Tir a fuoco in galleria sull’A10: 32 intossicati

Il camion è andato in fiamme in un tunnel tra Spotorno e Savona. I vigili del fuoco sono riusciti a domare l'incendio.

È di 32 persone intossicate il bilancio dell’incendio avvenuto questa mattina intorno alle 10 sull’autostrada A10 tra Spotorno e Savona. Per cause ancora da chiarire un Tir ha preso fuoco all’interno della galleria Fornaci: il denso fumo nero ha invaso la galleria intossicando gli automobilisti rimasti intrappolati all’interno.

Alla fine 32 persone sono state portate negli ospedali San Paolo di Savona e Santa Corona di Pietra Ligure. Molte di loro erano a bordo di un autobus che si trovava subito dietro il Tir. Il conducente del mezzo pesante è uscito indenne dal rogo. Sul posto diverse ambulanze e i vigili del fuoco, che sono riusciti non senza difficoltà a domare le fiamme. Il tratto di autostrada è chiuso con uscite obbligatorie a Savona e Pietra Ligure.

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La nave Ocean Viking soccorre 94 migranti al largo della Libia

Il gommone in difficoltà si trovava a 42 miglia da Zawiya. A bordo anche quattro donne in gravidanza e 38 minori.

La nave Ocean Viking ha soccorso 94 persone al largo della Libia. Tra loro 11 donne, quattro in gravidanza e 38 minori, tra cui alcuni molto piccoli. Erano a bordo di un gommone in difficoltà a 42 miglia da Zawiya.

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In Libano i manifestanti chiudono l’accesso al parlamento

I deputati non riescono a entrare e salta la discussione su un controverso progetto di amnistia. Intanto, le banche riaprono con la polizia a proteggere ogni filiale.

In Libano la tensione tra piazza e palazzi del potere resta ai livelli di guardia. Il presidente del parlamento Nabih Berri ha rinviato a data da destinarsi la sessione prevista il 19 novembre che doveva discutere della controversa proposta di legge per una amnistia riguardante diversi crimini comuni e finanziari. La decisione è stata presa, riferisce l’ufficio stampa di Berri, a causa dell’assenza del quorum dei deputati. Molti infatti non si sono presentati per l’assedio di migliaia di manifestanti fuori dal parlamento di Beirut che hanno tentato di impedire l’accesso dei parlamentari.

I manifestanti hanno circondato gli accessi a piazza Etoile, sede del parlamento libanese e protetta da un rigido apparato di sicurezza. La polizia s’è schierata in tenuta anti-sommossa e gli ingressi alla piazza sono stati transennati e bloccati da filo spinato e blocchi di cemento. La mobilitazione si inserisce nel quadro delle proteste popolari anti-governative in corso da più di un mese. La seduta era prevista una settimana fa ma era stata rinviata per ragioni di sicurezza.

STALLO PER IL PREMIER DOPO IL “NO” DI SAFADI

Sul fronte della maggioranza, il 15 novembre leader politico-confessionali libanesi si erano accordati per la nomina di Muhammad Safadi come nuovo premier incaricato dopo le dimissioni lo scorso 29 ottobre del premier Saad Hariri. Il diretto interessato, però, ha rifiutato l’incarico. Per convenzione, il premier deve essere musulmano sunnita. Safadi, 75 anni, è sunnita della città di Tripoli, nel Nord del Paese, ed è noto per esser da decenni parte del sistema clientelare al governo in Libano dalla fine, 30 anni fa, della guerra civile (1975-90). La moglie di Safadi, Violette, è attualmente ministro del governo Hariri e dirige il dicastero per il Rafforzamento del ruolo della donna.

MISURE STRAORDINARIE CONTRO LA FUGA DEI CAPITALI

Nel frattempo, il 19 novembre le banche libanesi hanno riaperto gli sportelli dopo 10 giorni di chiusura, dovuta allo sciopero degli impiegati, impauriti dalla graduale tensione sociale. Per la prima volta dall’inizio della crisi più di un mese fa, agenti di polizia sono ora dispiegati agli ingressi di ogni filiale su tutto il territorio libanese a protezione delle sedi bancarie e degli impiegati. Alla riapertura, le banche hanno cominciato ad applicare «misure straordinarie» per contenere la fuga dei capitali in un contesto in cui, a causa della grave crisi sociale, economica e politica libanese, i risparmiatori cercano di prelevare dai loro conti correnti in dollari americani in contanti.

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Ilva: blitz della Finanza negli uffici di ArcelorMittal

Perquisizioni e sequestri delle Fiamme Gialle nelle sedi di Milano e Taranto. Al setaccio i documenti del colosso indiano.

Perquisizioni e sequestri da parte della Guardia di Finanza sono in corso negli uffici di ArcelorMittal a Taranto e a Milano. Gli interventi sono stati disposti su ordine della procura di Taranto e di Milano nell’ambito dell’inchiesta avviata dopo l’esposto presentato dai commissari dell’ex Ilva in amministrazione straordinaria. Tra i documenti contabili che la Gdf di Taranto sta acquisendo negli uffici dello stabilimento siderurgico ArcelorMittal, su delega della procura, ci sono quelli che riguardano l’acquisto delle materie prime e la vendita dei prodotti finiti, considerando le ingenti perdite segnalate dalla multinazionale rispetto alla gestione commissariale.

