Incendio nel cantiere del viadotto Polcevera a Genova

In fiamme la pila 13, al momento non si registrano feriti. Il rogo sarebbe partito dalle scintille di un flessibile usato da un operaio.

Un grosso incendio è divampato nel cantiere del nuovo viadotto Polcevera a Genova. Le fiamme hanno avvolto la pila 13. Sul posto sono intervenute cinque squadre dei vigili del fuoco. Al momento non si registrano feriti. Via Fillak è stata chiusa al traffico per consentire le operazioni in sicurezza.

LE POSSIBILI CAUSE DEL ROGO

Secondo una prima ricostruzione, il rogo sarebbe partito da un flessibile usato da un operaio. Le scintille avrebbero raggiunto strutture in polistirolo all’interno della pila, dando origine all’incendio.

LAVORI IN RITARDO

Le fiamme sono adesso sotto controllo, ma l’incidente è destinato a causare ulteriori ritardi nei lavori, che si aggiungono al mese e mezzo annunciato nelle scorse settimane dal sindaco di Genova Marco Bucci, commissario per la ricostruzione.

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Bancarotta Etruria, tra i 14 a processo c’è Pier Luigi Boschi

La procura di Arezzo ha esercitato la citazione diretta a giudizio per gli ex dirigenti e membri del cda dell'istituto toscano. Tra loro il padre dell'ex ministra. Faro degli inquirenti sulle maxi-consulenze.

Citazione diretta a giudizio per bancarotta colposa, davanti al giudice monocratico di Arezzo, per 14 ex dirigenti e membri dell’ultimo cda di Banca Etruria. L’iniziativa è stata esercitata dalla procura di Arezzo per il reato di bancarotta colposa contestata per l’incarico di consulenze esterne date per cercare un partner per la banca aretina ma ritenute dai pm inutili e tali da aggravarne il crac. Tra i citati dalla procura c’è Pier Luigi Boschi, padre dell’ex ministro Maria Elena, che fu membro di quel cda, e stavolta Boschi finirebbe a processo per la prima volta nell’intera vicenda Etruria.

DUE ARCHIVIAZIONI NEL 2019

A ottobre, infatti, una sua posizione è stata archiviata nel filone relativo alla mancata fusione di Etruria con Popolare Vicenza. Per lui e altri imputati il gip non ha ravvisato l’integrazione del reato di bancarotta circa la valutazione di un’eventuale fusione tra le due banche. A febbraio 2019 Boschi era inoltre stato archiviato, sempre con altri indagati, dal filone di falso in prospetto riguardo a comunicazioni date ai risparmiatori per sottoscrivere alcuni prodotti. Invece, entro i primi di gennaio 2020 è attesa la decisione del gup Piergiorgio Ponticelli sul filone dedicato alla liquidazione da 700.000 euro data all’ex dg Luca Bronchi nel 2014: tra i 12 imputati che attendono c’è anche Boschi senior.

FARO DELLA PROCURA SULLE SUPER CONSULENZE

Nella citazione diretta per i 14 la procura ipotizza la bancarotta colposa per superconsulenze fra cui 4 milioni di euro pagati per incarichi a grandi società (Mediobanca e Bain) e importanti studi legali (Grande Stevens a Torino e Zoppini a Roma). Per la procura i 14 imputati citati a giudizio non avrebbero vigilato sulla redazione delle consulenze, che gli inquirenti ritengono in gran parte inutili e ripetitive, nonché tali da contribuire all’aggravamento del dissesto. In questo filone c’erano 17 indagati. Ai 14 per cui la procura ha esercitato la citazione diretta, si aggiungono l’ex presidente Lorenzo Rosi, l’ex dg Luca Bronchi e l’ex vicepresidente Alfredo Berni: ma questi tre, già coinvolti nel processo per bancarotta fraudolenta tuttora in corso (Rosi è imputato, Bronchi e Berni vi sono stati condannati in rito abbreviato), la procura non li ha citati essendo già contestati a loro in quel processo gli stessi fatti del filone consulenze. Il maxi-processo con 25 imputati riprenderà il 9 gennaio ad Arezzo.

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Genova, crollano calcinacci dal soffitto di una galleria: chiuso un tratto della A26

Parte del soffitto della galleria Bertè tra fra Ovada e Masone in direzione Genova è crollato, senza però colpire le auto in transito. Chiuso il tratto fino al bivio A26/A10.

Non c’è pace per le autostrade in Liguria. Dopo le code chilometriche in A10, fino a 25 km, che si si sono registrate nei giorni scorsi nel tratto tra Genova e Savona, per la presenza di numerosi cantieri, il 30 dicembre è crollata parte della volta della galleria Bertè in A26, la Genova – Gravellona Toce. Lastre di cemento sono cadute sulla corsia centrale delle tre su ci si viaggia in quel tratto. Solo per un caso nessun mezzo è stato investito.

Il tratto da Masone fino al bivio A26-A10 è stato chiuso con uscita obbligatoria a Masone. La A26 ha aveva fatto parlare di sè nelle settimane scorse quando, per intervento della procura di Genova, era stata chiusa per verificare la staticità di due viadotti del tratto genovese, il Fado e il Pecetti. Seguirono polemiche perché l’intervento isolava la Liguria da Milano e il nord-ovest, poi le verifiche hanno scongiurato particolari pericoli permettendo di realizzare gli interventi di manutenzione con limitazioni alla circolazione, ma l’autostrada era stata riaperta.

IL MIT CONVOCA AUTOSTRADE

Il ministero ha convocato d’urgenza Autostrade per l’Italia per le 10 di martedì 31. Il crollo della volta della galleria è l’ennesimo episodio di un periodo buio per le autostrade liguri dove sono numeri i cantieri e percorrerle diventa spesso una odissea, soprattutto per chi è diretto nel ponente della regione. Così, anche per mitigare i disagi a chi viaggia, Autostrade si è detta pronta a tagliare i pedaggi in Liguria per circa 10 milioni. I cantieri sono allestiti per la messa in sicurezza di ponti e viadotti, per contenere frane e per verificare la stabilità dei pannelli fonoassorbenti dopo che la procura di Genova aveva segnalato irregolarità nelle forniture.

