Le quotazioni di Borsa e lo spread del 3 dicembre 2019

Piazza Affari in rialzo. Bene Unicredit dopo gli obiettivi del nuovo piano strategico. Differenziale Btp-Bund stabile. I mercati in diretta.

Borsa italiana in rialzo nella seduta del 3 dicembre 2019. Il Ftse Mib ha segnato in apertura +0,5%. Bene Unicredit dopo l’annuncio degli obiettivi del nuovo piano strategico. Vola Gedi dopo l’accordo per la vendita della partecipazione di Cir a Exor.

SPREAD BTP-BUND STABILE A 163 PUNTI

Lo spread tra Btp e Bund è stabile in avvio di giornata a quota 163 punti, sugli stessi valori della chiusura del 2 dicembre. Il rendimento del titolo decennale italiano sale all’1,36%.

GLI AGGIORNAMENTI DEI MERCATI IN DIRETTA

9.30 – VOLA GEDI DOPO L’ACCORDO CIR-EXOR

Vola Gedi a Piazza Affari dopo l’annuncio dell’accordo per la vendita della partecipazione di Cir a Exor al prezzo di 0,46 euro per azione, con un premio di oltre il 60% rispetto alla chiusura di ieri. Il titolo, dopo essere rimasto per alcuni minuti in asta di volatilità, è entrato agli scambi dove segna non dove segna un rialzo del 60,49% a 0,455 euro, allineandosi al prezzo dell’Opa che verrà lanciata sul flottante. Scivola Cir (-4,76% a 1,12 euro) dopo il rally di ieri mentre Exor avanza dell’1,32% a 68,96 euro.

9.10 – UNICREDIT IN RIALZO

Unicredit apre in rialzo a Piazza Affari dopo l’annuncio degli obiettivi del nuovo piano strategico. Nelle prime contrattazioni il titolo avanza dello 0,91% a 12,48 euro.

9.00 – APERTURA POSITIVA DELLA BORSA ITALIANA

Avvio di seduta in rialzo per Piazza Affari. L’indice Ftse Mib ha avviato le contrattazioni in progresso dello 0,51% a quota 22.845 punti.

8.00 – TOKYO CHIUDE IN CALO

La Borsa di Tokyo conclude la seduta in negativo, penalizzata dalla correzione fatta segnare dagli indici azionari statunitensi, dopo i dati dall’attività manifatturiera, considerati più deboli del previsto. L’indice Nikkei ha registrato una flessione dello 0,64% a quota 23.379,81, perdendo 235 punti. L’incertezza si riflette sul fronte dei cambi, con lo yen che si rivaluta e tratta a 109,10 sul dollaro, e sulla moneta unica a 120,80.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Unicredit taglia il personale e aumenta il valore per i soci

La banca di Piazza Gae Aulenti prevede per il piano 2020-2023 una riduzione di 8 mila dipendenti. E la chiusura di 500 sportelli. Mentre punta a creare 16 miliardi per gli azionisti nel triennio aumentando al 40% la distribuzione di capitale per il 2019.

Grandi tagli in arrivo per Unicredit. La banca in una nota ha annunciato la riduzione del personale di circa 8 mila unità nell’arco del piano 2020-2023 mentre l’ottimizzazione della rete di filiali porta alla chiusura di circa 500 sportelli.

LA SFORBICIATA PIÙ CONSISTENTE IN ITALIA

In particolare la sforbiciata si concentra soprattutto in Italia, Germania e Austria, dove il personale deve essere ridotto complessivamente del 21% e verrà chiuso il 25% delle filiali. Il nostro Paese appare destinato a sostenere la parte più consistente degli esuberi: degli 1,4 miliardi di euro di costi di integrazione stimati per la loro gestione, infatti, 1,1 miliardi riguarderanno l’Italia (pari al 78% del totale) e solo 0,3 miliardi l’Austria e la Germania.

PER GLI AZIONISTI 16 MILIARDI DI VALORI

Unicredit punta poi a creare 16 miliardi di valore per gli azionisti in quel triennio e aumentare al 40% la distribuzione di capitale per il 2019.

UTILE A 5 MILIARDI NEL 2023

Il piano strategico prevede di realizzare un utile di 5 miliardi di euro nel 2023, con una crescita aggregata dell’utile per azione di circa il 12% nel periodo 2018-2023. Il ritorno sul capitale tangibile (rote) sarà «pari o al di sopra dell’8%» per tutto il piano, si legge nella nota.

AI SOCI 8 MILIARDI TRA CEDOLE E BUY-BACK

La banca ha intenzione di distribuire ai propri azionisti circa 8 miliardi di euro, tra cedole e riacquisto di azioni, tra il 2020 e il 2023, di cui 6 miliardi rappresentati da dividendi in contanti e 2 miliardi da riacquisto di azioni proprie.

NEL 2019 DISTRIBUZIONE DEL CAPITALE RADDOPPIATA

Per il 2019 il gruppo di Piazza Gae Aulenti ha deciso di raddoppiare la distribuzione di capitale prevista dal precedente piano al 40%, di cui il 10% attraverso buy-back e il 30% con dividendi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Perché il governo rischia la crisi dopo le tensioni sul Mes

Il gelo tra Conte e Di Maio. Lo scetticismo dei renziani. I malumori nel Pd. L'esecutivo traballa. Chiamato a una risoluzione unitaria sul Salva-Stati tutta in salita. Mentre a Camera e Senato i pasdaran affilano le armi.

Un’altra giornata di tensione all’interno della maggioranza sul Mes. La cartina di tornasole di un rapporto sempre più complicato tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. A poche ore dall’informativa del premier sul Meccanismo europeo di stabilità che ha portato alla luce del sole problemi e frizioni in seno all’esecutivo, il governo guarda già a due date – quelle del 10 e 11 dicembre – potenzialmente cruciali: Conte riferirà alla Camera e al Senato in vista del Consiglio Ue. E la maggioranza sarà chiamata a una risoluzione unitaria che non sconfessi quel negoziato che, da qui alla prossima settimana, l’Italia intavolerà con l’Ue sull’intero pacchetto dell’Unione economica e monetaria.

I margini, spiegano fonti di Palazzo Chigi, ci sono. Toccherà al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, all’Eurogruppo del 4 dicembre, valutarne la percorribilità. Difficile cambiare, nel suo cuore, il nuovo trattato per il Mes. Più facile «migliorare» gli allegati e il pacchetto dell’Unione bancaria o rinviare la firma della riforma con il placet di qualche alleato Ue.

