Le mosse di Iraq e Iran contro gli Usa dopo la morte di Soleimani

Baghdad e Teheran pronte a rispondere a Washington. La prima prepara una bozza contro Trump da presentare all'Onu. Mentre la Repubblica islamica è pronta a stracciare quello che resta dell'accordo sul nucleare. La situazione.

Iran e Iraq si dicono pronti a rispondere agli Stati Uniti dopo la morte del generale Qassem Soleimani. Mentre il feretro dell’ex comandante delle forze Quds attraversa la Repubblica islamica per i tre giorni di lutto decisi dalla autorità, Teheran e Baghdad provano ad alzare la voce. In particolare per quanto riguarda la cacciata delle truppe americane dalla regione. Ma Donald Trump ha già messo in chiaro che il Pentagono tiene il mirino 52 siti iraniani.

LA RABBIA DEI PARLAMENTARI IRANIANI

Mentre i Pasdaran hanno confermato di avere almeno 35 obiettivi Usa nel mirino, nella sessione parlamentare del 5 gennaio diversi deputati hanno chiesto una rappresaglia per le azioni di Washington, scandendo slogan come «Abbasso gli Usa», «Abbasso Israele», »Il martirio è il nostro onore». Lo speaker del parlamento, Ali Larijani, si è rivolto direttamente al capo della Casa Bianca, affermando: «Mr. Trump! Ascolta, questa è la voce della nazione iraniana». «Tutti i Paesi del mondo», gli ha fatto eco il ministro della Difesa Amir Hatami, «hanno la responsabilità di prendere posizione appropriata contro le mosse terroristiche degli Usa, se vogliono evitare che si ripetano atti odiosi e senza precedenti come l’uccisione del generale Soleimani».

Uno dei tanti cortei funebri in onore di Soleimani per le vie dell’Iran.

VERSO UNO STRALCIO DELL’ACCORDO SUL NUCLEARE

Il Paese degli Ayatollah, in particolare, potrebbe far accelerare la sua completa uscita dall’accordo sul nucleare. Secondo l’agenzia Bloomberg entro il 6 gennaio Teheran deciderà se avviare una nuova fase della sua uscita. Si tratterebbe della quinta fase del disimpegno iraniano dall’accordo firmato nel 2015 con Unione europea, Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti. Questi ultimi ne sono già usciti due anni fa. «La decisione è già stata presa ma, considerata la situazione attuale, importanti cambiamenti saranno discussi in un importante incontro questa sera», ha spiegato il portavoce del ministero degli Esteri Abbas Mousavi.

ANCHE L’IRAQ PRONTO A CACCIARE GLI AMERICANI

Per gli Usa potrebbe però aprirsi un altro fronte, quello iracheno. Il governo di Baghdad ha infatti convocato l’inviato degli Stati Uniti nel Paese per protestare contro «la violazione della sovranità» compiuta con il raid che ha colpito ucciso il generale iraniano. Il ministero degli Esteri iracheno ha convocato l’ambasciatore americano Matthew Tueller e ha condannato i raid. «Sono stati una palese violazione della sovranità dell’Iraq», ha ribadito il ministero in una nota e «contraddicono le regole concordate nell’ambito delle missioni della coalizione internazionale». Intanto l’inviato iracheno alle Nazioni Unite ha presentato denuncia formale contro «gli attacchi americani».

HEZBOLLAH CHIEDE A BAGHDAD DI CACCIARE GLI AMERICANI

L’appello a cacciare il nemico americano è arrivato anche dal capo del movimento sciita libanese Hezbollah, Seyed Hassan Nasrallah, che ha rivolto un appello all’Iraq perché si liberi «dall’occupazione americana». «La nostra richiesta, la nostra speranza è che i nostri fratelli al parlamento iracheno adottino una legge per la fuoriuscita degli Stati Uniti dall’Iraq», ha dichiarato Nasrallah in un intervento alla tv.

L’intervento del leader di Hezbollah Sayyed Hassan Nasrallah.

LA COALZIONE ANTI-ISIS SOSPENDE LE OPERAZIONI IN IRAQ

Intanto la coalizione internazionale anti Isis ha intanto fatto sapere di aver sospeso tutte le operazioni nel Paese. In un comunicato la coalizione ha spiegato che gli attacchi contro i militari Usa impegnati nell’addestramento delle forze locali «ha limitato la nostra capacità di svolgere le nostre attività di formazione assieme ai nostri partner. Per questo abbiamo deciso di sospenderle».

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È morto Franco Ciani, musicista ex marito Anna Oxa

L'ex produttore musicale, che da tempo attraversava problemi finanziari, si è tolto la vita in un albergo di Fidenza in provincia di Parma.

