Cina contro Usa per l’espulsione di due funzionari accusati di spionaggio

L'episodio risale al mese di settembre e rappresenta un inedito assoluto negli ultimi 30 anni. Pechino presenta una protesta formale.

La Cina ha presentato «una solenne protesta formale» agli Stati Uniti sull’espulsione, per la prima volta in oltre 30 anni, di due funzionari cinesi accusati di spionaggio. Lo ha annunciato il portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang. L’episodio, riportato dal New York Times, è avvenuto a settembre: i funzionari dell’ambasciata erano entrati in auto con le rispettive mogli in una base militare in Virginia che ospita le forze per le Operazioni speciali. Le autorità Usa ritengono che almeno uno dei due fosse un agente sotto copertura diplomatica.

PECHINO CHIEDE DI CORREGGERE L’ERRORE

Geng ha definito le due espulsioni un «errore» e, in merito alla versione dei fatti data dal New York Times citando persone a conoscenza dell’episodio, ha definito le accuse di spionaggio «completamente contrarie ai fatti». Il portavoce, parlando nel corso della conferenza stampa del pomeriggio, ha chiesto «con forza agli Stati Uniti di correggere l’errore», sollecitando la «protezione dei legittimi diritti e interessi dei diplomatici cinesi».

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Banche, il private via maestra della riscossa

Anche il 2019 è stato un anno positivo per i mercati ma non semplice per le banche alle prese con tassi negativi e margini sotto pressione. Tra gli esempi virtuosi: Banca Generali nel private banking che ritorna sul Ftse Mib e guida i rialzi delle banche.

I titoli del comparto bancario a Piazza Affari sono saliti di oltre il 20% quest’anno, attestandosi sopra i 9.400 punti. Ma guardando al loro andamento negli ultimi anni, il quadro che emerge resta sconfortante. Rispetto a 10 anni fa, il calo è ancora dei due terzi, mentre anche in raffronto ai picchi toccati nell’estate del 2015 si ottiene un -50%.

Le banche hanno dovuto fronteggiare la profonda recessione che ha colpito l’Italia e la lunghezza delle procedure di recupero hanno concorso a determinare un elevato livello di crediti deteriorati che hanno toccato il picco del 20% per gli istituti commerciali.

ECONOMIA ITALIANA DEBOLE

Una crisi che in alcuni momenti ha visto un credito su cinque deteriorato. Ora il rapporto è sceso a circa 1 su 25, ma solo perché nel frattempo sono state effettuate cessioni di cosiddetti Npl a veicoli esterni e si sono così “puliti” i bilanci.

Su tutto, poi, resta la debolezza cronica dell’economia italiana sullo sfondo di una realtà creditizia caratterizzata dai tassi negativi. Gli istituti non riescono a maturare margini sufficienti sui prestiti erogati, a causa dei bassi interessi imperanti in questa lunga fase di accomodamento monetario. Un quadro complesso, tanto che un recente report della società di consulenza Oliver Wyman si intitolava “Banche Italiane su un piano inclinato”.

Gian Maria Mossa, Amministratore Delegato di Banca Generali

RISULTATI RECORD PER BANCA GENERALI

Dunque, per risollevarsi è indispensabile rivedere i modelli di business tradizionali basati su sportelli e commissioni bancarie ormai considerate commodity, puntando di più sulla tecnologia e il risparmio gestito. La strada maestra ai modelli di business più competitivi e considerati sostenibili per il futuro la fornisce ancora una volta il mercato. Andando ad analizzare la lista dei titoli più comprati nel 2019 sul listino principale di Piazza Affari (Ftse Mib) troviamo tra le migliori banche non i grandi istituti commerciali ma una banca private come Banca Generali che è salita di oltre il 70% in termini di total return tornando nel listino principale della Borsa italiana al posto di Unipol Sai proprio con il riesame dei titoli di dicembre. La società guidata da Gian Maria Mossa ha aumentato gli utili del 44% nei 9 mesi e la raccolta si avvicina ai 5 miliardi nel 2019 confermano la solidità nella crescita in un business che ha saputo riorganizzare il modello d’offerta riducendo i costi e allargando i servizi di protezione patrimoniale. Il titolo risulta anche il migliore allargando lo sguardo agli ultimi 10 anno dove il guadagno sfiora il 950% avvantaggiandosi della forte crescita messa a segno nel periodo (le masse sono passate da meno di 20 miliardi a 67 nei 9 mesi del 2019).

Guardando sempre all’andamento delle banche quest’anno troviamo a debita distanza le performance di Intesa col 20% circa di guadagno, Fineco con un +25% e Unicredit con un +32% e Ubi con un +16%. A conferma che la strada del consolidamento e dell’efficienza operativa anche tra chi ha effettuato operazioni straordinarie è risultata in salita quest’anno e che la sfida della competitività per i prossimi anni si gioca sul terreno sì delle dimensioni, ma anche dell’efficienza operativa e dell’innovazione.

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La manovra alla prova del Senato, battaglia su cannabis light e tobin tax

La finanziaria approda a Palazzo Madama per il voto di fiducia. Opposizioni all'attacco: mancano 700 milioni. Meloni e Salvini contro lo "spaccio di Stato".

La manovra si avvicina a incassare il primo via libera del parlamento. Nel pomeriggio del 16 dicembre, al Senato, il governo affronterà il voto di fiducia sul maxiemendamento da 958 commi. Blindare il testo potrebbe però non essere sufficiente. Da Palazzo Chigi, nella giornata del 15 sono arrivate nuove rassicurazioni con la garanzia che le coperture «ci sono». Pochi i rilievi che sarebbero arrivati dalla Ragioneria dello Stato, ha detto il viceministro all’Economia Antonio Misiani. Due misure però continuano a essere in bilico: i nuovi paletti per la vendita della cannabis light e l’introduzione della Tobin tax. Ma altre potrebbero saltare.

PER LE OPPOSIZIONI MANCANO 700 MILIONI

A quattro giorni dall’approvazione in commissione Bilancio a Palazzo Madama del testo, continuano a rincorrersi le voci di un ‘buco’ che secondo le opposizioni sarebbe di circa “700 milioni” e anche di conseguenti slittamenti dell’esame. Conti che non corrisponderebbero alla realtà secondo la maggioranza. Ma ora la parola è passata alla presidenza di Palazzo Madama che deve pronunciarsi sulle ammissibilità delle decine di norme approvate nel corso dell’iter parlamentare.

LEGGI ANCHE: Cosa prevede l’emendamento sulla cannabis light

INAMMISSIBILI NORME SU CANNABIS E TOBIN TAX

Dopo una prima fase dei lavori la presidente del Senato Elisabetta Casellati ha comunicato all’Aula il giudizio di inammissiblità delle norme che riguardano la cannabis light, la tobin tax (che introduceva un’aliquota dello 0,04% su alcuni tipi di transazione finanziarie online) e lo slittamento da luglio 2020 al primo gennaio 2022 della fine del mercato tutelato per l’energia. Prima del dibattimento il M5s, che ha firmato con il senatore Matteo Mantero l’emendamento che riscrive la legge sugli stupefacenti ritoccando all’insù le percentuali di Thc per cui è legale la vendita di canapa, aveva chiesto “terzietà” dalla seconda carica dello Stato. Con conseguente replica: la presidenza del Senato rivendica il proprio ruolo di garanzia e sottolinea come le proprie valutazioni in questi casi non siano mai “politiche” ma solo “tecniche”.

POLEMICA TRA M5S E CASELLATI

Subito dopo l’annuncio in Aula è scoppiato il caos. Due esponenti del M5s hanno chiesto alla presidente Elisabetta Casellati di dimostrare che la scelta non sia stata frutto della «pressione della sua parte politica». Il presidente ha replicato spiegando che è stata una «decisione meramente tecnica», aggiungendo: «Se ritenete questa misura importante per la maggioranza fatevi un disegno di legge». «Ci tengo a ringraziare tecnicamente il presidente del Senato», ha detto Matteo Salvini, «a nome di tutte le comunità di recupero dalle dipendenze che lavorano in Italia e a nome delle famiglie italiane per aver evitato la vergogna dello Stato spacciatore».

