Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania

L’Europa ha aumentato le sue importazioni di armi del 210 per cento tra il 2021 e il 2025, diventando il maggiore compratore mondiale. Il legame con la guerra in Ucraina è evidente, visto che è proprio Kyiv il maggiore acquirente su scala internazionale, mentre gli Stati Uniti, che fino all’avvento di Donald Trump erano stati i più generosi supporter dell’ex repubblica sovietica nel conflitto con la Russia, hanno consolidato la loro posizione di principale esportatore. Questi sono i risultati principali del rapporto annuale del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute), che ha evidenziato come i trasferimenti globali di armamenti siano aumentati del 9,2 per cento tra il 2021 e il 2025 rispetto allo stesso periodo dal 2016 al 2020. Una delle novità più importanti riguarda la Germania, diventata il quarto esportatore al mondo, superando la Cina e dietro Francia e Russia. L’industria bellica tedesca ha saputo reagire in maniera rapida alla guerra in Ucraina grazie alla flessibilità di colossi come Rheinmetall, accompagnando la tendenza al riarmo nelle capitali europee voluta con fermezza dalle élite politiche continentali.

Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania
Il logo Rheinmetall (Ansa).

La guerra in Medio Oriente darà nuovo impulso ai produttori

Secondo il Sipri il conflitto fra Kyiv e Mosca ha provocato la reazione dei Paesi europei, che stanno acquistando ancora più armi di quanto avessero già pianificato prima del 2022. E a questo si aggiunge la preoccupazione per gli sviluppi in altre parti del mondo, con l’incertezza sulla misura in cui gli Usa difenderebbero i loro partner della Nato in caso di crisi allargata. Complessivamente, il 32 per cento di tutte le forniture di armi è andato agli Stati europei e, secondo gli analisti svedesi, è improbabile che la situazione cambi, visto che comunque l’acquisto di armi a stelle e strisce contribuisce a rafforzare le relazioni transatlantiche a lungo termine. Le crescenti tensioni internazionali e l’attuale guerra in Medio Oriente aumenteranno ulteriormente la domanda di armi, con nuovo slancio per i produttori.

Le quotazioni in Borsa a Francoforte: da Gabler a Vincorion

La Germania, con il cancelliere Friedrich Merz che ha più volte ripetuto di voler allestire entro il 2030 il più forte esercito convenzionale in Europa, Rheinmetall rappresenta solo la punta di un iceberg la cui base si sta facendo sempre più larga. E Armin Pappenberg, il ceo del gigante di Düsseldorf che ha già pronosticato in maniera interessata che la guerra in Ucraina non finirà quest’anno, sta facendo scuola. All’inizio di questa settimana il Gruppo Gabler, fornitore di equipaggiamenti per sottomarini, è entrato in Borsa a Francoforte, settima azienda del settore della difesa a essere quotata, dopo Rheinmetall, Hensoldt, Renk, Airbus, Knds e Thyssenkrupp Marine Systems. Si tratta in realtà di una piccola società, attualmente valutata circa 266 milioni di euro, le cui azioni emesse a 44 euro sono salite del 10 per cento al primo giorno di contrattazioni. Secondo la società di consulenza Ey si prevedono altre entrate sulla piazza di Francoforte nei prossimi mesi, tra cui quella di Vincorion, azienda che fornisce soluzioni per i sistemi di alimentazione di carri armati e aerei. L’offerta pubblica iniziale (Ipo) è prevista prima di Pasqua e secondo fonti interne è valutata oltre 1 miliardo di euro.

Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania
Armin Papperger (foto Ansa).

Merz si è allineato con Trump e Netanyahu

Berlino continua inoltre a esportare armi verso Israele, dopo lo stop parziale dello scorso anno che era durato un paio di mesi; la ripresa delle forniture era stata già criticata da Amnesty International, che aveva evidenziato come il traffico continuasse a violare il diritto internazionale, dato che secondo l’organizzazione umanitaria la comunità mondiale, e quindi anche il governo di Merz, ha l’obbligo legale di impedire il genocidio nella Striscia di Gaza e deve adottare misure per porvi fine. Il cancelliere tedesco però pare essere sordo agli appelli di Amnesty e con l’avvio della nuova guerra in Medio Oriente, come ha dimostrato la sua ultima visita alla Casa Bianca, si è messo in linea con Donald Trump e Benjamin Netanyahu, dando poco peso alle questioni del diritto internazionale e la precedenza invece alla legge del più forte. Facendo così l’ennesimo favore a Papperger e ai piccoli Lords of War che in Germania si stanno moltiplicando.  

Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania
Friedrich Merz stinge la mano a Donald Trump (foto Ansa).

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio

La guerra in Medio Oriente è anche una guerra energetica, al pari di quella in Ucraina e di altre prima di queste. Il controllo della produzione e delle vie di esportazione di gas e petrolio è fondamentale per determinare vantaggi ed esiti nella cornice di conflitti allargati e confronti più ristretti in ogni angolo del mondo, dal Venezuela all’Iran. L’energia può essere un’arma, uno strumento di pressione, ma anche un obiettivo, un bersaglio: il gasdotto Nord Stream, arteria di collegamento diretta sotto il Mar Baltico tra la Russia e la Germania, è stato fatto saltare nel settembre 2022 da un commando ucraino, dando il via al processo di disaccoppiamento tra Mosca e Unione europea. Oggi i pasdaran controllano lo stretto di Hormuz, condizionando i mercati globali, e prendono di mira petroliere e navi cisterna.

La Baku-Tbilisi-Ceyhan è una delle maggiori pipeline della regione

Non solo: i droni arrivati in Azerbaigian, uniti ai rumors che circolano nel marasma della propaganda, indicano che una delle maggiori pipeline della regione, la Btc (BakuTbilisiCeyhan), sarebbe già nei radar iraniani. Questione di tempo. La Btc non è un semplice oleodotto, ma un progetto politico-economico occidentale partito già negli Anni 90 per bypassare la Russia. Trasporta il greggio dai giacimenti azerbaigiani del bacino del Mar Caspio, attraverso la Georgia, al porto mediterraneo di Ceyhan, nella Turchia meridionale, ed è uno snodo chiave per l’esportazione verso i mercati europei. È controllato dal colosso energetico britannico BP, che ne detiene la quota maggiore, pari al 30 per cento. Fornisce inoltre circa un terzo del petrolio che arriva in Israele e anche per questo è un obiettivo ideale per Teheran.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Da sinistra l’ex presidente turco Ahmet Necdet Sezer, l’ex presidente della Georgia Mikhail Saakashvili, il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev, il premier turco Tayyip Erdogan e l’ex ceo del gruppo BP John Browne all’inaugurazione della pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan (Btc) nel 2006 (foto Ansa).

Il precedente dell’oleodotto Druzhba, attualmente fuori uso

Come per Nord Stream, anche per la Btc basterebbe una minima operazione chirurgica per provocare un terremoto gigantesco: le pipeline, dappertutto, sono obiettivi sensibili e facili da colpire. E non è certo un caso che siano sempre più nel mirino. L’ultimo esempio è stato quello dell’oleodotto Druzhba, che passa dalla Russia verso l’Europa occidentale attraverso l’Ucraina, attualmente fuori uso, con Kyiv e Mosca che si accusano a vicenda del sabotaggio, mentre un paio di Paesi, come Ungheria e Slovacchia, rischiano di rimanere a secco.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
L’oleodotto Druzhba (foto Ansa).

La vulnerabilità degli Stati che dipendono in maniera eccessiva da petrolio e gas è il problema maggiore che emerge quando le bombe colpiscono i tubi e riguarda non solo un pugno di nazioni direttamente interessate, ma mezzo mondo, come sta dimostrando il blocco dello stretto di Hormuz.

Dal 2022 l’Europa diversifica le vie di approvvigionamento

Se l’Europa dal 2022 ha cominciato a diversificare le vie di approvvigionamento, cambiando dal petrolio e dal gas russo a quelli di altri Paesi, dalla Norvegia ai Paesi del Golfo, passando per quelli dell’ex Urss come Azerbaigian o Kazakistan, si ritrova adesso davanti a sconvolgimenti, non proprio imprevedibili, che ne evidenziano la miopia.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
I lavori nel 2003 per l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (foto Ansa).

Troppa insistenza sulle energie fossili rispetto a rinnovabili e nucleare

Non è solo la questione del passaggio all’import da regioni e Paesi altrettanto a rischio e altrettanto poco democratici come la Russia, ma dell’insistenza sulle energie fossili rispetto a quelle rinnovabili e anche al nucleare. Il Green Deal perseguito da Bruxelles, farcito di petrolio azero e di gas dal Qatar, non è solo un’illusione e una presa in giro, ma una vera zappa sui piedi.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Ursula von der Leyen (foto Ansa).

Se ne stanno accorgendo tutti in questi giorni e a infilare il dito nella piaga ci ha pensato la Russia di Vladimir Putin, che se da un lato sta approfittando del rialzo dei prezzi degli idrocarburi per dare respiro alle casse dello Stato, dall’altro ha annunciato di voler chiudere del tutto la pratica europea, anche prima del 2027 come previsto da Bruxelles, e spostare verso l’Asia anche il residuo export di gas e petrolio che giunge ancora in Europa.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Matrioske con le immagini di Donald Trump e Vladimir Putin (Ansa).

Adesso non ci sono emergenze, ma le riserve per il prossimo anno?

In realtà non ci sono emergenze, perché l’inverno è finito, ma, soprattutto per il gas, ci si pone la domanda sulle riserve per il prossimo anno, con gli impianti di stoccaggio ormai vuoti: verranno sicuramente riempiti con più gas norvegese e Gnl statunitense, in attesa di vedere come andranno le cose nel Golfo, però i costi saranno elevati. Anche per questo nella Germania ancora in recessione c’è chi chiede una revisione dei rapporti con la Russia, quando la guerra in Ucraina sarà finita, e la ripresa delle importazioni anche via Nord Stream, una volta rimesso in sesto.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso

Quando nel 2003 gli Stati Uniti di George W. Bush invasero l’Iraq per eliminare Saddam Hussein, accusato di nascondere armi di distruzione di massa, l’allora cancelliere tedesco Gerhard Schröder tenne fuori la Germania dalla guerra: Berlino non credette alle prove contraffatte e sventolate alle Nazioni Unite dal generale Colin Powell e lasciò che Washington, insieme con quella che allora era stata denominata la coalizione dei volenterosi, Italia inclusa, si imbarcasse in un conflitto terminato con il ritiro ufficiale del 2011. Da allora abbiamo collezionato un’altra manciata di guerre, dalla Libia alla Siria, passando per l’Ucraina e il Medio Oriente, e il nuovo cancelliere Friedrich Merz ha riposizionato il Paese nel rapporto di vassallaggio nei confronti degli Usa, modificando anche la linea più autonoma che per tre lustri era stata tenuta da Angela Merkel, saltata completamente nel 2022 dopo l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina.

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Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Una vecchia foto di Gerhard Schroder e George Bush. Alle loro spalle il presidente francese Jacques Chirac (foto Ansa).

Germania costretta a inseguire le mosse di Trump

Merz, nonostante l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, ha mantenuto quindi ferma la barra dell’atlantismo, sempre subordinato nella sostanza alle strategie internazionali dettate da Washington, con solo qualche spazio di facciata riservato a elementi di diversificazione: al di là cioè della volontà espressa di un ruolo autonomo e crescente anche al di fuori dell’Unione Europea, la Germania ha perso in definitiva peso su ogni teatro internazionale, costretta a inseguire le mosse di Trump e incapace, sia per sé che come presunto Paese guida dell’Ue, di imporre le sue priorità. In qualche piccolo sussulto d’orgoglio, come durante la Conferenza di Monaco di metà febbraio, ha detto che «l’ordine mondiale del Dopoguerra non esiste più» e che «la battaglia culturale Maga non è la nostra». Poi però in concreto le cose vanno diversamente.

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Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso

Gli esempi sono tanti. In quest’ultimo anno si può partire dai falliti ultimatum a Vladimir Putin sulla scacchiera ucraina, con il Cremlino che non ha mai tenuto in considerazione le proposte né di Berlino né di Bruxelles, mentre le trattative per la pacificazione sono state dettate sull’asse Mosca-Washington.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Vladimir Putin (Ansa).

C’è stata poi l’immobilità sulla crisi mediorientale, con i tedeschi nel ruolo di spettatori di fronte alle decisioni unilaterali di Usa e Israele. Dopo l’inizio della nuova guerra in Iran e gli attacchi che hanno eliminato l’ayatollah Ali Khamenei, Merz non si è espresso certo sulla legittimità dei bombardamenti e anzi li ha sostanzialmente avallati, condannando le reazioni di Teheran.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
L’ayatollah Ali Khamenei (Imagoeconomica).