POSSIBILI INTERVENTI ANCHE IN ABRUZZO, MARCHE E CAMPANIA

La disponibilità alla riduzione dei pedaggi è emersa nel corso della riunione che si è svolta al Mit, su impulso del ministro Paola De Micheli, sulle emergenze che oltre alla Liguria coinvolgono Marche, Abruzzo e Campania. Il Mit ha chiesto che, in circostanze di analogo disagio su tutte le altre tratte gestite, il concessionario adotti uguali misure di agevolazione tariffaria. In merito alla situazione ligure sono state verificate le soluzioni tecniche per limitare i disagi e accelerare la cantierizzazione per le barriere antirumore e antivento, oltre agli interventi per la sicurezza. Per quanto riguarda la Liguria il Mit «ha disposto l’attivazione di una cabina di coordinamento tra i concessionari e gli esperti del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici per stabilire la priorità dei cantieri e ridurre al massimo i disagi».

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Genova, crollano calcinacci dal soffitto di una galleria: chiuso un tratto della A26

Parte del soffitto della galleria Bertè tra fra Ovada e Masone in direzione Genova è crollato, senza però colpire le auto in transito. Chiuso il tratto fino al bivio A26/A10.

Non c’è pace per le autostrade in Liguria. Dopo le code chilometriche in A10, fino a 25 km, che si si sono registrate nei giorni scorsi nel tratto tra Genova e Savona, per la presenza di numerosi cantieri, il 30 dicembre è crollata parte della volta della galleria Bertè in A26, la Genova – Gravellona Toce. Lastre di cemento sono cadute sulla corsia centrale delle tre su ci si viaggia in quel tratto. Solo per un caso nessun mezzo è stato investito.

Il tratto da Masone fino al bivio A26-A10 è stato chiuso con uscita obbligatoria a Masone. La A26 ha aveva fatto parlare di sè nelle settimane scorse quando, per intervento della procura di Genova, era stata chiusa per verificare la staticità di due viadotti del tratto genovese, il Fado e il Pecetti. Seguirono polemiche perché l’intervento isolava la Liguria da Milano e il nord-ovest, poi le verifiche hanno scongiurato particolari pericoli permettendo di realizzare gli interventi di manutenzione con limitazioni alla circolazione, ma l’autostrada era stata riaperta.

IL MIT CONVOCA AUTOSTRADE

Il ministero ha convocato d’urgenza Autostrade per l’Italia per le 10 di martedì 31. Il crollo della volta della galleria è l’ennesimo episodio di un periodo buio per le autostrade liguri dove sono numeri i cantieri e percorrerle diventa spesso una odissea, soprattutto per chi è diretto nel ponente della regione. Così, anche per mitigare i disagi a chi viaggia, Autostrade si è detta pronta a tagliare i pedaggi in Liguria per circa 10 milioni. I cantieri sono allestiti per la messa in sicurezza di ponti e viadotti, per contenere frane e per verificare la stabilità dei pannelli fonoassorbenti dopo che la procura di Genova aveva segnalato irregolarità nelle forniture.

POSSIBILI INTERVENTI ANCHE IN ABRUZZO, MARCHE E CAMPANIA

La disponibilità alla riduzione dei pedaggi è emersa nel corso della riunione che si è svolta al Mit, su impulso del ministro Paola De Micheli, sulle emergenze che oltre alla Liguria coinvolgono Marche, Abruzzo e Campania. Il Mit ha chiesto che, in circostanze di analogo disagio su tutte le altre tratte gestite, il concessionario adotti uguali misure di agevolazione tariffaria. In merito alla situazione ligure sono state verificate le soluzioni tecniche per limitare i disagi e accelerare la cantierizzazione per le barriere antirumore e antivento, oltre agli interventi per la sicurezza. Per quanto riguarda la Liguria il Mit «ha disposto l’attivazione di una cabina di coordinamento tra i concessionari e gli esperti del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici per stabilire la priorità dei cantieri e ridurre al massimo i disagi».

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Sequestri e divieti da Nord a Sud contro i botti in vista del Capodanno 2020

Forze dell'ordine e sindaci si preparano ai festeggiamenti di fine anno. Crescono le confische da Nord a Sud. E sempre più sindaci firmano divieti di utilizzo.

Proseguono serrati i controlli di botti, candelotti e fuochi d’artificio in vista della notte di Capodanno. Allo stesso tempo è aumentato il numero dei sindaci che hanno disposto ordinanze per vietare l’utilizzo di materiale pirotecnico che lo scorso anno, durante la notte di San Silvestro, hanno provocato 216 feriti, tra cui 13 gravi e 41 minorenni. Mentre animalisti e ambientalisti ne ricordano anche i danni per gli animali e l’ambiente.

RAFFICA DI SEQUESTRI TRA MILANO, ROMA E NAPOLI

Nelle ultime ore che precedono la fine dell’anno, le operazioni più importanti hanno visto il sequestro di 740 chili di botti da parte della Guardia di Finanza di Milano, che ha denunciato tre uomini e ne ha arrestato un quarto. Mentre le Fiamme gialle di Roma hanno scoperto oltre 1.500 chili di botti illegali provenienti da una rivendita gestita da un cinese. A Spoleto sono stati sequestrati 25 chili di petardi mentre a Napoli è stato fermato un uomo che viaggiava su un’auto con 50 chili di botti illegali, acquistati tramite i social network. Interventi che si sommano a quelli dei giorni scorsi.

DANNI ANCHE DAI BOTTI LEGALI

Petardi, fontanelle e bengala, però, possono rappresentare un rischio anche se non di provenienza illegale. Basta, infatti, una distrazione a provocare danni che sono «simili a quelli provocati da materiale bellico», ha spiegato Giorgio Pajardi, direttore dell’Unità Operativa di Chirurgia della mano dell’Ospedale San Giuseppe di Milano. In caso di incidenti «vengono danneggiati soprattutto mani, volto, occhi e udito. Per quanto riguarda la mano», ha aggiunto, «l’evento più ricorrente è un trauma da proiettile: i tessuti si bruciano, coinvolgendo ossa, tendini, nervi». Anche se le ricostruzioni chirurgiche oggi possano fare molto, «queste lesioni a volte sono irreversibili».

I RISCHI PER ANIMALI E AMBIENTE

Tradizione irrinunciabile per molti, i botti di Capodanno rappresentano anche un rischio per gli animali, domestici e selvatici. Migliaia ne rimangono feriti in modo diretto, altri come uccelli, cani e gatti perdono il senso dell’orientamento a causa dello spavento, e rischiano la vita per mettersi in fuga. Senza dimenticare i danni per l’inquinamento dell’ambiente, ha osservato il Wwf in una nota. «Va considerata l’enorme quantità di rifiuti generati dai fuochi, soprattutto per quelli detonati in mare. L’alluminio, a contatto con l’acqua salata del mare, può modificarsi e rilasciare sostanze nocive».