LE REVISIONI CHIESTE DALLA RAGIONARIA DI STATO

La Ragioneria di Stato intanto ha chiesto una settantina di correzioni alle modifiche apportate dalla commissione Bilancio alla manovra. Tra le 39 misure sotto la lente per le coperture anche il ripristino delle sconto in fattura per eco e sismabonus per i condomini, mentre si chiede lo stralcio della sospensione del reddito di cittadinanza in caso di lavori brevi e dell’estensione ai pediatri dei fondi per avere macchinari per gli esami in studio. A queste si aggiunge la richiesta di correzioni definite “di drafting” per altre 29 norme. Le modifiche dovrebbero essere fatte proprie per intero dalla commissione Bilancio del Senato che poi dovrebbe proporre all’Aula il maxiemendamento corretto, compresi gli stralci chiesti dalla presidenza di Palazzo Madama. Alcuni dei rilievi della Rgs coincidono con quelli di Casellati, ad esempio sulla Tobin Tax, altre invece incidono sulla scrittura, o sulle coperture, di altre norme. Nel caso della sospensione, anziché la decadenza, dal reddito di cittadinanza quando i beneficiari trovino un lavoro a tempo determinato, nella relazione dei tecnici si legge che la norma «comporta maggiori oneri non quantificati né coperti» e che «la relazione tecnica pervenuta è incongrua e inadeguata»: per questo motivo la Ragioneria chiede lo “stralcio” della norma. Idem per i pediatri.

POSSIBILE TESTO BLINDATO ALLA CAMERA

Le norme da passare al vaglio sono comunque numerose: secondo una bozza del maxiemendamento, messi uno in fila all’altro, i commi della manovra sfiorano quasi i mille. E lo spettro degli interventi è davvero ampio: si va da decine di micronorme, che riguardano realtà locali, alla plastic e sugar tax passando per la tassa sulla fortuna; dai ritocchi alle accise sui carburanti alle misure legate alla riscossione degli enti locali. Qualsiasi decisione prendano alla fine i senatori, alla Camera non resterà che convalidare le scelte dell’altro ramo del parlamento: i tempi ormai sono troppo stretti per riaprire il dossier senza voler mettere a rischio i conti pubblici con l’esercizio provvisorio. Una scelta che è costata una lunga mediazione all’interno delle forze politiche e che si annuncia oggetto di nuove polemiche con le minoranze. La Lega ha già annunciato di voler ricorrere alla Consulta, così come fece il Partito democratico lo scorso anno: la strada imboccata da maggioranza e governo, è stata l’accusa, ha esautorato totalmente una Camera dei propri poteri.

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Tim, c’è burrasca nei rapporti tra Gubitosi e Nardello

Tra i due non c’è più il feeling di un tempo. Anzi, sono sorti degli screzi. Colpa dei numeri deludenti. E di qualche eccesso del braccio destro dell'ad.

Cosa succede in Tim tra Luigi Gubitosi e il suo storico braccio destro Carlo Nardello? Dalle parti di Corso Italia ne parlano anche gli uscieri: tra i due non c’è più il feeling di un tempo. Anzi, sono sorti degli screzi.

QUELL’AUTORITRATTO “REGALE” DI NARDELLO

Sarà che i numeri dell’ex monopolista delle Tlc stentano a girare e i due maggiori azionisti, Elliott e Vivendi, pur divisi su tutto sono concordi nel lamentarsene, e dunque c’è tensione nel vertice manageriale. O sarà perché Nardello, fin qui un fedelissimo di Gubitosi, al quale deve i suoi precedenti ruoli in Rai e Alitalia, avrebbe un po’ ecceduto nella considerazione di sé, come certifica, tra le altre cose, un enorme quadro appeso al muro dietro la sua scrivania che lo raffigura in un atteggiamento regale. Un autoritratto che colpisce tutti coloro che varcano la soglia del suo ufficio, e che lo ha esposto a qualche commento ironico. Sia come sia, sta di fatto che in Tim le strade dell’amministratore delegato e del “Chief strategy, customer experience and transformation officer” – questa è la nutrita definizione professionale di Nardello – sembrano allontanarsi se non addirittura dividersi.

Gelo anche tra Nardello e la CSC Vision Srl, la società di pubbliche relazioni di Costanza Esclapon, di cui un tempo egli fu socio con il 30%

Tanto che sarebbe sceso il gelo anche nei rapporti tra Nardello e la CSC Vision Srl, la società di pubbliche relazioni di Costanza Esclapon, di cui un tempo egli fu socio con il 30%. La comunicatrice, da sempre stretta collaboratrice di Gubitosi che ha seguito prima in Rai e poi in Alitalia, e il marito, il bravo Simone Cantagallo – che all’arrivo dell’ad ha assunto, lasciando Lottomatica, il ruolo di capo della comunicazione di Tim – nella controversia hanno preso decisamente le parti di “Gubi”, come tutti lo chiamano ai piani alti e bassi della società di telecomunicazioni. E ora, che farà Nardello? Sembra che voglia giocare una partita tutta sua. E per far questo cerca alleanze tra i dirigenti di prima fascia di Tim. Ma finora si sussurra nei corridoi che l’unico che sembra dargli retta è il responsabile del Procurement e del Real Estate, Federico Rigoni. C’è da scommettere che la reazione di Gubitosi non si farà attendere.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Tim, c’è burrasca nei rapporti tra Gubitosi e Nardello

Tra i due non c’è più il feeling di un tempo. Anzi, sono sorti degli screzi. Colpa dei numeri deludenti. E di qualche eccesso del braccio destro dell'ad.

Cosa succede in Tim tra Luigi Gubitosi e il suo storico braccio destro Carlo Nardello? Dalle parti di Corso Italia ne parlano anche gli uscieri: tra i due non c’è più il feeling di un tempo. Anzi, sono sorti degli screzi.

QUELL’AUTORITRATTO “REGALE” DI NARDELLO

Sarà che i numeri dell’ex monopolista delle Tlc stentano a girare e i due maggiori azionisti, Elliott e Vivendi, pur divisi su tutto sono concordi nel lamentarsene, e dunque c’è tensione nel vertice manageriale. O sarà perché Nardello, fin qui un fedelissimo di Gubitosi, al quale deve i suoi precedenti ruoli in Rai e Alitalia, avrebbe un po’ ecceduto nella considerazione di sé, come certifica, tra le altre cose, un enorme quadro appeso al muro dietro la sua scrivania che lo raffigura in un atteggiamento regale. Un autoritratto che colpisce tutti coloro che varcano la soglia del suo ufficio, e che lo ha esposto a qualche commento ironico. Sia come sia, sta di fatto che in Tim le strade dell’amministratore delegato e del “Chief strategy, customer experience and transformation officer” – questa è la nutrita definizione professionale di Nardello – sembrano allontanarsi se non addirittura dividersi.

Gelo anche tra Nardello e la CSC Vision Srl, la società di pubbliche relazioni di Costanza Esclapon, di cui un tempo egli fu socio con il 30%

Tanto che sarebbe sceso il gelo anche nei rapporti tra Nardello e la CSC Vision Srl, la società di pubbliche relazioni di Costanza Esclapon, di cui un tempo egli fu socio con il 30%. La comunicatrice, da sempre stretta collaboratrice di Gubitosi che ha seguito prima in Rai e poi in Alitalia, e il marito, il bravo Simone Cantagallo – che all’arrivo dell’ad ha assunto, lasciando Lottomatica, il ruolo di capo della comunicazione di Tim – nella controversia hanno preso decisamente le parti di “Gubi”, come tutti lo chiamano ai piani alti e bassi della società di telecomunicazioni. E ora, che farà Nardello? Sembra che voglia giocare una partita tutta sua. E per far questo cerca alleanze tra i dirigenti di prima fascia di Tim. Ma finora si sussurra nei corridoi che l’unico che sembra dargli retta è il responsabile del Procurement e del Real Estate, Federico Rigoni. C’è da scommettere che la reazione di Gubitosi non si farà attendere.

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Le Sardine puntano a superare il 25% dei consensi

Fissati gli obiettivi dopo la prima assemblea andata in scena a Roma in presenza di 150 animatori. Nessun partito per ora, ma sostegno alle liste di sinistra in Emilia-Romagna e Calabria.

Primo obiettivo non fermarsi e tornare nelle piazze ovunque, sul territorio. L’altro traguardo è superare il 25% dei consensi fra gli italiani. Dopo aver invaso le grandi città, le Sardine, riunite per la prima volta a Roma in assemblea, promettono battaglia nei territori: dalle periferie ai piccoli centri. «Particolare attenzione» sarà dedicata alla Calabria e all’Emilia-Romagna, dove tramonta l’ipotesi di una lista separata, in vista delle prossime elezioni. «Negli ultimi 30 giorni» – si legge in un lungo post su Fb – «le Sardine hanno scatenato una straordinaria energia, occorrerà molta pazienza per dare anche un’identità politica a questo fenomeno». Insomma, ancora movimento, il partito può attendere.