Nell’inchiesta milanese, invece, oltre all’aggiotaggio informativo, i pm contestano il reato di distrazione di beni del fallimento. Gli inquirenti anche oggi stanno sentendo alcuni testimoni nell’indagine e sono previste anche acquisizioni di documenti da parte degli investigatori. Allo stato i fascicoli con ipotesi di reato sono a carico di ignoti.

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Ilva: blitz della Finanza negli uffici di ArcelorMittal

Perquisizioni e sequestri delle Fiamme Gialle nelle sedi di Milano e Taranto. Al setaccio i documenti del colosso indiano.

Perquisizioni e sequestri da parte della Guardia di Finanza sono in corso negli uffici di ArcelorMittal a Taranto e a Milano. Gli interventi sono stati disposti su ordine della procura di Taranto e di Milano nell’ambito dell’inchiesta avviata dopo l’esposto presentato dai commissari dell’ex Ilva in amministrazione straordinaria. Tra i documenti contabili che la Gdf di Taranto sta acquisendo negli uffici dello stabilimento siderurgico ArcelorMittal, su delega della procura, ci sono quelli che riguardano l’acquisto delle materie prime e la vendita dei prodotti finiti, considerando le ingenti perdite segnalate dalla multinazionale rispetto alla gestione commissariale.

Nell’inchiesta milanese, invece, oltre all’aggiotaggio informativo, i pm contestano il reato di distrazione di beni del fallimento. Gli inquirenti anche oggi stanno sentendo alcuni testimoni nell’indagine e sono previste anche acquisizioni di documenti da parte degli investigatori. Allo stato i fascicoli con ipotesi di reato sono a carico di ignoti.

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Miccichè verso le dimissioni da presidente della Lega Serie A

Secondo un'anticipazione di Dagospia, il dirigente avrebbe deciso di lasciare in seguito alla chiusura delle indagini sulla sua elezione.

Il presidente della Lega di Serie A Gaetano Micciché sarebbe pronto a rassegnare le dimissioni. La decisione sarebbe stata presa in seguito alla chiusura delle indagini della Procura della Figc sulla sua elezione. Miccichè fu eletto il 19 marzo del 2018 al vertice della Lega Serie A, che era reduce da un doppio commissariamento, prima con Carlo Tavecchio e poi col presidente del Coni, Giovanni Malagò. Proprio quest’ultimo aveva risolto l’impasse indicando alle venti società il nome del banchiere, presidente di Banca Imi, e membro del cda di Rcs.

L’ELEZIONE PER ACCLAMAZIONE

Anziché la maggioranza qualificata a scrutinio segreto, Miccichè aveva bisogno dell’unanimità per essere eletto, come prevede lo statuto per evitare il conflitto di interessi di chi ha ricoperto incarichi in istituzioni private di rilevanza nazionale in rapporto con i club o loro gruppi di appartenenza. Lo scrutinio segreto fu accompagnato dalle dichiarazioni pubbliche di voto (tutte a favore di Miccichè), per insistenza in particolare dell’ad della Roma, Mauro Baldissoni, e del presidente della Juventus, Andrea Agnelli. Miccichè fu quindi eletto per acclamazione e non furono scrutinate le schede, che sono tuttora custodite nell’urna elettorale sigillata.

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Miccichè verso le dimissioni da presidente della Lega Serie A

Secondo un'anticipazione di Dagospia, il dirigente avrebbe deciso di lasciare in seguito alla chiusura delle indagini sulla sua elezione.

Il presidente della Lega di Serie A Gaetano Micciché sarebbe pronto a rassegnare le dimissioni. La decisione sarebbe stata presa in seguito alla chiusura delle indagini della Procura della Figc sulla sua elezione. Miccichè fu eletto il 19 marzo del 2018 al vertice della Lega Serie A, che era reduce da un doppio commissariamento, prima con Carlo Tavecchio e poi col presidente del Coni, Giovanni Malagò. Proprio quest’ultimo aveva risolto l’impasse indicando alle venti società il nome del banchiere, presidente di Banca Imi, e membro del cda di Rcs.

L’ELEZIONE PER ACCLAMAZIONE

Anziché la maggioranza qualificata a scrutinio segreto, Miccichè aveva bisogno dell’unanimità per essere eletto, come prevede lo statuto per evitare il conflitto di interessi di chi ha ricoperto incarichi in istituzioni private di rilevanza nazionale in rapporto con i club o loro gruppi di appartenenza. Lo scrutinio segreto fu accompagnato dalle dichiarazioni pubbliche di voto (tutte a favore di Miccichè), per insistenza in particolare dell’ad della Roma, Mauro Baldissoni, e del presidente della Juventus, Andrea Agnelli. Miccichè fu quindi eletto per acclamazione e non furono scrutinate le schede, che sono tuttora custodite nell’urna elettorale sigillata.

