Conte visita l’area Ricerca e Sviluppo Pirelli

Accordo con il Ministero della Giustizia per promuovere il lavoro fra i detenuti.

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, accompagnato dal Vice Presidente Esecutivo e Amministratore Delegato di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, ha visitato il centro di Ricerca & Sviluppo di Pirelli situato nell’Headquarters della società. Alla visita hanno preso parte Andrea Casaluci, General Manager Operations Pirelli, e Maurizio Boiocchi, Executive Vice President and Strategic Advisor Technology and Innovation Pirelli.

IL CENTRO RICERCA E SVILUPPO

Il centro Ricerca & Sviluppo di Milano, a cui si affiancano altri 12 centri nel mondo, rappresenta il principale laboratorio di innovazione di Pirelli e si avvale della professionalità di circa 450 ingegneri e specialisti sugli oltre 1.900 impiegati a livello mondiale. La Ricerca & Sviluppo, cui viene destinato circa il 6% dei ricavi del segmento High Value su cui si concentra la produzione Pirelli, costituisce una fase centrale per la nascita di nuovi prodotti tecnologicamente avanzati e sempre più sostenibili, di processi produttivi all’avanguardia, di materiali innovativi e a basso impatto ambientale, contribuendo in modo determinante a rendere Pirelli un leader di sostenibilità del suo comparto, riconosciuto dalle maggiori società specializzate del settore.

ACCORDO CON IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA PER IL LAVORO AI DETENUTI

Nel corso della visita è stato anche firmato un protocollo d’intesa fra il Ministero della Giustizia -Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e Pirelli finalizzato alla promozione del lavoro per i detenuti da realizzarsi attraverso un programma formativo per la creazione di competenze spendibili nel mondo del lavoro. L’accordo, siglato da Francesco Basentini, Capo Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, e da Filippo Maria Grasso, Corporate Vice President Global Institutional Affairs & Sustainability di Pirelli, prevede l’impegno delle parti a individuare specifiche attività lavorative da realizzarsi in spazi dedicati all’interno degli istituti penitenziari con l’obiettivo di accrescere le competenze professionali dei detenuti coinvolti in progetti di pubblica utilità e per un futuro inserimento all’interno di Pirelli e, più in generale, nel mercato del lavoro. Il Protocollo d’intenti sottoscritto oggi, le cui modalità esecutive saranno definite entro giugno 2020, e i successivi accordi operativi avranno una validità di tre anni e, con l’accordo delle Parti, potranno essere replicati in collaborazione con soggetti internazionali.

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Armato di coltello aggredisce i passanti nel centro de L’Aja: tre feriti

Attacco in una via dello shopping nel centro della città olandese. Un sospetto è in fuga.

Ci sono tre feriti, si cerca un uomo sui 45-50 anni di carnagione scura. Sono passate poche ore dall’attacco al London Bridge, che ha lasciato dietro di sé due morti più il killer e diversi feriti, quando a twittare l’appello ai cittadini è la polizia dell’Aja. Anche questa volta l’arma è un coltello, anche questa volta in una zona piena di gente e turisti di venerdì sera. Anche in questo caso l’intervento della polizia è stato immediato: la zona è stata chiusa, mentre la gente fuggiva terrorizzata.

Ambulanze ed elicotteri hanno trasformato Grote Marktstraat, la via dello shopping particolarmente affollata nel giorno del Black Friday, in una strada deserta e blindata. A terra, davanti al centro commerciale Hutsons Bay, alcuni feriti, soccorsi dalle ambulanze. Immagini immediatamente rilanciate sui social. Dell’attentatore, al momento si sa poco o nulla.

Aja accoltellamento centro - - -
La polizia in una via dello shopping de L’Aja.

RICERCATO UN UOMO DI CARNAGIONE SCURA DI 45 – 50 ANNI

La polizia olandese ha pubblicato su Twitter un appello in cui chiede informazioni su un uomo di carnagione scura di circa 45-50 anni che indossa una sciarpa e una tuta da jogging grigia. Secondo alcune testimonianze, avrebbe scelto a caso le sue vittime. Ma dopo l’attacco sembra essere sparito nel nulla. Un attacco che ha fatto ripiombare l’Aja nella paura, riportando alla mente l’attentato del maggio del 2018, quando gridando Allah Akbar un uomo ha accoltellato tre passanti. In quell’occasione si parlò di uno squilibrato. In questo caso, secondo la polizia, «non è ancora chiaro se si sia trattato di un atto terroristico»

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Il manifesto delle squadre di Serie A contro il razzismo

I 20 club hanno firmato un documento in cui si impegnano a combattere la discriminazione. Ma spesso sono i primi a sminuire gli episodi che avvengono nelle loro curve.

Dalla Juventus al Verona, dal Napoli all’Atalanta, dalla Roma all’Inter e via dicendo, i 20 club di serie A uniti contro il razzismo che nelle ultime settimane è tornato prepotentemente protagonista sui campi di calcio. Dagli insulti a Lukaku a quelli a Balotelli, il mondo del calcio si interroga e decide di affrontare il tema in prima persona facendo anche seguito alla proposta del presidente della Figc, Gabriele Gravina, per il progetto dei pannelli acustici che potranno individuare così i responsabili di cori e insulti razzisti durante le partite. «La Lega Serie A sta lavorando sodo su questo tema, ed è pronta a guidare la lotta al razzismo all’interno e all’esterno degli stadi», ha sottolineato l’ad della Lega di A, Luigi De Siervo. I 20 club di serie A hanno condiviso oggi, sui propri siti ufficiali, una lettera aperta «a tutti coloro che amano il calcio italiano per chiedere aiuto nel combattere il razzismo».

IL DOVEROSO MEA CULPA DELLE SQUADRE

Un documento con cui si impegnano «pubblicamente a fare meglio», chiedendo «una efficace policy contro il razzismo, con nuove leggi e regolamenti». La lettera inizia con un’ammissione di colpa: «Dobbiamo riconoscere che abbiamo un serio problema con il razzismo negli stadi italiani e che non l’abbiamo combattuto a sufficienza nel corso di questi anni». Un mea culpa doveroso, soprattutto dal momento che i club spesso e volentieri sono i primi a non voler ammettere o a sminuire episodi di razzismo quando questi accadono tra le loro tifoserie. «Anche in questa stagione, le immagini del nostro calcio, in cui alcuni giocatori sono stati vittime di insulti razzisti, hanno fatto il giro del mondo, scatenando ovunque dibattito», prosegue la lettera pubblicata dai club sui rispettivi siti, «è motivo di frustrazione e vergogna per tutti noi. Nel calcio, così come nella vita, nessuno dovrebbe mai subire insulti di natura razzista. Non possiamo più restare passivi e aspettare che tutto questo svanisca».