L’IMPEGNO DI CONTE SUL DECRETO SICUREZZA

All’indomani della conquista di piazza San Giovanni, luogo simbolo della sinistra politica e sindacale italiana, le Sardine ottengono comunque un primo risultato, seppure parziale: l’impegno del premier Conte a rivedere il decreto sicurezza. «Le richieste delle Sardine sui decreti sicurezza» – sottolinea il premier – «le abbiamo già ascoltate. Tra i punti del programma di governo c’era l’impegno a raccogliere le raccomandazioni del presidente Mattarella per ritornare a quella che era la versione originale del secondo decreto per come era uscita dal Consiglio dei ministri».

OLTRE 150 ANIMATORI NELLA RIUNIONE A PORTE CHIUSE

Così oltre 150 animatori delle manifestazioni locali di queste settimane si sono dati appuntamento in un palazzo occupato per fare il punto su come andare avanti. Una riunione a porte chiuse, durata oltre quattro ore, convocata per avere un primo contatto fisico tra persone in carne e ossa che sinora si sono parlate solo sui social. È stata anche l’occasione per dar vita a tavoli tematici, fare un primo bilancio di cosa si può migliorare nella convocazione delle piazze. Al momento niente che possa far pensare a un passaggio dal movimento spontaneo a qualcosa di più organizzato, lista o partito. Prima che parlasse il leader Mattia Santori, è una Sardina pugliese, Grazia De Sario, a escludere ogni esordio elettorale: «Non faremo un partito, non ci saranno candidature e non ci saranno liste civiche in Emilia-Romagna. Appoggeremo le liste di sinistra», taglia corto circondata dalle troupe tv. Poco più tardi, ai microfoni di Mezz’ora di più, anche se in modo meno esplicito, anche Santori allontana l’ipotesi di una loro discesa in campo: «Puntiamo a trovare un dialogo con la politica, non siamo ancora pronti a trovare né i punti del dialogo né un interlocutore del dialogo».

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I valori di Borsa italiana e spread del 16 dicembre 2019

Piazza Affari apre positiva dopo una settimana chiusa in calo. Il differenziale Btp Bund a 154 punti base. I mercati in diretta.

La Borsa italiana è in crescita dopo una settimana chiusa in calo (-0,26% a 23.329 punti) a dispetto delle altre Piazze europee, tutte positive in scia all’esito del voto nel Regno Unito e sul via libera americano all’accordo con la Cina sui dazi. A Piazza Affari l’indice Ftse Mib ha segnato un rialzo dello 0,45% a 23.435 punti. Apertura in rialzo per tutte le principali Borse europee. Londra guadagna lo 0,43% a 7.385 punti, Parigi lo 0,47% a 5.946 punti e Francofrte lo 0,51% a 13.349 punti.

LO SPREAD A 154 PUNTI BASE

Avvio di settimana stabile per lo spread tra Btp e Bund a quota 154 punti come venerdì in chiusura di giornata. Il rendimento del titolo decennale italiano è all’ 1,25%.

I MERCATI IN DIRETTA

9.22 – TUTTA L’EUROPA POSITIVA IN APERTURA

Apertura in rialzo per le principali Borse europee. Londra guadagna lo 0,43% a 7.385 punti, Parigi lo 0,47% a 5.946 punti e Francofrte lo 0,51% a 13.349 punti.

9.02 – PIAZZA AFFARI APRE IN RIALZO

Avvio di seduta positivo per Piazza Affari. L’indice Ftse Mib segna un rialzo dello 0,45% a 23.435 punti

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Di Maio prova a ricompattare il M5s: arrivano i “facilitatori”

Il leader del Movimento presenta il team che lo affiancherà nelle decisioni: «In questi anni mi sono sentito solo».

L’uomo «solo» al comando dei 5 Stelle prova a far ripartire il Movimento contando sulla condivisione delle responsabilità: oneri e onori. «In questi anni mi sono sentito molto solo, credo pure Grillo lo sia stato. Quando sei solo e prendi decisioni da solo e non ci sono persone legittimate con le quali condividerle tutto è molto difficile», ammette il capo politico del M5s Luigi Di Maio annunciando dal palco del tempio di Adriano la partenza della fase 2 del M5s, quel rilancio nel segno della riorganizzazione della forza politica e della suddivisione delle responsabilità che dovrebbe anche metterlo al riparo dai continue critiche che gli arrivano dall’interno del Movimento.

IL TEAM DI 24 FACILITATORI

Ha costituito un “team” di 24 persone con dietro, ciascuna di esse, una squadra, per affiancarlo nelle decisioni: a breve seguirà anche la costituzione di un gruppo di facilitatori regionali che serviranno a fare da collante con i territori, il punto debole nella ramificazione del Movimento. «Stasera con questo evento possiamo chiudere un primo step di un processo di riorganizzazione partito quasi un anno fa: non è stato semplice. L’anno che sta per concludersi è quello in cui il Movimento ha raggiunto i dieci anni», ricorda il capo politico deciso a tirare le somme e ripartire con una nuova fase: «Siamo l’unica forza politica che fa decidere direttamente agli iscritti, anche per formare il governo. Gli unici a concepire un programma partecipato, per farlo diventare un programma di governo», ha detto Di Maio presentando il nuovo team. Poi ha aggiunto: «A volte una cosa buona deve finire affinché ne nasca un migliore. Oggi con la nascita del Team del Futuro permettiamo al Movimento di pensare ai prossimi dieci anni».

«NUOVA STRATEGIA PER LA COMUNICAZIONE»

Un punto dal quale ripartire, insomma, sapendo tuttavia che se «oggi nasce il Team del Futuro, non è la panacea di tutti i mali, non risolve tutti i problemi. È fatto di facilitatori, non di decisori. Ma qualcosa, per forza, dovrà cambiare. Lo promette il deputato Emilio Carelli che, ad esempio, va a supervisionare il settore della Comunicazione: «Dobbiamo scrivere un nuovo piano per la comunicazione che metta in luce gli aspetti positivi ma anche le criticità emerse», annuncia il giornalista che non nasconde le pecche a suo giudizio mostrate dalla comunicazione pentastellata. «Dobbiamo cambiare il tono e le strategie per rispondere agli attacchi che ci vengono rivolti e alle critiche, facendo ogni giorno un’analisi puntuale ed una verifica della nostra comunicazione», annuncia Carelli intenzionato ad affiancare l’opera di formazione della squadra di eletti anche attraverso corsi di “public speaking“.

IL RITORNO ALLA BASE

Poi c’è il ritorno all’ascolto della base, dei territori e non solo con la creazione dei nuovi facilitatori regionali ma anche con il rilancio del cosiddetto “Activism” che porterà avanti Paola Taverna. «Il Movimento è una piramide rovesciata, la base è il nostro vertice e noi dobbiamo rimanere degli umili portavoce. Chiedo scusa perché spesso si è creata una distanza, che dovrà essere colmata», confessa la vicepresidente del Senato che, dopo aver ammirato il successo di piazza delle Sardine, promette un cambio di regia: «Chiederò di ricominciare dall’ascolto, colmando quella distanza che si è venuta a creare con quella parte fondamentale del M5s, che è quella che sta nelle piazze e ai banchetti».

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Di Maio prova a ricompattare il M5s: arrivano i “facilitatori”

Il leader del Movimento presenta il team che lo affiancherà nelle decisioni: «In questi anni mi sono sentito solo».

L’uomo «solo» al comando dei 5 Stelle prova a far ripartire il Movimento contando sulla condivisione delle responsabilità: oneri e onori. «In questi anni mi sono sentito molto solo, credo pure Grillo lo sia stato. Quando sei solo e prendi decisioni da solo e non ci sono persone legittimate con le quali condividerle tutto è molto difficile», ammette il capo politico del M5s Luigi Di Maio annunciando dal palco del tempio di Adriano la partenza della fase 2 del M5s, quel rilancio nel segno della riorganizzazione della forza politica e della suddivisione delle responsabilità che dovrebbe anche metterlo al riparo dai continue critiche che gli arrivano dall’interno del Movimento.

IL TEAM DI 24 FACILITATORI

Ha costituito un “team” di 24 persone con dietro, ciascuna di esse, una squadra, per affiancarlo nelle decisioni: a breve seguirà anche la costituzione di un gruppo di facilitatori regionali che serviranno a fare da collante con i territori, il punto debole nella ramificazione del Movimento. «Stasera con questo evento possiamo chiudere un primo step di un processo di riorganizzazione partito quasi un anno fa: non è stato semplice. L’anno che sta per concludersi è quello in cui il Movimento ha raggiunto i dieci anni», ricorda il capo politico deciso a tirare le somme e ripartire con una nuova fase: «Siamo l’unica forza politica che fa decidere direttamente agli iscritti, anche per formare il governo. Gli unici a concepire un programma partecipato, per farlo diventare un programma di governo», ha detto Di Maio presentando il nuovo team. Poi ha aggiunto: «A volte una cosa buona deve finire affinché ne nasca un migliore. Oggi con la nascita del Team del Futuro permettiamo al Movimento di pensare ai prossimi dieci anni».