LA SPONDA DELLA GERMANIA

«C’è sempre e c’è sempre stato spazio» per la trattativa per i singoli Paesi, «ma ci sono anche regole che vanno rispettate» nell’interesse di tutti i Paesi membri, è la porta socchiusa lasciata dalla cancelliera Angela Merkel, sponda spesso cercata da Conte anche nei momenti più critici. Un escamotage per rinviare all’inizio del 2020, osserva una fonte di maggioranza, potrebbe essere la situazione politica di Malta, dove montano le proteste e Joseph Muscat è un premier a fine corsa. Ma si tratta di ipotesi, anche perché, dall’Eurogruppo sono piuttosto chiari: «La riforma del Trattato sul Mes è stata già approvata a giugno, stiamo solo discutendo la legislazione secondaria, meglio chiudere ora». Gualtieri, insomma, non potrà invertire la rotta. Resta da vedere come il suo lavoro sarà accolto dal M5s. Movimento nel quale, per il premier, ci sono due ordini di problemi: l’atteggiamento di Di Maio e la tenuta dei gruppi.

IL GRANDE GELO ALLA CAMERA

Alla Camera, mentre i colleghi di governo annuivano all’informativa di Conte, Di Maio assisteva impassibile, senza mai applaudire. E al Senato il capo politico M5s non era in Aula, come anche una trentina di senatori del Movimento. Del resto, a qualcuno tra i pentastellati l’intervento di Conte è sembrato soprattutto una difesa di Gualtieri. E non è sfuggito il riferimento del premier al fatto che «tutti i ministri» sapevano del negoziato. Tanto che, nel pomeriggio, lo stesso Conte è stato costretto a chiarire un concetto: nelle sue parole non c’erano frecciate a Di Maio ma il governo è «unito» nel voler migliorare il Mes. Al Senato, però, in vista della risoluzione, si naviga in alto mare. «Bisogna fare interventi nel merito, bisogna studiare», spiega Laura Bottici, che si occupa da mesi e mesi della materia.

LO SCETTICISMO DEI RENZIANI

Al Senato e alla Camera ci sono i pasdaran del Mes ma c’è anche chi, sull’argomento, prevede senza alcun rimpianto la caduta del governo. Ed è su questi esponenti che si concentra l’Opa di Salvini che, in Aula al Senato, non a caso punta il mirino proprio sulle divisioni tra Conte e il M5s. I malumori nel Pd si moltiplicano. Goffredo Bettini avverte che o si cambia musica o si chiude il sipario e i renziani mai come in queste ore sono scettici sulla durata del governo Conte 2. Ma non della legislatura.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Trump minaccia Francia e Italia sulla digital tax

Se Parigi colpirà Google e gli altri big, Washington imporrà dazi fino al 100% per un valore di 2,4 miliardi di dollari. Nel mirino anche il nostro Paese, la Turchia e l'Austria.

Donald Trump minaccia Francia e Italia sulla digital tax. La stoccata del presidente Usa arriva mentre è in volo sull’Air Force One verso Londra, per partecipare al summit della Nato: se la Francia va avanti con la digital tax che riguarda i big americani del web – da Google a Facebook passando per Amazon – verrà colpita a partire da gennaio con dazi fino al 100% su beni per un valore di 2,4 miliardi di dollari. E da Washington fanno sapere che la rappresaglia potrebbe riguardare anche altre capitali che dovessero seguire la strada di Parigi, tra cui Roma. Il rappresentante Usa al commercio Robert Lighthizer, che ha presentato le conclusioni dell’indagine ordinata dal tycoon, cita insieme all’Italia anche la Turchia e l’Austria. Quanto basta a rendere ancor più rovente del previsto il clima londinese nel quale in realtà si dovrebbero festeggiare i 70 anni dell’Alleanza Atlantica. Un clima reso già teso dalla questione dei finanziamenti alla Nato e dalle pressioni Usa perché gli alleati mollino Huawei per lo sviluppo del 5G.

DECISIONE DEFINITIVA ENTRO IL 14 GENNAIO

La digital tax – che Oltralpe prevede un’aliquota del 3% sulle entrate in Francia delle società tecnologiche americane – viene considerata dagli Usa discriminatoria nei confronti delle aziende Usa e, è la linea di Trump, c’è ancora tempo per poter negoziare e trovare una soluzione in sede Ocse. Ma i tempi sono stretti, perché una decisione definitiva è attesa entro il 14 gennaio. Poi, senza intesa, dovrebbero scattare contro Parigi i nuovi pesantissimi dazi su champagne, borse e altri beni di lusso. E su quei vini e formaggi già colpiti da dazi al 25% il mese scorso. Così come colpiti da tariffe del 25% sono stati alcuni prodotti del made in Italy, eccellenze come il parmigiano e la mozzarella, in risposta al verdetto del Wto sugli aiuti europei ad Airbus. Una situazione che l’Italia vive come un’ingiustizia e che ha creato qualche tensione anche durante la recente visita alla Casa Bianca del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cos’ha deciso la holding dei De Benedetti sulla vendita di Gedi

Accordo con Exor per la cessione delle quote di Cir nel gruppo editoriale (43,78%) al prezzo di 0,46 euro per azione, per un controvalore pari a 102,4 milioni di euro.

Al termine di un cda durato tutta la giornata, la finanziaria controllata dai De Benedetti (Cir) ha firmato un accordo per la cessione a Exor (famiglia Agnelli) della sua partecipazione nel Gruppo Gedi al prezzo di 0,46 euro per azione, per un controvalore pari a 102,4 milioni di euro. Si tratta di quasi il doppio della cifra (0,25 euro ad azione) offerta a metà ottobre da Carlo De Benedetti per riprendere dai figli il controllo del gruppo editoriale. Al termine dell’operazione, da realizzare tramite una società di nuova costituzione, verrà lanciata un’opa allo stesso prezzo. Cir reinvestirà nella nuova società per una quota pari al 5% di Gedi.

ELKANN: «PROGETTO EDITORIALE RIGOROSO»

«Con questa operazione ci impegniamo in un progetto imprenditoriale rigoroso, per accompagnare Gedi ad affrontare le sfide del futuro», ha detto John Elkann, presidente e amministratore delegato di Exor.

RODOLFO DE BENEDETTI: «TESTIMONE A UN AZIONISTA DI LIVELLO»

«Passiamo il testimone ad un azionista di primissimo livello, che da più di due anni partecipa alla vita della Società, che conosce l’editoria e le sue sfide, che in essa ha già investito in anni recenti e che anche grazie alla propria proiezione internazionale saprà sostenere il gruppo nel processo di trasformazione digitale in cui esso, come tutto il settore, è immerso», è stato il commento del presidente di Cir, Rodolfo De Benedetti.