«DESIDERIO DI SERI CAMBIAMENTI»

«Su spinta degli stessi club, nelle ultime settimane, è stato avviato un confronto costruttivo con Lega Serie A, Figc ed esperti internazionali su come affrontare e sradicare questo problema dal mondo del calcio», si sottolinea quindi nel documento, «noi, i club che sottoscrivono questa lettera, siamo uniti dal desiderio di seri cambiamenti e la Lega Serie A ha dichiarato la sua intenzione di guidare questo percorso attraverso una solida e completa politica anti-razzismo in Serie A, con nuove leggi e regolamenti più severi, assieme a un piano di sensibilizzazione mirato per tutti coloro che sono coinvolti in questo sport riguardo al flagello del razzismo».

«NON C’È PIÙ TEMPO DA PERDERE»

«Non abbiamo più tempo da perdere», conclude la lettera, «dobbiamo agire uniti con rapidità e determinazione, e così faremo di qui in avanti. Ora più che mai il contributo e il sostegno di tutti voi, tifosi dei nostri club e del calcio italiano, sarà fondamentale in questo sforzo di vitale importanza».

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La conferenza stampa di Wong fa litigare Italia e Cina

Il collegamento video dell'attivista di Hong Kong fa irritare Pechino. Che definisce «irresponsabili» i parlamentari che l'hanno organizzato. La Farnesina: «Ingerenza inaccettabile».

Duro botta e risposta tra Italia e Cina su Hong Kong. Al centro del contendere, la conferenza stampa in collegamento video tenuta il 28 novembre dall’attivista e volto delle manifestazioni pro-democrazia nell’ex colonia britannica Joshua Wong. Conferenza che ha irritato non poco Pechino. «Wong ha distorto la realtà, legittimato la violenza e chiesto l’ingerenza di forze straniere negli affari di Hong Kong», ha attaccato l’ambasciata cinese in un tweet. «I politici italiani che hanno fatto la videoconferenza con lui hanno tenuto un comportamento irresponsabile».

Pronta la replica della Farnesina. «Dichiarazioni quali quelle rese dal portavoce dell’ambasciata della Repubblica Popolare Cinese a Roma sono del tutto inaccettabili e totalmente irrispettose della sovranità del parlamento italiano», hanno dichiarato fonti della Farnesina sentite dall’Ansa, spiegando che all’ambasciatore cinese a Roma è stato espresso «forte disappunto per quella che è considerata una indebita ingerenza nella dialettica politica e parlamentare italiana».

Non siamo una provincia cinese, anche se magari Grillo la pensa così

Matteo Salvini

Sulla questione è intervenuto anche il leader della Lega Matteo Salvini, che non ha perso l’occasione per polemizzare con il Movimento 5 stelle, e in particolare col suo fondatore: «Non siamo una provincia cinese (anche se magari Grillo la pensa così) e per noi Democrazia, Libertà e Diritti Umani sono dei valori irrinunciabili».

LA CONFERENZA STAMPA ORGANIZZATA DA FDI E RADICALI

La conferenza stampa di Wong, tenuta nella Sala Caduti di Nassirya del Senato della Repubblica, è stata organizzata da Fratelli d’Italia e dal Partito Radicale e promossa dal senatore di FdI e vicepresidente del Copasir, Adolfo Urso, da Laura Harth, rappresentante del Partito Radicale presso l’Onu, e da Giulio Terzi di Sant’Agata, diplomatico e già ministro degli Esteri nel governo Monti. Sono intervenuti, tra gli altri, anche i parlamentari Enrico Aimi (Forza Italia) e Valeria Fedeli (Partito Democratico).

La Via della Seta non è altro che una strategia della Cina per influenzare i Paesi

Joshua Wong

Tra le altre cose, nel suo collegamento Wong ha accusato l’Italia di fornire alla polizia di Hong Kong mezzi per la «repressione» dei manifestanti; al tempo stesso, ha messo in guardia il governo di Roma, invitandolo a «stare attento in particolare al progetto Belt and Road Inititative, la Via della Seta. Non è altro che una strategia della Cina per influenzare i Paesi».

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Elkann si compra Gedi dai De Benedetti

I fratelli avrebbero deciso di vendere il gruppo che edita Repubblica, La Stampa e l'Espresso al rampollo Agnelli. Lo fa sapere Dagospia.

I fratelli De Benedetti avrebbero deciso di vendere il gruppo Gedi (Repubblica, Stampa, Espresso) a John Elkann. Lo fa sapere Dagospia. L’affare sarebbe stato deciso il 28 novembre a Milano e la cifra messa sul piatto dal presidente di Fca sarebbe stata di quelle che non si possono rifiutare. Il rampollo della famiglia Agnelli è già azionista al 6,2% del gruppo Gedi.

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Come funziona il sorteggio per l’Europeo di calcio 2020

Dalla suddivisione in fasce al fattore campo: così prende forma la prima edizione itinerante nella storia. Per l'Italia i pericoli maggiori sono Francia e Portogallo. La guida completa.

È tutto pronto per il sorteggio dell’Europeo di calcio 2020. Per la prima volta, la competizione continentale per nazionali sarà itinerante: apertura all’Olimpico di Roma venerdì 12 giugno, chiusura a Wembley (dove, oltre alla finale, si disputeranno anche le semifinali) il 12 luglio. In mezzo altre 10 città ospitanti. Ecco le cose da sapere sul sorteggio in programma sabato 30 novembre 2019 a Bucarest (diretta tv su Sky).

COME SONO DIVISE LE FASCE E COME SI FORMANO I GRUPPI

I gironi sono sei. Al sorteggio accedono le prime due classificate nei 10 gironi di qualificazione e le quattro vincenti degli spareggi in programma a marzo 2020: una tra Islanda, Bulgaria, Ungheria, Romania (Spareggio A); una tra Bosnia, Slovacchia, Irlanda, Irlanda del Nord (B); una tra Scozia, Norvegia, Serbia, Israele (C); una tra Georgia, Macedonia del Nord, Kosovo, Bielorussia (D). Le 24 squadre sono divise in quattro fasce. Eccole, di seguito.

