La situazione del maltempo in Piemonte e Liguria

Ad Alessandria una donna risulta dispersa. Murazzi allagati a Torino. Situazione critica anche nel Savonese, dove l'allerta è rossa. Mille persone sfollate in Valle d'Aosta.

Il maltempo non dà tregua all’Italia. Domenica 24 novembre la situazione più critica tocca il Piemonte, dove l’allerta è rossa e in mattinata la piena del Po ha superato la soglia di guardia. A Torino i Murazzi e il Borgo Medievale sono allagati. Sotto osservazione le aree del Meisino e del Fioccardo per possibili allagamenti nelle prossime ore. La Protezione civile del Comune è presente sul posto per controllare e informare la cittadinanza. Sono 267 le segnalazioni ricevute dall’inizio dell’emergenza maltempo alla Sala operativa della Protezione civile della Regione Piemonte. I volontari attivati sono finora 1.832.

UNA DONNA DISPERSA AD ALESSANDRIA

Un’auto con a bordo tre persone è finita nel fiume Bormida, in provincia di Alessandria, a causa dell’ondata di maltempo che sta interessando la zona. I vigili del fuoco hanno già recuperato due dei tre occupanti, che sono stati trasferiti in ospedale, mentre una terza persona risulta dispersa, una donna. L’incidente è avvenuto sulla strada provinciale 186 in prossimità del comune di Sezzadio.

IL SINDACO DI ASTI INVITA A LIMITARE GLI SPOSTAMENTI

La piena del fiume Tanaro, ad Asti, sta transitando dentro i margini previsti. A dirlo il sindaco di Asti, Maurizio Rasero, spiegando che stanno proseguendo i monitoraggi durati tutta la notte. «Abbiamo effettuato verifiche nelle aree soggette a criticità» e «con l’Aipo si è agito su alcuni manufatti di difesa spondale». «Il picco di piena è previsto non superi i cinque metri di altezza dalla colonnina di rilevamento cittadina» spiega il presidente della Provincia Paolo Lanfranco, «risultando confinato entro le arginature maestre urbane e sono tutt’ora in corso i monitoraggi delle aree golenali» aggiunge Rasero. Il primo cittadino rinnova l’invito alla popolazione a limitare gli spostamenti e non occupare impropriamente ponti, cavalcavia ed argini. Stesso monito dal presidente della Provincia. «La situazione sulle strade è insidiosa per allagamenti, frane e buche». .

ALLERTA ROSSA ANCHE NEL SAVONESE

Situazione drammatica anche in Liguria, dove le perturbazioni che hanno interessato la regione da ottobre ad oggi hanno stabilito un record: a Mele, Comune del Savonese, sono caduti 1.724 millimetri di pioggia. La media storica annuale è tra 1.700-1.800. «È passata la seconda nottata di allerta rossa in Liguria: ancora piogge con allagamenti e disagi diffusi, soprattutto su Savona e la Val Bormida. Evacuate dalle loro abitazioni altre 23 persone, 14 nella zona da Altare a Mallare (Savona) e 9 a Sant’Olcese (Genova) a causa di due frane». Così il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti stamani via Fb conferma che è il Savonese l’area più colpita dal maltempo in Liguria nelle ultime ore. «Restiamo in allerta rossa su Genova fino alle 12 e sul ponente ligure fino alle 15 di oggi: non abbassiamo la guardia».

MILLE PERSONE ISOLATE IN VALLE D’AOTA

Sono circa mille le persone isolate in Valle d’Aosta a causa delle valanghe che hanno portato alla chiusura di alcune strade regionali. Le situazioni più critiche sono quelle nella valle del Lys, dove Gressoney-La-Trinité è isolata a causa delle slavine che incombono sulla regionale. Interrotta anche la strada che porta a Champorcher a causa di una valanga finita sulla carreggiata. Chiuso anche il tratto finale della strada della Val Savarenche. In tutta la Regione, l’allerta meteo è arancione. É stato convocato d’urgenza il comitato viabilità.

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Giuseppe Conte ha detto che non ci sarà la crisi di governo

Ma, avverte, basta litigi. «Con il nuovo anno dovremo realizzare un cronoprogramma con le riforme che l’Italia attende da anni». E sull'ex Ilva dice: «Mittal è disponibile a tornare sui suoi passi».

Baste con le liti. Non ci sarà la crisi di governo, anzi occorrerà accelerarne l’azione con «una lista di priorità utili a rilanciare il Paese». A parlare è il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che, intervistato da Repubblica in apertura domenica mattina, ha richiamato gli alleati alla «concentrazione» sui nodi più importanti, tra i quali l’ex Ilva, su cui vede possibile una soluzione: «Mittal è disponibile a tornare sui suoi passi». «Con il nuovo anno dovremo realizzare un cronoprogramma con le riforme che l’Italia attende da anni», tra cui anche la revisione del sistema fiscale e in particolare l’Irpef, e «investire più efficacemente nell’istruzione, nella ricerca e nell’innovazione», ha annunciato.

«MAI PENSATO DI PRENDERE IL POSTO DI DI MAIO»

Il premier ha risposto inoltre a Nicola Zigaretti, che ha invitato il governo a trovare una sua anima: «Questo governo lavora per un Paese più verde, più digitalizzato, più equo e inclusivo» e «abbiamo un’anima forte, decisa, ad un tempo visionaria e pragmatica». Quanto allo ius culturae, Conte ha registrato la mancanza di convergenza per un accordo parlamentare e invita a prenderne atto e a concentrarsi sui temi su cui c’è piena condivisione. Il presidente del consiglio ha puntualizzato di non avere alcuna ambizione a prendere il posto di Di Maio come nuovo leader M5s: «Non mi sono mai candidato a questo ruolo. Non nutro alcuna aspirazione o velleità di questo tipo. Il Movimento», ha detto, «sta vivendo una fase di transizione. Sta per operare alcuni significativi cambiamenti, peraltro già annunciati. Auguro a Luigi Di Maio e al Movimento intero di realizzarli nel migliore dei modi». Infine, quanto alla soluzione sull’ex Ilva: «Le premesse ci sono. Un primo risultato l’abbiamo raggiunto: abbiamo bloccato il recesso di Arcelor-Mittal da Taranto» ed «evitato un disastro economico e sociale», «ho rispedito al mittente la loro richiesta di taglio». Non c’è più bisogno di un intervento pubblico? «Non lo escludo. Ma non in sostituzione. Se ci sarà, sarà una presenza di sostegno e, direi, di controllo».

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La Juventus tenta l’allungo, l’Inter tiene il passo

Negli anticipi di Serie A, bianconeri e nerazzurri vincenti con Atalanta e Torino. Mentre tra Milan e Napoli finisce 1-1.

La Juventus batte l’Atalanta e tenta l’allungo subito rintuzzato dall’Inter, dilagante in casa del Torino. Mentre la sfida tra le due malate illustri della Serie A, Napoli e Milan, finisce con un pareggio che serve a poco a entrambe.