«NUOVA STRATEGIA PER LA COMUNICAZIONE»

Un punto dal quale ripartire, insomma, sapendo tuttavia che se «oggi nasce il Team del Futuro, non è la panacea di tutti i mali, non risolve tutti i problemi. È fatto di facilitatori, non di decisori. Ma qualcosa, per forza, dovrà cambiare. Lo promette il deputato Emilio Carelli che, ad esempio, va a supervisionare il settore della Comunicazione: «Dobbiamo scrivere un nuovo piano per la comunicazione che metta in luce gli aspetti positivi ma anche le criticità emerse», annuncia il giornalista che non nasconde le pecche a suo giudizio mostrate dalla comunicazione pentastellata. «Dobbiamo cambiare il tono e le strategie per rispondere agli attacchi che ci vengono rivolti e alle critiche, facendo ogni giorno un’analisi puntuale ed una verifica della nostra comunicazione», annuncia Carelli intenzionato ad affiancare l’opera di formazione della squadra di eletti anche attraverso corsi di “public speaking“.

IL RITORNO ALLA BASE

Poi c’è il ritorno all’ascolto della base, dei territori e non solo con la creazione dei nuovi facilitatori regionali ma anche con il rilancio del cosiddetto “Activism” che porterà avanti Paola Taverna. «Il Movimento è una piramide rovesciata, la base è il nostro vertice e noi dobbiamo rimanere degli umili portavoce. Chiedo scusa perché spesso si è creata una distanza, che dovrà essere colmata», confessa la vicepresidente del Senato che, dopo aver ammirato il successo di piazza delle Sardine, promette un cambio di regia: «Chiederò di ricominciare dall’ascolto, colmando quella distanza che si è venuta a creare con quella parte fondamentale del M5s, che è quella che sta nelle piazze e ai banchetti».

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Il piano del governo per salvare la Banca Popolare di Bari

Novecento milioni di fondi dallo Stato tramite Invitalia e la creazione di un polo creditizio tra banche popolari del Sud.

Il salvataggio della Popolare di Bari sarà l’occasione per la creazione di un polo creditizio tra alcune banche popolari, una ‘Banca del Sud‘ in grado di fare massa per il rilancio dell’economia meridionale. Il decreto messo a punto dal governo prevede l’attribuzione di fondi fino a 900 milioni ad Invitalia, che li girerà alla sua controllata Mediocredito Centrale attraverso un aumento di capitale. Sarà quest’ultima, poi, ad entrare nel capitale della Popolare di Bari: un ingresso azionario che sarà affiancato dal ricorso allo strumento ‘privato’ messo in campo dal sistema bancario, cioè dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (Fitd).

IL BRACCIO OPERATIVO DI INVITALIA

Il provvedimento d’urgenza predisposto dal ministero dell’Economia non parla e non cita mai la Popolare di Bari, anche se è chiaro che è stato proprio il precipitare degli eventi, con il commissariamento dell’istituto, a spingere i ministri a riunirsi di domenica. L’impegno economico è diretto a Invitalia, controllata al 100% dal ministero dell’Economia, che sempre di più si trasforma nel braccio operativo pubblico della politica economica e industriale del Paese, una sorta di nuova Iri.

Nell’infografica realizzata da Centimetri la scheda della Banca popolare di Bari. ANSA/CENTIMETRI

«Nuove frontiere della tecnica legislativa: nel titolo del decreto» sulla Popolare di Bari «si citano “misure per la realizzazione di una banca d’investimento” – manco fossimo a Wall Street – quando nel testo non si nomina neanche una volta una banca di investimento. L’impressione è che l’ossessione degli slogan stia debordando pure nei titoli dei decreti. Non c’è nulla di male a dire le cose come stanno: si sta ricapitalizzando la Banca popolare di Bari. Punto»: commentano fonti renziane, spiegando che la delegazione di Iv sarà in Cdm.

SOSTEGNO AL SISTEMA CREDITIZIO DEL SUD

Il disegno tracciato punta al sostegno del sistema del credito del Sud, che richiede la presenza di intermediari focalizzati sul territorio in grado di aiutare le famiglie e favorire la crescita delle imprese meridionali. Le risorse previste, per ora, arrivano a 900 milioni, cioè all’importo che è stato identificato come quello necessario per ricapitalizzare la Popolare di Bari e garantire la liquidità dell’istituto. Ma non è escluso che possa servire meno. Molto dipende dalle esigenze che emergeranno dalle verifiche che stanno compiendo i commissari e dall’intervento del Fitd, che riunirà il comitato di gestione il 18 dicembre e il consiglio il 20 dicembre, mercoledì e venerdì.

L’OPERAZIONE SULLO STAMPO DI CARIGE

L’operazione segue la falsa riga di quella Carige e trova precedenti anche in Germania e Francia, tanto da non temere rilievi dell’Ue. E punta ad aggregare anche altri intermediari. Si guarda per questo alla partecipazione di altre banche popolari del Sud per realizzare un polo creditizio meridionale che raggiunga una massa tale da diventare un volano per la crescita del Mezzogiorno.

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Il piano del governo per salvare la Banca Popolare di Bari

Novecento milioni di fondi dallo Stato tramite Invitalia e la creazione di un polo creditizio tra banche popolari del Sud.

Il salvataggio della Popolare di Bari sarà l’occasione per la creazione di un polo creditizio tra alcune banche popolari, una ‘Banca del Sud‘ in grado di fare massa per il rilancio dell’economia meridionale. Il decreto messo a punto dal governo prevede l’attribuzione di fondi fino a 900 milioni ad Invitalia, che li girerà alla sua controllata Mediocredito Centrale attraverso un aumento di capitale. Sarà quest’ultima, poi, ad entrare nel capitale della Popolare di Bari: un ingresso azionario che sarà affiancato dal ricorso allo strumento ‘privato’ messo in campo dal sistema bancario, cioè dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (Fitd).

IL BRACCIO OPERATIVO DI INVITALIA

Il provvedimento d’urgenza predisposto dal ministero dell’Economia non parla e non cita mai la Popolare di Bari, anche se è chiaro che è stato proprio il precipitare degli eventi, con il commissariamento dell’istituto, a spingere i ministri a riunirsi di domenica. L’impegno economico è diretto a Invitalia, controllata al 100% dal ministero dell’Economia, che sempre di più si trasforma nel braccio operativo pubblico della politica economica e industriale del Paese, una sorta di nuova Iri.

Nell’infografica realizzata da Centimetri la scheda della Banca popolare di Bari. ANSA/CENTIMETRI

«Nuove frontiere della tecnica legislativa: nel titolo del decreto» sulla Popolare di Bari «si citano “misure per la realizzazione di una banca d’investimento” – manco fossimo a Wall Street – quando nel testo non si nomina neanche una volta una banca di investimento. L’impressione è che l’ossessione degli slogan stia debordando pure nei titoli dei decreti. Non c’è nulla di male a dire le cose come stanno: si sta ricapitalizzando la Banca popolare di Bari. Punto»: commentano fonti renziane, spiegando che la delegazione di Iv sarà in Cdm.

SOSTEGNO AL SISTEMA CREDITIZIO DEL SUD

Il disegno tracciato punta al sostegno del sistema del credito del Sud, che richiede la presenza di intermediari focalizzati sul territorio in grado di aiutare le famiglie e favorire la crescita delle imprese meridionali. Le risorse previste, per ora, arrivano a 900 milioni, cioè all’importo che è stato identificato come quello necessario per ricapitalizzare la Popolare di Bari e garantire la liquidità dell’istituto. Ma non è escluso che possa servire meno. Molto dipende dalle esigenze che emergeranno dalle verifiche che stanno compiendo i commissari e dall’intervento del Fitd, che riunirà il comitato di gestione il 18 dicembre e il consiglio il 20 dicembre, mercoledì e venerdì.

L’OPERAZIONE SULLO STAMPO DI CARIGE

L’operazione segue la falsa riga di quella Carige e trova precedenti anche in Germania e Francia, tanto da non temere rilievi dell’Ue. E punta ad aggregare anche altri intermediari. Si guarda per questo alla partecipazione di altre banche popolari del Sud per realizzare un polo creditizio meridionale che raggiunga una massa tale da diventare un volano per la crescita del Mezzogiorno.

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Perché la Cop25 sul clima di Madrid è stata un mezzo fallimento

Nessun accordo è stato trovato sulla regolazione globale del mercato del carbonio. A fare muro i Paesi più inquinanti come Stati Uniti, Cina, India, Giappone, Brasile e Arabia Saudita. La rabbia degli ambientalisti.