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Renzi dice che le elezioni consegnerebbero il Paese alla Lega

Il leader di Italia viva torna a parlare in un'intervista al Corsera e manda un messaggio al Pd: «Non credo vogliano andare contro gli interessi dei loro elettori».

«Andare a votare oggi significa regalare a Salvini il Paese, il Quirinale, i pieni poteri. E come se non bastasse significa lasciargli Emilia, Toscana e Lazio». È il messaggio che Matteo Renzi manda ai dem: «Può darsi» – afferma in un’intervista al Corriere della Sera – «che questa sia la decisione autolesionista di parte del gruppo dirigente del Pd. Ma non credo sia l’interesse degli elettori del Pd, oltre che dei cittadini italiani».

«SERVE UN PIANO CHOC PER SBLOCCARE I CANTIERI»

Renzi dice di non temere le elezioni, «ma faremo di tutto per eleggere un presidente della Repubblica non sovranista. Questa è la nostra sfida. E Italia viva la vincerà». Dopo la manovra il governo avrà bisogno di una verifica? «Verifica, tagliando: mi sembrano espressioni vecchie, da prima repubblica e comunque il tema non mi riguarda» – risponde – «noi di Italia viva pensiamo che dopo la manovra serva il piano Italia choc per sbloccare i cantieri, non il rimpasto».

«LE RISORSE CI SONO»

«La situazione italiana è seria» e «noi» – rilancia Renzi – «proponiamo di sbloccare i 120 miliardi di euro che sono fermi nei cassetti attraverso l’utilizzo di procedure straordinarie come abbiamo fatto a Milano con l’Expo». E a chi rileva che queste risorse non ci sono, replica: «Conosco i numeri. Sono pronto a un duello all’americana in tivù o in un centro studi, con chiunque dica che manchino i soldi». Quindi si rivolge a Conte: «Fossi il premier cercherei di valorizzare le idee di Italia viva». L’appello del premier ai gruppi per evitare l’aumento di tasse? «Ben fatto, bravo. Quando lo dicevamo solo noi, in beata solitudine, ci consideravano i pierini della maggioranza».

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Maltempo, nuove esondazioni nel Bolognese

Vigili del fuoco al lavoro a Budrio. Allagamenti e strade chiuse nell'Alessandrino. La mappa dei disagi.

Non accenna ad allentarsi la stretta del maltempo sull’Italia. Il 19 novembre si sono abbattuti nuovi rovesci sulla penisola, con disagi in particolare al Centro-Nord.

IL FIUME IDICE NEL BOLOGNESE ESONDA ANCORA

Nuova esondazione del fiume Idice nel Bolognese, nel territorio di Budrio già colpito il 17 novembre. Il Comune ha ordinato l’evacuazione immediata di strade in prossimità degli argini. Il nuovo innalzamento del livello del fiume è stato provocato dalle piogge della notte. La fuoriuscita di acqua dalla ‘falla’ è, a quanto si apprende, di portata inferiore a quella di due giorni fa. Al lavoro diverse squadre di vigili del fuoco, protezione civile, forze dell’ordine e volontari.

ALLAGAMENTI E SCUOLE CHIUSE NELL’ALESSANDRINO

Pioggia e neve continuano a cadere in provincia di Alessandria soprattutto nelle zone appenniniche, al confine con la Liguria, e fino a bassa quota sulle valli Erro e Bormida. La protezione civile ha segnalato allagamenti anche nell’Alessandrino e in Alto Monferrato. Le scuole sono chiuse in 36 Comuni. Ad Alessandria le lezioni sono state sospese nella scuola media del sobborgo di Spinetta Marengo. A Bosco Marengo i vigili del fuoco sono intervenuti per un’automobile bloccata in un sottopasso: al loro arrivo, nella vettura non c’era nessuno.

TRENTASEI STRADE CHIUSE IN ALTO ADIGE

L’Alto Adige, dopo il caos neve dei giorni scorsi, torna lentamente alla normalità. L’ultima ondata di precipitazioni è stata meno intensa del previsto. In mattinata è stata riaperta la strada statale della val Badia, isolata da giorni. Sono comunque ancora 36 le strade statali e provinciali chiuse per motivi di sicurezza. Alle 4 di notte a Chiusa, in valle Isarco, nei pressi del casello autostradale, una colata di fango e sassi è finita su una strada provinciale già chiusa al traffico. In alta val Martello 47 persone, evacuate nei giorni scorsi, per il momento non possono fare ritorno nelle loro abitazioni. Sono ancora 1.200 le utenze in tutta la provincia colpite dal blackout. In val d’Ultimo nella notte sono caduti 10 centimetri di neve fresca, nel corso della giornata sono attesi altri 10 e poi la perturbazione dovrebbe spostarsi.