BOOM DI DIVIETI DA NORD A SUD

Per questo cresce il numero di città che, da Nord a Sud, hanno deciso quest’anno di vietarne l’utilizzo. Nel 2017 a lasciare Roma senza botti era stata la sindaca Virginia Raggi. Tantissime le città che li metteranno off limits quest’anno, sostituendoli con concerti in piazza e giochi di luce: da Parma a Catania, da Fermo a Pescara e ancora, tra le tante, La Spezia, Sulmona, Aosta, Terni, Pistoia. A Firenze, niente botti e vetro ‘zero’ in area Unesco. Ordinanza anti-botti anche a Palermo. Decisioni che vedono il plauso delle associazioni ambientaliste e degli animalisti, dalla Lipu all’Ente Nazionale per la Protezione degli Animali (Enpa). «Vietarli è un gesto di civiltà e di responsabilità» ma le ordinanze, ha osservato Ilaria Innocenti, responsabile Area Animali Familiari della Lega Antivivisezione (Lav) «vengono emanate troppo tardi e non sono lo strumento ideale».

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Cinque persone sono state indagate per la valanga in Val Senales

Proseguono le rilevazioni delle forze dell'ordine dopo la tragedia del 28 dicembre costata la vita a una donna e due bambine di sette anni. Tra le ipotesi omicidio colposo e disastro colposo.

Cinque persone sono state iscritte nel registro degli indagati per la valanga che sabato 28 dicembre, intorno all’ora di pranzo, ha investito alcuni sciatori sulla pista “Teufelsegg” in Val Senales, provocando la morte di una donna di 25 anni, di sua figlia di sette e di un’altra bambina sempre di sette anni, tutte provenienti dalla Germania. Lo rende noto il procuratore della Repubblica di Bolzano, Giancarlo Bramante.

SI INDAGA PER OMICIDIO COLOSO

Le ipotesi di reato sono omicidio colposo plurimo e disastro colposo derivante da valanga. Durante un volo di ricognizione ed un sopralluogo sulla pista, che è stata sottoposta a sequestro probatorio, sono stati rilevati, anche fotograficamente, la dimensione della valanga ed i punti di distacco. La procura ha anche incaricato un consulente di ricostruire la dinamica dell’accaduto. La magistratura, infine, ha rilasciato i nulla osta per i funerali delle vittime.

I DUE FRONTI DELL’INDAGINE

Gli indagati, a vario titolo, sono responsabili della gestione e della sicurezza del centro sciistico. L’inchiesta si muoverà su due fronti: in primo luogo va chiarito se si è trattato di un distacco spontaneo oppure se la slavina sia stata provocata da uno sciatore durante un fuoripista. Come ha confermato ai microfoni della Rai di Bolzano l’esperto valanghe della Provincia di Bolzano Lukas Rastner, che ha sorvolato la zona in elicottero, sul pendio sul bordo della slavina sono stati individuate tracce di sci. Sarà comunque quasi impossibile stabilire con esattezza a quando risalgono.

TRAGEDIA FORSE DETTATA DAGLI ACCUMULI DI NEVE

Secondo Rastner, una causa è da attribuire agli accumuli eolici in quota. La scorsa settimana è infatti caduta neve fresca che poi è stata spostata dal forte vento che soffiava nei giorni prima della tragedia. Il secondo quesito che dovrà essere chiarito dall’inchiesta riguarda invece la prevedibilità dell’incidente. La pista Teufelsegg (l’Angolo del Diavolo) spesso viene chiusa proprio per non correre rischi. In questo caso gli sciatori dalle piste sul ghiacciaio a oltre 3.000 metri devono tornare a valle in funivia e non con gli sci ai piedi. In serata a Maso Corto, in val Senales, è in programma una commemorazione per ricordare le tre vittime della slavina. La donna morta – scrive oggi il tabloid Bild – era un medico dell’esercito tedesco.

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I numeri sulle stragi del sabato sera nel 2019

Secondo i dati di Polizia stradale e Carabinieri quest'anno sono diminuite le vittime. Boom di conducenti ubriachi e multe per eccesso di velocità.

Le stragi del sabato sono in diminuzione ed anche le vittime, ma aumentano nei fine settimana i conducenti ubriachi. Polizia stradale e Arma dei Carabinieri nel 2019 hanno rilevato 148 incidenti mortali con 178 vittime: 11 in meno dello scorso anno. Nei week end i conducenti controllati con etilometri e precursori sono stati 195.533, il 5,7% dei quali (pari a 11.063, di cui 9.432 uomini e 1.631 donne) è risultato positivo al test per tasso alcolemico, mentre nel 2018 la percentuale era stata del 5,2%. Dal venerdì alla domenica le persone denunciate per guida sotto effetto di sostanze stupefacenti, invece, sono state 408 e i veicoli sequestrati per la confisca 613. Da ottobre è iniziata anche una campagna sperimentale della Polizia Stradale di controlli per il contrasto dell’uso di stupefacenti alla guida di veicoli nelle notti del sabato e della domenica sulla rete autostradale, con utilizzo di un laboratorio mobile per l’esecuzione, direttamente su strada, delle analisi di secondo livello della saliva.

NEL CONFRONTO PESA LA TRAGEDIA DEL MORANDI NEL 2018

Più in generale, secondo i dati diminuiscono del 2,9% le vittime di incidenti stradali nel corso dell’anno. Il numero complessivo degli incidenti (70.801) è in lieve diminuzione rispetto allo stesso periodo del 2018 (-1,3%), mentre i sinistri con esito mortale (1.430) sono pressoché invariati (8 meno dello scorso anno, -0,6%). Si riduce più sensibilmente – del 2,9%, appunto – il numero delle vittime (1.566, 46 in meno), e questo anche perché nel dato del 2018 sono compresi i 43 morti del crollo del viadotto di Genova sul Polcevera.