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Netanyahu criminale di guerra? A Merz non importa

Se Berlino è sempre stata piegata a Washington e Tel Aviv, in questi giorni è ancora più evidente quanto i legami siano stretti e quali siano appunto i rapporti di forza. Merz, che nel 2025 è stato l’unico leader europeo a far visita a Benjamin Netanyahu da quando la Corte penale dell’Aja ha dichiarato il premier israeliano criminale di guerra e ne ha richiesto l’arresto, è sempre asservito ai voleri di Trump, con il quale di fatto non si vuole contrapporre, se non con qualche spunto dialettico. Merz tra l’altro è volato a Washington, dove il 3 marzo ha in programma un incontro proprio con Trump. Il faccia a faccia era programmato da tempo, ma – anche qui – vede il tedesco come primo leader europeo negli Usa dopo l’attacco americano e israeliano all’Iran.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Friedrich Merz con il premier israeliano Benjamin Netanyahu (foto Ansa).

La linea diplomatica del cancelliere, adottata nelle sue visite a Washington così come in quella a Pechino a fine febbraio 2026, quando ha incontrato Xi Jinping, è improntata insomma al pragmatismo e volta a mantenere salde alleanze storiche e strategiche.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Friedrich Merz con Xi Jinping a Pechino (foto Ansa).

I viaggi tra India, Qatar, Emirati Arabi e Arabia Saudita

Da questo punto di vista si spiega la ricerca di partnership economiche e industriali più strette sia con Pechino sia con Nuova Delhi o i Paesi del Golfo. Merz all’inizio di quest’anno è volato in India, in Qatar, negli Emirati Arabi e in Arabia Saudita, dove ha incontrato il principe Mohammad bin Salman, non proprio un campione di democrazia, accusato nel 2019 dalla commissione speciale delle Nazioni Unite guidata da Agnès Callamard di essere il mandante dell’omicidio di Jamal Khashoggi, giornalista ucciso nel 2018 a Istanbul.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Friedrich Merz e l’emiro del Qatar Sheikh Tamim bin Hamad bin Khalifa Al Thani (foto Ansa).

La stessa Callamard accusò l’allora cancelliera Merkel di complicità con l’Arabia Saudita per non aver fatto abbastanza a livello internazionale per risolvere il caso. Fin qui in sostanza nulla di nuovo, nel senso che Merz non ha fatto altro che proseguire la strada aperta dai suoi predecessori, anche dal primo cancelliere della Germania riunificata, Helmut Kohl, il primo a puntare per esempio sulla Cina.

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Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Angela Merkel e, sullo sfondo, una foro di Helmut Kohl (foto Ansa).

La grande differenza rispetto a prima? La rottura con la Russia

C’è però una differenza nella politica estera di Merz e quella di Kohl, Schröder e di Merkel, e cioè la rottura con la Russia, diventata per la Germania un nemico presente e futuro. L’invasione dell’Ucraina ha tranciato i rapporti tra Mosca e Berlino, facendo però emergere anche i doppi standard tedeschi ed europei, con il richiamo a corrente alternata al diritto internazionale. Il rischio, con le conseguenze del conflitto appena scoppiato in Medio Oriente che sono ancora tutte da valutare, è che la passività del cancelliere non rimanga solo una questione politica con leggeri riflessi economici sul Paese, ma si trasformi in un disastro che può trascinare la Germania ancor più in basso della recessione che sta affrontando.

L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo

Armin Papperger è un distinto signore di 63 anni, nato in Baviera e laureatosi in ingegneria meccanica a Duisburg, in quella che allora era Germania Ovest. Poco dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989 è entrato in Rheinmetall, colosso degli armamenti tedesco, dove ha trascorso praticamente tutta la sua carriera, ricoprendo vari incarichi. Nel 2012 è diventato membro del consiglio di amministrazione e un anno dopo è stato nominato al vertice dell’intero gruppo. Non solo: il ceo forse meno appariscente del panorama manageriale in Germania è diventato nel frattempo anche il maggiore azionista privato di Rheinmetall. Il titolo della società, complici venti di guerra che in tutto il mondo si sono rafforzati da tempo, è tra i migliori sulla piazza tedesca. Nel 2025 è cresciuto del 154 per cento, una cifra superiore a quella di qualsiasi altra azienda quotata a Francoforte e, negli ultimi cinque anni, il prezzo delle azioni è aumentato di oltre il 1.700 per cento.

Il piano russo per ucciderlo e la fortuna accumulata

Papperger, tra l’altro, secondo la Cnn finì anche nel mirino di un presunto piano russo che puntava a ucciderlo, visto che riforniva di armi Kyiv. In una recente intervista a un magazine di settore, ha ammesso candidamente di «aver accumulato un bel po’ di soldi». Quanti di preciso è difficile calcolare, anche se – visto che ha detto di acquistare azioni da 35 anni e dal 2017 le sue attività di trading presso l’azienda sono pubbliche – si parla di almeno 170 mila azioni da allora: solo questa partecipazione vale adesso circa 270 milioni di euro. L’ultimo acquisto, per circa 3 milioni, è stato fatto alla fine del 2025, dopo che il titolo aveva raggiunto il minimo dell’anno a 1.421 euro: in questi giorni vale 1.700.

Capitalizzazione di mercato di circa 73 miliardi di euro

A novembre i colloqui di pace sul conflitto in Ucraina avevano appena preso slancio e il prezzo delle azioni di Rheinmetall era crollato brevemente di circa il 20 per cento, per poi ovviamente risalire. Gli azionisti privati di Rheinmetall sono oltre un quarto del totale, esattamente il 27 per cento, secondo i numeri del 2024, e con un’attuale capitalizzazione di mercato di circa 73 miliardi di euro, le quote valgono quasi 20 miliardi di euro. Armin Papperger guida insomma un gruppo che sta incassando sempre più dividendi grazie ai conflitti in mezzo mondo, in maniera legale e trasparente, dato che i membri del consiglio di amministrazione delle società quotate in Borsa sono tenuti a dichiarare quando acquistano azioni della propria azienda.

L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
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Massicci programmi di riarmo di tutte le nazioni occidentali

Quando Papperger è entrato in carica come ceo di Rheinmetall, il prezzo per un titolo era di 37 euro, poi è arrivata la prima guerra in Ucraina nel 2014 e successivamente quella su larga scala dal 2022, con il gigante di Düsseldorf che ha preso il volo. Le minacce rappresentate dalla Russia per l’Europa e da altri nel mondo, dalla Cina all’Iran passando per la Corea del Nord, si sono trasformate in forza trainante per i massicci programmi di riarmo di tutte le nazioni occidentali, Germania in primis.

Soliti rapporti opachi fra gruppi industriali militari e politica

Nulla di nuovo, in realtà, con la solita opacità sui rapporti fra gruppi industriali militari e politica e i risvolti economici e finanziari delle guerre. Se ai tempi di Adolf Hitler i colossi come Rheinmetall, Ig Farben, Siemens o Krupp fecero quindi la loro parte, adesso i meccanismi sono gli stessi: Papperger vuol fare della società di Düsseldorf un campione dell’industria bellica in grado di competere con i giganti statunitensi del settore.

L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
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L’alleanza con Leonardo per produrre carri armati

Oggi Rheinmetall impiega circa 40 mila persone. E si prevede che questo numero salirà a 70 mila entro i prossimi due o tre anni, con un fatturato quintuplicato entro il 2030. Per questo il disinvolto amministratore delegato punta alla rapida espansione. Nel mirino a breve termine ci sono tra l’altro l’acquisizione della divisione cantieristica navale del Gruppo Lürssen, una joint venture con Lockheed Martin per la costruzione di componenti aeronautici per il caccia F-35, una collaborazione con la start up statunitense Anduril nella produzione di droni e un’alleanza per la produzione di carri armati con l’italiana Leonardo. Fondamentale nel progetto del lord of war bavarese, che coincide con quello degli altri suoi colleghi e di parte delle élite politiche occidentali, è che da qualche parte nel mondo, e ancor meglio anche alle porte dell’Europa, le guerre continuino.

Germania, Merz e l’incognita delle regionali di marzo

Recentemente a Stoccarda la Cdu ha rieletto Friedrich Merz come suo presidente. Al congresso il cancelliere ha incassato il 91,2 per cento dei voti, migliorando il risultato rispetto al 2024. Una cifra molto positiva, che arriva esattamente un anno dopo la vittoria dei conservatori alle elezioni anticipate del 2025. In realtà all’interno del primo partito di governo le cose non vanno proprio come dovrebbero, anche se Merz è riuscito nel mantenere unite le correnti, salvando la facciata. Gli ultimi 12 mesi sono stati per la Cdu e la Spd, che guidano il Paese a braccetto nella Große Koalition, non privi di difficoltà e la Germania, nonostante le promesse di cambiamento e rilancio, è ancora ferma al palo.

Germania, Merz e l’incognita delle regionali di marzo
Friedrich Merz (Ansa).

Merz assicura che il 2026 sarà l’anno della ripartenza

Lo stesso cancelliere a Stoccarda ha ricordato di essere finito nel mirino per obiettivi definiti eccessivamente ambiziosi e per non aver soddisfatto le aspettative. «Forse non abbiamo chiarito abbastanza rapidamente, dopo il cambio di governo, che non saremmo stati in grado di realizzare questo enorme sforzo di riforme dall’oggi al domani», ha ammesso Merz, cercando di giustificare l’immobilità politica e le difficoltà economiche attuali. Così ha ri-promesso che questo sarà l’anno della ripartenza. Il problema è che sino a ora a livello concreto poco è stato fatto e le riforme annunciate, dalla sanità alle pensioni, passando per il fisco e tutti i provvedimenti teorizzati per rilanciare l’economia, devono ancora essere messe in atto.

L’industria accusa la Groko di perdere tempo

Intanto la protesta dell’industria si fa sempre più forte e, come ha ben sintetizzato Jörg Krämer, capo economista della Commerzbank, «lo Stato spende molti soldi, ma le aziende non ottengono le riforme di cui hanno bisogno». Il rischio maggiore per la crescita economica tedesca sta proprio nella mancanza di consenso all’interno del governo federale sull’urgenza delle riforme strutturali. Insomma, Cdu e Spd stanno perdendo tempo, mentre il Paese barcolla.

L’incognita delle regionali e l’avanzata dell’AfD

Non solo: le elezioni regionali in vista quest’anno, le prime in Baden Württenberg l’8 marzo, potranno intaccare la già precaria stabilità della Grande Coalizione. L’avanzata della destra radicale dell’Alternative für Deutschland, a Est come a Ovest, pone pesanti incognite sul futuro. Finora l’AfD è rimasta ai margini dei giochi politici, con i partiti tradizionali fermi nella sua esclusione da ogni alleanza, ma è proprio nella Cdu di Merz che da tempo serpeggiano i dubbi sulla conventio ad excludendum; il cancelliere durante il congresso ha respinto categoricamente qualsiasi ammorbidimento della posizione attuale nei confronti dell’AfD, ma non ha affrontato il vero problema: secondo gli ultimi sondaggi delle elezioni regionali autunnali in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e in Sassonia-Anhalt, i partiti centristi (Cdu, Spd, Verdi e Liberali) non avrebbero la maggioranza senza l’AfD o la Linke, il partito della sinistra estrema. Per Merz, che ha escluso qualsiasi cooperazione con entrambe le formazioni, il rebus dunque rimane.

Germania, Merz e l’incognita delle regionali di marzo
Alice Weidel e Tino Chrupalla, leader della AfD (Ansa).

La Spd arretra in Baden-Württenberg e per Merz non si mette bene

Per l’appuntamento in Baden Württenberg le prospettive sembrano migliori. I numeri della vigilia che danno la Cdu stabile intorno al 29 per cento, anche se il vantaggio rispetto ai Verdi, molto forti nella regione, è andato via via sfumando e dai 16 punti del 2024 è passato alla manciata attuale, con i Grünen che viaggiano sul 23 per cento, trainati dal candidato di punta Cem Özdemir, ex leader dei Verdi e ministro Federale dell’Agricoltura, che mira a succedere a Winfried Kretschmann, collega di partito e attuale governatore a Stoccarda.

Germania, Merz e l’incognita delle regionali di marzo
Cem Ozdemir (Ansa).

Se i Verdi in Baden-Württemberg sono lontani dal loro risultato record del 32,6 per cento alle elezioni del 2021, anche qui l’AfD, sebbene non pericolosa per le alleanze locali, è data in ascesa e col 20 per cento e raddoppierebbe il risultato del partito rispetto a quattro anni fa quando prese il 9,7 per cento. Gli estremisti di destra non sono ai livelli dell’Est, dove il partito di Chrupalla e Weidel velegfia oltre il 30-35 per cento, ma hanno costituito ormai uno zoccolo duro che va oltre la semplice protesta. Le Regionali dell’8 marzo segneranno con grande probabilità un altro arretramento dei socialdemocratici, in caduta libera sotto il 10 per cento, e un indebolimento ulteriore del secondo partito di governo a Berlino. Per il cancelliere Merz non è proprio un buon viatico per i progetti di coalizione che in autunno, in caso di due trionfi dell’AfD in Meclemburgo e Sassonia, potranno saltare definitivamente con la fine della Groko. 

