La procura della città ligure vuole accertare anche lo stato dei piloni. Al momento «è impossibile» stabilire la causa del cedimento. Il gruppo Gavio: «Ricostruzione in quattro mesi».
C’è anche lo stato dei piloni nell’inchiesta della procura di Savona che indaga sul viadotto della A6 “Madonna del Monte” crollato domenica 24 novembre.
Quel tratto di autostrada è di competenza di Autostrada dei Fiori, di proprietà del gruppo Gavio. Una porzione di circa 30 metri è venuta giù «a causa di una frana che ha travolto i pilastri», ha detto Giovanni Toti, governatore della Regione Liguria.
Ma il procuratore di Savona, Ubaldo Pelosi, per il momento non esclude nessuna ipotesi: «Abbiamo fatto alcuni sopralluoghi, per chiarire i fatti ci vorrà del tempo». Di sicuro allo stadio attuale «è impossibile» dire se quanto accaduto debba essere attribuito a problemi strutturali oppure no.
Intanto Bernardo Magrì, amministratore delegato di Autostrada dei Fiori, ha stimato in quattro mesi i tempi di ricostruzione della parte crollata del viadotto: «È tecnicamente possibile, con l’ipotesi di una campata in acciaio non sorretta da un pilone». Magrì ha aggiunto che ci sono già aziende pronte a intervenire. I tecnici stanno verificando la tenuta dell’altra carreggiata, per valutare se poterla riaprire su due sensi di marcia.
Mentre una buona notizia arriva dai vigili del fuoco, che hanno ufficialmente terminato le ricerche sulla massa della frana: il crollo non ha coinvolto né automobili, né persone. Sono ora in corso le operazioni per la messa in sicurezza dell’alveo, visto il peggioramento delle condizioni meteo atteso per la giornata del 26 novembre.
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Un cittadino cinese ha anche rivelato ai servizi segreti australiani come Pechino
segretamente controlli le imprese quotate in borsa per
finanziare operazioni di intelligence.
Lo spionaggio cinese sulla politica australiana. Una rete di spionaggio di Pechino ha tentato di far eleggere nel Parlamento federale australiano un proprio operatore come deputato del partito liberale al governo. Inoltre le autorità australiane valutano seriamente, nonostante le smentite di Pechino, le dichiarazioni di un cittadino cinese Wang Liqiang che si dichiara agente dell’intelligence militare cinese e rivela ai servizi segreti australiani come Pechino segretamente controlli le imprese quotate in borsa per finanziare operazioni di spionaggio.
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Nessun rallentamento nell'ultimo bollettino pubblicato dall'Organizzazione meteorologica mondiale. Ancora in crescita i livelli di anidride carbonica.
Nuovo, preoccupante record dei livelli di gas serra. Lo ha comunicato l’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) nel bollettino pubblicato il 25 novembre. Questa tendenza a lungo termine, dicono gli esperti, si traduce in «impatti sempre più gravi dei cambiamenti climatici, con temperature in aumento, condizioni meteo più estreme, stress idrico, innalzamento del livello del mare e perturbazione degli ecosistemi marini e terrestri». Inoltre, «non vi è alcun segno di rallentamento, per non parlare di un calo», ha detto il segretario generale dell’Omm, Petteri Taalas.
ANCORA IN CRESCITA I LIVELLI DI ANIDRIDE CARBONICA
Il bollettino dei gas serra dell’Omm ha dimostrato che le concentrazioni medie globali di anidride carbonica (Co2) hanno raggiunto 407,8 parti per milione nel 2018, rispetto a 405,5 parti per milione (ppm) nel 2017. L’aumento di Co2 dal 2017 al 2018 è stato molto vicino a quello osservato dal 2016 al 2017 e appena sopra la media nell’ultimo decennio. I livelli globali di Co2, che resta in atmosfera per secoli e negli oceani ancora più a lungo, hanno attraversato il benchmark simbolico e significativo di 400 parti per milione nel 2015. Anche le concentrazioni di metano e protossido di azoto sono aumentate in misura maggiore rispetto allo scorso decennio, secondo le osservazioni della rete Global Atmosphere Watch che comprende stazioni nell’Artico remoto, aree montane e isole tropicali.
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Nessun rallentamento nell'ultimo bollettino pubblicato dall'Organizzazione meteorologica mondiale. Ancora in crescita i livelli di anidride carbonica.
Nuovo, preoccupante record dei livelli di gas serra. Lo ha comunicato l’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) nel bollettino pubblicato il 25 novembre. Questa tendenza a lungo termine, dicono gli esperti, si traduce in «impatti sempre più gravi dei cambiamenti climatici, con temperature in aumento, condizioni meteo più estreme, stress idrico, innalzamento del livello del mare e perturbazione degli ecosistemi marini e terrestri». Inoltre, «non vi è alcun segno di rallentamento, per non parlare di un calo», ha detto il segretario generale dell’Omm, Petteri Taalas.
ANCORA IN CRESCITA I LIVELLI DI ANIDRIDE CARBONICA
Il bollettino dei gas serra dell’Omm ha dimostrato che le concentrazioni medie globali di anidride carbonica (Co2) hanno raggiunto 407,8 parti per milione nel 2018, rispetto a 405,5 parti per milione (ppm) nel 2017. L’aumento di Co2 dal 2017 al 2018 è stato molto vicino a quello osservato dal 2016 al 2017 e appena sopra la media nell’ultimo decennio. I livelli globali di Co2, che resta in atmosfera per secoli e negli oceani ancora più a lungo, hanno attraversato il benchmark simbolico e significativo di 400 parti per milione nel 2015. Anche le concentrazioni di metano e protossido di azoto sono aumentate in misura maggiore rispetto allo scorso decennio, secondo le osservazioni della rete Global Atmosphere Watch che comprende stazioni nell’Artico remoto, aree montane e isole tropicali.