IN UN ANNO CONTESTATE OLTRE 2,3 MILIONI DI INFRAZIONI

Dal 1° gennaio al 15 dicembre 2019 Polizia Stradale ed Arma dei carabinieri hanno effettuato 3 milioni 859.538 pattuglie di vigilanza stradale e contestato 2 milioni 376.484 infrazioni al Codice della strada. Le violazioni accertate per eccesso di velocità sono state complessivamente 685.778, ritirate 61.322 patenti di guida e 74.087 carte di circolazione. I punti patente decurtati sono 3 milioni 581.140. I conducenti controllati con etilometri e precursori sono stati 1 milione 264.314, di cui 23.800 sanzionati per guida in stato di ebbrezza alcolica (+2,2% rispetto al 2018), mentre quelli denunciati per guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti sono stati 2.156 (- 6,7%). Per quanto riguarda nello specifico i controlli effettuati dalla Polizia stradale su circa 1.000 chilometri di autostrada (dal 1° gennaio al 30 novembre), le violazioni per eccesso di velocità sono state 657.804 ed hanno registrato un vero e proprio boom, con un incremento del 35,7% rispetto al 2018. Il cosiddetto Tutor ha consentito di accertare 306.971 violazioni dei limiti di velocità.

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Come si arrivò all’abolizione della leva obbligatoria 15 anni fa

Nel 2005 venne congelata la naja, con le ultime cartoline inviate verso la fine del 2004. L'ex ministro Martino: «Decisione inevitabile, serviva un esercito di professionisti».

Le ultime cartoline di “chiamata alle armi” sono partite nel 2004, per i ragazzi nati nel 1985, convocati per i tre giorni di visita medica e attitudinale. Gli idonei si sono presentanti a dicembre nelle caserme di Chieti, Firenze e Sulmona. Poi, dal primo gennaio del 2005, la naja è stata accantonata e da 15 anni le forze armate italiane, come quelle di molti altri Paesi europei, arruolano esclusivamente militari professionisti, persone che hanno scelto quella carriera su base volontaria.

UN PROVVEDIMENTO CONGELATO MA NON ABOLITO

La “legge Martino” ha sospeso la leva obbligatoria, che per quasi 144 anni ha costretto a un periodo di formazione militare tante generazioni, da un lato agevolando l’integrazione linguistica e consentendo di conoscere il Paese, dall’altro comportando, per molti, un’imposizione contro la libertà e i principi personali. Negli anni sono stati oltre 1.400 i condannati in via definitiva per aver saltato l’obbligo del servizio militare. La legge approvata nel luglio 2004 tecnicamente non ha previsto l’abolizione della naja, per la quale servirebbe una modifica costituzionale, ma l’ha congelata. Sospesa. E di conseguenza ha anche fatto decadere l’anno di servizio civile obbligatorio per gli obiettori di coscienza, istituito a partire dal 1972.

MARTINO: «SUPERARE L’ESERCITO DI LEVA»

«La sospensione della leva», ha detto l’ex ministro della Difesa Antonio Martino, che fu fautore della legge, «era importante per due ragioni: faceva perdere un anno di tempo ai giovani nel momento più importante della loro vita, quando terminati gli studi dovevano trovare un lavoro, e non rafforzava le forze armate, la cui attività prevalente è nelle missioni all’esterno, per le quali sono necessari dei professionisti bene addestrati». L’impiego dei militati di leva negli anni di piombo contro il terrorismo «fu una risposta estrema a un problema estremo». Così come oggi, quando si invoca l’utilizzo dell’esercito per l’ordine pubblico, «sono sempre dell’idea», ha osservato Martino, «che il lavoro di polizia lo debbano fare le forze di polizia».

COM’È CAMBIATO L’ESERCITO DOPO IL 2005

La legge che porta il suo nome fu approvata con i voti della Casa delle libertà e del centrosinistra e ha anticipato di due anni la professionalizzazione delle forze armate, che inizialmente era prevista a partire dal 2007. «Il percorso parlamentare fu agevole», ha continuato l’ex ministro, perché i tempi erano ormai maturi: «Gli unici ad opporsi erano rimasti gli alpini. Mi limitati ad anticipare un percorso iniziato dal ministro della Difesa Sergio Mattarella, che aveva già previsto la fine della leva. Non ci furono obiezioni da parte delle forze politiche, tranne che da qualche nostalgico del servizio militare». Nel giro di cinque anni le forze armate cambiarono volto: prima l’ingresso delle donne, poi la fine della leva obbligatoria. «Devo dire che ero molto preoccupato per l’ingresso delle donne nelle caserme. In realtà mi sono ricreduto, tranne qualche episodio nella norma, non è successo niente che abbia confermato le preoccupazioni. L’unico caso di mobbing di cui mi sono trovato ad occupare non è stato di un uomo nei confronti di una donna, ma di una donna nei confronti di un uomo. Il sesso ‘forte’, per così dire, ha dimostrato di essere quello femminile».

GLI ULTIMI TENTATIVI DI RIPRISTINO

La tentazione di ripristinare una forma di servizio militare periodicamente si riaffaccia nel dibattito politico. Nel marzo scorso la Camera ha dato il primo ok alla mini-naja: un reclutamento volontario e non retribuito di cui si parla da tanti anni, che impegnerebbe i giovani diplomati tra i 18 e i 22 anni per sei mesi. «Secondo me è un progetto sbagliato», ha concluso Martino, «perché in sei mesi i ragazzi non possono fare nulla di utile né per se stessi né per le forze armate».

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Lo scherzo di cattivo gusto del Mein Kampf regalato al posto di Minecraft

Il retroscena è venuto fuori grazie al quotidiano 20 Minutes. Il video è stato diffuso dal comico francese Yann Stotz, che intendeva realizzare una gag per sottolineare l’assonanza tra le due parole.

Il video è diventato virale. Ma la scena mostrata, oltre a essere di cattivo gusto, era anche un fake creato ad arte. Il filmato visto da milioni di persone durante le feste di Natale ha per protagonista un nonno che confonde la parola Minecraft con Mein Kampf e, al posto del noto videogioco, regala al nipotino il saggio del 1925 di Adolf Hitler. «Ma cos’è questo?», chiede una voce fuori campo.

La vera storia che sta dietro al video è venuta fuori grazie al quotidiano 20 Minutes. Tutto nasce da un’idea del comico francese Yann Stotz, che ha diffuso le immagini in Rete e che intendeva realizzare una gag per sottolineare l’assonanza tra le due parole. «Tre anni fa ho regalato a mio figlio una copia di Minecraft», ha spiegato Stotz, «e ho pensato: “è divertente che suoni simili a Mein Kampf“. Così quest’anno ho stampato una copia della copertina e l’ho incollata sopra a un libro di Jules Verne per girare il video».

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Le famiglie italiane sono sempre più piccole

Il 33% dei nuclei è composto da una sola persona. Negli ultimi 20 anni l'aumento è di oltre 10 punti percentuali. Nascite al minimo storico, cresce l'aspettativa di vita. Gli ultimi dati demografici Istat.