IL GRUPPO GEDI

Gedi è il primo editore di quotidiani in Italia, con La Repubblica, La Stampa e 13 testate locali, edita periodici tra cui il settimanale L’Espresso, è leader per audience nell’informazione digitale ed è uno dei principali gruppi nel settore radiofonico, con tre emittenti nazionali, tra cui Radio Deejay. Opera, inoltre, nel settore della raccolta pubblicitaria, tramite la concessionaria Manzoni, per i propri mezzi e per editori terzi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il record di Lionel Messi e le polemiche sul Pallone d’oro 2019

All'asso del Barcellona sesto premio (nessuno come lui) anche senza la vittoria in Champions. Secondo Van Dijk e terzo Ronaldo, che ha disertato la premiazione. La classifica ufficiale.

Dal Mes a Messi. Mentre in Italia la politica si scanna sulla riforma del fondo Salva-Stati, il mondo del calcio incorona ancora una volta l’asso del Barcellona consegnandogli il suo sesto Pallone d’oro: record.

CRISTIANO E LA REAZIONE STIZZITA

E così a Parigi, nel centralissimo teatro Chatelet, Lionel è diventato, a 32 anni, il giocatore più premiato di sempre. Le consuete fughe di notizie su Twitter da tempo non avevano lasciato spazio alle speranze delle agguerrite star del Liverpool vincitore della Champions league, né tantomeno a quelle di un Cristiano Ronaldo che si è fermato a cinque trofei e non si è presentato nemmeno alla cerimonia di premiazione. Già assente l’anno prima, quando arrivò secondo dietro Luka Modric, Cr7 avrebbe motivato la sua assenza con la necessità di essere presente al Gran Gala del calcio, a Milano, dove – al contrario di Parigi – potrebbe vedersi assegnare il premio come miglior giocatore del campionato italiano.

EPPURE NON È STATA LA STAGIONE MIGLIORE DI LEO

Leo Messi dunque è arrivato al primo posto grazie ai voti dei 180 giornalisti della giuria internazionale – tra cui l’italiano Paolo Condò – nonostante non sia stato protagonista della sua stagione migliore. Una decisione destinata a far discutere e frutto soprattutto della dispersione di voti fra i suoi avversari.

Lionel Messi pallone d'oro 2019
Leo Messi. (Ansa)

TANTO LIVERPOOL SUL PODIO: VAN DIJK E SALAH

Al secondo posto è arrivato il difensore olandese del Liverpool, Virgil van Dijk, prima di un suo compagno di squadra, l’egiziano Mohamed Salah, capocannoniere in Premier league sia nel 2017-2018 (32 gol) sia nel 2018-2019 (22) anche se a pari merito col partner d’attacco Sadio Mané e con Pierre-Emerick Aubameyang dell’Arsenal.

NON È STATA DECISIVA LA CHAMPIONS

Al centrale di difesa dell’Olanda non è bastata la straordinaria stagione con i Reds e la consacrazione della Champions, di solito decisiva negli anni in cui non si giocano Mondiali o Europei. Messi ha vinto la Liga con il suo Barça e ha segnato più di tutti, 36 gol, ma nel torneo più importante si è fermato in semifinale (nonostante una rete fantastica su punizione nell’andata proprio contro il Liverpool poi campione).

QUINTO IL SENEGALESE MANÉ

Molto staccato il senegalese Mané, vicecampione d’Africa, che è arrivato al quinto posto nonostante a un certo punto sognasse di succedere all’unica altra star africana premiata, George Weah (1995).

CR7 DA NOVE ANNI ERA TRA I PRIMI TRE

Quarto Cristiano Ronaldo, che a 34 anni non sta attraversando il suo momento migliore nella Juventus e che ha già dimostrato di non digerire bene i piazzamenti diversi dal primo. Stavolta è finito fuori dal trio di testa dopo nove anni consecutivi di podio.

RAPINOE REGINA TRA LE DONNE

Fra le donne primo posto indiscusso per la centravanti americana vincitrice dei seguitissimi mondiali di Francia 2019, Megan Rapinoe, ormai icona per i difensori dei diritti di gay e lesbiche, oltre che oppositrice del presidente statunitense Donald Trump. Ha ricevuto il secondo Pallone d’oro della storia del calcio femminile, dopo il primo storico trofeo assegnato nel 2018 alla norvegese Ada Hergerberg.

PREMIATI ANCHE ALISSON E DE LIGT

Alisson Becker, portiere del Brasile e del Liverpool, si è aggiudicato il trofeo Lev Yashin, Matthijs De Ligt (Juventus, ex Ajax) il premio Raymond Kopa per il miglior calciatore Under 21.

LA CLASSIFICA UFFICIALE

1 – Lionel Messi (Argentina/Barcellona)
2 – Virgil van Dijk (Olanda/Liverpool)
3 – Cristiano Ronaldo (Portogallo/Juventus)
4 – Sadio Mané (Senegal/Liverpool)
5 – Mohamed Salah (Egitto/Liverpool)
6 – Kylian Mbappé (Francia/PSG)
7 – Alisson (Brasile/Liverpool)
8 – Robert Lewandowski (Polonia/Bayern)
9 – Bernardo Silva (Portogallo/Manchester City)
10 – Riyad Mahrez (Algeria/Manchester City)

11 – Frenkie de Jong (Olanda/Ajax poi Barcellona)
12 – Raheem Sterling (Inghilterra/Manchester City)
13 – Eden Hazard (Belgio/Chelsea poi Real Madrid)
14 – Kevin de Bruyne (Belgio/Manchester City)
15 – Matthijs de Ligt (Olanda/Ajax poi Juventus)
16 – Sergio Agüero (Argentina/Manchester City)
17 – Roberto Firmino (Brasile/Liverpool)
18 – Antoine Griezmann (Francia/Atletico Madrid poi Barcellona)
19 – Trent Alexander-Arnold (Inghilterra/Liverpool)

20 – ex aequo Pierre-Emerick Aubameyang (Gabon/Arsenal) e Dusan Tadic (Serbia/Ajax)
22 – Son Heung-min (Corea del Sud/Tottenham)
23 – Hugo Lloris (Francia/Tottenham)
24 – ex aequo Kalidou Koulibaly (Senegal/Napoli) e Marc-André Ter Stegen (Germania/Barcellona)
26 – ex aequo Georginio Wijnaldum (Olanda, Liverpool) e Karim Benzema (Francia/Real Madrid)
28 – ex aequo Joao Felix (Portogallo/Atletico Madrid), Marquinhos (Brasile/Psg) e Donny van de Beek (Olanda/Ajax)

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I sondaggi politici elettorali del 2 dicembre 2019

Sorprende l'esordio di Azione, nuovo gruppo di Carlo Calenda, al 3,3%.