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Le autorità municipali non rinnovano la licenza. Ultimo atto di una controversia che dura dal 2017. Il motivo? Problemi legati a sicurezza dei passeggeri e tutela del lavoro.
Uber non potrà più operare a Londra. Le autorità municipali della capitale britannica hanno infatti annunciato il 25 novembre di aver negato il rinnovo della licenza al colosso americano dei taxi online evocando «violazioni» delle regole che mettono a rischio i passeggeri e la loro sicurezza. L’azienda farà appello e potrà restare attiva finché questo non verrà esaminato. Transport for London (Tfl), l’agenzia comunale dei trasporti, aveva già sospeso Uber nel 2017, salvo concedere poi due proroghe, l’ultima scaduta il 24 novembre.
UNA CONTROVERSIA CHE DURA DA DUE ANNI
Tfl ha ricordato di aver contestato violazioni e negligenze a Uber nell’ambito del conflitto legale innescatosi già due anni fa, sottolineando come l’azienda vi abbia posto rimedio solo in parte. Mentre ha liquidato il modus operandi dell’app come tuttora «non adeguato né corretto» rispetto alla normativa locale. Nel 2017 Uber era finita sotto accusa per non aver denunciato alla polizia alcuni reati commessi dai suoi autisti, fra cui molestie sessuali nei confronti dei clienti. Ma anche per le precarie condizioni di lavoro a cui sono sottoposti i driver.
OLTRE 3,5 MILIONI DI UTENTI E 45 MILA AUTISTI A LONDRA
Lo stop imposto dal Comune nel 2017 era stato seguito da una prima estensione temporanea della licenza di 15 mesi e da una seconda di due, concesse dopo una serie di impegni assunti dall’azienda in materia di sicurezza dei passeggeri e della tutela del lavoro, nonché dopo la sostituzione dei vertici manageriali nel Regno Unito. Uber, che ha ora 21 giorni per formalizzare l’appello di fronte alla giustizia britannica, ha bollato la decisione dell’autorità municipale – con cui è entrata in conflitto fin dall’elezione a sindaco del laburista Sadiq Khan al posto del conservatore (e attuale primo ministro) Boris Johnson – «incredibile e sbagliata». Circa 45 mila autisti lavorano a Londra per Uber, con un’utenza di oltre 3,5 milioni di persone.
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Uber non potrà più operare a Londra. Le autorità municipali della capitale britannica hanno infatti annunciato il 25 novembre di aver negato il rinnovo della licenza al colosso americano dei taxi online evocando «violazioni» delle regole che mettono a rischio i passeggeri e la loro sicurezza. L’azienda farà appello e potrà restare attiva finché questo non verrà esaminato. Transport for London (Tfl), l’agenzia comunale dei trasporti, aveva già sospeso Uber nel 2017, salvo concedere poi due proroghe, l’ultima scaduta il 24 novembre.
UNA CONTROVERSIA CHE DURA DA DUE ANNI
Tfl ha ricordato di aver contestato violazioni e negligenze a Uber nell’ambito del conflitto legale innescatosi già due anni fa, sottolineando come l’azienda vi abbia posto rimedio solo in parte. Mentre ha liquidato il modus operandi dell’app come tuttora «non adeguato né corretto» rispetto alla normativa locale. Nel 2017 Uber era finita sotto accusa per non aver denunciato alla polizia alcuni reati commessi dai suoi autisti, fra cui molestie sessuali nei confronti dei clienti. Ma anche per le precarie condizioni di lavoro a cui sono sottoposti i driver.
OLTRE 3,5 MILIONI DI UTENTI E 45 MILA AUTISTI A LONDRA
Lo stop imposto dal Comune nel 2017 era stato seguito da una prima estensione temporanea della licenza di 15 mesi e da una seconda di due, concesse dopo una serie di impegni assunti dall’azienda in materia di sicurezza dei passeggeri e della tutela del lavoro, nonché dopo la sostituzione dei vertici manageriali nel Regno Unito. Uber, che ha ora 21 giorni per formalizzare l’appello di fronte alla giustizia britannica, ha bollato la decisione dell’autorità municipale – con cui è entrata in conflitto fin dall’elezione a sindaco del laburista Sadiq Khan al posto del conservatore (e attuale primo ministro) Boris Johnson – «incredibile e sbagliata». Circa 45 mila autisti lavorano a Londra per Uber, con un’utenza di oltre 3,5 milioni di persone.
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L'allarme del presidente dell'Upi: nessuna iniziativa concreta intrapresa dopo il monitoraggio seguito al crollo del Ponte Morandi.
Quasi 6 mila viadotti che necessitavano di un intervento urgente e per i quali non è stato fatto ancora nulla. L’allarme è stato lanciato dal presidente dall’Upi (unione delle Province italiane) all’indomani del crollo sulla Torino-Savona e dei danni pesantissimi alle infrastrutture viarie causati dal maltempo. «Nell’agosto del 2018, all’indomani della tragedia del ponte Morandi», ha spiegato Michele De Pascale, «ci venne chiesto un monitoraggio urgente sugli oltre 30 mila ponti, viadotti e gallerie in gestione. In poche settimane consegnammo al ministero delle Infrastrutture un quadro da cui emergeva la necessità di intervenire su 5.931 strutture, su cui avevamo già pronti i primi progetti, e di procedere con indagini tecnico diagnostiche urgenti su 14.089 opere».
«CI ASPETTAVAMO RISPOSTE MIRATE, MA NULLA È STATO FATTO»
«Ci aspettavamo che questa analisi dettagliata portasse a risorse mirate, invece nulla è stato fatto», ha aggiunto il presidente dell’Upi. «Non solo, le Province continuano a essere sottoposte a un assurdo blocco di assunzioni, del tutto ingiustificabile, che non ci permette di avere personale tecnico specializzato, ingegneri, progettisti, tecnici, indispensabili per far procedere rapidamente gli investimenti. Un blocco che sembra essere tutto ideologico, non giustificato da motivi tecnici né di spesa, frutto del pregiudizio contro le Province che non fa che riflettersi sui servizi ai cittadini e perfino sulla loro incolumità e sicurezza».