Le famiglie italiane si moltiplicano, ma sono sempre più piccole. Perché molti giovani che vanno a vivere da soli lo fanno senza un partner e senza generare dei figli.

UN TERZO DEI NUCLEI È COMPOSTO DA UNA SOLA PERSONA

Gli ultimi dati demografici Istat raccontano che i nuclei hanno raggiunto quota 25 milioni 700 mila. Ma il numero medio dei componenti è passato da 2,7 (periodo 1997-1998) a 2,3 (periodo 2017-2018), soprattutto per l’aumento dei single. Nel giro di 20 anni le cosiddette famiglie unipersonali sono cresciute di oltre 10 punti percentuali: dal 21,5% al 33%. E corrispondono ormai a un terzo del totale.

MAI COSÌ POCHE NASCITE

Non sorprende quindi che il 2018 abbia segnato un nuovo minimo storico delle nascite dall’Unità d’Italia: appena 439.747. Il numero dei decessi, al contrario, è diminuito a 633.133. Allo stesso tempo continua a salire l’aspettativa di vita media alla nascita, che si attesta su 80,8 anni per gli uomini e su 85,2 anni per le donne. Siamo, in altre parole, «uno dei Paesi più vecchi al mondo, con 173,1 persone con 65 anni e oltre ogni cento persone con meno di 15 anni al primo gennaio 2019».

GLI STIPENDI TORNANO A CRESCERE

Qualche buona notizia arriva invece dal fronte economico. Nel 2018 gli stipendi sono tornati a salire: una crescita che mancava da quasi un decennio, ma che è dovuta principalmente agli aumenti nel settore pubblico. Le retribuzioni contrattuali orarie segnano globalmente un incremento dell’1,5%, e il contributo maggiore deriva dagli aumenti retributivi per la quasi totalità dei dipendenti pubblici (+2,6%), dopo il blocco che andava avanti dal 2010.

DISEGUAGLIANZE PIÙ FORTI NELLE CITTÀ PIÙ RICCHE

All’aumentare del reddito familiare, tuttavia, si acuiscono anche le diseguaglianze. I comuni al centro delle aree metropolitane più grandfi registrano sia il più alto reddito netto medio familiare, sia il più alto rapporto di diseguaglianze. Andamento opposto per i comuni fino a 50 mila abitanti, che si caratterizzano per avere il reddito più basso accompagnato dalle diseguaglianze più ridotte. La regola non vale però per il Nord-Est, caratterizzato dal reddito netto medio familiare più elevato: 41.019 euro, rispetto ai 36.293 dei residenti in Italia. Qui però si osserva una diseguaglianza dei redditi più bassa rispetto ad altre zone.

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Condannato il genetista cinese che ha modificato il Dna umano

He Jiankui aveva contribuito a far nascere due gemelline "immuni" al virus dell'Hiv. Tre anni di carcere e 400 mila euro di multa.

Lo scienziato cinese He Jiankui, autore degli esperimenti che hanno portato alla nascita dei primi esseri umani con Dna modificato, è stato condannato a tre anni di carcere per pratica illegale della medicina. Il ricercatore, secondo l’agenzia di stampa statale Xinhua, è stato multato per tre milioni di yuan (circa 400 mila euro) e altri due scienziati che hanno lavorato con lui – Zhang Renli e Qin Jinzhou – sono stati condannati a pene minori con la stessa accusa.

LEGGI ANCHE: He Jiankui e gli affari della Cina sull’ingegneria genetica

LA NASCITA DELLE GEMELLINE LULA E NANA

Jiankui, laureato in Fisica in Cina, ha studiato Biofisica alla Rice University in Texas. Poi ha fatto ricerca a Stanford e nel 2012 è tornato in patria, all’Università di Shenzhen. Nel 2018 è intervenuto sul genoma umano mediante la tecnica CRISPR, contribuendo a far nascere due gemelline – Lula e Nana – “immuni” al virus dell’Hiv.

SUPERATI «I LIMITI ETICI» DELLA RICERCA MEDICA

L’agenzia di stampa Xinhua, nel dar conto della sentenza, spiega che Jiankui e gli altri due scienziati condannati «non avevano titoli adeguati per praticare la medicina». E per ottenere «fama e ricchezza» avrebbero «deliberatamente violato le normative nazionali in materia di ricerca scientifica e cure mediche», superando «i limiti etici» della professione.

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Milano, 25enne picchiato dal branco perché omosessuale

L'aggressione nella notte in Porta Ticinese, cuore della Movida. La denuncia del ragazzo, ferito alla testa con una bottiglia.

Un 25enne è stato aggredito a Milano perché omosessuale. È accaduto nella tarda sera del 28 dicembre in zona Porta ticinese, tra i luoghi più noti della Movida milanese. A denunciarlo agli agenti della Polizia locale è stato il ragazzo stesso, che ha riferito di essere stato circondato da una decina di persone, intorno a mezzanotte, e di essere stato colpito anche con un coccio di bottiglia. Il 25enne aveva una ferita lacero contusa alla testa e un forte trauma al torace ed è stato portato in ospedale dagli operatori del 118 ma non è in gravi condizioni.

ALLA RICERCA DI TESTIMONI PER DARE UN VOLTO AGLI AGGRESSORI

Gli agenti della Polizia locale stanno cercando di risalire agli aggressori che, al loro arrivo, erano già scappati. In particolare, gli investigatori stanno acquisendo le immagini delle telecamere di sorveglianza della zona di Porta Ticinese, a quell’ora molto frequentata per via dei numerosi locali, e sono alla ricerca di testimoni per dare un volto agli aggressori.

Facciamo appello al premier Conte al fine che si approvi al più presto una legge che contrasti l’omofobia, ma sopratutto prevenga e dia supporto alle vittime

Gay Center

Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center, ha commentato: «Esprimiamo solidarietà al giovane aggredito a Milano, purtroppo quanto accaduto è solo la punta dell’iceberg, ogni giorno oltre 50 persone in Italia sono vittime di omofobia e transfobia, dati del nostro numero verde 800713713 Gay Help Line, e purtroppo come in questo caso quasi nessuno denuncia». Per questo, ha detto Marrazzo, «facciamo appello al premier Conte al fine che si approvi al più presto una legge che contrasti l’omofobia, ma sopratutto prevenga e dia supporto alle vittime. Molto spesso per le vittime lesbiche, gay, bisex e trans denunciare le violenze subite li mette a rischio di ulteriori discriminazioni, a scuola, in famiglia sul posto di lavoro. Per questo vanno garanti servizi di supporto alle vittime come centri antiviolenza e case rifugio per renderli liberi di denunciare».