HIGUAIN E DYBALA RIBALTANO L’ATALANTA

Nel sabato di anticipi di prestigio di questa 13esima giornata di Serie A, le prime big a scendere in campo sono Atalanta e Juventus, a Bergamo. Nerazzurri avanti con il gol di Robin Gosens su assist di Musa Barrow, che in precedenza aveva fallito un rigore. Nell’ultimo qarto d’ora la reazione della Juventus – orfana di un acciaccato Cristiano Ronaldo -, con la doppietta di Gonzalo Higuain (il secondo gol è viziato da un fallo di mano di Juan Cuadrado) e la rete del definitivo 1-3 di Paulo Dybala.

BONAVENTURA RIACCIUFFA IL NAPOLI

Nel match delle 18, a San Siro il Napoli del grande ex Carlo Ancelotti va avanti sul Milan con il gol di Hirving Lozano, che raccoglie la conclusione di Lorenzo Insigne sbattuta sulla traversa. Il vantaggio dei partenopei dura pochi minuti: il pareggio, con un gran destro, è firmato Giacomo Bonaventura, al gol dopo oltre 400 giorni segnati da una lunga sequela di infortuni.

LAUTARO E LUKAKU LANCIANO L’INTER

Nel match serale, l’Inter sbanca il campo del Torino grazie ai gol di Lautaro Martinez, Stefan De Vrij e Romelu Lukaku. Con questi risultati, la Juventus resta in vetta (35 punti) alla classifica con una lunghezza di vantaggio sull’Inter. Il Napoli, a 20 punti, rischia di vedersi allontanare ulteriormente la zona Champions, ora a 4 lunghezze, mentre il Milan resta impaludato nelle zone medio-basse della classifica, a 14 punti, cinque sopra la zona retrocessione.

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La strategia di Grillo dietro l’incontro con Di Maio

Il fondatore torna in campo per blindare il capo politico del M5s ma anche l'accordo col Pd. E zittire le sirene leghiste. Mettendo il cappello sulla transizione pentastellata. Con Casaleggio più defilato. Lo scenario.

Luigi Di Maio è e resta il capo politico del Movimento 5 stelle. Allo stesso modo, però, l’alleato di governo rimane il Pd e le sirene leghiste vanno messe a tacere. Sono questi i due concetti principali che emergono dell’incontro tra Di Maio e Beppe Grillo. Il fondatore del M5s blinda Di Maio, assicurandogli di essere lui al timone nella fase più delicata, ma fa lo stesso con l’intesa coi dem. Quello di Grillo è un ritorno in campo quasi obbligato per evitare l’implosione del M5s. E che, al momento, vede defilato Davide Casaleggio, più scettico rispetto a un percorso a braccetto con il Pd. Sarà Grillo, dunque, il garante della transizione che porterà il Movimento agli Stati generali della prossima primavera. Una buona notizia per l’ala riconducibile a Roberto Fico e anche per chi guarda al governo con il Pd con convinzione maggiore di Di Maio.

VERSO UN DIRETTORIO SOTTO MENTITE SPOGLIE

Di Maio ora è chiamato ad accelerare, entro metà dicembre, su quella formazione del “team del futuro” che sarà fatto di 12 referenti tematici e 6 referenti organizzativi. Ed è in quest’ultima tranche che potrebbe concentrarsi quella divisione di poteri che in tanti, tra i cinque stelle, ora pretendono. Tanto che più che di facilitatori si parla anche di una sorta di “triumvirato” che abbia le funzioni che furono del direttorio. Grillo aveva già incontrato, singolarmente, scontenti e vecchia guardia, manifestando loro il rischio che un leader si circondi di yes man. Questa volta, però, il fondatore “vigilerà” anche sulla linea politica. Con la Lega non si torna, è il messaggio. Grillo lo ha detto chiaramente a Di Maio, consapevole dei sospetti – circolati tra alcuni big del Movimento – che il ministro degli Esteri non sia convinto della strada comune del Pd e che, in questo suo scetticismo, si ritrovi perfettamente con Alessandro Di Battista.

Non siamo più quelli che eravamo dieci anni fa, mettetevelo in testa. È l’ entropia la nostra matrice, dal caos vengono le idee meravigliose, e ci saranno

Beppe Grillo

Non è detto che l’intervento di Grillo sia risolutivo. Qualcuno, nel Movimento, sperava nello strappo del fondatore rispetto a Di Maio. E, anche su Facebook, non mancano le proteste di qualche eletto alla blindatura di Di Maio. Certo, nel video l’ex comico torna a ribadire la fine del Movimento conosciuto finora. «Non siamo più quelli che eravamo dieci anni fa, mettetevelo in testa. È l’ entropia la nostra matrice, dal caos vengono le idee meravigliose, e ci saranno», è l’appello di Grillo ad attivisti ed eletti. Parole che nel disegno del fondatore si potrebbero tramutare in una svolta filo-Pd in Emilia-Romagna.

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Cosa c’è dietro il riavvicinamento tra governo e ArcelorMittal

L'esecutivo teme i costi politici dello stallo. L'azienda le ripercussioni giudiziarie. All'indomani del vertice a Palazzo Chigi, la multinazionale si fa più conciliante. Mentre dietro le quinte fervono i negoziati.

La schiarita ancora non c’è, ma paiono diradarsi timidamente le nubi sui rapporti tra il governo e Arcelor Mittal, all’indomani dell’incontro tra il premier Giuseppe Conte e i vertici dell’azienda. All’orizzonte, l’ipotesi di un compromesso per superare il braccio di ferro sugli impianti della ex Ilva. Da una parte, ArcelorMittal costretta dall’offensiva giudiziaria a restare a Taranto. Dall’altra, il governo che apre all’ulteriore ricorso alla cassa integrazione, a un ridimensionamento della produzione nel lungo periodo, fino a un possibile ruolo del settore pubblico nella riconversione ambientale. Il tavolo di Palazzo Chigi, dunque, potrebbe aver sbloccato lo stallo che aveva fatto fibrillare la maggioranza dopo l’annuncio del colosso siderurgico di ‘staccare la spina’ all’ex Ilva a gennaio. Anche se gli ostacoli restano.

GUALTIERI OTTIMISTA: «SIAMO SU BINARI POSITIVI»

Il negoziato si annuncia lungo, al netto di possibili, ulteriori colpi di scena che obbligano alla prudenza. Il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano avverte che «non ci si deve fare illusioni, non credo che Mittal si innamorerà nuovamente dell’Ilva». Più ottimista il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri: «Si sono create condizioni e la situazione si è rimessa su binari positivi». Da fonti vicine ad ArcelorMittal trapela una «quadro di normalità» nei livelli produttivi e negli ordini, con l’intenzione di pagare il 60% delle fatture scadute per l’indotto-appalto «entro lunedì 2 dicembre». Le ditte dell’indotto, che rivendicano il saldo delle fatture, sono al sesto giorno consecutivo di presidio delle portinerie dello stabilimento siderurgico di Taranto. Ancora non ha ricevuto risposta la richiesta, ribadita da Conte, di garanzie dalla multinazionale a non staccare la spina agli impianti già a gennaio. I toni di ArcelorMittal, però, si sono fatti più concilianti.

