La Consulta deciderà sull’esclusione di Autostrade dalla ricostruzione del Ponte Morandi

Il Tar ha deciso di trasmettere alla Corte Costituzionale il quesito di Aspi, sospendendo il giudizio sul ricorso presentato per chiedere l'annullamento del decreto Genova.

Il Tar della Liguria ha deciso di trasmettere alla Corte Costituzionale il quesito di Autostrade contro il decreto Genova che l’ha estromessa dalla demolizione e ricostruzione del Ponte Morandi. Nell’attesa ha sospeso il giudizio sul ricorso di Aspi sull’annullamento del decreto stesso. Lo hanno deciso i giudici del Tar regionale secondo quanto emerge dalle ordinanze depositate in mattinata. I giudici amministrativi hanno rilevato profili di incostituzionalità. Aspi aveva rinunciato a bloccare i lavori.

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Contro o pro, Salvini continua a cavalcare il brand Nutella

«Ho scoperto che usa nocciole turche e io preferisco aiutare le aziende che usano prodotti italiani», ha detto il segretario leghista. E Renzi: «Parla di questo nei giorni di Ilva, Alitalia, legge di bilancio».

Signora mia, la Nutella non la mangio più. Dal palco del comizio di Ravenna, il segretario della Lega Matteo Salvini si è scagliato contro il brand a cui aveva fatto de facto da testimonial in numerosi foto e video, anche cavalcando l’onda del marketing, come in uno degli ultimi filmati in cui si mostra alla caccia dei Nutella biscuits. Ma, appunto, la Nutella non la mangia più, ha detto Salvini: «Mangio pane e salame e due sardine. La Nutella no, signora, sa che ho cambiato? – ha detto il segretario della Lega – Perché ho scoperto che usa nocciole turche e io preferisco aiutare le aziende che usano prodotti italiani, preferisco mangiare italiano». Poco importa che la produzione italiana non sia sufficiente e soprattutto che il leader leghista si mostri con altre decine di prodotti confezionati con materie prime che vengono da tutto il mondo, come hanno fatto notare moltissimi commentatori e profili sui social network. Ma oltre a fare da testimonial a un marchio, si può anche cavalcarne semplicemente la notorietà.

Anche Matteo Renzi ha ripreso la battuta: «Nei giorni di Ilva, Alitalia, legge di bilancio, summit Nato il senatore Matteo Salvini attacca la Nutella. La Nutella, sì, la Nutella. Dice che così sembra più vicino al popolo. E io ingenuo che insisto a voler parlare di cantieri, tasse, Europa», ha scritto su Twitter il leader di Italia viva.

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Per il Censis gli italiani sono ansiosi e sognano l’uomo forte

Allarmante rapporto sulla situazione sociale del Paese. Per il 65% lo stato d'animo dominante è l'incertezza. E il 75% non si fida più degli altri. L'analisi.

Lo stato d’animo dominante tra il 65% degli italiani è l’incertezza. Dalla crisi economica, l’ansia per il futuro e la sfiducia verso il prossimo hanno portato anno dopo anno a un logoramento sfociato da una parte in «stratagemmi individuali» di autodifesa e dall’altra in «crescenti pulsioni antidemocratiche», facendo crescere l’attesa «messianica dell’uomo forte che tutto risolve». È questa l’analisi del Censis nell’ultimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese, secondo cui per il 48% degli italiani ci vorrebbe «un uomo forte al potere» che non debba preoccuparsi di parlamento ed elezioni.

TRA WELFARE RAREFATTO E ROTTURA DELL’ASCENSORE SOCIALE

Questa ricerca è più sentita soprattutto nella parte bassa della scala sociale. La percentuale sale infatti al 56% tra le persone con redditi bassi e al 62% tra i soggetti meno istruiti, fino al 67% tra gli operai. Secondo il Censis, gli italiani alle prese con gli anni della crisi hanno dovuto prima «metabolizzare la rarefazione della rete di protezione di un sistema di welfare pubblico in crisi di sostenibilità finanziaria», poi fare i conti con «la rottura dell’ascensore sociale, assumendo su di sé anche l’ansia provocata dal rischio di un possibile declassamento sociale».

TRE ITALIANI SU QUATTRO NON SI FIDANO DEL PROSSIMO

La reazione immediata è stata «una formidabile resilienza opportunistica, con l’attivazione di processi di difesa spontanei e molecolari degli interessi personali». Ma la situazione è andata peggiorando perché dagli stratagemmi individuali si è passati allo «stress esistenziale, logorante perché riguarda il rapporto di ciascuno con il proprio futuro». Così per il 69% degli italiani il Paese è ormai «in stato d’ansia». Il 75% non si fida più degli altri, il 49% ha subito nel corso degli anni una prepotenza in un luogo pubblico (insulti o spintoni), il 44% si sente insicuro nelle vie che frequenta abitualmente, il 26% ha litigato con qualcuno per strada.

IL BLUFF DELL’AUMENTO OCCUPAZIONALE

Per il Censis l‘aumento dell’occupazione nel 2018 (+321 mila occupati) e nei primi mesi del 2019 è un «bluff» che non produce reddito e crescita. Il bilancio della recessione è di -867 mila occupati a tempo pieno e 1,2 milioni in più a tempo parziale. Il part time involontario riguarda 2,7 milioni di lavoratori, con un boom tra i giovani (+71,6% dal 2007). Dall’inizio della crisi al 2018, le retribuzioni del lavoro dipendente sono scese di oltre 1.000 euro ogni anno. I lavoratori che guadagnano meno di 9 euro l’ora lordi sono 2,9 milioni.

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Schiaffi e insulti contro i bambini all’asilo, sospesa maestra nel Varesotto

Secondo le indagini la donna picchiava i bambini fin dal 2017. E in alcuni momenti avrebbe fatto entrare il compagno nella struttura per appartarsi con lui.

Una maestra di asilo nido di Coquio Trevisago (Varese) è stata sospesa dalla professione per sei mesi dal gip con l’accusa di aver maltrattato bambini di età compresa tra pochi mesi e due anni. La donna, a quanto emerso da un’indagine dei carabinieri, urlava ed offendeva i piccoli e in alcune occasioni li avrebbe schiaffeggiati e lasciati da soli in preda a crisi di pianto. A far scattare le indagini i genitori di un bimbo che aveva avuto incubi notturni e mostrava difficoltà relazionali.

«Sei proprio un terrone», «guardati, fai schifo» e, ancora, «piangi che così ti passa». Sarebbero queste alcune delle frasi che la maestra ha rivolto ai piccoli affidati dai genitori. La donna, secondo quanto ricostruito dai carabinieri, avrebbe maltrattato i bambini a partire dal 2017, in venti occasioni.

Dalle indagini è emerso anche che la maestra si appartava in uno stanza con il compagno fatto entrare di nascosto all’asilo nido, lasciando soli i bambini. Le telecamere installate dai carabinieri, su disposizione del pm di Varese, hanno filmato l’uomo mentre entrava nella struttura e si chiudeva in una stanza, nascosta ai bambini, con la donna per consumare rapporti sessuali.