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L'allarme del presidente dell'Upi: nessuna iniziativa concreta intrapresa dopo il monitoraggio seguito al crollo del Ponte Morandi.
Quasi 6 mila viadotti che necessitavano di un intervento urgente e per i quali non è stato fatto ancora nulla. L’allarme è stato lanciato dal presidente dall’Upi (unione delle Province italiane) all’indomani del crollo sulla Torino-Savona e dei danni pesantissimi alle infrastrutture viarie causati dal maltempo. «Nell’agosto del 2018, all’indomani della tragedia del ponte Morandi», ha spiegato Michele De Pascale, «ci venne chiesto un monitoraggio urgente sugli oltre 30 mila ponti, viadotti e gallerie in gestione. In poche settimane consegnammo al ministero delle Infrastrutture un quadro da cui emergeva la necessità di intervenire su 5.931 strutture, su cui avevamo già pronti i primi progetti, e di procedere con indagini tecnico diagnostiche urgenti su 14.089 opere».
«CI ASPETTAVAMO RISPOSTE MIRATE, MA NULLA È STATO FATTO»
«Ci aspettavamo che questa analisi dettagliata portasse a risorse mirate, invece nulla è stato fatto», ha aggiunto il presidente dell’Upi. «Non solo, le Province continuano a essere sottoposte a un assurdo blocco di assunzioni, del tutto ingiustificabile, che non ci permette di avere personale tecnico specializzato, ingegneri, progettisti, tecnici, indispensabili per far procedere rapidamente gli investimenti. Un blocco che sembra essere tutto ideologico, non giustificato da motivi tecnici né di spesa, frutto del pregiudizio contro le Province che non fa che riflettersi sui servizi ai cittadini e perfino sulla loro incolumità e sicurezza».
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Rubati gioielli antichi per il valore di un miliardo dalla celebre sala delle volte verdi, Gruene Gewoelbe, del castello di Dresda.
La Bild, il più diffuso quotidiano di Germania e d’Europa, lo ha definito il furto d’arte più clamoroso della storia del Dopoguerra. Il 25 novembre gioielli antichi dal valore di circa 1 miliardo di euro: è il bottino di un furto clamoroso, avvenuto nella sala delle famosissime Gruene Gewoelbe (volte verdi) nel castello di Dresda. La polizia ha confermato il fatto e i ladri si sono dati alla fuga, secondo quanto riporta la Bild.
Un’immagine della sala delle volte verdi, gruene gewoelbe, così come appare sul sito del Castello di Dresda.
Le nove sale del Castello di Dresda contengono la collezione di gioielli più grande d’Europa, che dalla metà del 700 ha raccolto il tesoro degli elettori di Sassonia e delle corone che da loro dipendevano, in primis quella di Polonia.
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L'agitazione è stata ridotta a quattro ore (dalle 13 alle 17) dalle 24 iniziali. Ma ha costretto comunque Alitalia a cancellare 137 voli. Nelle stesse ore previsto anche lo stop dei casellanti autostradali.
Durerà quattro ore lo stop del trasporto aereo indetto per lunedì 25 novembre, ma ha già costretto Alitalia a cancellare 137 voli e causerà comunque disagi ai viaggiatori che nella stessa giornata dovranno vedersela con lo sciopero dei casellanti autostradali e, il 29, anche con quello del personale delle Ferrovie dello Stato.
L’AGITAZIONE PREVISTA DALLE 13 ALLE 17
A fermarsi dalle 13 alle 17 (dopo la riduzione dell’agitazione inizialmente di 24 ore imposta dal ministero delle Infrastrutture) saranno su scala nazionale innanzitutto i controllori di volo dell’Enav aderenti a Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti, Ugl Ta, Assivolo Quadri, il personale Alitalia di Cub trasporti e AirCrewCommittee e il personale navigante di Air Italy per lo stop proclamato da Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti, Ugl Ta. In polemica con l’ordinanza del Mit, l’Usb di Alitalia ha invece deciso di far slittare lo sciopero inizialmente programmato per domani al 13 dicembre, data in cui è già programmato un altro sciopero del trasporto aereo proclamato dalle categoria di Cgil, Cisl, Uil e Ugl per il perdurare della crisi della compagnia e con la richiesta di rifinanziamento del Fondo di solidarietà del trasporto aereo.
ALITALIA PREDISPONE UN PIANO PER I PASSEGGERI
Annunciando le cancellazioni, Alitalia ha predisposto un piano straordinario di riprotezione dei passeggeri su velivoli più grandi e capienti, in modo che il 60% di coloro che hanno un biglietto datato 25 novembre riescano a viaggiare comunque in giornata. Giornata di agitazione anche sulle autostrade. Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Sla Cisal e Ugl Viabilità e Logistica denunciano il blocco da parte dell’organizzazione datoriale Fise Acap del rinnovo del contratto nazionale, scaduto ormai da mesi. Lo sciopero riguarderà dunque solo le concessionarie autostradali iscritte all’associazione (tra le altre l’Autostrada dei Parchi, il Traforo del Frejus e del Gran San Bernardo, l’Autostrada del Brennero, la A7 Milano Serravalle e Milano Tangenziali e l’autostrada Pedemontana Lombarda Milano Serravalle).
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Il Suv, versione rinnovata del modello lanciato a fine 2018, punta su design, comodità e modularità. Le novità? Sospensioni di nuova generazione, tecnologia e comfort di guida.
Citroën ha deciso di proseguire la sua offensiva nel settore dei Suv lanciando anche in Europa la Nuova C5 Aircross, di cui sono già stati venduti 40mila esemplari in Cina. Lo sbarco di questo nuovo modello segue C3 Aircross, un successo da 80mila vendite.