Ucraina-Russia, il ritorno della diplomazia tra negoziati e aiuti europei

Mentre sul campo si continua a combattere, i negoziati diretti fra Russia e Ucraina proseguono sotto traccia. Volodymyr Zelensky ha annunciato un possibile nuovo round negli Usa la prossima settimana, il 17 o 18 febbraio, anche se non è ancora chiaro se Mosca parteciperà o meno. In quell’occasione, ha spiegato il presidente ucraino, si discuterà la proposta statunitense di creare una zona cuscinetto nel Donbass. Idea che non convince né l’Ucraina né la Russia. Il Cremlino resta fermo sulle sue posizioni: prendersi l’intera regione, comprese le aree non ancora conquistate, mentre Kyiv insiste per un congelamento della linea del fronte. L’Ucraina si dice poi pronta a indire le elezioni solo dopo un «cessate il fuoco» e dopo aver ottenuto delle «garanzie di sicurezza».

Ucraina-Russia, il ritorno della diplomazia tra negoziati e aiuti europei
Volodymyr Zelensky (Ansa).

La diplomazia torna ad avere un ruolo nei negoziati

L’accelerazione impressa dagli Stati Uniti, confermata nei primi colloqui trilaterali ad Abu Dhabi di fine gennaio, ha però dato una nuova piega alle trattative, che lontano dai riflettori potrebbero essere arrivate a un punto decisivo. Nonostante tutto, dunque, la diplomazia pare giocare un ruolo fondamentale nella risoluzione del conflitto. I ruoli al tavolo delle contrattazioni sono ormai consolidati: la Casa Bianca, che dall’arrivo di Trump si è via via sfilata la veste di prima alleata dell’Ucraina, è ora la principale mediatrice nella discussione con i due contendenti, con un occhio, o forse tutti e due, ai propri interessi, economici e politici, non ultimo usare un eventuale accordo in chiave elettorale in vista delle midterm. Il disimpegno statunitense è stato invece certificato dai dati appena pubblicati dall’Istituto tedesco per l’economia di Kiel, che attraverso l’Ukraine Support Tracker dal 2022 controlla i flussi di aiuti occidentali all’Ucraina.

Ucraina-Russia, il ritorno della diplomazia tra negoziati e aiuti europei
Donald Trump (Ansa).

Si intensifica la mediazione svizzera

Cremlino e Bankova sono impegnati invece nel confronto diretto cercando di far valere le proprie posizioni, con la situazione sul terreno ancora favorevole a Mosca. A margine si collocano gli altri attori: da una parte i volenterosi europei che appoggiano apertamente l’Ucraina, dall’altra alcuni Paesi, come la Svizzera, che ultimamente hanno rilanciato la carta del dialogo e della mediazione politica. Non è stato un caso che Ignazio Cassis, capo del dipartimento degli Affari esteri della Confederazione e presidente di turno dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, la scorsa settimana abbia fatto il pendolare fra Kyiv e Mosca per sondare gli spazi d’intesa. Berna, che già nel 2023 con la conferenza per la pace al Bürgenstock aveva tentato di tracciare un percorso risolutivo, è di nuovo alla ricerca di una mediazione che sia davvero efficace. La volontà è quella di fare da spalla sia alla politica statunitense, tentando di caricare maggiore responsabilità sulle organizzazioni internazionali come l’Osce, che già ha avuto compiti di monitoraggio dopo gli accordi di Minsk del 2015, sia alla mediazione “logistica” degli Emirati.

Ucraina-Russia, il ritorno della diplomazia tra negoziati e aiuti europei
Ignazio Cassis (Ansa).

Gli aiuti occidentali a Kyiv sono rimasti stabili

Il rilancio della diplomazia deriva naturalmente dalla situazione sul campo, determinata per Kyiv dagli aiuti occidentali (giovedì l’Eurocamera ha dato l’ok al prestito da 90 miliardi che contribuirà a coprire le esigenze di finanziamento del Paese). Secondo i dati dell’Ukraine Support Tracker, nonostante la sospensione del sostegno statunitense nel 2025, il volume totale del supporto internazionale è rimasto relativamente stabile, principalmente grazie al notevole aumento del sostegno militare europeo, aumentato del 67 per cento rispetto alla media del periodo 2022-2024. Le forniture sono però state sostenute da un numero limitato di Paesi e a causa del ritiro completo degli Usa, il supporto totale è stato inferiore del 13 per cento rispetto alla media annuale tra il 2022 e il 2024, periodo in cui Washington aveva fatto la parte del leone. L’istituto tedesco inoltre ha registrato anche un calo, sebbene contenuto, degli aiuti umanitari e finanziari intorno al 5 per cento rispetto agli ultimi tre anni, con volumi complessivi che si sono mantenuti al di sopra dei livelli registrati nel 2022 e nel 2023.

Il problema non è la quantità di armamenti, ma la qualità

In sostanza però, al di là dei numeri, è la qualità degli aiuti militari che conta. Da questo punto di vista, i volenterosi non hanno mantenuto le promesse fatte su sistemi missilistici a lunga gittata, dai Taurus tedeschi agli Scalp-Storm Shadow franco-britannici, come ha sottolineato lo stesso Volodymyr Zelensky qualche settimana fa a Davos. L’Ucraina non è stata insomma messa in grado di respingere l’aggressione russa e contrattaccare, riconquistando le regioni perdute già nel 2014. È per questo che i mediatori vecchi e nuovi, dagli Stati Uniti alla Svizzera, dagli Emirati alla Turchia – membro della Nato che già nel 2022 diede un notevole contributo nel raggiungimento dell’accordo sul grano e con Racep Tayyp Erdogan sempre in cerca di equilibrio fra Russia e Occidente – hanno quindi gli straordinari da fare.  

Il processo Ott e l’ombra russa: Vienna è ancora la città delle spie

Si è aperto da poco a Vienna il più grande processo per spionaggio in Austria dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. L’ex agente dei servizi segreti, Egisto Ott, è accusato di aver sottratto e venduto informazioni sensibili direttamente ai servizi segreti russi, in una vicenda con innumerevoli ramificazioni interne e internazionali. La più scottante è quella che lo collega a Jan Marsalek, spione russo che per anni sotto copertura in Germania ha agito in realtà per il Cremlino e nel 2020 si è rifugiato a Mosca dopo il fallimento di Wirecard, società tedesca in cui lavorava e a stretto contatto con i piani alti di Berlino. Nel 2019, l’allora cancelliera Angela Merkel ne avrebbe tessuto le lodi a Pechino, sotto suggerimento dell’ex ministro della Difesa e lobbista, Karl-Theodor zu Guttenberg, per favorire l’espansione dell’azienda in Cina.

Ott e i contatti con Marsalek e gli 007 russi

La procura di Vienna ha iniziato le indagini su Ott nel 2017 ed entro la fine di febbraio sono previste almeno 10 udienze, ma il processo, molto complesso e che tocca direttamente le strutture di sicurezza austriache, andrà sicuramente per le lunghe. Il caso è iniziato più di otto anni fa con un avvertimento da parte di un servizio segreto straniero alle autorità di Vienna: Ott, allora stretto collaboratore di Martin Weiss, capo del dipartimento che si occupa di estremismo, intelligence e terrorismo dei servizi austriaci, stava apparentemente inoltrando dati sensibili dal suo indirizzo email di lavoro a quello privato. Gli inquirenti ritengono che lo stesso Weiss lavorasse già allora per il manager di Wirecard Marsalek, che a sua volta aveva stretti legami con personaggi dell’intelligence russa. Su Weiss, oggi latitante forse a Dubai, pende un mandato di cattura. Secondo la procura di Vienna anche Ott avrebbe avuto rapporti direttamente con l’Fsb, il Servizio di Sicurezza Federale russo, e avrebbe richiesto informazioni sulle presunte liste dei nemici del Cremlino.

Il processo Ott e l’ombra russa: Vienna è ancora la città delle spie
Le foto segnaletiche di Jan Marsalek (Ansa).

Informazioni pagate 70 mila euro in contanti

Con le due figure centrali lontane dai radar della giustizia austriaca, Marsalek in Russia e Weiss negli Emirati, Egisto Ott è diventato il protagonista del processo in corso che, a suo dire, lo starebbe dipingendo come il nemico pubblico numero uno. L’ex 007 incriminato, figlio di un poliziotto austriaco e di madre italiana, ha rigettato alla prima udienza le accuse di abuso di potere e corruzione, anche se restano da spiegare i dettagli che riguardano ad esempio le chat e i protocolli dei telefoni con indicazioni compromettenti sequestrati all’ex capo di gabinetto del ministero dell’Interno Michael Kloibmüller. Per gli inquirenti, la pistola fumante sarebbe il computer portatile Sina (Secure Inter Network Architecture) contenente informazioni riservate di intelligence provenienti da un non specificato Stato membro dell’Unione Europea, che Ott avrebbe trasmesso all’Fsb tramite Marsalek, ricevendo come ricompensa 70 mila euro in una borsa di McDonald’s.

Gli altri processi per spionaggio che si apriranno a Vienna

Ci sono inoltre le sovrapposizioni con altri processi per spionaggio che nei prossimi mesi cominceranno a Vienna e toccano direttamente i palazzi del potere, come quello che vede tra gli accusati l’ex segretario generale del ministero degli Esteri ed ex ambasciatore, Johannes Peterlik, vicino all’Övp, il partito conservatore del cancelliere Christian Stocker. Peterlik è accusato di aver passato informazioni riservate sull’avvelenamento dell’ex agente russo Sergei Skripal nel 2018 a Salisbury. Un paio di settimane fa è stata anche presentata a Vienna una denuncia contro un politico della Fpö, partito nazionalista di opposizione, che avrebbe aiutato Marsalek a prendere il largo dopo il crack di Wirecard. Anche in questo caso è probabile che la giustizia farà passi concreti. Il processo Ott, e tutto quel che ne seguirà, rischia insomma di mettere a nudo le complicità di alcune frange dell’apparato di sicurezza austriaco e le connivenze della politica, di tutti i colori, con la Russia.

Il processo Ott e l’ombra russa: Vienna è ancora la città delle spie
Johannes Peterlik.

Ucraina, l’ombra dell’estrema destra nazionalista sul futuro postbellico

Le trattative per la pacificazione in Ucraina stanno andando avanti in maniera silenziosa. Dopo il primo round di colloqui trilaterali ad Abu Dhabi, i negoziati proseguono lontano dai riflettori, segnale che si sta cercando di trovare la quadra, soprattutto sulle questioni territoriali e sulle garanzie di sicurezza postbelliche. Intanto a Kyiv, tra realismo e speranza, l’attenzione è già proiettata su quello che potrà succedere nel caso di un accordo che per l’Ucraina significherebbe la ripartenza politica con le elezioni parlamentari e presidenziali che dovranno definire i nuovi equilibri nazionali, oltre a quelli con l’Unione Europea e gli Stati Uniti.

Ucraina, l’ombra dell’estrema destra nazionalista sul futuro postbellico
Volodymyr Zelensky (Ansa).

Lo scenario è però ancora pieno di incognite, visto che i due principali attori, il presidente Volodymyr Zelensky e il generale Valery Zaluzhny, ora ambasciatore a Londra, non hanno ancora reso noti i loro piani, ossia se il primo tenterà il bis alla Bankova e se il secondo scenderà davvero in politica e con che ruolo. Negli scorsi giorni i due si sono incontrati a Kyiv, dando il via a una serie di speculazioni. Certo è che i tempi si stanno stringendo.

Ucraina, l’ombra dell’estrema destra nazionalista sul futuro postbellico
Volodymyr Zelensky con Valery Zaluzhny (Getty Images).

Tra i competitor spunta Biletksy, comandante dell’Azov

Da mesi, i cosiddetti poteri forti stanno riposizionandosi come dimostrano anche i sondaggi che testano le potenzialità dei possibili candidati e dei partiti, vecchi e nuovi, in corsa. Il duello presidenziale pare essere ristretto a Zelensky e Zaluzhny, ma dietro di loro, accanto ai soliti noti come Petro Poroshenko e Yulia Tymoshenko, sono spuntati Kyrylo Budanov, ex capo del servizio segreto militare passato da poco al vertice dell’amministrazione presidenziale, e Andrei Biletksy, fondatore nel 2008 del movimento Assemblea Social-nazionale e a capo del battaglione Azov, oggi Terza Brigata d’assalto, considerato uno dei possibili successori del generale Olexandr Syrsky, comandante delle Forze armate e fedelissimo dell’attuale capo di Stato.

Ucraina, l’ombra dell’estrema destra nazionalista sul futuro postbellico
Andrei Biletsky nel 2017 (Ansa).

La riscossa dei militari in politica

Non è certo un caso che militari come Zaluzhny, Budanov e Biletsky siano considerati potenziali successori di Zelensky. L’elettorato ucraino, che nel 2019 aveva scelto proprio la star della tv per la sua immagine da outsider e le promesse di combattere la corruzione, oggi vuole affidarsi invece a chi è stato in prima fila durante il conflitto. I tre “moschettieri” potrebbero raccogliere circa un terzo dei voti ed entrare massicciamente nella Rada, il parlamento di Kyiv. Gli anni di conflitto peseranno quindi anche sul Dopoguerra ucraino.

Ucraina, l’ombra dell’estrema destra nazionalista sul futuro postbellico
Volodymyr Zelensky e Kyrylo Budanov (Ansa).