Nei sondaggi politici del 2 dicembre 2019 sorprende l’esordio di Azione, la nuova formazione di Carlo Calenda, al 3,3% nella rilevazione di Swg per il TgLa7. Tra i principali partiti cresce soltanto la Lega, dopo due settimane in calo. Il partito di Matteo Salvini risale dal 33,1% del 25 novembre al 33,8%. perdono terreno tutti gli altri. Il Pd passa dal 18,1% al 17,7%, il Movimento 5 Stelle dal 16,5% al 15,5%, Fratelli d’Italia dal 10,1% al 10%, Forza Italia dal 6% al 5,1%, Italia viva dal 5,5% al 4,9%.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La Nato cerca la sua strada al summit del 70esimo anniversario

L'Alleanza Atlantica riunita a Londra affronta minacce esterne, ma soprattutto interne: Trump resta un'incognita e Macron ha scagliato uno degli attacchi più duri di sempre.

L’Alleanza Atlantica compie 70 anni. Ma al vertice Nato di Londra potrebbe esserci ben poco da festeggiare. Raramente i leader alleati si sono ritrovati attorno allo stesso tavolo in un simile clima di tensione, ognuno portatore di una propria visione, divisi su come ridisegnare le relazioni transatlantiche e su come affrontare le sfide di un mondo e di una mappa geopolitica che cambiano sempre più in fretta. Le parole di qualche settimana fa di Emmanuel Macron, che ha parlato di «morte cerebrale» dell’organizzazione, pesano come macigni. E lasciano intravedere un possibile nuovo inedito asse con Donald Trump. Il presidente americano, secondo quanto si apprende, avrà anche un incontro bilaterale con Giuseppe Conte a margine dei lavori.

ERDOGAN E BREXIT GLI OSSERVATI SPECIALI

Ma a pesare sul summit sono inevitabilmente anche le vicende personali di molti dei leader. Nonostante la Brexit il premier britannico Boris Johnson vuole dimostrare come l’uscita dalla Ue non pregiudichi l’impegno del suo Paese nella Nato, mettendo anche in guardia l’amico Trump dal non interferire nelle vicende interne del Regno Unito. Osservato speciale sarà poi il sultano turco Recep Tayyip Erdogan, nel mirino degli europei per l’offensiva contro i curdi nel nord della Siria.

L’OMBRA DELL’IMPEACHMENT SU TRUMP

Ma ancora una volta la vera incognita è cosa farà il presidente Usa, volato in Europa quasi fuggendo dalla morsa dell’impeachment. Un tycoon mai come in questa occasione in cerca di legittimità e visibilità in campo internazionale, per oscurare il processo che sta subendo in casa e che rischia di minare le sue chance di rielezione nel 2020. «Da quando sono presidente il numero degli alleati della Nato che hanno adempiuto ai loro obblighi finanziari è più che raddoppiato!», ha scritto su Twitter mentre era in volo sull’Air Force One verso Londra.

Del resto il summit Nato prende il via proprio nel giorno in cui si apre in Congresso una nuova cruciale fase dell’inchiesta, quella che dovrebbe portare entro Natale al voto della Camera sulla messa in stato di accusa del presidente, rassegnato oramai a sottoporsi nel nuovo anno al giudizio del Senato. Non nuovo ai colpi di scena, cosa abbia in serbo Trump per trasformare Londra in una vetrina che rafforzi la sua immagine sono in molti a chiederselo, dopo i ripetuti scontri sul contributo dei singoli Paesi all’Alleanza. Del resto il tycoon al vertice di Bruxelles lo scorso luglio arrivò ad agitare lo spettro di una clamorosa uscita degli Usa dall’organizzazione, con tanto di incidente diplomatico con Angela Merkel, mollata nel mezzo delle sue dichiarazioni finali. Uno sgarbo che difficilmente la cancelliera tedesca avrà archiviato.

IL PRESSING DEGLI USA CONTRO IL 5G CINESE

Ad accentuare le tensioni potrebbe poi essere il pressing di Washington sugli europei affinché rinuncino a collaborare con i cinesi per realizzare le reti di nuova generazione 5G. «Non dovete fidarvi di società come Huawei o Zte», ha scritto il segretario di Stato americano Mike Pompeo in una lettera aperta agli alleati del Vecchio Continente, sottolineando come per gli Usa sia una questione di sicurezza nazionale. «È fondamentale che i Paesi europei non consegnino il controllo delle loro infrastrutture vitali», ha affermato Pompeo: «Con le capacità del 5G il partito comunista cinese può utilizzate l’accesso di Huawei o Zte nei Paesi europei per rubare informazioni, spiare o sabotare reti infrastrutturali critiche».

IL PROGRAMMA DEL SUMMIT

Il summit sarà preceduto il 3 dicembre da un incontro a 4 fra i leader di Regno Unito, Germania, Francia e Turchia ospitato da Johnson a Downing Street e dedicato alla situazione del conflitto in Siria alla luce della controversa operazione anti milizie curde intrapresa da Ankara. Seguirà in serata il ricevimento cerimoniale dei 29 capi di Stato e di governo invitati dalla regina Elisabetta a Buckingham Palace. Il 4 dicembre i protagonisti si sposteranno a Watford, nell’Hertfordshire, per l’appartato e blindatissimo vertice vero e proprio ospitato nelle sale del Grove Hotel, dove il primo ministro Johnson accoglierà le delegazioni affiancato dal segretario generale dell’Alleanza, il norvegese Jens Stoltenberg, oltre che dal suo ministro della Difesa, Ben Wallace, e dalla viceministra Anne-Marie Trevelyan.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La procura di Milano indaga sull’ingresso di Delfin in Mediobanca

Il fascicolo sul blitz di Del Vecchio è stato aperto su segnalazione della Consob.

Sulla base di una segnalazione di Consob la Procura di Milano la procura di Milano ha aperto un fascicolo a modello 45, quindi senza ipotesi di reato né indagati, sul blitz che ha portato Leonardo Del Vecchio con la sua Delfin a entrare in forze in Mediobanca portandosi a ridosso del 10% dell’istituto. Il fascicolo, nato a seguito dell’attività ispettiva della Commissione di Borsa, è coordinato dal pm Stefano Civardi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La procura di Milano indaga sull’ingresso di Delfin in Mediobanca

Il fascicolo sul blitz di Del Vecchio è stato aperto su segnalazione della Consob.

Sulla base di una segnalazione di Consob la Procura di Milano la procura di Milano ha aperto un fascicolo a modello 45, quindi senza ipotesi di reato né indagati, sul blitz che ha portato Leonardo Del Vecchio con la sua Delfin a entrare in forze in Mediobanca portandosi a ridosso del 10% dell’istituto. Il fascicolo, nato a seguito dell’attività ispettiva della Commissione di Borsa, è coordinato dal pm Stefano Civardi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il caso dell’assessore leghista in Umbria condannato per razzismo

Luca Coletto, veneto, nella nuova Giunta Tesei. A Verona finì coinvolto in un episodio di diffusione di idee discriminatorie sui nomadi. Il Pd: «Inaccettabile, persona lontana dalla nostra terra a livello geografico e di valori».