Le discussioni continueranno con l’obiettivo di raggiungere al più presto un accordo per una produzione sostenibile di acciaio a Taranto

ArcelorMittal

L’incontro «per discutere possibili soluzioni per gli impianti ex Ilva è stato costruttivo», si legge in una nota della multinazionale siderurgica. «Le discussioni continueranno con l’obiettivo di raggiungere al più presto un accordo per una produzione sostenibile di acciaio a Taranto». Prevale la volontà di cercare un’intesa. ArcelorMittal teme i rischi derivanti dall’apertura di fronti giudiziari in Italia. Il governo quelli (politici) derivanti dall’attuale stallo. Per facilitare la trattativa, l’esecutivo sarebbe pronto a invitare i commissari dell’Ilva ad acconsentire a una «breve dilazione» – come spiegava il 23 novembre una nota di Palazzo Chigi – dell’udienza del 27 novembre al Tribunale di Milano da cui ci si aspetta una dichiarazione di illegittimità della decisione della multinazionale.

IN CERCA DI UN COMPROMESSO, TRA DECARBONIZZAZIONE ED ESUBERI

Si cerca insomma di guadagnare tempo, per entrare nel vivo di un negoziato che rivedrebbe il piano industriale. Meno altiforni, conversione verso sistemi produttivi innovativi e più sostenibili. Con l’ipotesi di un ingresso dello Stato in una ‘newco’ che si occuperebbe della decarbonizzazione. E quella di un decreto ad hoc per Taranto, probabilmente prima di Natale, con l’intervento di società a controllo pubblico che contribuirebbero a ridurre l’impatto degli esuberi. L’esecutivo sarebbe disposto a concedere una riduzione dei livelli produttivi (già scesi a 4,5 da 6 milioni di tonnellate) nel lungo termine. Ma una linea rossa resta: il ‘no’ all’ipotesi che i 5 mila esuberi dichiarati dall’azienda divengano licenziamenti tout court. La soluzione potrebbe essere il ricorso agli ammortizzatori sociali con cassa integrazione per non più di 2.500 dipendenti.

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Ilaria Cucchi minacciata di morte sui social

Il post è stato pubblicato da un account riconducibile a un sostenitore della Lega. Che in passato aveva invocato attentati a moschee e al parlamento europeo. La sorella di Stefano: «Vorrei sapere Salvini cosa ne pensa».

Una pallottola in testa. È l’auspicio contenuto in un messaggio di morte indirizzato via social a Ilaria Cucchi. A denunciarlo, il 23 novembre, è stata la stessa sorella di Stefano su Facebook, dove ha allegato l’immagine del post di un utente che a 24 ore dall’annuncio della querela nei confronti del leader della Lega ha scritto: «Qualcuno le metterà una palla in testa prima o poi». «Chiedo a Matteo Salvini e a tutti gli iscritti alla Lega», ha commentato Ilaria, «cosa pensano di questo post. Dato che viene da un soggetto che ha un profilo nel quale si dichiara loro sostenitore. Non posso far altro che denunciare ma mi rendo conto che di fronte a tutto questo io e la mia famiglia siamo senza tutela».

UN ACCOUNT SOSPESO DA FACEBOOK PIÙ DI UNA VOLTA

Il post, che a quanto si apprende è stato segnalato alla polizia, è stato pubblicato da un account non nuovo a frasi minatorie nei confronti di Ilaria. «Insistendo, insistendo otterrà quello che vorrà», si legge in un altro post corredato dall’emoticon di un diavolo.

insistendo insistendo otterrà quello che merita😈

Posted by Valerio Melchila on Tuesday, November 19, 2019

Innumerevoli quelli contro il movimento delle Sardine e a favore della Lega e del suo leader Salvini. In un paio di messaggi, il titolare dell’account auspicava un attentato alle moschee o al parlamento europeo tanto da essere stato sospeso da Facebook più di una volta.

La droga fa male sempre e comunque, spero di non essere denunciato se il sabato pomeriggio denuncio che la droga fa male

Matteo Salvini

Salvini, da parte sua, il 23 novembre è tornato sul caso di Stefano Cucchi, pur senza citarlo, ribadendo un concetto che tanto aveva fatto discutere in seguito alla condanna di tre carabinieri per l’omicidio preterintenzionale del geometra romano, morto nell’ottobre del 2009: «La droga fa male sempre e comunque, spero di non essere denunciato se il sabato pomeriggio denuncio che la droga fa male, sempre e comunque», ha detto il leader della Lega.

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Un professore emiliano minaccia i suoi studenti sardine

Il caso a Fiorenzuola d'Arda. «Se becco qualcuno di voi, renderò la vostra vita un inferno».

Lui vota Lega, e non può tollerare che i suoi studenti manifestino in piazza contro Matteo Salvini. Così Giancarlo Talamini Bisi, professore dell’istituto superiore di Fiorenzuola d’Arda, ha deciso di minacciarli dal suo profilo Facebook. «Io sarò presente. Cari studenti, se becco qualcuno di voi, da martedì cambiate aria, nelle mie materie renderò la vostra vita un inferno, vedrete il 6 col binocolo e passerete la prossima estate sui libri. Di idioti in classe non ne voglio. Sardina avvisata». Un post che non poteva passare inosservato e ha sollevato un vero e proprio caso.

FIORAMONTI: «VERIFICA E SOSPENSIONE»

«A tutela dei diritti degli studenti e della stessa scuola ho attivato gli uffici del Miur per verificare i fatti e procedere con provvedimento immediato alla sospensione», ha scritto su Facebook il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti. «Educare al rispetto dei principi della Costituzione è uno dei fondamenti dell’istituzione scolastica, tra questi vi sono certamente il diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero ed a partecipare alla vita pubblica secondo i modi garantiti dalla Costituzione stessa. La scuola è inclusiva e, per definizione, deve educare al pensiero critico e indipendente. Anche il corpo docente, nell’esercitare la sua importantissima funzione, deve attenersi a questi principi, trasferendoli agli studenti, per non venir meno ai suoi doveri. Non sono perciò assolutamente ammissibili condotte lesive di tali valori, o che addirittura mettano a rischio la fiducia della comunità scolastica».

L’INTERVENTO DEL GOVERNO

«Chiederò all’ufficio scolastico regionale di fare i dovuti accertamenti, perché siamo di fronte a una situazione inaccettabile», ha affermato Peppe De Cristofaro, sottosegretario all’Istruzione. «È evidente che un docente non può permettersi un linguaggio e un comportamento del genere», ha aggiunto l’esponente di Leu. «Sono certo che verranno presi al più presto tutti i necessari provvedimenti per tutelare l’istituzione scolastica pubblica, l’istituto in cui lavora, e gli studenti di quella scuola». Scuola che si è prontamente dissociata dal comportamento dell’insegnante.«Preso atto della notizia che si sta diffondendo sui social riguardo le affermazioni di un proprio docente», l’istituto «comunica di aver già informato del fatto gli organi superiori dell’amministrazione scolastica al fine di adottare le misure opportune. Si sottolinea l’estraneità della scuola dalle affermazioni del docente in questione».