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Sciopero alla Embraco: messi in Cigs anche i leader della protesta

I lavoratori manifestano davanti ai cancelli a Riva di Chieri dopo la decisione dell'azienda di mettere in cassa integrazione anche i responsabili dell'ufficio tecnico e dello stabilimento.

I lavoratori della ex Embraco, Ventures, sono in sciopero e manifestano davanti ai cancelli a Riva di Chieri dopo la decisione dell’azienda di mettere in cassa integrazione anche i responsabili dell’ufficio tecnico e dello stabilimento – una trentina di dipendenti – che si sono più esposti nelle ultime iniziative di protesta. I lavoratori aspettano ora l’incontro al Mise previsto nella settimana del 16 dicembre.

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Mediobanca, il presidente Pagliaro verso l’addio

Lo storico dirigente della banca d'affari pronto a lasciare per sottrarsi alla guerra - che lui ritiene sbagliata - tra Nagel e Del Vecchio, in lotta per controllare l'istituto fondato da Enrico Cuccia e con esso Generali.

Impegnato nella guerra con Leonardo Del Vecchio, che punta a controllare Mediobanca per arrivare a comandare in Generali, Alberto Nagel sta facendo la conta degli amici e dei nemici. E non solo tra i soci esistenti, ma anche tra i dirigenti.

L’amministratore delegato della banca d’affari creata da Enrico Cuccia, infatti, teme defezioni proprio tra coloro che lo circondano ogni giorno. Per questo si è sfogato in modo accorato con alcuni interlocutori, raccontando loro che il presidente Renato Pagliaro gli ha confessato di avere l’intenzione di lasciarlo solo.

Nagel si è lamentato di una scelta fatta in una fase cruciale della battaglia per il controllo dell’istituto situato alle spalle della Scala, senza capire che Pagliaro lo fa per sottrarsi a una guerra che non solo sente non sua ma ritiene profondamente sbagliata.

PAGLIARO, UNA VITA IN MEDIOBANCA

Pagliaro, che è presidente del consiglio di amministrazione di Mediobanca dal maggio 2010, era entrato in piazzetta Cuccia nel 1981, subito dopo essersi laureato in Bocconi. E lì ha sempre lavorato, ricoprendo diversi ruoli tra cui quello di vice direttore generale a partire dall’aprile del 2002, di condirettore generale e segretario del Consiglio di amministrazione dall’aprile 2003, di direttore generale dall’ottobre 2008 al maggio 2010, quando ha preso il posto che fu di Cuccia e di Vincenzo Maranghi.

Si libera un posto di prestigio, merce di scambio pregiata che può tornar buona all’attuale amministratore delegato

E proprio per questo percorso professionale tutto per linee interne, oltre per la stima che gli è unanimemente riconosciuta, la sua uscita – ragionevolmente non per andare in pensione, visto che ha appena 62 anni – diventerebbe un caso traumatico, destinato a incidere sulle vicende in corso.

L’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel.

Tuttavia, a Nagel un amico malizioso ha fatto notare che non tutto il male viene per nuocere, e che c’è l’altra faccia della medaglia di cui deve essere contento: si libera un posto di prestigio, merce di scambio pregiata che può tornar buona all’attuale ad deciso a difendere con i denti Mediobanca dalle mire del paperone di Agordo.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Vertice sulla manovra per trovare un accordo sulle tasse

Si cerca l'intesa sulle risorse. Italiaviva contro plastic e sugar tax: «Un disastro occupazionale». Il Pd: «Preferite le multinazionali al taglio delle tasse ai lavoratori». Gualtieri cerca una soluzione.

Braccio di ferro al vertice di maggioranza sulla manovra in corso a Palazzo Chigi. L’obiettivo della riunione di maggioranza è trovare un accordo sulla plastic tax. Conte assicura che il clima è buono e che c’è convergenza politica. Meno ottimista Renzi, che prevede una crisi di governo al 50%.

ITALIA VIVA CONTRO PLASTIC TAX E SUGAR TAX

Italia viva insiste sul taglio delle tasse sulla plastica e sulle bevande zuccherate. M5s e Pd invece frenano: il Dem Andrea Orlando ha rilanciato la proposta di utilizzare eventuali nuove risorse – si parla di circa 500 milioni – per tagliare ancora le tasse sul lavoro. Al tavolo il ministro Roberto Gualtieri avrebbe portato diverse proposte, ma una soluzione non ci sarebbe ancora.

LA BELLANOVA METTE IN GUARDIA DAL «DISASTRO OCCUPAZIONALE»

«Plastic tax e Sugar tax determineranno un disastro occupazionale. Ora al lavoro per trovare un accordo che dica no a microbalzelli e sì al lavoro», ha scritto su Twitter il ministro dell’Agricoltura e capo delegazione di Iv al governo, Teresa Bellanova.

LA REPLICA PD: «PREFERITE LE MULTINAZIONALI AI LAVORATORI»

Fonti del Pd hanno replicato: «Italia Viva ai lavoratori italiani preferisce le multinazionali delle bibite gassate, come la Coca Cola. Non vuole diminuire le tasse sul lavoro ma pensa solo a togliere la sugar tax, per favorire società per azioni che non hanno sede neanche in Italia. È solo grazie al Pd che sono stati salvati gli italiani dai 23 miliardi della Salvini Tax e che si mette in campo il taglio delle tasse ai lavoratori da oltre 3 miliardi».

LA CAMERA VOTA IL DECRETO FISCO

Alla Camera intanto è atteso il voto finale al decreto legge Fisco, sul quale l’aula ha confermato la fiducia all’esecutivo. Conte intanto respinge il piano di ArcelorMittal per l’ex Ilva, che prevede 4.700 esuberi. FimFiom-Uilm in sciopero dal 9 dicembre.

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I deputati del M5s pronti a sfiduciare il capo politico Di Maio

Parlamentari pentastellati sul piede di guerra per le posizioni più radicali del ministro degli Esteri. Battaglia sul ritorno di Di Battista e i torni accesi sul Mes.

I mal di pancia e i malumori in casa M5s sono tutt’altro che sotto controllo. Secondo Repubblica in casa grillina sarebbe circolato un messaggio molto duro dei deputati per mettere in guardia il capo politico: «Se i toni non cambiano, se a guidare le danze dev’essere Alessandro Di Battista e i retroscena che ci danno pronti per il voto non vengono smentiti, faremo firmare a tutti un documento per sfiduciare il capo politico».

Secondo la ricostruzione di Repubblica l’ultimatum al ministro degli Esteri sarebbe partito dopo la riunione del 4 dicembre tra i 14 capigruppo nelle diverse commissioni dei parlamentari pentastellato. A inasprire ancora di più i toni è stata la battaglia sul Mes. Molti deputati non hanno mandato giù il tentativo di Di Maio di andare allo scontro dato che il mandato era di trattare con il resto della maggioranza.

A preoccupare è anche l’attivismo e il ritorno di Di Battista, sancito proprio dallo stesso leader a diversi esponenti del Movimento: «Se volete che mi dimetta, dopo di me c’è solo Alessandro». I deputati in un certo senso hanno fatto loro la linea dettata dal fondatore Beppe Grillo che da mesi spinge per legarsi al Pd all’interno del centrosinistra in ottica anti-sovranista.