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La nave Alan Kurdi è approdata a Pozzallo con 32 migranti

L'imbarcazione della Ong Sea Eye è entrata nel porto sicuro identificato dal Viminale. A bordo c'è anche una donna incinta.

L’Alan Kurdi è approdata nel porto di Pozzallo la mattina di domenica 29 dicembre. A bordo della nave della Ong Sea Eye c’erano i 32 migranti soccorsi nel Mediterraneo a Natale. Sulla banchina era pronta la macchina dell’accoglienza, anche se perché potessero cominciare le operazioni di sbarco si sono dovuti attendere i controlli medici. La decisione di assegnare Pozzallo come porto sicuro è stata assunta il 28 dicembre dal Viminale, tenendo conto della presenza a bordo di persone in condizioni di vulnerabilità.

SBARCO COMPLETATO

Le operazioni di sbarco sono state completate verso mezzogiorno. Dopo le visite mediche a cura del medico di porto Vincenzo Morello due persone sono state ricoverate nell’ospedale di Modica: una donna al settimo mese di gravidanza e un bambino di sei mesi che soffriva di otite. Il resto del gruppo quasi tutti nuclei familiari di nazionalità libica, è stato trasferito nell’hot spot di Pozzallo, che era stato svuotato perché i rifugiati arrivati nei mesi precedenti sono stati ricollocati in altri Paesi europei.

A BORDO 10 MINORI E UNA DONNA INCINTA

Dei 32 migranti soccorsi 10 sono minori, alcuni in tenera età, e cinque sono donne, compresa quella incinta di sette mesi. La Commissione europea ha già avviato, su richiesta dell’Italia, la procedura per il ricollocamento dei migranti sulla scorta del pre-accordo di Malta.

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Un perito per accertare la verità sull’incidente di Roma

È scontro sulle ricostruzioni delle dinamiche in cui sono morte Camilla e Gaia. La famiglia Romagnoli è pronta a dar battaglia.

Un’indagine difensiva per ottenere «una ricostruzione scientifica dell’incidente» in cui sono morte Gaia Von Freymann e Camilla Romagnoli, le due 16enni travolte e uccise a Roma dopo essere state investite in Corso Francia. Si annuncia una battaglia a colpi di perizie nella vicenda giudiziaria che vede ai domiciliari il ventenne Pietro Genovese: i legali della famiglia Romagnoli riferiscono di una serie di indagini difensive per fare chiarezza su quanto accaduto. «È agli esclusivi fini dell’accertamento pieno della verità. Abbiamo anche contattato uno dei periti italiani più prestigiosi nella ricostruzione scientifica degli eventi complessi e drammatici», spiega l’avvocato Cesare Piraino. Il tutto in attesa dell’interrogatorio di garanzia di Genovese, fissato il 2 gennaio 2020.

LE VERSIONI CONTRASTANTI DEI TESTIMONI

Negli giorni successivi all’incidente si erano susseguite una serie di versioni contrastati da parte di alcuni testimoni. Nell’interrogatorio svolto nell’immediatezza dei fatti, Genovese, ancora in stato di choc, aveva affermato di non avere visto le due 16enni attraversare la strada. Ma è la stessa ordinanza del gip a citare una serie di testimoni secondo i quali la velocità dell’auto guidata da Genovese, a bordo della quale c’erano due passeggeri, «era sostenuta», superiore ai 50 chilometri orari. Secondo un uomo che ha assistito alla scena «l’impatto è stato inevitabile e violentissimo. La prima ragazza è stata colpita in pieno. Ho visto una gamba o un braccio volare in aria». E uno studente amico di Genovese a bordo con lui sul Suv racconta che «quelle due ragazze sono sbucate all’improvviso, correvano mano nella mano. Era impossibile evitarle. Pioveva, era buio, ma ricordo perfettamente cos’è successo: ho visto due sagome apparire dal nulla e poi il corpo di una di loro rimbalzare sopra il cofano». Nel frattempo l’avvocato Piraino ha rigettato alcune ipotesi che erano emerse nelle ultime ore su alcuni quotidiani: «È falso che il gruppo degli amici di Camilla avesse l’abitudine di svolgere quel fantomatico gioco del semaforo rosso di cui qualcuno ha parlato».

IL PROGETTO DI ISTALLARE DEGLI AUTOVELOX IN CORSO FRANCIA

In quella zona la polizia locale ha comunque intensificato i controlli, che saranno ulteriormente sensibilizzati in tutte le zone della movida maggiormente frequentate e sulle strade ad alto scorrimento di Roma. E a inizio gennaio potrebbero essere installati, proprio nella zona di Corso Francia, degli autovelox portatili. I dispositivi fissi di controllo della velocità, invece, non sembrerebbe possibili per assenza di requisiti di legge in quel tratto di strada.

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Perché l’incidente di Gaia e Camilla deve farci riflettere sulle nostre abitudini

Attraversare col rosso non è colpa del caso, però l'abbiamo fatto tutti e continuiamo a farlo. Perché è una piccola sfida. In alcuni casi un rito di passaggio.

Cecilia, un’amica delle due ragazze romane morte mentre attraversavano col semaforo rosso il punto “cieco” di corso Francia, Gaia von Freymann e Camilla Romagnoli, ha raccontato a Repubblica che attraversare «a quel modo» è quasi un’abitudine e che lo fanno in tanti. «Pensi sempre: ce la farò». Farcela proprio lì è abbastanza un miracolo, e lo sa chiunque abbia percorso almeno una volta quella strada a veloce scorrimento che – non lo scriviamo per difendere Pietro Genovese, l’investitore – quasi nessuno in questo nostro Paese dove non si rispettano nemmeno le sentenze del Consiglio di Stato, percorre entro i limiti di velocità. Se Genovese avesse guidato entro i 50 chilometri orari previsti, forse sarebbe riuscito a frenare efficacemente. A 70, inchiodare è stato impossibile. Anzi, inutile. Dunque, eccoci a piangere le due ragazze imprudenti, ma anche Pietro, che paga anche per il padre famoso (è figlio del regista Paolo), purtroppo, sempre per via di questo nostro Paese a contrariis dove soldi e fama, anche di riflesso, sono un’aggravante a prescindere.