È morto suicida in un albergo di Fidenza (Parma) Franco Ciani, musicista, autore e produttore ed ex marito di Anna Oxa. La morte sarebbe avvenuta nella sera di giovedì 2 gennaio, mentre il corpo è stato ritrovato il giorno dopo dai dipendenti dell’albergo. La notizia è stata diffusa solo un paio di giorni dopo dalla stampa locale. Secondo una prima ricostruzione sarebbe morto per soffocamento utilizzando un sacchetto di plastica. Ciani, 62 anni, autore di successi come Tutti i brividi del mondo, cantato da Anna Oxa, e Ti lascerò (che vinse il Festival di Sanremo 1989) avrebbe spiegato le ragioni del gesto in un biglietto lasciato nella camera e indirizzato al suo impresario Nando Sepe. Pare infatti che Ciani stesse attraversando problemi finanziari, culminati con il pignoramento dei diritti dei suoi vecchi successi da parte della Siae.

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La Rai verso l’esclusione di Rula Jebreal da Sanremo

Secondo Repubblica l'azienda di viale Mazzini avrebbe respinto la proposta di Amadeus di invitare la giornalista palestinese. E Iv prepara la battaglia in commissione vigilanza.

La Rai sembra intenzionata a tenere fuori da Sanremo Rula Jebreal. Secondo quanto scrive Repubblica, l’azienda di Viale Mazzini sarebbe intenzionata a respingere l’idea di Amadeus, direttore artistico del Festival, di avere la giornalista come ospite in una delle serate della kermesse. Stando a quanto scrive il quotidiano la decisione sarebbe maturata per le polemiche arrivate sopratutto dal fronte sovranista che si è scagliato contro la giornalista palestinese naturalizzata italiana nel timore che la gara canora venisse politicizzata.

VERSO LA BATTAGLIA IN COMMISSIONE VIGILANZA

Il caso però non è chiuso. Il presidente dei senatori di Italia Viva, Davide Faraone, ha già annunciato battaglia in commissione Vigilanza. «Dieci donne a Sanremo 2020 ma non Rula Jebreal. Nessuno spazio ad una nuova italiana di successo», ha attaccato, «Nella narrazione sovranista stona e anche parecchio. La Rai, la tv pubblica, si piega al diktat di Salvini. Credo sia semplicemente vergognoso. Ho deciso di portare il caso in vigilanza Rai ed intanto denuncio pubblicamente un’autentica discriminazione di Stato. Non possiamo stare zitti».

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Secondo Repubblica l'azienda di viale Mazzini avrebbe respinto la proposta di Amadeus di invitare la giornalista palestinese. E Iv prepara la battaglia in commissione vigilanza.

La Rai sembra intenzionata a tenere fuori da Sanremo Rula Jebreal. Secondo quanto scrive Repubblica, l’azienda di Viale Mazzini sarebbe intenzionata a respingere l’idea di Amadeus, direttore artistico del Festival, di avere la giornalista come ospite in una delle serate della kermesse. Stando a quanto scrive il quotidiano la decisione sarebbe maturata per le polemiche arrivate sopratutto dal fronte sovranista che si è scagliato contro la giornalista palestinese naturalizzata italiana nel timore che la gara canora venisse politicizzata.

VERSO LA BATTAGLIA IN COMMISSIONE VIGILANZA

Il caso però non è chiuso. Il presidente dei senatori di Italia Viva, Davide Faraone, ha già annunciato battaglia in commissione Vigilanza. «Dieci donne a Sanremo 2020 ma non Rula Jebreal. Nessuno spazio ad una nuova italiana di successo», ha attaccato, «Nella narrazione sovranista stona e anche parecchio. La Rai, la tv pubblica, si piega al diktat di Salvini. Credo sia semplicemente vergognoso. Ho deciso di portare il caso in vigilanza Rai ed intanto denuncio pubblicamente un’autentica discriminazione di Stato. Non possiamo stare zitti».

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I funerali di Qassem Soleimani in Iran

È iniziato il lungo corteo funebre per l'ultimo saluto al generale ucciso in Iraq. Vie affollate nella città di Ahvaz. Poi domani il passaggio per la capitale fino alla sepoltura prevista per il 7 gennaio.

Una marea umana ha invaso le strade di Ahvaz per il primo corteo funebre in memoria del generale Qassem Soleimani, ucciso venerdì 3 gennaio in un raid americano in Iraq, nel primo di tre giorni di lutto proclamati in Iran. Al corteo la gente sventolava bandiere rosse, il colore del “sangue dei martiri”), verdi (il colore dell’Islam) e bandiere bianche decorate con slogan religiosi, oltre a ritratti del generale, piangendo e gridando «Morte all’America». La televisione di Stato ha trasmesso una diretta del corteo con lo schermo listato a lutto.