DI MAIO IN DIFESA DEL DIBBA

Nella mattinata del 6 dicembre Di Maio è intervenuto sulla questione dai microfoni di Radio Capital spiegando che «È sacrosanto che nel movimento non tutti siano d’accordo con me, però trattare Alessandro come un corpo estraneo al movimento mi fa male, abbiamo costruito un pezzo di movimento insieme e se parla di togliere le concessioni a Benetton e che non possiamo firmare al buio un trattato internazionale come il Mes», io «credo che vada sostenuto», ha spiegato.

LA MANCANZA DI UN’ALTERNATIVA

I dissidenti anti-Di Maio, però, sono ancora orfani di un leader alternativo. Si era pensato all’attuale ministro Stefano Patuanelli, già capo gruppo del Movimento al Senato sia perché in sintonia col fondatore, che in buoni rapporti con la famiglia Casaleggio, Gianroberto prima e Davide ora. Ma Patuanelli ha respinto le lusinghe al mittente dicendo di non essere disponibile.

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Come cambia il processo civile con la riforma Bonafede

Il ministro della Giustizia e il premier Conte hanno presentato le novità per il rito civile. Dal maggiore uso della composizione collegiale alla digitalizzazione: le novità.

Dimezzare i tempi dei processi civili: in attesa che si trovi una quadra nella maggioranza sulla riforma del processo penale e sull’avvio della prescrizione, il governo vara il nuovo processo civile.

Una riforma, ha assicurato il guardasigilli Alfonso Bonafede, considerata «prioritaria dal 90% degli italiani». Meno norme e poche regole che valgono per tutti i gradi del processo è la filosofia della riforma che punta ad incidere sulla disciplina del contenzioso civile, nell’ottica della «semplificazione, della speditezza e della razionalizzazione delle procedure» salvaguardando allo stesso tempo il rispetto delle garanzie del contraddittorio.

«Attrarremo più investitori» ha assicurato il premier Giuseppe Conte che assieme al ministro della Giustizia è sceso in sala stampa per rassicurare anche sulle tensioni in corso nella maggioranza sulla prescrizione ribadendo: «assicureremo la ragionevole durata dei processi ma» la norma sulla prescrizione «in vigore dal 1 gennaio va mantenuta».

BONAFEDE: «SI PASSA DA TRE A UN SOLO RITO»

«Siamo al lavoro e sono sicuro che raggiungeremo un’intesa per poter garantire la ragionevole durata dei processi», ha ripetuto Bonafede. Che ha insistito però su un punto imprescindibile: «Non è possibile pensare che dopo la sentenza di primo grado non ci sia una risposta dello Stato, che sia di assoluzione o di condanna». Quanto invece alla riforma del civile, il ministro ha spiegato che si passa «da tre riti ad un rito» e che ci sarà un solo atto introduttivo: il ricorso.

LE NOVITÀ SU UDIENZE E RITO COLLEGIALE

Anche il perimetro della causa verrà «definito 10 giorni prima che le parti compaiano davanti al giudice». Inoltre verranno eliminati i tempi morti, con la riduzione del numero delle udienze e l’eliminazione dell’udienza di precisazione delle conclusioni. Ridotti anche i casi in cui il tribunale giudicherà in composizione collegiale, modello che verrà applicato anche al rito collegiale e a quello d’appello. La riforma elimina il rito Fornero nel diritto del lavoro («una pagine triste della storia politica e giudiziaria», ha spiegato Bonafede) e particolare attenzione viene riservata dal testo al procedimento per lo scioglimento delle comunioni, che risulta oggi tra quelli con durata più elevata.

SANZIONI PER CAUSE TEMERARIE

E sempre per smaltire gli arretrati e facilitare il lavoro dei giudici ci saranno «sanzioni» per chi intraprende cause temerarie. Infine ci sarà il divieto per l’ufficiale giudiziario di fare la notifica cartacea se il destinatario ha un indirizzo Pec o se ha un indirizzo digitale. Sarà tutto digitalizzato, e sulla digitalizzazione verrà fatto un vero investimento. Insomma, ha concluso il Guardasigilli, «nel codice di procedura civile ci saranno meno regole valide per tutti i processi».

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Le quotazioni di Borsa e spread del 6 dicembre 2019

Piazza Affari si prepara all'apertura dopo una giornata in negativo. Il differenziale Btp Bund sopra 166 punti base.

La Borsa italiana si prepara all’apertura dopo una seduta conclusa in negativo per Piazza Affari, sulla scia di Wall Street e con la maggioranza delle altre principali Piazze europee.

LO SPREAD SOPRA 166 PUNTI BASE

In negativo le banche, con lo spread che ha chiuso sopra 166 punti, nonostante l’outlook migliorato dalle agenzie di rating. Giù Banco Bpm (-1,4%), Unicredit (-1,3%), Ubi (-1,2%), Intesa (-0,1%), meglio Bper (+0,5%). Male i costruttori con Buzzi (-1,5%) e gli autostradali con Atlantia (-0,8%).

In perdita Poste (-1,8%) e utility, a partire da Terna (-1,1%) e Snam (-1%). Ribassi per Tim (-1%) e Fca (-0,8%) col contenzioso con l‘Agenzia delle entrate, insieme a Exor (-1,2%) e Cnh (-1%). Bene Juve (+1,1%) e tra i petroliferi Tenaris (+0,9%), mentre soffre Eni (-0,06%), nonostante il rialzo del greggio (wti +0,5%). Tra i migliori Leonardo (1,5%) e Prysmian (+1,7%) con l’accordo con Equinor per un parco eolico a New York. Al top il lusso con Moncler (+6,5%) dopo le voci di un interesse da parte del miliardario canadese Lawrence Stroll, e Ferragamo (+7,3%).

I MERCATI IN DIRETTA

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Lo spettro della crisi dietro la fumata nera nel governo sulla manovra

Niente accordo nel vertice di maggioranza. Italia viva punta i piedi: vuole la cancellazione delle tasse su zucchero, plastica e auto aziendali. Conte apre. Ma Renzi gela tutti: «L'esecutivo ha il 50% di possibilità di restare in piedi».

Fumata nera sulla manovra. Col solito spettro della crisi che aleggia. Nella maggioranza restano fibrillazioni, soprattutto quando si parla di tasse. Come se non bastasse la difficile partita sulla riforma della prescrizione e il monito dell’agenzia di rating Fitch sull’incertezza politica giallorossa che agita i mercati, anche sulla legge di bilancio non si trova la quadra.

MAGGIORANZA IN BILICO AL SENATO

Un altro vertice si è trasformato in un nulla di fatto. Nel giorno in cui la Camera ha votato la fiducia al decreto fiscale con 310 sì, i renziani di Italia viva sono tornati ad alzare la posta. Chiedendo di cancellare del tutto la plastic tax, la sugar tax e la tassa sulle auto aziendali. Il centrodestra ha minacciato di votare la proposta di Iv: in quel caso la maggioranza sarebbe battuta. Allarme rosso.