SPINTI DAL GUSTO DELLA SFIDA

Non ci è piaciuto il parroco della chiesa del Preziosissimo Sangue che nella sua omelia si è scagliato con violenza inaudita (e lessico da tv del pomeriggio) contro il guidatore come se le due vittime non fossero state, ahinoi, agenti primari di quanto è successo. E non ci piacciamo nemmeno noi stesse, vogliamo dirlo, quando, per non perdere l’unico taxi posteggiato a Chiesa Nuova, per saltarci sopra al volo, attraversiamo corso Vittorio Emanuele a cinquanta metri dal semaforo che ci garantirebbe un passaggio ipoteticamente tranquillo e protetto. Di sicuro, quel corso in centro città non è pericoloso come corso Francia, non è una strada a veloce scorrimento. Però ha tre corsie, due sensi di marcia, ci passano autobus e mostruosi car di pellegrini alti cinque metri che impediscono la visuale di chi li affianca o li segue. Nel 2018, una ragazzina che attraversava nell’esatto punto dove noi cerchiamo di compiere il salto fino al parcheggio dei taxi è stata investita e schiacciata. Dunque? Dunque ci limitiamo a percorrere i famosi cinquanta metri fino al semaforo solo in caso di pioggia o quando c’è buio pesto, meglio se in combinato disposto. Se appena intravvediamo una possibilità di farla franca, via. Quei 40 secondi in più ci paiono l’eternità, pure quando l’alternativa è l’eternità vera e propria. Abbiamo fretta? Anche, ma non solo. A guidarci verso il (possibile) disastro è il gusto della sfida, e anche un malcelato senso di onnipotenza e di invincibilità. Che sì, si può dominare con il tempo e con l’esperienza, ma che è connaturato allo spirito umano. La sfida al destino, l’autodeterminazione oltre ogni ragione, il misurarsi contro l’eterno e l’ignoto, saggiando le proprie forze.

UN RITO DI PASSAGGIO?

Nei giorni successivi all’incidente, gli stessi compagni delle due ragazze investite da Pietro Genovese hanno parlato di roulette russa. Lo hanno fatto anche i colleghi: lo facciamo per abitudine, perché il luogo comune è comodo, ma anche perché è la verità: attraversare col semaforo rosso in un punto potenzialmente mortale ha molto da spartire con il gioco, meglio se a esito potenzialmente mortale, con le sfide estreme. Leggete i testi di chi ha descritto quell’eccitazione, quella scarica di adrenalina, quel gioco a rimpiattino con la morte, e capirete benissimo perché quanto è accaduto a Gaia e Camilla forse (non) potrebbe più succedere a noi perché abbiamo imparato a scendere a patti con il nostro super io e a non sfidare troppo la nostra buona stella – si chiama senso di responsabilità e maturità – ma che il motivo per cui continuiamo a scrivere e a parlare di questo caso, a qualunque età, è perché sappiamo che il patto concluso con noi stessi non è proprio definitivo, e neanche strettissimo. Gaia e Camilla attraversavano nel «punto maledetto» perché farlo equivaleva, probabilmente, a uno dei tanti riti di passaggio che la nostra società evoluta e contemporanea ha eliminato, lasciandoli alle cosiddette “culture tribali” o “tradizionali”, ma davvero tutti noi cinquantenni o sessantenni rispettiamo fino in fondo, fino all’ultimo centimetro, il codice della strada? Facciamo i cinquanta, cento metri in più e aspettiamo diligenti il semaforo verde? E quando siamo stati a New York non ci hanno detto che è meglio attraversare Park Avenue col semaforo rosso, pur stando bene attenti, perché la luce verde non è una garanzia? Sì, ci capiterà ancora di sgarrare, di metterci alla prova ancora una volta. Sperando che ci vada bene come dice Cecilia, l’amica di Camilla: «Pensi sempre: ce la farò».

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È morto il bimbo scosso dalla mamma che lo cullava

«Non dormiva, l'ho cullato troppo forte», aveva detto la madre che adesso deve rispondere dell'accusa di omicidio colposo del figlio di cinque mesi.

Nella notte tra il 27 e il 28 dicembre è stata staccata la spina ai macchinari che tenevano in vita il bambino di cinque mesi finito in coma una settimana prima dopo essere stato scosso dalla madre, perché non si addormentava. La commissione medica dell’ospedale di Padova, composta da un medico legale, un neurologo e un anestesista, ha decretato la morte cerebrale in seguito a un secondo approfondito esame, ed è stato deciso lo stop all’accanimento terapeutico. Il decesso del piccolo cambia anche la posizione giudiziaria della mamma, una 29enne indagata inizialmente per lesioni gravissime, e per la quale sarà adesso formalizzata l’accusa di omicidio colposo. Un atto formale deciso definitivamente non prima di lunedì 30 dicembre dalla Procura di Padova. Che ha autorizzato l’espianto degli organi, una procedura che dovrebbe essere effettuata anche se sul corpo del piccolo è in programma, sempre per lunedì 30 dicembre, l’autopsia che dovrebbe interessare il solo cervello. Questo per confermare quanto già ampiamente diagnosticato in questi giorni, sia con esami effettuati nel tentativo di salvarlo, sia con i riscontri legati alla procedura di espianto.

LA MADRE HA SUBITO AMMESSO LE SUE RESPONSABILITÀ

Il bambino era giunto in ospedale sabato 21 dicembre, in stato di coma per le gravi lesioni cerebrali, dovute – è la prima ipotesi – allo scuotimento cui l’aveva sottoposto la mamma: «Non dormiva, l’ho cullato troppo forte», aveva confessato la donna agli investigatori. «La madre non ha mai lasciato il capezzale del piccolo», ha riferito Andrea Pettenazzo, direttore della terapia intensiva pediatrica di Padova . Era stata lei stessa il 21 dicembre, dopo aver visto che il figlio non reagiva, a chiamare i sanitari del Suem 118 e i carabinieri. Da subito aveva ammesso le proprie responsabilità, confermate poi al pm Roberto Piccione, raccontando dello scuotimento del piccolo, all’alba, dopo l’ennesima notte insonne. La 29enne, originaria di Vicenza, risiede con la famiglia a Mestrino (Padova). Secondo il suo avvocato difensore, Leonardo Massaro, non sarebbe stata in sé quando ha fatto del male al piccolo. Si sarebbe trattato, secondo il legale, di un black-out di pochi secondi, nel quale sarebbe stata completamente incosciente, salvo riprendersi subito dopo aver appoggiato il piccolo sul lettino. L’altra figlia della coppia, una bimba di un anno e mezzo, è stata affidata ai nonni. Il tribunale dei Minori di Venezia ha deciso così per tutelare la bambina che al momento non può contare su una stabile situazione familiare. Stando al dispositivo del Tribunale veneziano, la madre non sarebbe comunque pericolosa per la primogenita.