AIRBUMP ALLE PORTIERE E AMPIA PERSONALIZZAZIONE
Il segmento dei SUV rappresenta il più del 40% delle
vendite del mercato automobilistico e Citroën ha investito nel settore con
l’obiettivo di offrire una risposta differente e innovativa che incarni tutti i
valori del brand. Nuovo SUV C5 Aircross, lungo 4,50 m, si distingue dagli altri SUV per le ruote
di grandi dimensioni, da 720 mm di diametro, per la distanza dal suolo
di 230 mm e per le barre al tetto, oltre che per innovazioni
esclusive Citroën come gli Airbump, che proteggono le portiere
dagli urti. Al pari degli ultimi modelli della casa francese, Nuovo SUV C5 Aircross
propone un’ampia offerta di personalizzazione, con 32
combinazioni per gli esterni e cinque combinazioni per gli ambienti interni. La
vettura può essere personalizzata grazie a sette tinte per la
carrozzeria, una colorazione bi-colore con tetto a contrasto Black e 3 Pack
Color, costituiti da dettagli colorati sul paraurti anteriore, sugli
Airbump nella parte inferiore delle porte anteriori e sul profilo
inferiore delle barre al tetto.
IL COMFORT DI GUIDA, DALLE SOSPENSIONI AI SEDILI
Nuovo SUV C5 Aircross, al pari di tutta la gamma Citroën, si caratterizza
per l’elevato comfort di guida, incarnando tutti i valori del
riconosciuto progetto Citroën Advanced Comfort. Nuovo SUV C5 Aircross presenta infatti due esclusive tecnologie a vantaggio
del comfort di tutti gli occupanti: le sospensioni Citroën con
smorzatori idraulici progressivi e i sedili Advanced
Comfort, capaci di filtrare le asperità della strada e garantire un comfort di
guida di livello superiore. Ancora, i tre sedili posteriori individuali e scorrevoli sono ribaltabili a
scomparsa e il volume del bagagliaio “Best in Class” varia da 580 a 720 litri,
attestandosi come il più grande della categoria.
LE TECNOLOGIE DI ASSISTENZA ALLA GUIDA
Tutte vetture Citroën si distinguono poi per le moderne tecnologie di
assistenza alla guida. Nuovo SUV C5 Aircross non fa eccezione, grazie
al display digitale da 12,3 pollici, al Touch Pad da 8 pollici
con schermo capacitivo, ai 20 sistemi di assistenza alla guida
di ultima generazione, tra cui spicca la tecnologia Highway Driver
Assist, e alle sei tecnologie di connettività all’avanguardia. Nuovo SUV C5 Aircross è offerto con efficienti motorizzazioni benzina e
diesel da 130 cv e 180 cv, anche in abbinamento alla trasmissione automatica ad
otto rapporti EAT8, ed è il primo modello Citroën a utilizzare la tecnologia Plug-in
Hybrid PHEV per offrire nuovi ed inediti livelli di comfort, efficienza e piacere di
guida. Nuovo SUV C5 Aircross, commercializzato in Italia a partire da fine 2018, è
prodotto in Francia, nella fabbrica di Rennes – La Janais.
IL DG JACKSON: «È IL NUOVO MODELLO DI PUNTA CITROEN»
Linda Jackson, direttore generale di Citroën,
ha presentato con orgoglio Nuovo SUV C5 Aircross, vettura commercializzata in
quasi 92 paesi nel mondo: «Si tratta di un Next Generation SUV
che completa la gamma recentemente rinnovata di Citroën e affronta il segmento
dei SUV con tutti gli elementi identificativi della marca: design,
comfort e modularità. Nuovo SUV C5 Aircross è
il nuovo modello di punta di Citroën, un elemento chiave per la crescita
internazionale del brand».
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Il Suv, versione rinnovata del modello lanciato a fine 2018, punta su design, comodità e modularità. Le novità? Sospensioni di nuova generazione, tecnologia e comfort di guida.
Citroën ha deciso di proseguire la sua offensiva nel settore dei Suv lanciando anche in Europa la Nuova C5 Aircross, di cui sono già stati venduti 40mila esemplari in Cina. Lo sbarco di questo nuovo modello segue C3 Aircross, un successo da 80mila vendite.
AIRBUMP ALLE PORTIERE E AMPIA PERSONALIZZAZIONE
Il segmento dei SUV rappresenta il più del 40% delle
vendite del mercato automobilistico e Citroën ha investito nel settore con
l’obiettivo di offrire una risposta differente e innovativa che incarni tutti i
valori del brand. Nuovo SUV C5 Aircross, lungo 4,50 m, si distingue dagli altri SUV per le ruote
di grandi dimensioni, da 720 mm di diametro, per la distanza dal suolo
di 230 mm e per le barre al tetto, oltre che per innovazioni
esclusive Citroën come gli Airbump, che proteggono le portiere
dagli urti. Al pari degli ultimi modelli della casa francese, Nuovo SUV C5 Aircross
propone un’ampia offerta di personalizzazione, con 32
combinazioni per gli esterni e cinque combinazioni per gli ambienti interni. La
vettura può essere personalizzata grazie a sette tinte per la
carrozzeria, una colorazione bi-colore con tetto a contrasto Black e 3 Pack
Color, costituiti da dettagli colorati sul paraurti anteriore, sugli
Airbump nella parte inferiore delle porte anteriori e sul profilo
inferiore delle barre al tetto.
IL COMFORT DI GUIDA, DALLE SOSPENSIONI AI SEDILI
Nuovo SUV C5 Aircross, al pari di tutta la gamma Citroën, si caratterizza
per l’elevato comfort di guida, incarnando tutti i valori del
riconosciuto progetto Citroën Advanced Comfort. Nuovo SUV C5 Aircross presenta infatti due esclusive tecnologie a vantaggio
del comfort di tutti gli occupanti: le sospensioni Citroën con
smorzatori idraulici progressivi e i sedili Advanced
Comfort, capaci di filtrare le asperità della strada e garantire un comfort di
guida di livello superiore. Ancora, i tre sedili posteriori individuali e scorrevoli sono ribaltabili a
scomparsa e il volume del bagagliaio “Best in Class” varia da 580 a 720 litri,
attestandosi come il più grande della categoria.