FASCIA 1FASCIA 2FASCIA 3FASCIA 4
BelgioFranciaPortogalloGalles
ITALIAPoloniaTurchiaFinlandia
InghilterraSvizzeraDanimarcaVinc. Spareggio A
GermaniaCroaziaAustriaVinc. Spareggio B
SpagnaOlandaSveziaVinc. Spareggio C
UcrainaRussiaRep. CecaVinc. Spareggio D
  • In grassetto, le nazioni ospitanti. Altre quattro (Romania, Scozia, Irlanda e Ungheria) sono coinvolte negli spareggi.

CHI RISCHIA DI INCROCIARE L’ITALIA DI MANCINI

L’Italia – come si vede dalla tabella – è testa di serie, reduce da un girone di qualificazione a punteggio pieno (unico caso col Belgio). Tuttavia, il meccanismo di fasce non mette la nazionale di Roberto Mancini al riparo da rischi concreti. Il peggiore dei gironi possibili riserverebbe all’Italia la Francia campione del mondo (in seconda fascia), il Portogallo di Cristiano Ronaldo e il Galles di Aaron Ramsey e Gareth Bale. L’Italia può pescare una tra Francia, Polonia, Svizzera e Croazia; una tra Portogallo, Turchia, Austria, Svezia e Repubblica Ceca; e come quarta Finlandia o Galles.

COME FUNZIONA IL FATTORE CAMPO E CHI NE BENEFICIA

Alle nazionali ospitanti è già stato assegnato automaticamente il proprio girone. L’Italia è nel gruppo A; Russia e Danimarca nel B; l’Olanda nel C; l’Inghilterra nel D; la Spagna nell’E; la Germania nel gruppo F. In caso di qualificazione, la Romania è destinata al gruppo C, la Scozia al D, l’Irlanda all’E e l’Ungheria all’F. L’Italia disputa in casa (all’Olimpico) le tre gare del girone, come anche Olanda, Inghilterra, Spagna e Germania e Danimarca. La Russia, invece, ne gioca due – come ha stabilito un sorteggio -, essendo nel girone con la Danimarca. Anche Romania, Scozia, Irlanda e Ungheria disputerebbero in casa due partite nel caso in cui si qualificassero. Dopo i gironi, si passa agli scontri diretti. Si qualificano agli ottavi le prime due e quattro migliori terze.

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Il razzismo sulla calciatrice della Juventus Aluko scuote Torino

L'attaccante nigeriana naturalizzata britannica saluta l'Italia dopo un anno e mezzo: «Città indietro di decenni, io trattata come una ladra o tipo Escobar». La sindaca Appendino: «Parole che pesano, ma la colpa è solo di alcune persone».

Italia e calcio, anno 2019: un altro caso di razzismo. Questa volta non riguarda il mondo maschile del pallone, ma ha coinvolto una giocatrice della Juventus femminile: Eniola Aluko, 32enne nigeriana naturalizzata britannica. Era arrivata in bianconero soltanto a giugno 2018. Ma ha già detto addio per tornare in Inghilterra. E tra i motivi ci sono anche le discriminazioni che ha subito qui da noi.

«NEI NEGOZI SI ASPETTAVANO CHE RUBASSI»

«A volte Torino sembra un paio di decenni indietro nei confronti dei differenti tipi di persona. Sono stanca di entrare nei negozi e avere la sensazione che il titolare si aspetti che io rubi», ha detto Aluko in una intervista al Guardian che ha fatto molto discutere. «Ci sono non poche volte in cui arrivi all’aeroporto e i cani antidroga ti fiutano come se fossi Pablo Escobar».

«IL RAZZISMO È PARTE DELLA CULTURA DEL TIFO»

L’attaccante ha precisato «di non avere avuto esperienza di razzismo dai tifosi della Juventus né tantomeno nel campionato di calcio femminile, ma il tema in Italia e nel calcio italiano c’è ed è la risposta a questo che veramente mi preoccupa, dai presidenti ai tifosi del calcio maschile che lo vedono come parte della cultura del tifo». “Eni” ha invitato la società, per continuare ad attrarre i talenti dell’Europa dall’Italia, a «farli sentire a casa». Questa infatti «è una parte importante di un progetto a lungo termine».

juventus-aluko-lascia-italia-razzismo-torino
Eniola Aluko quando giocava in Inghilterra. (Getty)

APPENDINO: «TORINO HA UNA STORIA DI PORTE APERTE»

La sindaca di Torino Chiara Appendino è intervenuta sul caso dicendo che le sue parole «pesano come un macigno». Su Facebook ha ricordato che quella della città piemontese è «storia di porte aperte». Ma «purtroppo nel nostro Paese episodi di discriminazione sono tornati a diffondersi, a essere tornata indietro però non è la città, solo alcune persone che non rappresentano che loro stesse. Torino non si rassegna».

Si è tornati a legittimare pensieri e comportamenti che dovevano rimanere sepolti per sempre


Chiara Appendino

Poi la sindaca ha aggiunto: «Negli ultimi tempi qualcosa in Italia è cambiato. In alcuni frangenti si è tornati a legittimare pensieri e comportamenti che dovevano rimanere sepolti per sempre, nelle pagine più vergognose dei libri di storia. Studiati sempre troppo poco». E ancora: «Non mi rassegno io, non si rassegnano migliaia di cittadini che quei pensieri li combattono ogni giorno, non si rassegna Torino. Perché Torino non è così».

La sindaca di Torino Chiara Appendino.

«SERVONO RISPOSTE CULTURALI E POLITICHE»

Com’è allora Torino? «Consapevole delle difficoltà, ma profondamente determinata nel rifiutare che queste possano essere ridotte al colore della pelle, alla religione, o a qualsiasi altra caratteristica della persona», ha concluso Appendino. «Rimango convinta che la discriminazione si combatta con risposte culturali e politiche, a tutti i livelli, che non possono tardare ad arrivare. La città proseguirà nel suo costante impegno in questa direzione, con tutti gli strumenti a sua disposizione».

ASCANI DEL PD: «UN COLPO AL CUORE»

La viceministra dell’Istruzione Anna Ascani del Partito democratico ha detto sempre su Facebook: «Il clima di intolleranza nel nostro Paese sta diventando insostenibile. La lettera con la quale la calciatrice della Juventus Eniola Aluko annuncia di lasciare l’Italia per questa motivazione è davvero un colpo al cuore. Mi ha colpito la frase “mi sono stancata di entrare nei negozi e sentirmi come se il proprietario si aspettasse che potessi rubare qualcosa”. Perché, davvero, fa capire come ci si sente, nella vita di tutti i giorni. E stupisce che tutto questo avvenga oggi, nel 2019».