L’estrema destra nazionalista rappresenta una minaccia

Non solo: l’emergere di figure come Biletsky, estremista nazionalista, forte del sostegno di parte delle forze armate e anche tra l’elettorato (il cosiddetto Partito Azov è dato al 6,6 per cento, sopra la soglia di sbarramento del 5), dovrebbe mettere in guardia sul rischio di destabilizzazione. Mentre il favorito Zaluzhny (con un gradimento intorno al 72 per cento) e Budanov (al 70) hanno un consenso elevato e trasversale, maggiore di quello di Zelensky (che veleggia intorno al 62 per cento), secondo i dati dell’Istituto di sociologia di Kyiv, Biletsky gode della fiducia del 45 per cento degli ucraini, dato che sintetizza bene il potenziale dell’estrema destra. In caso il conflitto si concludesse con un’intesa sfavorevole per Kyiv, costretta a concedere territori e ad accettare le garanzie imposte dall’asse Washington-Mosca, è probabile che lo scontento nelle forze armate e nell’elettorato infiammi le frange nazionaliste e condizioni i processi politici nel Paese, minando la stabilità necessaria per la ricostruzione. 

Trump sorride, Merz no: la Germania nella trappola del gas americano

A inizio 2026 il cancelliere Friedrich Merz ha indirizzato una lettera ai parlamentari della CDU/CSU e della SPD, invitando la Große Koalition a cambiare marcia per traghettare la Germania fuori dalla stagnazione in cui è impantanata ormai da tre anni. Merz ha ricordato come, nonostante gli investimenti federali fatti, la competitività non sia aumentata a sufficienza e la produttività arranchi a causa dei costi del lavoro, di quelli energetici e degli oneri fiscali eccessivi. Secondo il cancelliere, il Paese può risolvere da solo la maggior parte di questi problemi accrescendo la coesione sociale e, con essa, la fiducia nella politica. Questa è la teoria, che deve vedersela con sondaggi preoccupanti per la Groko, bocciata da quasi il 70 per cento dei tedeschi.

Trump sorride, Merz no: la Germania nella trappola del gas americano
Friedrich Merz (Ansa).

Dalla dipendenza dalla Russia a quella dagli Usa

Poi c’è la realtà. L’economia non gira e l’ottimismo che soffia dal Kanzleramt trova poco riscontro nei fatti. A fine 2025, il Consiglio degli esperti economici, nel rapporto consegnato al governo, ha previsto una crescita di circa lo 0,9 per cento nel 2026, a patto però che la produttività aumenti facendo leva su innovazione e investimenti. Inoltre, occorre una riforma dei contributi previdenziali, che riduca la burocrazia e fornisca incentivi mirati all’ammortamento degli investimenti. Ma la priorità è ridurre i costi energetici: già con la crisi pandemica e poi con la guerra in Ucraina sono diventati un peso non solo per l’industria pesante ma anche per le piccole e medie imprese. Il problema della Germania, e di Merz, è che il quadro non promette nulla di buono visto che la dipendenza dal gas russo si sta trasformando in dipendenza dal gas statunitense.

Nel 2025 la Germania ha pagato 3,2 miliardi di dollari per il gnl americano

La questione riguarda soprattutto il gas naturale liquefatto (gnl), la cui dipendenza dagli Stati Uniti nel 2025 è aumentata di oltre il 60 per cento rispetto all’anno precedente. Secondo i dati ufficiali sulle esportazioni statunitensi analizzati dall’Associazione tedesca per l’aiuto all’ambiente (DUH), circa il 96 per cento di tutte le importazioni tedesche di gnl proviene dagli Stati Uniti. I tedeschi hanno pagato circa 3,2 miliardi di dollari per il gas americano, rispetto agli 1,9 miliardi del 2024. Se a Washington Donald Trump sorride, a Berlino Merz dovrebbe invece riflettere sui rilievi del DUH secondo cui le importazioni di gnl non servono più a gestire una crisi a breve termine. In altre parole, la Casa Bianca sta deliberatamente utilizzando il gas per spingere la Germania, e l’Europa, verso una dipendenza fatale dai combustibili fossili. Il governo tedesco, è l’invito, dovrebbe concentrarsi sull’efficienza energetica e sull’espansione delle energie rinnovabili.

Trump sorride, Merz no: la Germania nella trappola del gas americano
Friedrich Merz e Donald Trump (Ansa).

A rischio Green Deal e REPowerUe

L’intera Unione Europea, dato lo spostamento generale dell’import dagli Usa, mette così a repentaglio il Green Deal e buona parte dell’indipendenza energetica: il piano REPowerEU, che mirava a porre fine alla dipendenza dai combustibili fossili russi attraverso la diversificazione, la riduzione della domanda e l’energia a prezzi accessibili, è messo in crisi dalla subordinazione a stelle e strisce. Il rischio sia a Bruxelles sia a Berlino è noto, eppure nella prassi viene ignorato, come dimostra l’acquisizione di Tanquid, il più grande operatore tedesco di stoccaggio di petrolio, da parte di Sunoco LP, società controllata dal miliardario Kelcy Warren, uno dei principali finanziatori delle campagne elettorali di Trump. L’operazione è stata approvata dal governo tedesco, poiché l’acquisizione conferisce all’azienda con sede a Filadelfia circa un quinto della capacità di stoccaggio di petrolio della Germania e oltre mille chilometri di condotte. Merz dal canto suo non ha avuto nulla da ridire, forse mettendo in conto di finire dalla padella russa alla brace americana. Come hanno evidenziato gli analisti della Stiftung Wissenschaft und Politik, think tank che collabora con il governo di Berlino, la vendita di Tanquid a Sunoco è delicata anche dal punto di vista militare. La società tedesca deteneva infatti anche una quota in FBG, società che gestisce gli oleodotti della Nato in Europa. In caso di tensioni tra Usa e Alleanza Atlantica, il sistema ne risentirebbe. Insomma, alla luce dello scollamento fra Stati Uniti ed Europa, la Germania non pare aver imboccato la via del compromesso per ritrovare l’equilibrio interno e prepararsi al rilancio visto che il cancelliere prosegue su un doppio binario caratterizzato da buoni propositi e cattive decisioni.

Ucraina, cosa aspettarsi dal trilaterale di Abu Dhabi

L’annuncio fatto giovedì a Davos da Volodymyr Zelensky in vista dell’incontro fra Ucraina, Russia e Stati Uniti ad Abu Dhabi ha aperto di fatto una nuova fase del processo di pace. Dietro lo stallo apparente delle settimane a cavallo tra fine 2025 e inizio 2026, la diplomazia ha continuato a lavorare dietro le quinte, mentre il palcoscenico internazionale era occupato dalla saga groenlandese targata Donald Trump. E mentre The Donald teneva banco in Svizzera e incontrava Zelensky, a Mosca hanno fatto capolino Steve Witkoff e Jared Kushner, per preparare i tavoli negli Emirati Arabi.

Ucraina, cosa aspettarsi dal trilaterale di Abu Dhabi
Volodymyr Zelensky e Donald Trump a Davos (Ansa).

Perché Abu Dhabi potrebbe rappresentare una svolta

Dopo l’avvio, lo scorso maggio, delle trattative dirette fra Mosca e Kyiv, accompagnate dalla mediazione di Washington, è la prima volta che si arriva a un confronto trilaterale: l’accelerazione impressa in autunno dalla Casa Bianca, in coordinamento con il Cremlino, con il piano di 28 punti, rivisto in parte con il contributo sia della Bankova sia dell’Unione Europea, pare aver dato i suoi frutti. Non è ancora chiaro quale sia la base dettagliata dei negoziati e se il nuovo piano in 20 punti, spacchettato in quattro aree con elementi ancora nebulosi, potrà davvero essere il trampolino di lancio per la conclusione del conflitto, ma è evidente che da Abu Dhabi passa la via per la possibile pace. La vera novità è che Mosca ha accettato l’incontro, ammorbidendo le sue posizioni. Finora era stata perentoria: no a colloqui diretti ad alto livello senza una base concreta su cui discutere, ossia la risoluzione del conflitto nell’ambito di un accordo di ampio respiro che vada oltre un cessate il fuoco temporaneo, come richiesto da Kyiv e dai volenterosi, ma che contempli un’intesa dettagliata con le definizioni di due questioni fondamentali: quella territoriale e quella dello status postbellico dell’Ucraina fuori dalla Nato. Per questo gli incontri negli Emirati sono un banco di prova per capire se la strada imboccata porterà al termine della guerra, oppure se sarà solo l’ennesimo Giorno della marmotta, già citato da Zelensky a Davos.

Ucraina, cosa aspettarsi dal trilaterale di Abu Dhabi
Da sinistra in senso orario, Steve Witkoff, Jared Kushner Kyrylo Budanov e Kirill Dmitriev, i probabili negoziatori ad Abu Dhabi (Ansa).

Il j’accuse di Zelensky smaschera l’ipocrisia dei volenterosi

Il mini vertice del Cremlino tra Putin e Witkoff, accompagnati da nutrite delegazioni, è stato l’assaggio di quello che potrebbe diventare lo showdown di Abu Dhabi. La Russia ha ribadito che senza il raggiungimento degli obiettivi discussi in Alaska da Putin e Trump, riguardanti i confini e le garanzie di sicurezza, la guerra andrà avanti. «Le forze armate ucraine devono lasciare il Donbass. Questa è una condizione fondamentale», ha ribadito venerdì il portavoce presidenziale russo Dmitry Peskov. «Senza una risoluzione della questione territoriale, è inutile sperare in un accordo a lungo termine». L’Ucraina per ora si rifiuta di cedere territori ma presto Zelensky potrebbe dover prendere scelte drammatiche, come ha dimostrato il j’accuse pronunciato a Davos nei confronti dell’Europa, colpevole di non aver mantenuto le promesse di aiuto. Le dure parole del presidente ucraino hanno smascherato l’impotenza e l’ipocrisia dei volenterosi, che ora siedono al tavolo senza carte vincenti visto che gli assi li ha in mano Putin e Trump tiene il banco.

Ucraina, cosa aspettarsi dal trilaterale di Abu Dhabi
Volodymyr Zelensky al World Economic Forum di Davos (Ansa).

I punti ancora da sciogliere

Kyiv al momento non sembra avere alternative a un compromesso al ribasso che sancisca la situazione attuale sul campo, con la perdita dei territori occupati dai russi, e il futuro fuori dall’Alleanza atlantica. Restano da vedere il nodo dei confini, km più o meno, e quello delle garanzie di sicurezza occidentali: l’Ucraina arriva ad Abu Dhabi con le rassicurazioni degli Usa e l’appoggio dei volenterosi che però sono andati in ordine sparso. Francia e Gran Bretagna hanno annunciato di voler inviare contingenti, mentre Italia e Germania si sono tirate fuori. Anche su questo dossier, però, le ultime parole verranno dettate dalla Casa Bianca e dal Cremlino, che difficilmente sarà disposto a tollerare la presenza di truppe Nato nell’ex repubblica sovietica. Gli Usa sembrano averlo capito da un pezzo, negli Emirati vedrà se anche i volenterosi ne vorranno prendere atto.   

Rimpasti e correnti, Zelensky in Ucraina prepara la transizione verso le elezioni

Mentre l’inverno ha congelato la linea del fronte e i negoziati per la pace procedono a singhiozzo, Volodymyr Zelensky a Kyiv ha avviato l’ennesima girandola di poltrone, resasi necessaria dopo le dimissioni forzate del numero uno dell’amministrazione presidenziale Andriy Yermak alla fine del 2025. Al posto dell’ex braccio destro del capo dello Stato è arrivato così Kyrylo Budanov, prima a capo del servizio segreto militare Gur, accompagnato da una buona dose di favore popolare e dal sostegno esterno degli Stati Uniti, con cui ha da tempo buoni rapporti. Non solo: al vertice dell’Sbu, l’intelligence civile, è giunto Oleh Ivashchenko, in precedenza alla testa del servizio estero Svr, e ha rimpiazzato l’irrequieto Vasyl Malyuk, spesso e volentieri in contrasto con Olexey Syrsky, capo delle Forze armate, amato invero poco all’interno delle strutture militari e di sicurezza, ma molto da Zelensky e per questo ancora al suo posto.

Rimpasti e correnti, Zelensky in Ucraina prepara la transizione verso le elezioni
Kyrylo Budanov (Ansa).

Nuovi spostamenti imminenti al ministero della Giustizia

Anche al governo vi sono stati cambiamenti, con l’ex premier e poi ministro della Difesa Denys Shmyhal passato all’Energia e sostituito da Mykhailo Fedorov, giovane astro sempre più in ascesa con favori trasversali, interni ed esteri. Altri spostamenti imminenti potrebbero riguardare il ministero della Giustizia, con la vice capa dell’amministrazione presidenziale, Iryna Mudra, che attualmente ha maggiori probabilità di ottenere la carica. E circolano anche voci secondo cui Rustem Umjerov, segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale, perderà il suo incarico.

Rimpasti e correnti, Zelensky in Ucraina prepara la transizione verso le elezioni
Rustem Umjerov (Ansa).

Elezioni presidenziali e parlamentari probabilmente già nel 2026

Insomma, anche se non è la prima volta che avvengono rimpasti nel corso degli ultimi anni, è evidente come Zelensky sia impegnato in quella che può essere definita la fase di transizione verso le prossime elezioni presidenziali e parlamentari, da tenersi probabilmente già nel 2026, ammesso e non concesso che le trattative per risolvere la guerra non si fermino sul binario morto.