Delusione di molti Paesi alla Cop25 di Madrid perché non si è riusciti a raggiungere un accordo sull’articolo 6 dell’Accordo di Parigi sulla regolazione globale del mercato del carbonio, il nodo più difficile da sciogliere. La plenaria dei 196 Paesi più l’Ue per il via libera al documento finale non ha trovato un accordo e alcuni delegati stanno ora intervenendo esprimendo la forte delusione su questo punto dell’Agenda dei lavori. Se ne dovrebbe riparlare a Bonn nel giugno 2020.

I Paesi più inquinanti – Stati Uniti, Cina, India, Giappone, Brasile, Arabia Saudita e altri – si sono sottratti alla loro responsabilità di ridurre le emissioni di gas serra. Nonostante le accese richieste di azione immediata per il clima da parte dei Paesi vulnerabili, della società civile e di milioni di giovani di tutto il mondo, rileva il Wwf, «i grandi responsabili delle emissioni di CO2 hanno ostacolato gli sforzi per accelerare la marcia e mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C. Sebbene questa conferenza fosse stata definita come la ‘COP dell’ambizione’, a Madrid è stata evidente la mancanza della volontà politica necessaria a rispondere alle indicazioni della comunità scientifica».

Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres si è setto «deluso» dai risultati della conferenza sul clima Cop25, affermando che «la comunità internazionale ha perso una opportunità importante per mostrare maggiore ambizione» nell’affrontare la crisi dei cambiamenti climatici.

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Perché nessuno riesce a sfuggire al kitsch di Instagram

Quello che era stigmatizzato come una corruzione dell’arte e del gusto, sul social network delle foto diventa un’estetica e uno stato d’animo. L'estratto del libro di Paolo Landi "Instagram al tramonto".

All’imbrunire Instagram ha un’impennata di “like”: perché milioni di persone, in tutto il mondo, sentono il bisogno di condividere l’immagine del sole che cala? Consultiamo Instagram in modo talmente compulsivo ormai da trascurare di interrogarci sul perché lo facciamo. Paolo Landi, con la sua lunga esperienza nel mondo della comunicazione, crede di aver compreso come mai postiamo le foto del cane, di un tramonto e di una pizza.

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CON 16 IMMAGINI DI OLIVIERO TOSCANI

Con puntigliosità pedagogica vuole condividere queste scoperte: avrebbe voluto farlo in modo ironico e leggero, poi l’enormità dell’ipermercato sempre aperto che si nasconde dietro Instagram lo ha impressionato e il resoconto ha preso un tono qua e là apocalittico. Ma si è divertito a scriverlo, rivelando prima di tutto a se stesso le molte facce di questo social, che seduce e coinvolge, portandoci a condividere pezzi della nostra vita, senza mai farci sospettare che le merci in vendita sui suoi scaffali planetari siamo noi. Nel libro, 16 immagini di Oliviero Toscani sintetizzano i punti salienti del testo, quasi un piccolo reperto di archeologia del presente.

  • Le 16 immagini di Toscani

L’AUTORE: UNA CARRIERA TRA MARKETING E COMUNICAZIONE

Paolo Landi, advisor di marketing e comunicazione per grandi aziende, ha pubblicato Lo snobismo di massa (1991), Il cinismo di massa (1994), Manuale per l’allevamento del piccolo consumatore (2000), Volevo dirti che è lei che guarda te. La televisione spiegata a un bambino (2006), Impigliati nella Rete (2008), La pubblicità non è una cosa da bambini (2009).

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L’autore Paolo Landi. (foto Maki Galimberti)

Lettera43.it pubblica un estratto del libro Instagram al tramonto (La nave di Teseo editore, 112 pagine, 12 euro, Milano 2019).

IL KITSCH

Si sfugge al kitsch di Instagram solo uscendo da Instagram. Si può essere animati dalle migliori intenzioni, sostenuti da una cultura solida e da un gusto impeccabile, ma tutti i mosaici di Instagram sono irrimediabilmente kitsch. Non solo i tramonti, i fiori, i piatti di cibi prelibati, il mare e la prima comunione del figlio: anche gli interni di case altoborghesi, il quadro fotografato al Louvre, la “conchiglia” del Guggenheim, la copertina di un libro Adelphi su Instagram si ammantano della melassa tipica del cattivo gusto.

Quando postiamo una foto su Instagram sembriamo preoccupati di rivelarne insieme la verità e la bellezza. Ci interessa dire: “Ecco, questo tramonto è meraviglioso, lo vedete? Io lo sto guardando realmente, ora, infatti lo fotografo, per dimostrarvi che è vero, che io sono qui e che lo sto guardando”

Ciò che prima era visibile da un occhio intelligente – e in un contesto preciso – ora lo può vedere chiunque, fuori contesto. I milioni di foto che si riversano su Instagram ogni giorno provocano un logoramento insieme morale e sensoriale. Quando postiamo una foto su Instagram sembriamo preoccupati di rivelarne insieme la verità e la bellezza. Ci interessa dire: “Ecco, questo tramonto è meraviglioso, lo vedete? Io lo sto guardando realmente, ora, infatti lo fotografo, per dimostrarvi che è vero, che io sono qui e che lo sto guardando”. E spesso ci intestardiamo di trovare il bello nell’umile o nel banale, cercando di riscattarli con il pathos della realtà. Instagram offre l’esperienza fugace di un mondo senza conflitti, senza sofferenza, senza odio né tragedie, una realtà continuamente abbellita che finisce per presentarsi come una iperrealtà falsa.

Non ci sono più scale gerarchiche e se un fotografo famoso posta le sue foto su Instagram, queste non riusciranno ad emergere nell’appiattimento dei criteri formali che la democratizzazione dell’idea di bellezza di Instagram ha prodotto. Il kitsch, che in epoca moderna era stigmatizzato come una corruzione dell’arte e del gusto, su Instagram diventa un’estetica e uno stato d’animo – il più delle volte inconsapevoli e involontari – legittimi e ampiamente diffusi. Tradizionalmente associata a modelli esemplari – nella Grecia classica, per esempio, l’arte mostrava solo corpi giovani, nella loro perfezione – la bellezza secondo Instagram esiste dappertutto, col risultato di azzerarla ovunque.

Per Instagram non c’è nessuna differenza tra lo sforzo di abbellire il mondo e quello di rivelarne la verità. Instagram reagisce all’idea convenzionale di bellezza dilatando enormemente la nostra idea di ciò che è interessante o piacevole guardare. E lo fa in nome della verità e della convinzione che i suoi mosaici forniscano informazioni reali e importanti sul mondo, inteso come globo ma più spesso e più prosaicamente ridotto a un ambito domestico. La foto famosa e anonima del cadavere del bambino migrante restituito sulla spiaggia dal mare ci ha commossi e indignati perché documenta una sofferenza che Instagram rende vicina, verificabile nella sua verità ma segnandone, nello stesso tempo, la distanza.

Chi ha usato il “repost” per quella foto ha piuttosto voluto comunicare il suo grado di partecipazione e di commozione a quell’evento tragico ma, poiché ogni foto su Instagram è solo un frammento, il suo peso morale ed emotivo varia, dipendendo dal contesto in cui quella foto viene mostrata. Un conto è il profilo di Save The Children, dove l’immagine del cadavere del bambino risulterebbe contestualizzata, un conto il nostro profilo, tra selfie, piatti gourmet e gite fuori porta. Come per ogni altro medium, le fotografie postate su Instagram cambiano a seconda dei contesti in cui vengono inserite: ogni profilo suggerisce un modo diverso di usare una foto, senza riuscire a fissarne il significato.

Instagram riesce a trasformare in oggetto di godimento qualunque cosa, dai condomini concentrazionari di Hong Kong – dove deve essere spaventoso abitare, ma che fotografati sembrano belli e simmetrici – alle favelas colorate di Rio, agli ultimi ritocchi mostrati sul profilo di un chirurgo estetico. Si resta affascinati da quasi tutte le fotografie di Instagram e nello stesso tempo turbati dall’inesorabilità con cui vengono appiattite. È talmente forte la tendenza estetizzante delle foto di Instagram – sia che siano eseguite da gente colta e informata, sia da persone semplici e non acculturate – che nessuna sfugge al kitsch, risultando tutte, anche il tramonto più spettacolare, anche il volto di un bambino, triviali.