LE TECNOLOGIE DI ASSISTENZA ALLA GUIDA
Tutte vetture Citroën si distinguono poi per le moderne tecnologie di
assistenza alla guida. Nuovo SUV C5 Aircross non fa eccezione, grazie
al display digitale da 12,3 pollici, al Touch Pad da 8 pollici
con schermo capacitivo, ai 20 sistemi di assistenza alla guida
di ultima generazione, tra cui spicca la tecnologia Highway Driver
Assist, e alle sei tecnologie di connettività all’avanguardia. Nuovo SUV C5 Aircross è offerto con efficienti motorizzazioni benzina e
diesel da 130 cv e 180 cv, anche in abbinamento alla trasmissione automatica ad
otto rapporti EAT8, ed è il primo modello Citroën a utilizzare la tecnologia Plug-in
Hybrid PHEV per offrire nuovi ed inediti livelli di comfort, efficienza e piacere di
guida. Nuovo SUV C5 Aircross, commercializzato in Italia a partire da fine 2018, è
prodotto in Francia, nella fabbrica di Rennes – La Janais.
IL DG JACKSON: «È IL NUOVO MODELLO DI PUNTA CITROEN»
Linda Jackson, direttore generale di Citroën,
ha presentato con orgoglio Nuovo SUV C5 Aircross, vettura commercializzata in
quasi 92 paesi nel mondo: «Si tratta di un Next Generation SUV
che completa la gamma recentemente rinnovata di Citroën e affronta il segmento
dei SUV con tutti gli elementi identificativi della marca: design,
comfort e modularità. Nuovo SUV C5 Aircross è
il nuovo modello di punta di Citroën, un elemento chiave per la crescita
internazionale del brand».
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Doppiata al ballottaggio la sfidante Dancila. Alla seconda sconfitta dopo la caduta del governo. Rafforzamento dei rapporti con l'Ue e lotta alla corruzione: il manifesto del presidente.
In Romania il presidente uscente, il conservatore europeista Klaus Iohannis, ha vinto il ballottaggio delle elezioni presidenziali, ottenendo il secondo mandato consecutivo dopo la vittoria del 2014. Stando agli exit poll, a Iohannis è andato tra il 65% e il 67% dei voti, praticamente il doppio delle preferenze ottenute dalla sfidante, la ex premier socialdemocratica Viorica Dancila, attestatasi al 33%-35%. Una vittoria schiacciante che va ben oltre le previsioni della vigilia e che appare molto più ampia del successo ottenuto da Iohannis al primo turno. «Oggi ha vinto la Romania, la Romania moderna, europea, normale», ha detto il presidente. «I romeni sono stati gli eroi di questi giorni, sono andati numerosi a votare e questa è la cosa più importante», ha aggiunto Iohannis. Iohannis ha potuto contare sul sostegno delle altre forze di centrodestra, mentre Dancila è rimasta a gareggiare da sola dopo che anche i suoi alleati di centrosinistra l’hanno abbandonata, causando la caduta del suo governo, sfiduciato il mese scorso in parlamento.
EUROPEISMO E LOTTA ALLA CORRUZIONE
Nato a Sibiu 60 anni fa, di origini sassoni e appartenente alla minoranza tedesca della Romania, Iohannis conquista un secondo mandato, che gli dà l’opportunità di continuare la sua politica fortemente europeista e la battaglia contro la corruzione, che dilaga anche nelle alte sfere politiche e amministrative. Una battaglia che, unitamente ai ripetuti appelli a recarsi alle urne, è stato il suo cavallo di battaglia durante la campagna elettorale. All’ex premier Dancila invece non è bastato l’essersi appellata ai valori nazionali per recuperare il consistente gap di voti accumulato nel primo turno delle elezioni. In poco più di due mesi è la seconda, pesante sconfitta per la Dancila, delfina di Liviu Dragnea, il deus ex machina del partito socialdemocratico (Psd) che sta scontando una pena di tre anni e mezzo per corruzione. A metà ottobre, infatti, il governo Dancila è stato sfiduciato dal parlamento dopo aver perso l’appoggio di Alde (alleato nei tre anni di governo) e dell’altro partito di centrosinistra Pro Romania dell’ ex premier Victor Ponta.
PRESIDENZA E GOVERNO DELLO STESSO COLORE
Per il Psd, erede del vecchio partito comunista, si prospetta dunque la necessità di una profonda ristrutturazione in vista delle prossime elezioni parlamentari che si terranno nell’autunno del 2020. A traghettare il Paese fino a quella data, e a meno di altre crisi o di elezioni anticipate, sarà il nuovo governo guidato da Ludovic Orban, del partito liberale di Iohannis, che è subentrato alla Dancila. E dopo anni di scomoda coabitazione, presidenza e governo avranno lo stesso colore politico, evento piuttosto raro nella Romania del dopo Ceausescu. L’obiettivo principale per Iohannis e il centrodestra sarà verosimilmente il rafforzamento da una parte dei rapporti con Bruxelles e dall’altra del peso del Paese balcanico all’interno dell’Unione Europea.
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Doppiata al ballottaggio la sfidante Dancila. Alla seconda sconfitta dopo la caduta del governo. Rafforzamento dei rapporti con l'Ue e lotta alla corruzione: il manifesto del presidente.