Rimpasti e correnti, Zelensky in Ucraina prepara la transizione verso le elezioni
Volodymyr Zelensky (Ansa).

Le correnti all’interno del più ristretto cerchio magico sono fluide

In realtà di grandi scossoni non ce ne sono stati e pochi ve ne saranno, in senso stretto, visto che comunque i ricambi stanno avvenendo tutti all’interno della squadra del presidente, in ogni caso ampia. Per ora Zelensky sembra avere le pedine sotto controllo, aiutato dal fatto che la guerra è in corso e la priorità è ancora quella di conservare l’unità di facciata. Le correnti all’interno del più ristretto cerchio magico, spezzato con le dimissioni di Yermak e rappezzato con la nomina di Budanov, sono però più fluide che mai: i punti interrogativi sono ancora molti, per esempio sui poteri del nuovo capo dell’amministrazione presidenziale, la macchina con la quale il presidente gestisce di fatto il Paese, mentre il parlamento è sempre più marginalizzato.

Rimpasti e correnti, Zelensky in Ucraina prepara la transizione verso le elezioni
Andriy Yermak (Getty Images).

Contro Zelensky un’alleanza capitanata dall’ex presidente Poroshenko

L’unica cosa forse certa è che il capo dello Stato stia prendendo le misure in vista delle possibili elezioni e preparandosi allo scontro interno con quella che è stata definita la coalizione anti-Zelensky, cioè la variegata alleanza capitanata internamente dall’ex presidente Petro Poroshenko e che raggruppa vari esponenti dei poteri forti dentro e fuori la Rada, cioè il parlamento, accomunati dallo scontento verso la Bankova, la sede governativa.

Rimpasti e correnti, Zelensky in Ucraina prepara la transizione verso le elezioni
Yulia Tymoshenko e Petro Poroshenko (Getty Images).

Volodymyr sta cercando di rinnovare gli equilibri interni a suo favore

Budanov potrebbe essere quindi stato designato per rafforzare il gruppo presidenziale, con il doppio intento di rimpiazzare davvero Yermak da un lato e di disinnescare le ambizioni autonome dell’ex capo del Gur; è possibile che Zelensky stia cercando di rinnovare gli equilibri interni a suo favore, tentando di controllare da vicino i possibili futuri avversari. E in questa direzione andrebbe anche il compito di Oleksandr Poklad, vice capo dell’Sbu e rivale del silurato Malyuk.

L’ex generale Zaluzhny avanti nei sondaggi

La vera incognita è che al momento nessuno a Kyiv o altrove può prevedere davvero quello che succederà nei prossimi mesi e se un eventuale accordo di pace accelererà la disintegrazione del sistema Zelensky, con il capo dello Stato che in una recente intervista ha detto che alla fine della guerra vorrà comunque riposarsi. Nel frattempo le faide interne proseguono, con la giustizia selettiva degli uffici anticorruzione Nabu e Sap che continua a pizzicare pesci piccoli nel bacino di Servitore del popolo, il partito del presidente. E la guerra sul campo prosegue, con la Russia che fa piovere missili ovunque, anche per fiaccare il sostegno alla Bankova. Tanto che nell’ultimo sondaggio di inizio gennaio Zelensky è sceso al 20 per cento, dietro al 23 dell’ex generale Valery Zaluzhny.

Rimpasti e correnti, Zelensky in Ucraina prepara la transizione verso le elezioni
Valery Zaluzhny (Ansa).

Merz, la partita ucraina e la fine del primato tedesco

C’era una volta la Germania, quella di Helmut Kohl e di Angela Merkel, che in Europa aveva un peso e un ruolo guida fondamentale. Oggi quella locomotiva non esiste più. Friedrich Merz avrebbe voluto quantomeno riagganciarsi ai suoi illustri predecessori, ma il declino tedesco è palese e non bastano certo dosi industriali di propaganda per mascherare la realtà. A Berlino il cancelliere sta fallendo su ogni fronte, tanto che quasi si rimpiange Olaf Scholz, che almeno aveva il senso della moderazione. Mentre i consensi del cancelliere continuano a scendere, ora si attestano intorno al al 23 per cento, l’ultimo disastro sul palcoscenico internazionale si è consumato a Bruxelles, dove, anche se è stato approvato il finanziamento dell’Ucraina per i prossimi due anni, il progetto di utilizzare gli asset russi congelati è stato nettamente bocciato.

Merz, la partita ucraina e la fine del primato tedesco
Volodymyr Zelensky e Friedrich Merz (Ansa).

La sconfitta sull’utilizzo dei beni russi congelati

Uno schiaffo sia per Merz sia per la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. L’asse fra Berlino e Bruxelles è stato spazzato via dalla resistenza di piccoli e grandi Paesi, o presunti tali: un tempo nazioni come Belgio e Italia si sarebbero piegate all’autorità della Germania, oggi la diplomazia di Berlino è invece debole e insufficiente. Merz e i volonterosi, Commissione Ue in prima linea, seguita a ruota dalla Polonia e dai Baltici, avrebbero voluto l’espropriazione dei beni russi congelati. Il progetto poggiava su fragili basi, sia politiche sia legali, e si è scontrato con la solita frammentazione all’interno dell’Ue. L’Ucraina verrà così finanziata con 90 miliardi per i prossimi due anni, a spese dei contribuenti europei, sperando che serva a qualcosa. I dubbi infatti restano, considerando che i circa 280 miliardi stanziati dall’Europa dall’inizio del conflitto sono stati sì sufficienti a tenere in piedi l’ex repubblica sovietica, ma non a riconquistare i territori perduti, e che i quasi 90 miliardi già stanziati devono essere ancora concretamente allocati. Tradotto: Kyiv non li ha ancora ricevuti.

Merz, la partita ucraina e la fine del primato tedesco
Ursula von der Leyen e Friedrich Merz (Imagoeconomica).

La tenuta della coalizione è a rischio

Discrepanza non indolore per l’Ucraina, dovuta a questioni tecniche e burocratiche e forse ai rischi legati a un sistema poco trasparente e incline alla corruzione. A questo si aggiunge il fatto che il supporto militare non si può misurare solo sulla quantità, ma anche sulla qualità. Limitandosi esclusivamente alla Germania, Merz non ha ceduto sui missili a lunga gittata Taurus, così come Emmanuel Macron e Keir Starmer hanno inviato a Kyiv poco o nulla del loro arsenale offensivo fatto di Mirage e Scalp-Storm Shadow. Il cancelliere tedesco ha mostrato fino a oggi una grande capacità retorica, dimenticandosi però il realismo e non è un caso che le dimostrazioni di debolezza di cui maldestramente ha dato sfoggio all’estero, anche sul lato mediorientale e asiatico, si ripercuotano a Berlino, dove non si sa se davvero di questo passo la coalizione di governo arriverà a fine legislatura.

Merz, la partita ucraina e la fine del primato tedesco
Friedrich Merz e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La crescita dell’AfD e le critiche degli industriali

La Germania continua infatti a sbandare. Il cancelliere continua a prestare involontariamente il fianco all’opposizione di estrema destra dell’Alternative für Deutschland, in crescita nei sondaggi per le elezioni regionali del prossimo anno ed è già il secondo partito a livello nazionale. Non solo: Merz è riuscito a mettersi contro anche gli industriali, che, nonostante qualche timido segnale positivo, gli hanno rimproverato immobilità. «La situazione economica è in caduta libera, ma il governo federale non sta reagendo con sufficiente decisione», ha tuonato il presidente della Confindustria tedesca Peter Leibinger sottolineando i costi energetici eccessivi, le spese operative elevate, i salari in aumento e la burocrazia eccessiva. La Germania è ritornata a essere un gigante dai piedi d’argilla in un’Europa in balia di se stessa, stretta ora nella morsa tra Stati Uniti e Russia.

Perché un vero accordo per la pace in Ucraina è ancora lontano

Come ha confermato Volodymyr Zelensky, in questi giorni si stanno tenendo i colloqui più intensi e mirati dall’inizio della guerra. Dopo quasi quattro anni di combattimenti su larga scala, e dopo oltre 10 dall’avvio della prima guerra nel Donbass, si sta delineando al tavolo dei negoziati una prospettiva concreta per una road map di pacificazione. L’ultimo weekend diplomatico a Berlino, con la partecipazione, oltre che del presidente ucraino e dei leader volenterosi europei, anche degli inviati della Casa Bianca, Steve Witkoff e Jared Kushner, è stato giudicato dallo schieramento occidentale un passo in avanti, mentre la Russia, sempre in attesa di un piano dettagliato, per ora non si è spostata dalle note richieste massimaliste: la neutralità futura dell’Ucraina e la sovranità sui territori conquistati.

Perché un vero accordo per la pace in Ucraina è ancora lontano
Friedrich Merz con Steve Witkoff e Jared Kushner a Berlino (Ansa).

L’equilibrismo di Zelensky tra gli Usa e l’Europa

La finalizzazione di un accordo rimane comunque ancora lontana, viste sia l’immobilità del Cremlino, sia le distanze fra la linea statunitense, volta al disimpegno totale sulla scacchiera ucraina, e quella europea, ancora alla ricerca di un’alternativa alla capitolazione. Da parte ucraina, Zelensky ha fatto l’equilibrista fra dichiarazioni realistiche, e comunque non nuove, come la rinuncia a entrare nell’Alleanza atlantica, e altre più propagandistiche, come l’impossibilità del riconoscimento dei territori occupati. Peraltro, come in passato, si è accennato a possibili referendum, che toglierebbero così dall’impaccio anche le cancellerie europee, scaricando ogni responsabilità sugli ucraini.

Perché un vero accordo per la pace in Ucraina è ancora lontano
Volodymyr Zelensky (Imagoeconomica).

Il niet di Mosca alla presenza di truppe occidentali

Che la strada per la pace sia ancora lunga e richieda ulteriori affinamenti tra Stati Uniti ed Europa lo dimostra proprio la dichiarazione berlinese sottoscritta da Kyiv e dai volenterosi, ma non da Washington che mantiene il ruolo di mediazione decisivo con Mosca: le proposte inserite, non nel piano vero e proprio in discussione, quello definito in partenza dai 28 punti stilati da Witkoff e il negoziatore russo Kirill Dmitriev, ma in una sorta di lettera di raccomandazioni ancora da elaborare sull’asse con Donald Trump, sono già state stroncate da Mosca. Soprattutto la presenza di truppe di Paesi Nato nell’Ucraina postbellica è inevitabilmente una condizione irrealistica all’interno di una futura intesa che rifondi l’architettura di sicurezza europea, visto che il Cremlino ha cominciato il conflitto anche proprio per questa ragione: tenere l’Ucraina lontana dall’Alleanza, e viceversa.

Perché un vero accordo per la pace in Ucraina è ancora lontano
Kirill Dmitriev e Steve Witkoff (Ansa).

Più che un Minsk 3 serve una Yalta 2.0

La questione è ovviamente problematica nelle trattative perché impone la creazione di un quadro di garanzie di sicurezza complessivo che da un lato protegga Kyiv da nuove aggressioni e dall’altro ripiani le ragioni che hanno condotto all’escalation del 2022. Non si tratta quindi di arrivare a una tregua temporanea, una sorta di Minsk 3, piuttosto di ripartire secondo un modello Yalta 2.0: è evidente che il futuro sistema di sicurezza europeo sarà plasmato in maniera decisiva dai rapporti di forza sul campo, quindi dai vincitori, o presunti tali, travestiti da mediatori. Se il potenziale contrattuale di Zelensky e dei volenterosi è obiettivamente esiguo, è però chiaro che sia l’uno che gli altri non possono piegarsi senza far rumore e cercano di mascherare la situazione attuale, che è quella di un’estrema difficoltà militare, vista la sospensione degli aiuti statunitensi e la riduzione anche di quelli europei, e la mancanza di coesione all’interno dell’Unione sui vari dossier, uno su tutti quello dell’utilizzo degli asset russi congelati.

Perché un vero accordo per la pace in Ucraina è ancora lontano
Matrioske con le immagini di Donald Trump e Vladimir Putin (Ansa).

Il dilemma dei territori occupati è tale solo nella narrazione

Ecco quindi che, mentre si tratta dietro le quinte con una buona dose di realismo e i particolari sui nuovi confini e sulle garanzie di sicurezza restano sottotraccia, la retorica, seppur modificata alla luce dello status quo – nessuno parla più di sconfiggere la Russia o riconquistare il Donbass e la Crimea – continua a giocare un ruolo centrale. Da una parte il rebus sui modelli securitari dovrà essere sciolto con il consenso della Russia, dall’altra il dilemma dei territori è tale solo nella narrazione dato che una loro cessione non è possibile dal momento che la Russia se li è già presi. Anche il riconoscimento è sì giuridicamente discriminante, ma gli esempi di Cipro – occupata dal 1974 dalla Turchia che ha impiantato lo stato fantoccio di Cipro Nord, non riconosciuto dalla comunità internazionale – o del Kosovo – non riconosciuto nemmeno da vari stati dell’Ue – indicano che a Bruxelles si può essere flessibili di fronte alla realtà prodotta dai conflitti in Europa. Diversa è però la prospettiva per Zelensky, che sul recupero di Donbass e Crimea ha costruito il consenso interno e si trova adesso alla resa dei conti, non proprio nelle condizioni migliori per continuare a occupare le stanze della Bankova.  