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Biennale di Venezia, Paolo Baratta spera nella proroga

Il governo non ha ancora trovato un accordo per designare il successore alla presidenza dell'ente. La palla ora è in mano al ministro dei Beni culturali Dario Franceschini che deve fronteggiare pressioni e desiderata. Tra i pretendenti, Evelina Christillin, Stefano Boeri e Roberto Cicutto.

Come per Invitalia, Sace, le autorità per le Tlc e la Privacy, l’Auditorium di Roma e altre numerose società pubbliche, si avvia verso una proroga anche la presidenza della Fondazione Biennale di Venezia, tre le più importanti e internazionali istituzioni culturali del Paese. 

NESSUN ACCORDO PER DESIGNARE UN SUCCESSORE

Il governo, che in questo momento per la verità ha ben altre gatte da pelare, non è stato ancora in grado di trovare all’interno della maggioranza che lo sostiene un accordo per designare il successore di Paolo Baratta, per due mandati presidente dell’ente veneziano e ora per legge non più ricandidabile. Se ne occuperà, come spesso capita, all’ultimo momento? Difficile che ciò accada. Più facile invece ricorrere a una soluzione all’italiana, ovvero quella della prorogatio

PRESSING SU DARIO FRANCESCHINI

Così, salvo sorprese dell’ultima ora, la Biennale resterà almeno per un altro anno sotto la saggia e abile guida di uno dei più stimati commis di Stato, già pluriministro in governi della Prima Repubblica e in terra veneta sostenuto con decisione dal sindaco di Venezia di area forzista Luigi Brugnaro, e dal presidente della Regione Veneto, il leghista Luca Zaia. Tuttavia sono in molti che scalpitano per la prestigiosa presidenza e premono soprattutto sul ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, affinché inizi una procedura complessa che prevede, dopo la designazione del ministro, il via libera del Consiglio dei ministri e il parere delle competenti commissioni di Camera e Senato.

I PRETENDENTI: DA CHRISTILLIN A BOERI E CICUTTO

In fondo, dicono i pretendenti, il rapporto della Biennale con Baratta (che ha appena compiuto 80 anni) è già durato abbastanza. L’economista che fu tra l’altro vicepresidente del Nuovo banco ambrosiano e dell’Abi, è stato infatti per ben due volte e in periodi diversi alla guida dell’istituzione lagunare. La prima dal 1998 al 2001, su indicazione di Walter Veltroni, all’epoca ministro dei Beni culturali del governo Prodi. La seconda dal 2008 a oggi, nonostante il governo Berlusconi avesse dato indicazione per sostituirlo con Giulio Malgara. Ora la palla è in mano a Franceschini, che deve fronteggiare pressioni e desiderata di quanti ambiscono a quella poltrona a Ca’ Giustinian. Che fa gola, per esempio, a Evelina Christillin, regista delle olimpiadi torinesi poi presidente del Teatro Stabile della città e ora dell’Enit, a Stefano Boeri, il fiammeggiante architetto di area piddina padre del milanese Bosco verticale, e a Roberto Cicutto, presidente dell’Istituto Luce e già fondatore della casa di distribuzione cimematografica Mikado. Più altri esperti di arte, musica e  cinema che al ministero occhi indiscreti in vista della scadenza segnalano agitarsi.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Trenta si arrende e rinuncia all’appartamento contestato

Dopo giorni di pressing, l'ex ministra fa dietrofront e dice: «Traslocheremo nel tempo necessario, mio marito ha già presentato la rinuncia».

Dopo giorni di polemiche e levate di scudi, è arrivata la resa. L’ex ministra Elisabetta Trenta ha rinunciato all’appartamento della discordia. «Mio marito, pur essendo tutto regolare, e sentendosi in imbarazzo, per salvaguardare la famiglia ha presentato istanza di rinuncia per l’alloggio». ha detto Trenta intervistata da Radio 24. «Spero che questo atto d’amore serva a tacitare la schifezza mediatica che è caduta su di me».

«CHIEDO E PRETENDO RISPETTO COME CITTADINA»

«Lasceremo l’appartamento nel tempo che ci sarà dato per fare un trasloco e mettere a posto la mia vita da un’altra parte. Sono una cittadina come gli altri, chiedo e pretendo rispetto», ha dichiarato l’ex ministra sfogandosi per le polemiche che l’hanno travolta a causa di quell’alloggio di servizio passato da lei, ministra (con casa di proprietà a Roma), al marito militare. Un benefit rivendicato con forza in virtù della regolarità delle procedure, 180 metri quadrati in centro a Roma, per 540 euro al mese.

«NON HO VIOLATO NESSUNA LEGGE»

«Non ho violato nessuna legge» – ha ribadito Trenta – è tutto in regola, mi sono attenuta alle regole. Hanno speculato sulla mia privacy. Forse da ministro» – ha aggiunto – «ho dato fastidio a qualcuno, non lo so, ma non voglio alimentare polemiche, sono una donna di Stato». Quanto al Movimento 5 stelle, che pare averla scaricata, prima Trenta ha rassicurato dicendo «non sono stata trattata bene, ma io nei valori del Movimento ci credo e non ho nessuna intenzione di abbandonarlo», poi, però, ha ammesso: «Prendermi una pausa di riflessione da Movimento? Chissà, magari me la prendo».