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EUROPEISMO E LOTTA ALLA CORRUZIONE
Nato a Sibiu 60 anni fa, di origini sassoni e appartenente alla minoranza tedesca della Romania, Iohannis conquista un secondo mandato, che gli dà l’opportunità di continuare la sua politica fortemente europeista e la battaglia contro la corruzione, che dilaga anche nelle alte sfere politiche e amministrative. Una battaglia che, unitamente ai ripetuti appelli a recarsi alle urne, è stato il suo cavallo di battaglia durante la campagna elettorale. All’ex premier Dancila invece non è bastato l’essersi appellata ai valori nazionali per recuperare il consistente gap di voti accumulato nel primo turno delle elezioni. In poco più di due mesi è la seconda, pesante sconfitta per la Dancila, delfina di Liviu Dragnea, il deus ex machina del partito socialdemocratico (Psd) che sta scontando una pena di tre anni e mezzo per corruzione. A metà ottobre, infatti, il governo Dancila è stato sfiduciato dal parlamento dopo aver perso l’appoggio di Alde (alleato nei tre anni di governo) e dell’altro partito di centrosinistra Pro Romania dell’ ex premier Victor Ponta.
PRESIDENZA E GOVERNO DELLO STESSO COLORE
Per il Psd, erede del vecchio partito comunista, si prospetta dunque la necessità di una profonda ristrutturazione in vista delle prossime elezioni parlamentari che si terranno nell’autunno del 2020. A traghettare il Paese fino a quella data, e a meno di altre crisi o di elezioni anticipate, sarà il nuovo governo guidato da Ludovic Orban, del partito liberale di Iohannis, che è subentrato alla Dancila. E dopo anni di scomoda coabitazione, presidenza e governo avranno lo stesso colore politico, evento piuttosto raro nella Romania del dopo Ceausescu. L’obiettivo principale per Iohannis e il centrodestra sarà verosimilmente il rafforzamento da una parte dei rapporti con Bruxelles e dall’altra del peso del Paese balcanico all’interno dell’Unione Europea.
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L'ad di Viale Mazzini sotto pressione per il cambio dei direttori dei telegiornali. Ma a preoccupare sono anche il presunto conflitto di interessi del capo comunicazione Giannotti e il costo dell'operazione Viva RaiPlay.
Il 26 novembre Fabrizio Salini è pronto a essere ascoltato in Commissione di vigilanza Rai. Per l’amministratore delegato della tivù di Stato si annunciano giorni di passione, cosa che lui, che soffre la troppa pressione, sicuramente vorrebbe evitarsi. Ma oramai la partita Rai non è più rinviabile. Ovvero non è più procrastinabile intervenire su una situazione che è ancora figlia del Conte Uno e dell’alleanza giallo-verde.
Ora, se Giuseppe Conte (bis) e i grillini sono rimasti, sono il Pd e Matteo Renzi che, entrati nella nuova compagine di governo, reclamano a gran voce che il tormentato universo della tivù pubblica ne prenda atto. Come fatto trapelare senza troppi paludamenti, il partito di Nicola Zingaretti punta al Tg1, guidato ora da Giuseppe Carboni in quota M5s. Il suo candidato è il sempreverde (il colore non allude ovviamente a simpatie leghiste) Antonio Di Bella, attualmente alla guida di Rai News.
Di Bella è il candidato più forte, ma non l’unico: c’è il vecchio direttore della testata ammiraglia nonché ex direttore generale dell’ente Mario Orfeo che chiede di essere valorizzato. Momentaneamente parcheggiato a Rai Way, Orfeo vuole tornare a pieno titolo nell’agone delle news. Sconta però un certo ostracismo dei pentastellati, che gli preferiscono di gran lunga Franco Di Mare, da luglio vicedirettore di RaiUno con delega agli approfondimenti e alle inchieste.
ANCORA NESSUNA CERTEZZA PER LE NOMINE DEI TELEGIORNALI
Ma che i telegiornali vengano toccati dall’ondata delle future nomine è ancora tutto da vedere. Salini sa che la materia è incandescente, e nel tentativo di limitare i danni vorrebbe offrire in pasto alla politica solo il rinnovo dei direttori di rete. I corridoi di viale Mazzini segnalano, ma con la dovuta aleatorietà di una situazione che cambia da un giorno all’altro, il seguente organigramma: Stefano Coletta a RaiUno, Marcello Ciannamea alla Seconda Rete, e l’onniprensente Di Mare, sempre non vada al Tg1, al vertice di RaiTre.
A viale Mazzini quasi sempre chi entra papa rimane cardinale
Ma si sa, a viale Mazzini quasi sempre chi entra papa rimane cardinale, e dunque la prudenza è d’obbligo. Un puzzle che è ulteriormente complicato dal fatto che Salini, forte dell’approvazione del suo piano industriale da parte del Mise, deve procedere alla nomina dei responsabili delle divisioni trasversali. Lo farà o tergiverserà ancora? Qualcosa forse si saprà nel cda Rai che si terrà due giorni dopo l’audizione dell’ad in Commissione di vigilanza.
Foto di Stefano Colarieti / LaPresse.
E poi c’è una ulteriore grana che non promette nulla di buono. Complice Striscia la notizia, è deflagrato il caso della società di comunicazione Mn, dove Marcello Giannotti ha lavorato dal 2015 al 2018 prima di essere chiamato da Salini a guidare la comunicazione Rai. Quasi sicuro che il cda chiederà a Salini spiegazioni su quello che alcuni giudicano un conflitto di interessi, altri come minimo una evidente caduta di stile. Mn, in trattativa per Sanremo (anche se la società smentisce), segue la comunicazione di Fiorello e della nuova serie I Medici, pagata da Lux Vide ma nell’ambito di una coproduzione Rai.
I DETTAGLI ECONOMICI SUL PROGRAMMA DI FIORELLO RIMANGONO UN MISTERO
Sempre nei corridoi di viale Mazzini si sussurra anche di un altro capitolo che chiamerebbe in causa Giannotti, ovvero una serie di contratti che la Comunicazione avrebbe sottoscritto con alcune testate online per ospitare una serie di redazionali sull’attività della Rai e del suo ad. E poi c’è il caso Fiorello, l’operazione su cui Salini ha puntato, ma i cui contorni sono ancora avvolti nel mistero. Per quello che è stato venduto come l’appuntamento televisivo dell’anno, il ritorno dello showman sulla piattaforma di Rai Play, non sono mai stati comunicati i dettagli economici.