La scuola ha molto da insegnarci: è il luogo dell’inclusione e dell’accoglienza. I bambini non fanno differenze


Anna Ascani, viceministra dell’Istruzione

Quindi Ascani ha osservato: «Davvero incredibile come stiamo tornando indietro. È inaccettabile. Non possiamo permetterlo. Per questo la sua denuncia va presa sul serio: in Italia esiste un problema “razzismo” nel calcio, e non solo. E deve farci riflettere tutti. E soprattutto deve farci reagire. La scuola da questo punto di vista ha molto da insegnarci: è il luogo dell’inclusione e dell’accoglienza. I bambini non fanno differenze. Dobbiamo chiederci dove il sistema fallisce e intervenire immediatamente. Dobbiamo garantire il rispetto dei diritti di ogni persona. È il razzismo che se ne deve andare via dal nostro Paese!».

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Il razzismo sulla calciatrice della Juventus Aluko scuote Torino

L'attaccante nigeriana naturalizzata britannica saluta l'Italia dopo un anno e mezzo: «Città indietro di decenni, io trattata come una ladra o tipo Escobar». La sindaca Appendino: «Parole che pesano, ma la colpa è solo di alcune persone».

Italia e calcio, anno 2019: un altro caso di razzismo. Questa volta non riguarda il mondo maschile del pallone, ma ha coinvolto una giocatrice della Juventus femminile: Eniola Aluko, 32enne nigeriana naturalizzata britannica. Era arrivata in bianconero soltanto a giugno 2018. Ma ha già detto addio per tornare in Inghilterra. E tra i motivi ci sono anche le discriminazioni che ha subito qui da noi.

«NEI NEGOZI SI ASPETTAVANO CHE RUBASSI»

«A volte Torino sembra un paio di decenni indietro nei confronti dei differenti tipi di persona. Sono stanca di entrare nei negozi e avere la sensazione che il titolare si aspetti che io rubi», ha detto Aluko in una intervista al Guardian che ha fatto molto discutere. «Ci sono non poche volte in cui arrivi all’aeroporto e i cani antidroga ti fiutano come se fossi Pablo Escobar».

«IL RAZZISMO È PARTE DELLA CULTURA DEL TIFO»

L’attaccante ha precisato «di non avere avuto esperienza di razzismo dai tifosi della Juventus né tantomeno nel campionato di calcio femminile, ma il tema in Italia e nel calcio italiano c’è ed è la risposta a questo che veramente mi preoccupa, dai presidenti ai tifosi del calcio maschile che lo vedono come parte della cultura del tifo». “Eni” ha invitato la società, per continuare ad attrarre i talenti dell’Europa dall’Italia, a «farli sentire a casa». Questa infatti «è una parte importante di un progetto a lungo termine».

juventus-aluko-lascia-italia-razzismo-torino
Eniola Aluko quando giocava in Inghilterra. (Getty)

APPENDINO: «TORINO HA UNA STORIA DI PORTE APERTE»

La sindaca di Torino Chiara Appendino è intervenuta sul caso dicendo che le sue parole «pesano come un macigno». Su Facebook ha ricordato che quella della città piemontese è «storia di porte aperte». Ma «purtroppo nel nostro Paese episodi di discriminazione sono tornati a diffondersi, a essere tornata indietro però non è la città, solo alcune persone che non rappresentano che loro stesse. Torino non si rassegna».

Si è tornati a legittimare pensieri e comportamenti che dovevano rimanere sepolti per sempre


Chiara Appendino

Poi la sindaca ha aggiunto: «Negli ultimi tempi qualcosa in Italia è cambiato. In alcuni frangenti si è tornati a legittimare pensieri e comportamenti che dovevano rimanere sepolti per sempre, nelle pagine più vergognose dei libri di storia. Studiati sempre troppo poco». E ancora: «Non mi rassegno io, non si rassegnano migliaia di cittadini che quei pensieri li combattono ogni giorno, non si rassegna Torino. Perché Torino non è così».

La sindaca di Torino Chiara Appendino.

«SERVONO RISPOSTE CULTURALI E POLITICHE»

Com’è allora Torino? «Consapevole delle difficoltà, ma profondamente determinata nel rifiutare che queste possano essere ridotte al colore della pelle, alla religione, o a qualsiasi altra caratteristica della persona», ha concluso Appendino. «Rimango convinta che la discriminazione si combatta con risposte culturali e politiche, a tutti i livelli, che non possono tardare ad arrivare. La città proseguirà nel suo costante impegno in questa direzione, con tutti gli strumenti a sua disposizione».

ASCANI DEL PD: «UN COLPO AL CUORE»

La viceministra dell’Istruzione Anna Ascani del Partito democratico ha detto sempre su Facebook: «Il clima di intolleranza nel nostro Paese sta diventando insostenibile. La lettera con la quale la calciatrice della Juventus Eniola Aluko annuncia di lasciare l’Italia per questa motivazione è davvero un colpo al cuore. Mi ha colpito la frase “mi sono stancata di entrare nei negozi e sentirmi come se il proprietario si aspettasse che potessi rubare qualcosa”. Perché, davvero, fa capire come ci si sente, nella vita di tutti i giorni. E stupisce che tutto questo avvenga oggi, nel 2019».

La scuola ha molto da insegnarci: è il luogo dell’inclusione e dell’accoglienza. I bambini non fanno differenze


Anna Ascani, viceministra dell’Istruzione

Quindi Ascani ha osservato: «Davvero incredibile come stiamo tornando indietro. È inaccettabile. Non possiamo permetterlo. Per questo la sua denuncia va presa sul serio: in Italia esiste un problema “razzismo” nel calcio, e non solo. E deve farci riflettere tutti. E soprattutto deve farci reagire. La scuola da questo punto di vista ha molto da insegnarci: è il luogo dell’inclusione e dell’accoglienza. I bambini non fanno differenze. Dobbiamo chiederci dove il sistema fallisce e intervenire immediatamente. Dobbiamo garantire il rispetto dei diritti di ogni persona. È il razzismo che se ne deve andare via dal nostro Paese!».

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Volano stracci tra Erdogan e Macron alla vigilia del summit Nato

Il presidente della Turchia ha definito l'omologo francese in «stato di morte cerebrale», riciclando l'espressione usata dal capo dell'Eliseo per descrivere l'Alleanza Atlantica. Parigi convoca l'ambasciatore turco.