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L’arresto che segna una possibile svolta nell’omicidio di Daphne Caruana Galizia

L'uomo catturato a Malta sarebbe un intermediario tra i mandanti e gli esecutori dell'omicidio. Potrebbe collaborare dietro la concessione di una grazia.

Un uomo arrestato alcuni giorni fa a Malta con l’accusa di essere l’intermediario tra i mandanti e gli esecutori materiali dell’omicidio della giornalista investigativa Daphne Caruana Galizia, uccisa con una bomba nella sua auto il 16 ottobre 2017, potrebbe godere di una grazia presidenziale in cambio di informazioni vitali per ricostruire il caso e l’identità dei mandanti. A scriverlo sono alcuni media maltesi, fra cui Times of Malta e Malta Today. L’uomo, che avrebbe accettato quindi di diventare collaboratore di giustizia, sarebbe legato a un’associazione a delinquere dedita al riciclaggio di denaro sporco. Le condizioni per la sua grazia sono state oggetto di intense discussioni fra il ministro della Giustizia e il premier, Joseph Muscat, sempre secondo il Times of Malta.

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Il Politecnico di Hong Kong sotto assedio della polizia

Trenta studenti si sono arresi. All'interno ne restano oltre 100. La governatrice Lam: «Sono molto preoccupata, situazione pericolosa». Ma nega di voler chiedere aiuto all'esercito cinese.

Il Politecnico di Hong Kong, teatro di duri scontri tra polizia e manifestanti pro-democrazia nelle ultime ore, resta sotto l’assedio delle forze dell’ordine. Secondo il network pubblico Rthk, 30 studenti si sono arresi alla polizia intorno alle 10 del 19 novembre (le 3 in Italia). Quasi contestualmente, la governatrice Carrie Lam ha detto in conferenza stampa che oltre 100 persone erano ancora arroccate nel campus, mentre 600 erano andate via, tra cui 200 minori. Lam, pur dicendosi «molto preoccupata per la pericolosa situazione» all’interno del Politecnico, ha anche assicurato che non chiederà aiuto all’Esercito di liberazione popolare, le forze armate cinesi, fino a quando il suo governo e la polizia riusciranno a gestire le turbolenze nella città.

Nel frattempo, la polizia di Hong Kong in tenuta anti-sommossa ha disperso la “protesta della pausa pranzo“, che si ripeteva da lunedì 11 novembre a Central, il distretto finanziario e degli uffici della città. Il blitz delle forze dell’ordine è avvenuto a Pedder Street, dove la folla aveva iniziato a radunarsi verso le 13 (le 6 in Italia), cominciando a scandire slogan anti-governativi. Nei giorni scorsi, tuttavia, l’approccio era stato ben più morbido per evitare un confronto diretto anche a Des Voeux Road, nonostante le barricate spuntate a Connaught Road, vicino a Exchange Square. Il 12 novembre, gli agenti erano intervenuti a Pedder Street a 15 minuti dall’avvio del sit-in. Questa volta, invece, la polizia ha issato immediatamente la bandiera blu a segnalare la violazione della legge per una manifestazione non autorizzata, invitando la folla a disperdersi. Diversi partecipanti, muniti di maschere – ormai non più illegali -, hanno continuato per pochi minuti ancora la loro azione di protesta prima di andare via.

LA CINA CONTRO L’ALTA CORTE DI HONG KONG

Proprio sulla decisione dell’Alta Corte dell’ex colonia che ha giudicato l’incostituzionalità del divieto di indossare le maschere in pubblico, varato lo scorso mese per frenare le manifestazioni di massa, la Cina è intervenuta a gamba tesa: «Nessun’altra istituzione ha il diritto di giudicare o di prendere decisioni se non il Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo», ha commentato in una nota Zang Tiewei, portavoce della Commissione Affari legislativi.

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Salvini è indagato per il caso Open Arms

Secondo Repubblica, le ipotesi di reato sono sequestro di persona e omissione d'atti d'ufficio. L'allora ministro si oppose allo sbarco di 164 migranti. Otto mesi fa il caso Diciotti, quando il leader leghista fu salvato dal parlamento (e dal M5s).

Matteo Salvini è indagato per il caso Open Arms. Secondo quanto riporta Repubblica, la procura di Agrigento ha aperto un fascicolo sul leader leghista, all’epoca dei fatti ministro dell’Interno, con le ipotesi di reato di sequestro di persona e omissione d’atti d’ufficio. I pm hanno passato il fascicolo alla Dda di Palermo, che ha il compito di verificare le ipotesi di reato – può confermarle, riformularle o chiedere l’archiviazione – prima del giudizio del tribunale dei ministri. Parlamento permettendo. La vicenda risale ad agosto, quando 164 migranti salvati in zona Sar libica furono costretti a restare per 20 giorni sulla nave umanitaria in mare, a mezzo miglio da Lampedusa.