Indiscrezioni in possesso di Lettera43 parlano di un costo complessivo dell’operazione Fiorello di circa 10 milioni di euro
Sarà il prossimo cda l’occasione per fare chiarezza? Indiscrezioni in possesso di Lettera43 parlano di un costo complessivo dell’operazione di circa 10 milioni di euro. Una cifra che comprende l’ingaggio di Fiorello, quello dei suoi autori, la campagna di marketing che ha accompagnato il ritorno dello showman sul piccolo schermo, e la realizzazione di tre set volanti destinati a essere smontati il prossimo dicembre alla fine del programma.
Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
L'ad di Viale Mazzini sotto pressione per il cambio dei direttori dei telegiornali. Ma a preoccupare sono anche il presunto conflitto di interessi del capo comunicazione Giannotti e il costo dell'operazione Viva RaiPlay.
Il 26 novembre Fabrizio Salini è pronto a essere ascoltato in Commissione di vigilanza Rai. Per l’amministratore delegato della tivù di Stato si annunciano giorni di passione, cosa che lui, che soffre la troppa pressione, sicuramente vorrebbe evitarsi. Ma oramai la partita Rai non è più rinviabile. Ovvero non è più procrastinabile intervenire su una situazione che è ancora figlia del Conte Uno e dell’alleanza giallo-verde.
Ora, se Giuseppe Conte (bis) e i grillini sono rimasti, sono il Pd e Matteo Renzi che, entrati nella nuova compagine di governo, reclamano a gran voce che il tormentato universo della tivù pubblica ne prenda atto. Come fatto trapelare senza troppi paludamenti, il partito di Nicola Zingaretti punta al Tg1, guidato ora da Giuseppe Carboni in quota M5s. Il suo candidato è il sempreverde (il colore non allude ovviamente a simpatie leghiste) Antonio Di Bella, attualmente alla guida di Rai News.
Di Bella è il candidato più forte, ma non l’unico: c’è il vecchio direttore della testata ammiraglia nonché ex direttore generale dell’ente Mario Orfeo che chiede di essere valorizzato. Momentaneamente parcheggiato a Rai Way, Orfeo vuole tornare a pieno titolo nell’agone delle news. Sconta però un certo ostracismo dei pentastellati, che gli preferiscono di gran lunga Franco Di Mare, da luglio vicedirettore di RaiUno con delega agli approfondimenti e alle inchieste.
ANCORA NESSUNA CERTEZZA PER LE NOMINE DEI TELEGIORNALI
Ma che i telegiornali vengano toccati dall’ondata delle future nomine è ancora tutto da vedere. Salini sa che la materia è incandescente, e nel tentativo di limitare i danni vorrebbe offrire in pasto alla politica solo il rinnovo dei direttori di rete. I corridoi di viale Mazzini segnalano, ma con la dovuta aleatorietà di una situazione che cambia da un giorno all’altro, il seguente organigramma: Stefano Coletta a RaiUno, Marcello Ciannamea alla Seconda Rete, e l’onniprensente Di Mare, sempre non vada al Tg1, al vertice di RaiTre.
A viale Mazzini quasi sempre chi entra papa rimane cardinale
Ma si sa, a viale Mazzini quasi sempre chi entra papa rimane cardinale, e dunque la prudenza è d’obbligo. Un puzzle che è ulteriormente complicato dal fatto che Salini, forte dell’approvazione del suo piano industriale da parte del Mise, deve procedere alla nomina dei responsabili delle divisioni trasversali. Lo farà o tergiverserà ancora? Qualcosa forse si saprà nel cda Rai che si terrà due giorni dopo l’audizione dell’ad in Commissione di vigilanza.
Foto di Stefano Colarieti / LaPresse.
E poi c’è una ulteriore grana che non promette nulla di buono. Complice Striscia la notizia, è deflagrato il caso della società di comunicazione Mn, dove Marcello Giannotti ha lavorato dal 2015 al 2018 prima di essere chiamato da Salini a guidare la comunicazione Rai. Quasi sicuro che il cda chiederà a Salini spiegazioni su quello che alcuni giudicano un conflitto di interessi, altri come minimo una evidente caduta di stile. Mn, in trattativa per Sanremo (anche se la società smentisce), segue la comunicazione di Fiorello e della nuova serie I Medici, pagata da Lux Vide ma nell’ambito di una coproduzione Rai.
I DETTAGLI ECONOMICI SUL PROGRAMMA DI FIORELLO RIMANGONO UN MISTERO
Sempre nei corridoi di viale Mazzini si sussurra anche di un altro capitolo che chiamerebbe in causa Giannotti, ovvero una serie di contratti che la Comunicazione avrebbe sottoscritto con alcune testate online per ospitare una serie di redazionali sull’attività della Rai e del suo ad. E poi c’è il caso Fiorello, l’operazione su cui Salini ha puntato, ma i cui contorni sono ancora avvolti nel mistero. Per quello che è stato venduto come l’appuntamento televisivo dell’anno, il ritorno dello showman sulla piattaforma di Rai Play, non sono mai stati comunicati i dettagli economici.
Indiscrezioni in possesso di Lettera43 parlano di un costo complessivo dell’operazione Fiorello di circa 10 milioni di euro
Sarà il prossimo cda l’occasione per fare chiarezza? Indiscrezioni in possesso di Lettera43 parlano di un costo complessivo dell’operazione di circa 10 milioni di euro. Una cifra che comprende l’ingaggio di Fiorello, quello dei suoi autori, la campagna di marketing che ha accompagnato il ritorno dello showman sul piccolo schermo, e la realizzazione di tre set volanti destinati a essere smontati il prossimo dicembre alla fine del programma.
Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.
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Raggiunto l'accordo La transazione vale per Tiffany circa 14,7 miliardi di euro.
Un’altra acquisizione record per Lvmh. La società leader mondiale nel settore dei beni di lusso ha acquistato la gioielleria americana Tiffany. Lo hanno reso noto i due gruppi in una nota congiunta, confermando le indiscrezioni dei media americani su un’intesa preliminare. Nella nota delle due società si legge che è «stato raggiunto un accordo definitivo per l’acquisizione di Tiffany da parte di Lvmh al prezzo di 135 dollari per azione». La transazione vale per Tiffany circa 14,7 miliardi di euro, ovvero 16,2 miliardi di dollari», riferisce la nota.
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Edward Gallagher è accusato di crimini di guerra. Il segretario della Marina era pronto a espellerlo. Ma è stato messo all'angolo dal Pentagono, schieratosi (con Trump) a fianco del militare.
Il capo del Pentagono Mark Esper ha chiesto le dimissioni del segretario della Marina Richard Spencer per come ha gestito con la Casa Bianca il caso del Navy Seal accusato di crimini di guerra. Al centro della questione c’è il procedimento disciplinare che potrebbe far perdere lo status di Navy Seal a Edward Gallagher, condannato da una corte marziale per aver posato con il cadavere di un militante dell’Isis, anche se è stato assolto dall’accusa di averlo ucciso e di aver sparato deliberatamente su civili disarmati. Dopo la condanna è stato degradato e gli è stato decurtato lo stipendio. Rischiava anche di essere espulso dalla prestigiosa unità delle forze speciali ma ora il capo del Pentagono ha cancellato la commissione disciplinare che doveva esaminare la vicenda il 2 dicembre e ha autorizzato Gallagher ad andare in pensione come Navy Seal conservando il suo grado.
TRUMP DALLA PARTE DEL NAVY SEAL
Trump si è sempre schierato dalla parte di Gallagher. Nei giorni scorsi aveva ammonito su Twitter i vertici militari a non cacciarlo. Una mossa che aveva irritato il segretario della Marina, secondo cui «il processo conta per il buon ordine e la disciplina». Far finta di nulla, insomma, rischia di dare un messaggio sbagliato a tutti gli altri militari, legittimando azioni come quella di Gallagher. Per questo Spencer sembrava aver minacciato le dimissioni nel caso Trump avesse bloccato il procedimento, salvo poi negarle, forse dopo aver subito pressioni.
Buon ordine e disciplina sono anche obbedire agli ordini del presidente degli Stati Uniti
Richard Spencer, segretario della Marina
«Un tweet del presidente non è un ordine ma se arriva un ordine formale obbedisco», si era corretto. «Buon ordine e disciplina sono anche obbedire agli ordini del presidente degli Stati Uniti», aveva aggiunto, completando il dietrofront. Sembrava tutto risolto, tanto che la Casa Bianca aveva comunicato alla Marina che non sarebbe intervenuta per bloccare il procedimento disciplinare. Ma evidentemente al commander in chief non è andato giù l’iniziale ammutinamento di Spencer e ora ha chiesto la sua testa.
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In una lettera aperta al governo britannico dottori di diverse nazionalità affermano che senza cure «urgenti» il fondatore di Wikileaks potrebbe morire in prigione.
«Salvate l’attivista Julian Assange». Oltre 60 medici di diverse nazionalità hanno scritto una lettera aperta al governo britannico e al ministro dell’interno Priti Patel in cui affermano che il fondatore di Wikileaks potrebbe morire in prigione senza cure «urgenti». Secondo i firmatari della missiva Assange soffre di problemi fisici e psicologici, e deve essere curato in un ospedale «attrezzato e con personale esperto». Assange, 48 anni, è detenuto in un carcere britannico dallo scorso maggio, dopo che l’Ecuador gli ha revocato il diritto di asilo. A febbraio inizieranno le udienze sulla richiesta di estradizione degli Usa. Mentre è caduta anche l’ultima indagine per stupro che era in corso in Svezia.
«VALUTAZIONE MEDICA URGENTE»
I medici britannici, europei, australiani e dello Sri Lanka, nella lettera diffusa da WikiLeaks affermano che «da un punto di vista medico, sulle indagini attualmente disponibili, nutriamo serie preoccupazioni riguardo all’idoneità del signor Assange ad essere processato nel febbraio 2020» E «soprattutto è nostra opinione che necessiti di una valutazione medica urgente da parte di esperti sul suo stato fisico e psicologico». Altrimenti, avvertono, «nutriamo serie preoccupazioni che possa morire in prigione». Assange è detenuto in Gran Bretagna per aver violato i termini della libertà vigilata, dopo essersi nascosto all’ambasciata ecuadoriana a Londra per sette anni. La scorsa settimana i magistrati svedesi hanno rinunciato all’indagine per stupro nei confronti del cyber-attivista australiano, che però dovrebbe rispondere alle accuse di spionaggio negli Stati Uniti.
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Allarme arancione in altre sette regioni: Abruzzo, Calabria, Piemonte, Veneto, Marche, Lombardia e Puglia.
Fa sempre più paura il maltempo che sta attraversando l’Italia. In Liguriaun tratto di viadotto lungo l’A6 è crollato per una frana, mentre in Piemonte una voragine si è aperta sull’A21. Il corpo di una donna travolta dal fiume Bormida è stato recuperato nell’Alessandrino.
Il 25 novembre allerta rossa in Emilia Romagna; arancione in Abruzzo, Calabria, Piemonte, Veneto, Marche, Lombardia e Puglia; gialla in Val d’Aosta, Trentino Alto Adige, Campania, Molise, Basilicata, Umbria, Sicilia e Sardegna.
Il viadotto crollato. ANSA/ US VIGILI DEL FUOCO +++ NO SALES – EDITORIAL USE ONLY +++
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