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Una valanga in Val Senales uccide una donna e una bimba di sette anni

Grave un bambino. Tre i feriti. Incidente anche in Val Passiria: una persona in ipotermia, continuano le ricerche di altre possibili vittime.

Due morti, una donna e una bimba di sette anni, e un bambino in gravi condizioni per una valanga che si è abbattuta su una pista da sci sul ghiacciaio della Val Senales. Sul posto sono subito intervenuti tre elicotteri e le squadre di soccorso per verificare la presenza di altre persone sotto le masse nevose. Le vittime, tra cui altri due feriti, sono tutte di nazionalità tedesca. Stessa tragedia con una vittima in grave stato di ipotermia anche in Val Passiria.

IL BAMBINO IN GRAVE CONDIZIONI È STATO RIANIMATO SUL POSTO

La valanga di grosse dimensioni si è staccata dal pendio che sovrasta le pista da sci e le masse nevose l’hanno invasa. Due sciatori sono stati trasportati con ferite lievi all’ospedale di Merano, mentre il bimbo è stato rianimato sul posto e portato con l’elicottero in gravissime condizioni all’ospedale di Trento. Per la bimba e per la donna invece non c’è più stato nulla da fare. Il medico d’urgenza ha solo potuto constatare la loro morte.

UNA VALANGA ANCHE IN VAL PASSIRIA

Un’altra valanga si è abbattuta sempre in Alto Adige, ma in Val Passiria, a Nordest di Merano tra le Alpi Venoste e le Alpi dello Stubai. Una persona è in grave stato di ipotermia. Ricerche sono in corso per verificare se altri sciatori sono rimasti coinvolti.

IL SOCCORSO ALPINO: «VALUTATE ATTENTAMENTE LE CONDIZIONI DEL TERRENO»

Gli incidenti del 28 dicembre sono gli ultimi di una serie che in pochi giorni ha già provocato sei vittime. Gli altri sono accaduti sul Gran Sasso e sul Terminillo. «Invitiamo tutti i frequentatori della montagna a valutare attentamente le condizioni del terreno prima di intraprendere un’escursione. In questi giorni infatti il manto nevoso risulta particolarmente instabile e con diversi tratti ghiacciati, spesso anche poco visibili», raccomanda il Soccorso Alpino a tutti gli escursionisti e scialpinisti che in questi giorni affollano le montagne italiane.

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Grave un bambino. Tre i feriti. Incidente anche in Val Passiria: una persona in ipotermia, continuano le ricerche di altre possibili vittime.

Due morti, una donna e una bimba di sette anni, e un bambino in gravi condizioni per una valanga che si è abbattuta su una pista da sci sul ghiacciaio della Val Senales. Sul posto sono subito intervenuti tre elicotteri e le squadre di soccorso per verificare la presenza di altre persone sotto le masse nevose. Le vittime, tra cui altri due feriti, sono tutte di nazionalità tedesca. Stessa tragedia con una vittima in grave stato di ipotermia anche in Val Passiria.

IL BAMBINO IN GRAVE CONDIZIONI È STATO RIANIMATO SUL POSTO

La valanga di grosse dimensioni si è staccata dal pendio che sovrasta le pista da sci e le masse nevose l’hanno invasa. Due sciatori sono stati trasportati con ferite lievi all’ospedale di Merano, mentre il bimbo è stato rianimato sul posto e portato con l’elicottero in gravissime condizioni all’ospedale di Trento. Per la bimba e per la donna invece non c’è più stato nulla da fare. Il medico d’urgenza ha solo potuto constatare la loro morte.

UNA VALANGA ANCHE IN VAL PASSIRIA

Un’altra valanga si è abbattuta sempre in Alto Adige, ma in Val Passiria, a Nordest di Merano tra le Alpi Venoste e le Alpi dello Stubai. Una persona è in grave stato di ipotermia. Ricerche sono in corso per verificare se altri sciatori sono rimasti coinvolti.

IL SOCCORSO ALPINO: «VALUTATE ATTENTAMENTE LE CONDIZIONI DEL TERRENO»

Gli incidenti del 28 dicembre sono gli ultimi di una serie che in pochi giorni ha già provocato sei vittime. Gli altri sono accaduti sul Gran Sasso e sul Terminillo. «Invitiamo tutti i frequentatori della montagna a valutare attentamente le condizioni del terreno prima di intraprendere un’escursione. In questi giorni infatti il manto nevoso risulta particolarmente instabile e con diversi tratti ghiacciati, spesso anche poco visibili», raccomanda il Soccorso Alpino a tutti gli escursionisti e scialpinisti che in questi giorni affollano le montagne italiane.

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Facebook spiega ai giudici che CasaPound è «odio organizzato»

Il social network ha presentato un reclamo contro l'ordinanza del tribunale di Roma che aveva chiesto di riattivare l'account del movimento neofascista: «Abbiamo una policy sulle organizzazioni pericolose».

Facebook ha presentato un reclamo contro l‘ordinanza del Tribunale di Roma che il 12 dicembre scorso aveva ordinato al social di riattivare gli account di CasaPound. «Ci sono prove concrete che CasaPound sia stata impegnata in odio organizzato e che abbia ripetutamente violato le nostre regole. Per questo motivo abbiamo presentato reclamo», fa sapere un portavoce di Facebook.

«ABBIAMO UNA POLICY SULLE ORGANIZZAZIONI PERICOLOSE»

«Non vogliamo che le persone o i gruppi che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono utilizzino i nostri servizi, non importa di chi si tratti. Per questo motivo abbiamo una policy sulle persone e sulle organizzazioni pericolose che vieta a coloro che sono impegnati in ‘odio organizzato’ di utilizzare i nostri servizi», ha dichiarato il portavoce di Facebook.

«LE REGOLE VALGONO AL DI LÁ DELLA IDEOLOGIA»

«Partiti politici e candidati, così come tutti gli individui e le organizzazioni presenti su Facebook e Instagram, devono rispettare queste regole, indipendentemente dalla loro ideologia». Il reclamo di Facebook è contro l’ordinanza con cui il 12 dicembre il tribunale civile di Roma ha ordinato al social network la riattivazione immediata della pagina Facebook di CasaPound, oltre che del profilo personale e della pagina pubblica dell’amministratore Davide Di Stefano. Tali account erano stati disattivati da Facebook il 9 settembre.

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