«Il presidente francese Emmanuel Macron ha detto che la Nato è in stato di morte cerebrale. Macron, ascolta cosa ti dico dalla Turchia, lo dirò anche alla Nato: prima di tutto fai controllare la tua morte cerebrale», ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan dopo le critiche di Macron all’offensiva di Ankara contro le milizie curde in Siria. «Queste dichiarazioni sono adatte solo a persone come te che sono in stato di morte cerebrale. Non rispetti i tuoi obblighi nella Nato, non paghi neppure quello che dovresti pagare alla Nato, ma quando c’è da mettersi in mostra ti metti in mostra», ha aggiunto Erdogan.

«LA FRANCIA NON HA DIRITTO DI STARE IN SIRIA»

«Escludere o non escludere la Turchia dalla Nato… hai l’autorità per prendere una decisione del genere? Tu non ha alcun diritto legittimità a stare laggiù (in Siria). Non ti ha invitato neppure il regime, mentre la sicurezza della Turchia è la sicurezza dell’Europa», ha concluso Erdogan.

L’AMBASCIATORE TURCO CONVOCATO A QUAI D’ORSAY

Per tutta risposta, l’ambasciatore della Turchia in Francia è stato convocato al ministero degli Esteri di Parigi. Per l’Eliseo, «non si tratta di dichiarazioni, sono insulti. L’ambasciatore verrà convocato al ministero per spiegarsi». Il nuovo duello tra Ankara e Parigi rischia di alimentare le tensioni a pochi giorni dal summit Nato della settimana prossima a Londra.

ATTACCHI ANCHE DAL MINISTERO DEGLI ESTERI

Il duro attacco del presidente turco giunge dopo che il suo ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu aveva definito il capo dello Stato francese uno «sponsor del terrorismo», facendo riferimento all’appoggio di Parigi alle milizie curde Ypg, che Ankara considera appunto «terroriste». Cavusoglu aveva anche detto che Macron vorrebbe diventare il capo dell’Europa, ma è in realtà «debole».

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La polemica sul taglio alla tampon tax solo per gli assorbenti bio

Esultano Boldrini e i promotori della misura, ma sui social in moltissimi fanno notare che l'Iva al 5% sarà applicata solo su prodotti difficili da reperire e più cari.

L’Iva sui tamponi e gli assorbenti bio passa dal 22% al 5%. Il taglio della cosiddetta “tampon tax” è stato annunciato il 28 sera su Twitter dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. «Un primo segnale di attenzione per milioni di ragazze e donne nel decreto fiscale su cui abbiamo lavorato con le deputate di maggioranza di Intergruppodonne», ha scritto il ministro.

Sui social è però scoppiata la polemica: sono in molti a far notare che gli assorbenti e i tamponi bio, ovvero quelli che si decompongono più velocemente (sei mesi per i bio e tre mesi per i compostabili), sono difficilmente reperibili e più cari. Per quelli di gran lunga più comuni, l’Iva resterà al 22%.

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La scadenza (da non mancare) per la pace fiscale

Entro il 2 dicembre 1,8 milioni di contribuenti sono chiamati a pagare la rata per rottamazione-ter saldo e stralcio. Le cose da sapere.

Entra nel vivo la pace con il fisco: entro lunedì 2 dicembre 1,8 milioni di contribuenti sono chiamati a pagare per la rottamazione-ter e il saldo e stralcio. Chi non paga lunedì perde i benefici. Ma è comunque prevista una tolleranza di cinque giorni. Quindi chi paga entro il 9 dicembre rientra comunque. Si tratta di una platea di 1,8 milioni di contribuenti per oltre 15 milioni di cartelle e avvisi che saranno pagati in modo agevolato (11,4 milioni per la rottamazione-ter e 4,2 milioni per il saldo e stralcio). La scadenza del 2 dicembre (il termine fissato al 30 novembre cade di sabato ed è posticipato al lunedì successivo) riguarda il pagamento della prima rata di circa 385 mila contribuenti che hanno aderito al saldo e stralcio e di circa 267 mila “ritardatari” della rottamazione-ter, cioè chi ha usufruito della riapertura dei termini fino al 31 luglio 2019 per presentare la domanda (la scadenza iniziale era fissata al 30 aprile 2019).

COSA SUCCEDE IN CASO DI MANCATO PAGAMENTO

A questa platea si aggiungono circa 1 milione e 170 mila contribuenti che hanno aderito alla rottamazione-ter entro il 30 aprile, compresi coloro che hanno mancato l’appuntamento della prima rata fissato allo scorso 31 luglio. Per questi ultimi, infatti, è prevista la possibilità di rientrare nei benefici della rottamazione saldando prima e seconda rata entro il 2 dicembre. Alla stessa data è fissato il termine per il pagamento della seconda rata della rottamazione-ter per i contribuenti che hanno versato la prima entro lo scorso 31 luglio. Il mancato, insufficiente o tardivo pagamento anche di una sola rata, oltre la tolleranza di cinque giorni prevista per legge (sono validi i pagamenti effettuati entro il 9 dicembre 2019), determina l’inefficacia della definizione agevolata, il debito non potrà essere più rateizzato e l’Agente della riscossione dovrà riprendere le azioni di recupero.

LE ISTRUZIONI PER PAGARE LE RATE

È possibile pagare le rate del saldo e stralcio e della rottamazione-ter presso la propria banca, agli sportelli bancomat abilitati ai servizi di pagamento Cbill, con il proprio internet banking, agli uffici postali, nei tabaccai aderenti a Banca 5 SpA e tramite i circuiti Sisal e Lottomatica, sul portale www.agenziaentrateriscossione.gov.it e con l’app Equiclick tramite la piattaforma PagoPa oppure direttamente agli sportelli. Infine, è possibile effettuare il versamento mediante compensazione con i crediti commerciali non prescritti, certi liquidi ed esigibili (c.d. crediti certificati) maturati per somministrazioni, forniture, appalti e servizi nei confronti della Pubblica amministrazione. Sul sito sono attivi i servizi online per richiedere la copia della “Comunicazione delle somme dovute” con i relativi bollettini e per scegliere le cartelle/avvisi che si intendono effettivamente pagare in via agevolata.

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Uomo armato di coltelli fermato dalla polizia sul London Bridge

Una persona è stat auccisa e quattro ferite in un attacco nel cuore di Londra. Evacuata la zona. L'assalitore potrebbe non essere stato solo.

Spari e terrore sul London Bridge di Londra: la polizia britannica ha sparato e colpito un uomo armato di coltelli. Le forze dell’ordine hanno evacuato la zona e parlato inizialmente di un incidente. Il bilancio dell’attacco, secondo Sky News, è di un morto – che non è l’aggressore – e quattro feriti. Scotland Yard ipotizza che l’attacco sia legato al “terrorismo”. Lo scrive in un tweet la Metropolitan Police che aggiunge tuttavia come le circostanze siano ancora «non chiare».