Era stata usata come grimaldello leghista contro il governo giallorosso. E ora l’Umbria, passata al centrodestra con le elezioni regionali 2019, deve già fare i conti con un caso politico che puzza di razzismo.

RACCOLTA FIRME CONTRO UN CAMPO NOMADI

Alla prima riunione della nuova legislatura è approdata all’Assemblea la questione sollevata dal Partito democratico sul nuovo assessore regionale Luca Coletto, leghista veneto al quale sono state affidate tra le altre le deleghe a Salute e Politiche di parità di genere, che venne condannato a due mesi (con tutti i benefici di legge) come allora consigliere provinciale a Verona (insieme con altri cinque esponenti del Carroccio) per l’accusa di diffusione di idee razziste per aver raccolto nell’estate 2001 firme per sgomberare un campo nomadi abusivo in città.

IL PD: «HA LA DELEGA ALLE DISCRIMINAZIONI…»

Secondo il capogruppo del Pd in Assemblea legislativa Tommaso Bori «avere in Giunta una persona che ha subito una condanna è grave, ma una condannata per razzismo è inaccettabile». Poi ha aggiunto: «L’Umbria respinge le idee portate avanti dal nuovo assessore. Chiediamo alla presidente se sapeva o era all’oscuro. La delega alle discriminazioni data a Coletto è un cortocircuito. Mi stupisce il silenzio della presidente circa la condanna dell’assessore Coletto. Avete scelto una persona esterna, lontana dall’Umbria a livello geografico e di valori».

COLETTO: «UN REATO DI OPINIONE»

Coletto ha replicato così: «Sfido a trovare su internet una mia frase razzista. È vero che c’è stata questa condanna, ma è anche vero che si trattava di un reato di opinione. Sono stato riabilitato a esercitare le mie funzioni, tanto che da quell’episodio sono stato assessore regionale alla Sanità del Veneto e anche sottosegretario e nessuno ha mai avuto da ridire».

Non c’è nulla di che preoccuparsi, da quell’episodio sono passati tanti anni


Luca Coletto

Coletto ha quindi spiegato di avere avuto una «interlocuzione» sulla vicenda con la presidente della Regione Donatella Tesei: «Non c’è nulla di che preoccuparsi, da quell’episodio sono passati tanti anni e non è mai successo nulla».

LA LEGA: «NON PRENDIAMO LEZIONI DAI DEM»

Il senatore della Lega Luca Briziarelli ha risposto così: «Che il Pd pretenda di dare lezioni agli altri su come governare l’Umbria con tutto quello che ha combinato in questi anni, dall’ambiente ai trasporti passando per l’economia è grave, ma che lo faccia in materia di sanità è addirittura offensivo nei confronti dei cittadini e degli operatori onesti che nonostante tutto tengono in piedi la nostra sanità».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il caso dell’assessore leghista in Umbria condannato per razzismo

Luca Coletto, veneto, nella nuova Giunta Tesei. A Verona finì coinvolto in un episodio di diffusione di idee discriminatorie sui nomadi. Il Pd: «Inaccettabile, persona lontana dalla nostra terra a livello geografico e di valori».

Era stata usata come grimaldello leghista contro il governo giallorosso. E ora l’Umbria, passata al centrodestra con le elezioni regionali 2019, deve già fare i conti con un caso politico che puzza di razzismo.

RACCOLTA FIRME CONTRO UN CAMPO NOMADI

Alla prima riunione della nuova legislatura è approdata all’Assemblea la questione sollevata dal Partito democratico sul nuovo assessore regionale Luca Coletto, leghista veneto al quale sono state affidate tra le altre le deleghe a Salute e Politiche di parità di genere, che venne condannato a due mesi (con tutti i benefici di legge) come allora consigliere provinciale a Verona (insieme con altri cinque esponenti del Carroccio) per l’accusa di diffusione di idee razziste per aver raccolto nell’estate 2001 firme per sgomberare un campo nomadi abusivo in città.

IL PD: «HA LA DELEGA ALLE DISCRIMINAZIONI…»

Secondo il capogruppo del Pd in Assemblea legislativa Tommaso Bori «avere in Giunta una persona che ha subito una condanna è grave, ma una condannata per razzismo è inaccettabile». Poi ha aggiunto: «L’Umbria respinge le idee portate avanti dal nuovo assessore. Chiediamo alla presidente se sapeva o era all’oscuro. La delega alle discriminazioni data a Coletto è un cortocircuito. Mi stupisce il silenzio della presidente circa la condanna dell’assessore Coletto. Avete scelto una persona esterna, lontana dall’Umbria a livello geografico e di valori».

COLETTO: «UN REATO DI OPINIONE»

Coletto ha replicato così: «Sfido a trovare su internet una mia frase razzista. È vero che c’è stata questa condanna, ma è anche vero che si trattava di un reato di opinione. Sono stato riabilitato a esercitare le mie funzioni, tanto che da quell’episodio sono stato assessore regionale alla Sanità del Veneto e anche sottosegretario e nessuno ha mai avuto da ridire».

Non c’è nulla di che preoccuparsi, da quell’episodio sono passati tanti anni


Luca Coletto

Coletto ha quindi spiegato di avere avuto una «interlocuzione» sulla vicenda con la presidente della Regione Donatella Tesei: «Non c’è nulla di che preoccuparsi, da quell’episodio sono passati tanti anni e non è mai successo nulla».

LA LEGA: «NON PRENDIAMO LEZIONI DAI DEM»

Il senatore della Lega Luca Briziarelli ha risposto così: «Che il Pd pretenda di dare lezioni agli altri su come governare l’Umbria con tutto quello che ha combinato in questi anni, dall’ambiente ai trasporti passando per l’economia è grave, ma che lo faccia in materia di sanità è addirittura offensivo nei confronti dei cittadini e degli operatori onesti che nonostante tutto tengono in piedi la nostra sanità».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il Consiglio dei ministri su Alitalia e autonomia

SI due partiti di maggioranza hanno convocato separatamente i membri dell'esecutivo prima del vertice.

Dopo la battaglia sul Mes alle Camere, abbandonate prima del tempo dal ministro degli Esteri e capo politico del M5s Luigi Di Maio, i due partiti di maggioranza hanno deciso di riunire i loro ministri, in vista di un confronto in consiglio dei ministri.

RIUNIONI PARALLELE DI PD E M5s

La riunione dei ministri M5S era prevista alle 18 circa alla Farnesina. La riunione, convocata dal leader del Movimento Di Maio. D’altra parte anche il ministro della Cultura e capo delegazione del Pd al governo Dario Franceschini ha riunito i ministri dem alle 19.30.