Instagram propone un mondo trasformato in un ipermercato dell’immagine, dove ogni soggetto è degradato ad articolo di consumo e promosso a oggetto di ammirazione estetica. Grazie a Instagram diventiamo tutti clienti della realtà, o delle realtà, perché i mondi di Instagram sono tutti arraffabili, nella loro confusione, come la merce in un negozio low cost nel primo giorno di saldi. Kitsch è anche l’impulso indiscriminato a fotografare: Instagram istiga tutti a riprendere qualunque cosa, facendo credere a tutti che qualunque cosa oggetto delle loro foto sia interessante. Ma solo Instagram sa che questa invasione fotografica del mondo, con questa produzione illimitata di appunti sulla realtà, omologa tutto: lo sa perché da questa proliferazione di immagini ci guadagna.

La forza di Instagram è nel far credere che si possano conservare momenti che il normale fluire del tempo sostituisce velocemente, che si possano condividere emozioni che la condivisione rende irrimediabilmente fasulle, che mettere “Mi piace” su una foto sia un modo di accreditarsi verso persone e ambienti che nella realtà restano chiusi e impenetrabili. La debolezza di noi utenti è di non sapere, o di sottovalutare, che ogni social network è un’impresa che fa profitti e che la merce in vendita sugli schermi dei nostri smartphone siamo noi.

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Come è andata la prima riunione nazionale delle Sardine

«Vogliamo tornare prima possibile nelle piazze». A un mese esatto dalla manifestazione di Bologna, partecipano 150 promotori delle iniziative di piazza locali che si sono tenute da metà novembre a oggi.

Cosa sarà del futuro delle Sardine? Hanno cercando di capirlo loro stesse – a un mese esatto dalla prima manifestazione di Bologna e all’indomani della prova romana – durante la prima riunione nazionale delle Sardine, alla quale stanno partecipando circa 150 promotori delle iniziative di piazza locali che si sono tenute in da metà novembre a oggi. L’incontro, a porte chiuse, si è tenuto nello Spin Time Labs, una sorta di centro sociale, a due passi da Piazza San Giovanni, dove alloggiano circa 150 famiglie, con tanto di auditorium dove si organizzano eventi culturali. All’ingresso, un grande striscione: «Viva le sardine, abbasso gli sgombri». Alcuni ragazzi alla porta hanno riferito che si tratta sostanzialmente di un primo contatto fisico tra chi in questo mese ha comunicato solo su Facebook. Una riunione, quindi, prettamente organizzativa, durante la quale si discuterà insieme per fare un primo bilancio sulle manifestazioni, su cosa ha funzionato di più e cosa di meno. Sempre le stesse fonti sostengono che non sia all’ordine del giorno né la decisione né il dibattito sull’eventuale presentazione di liste alle prossime elezioni regionali. «Tornare prima possibile nelle piazze: questo è l’obiettivo di questa riunione in cui ci siamo conosciuti», ha detto al termine dell’incontro Mattia Santori.

Dialogo.Per riassumere in una parola cosa è successo nel primo "congresso" delle Sardine basta una parola. Che passa…

Posted by 6000 sardine on Sunday, December 15, 2019

«Dialogo. Per riassumere in una parola cosa è successo nel primo “congresso” delle Sardine basta una parola. Che passa dall’ascolto, dall’empatia, dalla non violenza, dall’accettazione delle diversità. E da un obiettivo comune: tornare sui territori subito», ha scritto il Movimento delle Sardine su Facebook. «Continuare a presentare un’alternativa alla bestia del sovranismo e alle facili promesse del pensiero semplice. Continueremo a difendere la complessità. E lo faremo in maniera semplice, gratuita, creativa. L’obiettivo delle persone che vedete in questa foto non è decidere o comandare. Ma coinvolgere. Se lo vorrete ci rivedremo presto».

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Tre ragazzi sono morti in un tragico incidente nel Veneziano

Uno schianto frontale avvenuto a Noventa di Piave: le vittime sono due ragazze di 22 e 24 anni e un giovane di 25. Nel Veronese morte una madre e una figlia.

Tragedia in provincia di Venezia dove tre giovani sono morti, questa notte, in un incidente stradale in località Musetta a Noventa di Piave. Le vittime sono due ragazze di 22 e 24 anni e un giovane di 25 anni. Secondo una prima ricostruzione l’incidente è stato causato da un frontale tra una Fiat Punto e una Citroen C3. Nonostante i soccorsi, i tre dopo che sono stati estratti dalle lamiere contorte dei vigili del fuoco, sono stati dichiarati morti dal medico del Suem 118. Le vittime sono Giulia Bincoletto, 25 anni di San Donà, e Chiara Brescaccin, 23, di Eraclea, mentre il ragazzo è un trevigiano residente a Salgareda di 20 anni, Matteo Gava. Secondo fonti delle forze dell’ordine il 20enne e Chiara Brescaccin viaggiavano sulla stessa auto, la Punto, mentre Giulia Bincoletto era da sola sulla Citroen C3.

LE IPOTESI AL VAGLIO DEI CARABINIERI

Secondo una prima ricostruzione dei carabinieri, l’incidente sarebbe stato causato dall’invasione della corsia opposta da parte della Punto guidata da Chiara Brescaccin che aveva al suo fianco Matteo Gava. Giulia Bincoletto, figlia del titolare di un noto locale della zona, da quanto si è appreso, stava tornando a casa da una festa sulla sua Citroen C3. Esclusa, come causa dell’incidente, la nebbia e la presenza di ghiaccio sulla strada. Aperte tutte le altre ipotesi, da una distrazione all’attraversamento di un animale così come l’uso del cellulare.

DUE VITTIME ANCHE NEL VERONESE

Un altro schianto, sempre in Veneto, nella notte tra sabato e domenica: due donne sono rimaste vittime dell’incidente stradale avvenuto in tarda serata a San Gregorio di Veronella, nel Veronese. Le vittime sono madre figlia di 28 e 52 anni i cui corpi sono stati estratti dall’auto rovesciata dai vigili del fuoco. Ferito un 22enne, a bordo di una seconda vettura, ricoverato in ospedale.

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L’endorsement di Di Maio alle Sardine

«Bella piazza, sarebbe bello lavorare insieme», ha detto il leader del M5s dopo la manifestazione di Piazza San Giovanni a Roma. E sulla Popolare di Bari dice: «Va nazionalizzata».

Alla fine le Sardine si sono prese anche piazza San Giovanni a Roma, luogo storico della sinistra, stipate a decine di migliaia. Più di 100 mila per gli organizzatori. Un terzo circa, per la questura. E proprio le Sardine sono uno dei due argomenti principali di una lunga intervista di Luigi di Maio al Corriere. «Bella piazza, si può lavorare insieme», ha detto il ministro degli Esteri. «Ogni nostra convergenza è sempre sul programma. Ma facciamo così: per ipotesi, sarebbe bello lavorare insieme su ambiente, giustizia, diritti sociali, lavoro, casa e aiuto alle persone in difficoltà».

SULLA POPOLARE DI BARI: «COMMISSIONE D’INCHIESTA SULLE BANCHE»

Invece della Popolare di Bari, ultima patata bollente finita sul tavolo del Governo, Di Maio pensa che vada «nazionalizzata». «Se una banca fallisce», ha spiegato il capo politico del M5 sempre al Corriere, «non è colpa dei risparmiatori. La solidità del sistema è fondamentale, ma se ci sono manager che hanno prestato soldi allo scoperto, devono pagare. Il tempo del silenzio è finito», sostiene. E sulla necessità di salvare prima i risparmi di 70 mila famiglie, ha osservato: «Possiamo fare tutte e due le cose: avviare in Consiglio dei ministri il procedimento che metta agli atti i nomi di chi ha ricevuto soldi allo scoperto, facendo chiarezza sui legami politici locali, e contestualmente mettere al riparo i risparmi. E bisogna far partire la commissione d’inchiesta sulle banche». Se lo Stato – ha aggiunto – «deve mettere soldi per salvare i conti correnti, dobbiamo fare in modo che quella banca sia nazionalizzata. Il nostro progetto è la banca pubblica degli investimenti». E in merito al decreto: «Daremo due risposte, una ai mercati, l’altra ai cittadini».

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Perché la lotta all’evasione fiscale non è una missione così impossibile

Imposte troppo alte? Il sistema andrebbe riformato in modo sostenibile. E non con singole norme scoordinate. Partendo dalla riduzione del "nero": limite del contante, tracciabilità dei pagamenti, fatturazione elettronica, split payment e altro: i consigli del libro "Giù le tasse, ma con stile!".

Facile dire «abbassiamo la pressione fiscale». Però come? Di quanto? Giù le tasse, ma con stile! è un libro si propone di offrire un piccolo contributo di idee per delineare un sistema fiscale che si possa realmente qualificare come un insieme coordinato di norme, che sia più equilibrato tra l’imposizione diretta e quella indiretta, più garante dell’equità tra i contribuenti e più giusto, visto che una “giusta imposta” non solo costituisce il collante di una società bene ordinata, ma rappresenta lo strumento per garantire sia il sostegno delle spese pubbliche necessarie alla collettività sia lo sviluppo economico.