LA DENUNCIA DELLA VICEMINISTRA

«In molti stamattina mi hanno segnalato il gravissimo comportamento di Giancarlo Talamini Bisi», aveva denunciato la viceministra all’Istruzione Anna Ascani (Partito democratico). «Un insegnante che offende e promette di penalizzare gli studenti solo perché vorrebbero partecipare alle manifestazioni delle sardine, usando turpiloquio e minacce non troppo velate. Non è un comportamento tollerabile. Mi attiverò affinché si prendano provvedimenti. Nessuno può essere discriminato per le proprie idee, tanto meno nella scuola».

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Salvini spara ai migranti, polemica sulla scultura

L'opera dell'artista napoletano Salvatore Scuotto ritrae il leader della Lega come dentro un videogame e con la scritta 'Game Over'.

Matteo Salvini punta la pistola contro due migranti con le fattezze di zombie. L’opera di Salvatore Scuotto, esposta domenica 23 novembre a Napoli nella mostra collettiva ‘Virginem=Partena’ nella galleria Nabi Interior Design, fa discutere. E non piace per niente al leader della Lega: «Cosa non si fa per farsi un po’ di pubblicità, che squallore», ha commentato Salvini, «è una vera schifezza, è istigazione all’odio e alla violenza, altro che arte. Non vedo l’ora di tornare a Napoli per ammirare i fantastici Presepi tradizionali, non queste porcherie».

OPERA INIZIATA CON SALVINI MINISTRO

Così l’artista ha spiegato la genesi della sua opera al quotidiano Il Mattino: «Quando ho iniziato a creare, Salvini era ancora ministro dell’Interno. Ho voluto rappresentarlo come un bambinone che gioca a un videogame popolato da fantasmi, come si vede dai dettagli della pistola che è intenzionalmente sproporzionata. Dico che il suo messaggio politico è infantile, come una costante Play station in cui bisogna individuare il nemico e abbatterlo». Attaccato al pistola c’è un messaggio, ‘Game over’. «identifica la conclusione del videogioco. Chissà cosa indica: la fine di Salvini o quella dei suoi nemici?».

«COMUNISTA? SEMMAI ANARCHICO»

Scuotto, che questa volta partecipa in proprio ma fa parte del gruppo della Scarabattola – formazione controcorrente di maestri presepiali che nella natività ha inserito anche donne nude e diavoli – precisa anche di non aver creato «questa parodia salviniana perche sono comunista. Al massimo aspirerei a essere anarchico, non credo alla sinistra, troppo tiepida. Non voglio esprimere alcuna appartenenza ma so in cosa non credo».

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Donna incinta uccisa dal compagno a Partinico

Ana Maria Lacramioara Di Piazza aveva 30 anni e aspettava un figlio dal suo assassino. Gli aveva chiesto dei soldi, lui glieli aveva promessi, poi la lite e il femminicidio.

Aspettava un figlio dall’uomo che l’ha uccisa, Ana Maria Lacramioara Di Piazza, 30enne di origini rumene adottata da una coppia del piccolo centro in provincia di Palermo. Antonino Borgia, l’imprenditore di Partinico che la donna frequentava, ha confessato di averla presa a coltellate e colpi di bastone, e ha ricostruito le fasi del delitto.

UNA RELAZIONE INIZIATA DA UN ANNO

Ana Di Piazza, che aveva iniziato una relazione da un anno con l’imprenditore, gli aveva detto di essere incinta. I due si sono incontrati nella zona di Balestrate, il 22 novembre verso le 7. Lei è salita a bordo del furgone bianco in un cantiere dove l’impresa di Borgia, che realizza piscine, stava facendo alcuni lavori. La vittima aveva chiesto dei soldi all’uomo, circa 3 mila euro. Lui la sera prima aveva promesso di darglieli. Una volta arrivati al cantiere, dopo un rapporto sessuale, i due avrebbero iniziato a litigare. A quel punto Borgia ha estratto un coltello colpendo la donna alla pancia. Lei ha tentato di fuggire ma l’imprenditore l’ha rincorsa facendola risalire sul furgone. L’uomo aveva promesso alla vittima di portarla in ospedale. Ma nuovamente lungo la strada i due hanno ripreso a litigare. Alla fine lui l’ha colpita in testa con un bastone e poi le ha tagliato la gola. Ha nascosto il corpo nelle campagne.

DECISIVO UN TESTIMONE

Le aggressioni sarebbero state segnalate ai carabinieri della compagnia di Partinico da due testimoni che hanno chiamato in caserma. Dopo il fermo di Borgia, alle 17.30 circa si è presentato un uomo che ha riferito di avere visto in alcune riprese del sistema di videosorveglianza della sua abitazione in campagna a Balestrate la scena di un’aggressione. Nelle immagini c’era un uomo che senza pantaloni inseguiva una giovane insanguinata. Dopo che la donna aveva gridato di aspettare un figlio da lui Borgia avrebbe gettato il coltello, che sarà ritrovato dai carabinieri della compagnia di Partinico sporco di sangue, fa salire la giovane nel furgone per dirigersi verso l’ospedale di Partinico.

IL CORPO RITROVATO DAI CARABINIERI

Nel corso delle indagini i militari sono riusciti a ritrovare prima il corpo legato e nascosto in campagna con un telo e sotto le frasche e poi il furgone dell’imprenditore che aveva avuto il tempo di fare colazione in un bar, ripulire il mezzo e iniziare gli incontri di lavoro. Nel pomeriggio, dopo il pranzo, l’uomo è andato anche dal barbiere. L’indagine è coordinata dall’aggiunto Annamaria Picozzi e dal pm Chiara Capoluongo. Borgia è stato portato in carcere.

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La situazione del maltempo a Genova il 23 novembre 2019

Allagamenti, strade chiuse, 27 persone sfollate. La città si ritrova a gestire l'emergenza per l'allerta rossa meteo. La Valpolcevera è la zona più colpita.

Durante la notte del 23 novembre, il maltempo atteso con un’allerta rossa si è abbattuto con forza su Genova. La Valpolcevera è allagata per la pioggia intensa che si è abbattuta in particolare tra le 2 e le 4 del mattino. Sono esondati i rii Fegino e Ruscarolo. Diverse strade cittadine sono state chiuse e la protezione civile ha invitato i cittadini delle zone interessate a non uscire di casa. Ventisette persone sono state sfollate in via Rivarolo e a Teglia, tutti hanno trovato sistemazione autonoma, ha spiegato il Comune. I 125 abitanti in corso Perrone, dove quattro palazzine sono isolate a causa di allagamenti e una frana, sono invece nelle loro case in attesa che passi l’emergenza.

STRADE CHIUSE IN CITTÀ E FUORI

Diverse strade sono state chiuse in città e fuori. Il tratto di A7 Genova Milano tra Bolzaneto e Busalla in direzione Busalla è stato interrotto per un allagamento all’interno della galleria Brasile. Una frana è invece la causa della chiusura al traffico della strada SP 52 che porta al santuario di Nostra Signora della Guardia, il più importante santuario mariano della Liguria. La riapertura della strada è prevista solo dopo la messa in sicurezza del versante e l’unico percorso alternativo diventa quello attraverso la SP 51 di Livellato. Tutte percorribili le altre strade provinciali.