RENZI DÀ «IL 50% DI POSSIBILITÀ» AL GOVERNO

Confermato ancora di più dalle parole serali di Matteo Renzi: «Se si continua così, ci sta che si torna a votare. Litigano su tutto! Noi non stiamo litigando. All’incontro di domenica quando hanno litigato noi non c’eravamo», ha detto a Piazza Pulita prevedendo «il 50% di possibilità che il governo rimanga in piedi».

CONTE PROMETTE SFORZI PER ABBASSARE LE TASSE

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte aveva convocato tutti nel pomeriggio a Palazzo Chigi, al ritorno del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri dall’Ecofin. Dopo due ore di vertice molto tese il premier ha chiesto ai tecnici del ministero dell’Economia e della Ragioneria dello Stato di fare «un ulteriore sforzo» per trovare le risorse per ridurre le imposte rimaste in quella che «già adesso è una legge di bilancio che non aumenta la tassazione».

LA LEGA PRONTA A VOTARE CON ITALIA VIVA

Intanto la Lega, sorniona, ha provato ad approfittarne, valutando di mettere la firma sotto le proposte di Iv. Già alla Camera i renziani hanno votato contro il carcere agli evasori del decreto fiscale: la differenza è che in Senato i numeri sono risicati e se Iv si dovesse smarcare mancherebbe la maggioranza.

Le tasse contro la plastica e lo zucchero sono un autogol per le aziende e rischiano di far licenziare 5 mila persone


Matteo Renzi

A ridosso del vertice a Palazzo Chigi Renzi aveva già fatto capire di non voler deporre le armi, con frecciatina implicita al Movimento 5 stelle: «Le tasse contro la plastica e lo zucchero “funzionano” mediaticamente per i populisti, ma sono un autogol per le aziende e rischiano di far licenziare 5 mila persone».

SI LAVORA A UNA MEDIAZIONE

All’incontro con Conte e Gualtieri la delegazione di Iv ha puntato i piedi: le urla si sono sentite anche fuori dalla stanza. Alla fine niente intesa: ci si rivede venerdì 6 dicembre e intanto si lavora a una mediazione. La tassa sulla plastica, prevista da aprile, potrebbe slittare almeno alla metà del 2020, anche se Iv cerca un rinvio al 2021.

LUPI PRONTO A RICORRERE ALLA CONSULTA

Conte dal canto suo ha respinto la narrazione di una manovra di tasse: «Siamo tutti d’accordo che va fatto un ulteriore sforzo per abbassare le imposte». Ma i giorni passano. Maurizio Lupi ha fatto già sapere che è pronto a ricorrere alla Consulta (come fece nel 2018 il Pd) se alla Camera non dovesse esserci il tempo adeguato per esaminare la legge di bilancio.

DALL’IMU ALLA CHIESA AI VIGILI: GLI EMENDAMENTI

E al Senato ancora si ragiona di emendamenti. Roberto Speranza lavora per aumentare di almeno mille le borse di studio per le specializzazioni in medicina. Dario Franceschini ha ipotizzato di estendere anche agli alberghi il “bonus facciate” al 90%. Il M5s ha proposto un emendamento per equiparare gli stipendi dei vigili del fuoco a quelli delle altre forze dell’ordine e rilanciato la proposta di un bonus fino a 250 euro per gli airbag delle moto. Elio Lannutti ha denunciato però il «veto del Pd sull’emendamento per far pagare 5 miliardi di Imu alla Chiesa». Tra grida, scontri e piedi puntati, l’alleanza giallorossa non trova mai un equilibrio.

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Ipo record per Saudi Aramco: vale 1.700 miliardi

Già raccolti 25,6 miliardi di dollari con l'Offerta pubblica iniziale. Superato il primato di Alibaba.

Saudi Aramco raccoglie 25,6 miliardi di dollari con l’Ipo, e mette a segno un nuovo record, superando quella di Alibaba che con la sua quotazione nel 2014 raggiunse i 25 miliardi di dollari. Il colosso petrolifero saudita ha spuntato il prezzo massimo di 32 riyal per azione a una valutazione di 1.700 miliardi di dollari. Il totale degli ordini ha raggiunto i 119 miliardi di dollari. Aramco ancora non ha comunicato quando inizieranno le negoziazioni a Riad.

I SAUDITI PUNTAVANO A 2 MILA MILIARDI

Il risultato finale è comunque diverso rispetto agli obiettivi che originariamente Aramco aveva prefissato. Inizialmente il governo saudita puntava a una valutazione di 2 mila miliardi di dollari, ma l’operazione ha sofferto un processo travagliato dopo una serie di rinvii per le incertezze sul buon esito dell’Ipo che hanno portato a ridimensionare la valutazione del colosso petrolifero saudita e a ridurre dal 5% all’1,5% le azioni in vendita. L’1% del capitale è stato destinato agli investitori istituzionali e il rimanente 0,5% al retail.

FONDAMENTALI GLI INVESTITORI SAUDITI

Aramco ha dovuto fare affidamento sugli investitori sauditi e la tranche riservata agli istituzionali ha attirato offerte per un totale di 397 miliardi di riyal. Per la tranche riservata agli investitori retail la sottoscrizione si era chiusa la scorsa settimana a quota 10,2 miliardi di dollari. L’Arabia Saudita ha fatto di tutto per assicurarsi il successo dell’Ipo: ha tagliato l’aliquota fiscale per Aramco tre volte, ha promesso il dividendo più grande del mondo e offerto bonus in azioni per investitori al dettaglio. I proventi dell’Ipo verranno trasferiti al Fondo pubblico di investimento, che a suo tempo si era imbarcato in forti investimenti, a partire dai 45 miliardi di dollari impegnati nel Fondo Vision di SoftBank e acquisendo una quota di 3,5 miliardi di dollari in Uber Technologies.

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Cosa prevede la riforma delle pensioni al centro delle proteste in Francia

Nessun innalzamento dell'età pensionistica, né tagli alla spesa previdenziale: nel mirino dei manifestanti c'è l'abolizione dei regimi speciali. Tabù intoccabile su cui Macron si gioca tutto.

Un milione e mezzo di persone sono scese in piazza il 5 dicembre in Francia per protestare contro la riforma delle pensioni. La legge, promessa dal presidente Emmanuel Macron durante la campagna elettorale che nel 2017 lo portò all’Eliseo, non prevede (almeno sulla carta) alcun innalzamento dell’età pensionistica o tagli al bilancio previdenziale. Il motivo alla base di tanto malcontento è l’introduzione di un regime universale e l’abolizione dei regimi speciali. In Francia un tabù intoccabile, impersonificato dai cheminot, i lavoratori di metro e ferrovie in testa ai cortei anti Macron.