PASSANTI IN LOTTA CON L’AGGRESSORE

L’aggressore di London Bridge ha avuto una colluttazione con persone in abiti civili prima di essere neutralizzato della polizia, intervenuta pochi minuti dopo l’allarme scattato alle 14 ora locale circa, le 15 in Italia. Lo mostrano le immagini di un video rimbalzato sui media britannici, dove si vede un uomo per terra, presumibilmente l’aggressore, e alcune persone che sembrano essere passanti in lotta con lui.

Scotland Yard ha annunciato di aver “fermato” un uomo armato con coltelli che oggi a London Bridge aveva attaccato alcune persone. Lo si legge sull’account Twitter della polizia britannica, in un aggiornamento nel quale si fa riferimento ad “alcune persone” ferite, ma non alla morte del’aggressore. Dalle immagini diffuse si vede un camion bianco di traverso alla carreggiata. Circolano su Twitter anche diversi video girati da utenti a Londra che hanno ripreso il momento in cui la polizia ha neutralizzato l’attentatore sul ponte di Londra. Nelle immagini si vede una colluttazione tra l’uomo e una persona in borghese. A un certo punto quest’ultima viene trascinata via da un poliziotto in uniforme mentre un altro agente, con in mano un oggetto di colore giallo, prende la mira e spara da distanza ravvicinata, immobilizzando all’istante l‘attentatore. Secondo alcuni testimoni oculari che scrivono da Londra sul social network, l’agente potrebbe avere azionato un taser, stordendo l’attentatore.

PANICO E URLA AL BOROUGH MARKET

La gente correva nel panico tra le urla, subito è arrivata la polizia che ha bloccato ed evacuato il Borough Market pieno di gente e turisti, le persone si sono barricate all’interno dei negozi. Siamo ancora tutti in attesa di indicazioni”, ha riferito un giornalista dell’Ansa che si trova nel famoso mercato londinese, a pochi passi dal London Bridge.

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Il premier maltese Muscat si è dimesso per il caso Caruana Galizia

La decisione del premier maltese al culmine della crisi politica generata dall'inchiesta sull'uccisione della giornalista nel 2017. Prima di lui aveva lasciato il suo capo di gabinetto, finito in cella e poi scarcerato. Ed era stato arrestato il mandante dell'omicidio.

E adesso la crisi politica ha colpito anche il pesce più grosso. Il primo ministro di Malta, Joseph Muscat, è pronto ad annunciare le sue dimissioni in seguito agli sviluppi dell’inchiesta sull’omicidio di Daphne Caruana Galizia. Dopo la svolta dell’arresto del mandante dell’assassinio, un uomo d’affari su cui stava indagando la giornalista ammazzata con un’autobomba il 16 ottobre 2017, aveva lasciato il suo incarico il capo di gabinetto del premier maltese, Keith Schembri, finito in cella dopo essere stato fermato dalla polizia e infine rilasciato.

INCONTRO COL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Muscat ha incontrato il presidente della Repubblica, George Vella, al quale avrebbe anticipato la volontà di fare un passo indietro. È atteso un discorso televisivo del premier. Secondo due fonti vicine al governo maltese – ha riferito il Times of Malta – Muscat ha intenzione di avviare un processo per individuare una nuova leadership all’interno del partito laburista che dovrebbe condurre alla nomina di nuovo premier entro gennaio 2020.

DOVEVA DIMETTERSI ENTRO 6-9 MESI, POI L’ACCELERATA

Non è ancora chiaro se fino a quel momento il vicepremier Chris Fearne assumerà ad interim la guida del governo. Domenica 24 novembre sempre il Times aveva riferito che Muscat stava pensando di dimettersi «entro sei-nove mesi», ma sull’onda del crescente clima di «disagio, tristezza e dolore» a livello nazionale per l’omicidio della giornalista avrebbe potuto fare un passo indietro prima del previsto.

LA FAMIGLIA DI DAPHNE: «BASTA CONFLITTI D’INTERESSI»

Intanto la famiglia Caruana Galizia si è detta «sgomenta» per la notizia della scarcerazione di Schembri, accusato dall’imprenditore Yorgen Fenech di essere l’ispiratore dell’omicidio di Daphne. In una dichiarazione pubblicata su Facebook, i parenti avevano chiesto anche le dimissioni immediate di Muscat: «Siamo sgomenti di vedere che Schembri è stato rilasciato sotto la supervisione del primo ministro, che continua a svolgere il ruolo di giudice, giuria e carnefice in un’indagine per omicidio che finora coinvolge tre dei suoi più stretti colleghi. Questa parodia di giustizia sta facendo vergognare il nostro Paese, sta facendo a pezzi la nostra società e ci sta degradando. Non può più continuare così. Esortiamo il primo ministro a farsi da parte e lasciare che un altro senza conflitti di interessi prenda il suo posto. Se il premier ha a cuore gli interessi della giustizia e di Malta, dovrebbe dimettersi immediatamente. Il nostro Paese è più importante della sua carriera».

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Il premier iracheno Abdul-Mahdi si è dimesso

Dopo due mesi di proteste e circa 400 morti, il capo del governo annuncia il passo indietro. Scaricato anche dalla massima autorità religiosa del Paese.

Il premier iracheno Adel Abdul-Mahdi ha annunciato le dimissioni. Il passo indietro, ufficializzato nel pomeriggio del 29 novembre, arriva all’indomani dell’uccisione di decine di manifestanti anti-governativi nel Sud dell’Iraq e dopo che la massima autorità religiosa sciita irachena, il Grande Ayatollah Ali Sistani, aveva invitato il parlamento iracheno a togliere la fiducia al governo di Adel Abdul Mahdi.

CINQUANTA MORTI IN 24 ORE, 400 IN DUE MESI

Solo nelle ultime 24 ore sono morti 50 manifestanti. Il bilancio complessivo delle proteste in corso da due mesi a Baghdad e nel Sud sciita è di circa 400 vittime. La mattina del 29 novembre, Adel Dakhili, il governatore della regione meridionale di Dhi Qar con capoluogo Nassiriya, teatro nelle ultime 24 ore di sanguinosi scontri tra forze di sicurezza e manifestanti, aveva annunciato le dimissioni in dissenso col governo centrale di Baghdad.

Lo spargimento di sangue è stato causato da forze venute da fuori e senza che il governo centrale informasse le autorità locali

Adel Dakhili, governatore della regione di Dhi Qar

«Lo spargimento di sangue è stato causato da forze venute da fuori della regione di Dhi Qar e senza che il governo centrale informasse le autorità locali», aveva detto Dakhili.