Il 21 novembre 2013 a Kyiv scoppiava la protesta di Maidan: cosa è rimasto di quelle rivolte di piazza

Chissà cosa sarebbe successo se l’Unione Europea non avesse posto a Viktor Yanukovich l’ultimatum di liberare Yulia Tymoshenko per poter firmare l’Accordo di associazione (Aa)? Correva l’autunno del 2013, la parte economica dell’Aa tra Bruxelles e Kyiv era stata parafata un anno prima, ma il caso dell’eroina della rivoluzione arancione del 2004 finita in carcere per abuso d’ufficio aveva sbarrato l’intesa politica, con l’Ue impuntata sullo stato di diritto. Tutti in Ucraina sapevano che Yanukovich non avrebbe graziato la storica rivale, mentre la Russia stava aumentando la pressione sul presidente, e tutti già intuivano che il vertice di Vilnius, con la storica firma, sarebbe sfociato in un disastro. Le proteste europeiste di Maidan, cominciate il 21 novembre, non furono quindi certo una sorpresa.

Il 21 novembre 2013 a Kyiv scoppiava Euromaidan: cosa è rimasto di quelle proteste di piazza
Viktor Yanukovych e Vladimir Putin nel dicembre 2013 (Getty Images).

L’Ucraina si ritrovò politicamente e geograficamente spaccata in due 

L’Ucraina era politicamente e geograficamente spaccata: da un parte un presidente e un governo, eletti in maniera democratica nel 2010, rappresentanti in larga parte delle regioni dell’Est e del Sud, dei clan oligarchici del Donbass più vicini alla Russia; dall’altra l’opposizione variegata, fatta dai soliti equilibristi del potere, cioè gli oligarchi che negli anni precedenti erano già saltati da una fazione all’altra e dalle élite politiche ed economiche sostenute da Stati Uniti ed Europa. E proprio per questo le manifestazioni di fine novembre, che avevano portato in Piazza dell’indipendenza a Kyiv decine di migliaia di persone e coinvolto i centri delle regioni occidentali lasciando indifferente mezzo Paese, dall’Est al Sud passando naturalmente dalla Crimea, divennero non solo una questione di politica estera, ma si trasformarono, prevedibilmente, in una rivoluzione interna.

Il 21 novembre 2013 a Kyiv scoppiava Maidan: cosa è rimasto di quelle proteste di piazza
Una bandiera europea a Kyiv nel novembre 2013 (Getty Images).

Le proteste spontanee europeiste divennero azioni coordinate e antirusse

Le proteste genuine e spontanee europeiste divennero ben presto coordinate e antirusse, con l’obiettivo di defenestrare Yanukovich, a ogni costo. Maidan diventò il ritrovo per tutto lo spettro dell’opposizione, da quello politico moderato a quello estremista e pronto alle armi, passando per i tifosi interessati inviati dalle cancellerie occidentali. A dicembre 2013 erano già arrivati ad arringare la gigantesca folla, oltre ai tre leader dell’opposizione – il filo Nato Arseni Yatseniuk, il filo tedesco Vitaly Klitschko e l’estremista di destra Oleg Tiahnibok – anche l’oligarca Petro Poroshenko, vari ministri degli Esteri dell’Ue, il senatore statunitense John MacCain e il falco di Obama, Victoria Nuland. Facevano da contorno i vari gruppi paramilitari neonazisti guidati da Pravy Sektor, Trizyb, C14 e affini. Dopo la stasi natalizia, l’escalation cominciò nel gennaio del 2014 e terminò nel bagno di sangue di febbraio, con Yanukovich costretto a fuggire dopo che il compromesso siglato tra lui e l’opposizione della troika, ratificato per di più dai tre ministri degli Esteri di Polonia, Germania e Francia, era stato dichiarato nullo dall’ala estremista guidata proprio da Pravy Sektor. Il resto si può riassumere con i nomi noti, quello di Yatseniuk, che Nuland aveva definito «il nostro uomo» nella famosa intercettazione del «fuck Europe» a fare il primo ministro del nuovo governo filoccidentale; quello di Poroshenko andato a prendere un paio di mesi più tardi il posto di Yanukovich, e quello di Tymoshenko, uscita dalle patrie galere, ma ormai ininfluente. Poi arrivarono l’annessione della Crimea, la guerra nel Donbass e tutto il resto.

Il 21 novembre 2013 a Kyiv scoppiava Maidan: cosa è rimasto di quelle proteste di piazza
Una cerimonia per ricordare le vittime delle proteste di Maidan nel sesto anniversario della rivolta (Getty Images).

Ora è Zelensky a temere una Maidan 3

Dopo 10 anni è Volodymyr Zelensky a temere una “Maidan 3”, un piano di disinformazione orchestrato però da Mosca per destituirlo. «La nostra intelligence ha raccolto informazioni su questo piano», ha spiegato recentemente alla stampa il presidente ucraino, «e ne arrivano anche dai partner. È un’operazione comprensibile, per loro Maidan fu un colpo di Stato». Resta il fatto che le proteste di Maidan del 2013 hanno due facce: quella della spontaneità europeista e della voglia di parte della società ucraina di cambiare sistema e scollarsi dalla Russia, e quella dello script statunitense ed europeo, adottato per cambiare regime. Si tratta di due dimensioni coesistenti: non solo una o l’altra, come viene ripetuto da 10 anni dalla Russia e dall’Occidente per avvalorare la propria narrazione e giustificare ciò che è arrivato dopo. Non stupisce che dal Cremlino, dove Vladimir Putin ha instaurato nel frattempo un sistema altamente autoritario, la propaganda faccia il suo lavoro; d’altro canto che le democrazie occidentali adottino la stessa visione manichea è sintomo della stessa malattia. E a ben vedere nemmeno cosa nuova.

La crisi della sinistra in Germania e il nuovo partito di Sahra Wagenknecht

La sinistra tedesca ha un problema: sta crollando e se andrà avanti così rischia di diventare insignificante. La Spd, la socialdemocrazia dalla lunga storia e un passato importante, ha perso ormai il suo ruolo di partito di massa e nonostante sia riuscita ad andare al governo con il cancelliere Olaf Scholz è in caduta verticale di consensi. Dimenticati i fasti di Willy Brandt tra gli Anni 70 e 80 e archiviati pure quelli di Gerhard Schröder capace tra il 1998 e il 2005 di tenere il partito intorno al 40 per cento e sbaragliare due volte di fila la Cdu, con e senza Helmut Kohl, oggi Scholz governicchia insieme a Verdi e Liberali e i sondaggi danno il suo partito al 15 per cento, tendenza decrescente.

La crisi della sinistra in Germania e il nuovo partito di Sahra Wagenknecht
Olaf Scholz (Getty Images).

La Linke spaccata dalla ‘ribellione’ di Sarah Wagenknecht

Se alla sinistra moderata socialdemocratica va male, a quella estrema della Linke va pure peggio. Il partito, entrato per un soffio al Bundestag nel 2021 solo grazie al complesso sistema elettorale tedesco, si è spaccato. Il gruppo parlamentare non esiste più e un manipolo di ribelli guidati da Sahra Wagenknecht ha messo in piedi una nuova formazione (Bündnis Sarah Wagenknecht, Bws) che si presenterà per la prima volta alle Europee di giugno 2024. La Linke, erede della Pds a sua volta scaturita dalle ceneri delle vecchia Sed della Ddr e che solo nel 2009 aveva raccolto quasi il 12 per cento, è arrivata insomma al capolinea, o almeno così pare. Per ora nel campo di centrosinistra resistono Scholz alla Cancelleria e il governatore della Turingia, alfiere della sinistra radicale, Bodo Ramelow.

La crisi della sinistra in Germania e il nuovo partito di Sahra Wagenknecht
Sahra Wagenknecht (Getty Images).

Dai Grünen agli eredi di Honecker fino all’Afd: i terremoti della politica tedesca

Lo spettro politico tedesco si è modificato progressivamente negli ultimi decenni. Se negli Anni 80 erano stati i Grünen, allora davvero verdi e pacifisti, a scardinare il quadro tripartitico fatto da socialdemocratici (Spd), conservatori (Cdu-Csu) e liberali (Fdp), la riunificazione del 1990 aveva portato gli eredi di Erich Honecker in parlamento a sinistra della Spd (Pds-Linke). Nel 2017 poi a sparigliare le carte è stata l’Alternative für Deutschland diventata il quinto partito a livello nazionale, stavolta più a destra dell’Unione (Cdu-Csu). Oggi l’Afd, il partito più giovane al Bundestag, dopo aver mancato l’ingresso nel 2013, anno della sua fondazione, mancando la soglia del 5 per cento per un soffio, è dato dai sondaggi in seconda posizione oltre il 20 per cento dietro l’Unione, prima con circa il 30 per cento. Seguono, a livello della Spd, i Verdi, mentre Liberali e Linke sono sul filo dell’esclusione dal parlamento. Dovrebbe invece superare senza problemi la soglia il partito di Wagenknecht, mina vagante che potrebbe dare un altro scossone alla struttura del Bundestag.

L’incognita Wagenknecht, variante rossobruna in grado di scippare voti all’Alternative für Deutschland

L’arco parlamentare vedrebbe dunque a Berlino, andando dall’estrema destra all’estrema sinistra: Afd, Unione, Fdp, Spd, Verdi, Linke, Wagenknecht. Tre partiti di destra e quattro di sinistra. Così in teoria, ma in realtà se i verdi hanno perso la loro innocenza già dal primo governo nel 1998 e la Spd ha smesso di fare la sinistra proprio con Schröder, anche il Bws non è proprio per puristi e si presenta come una sorta di variante rossobruna destinata a pescare molto nell’elettorato della AfD. Se infatti il nuovo movimento di Wagenknecht facesse il botto al Bundestag, salendo da zero al 14 per cento accreditato dagli ultimi sondaggi, l’Alternative für Deutschland potrebbe scendere a livello di tutti gli altri.

La crisi della sinistra in Germania e il nuovo partito di Sahra Wagenknecht
Stephan Brandner e Alice Weidel leader della Afd (Getty Images).

L’elettorato alla fine sceglie l’originale: Spd e Cdu sono avvisati

I numeri e le previsioni di oggi dovranno essere messi alla prova alle urne, sia alle Europee che alle Amministrative dell’autunno del prossimo anno, con il voto in tre regioni dell’est: Turingia, Sassonia e Brandenburgo. Per la sinistra si tratterà di un disastro annunciato, eccetto che per Wagenknecht; per l’AfD il botto è prevedibile, visto che al momento è nei tre Länder in questione il primo partito. Per i moderati dell’Unione basterà il disastro della Spd alle Europee per sentirsi vincitori. Quel che è certo è che visto come stanno andando le cose, e ciò vale sia per i socialdemocratici che per i conservatori, è che se si predicano politiche radicali di destra da pulpiti che dovrebbero essere moderati, allora gli elettori tedeschi dimostrano di preferire l’originale, non i surrogati.

La crisi della sinistra in Germania e il nuovo partito di Sahra Wagenknecht

La sinistra tedesca ha un problema: sta crollando e se andrà avanti così rischia di diventare insignificante. La Spd, la socialdemocrazia dalla lunga storia e un passato importante, ha perso ormai il suo ruolo di partito di massa e nonostante sia riuscita ad andare al governo con il cancelliere Olaf Scholz è in caduta verticale di consensi. Dimenticati i fasti di Willy Brandt tra gli Anni 70 e 80 e archiviati pure quelli di Gerhard Schröder capace tra il 1998 e il 2005 di tenere il partito intorno al 40 per cento e sbaragliare due volte di fila la Cdu, con e senza Helmut Kohl, oggi Scholz governicchia insieme a Verdi e Liberali e i sondaggi danno il suo partito al 15 per cento, tendenza decrescente.

La crisi della sinistra in Germania e il nuovo partito di Sahra Wagenknecht
Olaf Scholz (Getty Images).

La Linke spaccata dalla ‘ribellione’ di Sarah Wagenknecht

Se alla sinistra moderata socialdemocratica va male, a quella estrema della Linke va pure peggio. Il partito, entrato per un soffio al Bundestag nel 2021 solo grazie al complesso sistema elettorale tedesco, si è spaccato. Il gruppo parlamentare non esiste più e un manipolo di ribelli guidati da Sahra Wagenknecht ha messo in piedi una nuova formazione (Bündnis Sarah Wagenknecht, Bws) che si presenterà per la prima volta alle Europee di giugno 2024. La Linke, erede della Pds a sua volta scaturita dalle ceneri delle vecchia Sed della Ddr e che solo nel 2009 aveva raccolto quasi il 12 per cento, è arrivata insomma al capolinea, o almeno così pare. Per ora nel campo di centrosinistra resistono Scholz alla Cancelleria e il governatore della Turingia, alfiere della sinistra radicale, Bodo Ramelow.

La crisi della sinistra in Germania e il nuovo partito di Sahra Wagenknecht
Sahra Wagenknecht (Getty Images).