UN REGIME UNICO AL POSTO DEI 42 ATTUALI

I contenuti della riforma sono ancora vaghi, nonché oggetto di concertazione. L’unico punto fermo è l’introduzione di un sistema universale a punti – ogni giorno di attività lavorativa viene ricompensato da un punteggio che permette di accumulare contributi pensionistici – che sostituisca i 42 regimi attuali. Il premier Edouard Philippe, che promette di fornire nuovi dettagli entro la metà di dicembre, parla di un sistema «più equo e leggibile», mentre gli oppositori temono una «precarizzazione» dei pensionati. In pratica, assicura il governo, tutti i dipendenti del settore privato e pubblico, nonché i liberi professionisti, potranno beneficiare degli stessi diritti e delle stesse condizioni, abolendo complessità e privilegi del passato. Nel corso di un recente intervento a Rodez, nel Sud del Paese, Macron ha inoltre detto che non ci saranno più pensioni sotto ai 1.000 euro per chi ha contribuito a tasso pieno durante tutta la sua carriera professionale.

ETÀ PENSIONABILE FERMA A 62 ANNI

Quanto all’età per andare in pensione, già innalzata da 60 a 62 anni durante la presidenza di Nicolas Sarkozy, non dovrebbe subire modifiche. Questo, almeno, è quanto promesso nel 2017 da Macron. Tanto che tra i falchi della maggioranza c’è chi dietro alle quinte storce il naso, considerando che il presidente rischia di giocarsi il quinquennato per una riforma considerata fin troppo prudente. Alla rivolta dei cosiddetti regimi speciali, come i macchinisti, si aggiunge anche quella delle professioni liberali, come avvocati o medici. Raramente in piazza, questi ultimi rifiutano infatti che il loro regime previdenziale finora autonomo possa fondersi nel nuovo sistema universale proposto nel rapporto dell’alto commissario alla Previdenza, Jean-Paul Delevoye, finora l’unico testo ufficiale sui cui si basano le discussioni avviate con le parti sociali ormai da circa un anno.

UNA PROTESTA CONTRO LA RIFORMA O CONTRO IL PRESIDENTE?

La riforma pensionistica, che dovrebbe progressivamente entrare in vigore a partire dal 2025, è attesa da una strada ancora lunga e tortuosa. Il premier ha espresso l’auspicio di un voto in parlamento entro la prossima estate. Secondo un sondaggio Ifop per Le Journal Du Dimanche, tre francesi su quattro vogliono riformare il sistema previdenziale armonizzando i diversi regimi, ma il 64% non ha fiducia in Macron per raggiungere questo obiettivo. E tra gli osservatori sono in molti a credere che dietro alla contesa sulle pensioni sia soprattutto lui l’obiettivo della protesta.

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Roma e Milan chiudono le porte al Corriere dello Sport dopo il caso Black Friday

I due club prendono posizione sulla prima pagina del quotidiano che ha scatenato polemiche e accuse di razzismo. Negato l'accesso ai centri tecnici fino al termine del 2019. L'Ordine dei giornalisti: «Sdegno per l'attacco ai colleghi».

Porte chiuse ai giornalisti del Corriere dello Sport fino alla fine dell’anno: lo hanno deciso Roma e Milan, dopo che il quotidiano sportivo aveva titolato nella prima pagina dell’edizione in edicola Black Friday con una foto di Lukaku e Smalling, a proposito della sfida tra Inter e Roma in programma venerdì 6 dicembre. Una scelta che aveva scatenato un vespaio di polemiche e le accuse di razzismo strisciante in arrivo anche dal Regno Unito.

«GIOCATORI, CLUB, TIFOSI E MEDIA DEVONO ESSERE UNITI CONTRO IL RAZZISMO»

I due club, in un comunicato congiunto, «condannano pubblicamente il titolo di oggi del Corriere dello Sport in prima pagina. Crediamo», si legge, «che tutti i giocatori, i club, i tifosi e i media debbano essere uniti nella lotta contro il razzismo nel mondo del calcio ed è responsabilità di tutti noi essere estremamente precisi nella scelta delle parole e dei messaggi che trasmettiamo».

«NEGATO L’ACCESSO FINO ALLA FINE DELL’ANNO»

«In risposta al titolo Black Friday pubblicato oggi dal giornale» – prosegue la nota – «la Roma e il Milan hanno deciso di negare al Corriere dello Sport l’accesso ai centri di allenamento per il resto dell’anno e hanno stabilito che i rispettivi giocatori non svolgeranno alcuna attività mediatica con il giornale durante questo periodo. Entrambi i club sono consapevoli che comunque l’articolo di giornale associato al titolo Black friday contenga un messaggio anti-razzista ed è questa la ragione per la quale sarà vietato l’accesso al Corriere dello Sport solo fino a gennaio. Restiamo totalmente impegnati nella lotta contro il razzismo».

L’ODG: «SDEGNO PER L’ATTACCO AI GIORNALISTI»

Sulla questione è intervenuto anche l’Ordine dei giornalisti, con il presidente Carlo Verna che in una nota ha commentato: «Non ci sto! Devo usare un’espressione storica nel nostro Paese per dare forza allo sdegno per ciò che sta accadendo verso i colleghi del Corriere dello Sport. Tutto quello che la Lega calcio non ha fatto e non fa contro il razzismo, con cori indecenti che impunemente si ascoltano negli stadi senza che mai una partita sia stata definitivamente fermata e senza significative sanzioni per le curve, ora si traduce in una (presunta) ‘esemplare’ squalifica per dei giornalisti che nessuna responsabilità avrebbero, ammesso che i loro capi avessero sbagliato». «A me», prosegue la nota, «non sembra proprio, forse gli inglesi, da cui sarebbe partita la polemica, si sono fermati al titolo, ma Roma e Milan, nonostante la proprietà straniera, l’italiano dovrebbero comprenderlo».

Cosa volete? Forse far dimenticare la polemica di quel dirigente della Lega calcio che piuttosto che impedire i cori razzisti voleva evitarne la percezione della gente

Carlo Verna, presidente dell’Odg

Verna ha aggiunto: «Leggo che, parlando di Lukaku e Smalling, si parla di idoli e si aggiunge che hanno imparato a stimarsi e che hanno preso posizioni forti contro il razzismo: sono i simboli di due squadre. Cosa volete? Forse far dimenticare la polemica di quel dirigente della Lega calcio che piuttosto che impedire i cori razzisti voleva evitarne la percezione della gente, con la conseguenza che il telecronista tenuto a stigmatizzarli e condannarli o l’arbitro che dovrebbe sospendere la partita siano presi per visionari da casa?». Secondo il presidente dell’Odg, «la lotta al razzismo e per il rispetto merita posizioni più serie. La sfida che lanciamo, come giornalisti, è la tolleranza zero su qualsiasi atteggiamento discriminatorio».

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Ok del Riesame: Lara Comi torna libera

Revocata l'ordinanza di arresti domiciliari all'ex eurodeputata di Fi per la maxi indagine 'mensa dei poveri'.

L’ex eurodeputata di Fi Lara Comi torna libera. Lo ha deciso il Tribunale del Riesame di Milano che, come spiegato dal suo difensore, l’avvocato Gian Piero Biancolella, che aveva presentato il ricorso, ha revocato l’ordinanza di arresti domiciliari eseguita a suo carico il 14 novembre in una tranche della maxi indagine ‘mensa dei poveri’. «Ero certo che oltre 5 ore di interrogatorio, i documenti prodotti e due ore di discussione al Riesame avevano lasciato il segno», ha spiegato il difensore.