SUL PIATTO ANCHE LA RIORGANIZZAZIONE DEL MIBACT

Il Consiglio dei ministri dovrebbe discutere di misure urgenti per Alitalia, leggi prestito ponte, del decreto per la riorganizzazione del ministero dei Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, dei provvedimenti di protezione civile sulle ultime alluvioni con estensione dello stato di emergenza per ben 12 regioni, Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Marche, Piemonte, Puglia, Toscana e Veneto e della proposta di scioglimento per mafia di due comuni. Inoltre il ministro agli Affari regionali Francesco Boccia dovrebbe tenere una relazione sull’Autonomia.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Scorsese spiega come guardare The Irishman correttamente

Il premio Oscar implora di non guardare il suo nuovo gangster movie sullo smartphone e di non spezzettarlo come una serie: «L'effetto emotivo va perduto».

Martin Scorsese implora: non guardate The Irishman sul cellulare. «Se volete vedere uno dei miei film, o in generale la maggior parte dei film, per favore non guardateli su un telefonino. Guardateli su un iPad, meglio se un grande iPad», ha detto il regista, che nel 2012 ha girato uno spot per l’iPhone, al critico della rivista Rolling Stone, Peter Travers, dopo i primi giorni dell’approdo della sua ultima fatica cinematografica su Netflix.

«NON SPEZZETTATE IL FILM»

The Irishman ha segnato uno spartiacque nel dibattito su come fare e vedere cinema dopo che Netflix e gli altri colossi dello streaming hanno rivoluzionato la televisione.

Tre ore e mezza di lunghezza, l’affresco sul sicario irlandese coinvolto nella scomparsa del boss del sindacato dei camionisti Jimmy Hoffa è una sfida all’attenzione dello spettatore, tanto che alcuni fan hanno creato una guida a come spezzare il film in quattro puntate come se fosse una miniserie. Formato, questo, esplicitamente bocciato da Scorsese: «Perché il punto di questo film è l’accumulo dei dettagli. C’è un effetto cumulativo alla fine del film, per via del quale devi vederlo dall’inizio alla fine in una sola sessione».

«NON C’È NIENTE DI MALE NELLE SERIE, MA QUESTA NON LO È»

«Non c’è nulla di male con le serie, ma il mio film non è una serie», ha detto il regista a Entertainment Weekly riferendosi in particolare agli ultimi 20 minuti del film in cui il protagonista Frank Sheeran (Robert De Niro al suo nono film con Scorsese) si vede cadere addosso tutte le decisioni prese nel corso della vita abbracciando la vita dei gangster e allontanandosi dalla famiglia. L’effetto emotivo finale – ha spiegato il regista – sarebbe andato perduto se non guardato assieme al resto della pellicola.

L’EFFETTO DI THE IRISHMAN SUL BOX OFFICE

The Irishman, dopo tre settimane in un numero limitato di sale dove continua ad essere ancora proiettato, è arrivato su Netflix il 27 novembre, alla vigilia del ponte di Thanksgiving e la presenza di un film d’autore accanto alle mille proposte di cinema e tv della piattaforma in streaming ha avuto un effetto al box office nordamericano dove tra mercoledì e domenica, grazie soprattutto al record di Frozen 2 (123 milioni) sono stati venduti biglietti per 264 milioni di dollari, il 16 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2018. Questo calo, secondo gli esperti, non è stato provocato solo dal maltempo che ha imperversato per tutto il ponte della festa soprattutto sugli stati degli Ovest: ha avuto una parte anche l’arrivo su Netflix del film di Scorsese, uno dei più attesi della stagione e sicuramente tra i candidati agli Oscar.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il negoziato sul Mes in otto date (e documenti)

Il primo cruciale accordo risale agli inizi di dicembre 2018, Un anno fa. Come si è arrivati alle decisioni di giugno e al caos di oggi sul Fondo Salva Stati, tappa dopo tappa.

La politica italiana ha dimenticato un anno intero. È il 2 dicembre 2019 e Giuseppe Conte è chiamato alle Camere a riferire di come il governo ha gestito i negoziati sul Mes, il fondo Salva Stati che dovrebbe intervenire nel caso in cui uno Stato membro dell’Ue abbia bisogno di liquidità e su i l’opposizione leghista al governo fino a. Eppure questa storia del Mes, è iniziata molto prima di quanto si possa pensare: era il 4 dicembre 2018 quando è stata sottoscritta a Bruxelles la prima, cruciale, intesa. Ecco un breve riepilogo in otto date di come è andato il negoziato fin qua.

4 DICEMBRE 2018

Il 3 e 4 dicembre l’Eurogruppo cioè l’insieme dei ministri dell’Eurozona, compreso il rappresentante del governo giallo verde, ha trovato un primo accordo su chi decide le condizioni di riforme per la ristrutturazione del debito e sull’utilizzo delle clausole di azione collettiva sui titoli di Stato per la ristrutturazione. Si tratta di due condizioni su cui ora il partito leghista esprime contrarietà.

LEGGI ANCHE: Il documento del Consiglio europeo

13 E 14 DICEMBRE 2018

Il Consiglio europeo approva la lista di condizioni per la riforma del meccanismo europeo di stabilità (MES) il 13 e 14 dicembre e il 14 dicembre le decisioni sono pubblicate sul sito della Camera dei deputati. «Su tale base, chiede all’Eurogruppo di preparare le necessarie modifiche al trattato MES (compreso il sostegno comune al Fondo di risoluzione unico) entro giugno 2019», si legge sul sito di Montecitorio.

I CONTENUTI DELL’ACCORDO

L’accordo dice: «Vi è ampio sostegno per la necessità di migliorare il quadro esistente per la promozione della sostenibilità del debito nell’area dell’euro. Intendiamo introdurre clausole di azione collettiva (CAC) entro il 2022 e includere questo impegno nel Trattato MES. Se del caso, e se richiesto dallo Stato membro, il MES può facilitare il dialogo tra i suoi membri e gli investitori privati. Questo coinvolgimento avverrebbe su base volontaria, informale, non vincolante, temporanea e riservata». La condizione della discrezionalità è stata voluta nonostante alcuni Paesi del Nord volessero un meccanismo di ristrutturazione esplicita, tuttavia il Mes è rimasto un meccanismo intergovernativo anche se dovrà gestire i memorandum dei Paesi debitori assieme alla Commissione europea.

28 DICEMBRE 2018

Il 28 dicembre del 2018 il ministro Paolo Savona ha inviato al parlamento la relazione programmatica sulla politica italiana all’interno dell’Unioen europea.