Dai Grünen agli eredi di Honecker fino all’Afd: i terremoti della politica tedesca

Lo spettro politico tedesco si è modificato progressivamente negli ultimi decenni. Se negli Anni 80 erano stati i Grünen, allora davvero verdi e pacifisti, a scardinare il quadro tripartitico fatto da socialdemocratici (Spd), conservatori (Cdu-Csu) e liberali (Fdp), la riunificazione del 1990 aveva portato gli eredi di Erich Honecker in parlamento a sinistra della Spd (Pds-Linke). Nel 2017 poi a sparigliare le carte è stata l’Alternative für Deutschland diventata il quinto partito a livello nazionale, stavolta più a destra dell’Unione (Cdu-Csu). Oggi l’Afd, il partito più giovane al Bundestag, dopo aver mancato l’ingresso nel 2013, anno della sua fondazione, mancando la soglia del 5 per cento per un soffio, è dato dai sondaggi in seconda posizione oltre il 20 per cento dietro l’Unione, prima con circa il 30 per cento. Seguono, a livello della Spd, i Verdi, mentre Liberali e Linke sono sul filo dell’esclusione dal parlamento. Dovrebbe invece superare senza problemi la soglia il partito di Wagenknecht, mina vagante che potrebbe dare un altro scossone alla struttura del Bundestag.

L’incognita Wagenknecht, variante rossobruna in grado di scippare voti all’Alternative für Deutschland

L’arco parlamentare vedrebbe dunque a Berlino, andando dall’estrema destra all’estrema sinistra: Afd, Unione, Fdp, Spd, Verdi, Linke, Wagenknecht. Tre partiti di destra e quattro di sinistra. Così in teoria, ma in realtà se i verdi hanno perso la loro innocenza già dal primo governo nel 1998 e la Spd ha smesso di fare la sinistra proprio con Schröder, anche il Bws non è proprio per puristi e si presenta come una sorta di variante rossobruna destinata a pescare molto nell’elettorato della AfD. Se infatti il nuovo movimento di Wagenknecht facesse il botto al Bundestag, salendo da zero al 14 per cento accreditato dagli ultimi sondaggi, l’Alternative für Deutschland potrebbe scendere a livello di tutti gli altri.

La crisi della sinistra in Germania e il nuovo partito di Sahra Wagenknecht
Stephan Brandner e Alice Weidel leader della Afd (Getty Images).

L’elettorato alla fine sceglie l’originale: Spd e Cdu sono avvisati

I numeri e le previsioni di oggi dovranno essere messi alla prova alle urne, sia alle Europee che alle Amministrative dell’autunno del prossimo anno, con il voto in tre regioni dell’est: Turingia, Sassonia e Brandenburgo. Per la sinistra si tratterà di un disastro annunciato, eccetto che per Wagenknecht; per l’AfD il botto è prevedibile, visto che al momento è nei tre Länder in questione il primo partito. Per i moderati dell’Unione basterà il disastro della Spd alle Europee per sentirsi vincitori. Quel che è certo è che visto come stanno andando le cose, e ciò vale sia per i socialdemocratici che per i conservatori, è che se si predicano politiche radicali di destra da pulpiti che dovrebbero essere moderati, allora gli elettori tedeschi dimostrano di preferire l’originale, non i surrogati.

Putin, il difficile equilibrio del sistema di potere russo

Vladimir Vladimirovic Putin è sempre stato un arbiter, più che un dominus. Da quando è al Cremlino, le cui molteplici torri sono anche il simbolo di un potere condiviso, VVP ha sempre dovuto bilanciare le spinte dei vari gruppi concorrenti: dagli oligarchi ai siloviki, gli uomini dell’apparato amministrativo, militare e d’intelligence, dai liberali ai battitori più o meno liberi, dagli eredi del decennio yeltsiniano degli Anni 90 ai nuovi rampanti del Terzo millennio. In questo processo di selezione delle élite guidata dall’alto, il ruolo di Putin è stato quello di mantenere un certo equilibrio che però è andato sempre più problematizzandosi accompagnato dall’involuzione autoritaria all’interno e dal peggioramento delle relazioni internazionali. Gli ultimi 10 anni, in sostanza dallo scoppio della crisi ucraina e dall’avvio della guerra nel Donbass nel 2014, il sistema si è irrigidito, ristretto e i meccanismi stabilizzatori hanno mostrato i loro limiti.

Putin, il difficile equilibrio del sistema di potere russo
Putin con Sergei Shoigu e Valery Gerasimov (Getty Images).

Il cerchio magico di Putin si è ridotto al minimo

L’avvio del conflitto su larga scala nel 2022 ha segnato la cesura definitiva, con il cerchio magico del Cremlino ridotto al minimo, l’emarginazione o i silenziamento delle componenti tecnico-liberali e l’emergere di elementi poco controllabili. Che tradotto significa: Putin si è isolato ancor più, circondato solo da un pugno di fedelissimi, come il segretario del Consiglio di sicurezza Sergei Patrushev e i capi dei servizi, Alexander Bortnikov (Fsb) e Sergei Naryshkin (Svr), a cui si aggiungono, volenti o nolenti, il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, quello della Difesa Sergei Shoigu, il generale Valery Gerasimov, i vertici dell’Amministrazione presidenziale, la macchina che muove tutto ciò che il capo di Stato vuole, guidata da Anton Vaino e Sergei Kirienko. Gli oligarchi più in vista o si sono dati alla fuga, come Oleg Tinkoff o Alexander Tchubais, o si sono allineati, come la grande maggioranza, mantenendo un basso profilo, tra vicinanza obbligata al regime e sanzioni occidentali, da Oleg Deripaska ad Alisher Usmanov. I tecnici come il premier Mikhail Mishustin e la governatrice della Banca centrale Elvira Nabiullina hanno dovuto fare buon viso a cattivo gioco e sono rimasti al loro posto; infine il partito della guerra, del quale Ramzan Kadirov e Evgeni Prigozhin sono gli elementi di spicco, si è diviso tra chi obbedisce, il leader ceceno, e chi invece semina zizzania, il capo della compagnia Wagner.

Putin, il difficile equilibrio del sistema di potere russo
Putin con il leader ceceno Ramzan Kadyrov (Getty Images).

Vertici istituzionali, da Shoigu a Gerasimov, contro l’ala radicale di Prigozhin 

In questa costellazione e con la guerra in casa che per il Cremlino e la Russia è diventata esistenziale, il Putin arbiter si è trovato a mediare soprattutto tra le correnti di maggior peso, quelle militari, e quelle più rumorose e ribelli e così lo scontro interno, amplificato dal corso del conflitto, si è cristallizzato tra i vertici istituzionali, da Shoigu a Gerasimov, e l’ala radicale, incarnata da Prigozhin. Quest’ultimo, diventato l’icona sul campo di battaglia del nazionalismo russo e anti-ucraino, ha coltivato negli ultimi 16 mesi di guerra la sua immagine di uomo forte, grazie anche al ruolo, per certi versi essenziale, giocato sul terreno dalla Wagner. Sino ad ora VVP si è mostrato relativamente equidistante: da un lato Shoigu e Gerasimov, al netto di errori e difficoltà, non sono pedine sostituibili facilmente e non si tratta solo di una questione militare, ma politica; dall’altro Prigozhin non ha risparmiato critiche nemmeno al Cremlino, in modi nemmeno velati e dai toni poco oxfordiani, rimanendo comunque un perno di quella che viene chiamata ancora a Mosca ‘operazione speciale’. Putin non può e non vuole nemmeno fare a meno degli uni e degli altri, almeno per adesso, proprio perché paradossalmente pur minando da vari punti la stabilità del sistema, ne sono in qualche modo anche le travi portanti e togliendone una verrebbe meno quel contrappeso che concede al Cremlino di decidere sugli equilibri interni. Fino quando il conflitto non avrà preso per Mosca una piega chiara sarà difficile vedere cambiamenti nei gangli decisivi, poi le cose cambieranno.

Gli ostacoli sulla strada del disgelo tra Russia e Ucraina

I segnali positivi non mancano. E il 2020 può portare a un riavvicinamento. Ma la pacificazione resta lontana. Dalla questione del gas allo scambio di prigionieri: perché non bisogna essere (troppo) ottimisti.

Il 2019 si è concluso tra Russia e Ucraina con alcuni segnali positivi, che pur non riavvicinando i due paesi – in rotta di collisione dopo il regime change a Kiev, l’annessione della Crimea e l’avvio della guerra nel Donbass – hanno evitato di allargare il fossato in un momento in cui si poteva aprire una voragine e inghiottire ogni speranza di riposizione di un duello che caratterizzerà non solo l’anno appena iniziato, ma l’intero decennio.

IL CONTRATTO SUL GAS NON RISOLVE TUTTI I PROBLEMI

In primo luogo la questione del gas: dal primo gennaio è in vigore il nuovo contratto tra Mosca e Kiev, firmato in zona Cesarini, che evita un’ennesima guerra energetica e le prevedibili conseguenze per mezza Europa. In sostanza però è stata messa solo una pezza temporanea, valida per i prossimi cinque anni, e al di là dei dettagli (ripianamento dei debiti di Gazprom, riduzione del transito e ridefinzione delle tariffe) è evidente che si tratta solamente di una tregua che non appiana certo le contraddizioni di fondo. In attesa di vedere come andrà a finire il caso Nordstream 2, il progetto russo-tedesco per aggirare Europa centrale e Ucraina, che a causa delle sanzioni americane è bloccato. La partenza sarà ritardata, ma da quando potrà funzionare a pieno regime è ancora un’incognita.

IL DONBASS E LE RESISTENZE DEI FALCHI

In secondo luogo la questione del Donbass: a fine anno si è svolto lo scambio di prigionieri, concordato il 9 dicembre nel vertice di Parigi, in cui si sono incontrati per la prima volta faccia a faccia il presidente ucraino Volodymir Zelensky e quello russo Vladimir Putin. Non è stato semplice, viste soprattutto le resistenze dei falchi ucraini – l’ala radicale nazionalista composta in parlamento dal partito dall’ex presidente Petro Poroshenko e fuori dal variegato spettro della destra radicale e paramilitare – nel rilasciare alcuni membri delle forze speciali Berkut in carcere con l’accusa di aver partecipato al massacro di Maidan nel febbraio del 2014. Se alla fine l’ha spuntata la diplomazia e la volontà di dare uno slancio al processo di pace da troppo tempo in stallo, in realtà c’è poco da sorridere. Già negli accordi di Minsk firmati nel 2015 era in programma lo scambio totale di prigionieri: è arrivato con quasi cinque anni di ritardo e non si sa nemmeno se sia stato davvero completo. Fonti ucraine hanno parlato ancora di decine se non centinaia di persone rinchiuse nelle carceri delle repubbliche ribelli di Donetsk e Lugansk.

Il nodo principale rimane quello del voto nel Donbass, con tempistica e modalità che non solo non sono state chiarite, ma che guardando le differenti posizioni di Russia e Ucraina, rimangono un’utopia

Nel summit di Parigi è stata inoltre accennata una road map per intensificare nei prossimi mesi il processo di pacificazione, dalla demilitarizzazione della linea di contatto fino alle elezioni locali nel Donbass. Anche in questo caso non si tratta altro che di indicazioni riprese dagli accordi di Mnsk che sino ad oggi nessuno, da Mosca a Kiev passando per i leader separatisti che sottostanno in parte agli ordini di Putin e in parte giocano la loro partita, ha voluto veramente rispettare. Ad aprile è previsto un nuovo incontro in formato normanno (Putin, Zelensky e i due arbitri Angela Merkel ed Emmanuel Macron), ma le speranze che qualcosa cambi davvero sono al minimo. Il nodo principale rimane quello del voto nel Donbass, con tempistica e modalità che non solo non sono state chiarite, ma che guardando le differenti posizioni di Russia e Ucraina, rimangono un’utopia. Se a questo si aggiunge il fatto che il cessate il fuoco è tutt’altro che duraturo e il conflitto continua sottotraccia, con il numero dei morti che ha già oltrepassato le 13 mila unità, non è difficile intuire che l’ottimismo è fuori luogo.

A DETTARE LE REGOLE RIMANE IL CREMLINO

È vero comunque che qualcosa si è mosso, soprattutto sul versante ucraino, dopo l’elezione alla Bankova di Zelensky. Il nuovo presidente, sebbene continui sostanzialmente il corso del suo predecessore Poroshenko, ha aperto un minimo dialogo con Putin che si è mostrato più disposto all’ascolto. Zelensky è stato eletto a furor di popolo con la promessa di mettere la parola fine alla guerra ed è disposto a più compromessi rispetto a Poroshenko. A dettare le regole rimane comunque il Cremlino: la soluzione definitiva per il Donbass rimane lontana e i rapporti tra le due ex repubbliche sovietiche non potranno certo più tornare quelli di prima. Kiev ha scelto di stare sotto l’ombrello occidentale, con gli Stati Uniti a fare da guardaspalla, e Mosca farà sempre fatica ad accettarlo, tentando in ogni modo di condizionare il vicino, con cui i rapporti rimangono, anche solo per ragioni geografiche. L’Ucraina resta spaccata, tra il centro e le regioni dell’Ovest che tendono verso l’Europa e quelle orientali verso la Russia. Se alla guerra non verrà davvero posta la parola fine, il rischio è che il paese si possa ancora lacerare.