L’APPELLO DI SISTANI AL PARLAMENTO

La spallata decisiva ad Abdul Mahdi è arrivata poco dopo. Nella predica settimanale, tenuta da un rappresentante di Sistani durante la preghiera comunitaria islamica del venerdì nella città santa sciita di Karbala, a Sud di Baghdad, il Grande Ayatollah ha chiesto al parlamento di intervenire per cambiare l’equilibrio politico nel Paese e ascoltare le pressanti richieste della popolazione del sud del Paese. «Il parlamento, da cui il governo trae sostegno, deve rivedere la sua scelta riguardo all’esecutivo considerando gli interessi dell’Iraq», ha detto Sistani, affermando che questa scelta deve esser fatta per «proteggere il sangue dei cittadini (iracheni)».

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Cresce il fronte del governo che chiede un rinvio del Mes

Il M5s trova la sponda di LeU. Il ministro Speranza: «Occorre la valutazione più approfondita, che coinvolga anche il parlamento». E Di Maio: «Questo accordo va migliorato».

Il dibattito sulla riforma del Mes, il fondo Salva-Stati, continua a incendiare la politica italiana. E stavolta il Movimento 5 stelle trova un alleato forse inatteso in Liberi e uguali che, per bocca del ministro della Salute Roberto Speranza, ha caldeggiato l’ipotesi di un rinvio. «Sul meccanismo europeo di stabilità è giusto fare la discussione più approfondita possibile coinvolgendo pienamente il parlamento», ha detto Speranza. «Su una materia così delicata bisognerebbe evitare scontri strumentali e dovremmo invece, come Paese, difendere tutti assieme i nostri interessi. Per questo ha senso l’ipotesi di un rinvio volto a favorire una valutazione di pacchetto in cui oltre al Mes si affronti anche la delicata questione dell’Unione bancaria».

DI MAIO: «QUEST’ACCORDO DEV’ESSERE MIGLIORATO»

Per Luigi Di Maio, invece, «il tema non è il Mes in sé, ma se sia un Salva-Stati o uno stritola Stati. Ieri abbiamo avuto una riunione del gruppo parlamentare del Movimento 5 stelle e siamo tutti d’accordo sul fatto che questo accordo deve essere migliorato». «Penso che la nostra posizione sia una: garantire l’Italia. Prima di tutto ci dobbiamo occupare di garantire il nostro Paese, la nostra situazione finanziaria e il nostro assetto di bilancio», ha precisato di lì a poco la ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli, parlando a margine dell’inaugurazione della sede di Cdp a Napoli. «Ho parlato con il nostro ministro dell’Economia e credo che ci chiariremo sui contenuti quanto prima

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Cresce il fronte del governo che chiede un rinvio del Mes

Il M5s trova la sponda di LeU. Il ministro Speranza: «Occorre la valutazione più approfondita, che coinvolga anche il parlamento». E Di Maio: «Questo accordo va migliorato».

Il dibattito sulla riforma del Mes, il fondo Salva-Stati, continua a incendiare la politica italiana. E stavolta il Movimento 5 stelle trova un alleato forse inatteso in Liberi e uguali che, per bocca del ministro della Salute Roberto Speranza, ha caldeggiato l’ipotesi di un rinvio. «Sul meccanismo europeo di stabilità è giusto fare la discussione più approfondita possibile coinvolgendo pienamente il parlamento», ha detto Speranza. «Su una materia così delicata bisognerebbe evitare scontri strumentali e dovremmo invece, come Paese, difendere tutti assieme i nostri interessi. Per questo ha senso l’ipotesi di un rinvio volto a favorire una valutazione di pacchetto in cui oltre al Mes si affronti anche la delicata questione dell’Unione bancaria».

DI MAIO: «QUEST’ACCORDO DEV’ESSERE MIGLIORATO»

Per Luigi Di Maio, invece, «il tema non è il Mes in sé, ma se sia un Salva-Stati o uno stritola Stati. Ieri abbiamo avuto una riunione del gruppo parlamentare del Movimento 5 stelle e siamo tutti d’accordo sul fatto che questo accordo deve essere migliorato». «Penso che la nostra posizione sia una: garantire l’Italia. Prima di tutto ci dobbiamo occupare di garantire il nostro Paese, la nostra situazione finanziaria e il nostro assetto di bilancio», ha precisato di lì a poco la ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli, parlando a margine dell’inaugurazione della sede di Cdp a Napoli. «Ho parlato con il nostro ministro dell’Economia e credo che ci chiariremo sui contenuti quanto prima

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L’Italia dello zero virgola e della perenne fase di ristagno

L'Istat ha confermato il Pil a +0,1% nel terzo trimestre del 2019. Una situazione di stallo dell'attività economica che dura ormai da due anni. Così il nostro Paese colleziona solo aumenti consecutivi di un decimo di punto.

Una stagnazione lunga almeno due anni. Il Prodotto interno lordo (Pil) italiano è cresciuto nel terzo trimestre del 2019 dello 0,1% rispetto ai tre mesi precedenti (quando era rimasto immobile). Lo ha confermato l’Istat, ribadendo anche la stima di un aumento su base annua dello 0,3%. Mentre la disoccupazione è leggermente calata. Cresce insomma il lavoro nonostante un’economia molto debole.

VARIAZIONE ACQUISITA DELLO 0,2%

La variazione acquisita del Pil per il 2019, cioè la crescita che si avrebbe a fine anno se l’ultimo trimestre presentasse un Pil fermo in termini congiunturali, è stata invece stimata allo 0,2%.

DAL 2018 OSCILLIAMO TRA ZERO E RECESSIONE

Nel nostro Paese dunque prosegue «la fase di quasi ristagno dell’attività economica che dura ormai da poco meno di due anni», ha sottolineato l’Istituto di statistica. Dall’inizio del 2018, infatti, il Pil è oscillato intorno allo zero virgola, collezionando aumenti consecutivi di un decimo di punto, interrotti solo dalla recessione tecnica tra il secondo e il terzo trimestre del 2018.

PEGGIO DI USA E FRANCIA, MA COME LA GERMANIA

Guardando a quanto accaduto fuori dai confini italiani, sempre nel terzo trimestre il Pil è aumentato in termini congiunturali dello 0,5% negli Stati Uniti, dello 0,3% in Francia e dello 0,1% in Germania. Nel complesso, il Pil dei Paesi dell’area euro è aumentato dello 0,1% rispetto al trimestre precedente.