LEGGI ANCHE: La relazione del ministero delle politiche europee

LA LINEA POLITICA ITALIANA

Nella relazione si legge: «Come indicato dal Presidente Juncker nel discorso sullo Stato dell’Unione del 12 settembre 2018 e formalizzato nel programma di lavoro annuale, la Commissione promuoverà l’adozione delle proposte relative alla trasformazione progressiva del meccanismo europeo di stabilità (ESM – European Stability mechanism – Fondo Salva Stati) in Fondo monetario europeo ed alla creazione nel bilancio dell’Unione di un’apposita linea di bilancio per la zona euro che comprenda: il supporto alle riforme strutturali, una funzione di stabilizzazione, un backstop per l’Unione bancaria ed uno strumento di convergenza per fornire assistenza pre-adesione agli Stati membri che si preparano per l’adozione della moneta unica. E soprattutto: «Quanto a ESM, l’Italia sarà favorevole ad iniziative volte a migliorare l’efficacia degli strumenti esistenti, rendendone possibile l’utilizzo ed evitando l’attuale effetto “stigma”. Si opporrà tuttavia all’affidamento a ESM di compiti di sorveglianza macroeconomica degli Stati membri che rappresenterebbero una duplicazione delle competenze già in capo alla Commissione europea. In questo contesto il Governo intende lanciare un dibattito sui poteri e le prerogative della Banca Centrale Europea, con particolare riguardo al ruolo di prestatore di ultima istanza e alla politica dei cambi. In questa prospettiva assumerà tutte le iniziative utili per dare vita ad un Gruppo di lavoro ad alto livello che esamini la rispondenza dell’architettura istituzionale europea vigente e della politica economica con gli obiettivi del trattato istitutivo»

Una linea politica chiara.

30 GENNAIO 2019

Il ministro Savona informa i ministri convocando per il 30 gennaio 2019 il comitato interministeriale per gli affari europei. Come si legge sul sito del dipartimento per le politiche europee.

LEGGI ANCHE: Il Comitato dei ministri

Il 30 gennaio 2019 si è tenuto il Comitato Interministeriale per gli Affari Europei presieduto dal Ministro Paolo Savona. Al centro dei lavori, le linee di azione prioritarie italiane in vista della prossima legislatura e Commissione europea e il negoziato sul quadro finanziario pluriennale. Si è tenuta in data odierna nella Sala Verde di Palazzo Chigi la terza riunione del Comitato Interministeriale per gli Affari Europei (CIAE) sotto la presidenza del Ministro Paolo Savona. Erano presenti i due vice presidenti del Consiglio, Ministro Matteo Salvini e Ministro Luigi Di Maio, il Ministro degli Affari Esteri, Enzo Moavero Milanesi, il Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e del Turismo, Gian Marco Centinaio il Ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, il Ministro dei Trasporti e Infrastrutture, Danilo Toninelli, il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Marco Bussetti, il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali, Alberto Bonisoli, il Ministro per i Rapporti con il Parlamento e per la Democrazia diretta, Riccardo Fraccaro, il Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie, Erika Stefani, il Ministro per il Sud, Barbara Lezzi, il Ministro per la Famiglia e le Disabilità, Lorenzo Fontana.

14 GIUGNO

L’Eurogruppo trova l’accordo sulla riforma base del fondo salva Stati dopo altri mesi di negoziati. È infatti passato quasi un anno dalla proposta della commissione europea sulla riforma della zona euro: ci sono voluti mesi di negoziati per arrivare alla prima intesa di dicembre e altri sei per giugno. La bozza viene pubblicata il 14 giugno sul sito dell’Eurogruppo.

LEGGI ANCHE: L’accordo approvato dell’Eurogruppo

19 GIUGNO

Il 19 giugno il premier Giuseppe Conte tiene un’informativa alla Camera dei deputati. In un clima tesissimo, il capogruppo della Lega Riccardo Molinari rinnega tutti gli accordi presi dal governo finora. Viene votata una risoluzione di maggioranza presentata dal Molinari e dal Cinquestelel Francesco D’Uva. Che tuttavia impegna semplicemente il governo a valutare la riforma del Mes in una logica di pacchetto con i risultati dei negoziati sull’Unione bancaria e chiede di opporsi a riforme che possano avere effetti negativi sull’Italia.

LEGGI ANCHE: La risoluzione di Lega e M5s

21 GIUGNO

Il 21 giugno Giuseppe Conte partecipa al Consiglio europeo chiamato a ratificare la bozza di riforma. Le conclusioni del Consiglio europeo riaffermano la logica di pacchetto chiesta dalla risoluzione.

LEGGI ANCHE: Le conclusioni del Consiglio europeo

«Accogliamo con favore i progressi compiuti in sede di Eurogruppo sul rafforzamento dell’Unione economica e monetaria, come illustrato nella lettera inviata dal presidente dell’Eurogruppo il 15 giugno 2019, e invitiamo l’Eurogruppo in formato inclusivo a proseguire i lavori su tutti gli elementi di questo pacchetto globale. Prendiamo atto dell’ampio accordo raggiunto dall’Eurogruppo: sulla revisione del trattato MES. Ci attendiamo che l’Eurogruppo prosegua i lavori in modo da consentire il raggiungimento di un accordo sull’intero pacchetto nel dicembre 2019».

Le dichiarazioni del Consiglio europeo del 21 giugno 2019

9 AGOSTO 2019

Matteo Salvini decide di far cadere il governo. Ma nelle sue dichiarazioni non viene citata la questione dell’Europa, ma i no dei Cinque stelle in particolare alle opere pubbliche.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Dell’Utri torna libero: ha scontato la pena

L'ex senatore di Forza Italia, ai domiciliari dal luglio del 2018, potrà lasciare la sua casa. Resta imputato nel processo sulla trattativa Stato-mafia.

Finirà di scontare la sua pena il 3 dicembre. E sarà di nuovo un uomo libero. Marcello Dell’Utri, ex senatore di Fi condannato a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa, in detenzione domiciliare per motivi di salute da luglio del 2018, potrà lasciare la sua abitazione di Milano. Dopo un breve fuga in Libano, tentata alla vigilia della pronuncia della Cassazione che ha poi reso definitiva la condanna, venne estradato in Italia ed entrò in carcere a maggio del 2014.

DAL CARCERE DI PARMA A REBIBBIA E AI DOMICILIARI

Dell’Utri è stato detenuto in regime di alta sicurezza nel carcere di Parma, poi a Rebibbia. Infine, ai domiciliari per ragioni di salute. Ha goduto della liberazione anticipata prevista dalla legge. Le vicende giudiziarie dell’ex manager di Publitalia però non si sono ancora concluse: è imputato al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. In primo grado ha avuto inflitti 12 anni. L’appello è in corso. L’ex senatore è sotto processo anche a Napoli e Milano per la sottrazione di centinaia di libri antichi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Dell’Utri torna libero: ha scontato la pena

L'ex senatore di Forza Italia, ai domiciliari dal luglio del 2018, potrà lasciare la sua casa. Resta imputato nel processo sulla trattativa Stato-mafia.