TOTI: «VALPOLCEVERA LA PIÙ COLPITA»

«Notte di forti piogge a Genova, la zona più colpita è stata la Valpolcevera, dove si sono registrati i danni maggiori con allagamenti diffusi, alcune strade chiuse, auto e scantinati finiti sott’acqua e decine di interventi da parte dei vigili del fuoco», ha scritto sui social il presidente della Liguria Giovanni Toti. Al momento è la vallata colpita dalla tragedia del ponte Morandi, l’area più interessata dalla perturbazione delle ultime ore. «Raccomandiamo di limitare il più possibile gli spostamenti e di prestare attenzione. Seguite tutti gli aggiornamenti tramite i siti di riferimento tra cui quello di Regione Liguria e allertaliguria.gov.it».

NESSUN FERITO

«Fortunatamente non c’è nessuno che si è fatto male. Ci sono persone sfollate, isolati per le tante frane che stiamo gestendo», ha detto l’assessore alla protezione civile di Regione Liguria Giacomo Giampedrone a Primocanale intervenendo nella diretta dell’emittente sull’emergenza meteo rossa in corso in Regione e sui vari allagamenti registrati in val Polcevera. «Il fenomeno notturno ha fatto capire ancora una volta cosa significa gestire una allerta rossa a Genova e in Liguria. Sono caduti quasi i 300 millimetri di pioggia in tre ore in tutta la Valpolcevera. La perturbazione si sta spostando verso ponente», ha spiegato. «Ora la val Bormida è attenzionata speciale considerando che negli ultimi giorni sono caduti oltre 1.200 millimetri di pioggia, quando ne cadono solitamente 1.700 in un anno. Non mi stupirei se ci fosse una prosecuzione dell’allerta, magari anche di colore più tenue», nella prima parte della giornata di domani.

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L’ultimatum di Conte dietro l’incontro coi i vertici di ArcelorMittal

Lakshmi e Aditya Mittal al tavolo coi ministri Patuanelli e Gualtieri e il premier. Che avverte: «Rispettate gli impegni o sarà battaglia». Mentre l'inchiesta milanese svela il piano dell'azienda per fermare l'Ilva.

La sera del 22 novembre, a mercati chiusi, il premier Giuseppe Conte ha incontrato Lakshmi e Aditya Mittal, padre e figlio, i vertici del gruppo ArcelorMittal. Al suo fianco i ministri Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli. L’obiettivo: capire se si può trattare o no, per poi entrare nel vivo del negoziato. A riunione in corso, si è aggiunta anche l’ad di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli. Mittal s’è seduta al tavolo dopo aver inviato segnali di apertura. Il premier ha posto agli indiani un aut aut preciso: «O garantite la possibilità di rispettare gli impegni contrattuali o reagiremo adeguatamente alla battaglia giudiziaria che voi avete voluto». E ancora: «Non possiamo accettare un disimpegno dagli impegni contrattuali», ha detto Conte prima di mettersi al tavolo. Ciò vuol dire che il negoziato del governo si svilupperà se ci sarà da parte di ArcelorMittal la sospensione del procedimento per la revoca avviato in tribunale.

Il 27 novembre è in programma a Milano un’udienza per decidere del ricorso presentato dal governo contro quella revoca. Un documento delle parti potrebbe chiedere altro tempo e sospendere la via giudiziaria per lasciare spazio ai tavoli, anche con i sindacati. Ma il tavolo serale a Palazzo Chigi potrebbe essere solo il primo di una serie di incontri e contatti da portare avanti nel weekend, per dare il 25 novembre un segnale anche ai mercati. Appare poco chiaro fin dove si spinga la disponibilità di Mittal, tant’è che più fonti governative invitano alla prudenza. Il sospetto che la multinazionale voglia andar via non è ancora archiviato. Anzi. Se così sarà, l’esecutivo è pronto a mettere subito in campo il “piano B“, con la nomina di un commissario e una nazionalizzazione ponte mentre si cerca una nuova cordata, da affiancare alla “battaglia giudiziaria del secolo” per avere dall’azienda un risarcimento miliardario.

LE CONDIZIONI DEL GOVERNO SULL’ILVA

Se invece si tratterà, il punto di partenza per l’esecutivo è che Mittal ritiri la richiesta di 5 mila esuberi e assicuri la prosecuzione di una produzione a regime, con l’impegno ad andare avanti nelle bonifiche e nel risanamento ambientale. L’esecutivo è pronto a far fronte a una contrazione temporanea della produzione determinata dal mercato e a garantire ammortizzatori sociali per un massimo di 2.500 esuberi (ma secondo alcune fonti si potrebbe arrivare a 3 mila). In più ci sarebbe un decreto per lo scudo penale, uno sconto sugli affitti degli impianti e sulle bonifiche e, in prospettiva, un piano che punti alla decarbonizzazione. Il governo non può dare garanzie, come chiede l’azienda, sull’Altoforno 2, ma i commissari hanno già chiesto alla procura di Taranto più tempo per la messa in sicurezza. A fare da corollario ci sarebbe poi la possibilità di un intervento di Cdp (ma non nell’azionariato con Mittal), un più forte impegno di Intesa e risorse di aziende a partecipazione pubblica come Terna in progetti per Taranto.

LE TESTIMONIANZE DEI DIRIGENTI NELL’INCHIESTA MILANO

Un Consiglio dei ministri straordinario potrebbe essere convocato per il “cantiere Taranto”, il pacchetto di misure (alcune potrebbero entrare in manovra) del governo per la città e a sostegno dell’occupazione (si valuta un decreto ma potrebbe essere un disegno di legge). A indurre il governo a tenere fino all’ultimo la guardia alta con Mittal ci sono comunque le notizie che arrivano dal fronte giudiziario. Dalle testimonianze dei dirigenti nell’inchiesta milanese, emerge che è stato «cancellato l’approvvigionamento delle materie prime» e che «già a settembre Morselli dichiarava che la società aveva esaurito la finanza» per l’operazione.

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Al congresso Cdu rivince Akk con la linea di centro (per ora)

L'erede di Merkel confermata alla presidenza del primo partito di Germania. L'avversario interno Merz in ritirata in attesa della corsa per la cancelleria.

L’erede di Angela Merkel, Annegret Kramp-Karrenbauer, ha riconquistato la sua Cdu. A Lipsia, in Sassonia la leader dei cristiano-democratici si è spinta a mettere in discussione il mandato, chiedendo una posizione chiara al congresso.

MERZ IN RITIRATA IN ATTESA DELLE POLITICHE

«Vi ho illustrato la strada che propongo», ha detto dopo un’ora e 20 di intervento – se ritenete che questa, che vorrei percorrere con voi, non sia quella giusta, allora parliamone oggi. E chiudiamola qui, adesso». Altrimenti «rimbocchiamoci le maniche». Il risultato è stato un’ovazione di sette minuti. Angela Merkel le ha lasciato tutto lo spazio. E l’avversario, Friedrich Merz, vistosamente è arretrato: nella replica che tutti attendevano, molti in apnea, si è limitato a chiarire che la decisione sulla candidatura a cancelliere andrà presa fra un anno, assicurando “lealtà” alla presidente del partito, che lo ha battuto un anno fa ad Amburgo.