NORME DISPARATE CHE GENERANO INIQUITÀ

Anche perché ormai abbiamo superato il più esasperato limite di sopportabilità e sostenibilità. Ma ciò di cui necessitiamo in Italia non sono singole misure scoordinate tra loro che generano inique disparità di trattamento, come è stato fatto finora, bensì di una radicale riforma che lo ricostruisca secondo i principi e l’assetto voluto e imposto dalla Costituzione.

L’AUTORE: ESPERTO DI DIRITTO TRIBUTARIO

L’autore del libro è Fabio Ghiselli, dottore commercialista e revisore legale, specializzato in diritto tributario. Ha svolto la sua carriera professionale come Tax director di primarie aziende industriali e finanziarie. Studioso ed esperto di politiche fiscali e del lavoro, è stato docente ai Master tributari di Ipsoa – Wolters Kluwer, dell’Università Bocconi, e relatore in conferenze e convegni specialistici. Autore di numerose pubblicazioni in materia tributaria e di alcuni volumi su temi di diritto tributario, scrive sulle riviste del settore e sui quotidiani specializzati.

Lettera43.it pubblica un estratto di Giù le tasse, ma con stile! (Editore Franco Angeli, 2019, 25 euro, 232 pagine).

LOTTA ALL’EVASIONE: UNA MISSIONE IMPOSSIBILE?

È possibile che non si riesca a ridurre l’evasione fiscale? Nonostante gli interventi di contrasto messi in atto in questi ultimi tempi, come lo split payment e la lotta alle frodi “carosello” da sempre condotta dalla Guardia di finanza con risultati positivi, sembra che la risposta a questa domanda sia negativa. Questo è un tema fondamentale perché l’evasione alimenta e perpetua lo stato di iniquità del sistema con evidenti ripercussioni sulla stabilità e sulla coesione sociale, e rappresenta una componente che distorce la concorrenza tra le imprese a danno di quelle che scelgono di comportarsi correttamente o di quelle che non si trovano nelle condizioni di poter evadere. Quest’ultimo aspetto dovrebbe destare un particolare interesse nelle organizzazioni imprenditoriali, posto che il loro obiettivo dovrebbe essere quello di tutelare gli interessi di tutti i propri iscritti, che potrebbero accentuare il loro impegno sia nei confronti del governo, per spingerlo ad adottare adeguati provvedimenti di contrasto all’evasione, sia nei confronti dei propri associati attraverso la diffusione, come moral suasion, di best practices comportamentali. […]

Ci sarebbero alcuni interventi concreti che potrebbero dare un contributo al contrasto all’evasione (alcuni hanno già iniziato a darlo), come, per esempio:

  1. Limitare l’uso del contante nelle transazioni: l’attuale valore di 2.999 euro – innalzato a decorrere dal primo gennaio 2016 dalla legge di stabilità 2016 rispetto al precedente limite di 1.000 euro – appare sproporzionato rispetto alle necessità correnti, che dovrebbero limitarsi ai piccoli acquisti. Non è ammissibile che in Italia l’86% delle transazioni avvenga in contanti (come la Spagna e la Grecia). Abbiamo la rete più estesa, come numero, di Pos ma il tasso di utilizzo di “strisciate” più basso (da 1,5 a 10 volte inferiore). […]
  2. Prevedere l’effettiva tracciabilità dei pagamenti: soprattutto per determinate transazioni, come gli acquisti di servizi professionali, i canoni di locazione, le spese che danno luogo a oneri deducibili o detraibili. La tecnologia in uso è già perfettamente in grado di supportare tale sviluppo, mentre ciò che manca è la conoscibilità delle transazioni da parte dell’AF che potrebbe avvenire, almeno nella fase iniziale, utilizzando adeguati criteri di sicurezza e di anonimato nell’elaborazione e nell’accesso ai dati;
  3. La fatturazione elettronica: ormai l’obbligo riguarda sia i rapporti commerciali B2B sia quelli con i privati B2C (dal 2019 con la legge di bilancio 2018). Sono note le critiche sollevate nei primi mesi dell’anno dagli operatori, imprese e consulenti, sulla rigidità dello strumento informatico sia nella fase di formazione del documento, sia in quella della sua trasmissione telematica. Se in parte, l’atteggiamento negativo può essere stato indotto da un naturale blocco psicologico verso ogni rivoluzione che sconvolge le nostre abitudini, in larga misura è stato determinato da ragioni tecniche che avrebbero potuto essere risolte se la fase di realizzazione del sistema fosse stata effettivamente condivisa con le organizzazioni imprenditoriali e professionali, imparando dalle esperienze vissute da quei Paesi che prima di noi l’hanno adottata. Anche se relativamente al primo blocco di invii avvenuti entro il 18 febbraio il sistema ha scartato solo il 4,4% delle fatture emesse, su 228 milioni, si tratta sempre di oltre 10 milioni di problemi tecnici che prima gli operatori non avevano. Se l’uso ripetuto dello strumento lo renderà più gestibile, sarebbe importante realizzare comunque interventi migliorativi e semplificativi affinché gli operatori percepiscano la fattura elettronica come uno strumento in grado di produrre vantaggi nella gestione del tempo e delle procedure, ossia minori costi di stampa, di spedizione e archiviazione, di integrazione dei processi e una più efficace gestione dei pagamenti. Una duplice funzione, insomma: garantire la conoscenza dei dati e delle operazioni in tempo reale da parte dell’AF al fine di effettuare controlli tempestivi, e consentire un risparmio di costi per gli emittenti. Per tali ragioni, la fatturazione elettronica dovrebbe essere considerata come metodologia standard di emissione delle fatture: non è pensabile che alcune di esse (per es. quelle verso soggetti non residenti) siano emesse con metodologie differenti e parallele. Questo complica la gestione amministrativa delle imprese innalzando i relativi costi. Altro aspetto è quello della funzione anti-evasiva della fattura elettronica. Per questo fine la legge istitutiva ha previsto maggiori incassi per il 2019 pari a 2 miliardi di euro che, però, non è detto che saranno raggiunti. Perché l’aumento delle entrate tributarie registrato nei primi sei mesi del 2019 (pari a 2,475 mld di euro) sarebbe dovuto solo per 300 milioni al maggior gettito Iva sugli scambi interni, in particolare grazie alla fatturazione elettronica (Audizione del DG Finanze F. Lapecorella dinanzi le Commissioni congiunte V Bilancio del Senato e della Camera dei deputati, del 16.7.2019). Ma fatta salva la validità dello strumento, non basta la sua presenza per contrastare l’evasione.
  4. Split payment e reverse charge si sono dimostrati un valido strumento per contrastare il mancato versamento dell’Iva e ben potrebbero essere estesi ad altri settori economici e tipologie di transazioni. Invece l’Italia si è impegnata con l’Unione europea a non chiedere una proroga dello split payment oltre il 30 giugno 2020, una volta attuata la e-fattura. Quello che occorrerebbe evitare è l’insorgere di un danno a carico delle imprese e dei professionisti, implicito nella mancata disponibilità di denaro per il periodo intercorrente tra la data del pagamento della fattura e quello della liquidazione periodica e del relativo versamento dell’imposta. Premesso che sarebbe il caso di uscire dalla logica che vede l’imposta incassata, di competenza dell’erario, come una fonte di finanziamento dell’attività, il problema potrebbe essere risolto, almeno in gran parte, estendendo ai soggetti interessati dalla procedura la possibilità di chiedere il rimborso mensile o trimestrale del credito Iva maturato e garantendo tempi di erogazione del medesimo più “europei”, ossia in termini di giorni o poche settimane, e non di mesi come avviene oggi. Va tenuto presente, tuttavia, che esiste la possibilità di utilizzare la procedura di compensazione (del credito Iva con i debiti per altre imposte e contributi) prevista dall’art. 34, co. 1, l. n. 388/2001, per la quale potrebbe essere elevato o addirittura eliminato il limite massimo pari a 700 mila euro, ma non i controlli introdotti dal Dl n. 50/2017. Se lo split payment ha una funzione specifica, come abbiamo visto, qualche dubbio fa sorgere l’estensione dello strumento alle società quotate (nei confronti dei rispettivi fornitori), perché si pongono due soggetti privati in concorrenza tra loro avvantaggiando, dal punto di vista finanziario, le società quotate, che non ne avrebbero bisogno, avendo una struttura finanziaria più solida;
  5. Estendere l’applicazione della ritenuta d’acconto – oggi prevista a carico solo dei lavoratori autonomi nella misura del 20%, ex art. 25, Dpr n. 600/73 – anche alle operazioni economiche (cessioni di beni e prestazioni di servizi) effettuate da e tra tutti i soggetti Iva. L’aliquota potrebbe essere inferiore a quella del 20%, allo scopo di evitare la trappola della liquidità a danno delle imprese, dovuta al fatto che, per queste ultime, l’incidenza dei costi sul fatturato e le variazioni in aumento e in diminuzione dell’utile di bilancio, sono maggiori, rispetto ai lavoratori autonomi. Anche se le imprese avrebbero comunque la possibilità di operare non solo la compensazione verticale (nell’ambito della stessa imposta), ma anche quella orizzontale (con imposte diverse e contributi). La titolarità di un credito nei confronti dell’erario per ritenute d’acconto subite, indurrebbe il contribuente a dichiarare il reddito correlato al fine di utilizzare il credito. È vero che un contribuente potrebbe scomputare le ritenute senza dichiarare il reddito, ma questa operazione genererebbe un’incoerenza contabile che potrebbe essere abbastanza semplicemente verificata in sede di controllo da parte dell’AF, tanto che l’analisi del Nens citata in nota, prevede che sia «ragionevole ritenere che l’evasione intermedia dovrebbe scomparire del tutto». Questa misura non inciderebbe sull’evasione perpetrata dai soggetti che operano sul mercato finale di consumo, ma potrebbe essere contrastata dall’introduzione dell’obbligo di tracciabilità dei pagamenti (almeno di quelli superiori a un determinato ammontare minimo);
  6. Abrogazione della disciplina sulle c.d. “società di comodo” e utilizzo dei dati dichiarativi in possesso dell’AF per avviare una campagna di verifiche sistematiche allo scopo di contrastare fenomeni di evasione (e non di elusione, come qualcuno ancora pensa si tratti), generati dall’interposizione reale di soggetti giuridici. […]

