consultazione con il Procuratore generale e il capo della polizia, ha annunciato di aver «deciso da solo», ovvero senza consultazione del gabinetto, per il sì: proporrà la grazia, ma a condizione che l’uomo fornisca elementi decisivi e prove certe valide in tribunale, per l’incriminazione del mandante dell’assassinio di Caruana Galizia.

I DUBBI SULLA CREDIBILITÀ DELLA GOLA PROFONDA

Ufficialmente il nome dell’aspirante ‘gola profonda‘ è secretato e l’uomo è tenuto sotto massima protezione in una località segreta, ma l’edizione online di Malta Today ha fatto il nome di tale Melvin Theuma, un tassista maltese con diversi precedenti nel campo dell’usura. Quali siano le ramificazioni della sua attività, in un campo, quello del riciclaggio, in cui a Malta sono risultati coinvolti esponenti legati a ogni mafia, sono tutte da verificare. E sono in molti sui social ad avanzare il sospetto che Theuma stia facendo nomi di comodo.

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«Il Morandi è a rischio crollo»: il documento del 2014 ignorato da Aspi e Atlantia

Secondo Repubblica, gli investigatori sarebbero in possesso di un rapporto che dava l'allarme sulle condizioni del Ponte tra il 2014 e il 2016.

Un documento ritrovato nel registro digitale di Atlantia dalla Guardia di Finanza parla esplicitamente di «rischio crollo» per il Ponte Morandi dal 2014 al 2016. La valutazione si è trasformata, dal 2017, in «rischio di perdita di stabilità». Lo fa sapere Repubblica.

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