«DIMOSTRERÒ LA MIA INNOCENZA»

«Sono molto felice e ora sono più che mai determinata a far emergere la mia innocenza»: sono queste le prime parole che la Comi ha rivolto al suo legale. Un provvedimento che, come chiarito dal difensore, «rasserena i suoi genitori» che hanno problemi di salute e ai quali, ha aggiunto l’avvocato, lei non è potuta stare a fianco, anche il giorno in cui è stata eseguita la misura.

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Il Pd insiste sull’alleanza M5s-sinistra per arginare Salvini

Franceschini: «Costruiamo un campo contro questa destra o ci ritroviamo la Lega a Palazzo Chigi». Ma l'agenzia di rating Fitch: «Le tensioni tra i giallorossi mettono a rischio il governo».

Non riescono a trovare un’intesa sulla riforma della prescrizione. Erano in disaccordo a proposito di legge elettorale, salvo poi trovare una convergenza sul proporzionale. Li divide lo ius soli. E anche in tema di nomine Rai si sono sfidati a colpi di veti incrociati. Nonostante tutto, Partito democratico e Movimento 5 stelle sembrano orientati a prolungare la loro esperienza insieme. Soprattutto da parte piddina. Dario Franceschini, ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo nonché capodelegazione dem nel governo Conte II, ha detto a Porta a porta: «Al di là delle differenze, bisogna arrivare alla prospettiva di un’alleanza M5s-sinistra».

IN COMUNE C’È L’AVVERSARIO DA BATTERE

Un aspetto in comune pare ci sia: l’avversario da battere. «Per fermare questa destra bisogna arrivarci, la partita è troppo delicata per fermarsi. Va costruita questa prospettiva nel Paese, un campo che eviti Matteo Salvini a Palazzo Chigi e abbia alla base dei principi etici e politici», ha aggiunto Franceschini.

«GLI ITALIANI NON SONO DIVENTATI ESTREMISTI»

Poi bisogna sempre fare i conti col consenso elettorale, visto che stando ai sondaggi il centrodestra è a un passo dal 50%. Franceschini però non crede «che gli italiani siano diventati estremisti, intercettano un sentimento, lo cavalcano e i voti vanno in quella direzione. Bisogna costruire un campo competitivo contro quella destra estrema, e siamo competitivi solo stando insieme, lo dicono i numeri».

MA L’INCERTEZZA POLITICA CREA ALLARMI

Il guaio è che stando assieme spesso si finisce a litigare. E non a caso Fitch è preoccupata per il clima di incertezza politica che persiste in Italia e che rappresenta un fattore di rischio per un’economia che resta praticamente in stagnazione. È l’allarme che si legge nel capitolo nel Global Economic Outlook pubblicato dall’agenzia di rating: «I negoziati sulla legge di bilancio del 2020 hanno messo in evidenza le tensioni politiche tra il M5s e il Pd. Le complesse relazioni tra le due formazioni rappresentano un rischio per la durata dell’esecutivo per l’intera legislatura».

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Perché il 12 gennaio è uno snodo cruciale per la legislatura

Si tratta della scadenza per la richiesta di referendum sul taglio dei parlamentari. Un bivio che avrà ripercussioni sulle prossime mosse del capo dello Stato.

Il 12 gennaio 2020 è una data da segnare in rosso nel calendario della politica. È la scadenza del termine per depositare la richiesta di referendum sul taglio dei parlamentari. E, se si volesse andare alle elezioni mantenendo l’attuale numero di deputati e senatori, le Camere andrebbero preferibilmente sciolte entro la prima metà di gennaio. Prima, cioè, del 12 gennaio. Senza contare che tre giorni dopo c’è un’altra delicatissima scadenza dal forte impatto politico: il 15 gennaio è prevista la sentenza della Corte costituzionale sul referendum per la legge elettorale chiesto da diverse Regioni.

LEGGE APPROVATA A MAGGIORANZA ASSOLUTA

Il presidente della Repubblica, trovandosi di fronte a una improvvisa crisi di governo e senza maggioranze alternative, avrebbe il dovere di sciogliere le Camere e chiamare il Paese al voto con il sistema vigente al momento, visto che l’iter della riforma costituzionale per la riduzione dei parlamentari non sarà completo fino alla fine degli adempimenti formali (leggi referendum e collegi elettorali). La legge costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari è stata approvata in seconda lettura con la maggioranza assoluta (e non con quella dei due terzi). Può, dunque essere sottoposta a referendum entro il 12 gennaio su richiesta di un quinto dei membri di una Camera (65 senatori o 126 deputati), di 500 mila elettori o di cinque Consigli regionali. E al momento al Senato si contano già ben 52 firme raccolte. Se non fosse avanzata richiesta di referendum, alla scadenza dei tre mesi dalla pubblicazione del testo in Gazzetta il presidente della Repubblica dovrà pubblicare la legge entro il 12 febbraio. Se, invece, la richiesta di referendum arrivasse, la Cassazione dovrà pronunciarsi sulla sua ammissibilità.

I TEMPI (LUNGHI) PER L’ENTRATA IN VIGORE

Tra decisione ed eventuali ricorsi potranno servire tra 20 e 30 giorni. Il referendum sarà quindi indetto entro 60 giorni dall’ordinanza che lo ammette, e potrà svolgersi in una domenica compresa tra il 50esimo e il 70esimo giorno successivo al decreto di indizione. A conclusione positiva del referendum, avranno luogo proclamazione del risultato, pubblicazione della legge costituzionale e vacatio legis (complessivamente almeno 20/30 giorni), prima dell’entrata in vigore della legge stessa. Sia in caso di esito positivo del referendum sia nell’ipotesi in cui esso non venga richiesto, in base all’articolo 4 della legge sulla riduzione del numero dei parlamentari le nuove norme potranno applicarsi non prima che siano decorsi 60 giorni dalla loro entrata in vigore. In caso di mancata richiesta di referendum quindi, considerati i tempi per accertare la mancata richiesta, la pubblicazione in Gazzetta e la vacatio legis, questi 60 giorni potranno decorrere dalla prima metà di febbraio, per concludersi orientativamente entro metà aprile, quando la riduzione dei parlamentari sarà effettiva. A quel punto, il governo avrà 60 giorni per ridisegnare i collegi elettorali.

Alcuni esperti sottolineano che ipotesi diverse di scioglimento e conseguenti elezioni potrebbero far sorgere dubbi sulla rappresentatività del nuovo parlamento

In definitiva, ove venisse richiesto un referendum sulla legge costituzionale per la riduzione dei parlamentari, i tempi per l’entrata in vigore della nuova normativa potrebbero superare i 10 mesi dalla data della pubblicazione della legge elettorale. Ove il referendum non fosse invece richiesto, sembrerebbero necessari tra i cinque e i sei mesi dalla data del 12 ottobre e quindi, come ricordato, la piena operatività della norma partirebbe dal mese di aprile. Si tratta di uno snodo politico delicato: infatti alcuni esperti sottolineano che ipotesi diverse di scioglimento e conseguenti elezioni potrebbero far sorgere dubbi sulla rappresentatività del nuovo parlamento. Bisognerebbe, infatti, affrontare la non secondaria questione di un parlamento – che dovrà scegliere il nuovo capo dello Stato – eletto pochissimo tempo prima dell’operatività di una norma che ne avrebbe modificato in maniera significativa la rappresentatività.