A MARZO IL PARLAMENTO NEGÒ L’AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE

«L’Autorità pubblica aveva consapevolezza della situazione d’urgenza e il dovere di porvi fine ordinando lo sbarco delle persone», scrisse allora la procura di Agrigento. Che prima del caso Open Arms indagò Salvini per una vicenda simile, quella della Diciotti. In quell’occasione, il leader leghista fu salvato dal parlamento, che negò l’autorizzazione a procedere.

Il M5s voterà convintamente affinché il governo non debba rispondere di un’azione compiuta nell’interesse dello Stato e dei cittadini

Mario Giarrusso (M5s) sul caso Diciotti

Era marzo 2019 e il Carroccio governava col Movimento 5 stelle, che prese le parti del ministro: «Annuncio con orgoglio», disse il Aula il senatore Mario Giarrusso, «che il Movimento 5 stelle, dopo aver condiviso con i cittadini e i propri iscritti questa decisione, voterà convintamente affinché il governo non debba rispondere di un’azione compiuta nell’interesse dello Stato e dei cittadini». Otto mesi più tardi, gli equilibri a Palazzo Chigi sono cambiati. E non è detto che, se il caso Open Arms dovesse arrivare in parlamento, l’epilogo sarà lo stesso.

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Salvini è indagato per il caso Open Arms

Secondo Repubblica, le ipotesi di reato sono sequestro di persona e omissione d'atti d'ufficio. L'allora ministro si oppose allo sbarco di 164 migranti. Otto mesi fa il caso Diciotti, quando il leader leghista fu salvato dal parlamento (e dal M5s).

Matteo Salvini è indagato per il caso Open Arms. Secondo quanto riporta Repubblica, la procura di Agrigento ha aperto un fascicolo sul leader leghista, all’epoca dei fatti ministro dell’Interno, con le ipotesi di reato di sequestro di persona e omissione d’atti d’ufficio. I pm hanno passato il fascicolo alla Dda di Palermo, che ha il compito di verificare le ipotesi di reato – può confermarle, riformularle o chiedere l’archiviazione – prima del giudizio del tribunale dei ministri. Parlamento permettendo. La vicenda risale ad agosto, quando 164 migranti salvati in zona Sar libica furono costretti a restare per 20 giorni sulla nave umanitaria in mare, a mezzo miglio da Lampedusa.

A MARZO IL PARLAMENTO NEGÒ L’AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE

«L’Autorità pubblica aveva consapevolezza della situazione d’urgenza e il dovere di porvi fine ordinando lo sbarco delle persone», scrisse allora la procura di Agrigento. Che prima del caso Open Arms indagò Salvini per una vicenda simile, quella della Diciotti. In quell’occasione, il leader leghista fu salvato dal parlamento, che negò l’autorizzazione a procedere.

Il M5s voterà convintamente affinché il governo non debba rispondere di un’azione compiuta nell’interesse dello Stato e dei cittadini

Mario Giarrusso (M5s) sul caso Diciotti

Era marzo 2019 e il Carroccio governava col Movimento 5 stelle, che prese le parti del ministro: «Annuncio con orgoglio», disse il Aula il senatore Mario Giarrusso, «che il Movimento 5 stelle, dopo aver condiviso con i cittadini e i propri iscritti questa decisione, voterà convintamente affinché il governo non debba rispondere di un’azione compiuta nell’interesse dello Stato e dei cittadini». Otto mesi più tardi, gli equilibri a Palazzo Chigi sono cambiati. E non è detto che, se il caso Open Arms dovesse arrivare in parlamento, l’epilogo sarà lo stesso.

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Lo spread e la Borsa italiana del 19 novembre 2019

Piazza Affari si prepara all'apertura dopo una giornata in calo. Il differenziale Btp Bund a 154 punti base. I mercati in diretta.

La Borsa italiana si prepara all’apertura per la sessione del 19 novembre dopo che Piazza Affari (-0,5%) ha chiuso in calo, in linea con gli altri listini del Vecchio continente. Piazza Affari è stata appesantita dal calo del comparto automotive, dopo il taglio delle stime da parte di Volkswagen. L’attenzione degli investitori si concentra sull’allarme lanciato dalla Bundesbank sull’economia tedesca e l’attesa per gli sviluppi dei negoziati tra Usa e Cina sul commercio internazionale.

Scivolano Mediobanca e Ferragamo (-3,1%). Male il comparto delle auto con Cnh (-2,7%), Fca (-2,8%), Ferrari (-1,2%), Pirelli (-0,8%) e Brembo (-2,6%). In rosso anche i titoli legati al petrolio dove Saipem cede il 2,7%, Tenaris (-2,2%) e Eni (-0,7%). Tengono le banche con Bper (+1,2%), Intesa, Ubi e Banco Bpm (+0,5%). In positivo anche Tim (+0,1%), in attesa delle offerte dei fondi per Open Fiber.