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Perché il nuovo summit sull’Ucraina si risolverà in un nulla di fatto

A tre anni di distanza, riprendono le trattative per il Donbass. Questa volta a Parigi si incontreranno Macron, Merkel, Putin e Zelensky. Lo stallo però è destinato a continuare. Un compromesso tra Kiev e Mosca pare impossibile, soprattutto senza un accordo tra Russia e Usa. L'analisi.

L’ultimo incontro nel cosiddetto “formato normanno” risale all’ottobre del 2016. A Berlino si riunirono con Angela Merkel e l’allora presidente francese François Hollande, Petro Poroshenko e Vladimir Putin, i quattro che si erano visti per la prima volta in Normandia nel 2014 alle celebrazioni per il 60esimo anniversario dello sbarco degli Alleati e che avevano poi sottoscritto gli Accordi di Minsk nel 2015 impostando la road map del processo di pacificazione nel Donbass.

Da allora un sostanziale stallo, con la diplomazia internazionale incastrata sulla crisi ucraina, il conflitto nel Sud-Est della repubblica ex sovietica di fatto congelato, il numero delle vittime salito a oltre 13 mila e quello dei profughi, interni e verso la Russia, nell’ordine dei milioni.

Una tragedia sparita dai radar dei media occidentali che solo saltuariamente torna sotto i riflettori, evidenziando ogni volta la situazione critica in un Paese nel cuore dell’Europa dove si combatte una vera proxy war, una guerra per procura, tra Russia e Stati Uniti con l’Unione europea a fare in sostanza da spettatrice.

IL PRIMO FACCIA A FACCIA TRA ZELENSKY-PUTIN

Il summit di lunedì 9 dicembre a Parigi, padrone di casa Emmanuel Macron, è dunque il tentativo di fare un passo in avanti per smuovere i macigni che hanno ostruito la via verso la pace. Operazione quasi impossibile, ma il solo fatto che gli attori principali si vedano direttamente deve essere valutato positivamente, anche se alla fine la montagna partorirà il solito ridicolo topolino. Oltre a Macron, l’altra novità del quartetto è rappresentata da Volodymyr Zelensky. Eletto quest’anno – ha sostituito Poroshenko, trionfatore della rivoluzione di Euromaidan finito però disgrazia dopo il mandato fallimentare alla Bankova – Zelensky sta tentando di trovare la via del compromesso con la Russia. Spalleggiato da Francia e Germania della sempre presente cancelliera Merkel, si incontrerà per la prima volta faccia a faccia con Vladimir Putin che oggi come allora ha ancora in mano i destini del Donbass: i separatisti filorussi possono infatti sopravvivere solo con l’aiuto di Mosca, cui basta il minimo sforzo per tenere in scacco l’Ucraina sul fronte sudorientale.

UN COMPROMESSO TRA MOSCA E KIEV È ANCORA MOLTO DIFFICILE

Zelensky, Putin, Merkel e Macron ripartono quindi dagli accordi di Minsk, vecchi ormai quasi cinque anni (sottoscritti nel febbraio del 2015, sulla base del primo patto bielorusso del 2014), e riproposti adesso nella cosiddetta formula Steinmeier, una versione semplificata sulla quale ci sarebbe un’intesa preliminare. Il condizionale è d’obbligo, visto che se i punti chiave sono più o meno chiari (status speciale alle regioni di Donetsk e Lugansk ed elezioni libere e monitorate), la tempistica è invece ancora nella nebbia.

Il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky.

In sostanza, ed è qui il duello tra Russia e Ucraina, Kiev vorrebbe ottenere il controllo del confine prima delle elezioni, mentre Mosca il contrario. Dato che vie di mezzo non ce ne sono, è assai improbabile che si arrivi presto a un compromesso accettabile da tutti, soprattutto da Zelensky che a casa propria è incalzato dai falchi nazionalisti (vasta fazione dentro e fuori il parlamento, quest’ultima numericamente minoritaria, ma più pericolosa) che invece di una soluzione diplomatica preferirebbero una suicida resa dei conti militare.

LA RUMOROSA ASSENZA DEGLI USA AL TAVOLO DIPLOMATICO

Nulla di nuovo perciò all’orizzonte, se non la volontà, diplomatica, di riaprire il dialogo dopo il silenzio di tre anni. La partita, inoltre, si gioca su più fronti: il quartetto normanno è uno specchietto per le allodole, dato che esclude in partenza uno dei player maggiori e decisivi, cioè gli Stati Uniti. Così come Barack Obama aveva delegato la mediazione ad Angela Merkel, Donald Trump si guarda bene dall’entrare direttamente in gioco, nonostante da Kiev Poroshenko prima e Zelensky poi abbiano cercato di tirarlo per la giacca per allargare il tavolo delle trattative. È evidente però che senza un accordo tra Russia e Stati Uniti non ci potrà essere alcuna vera e duratura soluzione del conflitto, al di là di qualche accorgimento cosmetico e temporaneo.

IL MACIGNO DELLE SANZIONI

Il lavoro sporco è riservato insomma tra Parigi e Berlino che si devono accollare oltretutto gli svantaggi della strategia delle sanzioni, volute in primo luogo da Washington, ultima però a subirne riflessi e contromisure. Nonostante i malumori fino a ora si è andati avanti su questa linea, anche se ora appaiono i primi tentativi reali di smarcamento guidati da Macron. Angela Merkel, che nonostante le pressioni a stelle e strisce mai ha mollato il progetto Nordstream, il gasdotto russo-tedesco sotto il Baltico che aggira l’Ucraina, ha sempre giocato su due fronti.

Attivisti dell’estrema destra ucraina manifestano davanti all’ufficio del presidente prima del summit del 9 dicembre.

L’UCRAINA È LACERATA SENZA SOVRANITÀ DAL 1991

L’Ucraina è insomma il teatro di braccio di ferro tra Cremlino e Casa Bianca che va oltre il nome dei rispettivi inquilini e dove l’Europa di Germania e Francia ha dimostrato la propria debolezza. A Kiev – dove dopo il cambio di regime del 2014 che ha lasciato immutato l’establishment politico-economico, l’onda verde di Zelensky sembra più incline adesso al compromesso con il sistema oligarchico che non alla sua distruzione – l’aiuto degli Stati Uniti e dell’Europa è necessario per non sprofondare nel baratro, ma non certo sufficiente per avere quella piena sovranità che gli ucraini attendono dal 1991, cioè dall’indipendenza dall’Urss. Il Paese è lacerato, la Crimea annessa dalla Russia e il Donbass de facto un protettorato di Mosca: impossibile ricomporre i cocci se Mosca e Washington non si metteranno d’accordo in qualche modo, anche sopra la testa di Kiev.

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Nordstream 2 e la geopolitica del gas russo

Russia e Germania hanno vinto la partita sul gasdotto, a discapito degli Stati centrali dell'Europa, in particolare dell'Ucraina. Mentre Putin può tornare a occuparsi dei progetti già avviati con la Cina assetata di energia e per accaparrarsi le risorse dell'Artico.

Con il via libera della Danimarca a Nordstream 2, bloccato temporaneamente per questioni ambientali, si è chiusa, salvo imprevisti, la telenovela del gasdotto russo-tedesco sotto il Baltico.

Già in dirittura d’arrivo, si era incagliato nelle acque territoriali danesi e senza la luce verde di Copenaghen avrebbe dovuto allungare il percorso. Niente chilometri in più e altri ritardi, quindi, e così il progetto trainato dal colosso Gazprom dovrebbe chiudersi nei prossimi mesi e partire a pieno regime nel 2020.

Si tratta del raddoppio di Nordstream 1, già in funzione da quasi 10 anni, che porterà altri 55 miliardi di metri cubi di gas russo all’anno direttamente in Germania. Aggirando da Nord l’Europa centrale e soprattutto l’Ucraina. Voluto con forza da Mosca e Berlino, Nordstream 2 è stato ostacolato fortemente da alcuni Stati dell’Ue, guidati dalla Polonia, e soprattutto dagli Stati Uniti, interessati a indebolire il legame energetico tra Russia ed Europa e sostituirsi almeno in parte a Mosca attraverso forniture di gas liquido proveniente da Oltreoceano.

UNA BATTAGLIA VINTA DA PUTIN E MERKEL

Se dunque è stata detta davvero l’ultima parola sui tubi della discordia, ad averla vinta sono stati in primo luogo Vladimir Putin e Angela Merkel, in questi ultimi mesi sotto pressione da Washington per lasciare incompiuto il lavoro fatto dal suo predecessore Gerhard Schröder, che all’inizio degli anni Duemila aveva detto il primo sì a Nordstream 1. A nulla sembra essere in definitiva servito il pesante lavoro di lobby americano, sia su Bruxelles che su singoli Stati europei: il Cremlino continua a essere in posizione di forza nella guerra del gas che va avanti, tra cambiamenti di scenari anche repentini, già da un paio di lustri, ma che vede come attori principali sul Vecchio continente sempre Russia e Germania. Se sul versante meridionale Mosca ha dovuto cambiare le carte, con l’abbandono di Southstream poi in parte sostituito con Blustream a fianco della Turchia, su quello settentrionale l’asse Mosca-Berlino non ha dato segni di cedimento, nonostante la crisi ucraina e le sanzioni occidentali, europee e statunitensi, che comunque non sono andate a toccare i progetti energetici.

KIEV E LA QUESTIONE DELLA DIPENDENZA UCRAINA DAL GAS RUSSO

Anche le minacce di ritorsioni economiche verso le aziende europee, non solo tedesche, ma anche olandesi, austriache, francesi e italiane, sono andate a vuoto. Putin e Merkel possono dirsi soddisfatti, Donald Trump un po’ meno, così come polacchi e baltici, insieme con gli ucraini, i perdenti. Sarà infatti Kiev a essere la più penalizzata dal doppio Nordstream, che in sostanza la taglierà fuori dal sistema di transito, o comunque da gran parte di esso. Addio quindi a 3 miliardi di dollari all’anno e la necessità a questo punto di dover affrontare la questione della dipendenza dal gas russo, in realtà non così complicata. Negli anni passati, già prima del regime change a Kiev e la guerra nel Donbass, il braccio di ferro tra Russia e Ucraina sulle questioni energetiche è stato ampiamente strumentalizzato da entrambe le parti per ragioni geopolitiche ed economiche, quando in realtà l’Ucraina, senza troppi sforzi come dimostrato proprio negli ultimi anni, potrebbe sensibilmente diminuire l’import di gas russo per il proprio fabbisogno interno.

Alcune tubazioni di gas in Ucraina (foto ©AP/Lapresse).

Gli interessi di Gapzrom e Naftogaz e degli oligarchi di riferimento, da una parte e dall’altra, hanno segnato i rapporti tra Mosca e Kiev nel settore più opaco e corrotto dell’economia di entrambi i Paesi. Yulia Tymoshenko, l’eroina della rivoluzione arancione del 2004, era stata sbattuta in galera dal presidente Victor Yanukovich nel 2011 con l’accusa di abuso di ufficio per aver firmato i contratti con Putin nel 2009, gli stessi che sono ancora in vigore fino alla fine di quest’anno e devono essere rinegoziati con la mediazione dell’Unione europea.

ORA MOSCA PUÒ APRIRE NUOVI MERCATI DEL GAS CON LA CINA

Tra battaglie legali e successi alterni davanti ai tribunali, Gazprom e Naftogaz sono di fronte a una nuova sfida sulla quale l’avvio di Nordstream pesa non poco. Il Cremlino ha anche stavolta il coltello dalla parte del manico, anche perché l’Ucraina, pur avendo ricevuto assicurazioni di massima da parte di Berlino e Bruxelles, è rimasta isolata e gli aiuti trasversali americani, non certo disinteressati, sono finiti in un disastro. Basti pensare al 2014 e all’entrata in scena di Hunter Biden, figlio dell’allora vicepresidente americano John, in Burisma, una delle maggiori società ucraine private energetiche.

Dal Cremlino intanto Putin può tornare a occuparsi dei progetti già avviati su quello orientale

In un contesto che ha visto l’Ucraina post Euromaidan commissariata con addirittura tre ministri stranieri, tra cui l’americaca Natalia Yaresko alle Finanze, il terreno di conquista si era allargato: controllata inizialmente da un oligarca vicino a Yanukovich, il suo consiglio di amministrazione è diventato dopo il cambio di governo filoccidentale a Kiev una cabina di regia proamericana dove sono finiti tra gli altri l’ex presidente polacco Aleksander Kwasniewski e l’ex capo dell’antiterrorismo della Cia e vice ad di Blackwater (ora Academi) Joseph Cofer Black.

Xi Jingping e Vladimir Putin (foto LaPresse).

Paradossalmente, più che diventare un attore antitetico alla Russia, Burisma si è rivelata così solo il peccato originale sulla quale è scoppiato poi l’Ucrainagate che ha coinvolto Donald Trump. Ma questa è un’altra storia. Dal Cremlino intanto Putin, che con Nordstream ha infine stabilizzato il fronte occidentale, può tornare a occuparsi dei progetti già avviati su quello orientale, con la Cina assetata di gas, e la sfida alle risorse dell’Artico, dove per sicurezza è stata già piantata una bandiera russa.

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