«Sono state fatte cose buone in questi 14 anni, di cui possiamo andare fieri», secondo Akk. Ovviamente sono stati commessi anche degli errori, ma demolire tutto ciò che è stato realizzato «non è una buona strategia elettorale». Poi un lungo elenco sulle incognite future: potrebbe accadere che la Germania non avrà più il ruolo di oggi, che dipenderà da altri, che i giovani lasceranno il paese, «se non faremo le scelte giuste», ha detto. Ma non è questo il Paese sognato da Akk, che coniuga il verbo del comando, passando dal «vorrei» al «voglio»”.

Nel discorso ci sono le «biografie spezzate» della Ddr, che spiegano le difficoltà di capire i Laender dell’Est di oggi, dove Afd spopola, come accade nella Sassonia scelta per questo incontro. Parla a lungo dei bambini, che hanno diritto al tempo dei loro genitori: più home-office per tutti, l’infanzia è più serena se i genitori lo sono. Cita gli anziani da assistere, in una vita il più dignitosa possibile. Dà una stoccata ai verdi: «all’industria serve l’energia e questa deve essere pagabile». Ma la sostenibilità, rivendica, è profondamente ancorata in quella ‘C’ che gli attivisti di Greenpeace hanno rubato ieri dal logo della sede del partito. «Non è un’invenzione degli ambientalisti», insomma. C’è un ritorno sulla proposta sulla Siria, che l’ha messa fuori gioco qualche settimana fa: «Non basta dire che sia tutto terribile» e poi non si fa nulla. La Germania deve essere solidale e fare la sua parte. Nettissima è stata infine la distanza da chi, nel partito, vorrebbe allearsi con l’ultradestra: «Con chi dice che il nazionalsocialismo sia stato una cacca di uccello non abbiamo nulla a che fare», dice ripetendo la trovata del leader di Afd, Alexander Gauland. E alla Werteunion, corrente di destra che suggerisce un’alleanza con loro, ribatte: «L’Unione è una sola, con i nostri valori di centro». Il messaggio funziona. «Rivolta disdetta», scrive la Faz. Uno a zero, ha vinto AKK, per la Bild on line. E dunque resta al comando, almeno per ora.

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Al congresso Cdu rivince Akk con la linea di centro (per ora)

L'erede di Merkel confermata alla presidenza del primo partito di Germania. L'avversario interno Merz in ritirata in attesa della corsa per la cancelleria.

L’erede di Angela Merkel, Annegret Kramp-Karrenbauer, ha riconquistato la sua Cdu. A Lipsia, in Sassonia la leader dei cristiano-democratici si è spinta a mettere in discussione il mandato, chiedendo una posizione chiara al congresso.

MERZ IN RITIRATA IN ATTESA DELLE POLITICHE

«Vi ho illustrato la strada che propongo», ha detto dopo un’ora e 20 di intervento – se ritenete che questa, che vorrei percorrere con voi, non sia quella giusta, allora parliamone oggi. E chiudiamola qui, adesso». Altrimenti «rimbocchiamoci le maniche». Il risultato è stato un’ovazione di sette minuti. Angela Merkel le ha lasciato tutto lo spazio. E l’avversario, Friedrich Merz, vistosamente è arretrato: nella replica che tutti attendevano, molti in apnea, si è limitato a chiarire che la decisione sulla candidatura a cancelliere andrà presa fra un anno, assicurando “lealtà” alla presidente del partito, che lo ha battuto un anno fa ad Amburgo.

«Sono state fatte cose buone in questi 14 anni, di cui possiamo andare fieri», secondo Akk. Ovviamente sono stati commessi anche degli errori, ma demolire tutto ciò che è stato realizzato «non è una buona strategia elettorale». Poi un lungo elenco sulle incognite future: potrebbe accadere che la Germania non avrà più il ruolo di oggi, che dipenderà da altri, che i giovani lasceranno il paese, «se non faremo le scelte giuste», ha detto. Ma non è questo il Paese sognato da Akk, che coniuga il verbo del comando, passando dal «vorrei» al «voglio»”.

Nel discorso ci sono le «biografie spezzate» della Ddr, che spiegano le difficoltà di capire i Laender dell’Est di oggi, dove Afd spopola, come accade nella Sassonia scelta per questo incontro. Parla a lungo dei bambini, che hanno diritto al tempo dei loro genitori: più home-office per tutti, l’infanzia è più serena se i genitori lo sono. Cita gli anziani da assistere, in una vita il più dignitosa possibile. Dà una stoccata ai verdi: «all’industria serve l’energia e questa deve essere pagabile». Ma la sostenibilità, rivendica, è profondamente ancorata in quella ‘C’ che gli attivisti di Greenpeace hanno rubato ieri dal logo della sede del partito. «Non è un’invenzione degli ambientalisti», insomma. C’è un ritorno sulla proposta sulla Siria, che l’ha messa fuori gioco qualche settimana fa: «Non basta dire che sia tutto terribile» e poi non si fa nulla. La Germania deve essere solidale e fare la sua parte. Nettissima è stata infine la distanza da chi, nel partito, vorrebbe allearsi con l’ultradestra: «Con chi dice che il nazionalsocialismo sia stato una cacca di uccello non abbiamo nulla a che fare», dice ripetendo la trovata del leader di Afd, Alexander Gauland. E alla Werteunion, corrente di destra che suggerisce un’alleanza con loro, ribatte: «L’Unione è una sola, con i nostri valori di centro». Il messaggio funziona. «Rivolta disdetta», scrive la Faz. Uno a zero, ha vinto AKK, per la Bild on line. E dunque resta al comando, almeno per ora.

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Il vertice di governo non scioglie il rebus sul fondo salva-Stati

Il M5s prende le distanze: «Non vogliamo una riforma che stritoli il Paese». E il premier Conte si scontra con la Lega. L'Italia dovrà prendere ufficialmente posizione al prossimo Eurogruppo.

Due ore attorno al tavolo per certificare, di fatto, come sul fondo salva-Stati il governo sia ancora diviso. Il vertice che si è svolto a Palazzo Chigi il 22 novembre non ha risolto il nodo del Mes (Meccanismo europeo di stabilità), che si aggroviglia ulteriormente a pochi giorni dall’Eurogruppo del 4 dicembre, quando l’Italia sarà chiamata a chiarire la sua posizione.

È un nodo che rischia di ingigantirsi e di complicare i rapporti non solo tra Pd e M5s, ma anche tra Roma e Bruxelles. E, non a caso, il premier Giuseppe Conte è costretto a rimettere i panni del mediatore, dispensando assicurazioni: «L’Italia non rischia mai l’isolamento, c’è stato un confronto positivo».

L’atmosfera del vertice, secondo fonti della maggioranza, è stata costruttiva. Ma il M5s, con la sponda di Liberi e uguali, ha voluto mettersi di traverso. Mentre il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri si è fatto portavoce dell’ala favorevole all riforma del Meccanismo. La logica del pacchetto, invocata già a giugno da Conte – ovvero accompagnare alla revisione del Mes la creazione di uno strumento di Bilancio per la competitività e la convergenza nell’Eurozona (Bicc) e l’approfondimento dell’Unione bancaria con la garanzia dei depositi (Edis) – per il titolare del Tesoro sarebbe sostanzialmente rispettata, visto che è stata messa in campo una roadmap. Ma il percorso su questi fronti, rispetto alla riforma del Mes, è in evidente ritardo.