IL NODO DELL’ELEZIONE DEL CAPO DELLO STATO

Il dubbio è che venga in tal modo gettata un’ombra sulla stessa rappresentatività del nuovo capo dello Stato, scelto da un organo numericamente diverso da quello disciplinato dalle norme che saranno vigenti al momento della sua elezione: organo costituitosi solo pochi giorni prima l’entrata in vigore delle nuove, più restrittive norme. Per questo, è l’analisi di alcuni esperti, ove si volesse procedere linearmente a nuove elezioni con l’attuale numero dei parlamentari, sarebbe meglio attivare lo scioglimento prima del 12 gennaio. Altrimenti, sia in caso di mancata richiesta di referendum sia di proposizione della richiesta stessa, lo scioglimento dovrebbe aver luogo dopo la piena operatività delle nuove norme, e quindi con il ridotto numero dei parlamentari. Nel primo caso in primavera avanzata, e nel secondo non prima del prossimo autunno.

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Fiumicino si amplia per accogliere più visitatori

Visita del presidente dell'Enac al cantiere dell'aeroporto romano. L'pbiettivo, se il cronoprogramma sarà rispettato, è aprire entro l'estate prossima.

Il presidente dell’Enac, Nicola Zaccheo, accompagnato dal management di Adr (Aeroporti di Roma), ha visitato l’aeroporto Leonardo da Vinci di Fiumicino e, in particolare, il cantiere per la realizzazione dell’ampliamento del terminal passeggeri verso est, con la costruzione dei cosiddetti molo A e avancorpo del qT1. Con l’occasione è stato avviato un confronto sulla situazione complessiva relativa allo stato di avanzamento dei lavori in corso che prevede importanti investimenti. Nella visita odierna la delegazione dell’Enac ha constatato che i lavori si trovano a un punto avanzato di realizzazione che, se il cronoprogramma verrà rispettato, ha come obiettivo sfidante quello di aprire entro l’estate prossima. L’investimento previsto è di circa 270 milioni di euro; i lavori prevedono l’ampliamento della superficie fino a 32 mila mq su due livelli, 13 nuovi finger per imbarco / sbarco passeggeri, nuove sale di imbarco, 2 nastri bagagli aggiuntivi. La realizzazione di queste opere consentirà la gestione, con criteri di efficacia e qualità, di circa 6 milioni di passeggeri. Con tale ampliamento verrà anche completata l’espansione a sud est del terminal passeggeri previsto nel contratto di programma e nel piano di sviluppo approvato.

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Mattarella concede la grazia a Bossi: chiamò Napolitano “terrone”

Annullata la pena di un anno per il reato di vilipendio al presidente della Repubblica: «Il capo dello Stato emerito non ha alcun motivo di risentimento».

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha firmato un Decreto di concessione della grazia in favore di Umberto Bossi. L’atto di clemenza individuale ha riguardato la pena detentiva ancora da espiare (un anno di reclusione) inflitta per il delitto di offesa all’onore e al prestigio del Presidente della Repubblica (vilipendio), in riferimento a fatti commessi nel 2011, quando il capo dello Stato era Giorgio Napolitano.

«NESSUN RISENTIMENTO» DA NAPOLITANO

In una nota del Quirinale si ricorda che a seguito di provvedimento della Magistratura di sorveglianza Bossi è stato affidato in prova al servizio sociale. «Nel valutare la domanda di grazia, il Presidente della Repubblica ha tenuto conto del parere favorevole espresso dal Procuratore generale e delle condizioni di salute del condannato», si legge nella nota, «nonché della circostanza che (…) il Presidente emerito Giorgio Napolitano ha dichiarato di non avere nei confronti del condannato alcun motivo di risentimento». Il fondatore della Lega era stato condannato per aver dato del «teru’n‘» a Napolitano durante un comizio per la festa invernale della Lega Nord, la «Be’rghem frecc» di Albino nel dicembre del 2011. Facendo anche battute nei confronti dell’allora premier Mario Monti.

L’INSULTO E LE CORNA

«Mandiamo un saluto al presidente della Repubblica. Napolitano, Napolitano, nomen omen, non sapevo fosse un teru’n», aveva detto accennando il gesto delle corna con la mano destra. Il comizio era stato filmato e poi trasmesso sia da televisioni sia su Youtube, e molti cittadini (oltre un centinaio) da tutta Italia avevano presentato denunce contro Bossi: alcuni di loro erano anche stati sentiti come testimoni nel corso del processo a Bergamo. Bossi era stato rinviato a giudizio con l’accusa di aver offeso l’onore e il prestigio del Capo dello Stato, oltre che di vilipendio alle istituzioni con l’aggravante della discriminazione etnica.

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Contrabbando di sigarette, illegali 5 sigarette su 100

Lo studio di Intellegit e British American Tobacco Italia illustra il danno erariale di 730 milioni di euro in Italia. Napoli regina del fenomeno

Ben 5,5 sigarette su 100 consumate in Italia sono di provenienza illecita (rispetto ai primi 9 mesi del 2019). Questi i dati che emergono dalla chiara fotografia scattata dallo studio integrato sul contrabbando di sigarette in Italia, giunto alla sua terza edizione su scala nazionale, presentato oggi, 5 dicembre 2019 a Roma presso Terrazza Civita e realizzato da Intellegit, start-up sulla sicurezza dell’Università degli Studi di Trento, con il contributo di British American Tobacco (BAT) Italia

“Flussi, rotte e luoghi del contrabbando di sigarette: le principali caratteristiche dei traffici illeciti in Italia” è questo il titolo dello studio curato da Andrea Di Nicola, professore di Criminologia e Giuseppe Espa, professore di Statistica Economica, fondatori di Intellegit. Un focus che, incrociando i più recenti dati disponibili dalle diverse fonti (Sun Report KPMG, Empty Pack Survey, Mystery Shopper, Istat, Guardia di Finanza, dati BAT), propone un’analisi dettagliata delle rotte, dei punti di transito, dei luoghi di consumo e di sequestro delle sigarette di contrabbando in Italia oltre che un approfondimento su alcune delle città più rappresentative del fenomeno, tra cui Napoli definita la “regina del contrabbando”

Presenti all’incontro, moderato dal giornalista Marco Ludovico, oltre ai curatori dell’indagine anche il Senatore Vincenzo Presutto, il Gen. B. Gabriele Failla, Comandante Provinciale della Guardia di Finanza di Napoli e Roberta Palazzetti, Presidente e AD di BAT Italia.