Finirà di scontare la sua pena il 3 dicembre. E sarà di nuovo un uomo libero. Marcello Dell’Utri, ex senatore di Fi condannato a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa, in detenzione domiciliare per motivi di salute da luglio del 2018, potrà lasciare la sua abitazione di Milano. Dopo un breve fuga in Libano, tentata alla vigilia della pronuncia della Cassazione che ha poi reso definitiva la condanna, venne estradato in Italia ed entrò in carcere a maggio del 2014.

DAL CARCERE DI PARMA A REBIBBIA E AI DOMICILIARI

Dell’Utri è stato detenuto in regime di alta sicurezza nel carcere di Parma, poi a Rebibbia. Infine, ai domiciliari per ragioni di salute. Ha goduto della liberazione anticipata prevista dalla legge. Le vicende giudiziarie dell’ex manager di Publitalia però non si sono ancora concluse: è imputato al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. In primo grado ha avuto inflitti 12 anni. L’appello è in corso. L’ex senatore è sotto processo anche a Napoli e Milano per la sottrazione di centinaia di libri antichi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Chiara Biasi, bufera dopo lo scherzo delle Iene

L'influencer guardando foto fake di una campagna pubblicitaria ha sbottato: «Io per 80 mila euro non mi alzo nemmeno dal letto al mattino e mi pettino». Poi sempre su Instagram ha chiarito: «Mai sputerei sul denaro anche perché lavoro e mi mantengo da 10 anni».

«Io per 80 mila euro non mi alzo nemmeno dal letto al mattino e mi pettino». La boutade di Chiara Biasi, influencer da 2,4 milioni di follower su Instagram, durante uno scherzo delle Iene ha scatenato un putiferio in Rete.

View this post on Instagram

me*de @redazioneiene

A post shared by Chiara Biasi (@chiarabiasi) on

«Questo è uno schiaffo a gente che si alza alle 3 di notte per andare a lavorare e portare a casa 1000 euro stentati, in molti casi anche di meno. Vergognoso», ha twittato Daisy.

Biasi nello scherzo organizzato dalla trasmissione Mediaset appariva in alcuni scatti fake in pose decisamente poco glamour. Su tutti, uno mentre surfa su un enorme assorbente. «Questa cosa mi danneggia», ha sbottato Biasi, «è un danno di immagine enorme. Ok, accetto di andare su un assorbente, ma per 80 mila euro? Io per 80 mila euro manco mi alzo la mattina e mi pettino».

LE CAMPAGNE PER DEFOLLOWARE CHIARA BIASI

Molti su Twitter hanno lanciato campagne di boicottaggio o, meglio, di “defolowizzazione” dei profili dell’influencer. E anche chi come don Tonio, parroco di Capurso, nel Barese, ha commentato: «Ho scoperto che esiste @chiarabiasi e la mia vita non è più la stessa. Chiara, facciamo che per 80.000€ mi alzo io al posto tuo? Mi servono per lavori alla Parrocchia. Tanto non ho manco i capelli da pettinarmi. E tu continui a dormire».

LA RISPOSTA: «MAI SPUTEREI SUL DENARO»

Biasi ha risposto alla valanga di critiche con una story su Instagram: «Ragazzi state molto sereni per cortesia che mai sputerei sul denaro anche perché lavoro e mi mantengo da 10 anni», ha detto. «Quello che intendevo io è che per quella cifra non sarei mai voluta diventare famosa per stare seduta su un water appesa al Duomo o per volare su un assorbente».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Chiara Biasi, bufera dopo lo scherzo delle Iene

L'influencer guardando foto fake di una campagna pubblicitaria ha sbottato: «Io per 80 mila euro non mi alzo nemmeno dal letto al mattino e mi pettino». Poi sempre su Instagram ha chiarito: «Mai sputerei sul denaro anche perché lavoro e mi mantengo da 10 anni».

«Io per 80 mila euro non mi alzo nemmeno dal letto al mattino e mi pettino». La boutade di Chiara Biasi, influencer da 2,4 milioni di follower su Instagram, durante uno scherzo delle Iene ha scatenato un putiferio in Rete.

View this post on Instagram

me*de @redazioneiene

A post shared by Chiara Biasi (@chiarabiasi) on

«Questo è uno schiaffo a gente che si alza alle 3 di notte per andare a lavorare e portare a casa 1000 euro stentati, in molti casi anche di meno. Vergognoso», ha twittato Daisy.

Biasi nello scherzo organizzato dalla trasmissione Mediaset appariva in alcuni scatti fake in pose decisamente poco glamour. Su tutti, uno mentre surfa su un enorme assorbente. «Questa cosa mi danneggia», ha sbottato Biasi, «è un danno di immagine enorme. Ok, accetto di andare su un assorbente, ma per 80 mila euro? Io per 80 mila euro manco mi alzo la mattina e mi pettino».

LE CAMPAGNE PER DEFOLLOWARE CHIARA BIASI

Molti su Twitter hanno lanciato campagne di boicottaggio o, meglio, di “defolowizzazione” dei profili dell’influencer. E anche chi come don Tonio, parroco di Capurso, nel Barese, ha commentato: «Ho scoperto che esiste @chiarabiasi e la mia vita non è più la stessa. Chiara, facciamo che per 80.000€ mi alzo io al posto tuo? Mi servono per lavori alla Parrocchia. Tanto non ho manco i capelli da pettinarmi. E tu continui a dormire».

LA RISPOSTA: «MAI SPUTEREI SUL DENARO»

Biasi ha risposto alla valanga di critiche con una story su Instagram: «Ragazzi state molto sereni per cortesia che mai sputerei sul denaro anche perché lavoro e mi mantengo da 10 anni», ha detto. «Quello che intendevo io è che per quella cifra non sarei mai voluta diventare famosa per stare seduta su un water appesa al Duomo o per volare su un assorbente».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Lagarde conferma la linea Draghi: «La politica Bce resta espansiva»

La linea Draghi per ora non si tocca, anche perché le decisioni prese nelle ultime fasi della presidenza italiana all’Eurotower..

La linea Draghi per ora non si tocca, anche perché le decisioni prese nelle ultime fasi della presidenza italiana all’Eurotower hanno blindato le politiche dei prossimi mesi. «La Bce rimane risoluta nel perseguire il proprio mandato» e la posizione di politica monetaria accomodante, un pilastro della domanda interna durante la ripresa, «rimane al suo posto», ha detto la presidente della Bce, Christine Lagarde, durante un’audizione all’Europarlamento. a crescita dell’Eurozona rimane debole, con il Pil in crescita solo dello 0,2% su base trimestrale nel terzo trimestre 2019. Questa debolezza è stata dovuta principalmente a fattori globali», ha detto Lagarde, durante un’audizione all’Europarlamento. «Le prospettive dell’economia mondiale rimangono fiacche e incerte. Questo riduce la domanda di beni prodotti nell’Eurozona e influisce anche sul clima delle imprese e gli investimenti».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it