LO SPREAD BTP-BUND A 154 PUNTI BASE

Poco mosso lo spread tra Btp e Bund che si attesta a 154 punti base, con il rendimento del decennale italiano all’1,2%.

I MERCATI IN DIRETTA

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L’Italia distrugge l’Armenia: a Palermo finisce 9-1

Sensazionale vittoria degli Azzurri nell'ultimo match del girone: a Palermo a segno due volte Immobile e Zaniolo. Completano il trionfo Barella, Romagnoli, Jorginho su rigore, Orsolini e Chiesa. Sono 10 successi su 10 nel girone.

Un’Italia mai vista prima inanella un record dopo e nell’ultimo match di qualificazione a Euro 2020 asfalta l’Armenia con un risultato mai visto in epoca moderna dalle nostre parti. A Palermo finisce 9-1 per gli Azzurri che, sicuri della qualificazione già da due turni, hanno addirittura innalzato il livello del loro gioco, sbarazzandosi agevolmente prima della Bosnia e poi dei malaugurati armeni, sommersi di reti allo stadio Renzo Barbera. Nella sua storia l’Italia aveva segnato nove gol in un singolo match soltanto in altre due occasioni, nel 1920 contro la Francia (9-4) e nel 1948 con gli Usa.

UNA DOPPIETTA CIASCUNO PER IMMOBILE E ZANIOLO

A firmare la decima vittoria su 10 incontri nel girone di qualificazione (anche questa una prima volta assoluta) sono stati Ciro Immobile e Nicolò Zaniolo con una doppietta ciascuno e, nell”ordine, Nicolò Barella, Alessio Romagnoli, Jorginho su calcio di rigore, Riccardo Orsolini e Federico Chiesa, entrambi alla prima rete in azzurro, col primo al debutto assoluto. Un risultato roboante che completa un percorso netto e forse irripetibile per il commissario tecnico Roberto Mancini. E che lascia ben sperare in vista dell’Europeo dell’anno prossimo.

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I giudici frenano lo spegnimento dell’Ilva

L'altoforno 2 resta in funzione dopo la richiesta del tribunale di Milano. Mattarella incontra i sindacati e promette una soluzione. Ma il governo studia il piano B.

Continua la battaglia a tutto campo per fronteggiare l’addio di ArcelorMittal al polo siderurgico italiano. Ma, intanto, alla richiesta del giudice di Milano di non interrompere l’attività degli impianti, la società risponde con la sospensione delle procedure di spegnimento (anche se l’altoforno 2 al momento resta acceso) in attesa della prima udienza sul ricorso d’urgenza presentato dai commissari, fissata per il 27 novembre.

TENSIONE SIA TRA I LAVORATORI CHE NEL GOVERNO

La tensione era rimasta alta tra i lavoratori, indotto compreso, in presidio davanti ai cancelli dello stabilimento di Taranto, ma anche nel governo, che prepara un piano B e incassa la data di un nuovo incontro tra il premier Giuseppe Conte, i ministri dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, e dell’Economia, Roberto Gualtieri, e il gruppo franco-indiano. Il vertice è fissato per venerdì 22 novembre alle 18.30. La notizia giunta in serata stempera, almeno per il momento, gli animi mentre la preoccupazione dei sindacati, arrivata al Quirinale e, raccolta dal capo dello Stato, fa sentire il suo peso.

LA PREOCCUPAZIONE DEL QUIRINALE PER GLI SVILUPPI

Sergio Mattarella per lo più ascolta i problemi sul tappeto, ma afferma come l’ex Ilva sia un grande problema nazionale che va risolto con tutto l’impegno e la determinazione, non solo per le implicazioni importantissime sul piano occupazionale, osserva, ma anche per quanto riguarda il sistema industriale italiano. I sindacati appaiono sollevati dopo le notizia arrivate da Taranto e il leader della Cgil, Maurizio Landini, salito al Colle con i segretari di Cisl, Annamaria Furlan e Uil, Carmelo Barbagallo, afferma che si tratta di «un primo risultato importante ma adesso non c’è tempo da perdere». Furlan si augura che sia il primo passo per «salvare» la fabbrica.