LEGGI ANCHE: Cos’è il Mes e perché Salvini e Meloni attaccano il governo

IL M5S SI OPPONE ALLA RIFORMA

Ad ascoltare Gualtieri c’erano anche i rappresentanti di M5s, Liberi e uguali e Italia viva, oltre che del Pd. E Di Maio non ha nascosto la sua linea divergente, spiegando la necessità di ulteriori approfondimenti: «Non vogliamo una riforma che stritoli il Paese», ha detto il leader pentastellato, negando qualsiasi battibecco con il ministro dell’Economia. La linea Di Maio, di fatto, è quella della gran parte dei gruppi pentastellati. All’assemblea congiunta degli eletti, in programma mercoledì 27 novembre, si parlerà anche di questo.

MOSCOVICI INCORAGGIA IL GOVERNO

Il Mes è stato anche al centro degli incontri che il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici, ha avuto a Roma con Conte e con Gualtieri. «Nessuno vuole mettere l’Italia sotto tutela», ha detto il francese, «il governo italiano sa ciò che va fatto».

LA LEGA ATTACCA CONTE

Opposto il punto di vista del leader della Lega, Matteo Salvini: «Non vorrei che Conte avesse venduto la nostra sovranità per tenersi la poltrona. Se fosse andata così, allora saremmo di fronte ad alto tradimento». Parole che hanno irritato non poco Palazzo Chigi: «L’isolamento lo si rischia quando si sparano slogan contro il mondo e non ci si siede ai tavoli». La Lega, però, non molla. E con Claudio Borghi rilancia: «Lo sa Conte che il M5s è per la liquidazione del trattato?».

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Il vertice di governo non scioglie il rebus sul fondo salva-Stati

Il M5s prende le distanze: «Non vogliamo una riforma che stritoli il Paese». E il premier Conte si scontra con la Lega. L'Italia dovrà prendere ufficialmente posizione al prossimo Eurogruppo.

Due ore attorno al tavolo per certificare, di fatto, come sul fondo salva-Stati il governo sia ancora diviso. Il vertice che si è svolto a Palazzo Chigi il 22 novembre non ha risolto il nodo del Mes (Meccanismo europeo di stabilità), che si aggroviglia ulteriormente a pochi giorni dall’Eurogruppo del 4 dicembre, quando l’Italia sarà chiamata a chiarire la sua posizione.

È un nodo che rischia di ingigantirsi e di complicare i rapporti non solo tra Pd e M5s, ma anche tra Roma e Bruxelles. E, non a caso, il premier Giuseppe Conte è costretto a rimettere i panni del mediatore, dispensando assicurazioni: «L’Italia non rischia mai l’isolamento, c’è stato un confronto positivo».

L’atmosfera del vertice, secondo fonti della maggioranza, è stata costruttiva. Ma il M5s, con la sponda di Liberi e uguali, ha voluto mettersi di traverso. Mentre il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri si è fatto portavoce dell’ala favorevole all riforma del Meccanismo. La logica del pacchetto, invocata già a giugno da Conte – ovvero accompagnare alla revisione del Mes la creazione di uno strumento di Bilancio per la competitività e la convergenza nell’Eurozona (Bicc) e l’approfondimento dell’Unione bancaria con la garanzia dei depositi (Edis) – per il titolare del Tesoro sarebbe sostanzialmente rispettata, visto che è stata messa in campo una roadmap. Ma il percorso su questi fronti, rispetto alla riforma del Mes, è in evidente ritardo.

LEGGI ANCHE: Cos’è il Mes e perché Salvini e Meloni attaccano il governo

IL M5S SI OPPONE ALLA RIFORMA

Ad ascoltare Gualtieri c’erano anche i rappresentanti di M5s, Liberi e uguali e Italia viva, oltre che del Pd. E Di Maio non ha nascosto la sua linea divergente, spiegando la necessità di ulteriori approfondimenti: «Non vogliamo una riforma che stritoli il Paese», ha detto il leader pentastellato, negando qualsiasi battibecco con il ministro dell’Economia. La linea Di Maio, di fatto, è quella della gran parte dei gruppi pentastellati. All’assemblea congiunta degli eletti, in programma mercoledì 27 novembre, si parlerà anche di questo.

MOSCOVICI INCORAGGIA IL GOVERNO

Il Mes è stato anche al centro degli incontri che il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici, ha avuto a Roma con Conte e con Gualtieri. «Nessuno vuole mettere l’Italia sotto tutela», ha detto il francese, «il governo italiano sa ciò che va fatto».

LA LEGA ATTACCA CONTE

Opposto il punto di vista del leader della Lega, Matteo Salvini: «Non vorrei che Conte avesse venduto la nostra sovranità per tenersi la poltrona. Se fosse andata così, allora saremmo di fronte ad alto tradimento». Parole che hanno irritato non poco Palazzo Chigi: «L’isolamento lo si rischia quando si sparano slogan contro il mondo e non ci si siede ai tavoli». La Lega, però, non molla. E con Claudio Borghi rilancia: «Lo sa Conte che il M5s è per la liquidazione del trattato?».

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Le Sardine invadono Palermo: migliaia di persone in piazza

In 4 mila al grido di «Populisti, la festa è finita». Tra i manifestanti anche il sindaco Orlando.

Una piazza piena, non solo di giovani, e un messaggio ripetuto: «Populisti, la festa è finita». Lo grida, davanti al teatro Massimo a oltre 4 mila persone, Chiara Puccio, una delle sardine sbarcate a Palermo. Questo è l’esordio del movimento in Sicilia che dice basta alla comunicazione politica aggressiva. «Avete rovesciato odio e bugie, mescolando verità e menzogne», incalza Chiara. «Ma ora la corda, troppo tesa, si è spezzata. Non c’è bisogno che venite a liberarci. Siamo noi a doverci liberare della vostra presenza ossessiva». La piazza applaude. Una ragazza alza un cartello che sul filo dell’ironia proclama: «Sarda si nasce e io siculamente lo nacqui». Il movimento non caccia indietro la politica ma con Leandro Spilla attacca quella che in tivù espone il suo volto peggiore della rissa e dello scontro. «Noi reclamiamo la politica del confronto vero e dei valori. E siamo qui per dire che consideriamo la diversità una ricchezza. Finora c’è stata una narrazione aggressiva. Invece abbiamo bisogno di una politica che sappia prima di tutto ascoltare le ragioni degli altri».

IN PIAZZA SULLE NOTE DI BELLA CIAO

Davanti alla scalinata del teatro si stringono giovani, signore, professionisti, studenti. Gli organizzatori parlano di quasi 10 mila manifestanti. Di certo la piazza davanti al Teatro Massimo è gremita di persone. Confusi tra la folla anche il sindaco Leoluca Orlando e il suo vice Fabio Giambrone; la mattina del 22 novembre l’amministrazione comunale aveva annunciato la propria adesione. Ma i promotori, anche a Palermo, hanno voluto tenere fuori simboli di partito. Si vede solo qualche piccola bandiera arcobaleno, molte sardine disegnate. Uno alza la voce: «Siamo tanti, siamo più forti di loro». Dopo l’attacco ai populisti, dal megafono gracchiante Chiara Puccio mette sotto accusa i social, strumento della «comunicazione vuota» e pieni di insulti. «Avete distrutto la vita delle persone, ci avete intimidito, ma ora ci siamo svegliati». Da qui l’invito che scalda le sardine: «Usciamo dai social, ritroviamoci nelle piazze». E alla fine tutti a cantare Bella ciao. Senza coordinamento musicale ma con tanto ardore.