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Nuova scossa di terremoto di magnitudo 3.0 al Mugello

Epicentro a cinque chilometri da Barberino. La gente si è riversata in strada. Alcuni passeranno la notte in auto.

Non si è ancora fermata l’onda sismica che ha colpito la Toscana. Una nuova scossa di magnitudo 3.0 è stata registrata a cinque chilometri da Barberino del Mugello dall’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Il terremoto è avvenuto alle 17.55 a una profondità di otto chilometri. Gli altri comuni vicini all’epicentro sono Scarperia e San Piero e borgo San Lorenzo. La scossa è stata avvertita distintamente dagli abitanti del Mugello e in tanti, già provati dalla settimana appena trascorsa, sono usciti allarmati dalle case riversandosi in strada. In molti si appresterebbero a passare la notte in macchina o nei centri allestiti nella palestra di Barberino e all’autodromo del Mugello per timore di nuove scosse. Al momento non ci sono notizie di danni.

104 PERSONE NEI CENTRI DI OSPITALITÀ

Intanto cala il numero delle persone accolte nei centri di ospitalità allestiti per le persone colpite dal sisma. La notte tra il 13 e il 14 dicembre sono state 104: 29 nei locali dell’Autodromo predisposti dalla Protezione civile della Metrocittà di Firenze, e 75 nella palestra della scuola media del comune di Barberino, in via Agresti. Lo ha reso noto la sala di Protezione civile della Città Metropolitana di Firenze spiegando che «nella notte tra il 9 e il 10 dicembre complessivamente gli ospiti, dislocati in sei centri, sono stati 473; la notte tra il 10 e l’11 314, tra l’11 e il 12 dicembre 282, 120 l’altra notte».

DANNI AL COMPARTO AGRICOLO

Coldiretti ha segnalato danni anche nel comparto agricolo mugellano per il recente terremoto. «Abbiamo riscontrato lesioni in alcune stalle e rimesse agricole, sebbene per fortuna non in quelle maggiori», ha spiegato il presidente della sezione di Firenze-Prato, Roberto Nocentini il quale ha auspicato pure «che il ripristino delle strutture lesionate possa coincidere con un autentico programma di rilancio del sistema economico agricolo e agroalimentare mugellano che, oramai da troppo tempo, vede soggetti economici importanti slegati o non pienamente in grado di fornire le risposte adeguate ad una domanda crescente».

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Manifesti di CasaPound contro le vittime del fascismo a Trieste

Il messaggio è stato affisso al Parco della Pace, dove il 15 dicembre si celebra la commemorazione dei cinque partigiani uccisi nel 1941. Il movimento: «Erano terroristi».

Un altro sfregio alla Resistenza. Alcuni manifesti di CasaPound sono comparsi la mattina del 14 dicembre a Opicina, sul Carso triestino, nel Parco della Pace – l’ex poligono di tiro gestito dall’Anpi locale – dove domenica 15 è prevista la commemorazione dei cinque antifascisti fucilati nel 1941 sulla base di una sentenza emessa da un Tribunale speciale. Nei manifesti firmati dal movimento di estrema destra i cinque fucilati vengono definiti «terroristi, né vittime, né martiri». La scoperta è stata fatta dagli agenti della Digos di Trieste da un controllo effettuato alla vigilia della cerimonia.

«ERANO TERRORISTI»

«Quando, circa tre settimane fa, il Comune di Trieste ha deciso di affidare la gestione di questo spazio all’Associazione nazionale Partigiani d’Italia di Trieste abbiamo espresso tutte le nostre perplessità ricordando che chi ogni anno viene commemorato a Opicina non è né una vittima né un martire ma solo un terrorista», ha spiegato in una nota Francesco Clun, responsabile provinciale di CasaPound Italia. «Per questo abbiamo deciso di ricordare a tutti a chi è dedicato quel monumento e chi, ogni anno, l’Anpi, assieme ad esponenti politici locali, commemora. L’unica cosa di cui non aveva bisogno questa città è un’altra meta di pellegrinaggio per i nostalgici titini».

L’ANPI INVOCA LO SCIOGLIMENTO DI CASAPOUND

Il fatto ha provocato la ferma reazione dell’Anpi di Trieste: «I manifesti affissi illegittimamente questa notte sul Carso triestino a Opicina da parte di CasaPound Italia Trieste rappresentano un atto gravissimo, che riteniamo possa configurarsi come apologia del fascismo», ha scritto l’associazione in una nota tornando, con l’Anpi nazionale, a chiedere lo scioglimento del movimento di estrema destra «in quanto organizzazione fascista».

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L’Inter annulla la conferenza stampa di Conte in polemica col Corriere dello Sport

Il quotidiano pubblica una lettera offensiva di un lettore. E Cucci risponde senza prendere le distanze. L'allenatore non parla coi giornalisti.

Colpirne centro per educarne uno. A due settimane di distanza dalla polemica sul titolo Black Friday su Romelu Lukaku e Chris Smalling, per cui l’Inter non aveva preso provvedimenti a differenza di Roma e Milan, la conferenza stampa dell’allenatore Antonio Conte viene annullata a causa di una lettera pubblicata dal Corriere dello Sport e alla risposta di Italo Cucci, entrambe ritenute «offensive» nei confronti dell’allenatore. «Ieri», scrive la nota, «dal Corriere dello Sport è stata pubblicata una lettera offensiva nei confronti del nostro allenatore, giustificando l’aggressione nel commento».

CONTE DEFINITO «ESAURITO»

Il 13 dicembre il quotidiano sportivo romano ha dedicato mezza pagina all’eliminazione dell’Inter dalla Champions League e pubblicato, nella pagina dedicata ai lettori, una mail di un tifoso del Bologna che contesta Conte offendendolo: «Godo nel vedere la Grande Inter surclassata dal Barcellona B che ha fatto vedere come si gioca a pallone a quell’esaurito del suo allenatore». Il tifoso ha contestato la «beatificazione» dell’allenatore nerazzurro che «nella sua carriera nonostante le vittorie, non ha mai fatto vedere un bel gioco» e «si è lamentato della campagna acquisti».

CUCCI RINCARA LA DOSE SU ICARDI

La risposta di Italo Cucci non ha certo gettata acqua sul fuoco: «Alla sua cattiveria aggiungo la mia che sono disposto a far diventare un tormentone: quando confesseranno, dirigenti (anche amici) e tifosi dell’Inter che senza Icardi hanno buttato via la Champions e forse anche il resto? Slogan: No Icardi, no party». L’Inter quindi, con un comunicato, ha annunciato l’annullamento della conferenza stampa della vigilia di Fiorentina-Udinese a pochi minuti dall’orario d’inizio con i giornalisti convenuti ad Appiano Gentile.

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