CONTRABBANDO, UN DANNO EUROPEO

Un fenomeno criminale molto complesso quello del contrabbando delle sigarette che genera ingenti danni per l’Erario. Si stima infatti che le perdite per le casse dello Stato italiano (IVA e accise mai versate) siano state di circa 730 milioni di euro nel solo 2018. Danno che si ripercuote anche sulla salute dei cittadini, sulla sicurezza del Paese e dell’Unione Europea che in media all’anno perde circa 10 miliardi. Si perché non parliamo dell’Italia come un caso isolato ma come anello di una catena più ampia che posiziona il nostro Paese al 19° posto in Europa (prima la Grecia con il 24%, seguono Irlanda al 21%, Lettonia al 20% e Francia al 14%). Un fenomeno che si conferma sostanzialmente stabile rispetto agli anni precedenti e che appare fortemente legato ai differenziali di prezzo dei prodotti leciti che in altri Paesi, come Ucraina e Bielorussia, arrivano a costare 4,26/4,35 euro in meno rispetto al prezzo medio di un pacchetto in vendita nel mercato legale in Italia (circa 4,90 euro). 

NAPOLI, REGINA DEL CONTRABBANDO

Il Sud Italia detiene il triste primato di terra per eccellenza del contrabbando delle sigarette in Italia. Senza dubbio, come dimostra lo studio, la città più impattata è Napoli, storicamente considerata la capitale italiana del contrabbando di sigarette, dove oggi circa 1 pacchetto su 4 è di origine illecita. Secondo i dati dello studio, l’incidenza del contrabbando a Napoli risulta di gran lunga superiore rispetto alla media nazionale, con picchi che vanno oltre il 50% nel 2015 e 2016 e, comunque, mai al di sotto del 10%. Dalla metà del 2018 si registra un trend in lieve calo. Al secondo posto della classifica nera Trieste (poco oltre il 20%), in virtù della vicinanza con il confine con la Slovenia in cui un pacchetto costa in media 1,25€ in meno rispetto all’Italia. A seguire Casoria (20% circa), Torre del Greco e Giugliano in Campania

DA DOVE PROVENGONO LE SIGARETTE ILLECITE?

I pacchetti di sigarette che arrivano in Italia di contrabbando provengono principalmente dal canale duty free (circa il 40%), quelli che sono privi del tassello fiscale. Inoltre, le sigarette illecite arrivano dall’Ucraina (11,4% del totale) e transitano attraverso hub in Polonia e Romania, trasportate prevalentemente su gomma, prima di raggiungere l’Emilia-Romagna (via Trieste), dove vengono smistate e spedite in tutta Italia. I flussi provenienti da altri Paesi come Spagna e Grecia seguono, invece, le rotte via mare, entrando attraverso i porti siciliani o quelli del versante adriatico (come Ancona, Bari e Brindisi).

ARRIVA COMBAT, L’APP CHE RICONOSCE I MARCHI CONTRAFFATTI

Quest’anno, partendo dall’importante lavoro di catalogazione di tutti i marchi di illicit whites realizzato lo scorso anno e che ancora oggi rappresenta un unicum a livello Europeo, è stata creata da Intellegit l’app COMBAT che permetterà alle forze dell’ordine di identificare, catalogare, trovare, raccogliere e condividere ogni informazione utile relativa a questa tipologia di pacchetti di contrabbando, come ad esempio il marchio “Regina” che nel 2018 rappresentava il 15% del mercato illegale Italiano.

BAT Italia ha donato durante la presentazione dello studio la app sviluppata da Intellegit alla Guardia di Finanza di Napoli grazie alla quale i finanzieri potranno consultare agevolmente il catalogo, costruito ad hoc, contenente dettagli su ciascun marchio di contrabbando rilevato in Italia. COMBAT propone, inoltre, un modulo attraverso il quale le forze dell’ordine potranno inviare segnalazioni georiferite sul ritrovamento di potenziali illicit whites non ancora contenute nel catalogo o di altri marchi, con trasmissione delle informazioni alla banca dati e conseguente aggiornamento del database centrale. Tra i marchi noti spicca Marlboro, che da meno del 19% nel 2017 ha raggiunto il 29% del totale del mercato illegale italiano nei primi 6 mesi del 2019. 

PUBBLICO E PRIVATO INSIEME PER CONTRASTO E PREVENZIONE 

«Grazie allo straordinario lavoro delle forze dell’ordine e alle politiche equilibrate del regolatore, il contrabbando di sigarette in Italia oggi non raggiunge i livelli di Grecia (24%), Irlanda (21%) o Inghilterra (20%) ma si assesta su livelli più bassi, ovvero tra il 5% ed il 7% – ha commentato Roberta Palazzetti, Presidente e Amministratore Delegato di BAT Italia – Purtroppo però le ultime rilevazioni confermano ancora una volta come si tratti di un fenomeno che reagisce in modo immediato agli incrementi di prezzo sul mercato legale. In particolare, a seguito degli aumenti di prezzo dell’industria seguiti al recente incremento delle accise così come definito dalla legge di bilancio 2018, si è registrato nel 3° trimestre 2019 un innalzamento dell’incidenza dell’illecito dal 4,9% al 6,2%. La legge di Bilancio attualmente in discussione sembra prevedere anche quest’anno ulteriori sacrifici per il nostro settore senza considerare, apparentemente, l’inevitabile conseguenza di favorire così il mercato illecito che in Italia, in media, priva l’Erario di circa 800 milioni l’anno. Forze dell’ordine e magistratura svolgono quotidianamente un’eccellente e straordinaria opera di contrasto, ma servono strumenti e dotazioni idonee: forse è qui che lo Stato dovrebbe investire risorse, invece di puntare a fare cassa solo sul settore legale delle sigarette, così come potrebbe soddisfare l’esigenza di stabilizzazione o incremento del gettito attraverso incrementi fiscali rivolti ad altri prodotti del settore come quelli a tabacco riscaldato, anche perché il rischio è che la coperta si riveli essere troppo corta. Con inevitabili ricadute sulla filiera tabacchicola che, grazie ai suoi 50.000 lavoratori e alle sue 3.000 aziende agricole in tutto il territorio nazionale, fornisce un importante contributo alle finanze dello Stato. E con il tabacco che, tra accise e Iva, assicura un gettito pari a circa 14 miliardi di euro l’anno. Da diversi anni sosteniamo la necessità di un approccio integrato tra pubblico e privato per realizzare efficaci attività di contrasto e prevenzione, e siamo orgogliosi della nostra continua e concreta collaborazione con la Guardia di Finanza e la Direzione Nazionale Antimafia per supportare le Istituzioni nella lotta all’illegalità e ai traffici illeciti».  

BAT E GUARDIA DI FINANZA, UNA PROFICUA COLLABORAZIONE

Nel corso dell’evento British American Tobacco Italia ha consegnato al Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Napoli anche 5 autovetture, nel quadro del protocollo d’intesa che sancisce una lunga e proficua collaborazione tra BAT e le forze dell’ordine. Un accordo avviato nel 2015 e che al 2021 prevede la donazione complessiva di 35 auto, con l’obiettivo di contribuire fattivamente a potenziare le attività di prevenzione e di contrasto.

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