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Le Sardine invadono Palermo: migliaia di persone in piazza

In 4 mila al grido di «Populisti, la festa è finita». Tra i manifestanti anche il sindaco Orlando.

Una piazza piena, non solo di giovani, e un messaggio ripetuto: «Populisti, la festa è finita». Lo grida, davanti al teatro Massimo a oltre 4 mila persone, Chiara Puccio, una delle sardine sbarcate a Palermo. Questo è l’esordio del movimento in Sicilia che dice basta alla comunicazione politica aggressiva. «Avete rovesciato odio e bugie, mescolando verità e menzogne», incalza Chiara. «Ma ora la corda, troppo tesa, si è spezzata. Non c’è bisogno che venite a liberarci. Siamo noi a doverci liberare della vostra presenza ossessiva». La piazza applaude. Una ragazza alza un cartello che sul filo dell’ironia proclama: «Sarda si nasce e io siculamente lo nacqui». Il movimento non caccia indietro la politica ma con Leandro Spilla attacca quella che in tivù espone il suo volto peggiore della rissa e dello scontro. «Noi reclamiamo la politica del confronto vero e dei valori. E siamo qui per dire che consideriamo la diversità una ricchezza. Finora c’è stata una narrazione aggressiva. Invece abbiamo bisogno di una politica che sappia prima di tutto ascoltare le ragioni degli altri».

IN PIAZZA SULLE NOTE DI BELLA CIAO

Davanti alla scalinata del teatro si stringono giovani, signore, professionisti, studenti. Gli organizzatori parlano di quasi 10 mila manifestanti. Di certo la piazza davanti al Teatro Massimo è gremita di persone. Confusi tra la folla anche il sindaco Leoluca Orlando e il suo vice Fabio Giambrone; la mattina del 22 novembre l’amministrazione comunale aveva annunciato la propria adesione. Ma i promotori, anche a Palermo, hanno voluto tenere fuori simboli di partito. Si vede solo qualche piccola bandiera arcobaleno, molte sardine disegnate. Uno alza la voce: «Siamo tanti, siamo più forti di loro». Dopo l’attacco ai populisti, dal megafono gracchiante Chiara Puccio mette sotto accusa i social, strumento della «comunicazione vuota» e pieni di insulti. «Avete distrutto la vita delle persone, ci avete intimidito, ma ora ci siamo svegliati». Da qui l’invito che scalda le sardine: «Usciamo dai social, ritroviamoci nelle piazze». E alla fine tutti a cantare Bella ciao. Senza coordinamento musicale ma con tanto ardore.

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Sette anni e mezzo ai due italiani condannati per stupro a Londra

Ferdinando Orlando e Lorenzo Costanzo erano già stati ritenuti colpevoli della violenza commessa in una discoteca di Soho.

I due giovani italiani Ferdinando Orlando e Lorenzo Costanzo, già riconosciuti colpevoli a Londra dello stupro di una ragazza avvenuto il 26 febbraio 2017 in una discoteca di Soho, dovranno fare sette anni e mezzo di carcere ciascuno. Nel verdetto emesso il 15 ottobre scorso il giudice della Isleworth Crown Court di Londra si era riservato di rendere nota in seguito la durata del periodo di detenzione, come avviene nel Common Law anglosassone.

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Sette anni e mezzo ai due italiani condannati per stupro a Londra

Ferdinando Orlando e Lorenzo Costanzo erano già stati ritenuti colpevoli della violenza commessa in una discoteca di Soho.

I due giovani italiani Ferdinando Orlando e Lorenzo Costanzo, già riconosciuti colpevoli a Londra dello stupro di una ragazza avvenuto il 26 febbraio 2017 in una discoteca di Soho, dovranno fare sette anni e mezzo di carcere ciascuno. Nel verdetto emesso il 15 ottobre scorso il giudice della Isleworth Crown Court di Londra si era riservato di rendere nota in seguito la durata del periodo di detenzione, come avviene nel Common Law anglosassone.

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La Consulta colma il vuoto legislativo sul suicidio assistito

Pubblicate le motivazioni della sentenza sul caso dj Fabo. Finché il parlamento non interverrà, saranno valide le stesse norme che regolano il testamento biologico. Per i medici nessun obbligo.

La Corte costituzionale ha chiarito che saranno le strutture pubbliche del Servizio sanitario nazionale a verificare l’esistenza delle condizioni che rendono legittimo l’aiuto al suicidio e le relative modalità di esecuzione.

Condizioni che ricorrono quando l’aiuto è prestato a una persona tenuta in vita da idratazione e alimentazione artificiali, affetta da una patologia irreversibile fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

Un organo collegiale terzo, cioè il Comitato etico territorialmente competente, garantirà la tutela delle situazioni di particolare vulnerabilità. Ma in ogni caso nessun obbligo di prestare l’aiuto al suicidio ricadrà sui medici. Verrà infatti affidato «alla coscienza del singolo scegliere se esaudire la richiesta del malato».

LEGGI ANCHE: Che differenza c’è tra eutanasia e suicidio assistito

LA SENTENZA SUL CASO DJ FABO

Le disposizioni sono contenute nelle motivazioni della sentenza con cui il 25 settembre la Consulta ha dichiarato incostituzionale l’articolo 580 del codice penale, proprio nella parte in cui non esclude l’incriminazione di chi presta aiuto al suicidio nei casi sopra richiamati. Una sentenza nata dalla vicenda di dj Fabo e da molti considerata storica, a partire dall’Associazione Luca Coscioni, ma che una parte della politica, del mondo cattolico e dei medici aveva contestato.

LA LATITANZA DEL PARLAMENTO

I giudici costituzionali, ancora una volta, si rivolgono al parlamento affinché intervenga con una «compiuta disciplina» sul fine vita, dopo la richiesta caduta nel vuoto nel 2017, quando la Corte decise di sospendere il giudizio proprio per dare il tempo alle Camere di legiferare. Ma «in assenza di ogni determinazione da parte del parlamento», l’esigenza di garantire la legalità costituzionale «deve prevalere su quella di lasciare spazio alla discrezionalità del legislatore».

LA SOLUZIONE DEI GIUDICI

Per colmare il vuoto legislativo, la Consulta ha quindi deciso di fare riferimento alle Dat, le Dichiarazioni anticipate di trattamento che regolano il testamento biologico. D’ora in poi la volontà di morire con il suicidio assistito dovrà essere documentata in forma scritta o con la video registrazione; il medico dovrà prospettare le possibili alternative e prestare ogni sostegno al paziente, anche avvalendosi dei centri di assistenza psicologica; e ci dovrà essere come pre-condizione il coinvolgimento del paziente in un percorso di cure palliative.

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