IL TRIBUNALE DI MILANO FISSA LA PRIMA UDIENZA

«Abbiamo fatto un atto eccezionale, non è norma discutere di crisi aziendali con il presidente della Repubblica» – riconoscono le rappresentanze dei lavoratori – «ma il fatto che ci abbia immediatamente dato questo incontro credo significhi che anche il presidente condivida l’eccezionalità della situazione e la necessità di una soluzione in tempi rapidi». Sul versante giudiziario, dove si allargano le indagini anche sul fronte tributario e per false comunicazioni al mercato, arriva invece dal tribunale di Milano (una seconda inchiesta è aperta al tribunale di Taranto) la data della prima udienza sul ricorso d’urgenza dei commissari: il prossimo 27 novembre. E proprio nel fissare la data, il giudice aveva invitato ArcelorMittal «a non porre in essere ulteriori iniziative e condotte in ipotesi pregiudizievoli per la piena operatività e funzionalità degli impianti». In sostanza, a non fermarli. Invito accolto dalla multinazionale dell’acciaio che da parte sua «prende atto e saluta con favore l’odierna decisione del tribunale di non accogliere la richiesta di emettere un’ordinanza provvisoria senza prima aver sentito tutte le parti». Si apprende intanto che nel ricorso i commissari parlano dell’iniziativa «gravissima» e «unilaterale» con cui Am vuole sciogliere il contratto di affitto – e della «dolosa intenzione di forzare con violenza e minacce» un riassetto dell’obbligo contrattuale – che riguarda un impianto industriale di «interesse strategico» e che determinerebbe «danni sistemici incalcolabili». Danni in definitiva a carico dell’ «intera economia nazionale».

L’ESECUTIVO PENSA AL PIANO B

Intanto di fronte alla possibilità che ArcelorMittal non faccia passi indietro e non riveda la decisione di lasciare Taranto e gli altri siti del Paese, il governo pensa al piano B: in tal caso, per l’ex Ilva scatterà «l’amministrazione straordinaria, con un prestito ponte» da parte dello Stato in modo da riportare l’azienda sul mercato entro «uno-due anni», spiega il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia. «Se necessario rifaremo senza alcun problema» l’amministrazione straordinaria che ha già «salvato l’Ilva dal crack dei Riva». Una «alternativa non c’è».

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I sondaggi politici elettorali del 18 novembre 2019

Salvini e Renzi perdono in una settimana rispettivamente lo 0,5% e lo 0,6% e calano al 34% e al 5%. I giallorossi si riequilibrano con il Pd a -0,3% e il M5s a +0,4%.

Matteo Salvini e Matteo Renzi sono i principali sconfitti dei sondaggi politici elettorali del 18 novembre 2019. Secondo la rilevazione di Swg per il TgLa7, la Lega passa dal 34,5% dell’11 novembre al 34% e Italia viva cala dal 5,6% al 5%. Variazioni meno significative per gli altri partiti, con il Pd che passa dal 18,6% al 18,3%, il M5s dal 15,8% al 16,2%, Fratelli d’Italia stabile al 9,5% e Forza Italia in crescita dal 6,2% al 6,4%.

La coalizione giallorossa di governo si afferma nei Comuni medio-grandi sfiorando il 50% in quelli oltre i 60 mila abitanti (49,9% è il dato preciso) mentre la coalizione di Centrodestra raggiunge il 51,5% in quelli con meno di 60mila abitanti e, nel totale dei Comuni, raggiunge il 49,1% a fronte del 43,9% dei partiti che sostengono l’attuale governo. È la sintesi dei risultati di una rilevazione, a cura di Noto Sondaggi ed Emg Acqua, commissionata da Asmel, l’Associazione nazionale per la Modernizzazione degli Enti Locali che rappresenta oltre 2.800 Comuni, che sarà illustrata lunedì prossimo, 18 novembre, a Napoli nel Forum Asmel sugli Enti Locali ospitato dal Centro Congressi dell’Hotel Ramada.

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Le Sardine riempiono anche piazza Grande a Modena

Nel giorno dell'appuntamento elettorale di Matteo Salvini sono tra le 6 e le 7 mila le persone scese in strada nella contro-manifestazione ispirata a quella bolognese di piazza Maggiore.

Il popolo delle ‘sardine’ risponde in massa anche a Modena nel giorno dell’appuntamento elettorale di Matteo Salvini. Dopo aver riempito piazza Maggiore a Bologna, infatti, si è riempita anche piazza Grande a Modena. Secondo le prime stime sono tre le 6 e le 7 mila le persone che hanno raggiunto piazza Grande, nonostante la pioggia battente che sta interessando tutto il territorio modenese. I manifestanti, sotto gli ombrelli aperti, hanno intonato Bella ciao e ripetuto lo slogan «Modena non si lega».

PIAZZA GREMITA NONOSTANTE LA PIOGGIA

«Loro queste cose non le sanno fare», hanno detto gli organizzatori dell’iniziativa, giovani bolognesi, facendo riferimento al «populismo di destra». La folla, che ha riempito piazza Grande completamente con gli ombrelli a causa della pioggia incessante, ha riposta con lo slogan già sentito a Bologna, ma in chiave modenese. Agitando gli ombrelli, con le riproduzioni in cartone di sardine a portata di mano, i manifestanti, soprattutto giovani, ma anche tante famiglie, hanno intonato più volte Bella ciao. Tra i concetti che il popolo delle sardine ha ribadito più volte: «L’Italia intera ci sta guardando, l’Europa intera ci vede». Gli organizzatori avevano inizialmente programmato l’iniziativa in piazza Mazzini, ma poi, visto l’alto numero di adesioni, hanno deciso di spostarsi in piazza Grande, sotto la Ghirlandina, il campanile che è uno dei simboli di Modena.

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