MIGLIORANO I CONSUMI DELLE FAMIGLIE

L’Istat ha poi rilevato che la spesa delle famiglie è salita dello 0,4% nel terzo trimestre del 2019 rispetto al precedente trimestre. Un’accelerazione per i consumi (era +0,1% nel secondo trimestre). Si tratta del rialzo maggiore dall’inizio del 2018. Invece gli investimenti fissi lordi hanno segnato un calo dello 0,2% in termini congiunturali: la flessione ha interrotto una fase di crescita che proseguiva da tre trimestri. Ha pesato il negativo risultato, trimestre su trimestre, degli investimenti relativi ai mezzi di trasporto (-1,9%).

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L’Italia dello zero virgola e della perenne fase di ristagno

L'Istat ha confermato il Pil a +0,1% nel terzo trimestre del 2019. Una situazione di stallo dell'attività economica che dura ormai da due anni. Così il nostro Paese colleziona solo aumenti consecutivi di un decimo di punto.

Una stagnazione lunga almeno due anni. Il Prodotto interno lordo (Pil) italiano è cresciuto nel terzo trimestre del 2019 dello 0,1% rispetto ai tre mesi precedenti (quando era rimasto immobile). Lo ha confermato l’Istat, ribadendo anche la stima di un aumento su base annua dello 0,3%. Mentre la disoccupazione è leggermente calata. Cresce insomma il lavoro nonostante un’economia molto debole.

VARIAZIONE ACQUISITA DELLO 0,2%

La variazione acquisita del Pil per il 2019, cioè la crescita che si avrebbe a fine anno se l’ultimo trimestre presentasse un Pil fermo in termini congiunturali, è stata invece stimata allo 0,2%.

DAL 2018 OSCILLIAMO TRA ZERO E RECESSIONE

Nel nostro Paese dunque prosegue «la fase di quasi ristagno dell’attività economica che dura ormai da poco meno di due anni», ha sottolineato l’Istituto di statistica. Dall’inizio del 2018, infatti, il Pil è oscillato intorno allo zero virgola, collezionando aumenti consecutivi di un decimo di punto, interrotti solo dalla recessione tecnica tra il secondo e il terzo trimestre del 2018.

PEGGIO DI USA E FRANCIA, MA COME LA GERMANIA

Guardando a quanto accaduto fuori dai confini italiani, sempre nel terzo trimestre il Pil è aumentato in termini congiunturali dello 0,5% negli Stati Uniti, dello 0,3% in Francia e dello 0,1% in Germania. Nel complesso, il Pil dei Paesi dell’area euro è aumentato dello 0,1% rispetto al trimestre precedente.

MIGLIORANO I CONSUMI DELLE FAMIGLIE

L’Istat ha poi rilevato che la spesa delle famiglie è salita dello 0,4% nel terzo trimestre del 2019 rispetto al precedente trimestre. Un’accelerazione per i consumi (era +0,1% nel secondo trimestre). Si tratta del rialzo maggiore dall’inizio del 2018. Invece gli investimenti fissi lordi hanno segnato un calo dello 0,2% in termini congiunturali: la flessione ha interrotto una fase di crescita che proseguiva da tre trimestri. Ha pesato il negativo risultato, trimestre su trimestre, degli investimenti relativi ai mezzi di trasporto (-1,9%).

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Il candidato del M5s alle Regionali in Calabria ha una villetta parzialmente abusiva

La casa si trova a Carlopoli, in provincia di Catanzaro. Prima il Tar e poi il Consiglio di Stato hanno condannato Aiello a demolire un piano.

La villetta di famiglia ereditata da Francesco Aiello, professore ordinario di politica economica all’Università di Cosenza e candidato del M5s alle Regionali in Calabria, è parzialmente abusiva e con il secondo piano da abbattere.

Il quotidiano la Repubblica è stato il primo a dare la notizia. La villetta si trova a Carlopoli, in provincia di Catanzaro. Prima il Tar e poi il Consiglio di Stato hanno condannato Aiello e suo fratello disponendo la demolizione del piano “incriminato”.

La villetta, edificata negli Anni 80, è stata costruita violando la quota delle cubature previste. Ma nel corso della vicenda, durata un decennio, dopo vari esposti e sanatorie la casa degli Aiello è rimasta integra.

CORPO PRINCIPALE E PRIMO PIANO SANATI CON UN CONDONO

L’amministrazione comunale, come racconta il quotidiano diretto da Carlo Verdelli, è riuscita a farsi pagare gli oneri concessori per corpo principale e primo piano, sanati con un condono. E il resto della villetta (seminterrato e secondo piano) non è stato toccato.

SI È “SALVATO” PURE IL SEMINTERRATO

Dopo un ulteriore ricorso, gli Aiello sono riusciti a “salvare” anche il seminterrato, perché se fosse stato smantellato sarebbe crollato tutto l’edificio. Ma per quanto riguarda il secondo piano, da un anno a questa parte, nulla si è mosso.

ANCHE DI MAIO HA CHIESTO SPIEGAZIONI

Il piano abusivo è ancora lì e adesso anche il leader del M5s, Luigi Di Maio, «attende chiarimenti».

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La villetta di famiglia ereditata da Francesco Aiello, professore ordinario di politica economica all’Università di Cosenza e candidato del M5s alle Regionali in Calabria, è parzialmente abusiva e con il secondo piano da abbattere.

Il quotidiano la Repubblica è stato il primo a dare la notizia. La villetta si trova a Carlopoli, in provincia di Catanzaro. Prima il Tar e poi il Consiglio di Stato hanno condannato Aiello e suo fratello disponendo la demolizione del piano “incriminato”.

La villetta, edificata negli Anni 80, è stata costruita violando la quota delle cubature previste. Ma nel corso della vicenda, durata un decennio, dopo vari esposti e sanatorie la casa degli Aiello è rimasta integra.

CORPO PRINCIPALE E PRIMO PIANO SANATI CON UN CONDONO

L’amministrazione comunale, come racconta il quotidiano diretto da Carlo Verdelli, è riuscita a farsi pagare gli oneri concessori per corpo principale e primo piano, sanati con un condono. E il resto della villetta (seminterrato e secondo piano) non è stato toccato.

SI È “SALVATO” PURE IL SEMINTERRATO

Dopo un ulteriore ricorso, gli Aiello sono riusciti a “salvare” anche il seminterrato, perché se fosse stato smantellato sarebbe crollato tutto l’edificio. Ma per quanto riguarda il secondo piano, da un anno a questa parte, nulla si è mosso.

ANCHE DI MAIO HA CHIESTO SPIEGAZIONI

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