LEGGI ANCHE: Lo scambio di minacce tra Usa e Iran dopo la morte di Soleimani

CORTEO CON LE BARE LISTATE A LUTTO

Un camion ornato di fiori e coperto da un telo con disegnata la cupola della Roccia di Gerusalemme trasportava le bare di Soleimani e Abu Mehdi al-Mouhandis, capo militare iracheno filo-iraniano ucciso nella stessa azione, facendosi strada molto lentamente attraverso la folla venuta a piangere nel centro di Ahvaz, anche dalle città vicine, il comandante militare più amato dal popolo. Molti i ritratti, alzati dalla folla, del generale che comandava la forza Quds, l’unità delle Guardie rivoluzionarie per le operazioni all’estero.

IL LUNGO SALUTO A SOLEIMANI

L’agenzia semi-ufficiale Isna ha parlato di una quantità di partecipanti «innumerevole», l’agenzia Mehr, vicina agli ultra-conservatori, di un «numero incredibile» e la tv di Stato di una «folla gloriosa». Città nel sud-ovest dell’Iran con una folta minoranza araba, Ahvaz è la capitale del Khuzestan, una provincia martire della guerra Iran-Iraq (1980-1988), durante la quale la stella del generale iniziò a brillare. L’omaggio a Soleimani si ripeterà a Machhad, nel nord-est, a Teheran, tra il 6 e 6 gennaio, poi a Qom (nel centro del Paese), prima della sepoltura in programma per il 7 nella città natale del generale, Kerman, nel sudest.

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I funerali di Qassem Soleimani in Iran

È iniziato il lungo corteo funebre per l'ultimo saluto al generale ucciso in Iraq. Vie affollate nella città di Ahvaz. Poi domani il passaggio per la capitale fino alla sepoltura prevista per il 7 gennaio.

Una marea umana ha invaso le strade di Ahvaz per il primo corteo funebre in memoria del generale Qassem Soleimani, ucciso venerdì 3 gennaio in un raid americano in Iraq, nel primo di tre giorni di lutto proclamati in Iran. Al corteo la gente sventolava bandiere rosse, il colore del “sangue dei martiri”), verdi (il colore dell’Islam) e bandiere bianche decorate con slogan religiosi, oltre a ritratti del generale, piangendo e gridando «Morte all’America». La televisione di Stato ha trasmesso una diretta del corteo con lo schermo listato a lutto.

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CORTEO CON LE BARE LISTATE A LUTTO

Un camion ornato di fiori e coperto da un telo con disegnata la cupola della Roccia di Gerusalemme trasportava le bare di Soleimani e Abu Mehdi al-Mouhandis, capo militare iracheno filo-iraniano ucciso nella stessa azione, facendosi strada molto lentamente attraverso la folla venuta a piangere nel centro di Ahvaz, anche dalle città vicine, il comandante militare più amato dal popolo. Molti i ritratti, alzati dalla folla, del generale che comandava la forza Quds, l’unità delle Guardie rivoluzionarie per le operazioni all’estero.

IL LUNGO SALUTO A SOLEIMANI

L’agenzia semi-ufficiale Isna ha parlato di una quantità di partecipanti «innumerevole», l’agenzia Mehr, vicina agli ultra-conservatori, di un «numero incredibile» e la tv di Stato di una «folla gloriosa». Città nel sud-ovest dell’Iran con una folta minoranza araba, Ahvaz è la capitale del Khuzestan, una provincia martire della guerra Iran-Iraq (1980-1988), durante la quale la stella del generale iniziò a brillare. L’omaggio a Soleimani si ripeterà a Machhad, nel nord-est, a Teheran, tra il 6 e 6 gennaio, poi a Qom (nel centro del Paese), prima della sepoltura in programma per il 7 nella città natale del generale, Kerman, nel sudest.

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Cosa sappiamo sul raid aereo contro un accademia militare a Tripoli

Violento bombardamento delle forze di Khalifa Haftar nei pressi di Tripoli contro un centro di addestramento. Almeno una trentina i morti.

La battaglia per Tripoli di Khalifa Haftar, divenuta una «guerra santa» per difendere la Libia da una preannunciata invasione turca, ha avuto un sanguinoso inasprimento: un raid aereo delle forze del generale contro l’Accademia militare di Tripoli ha causato almeno una trentina di morti e quasi 20 feriti fra i miliziani-cadetti, con un bilancio di vittime che però potrebbe essere anche doppio stando a quanto rivendicato dalla propaganda dell’uomo forte della Cirenaica.

PER HAFTAR I MORTI SONO OLTRE 70

«Ventotto martiri e 18 feriti fra gli studenti dell’Accademia militare di Tripoli in seguito a un raid dell’aviazione straniera che sostiene il criminale di guerra ribelle Haftar», ha riferito la pagina Facebook dell’operazione “Vulcano di collera” delle forze filo-governative che difendono la Tripoli dove è insediato il premier Fayez al-Sarraj. La cifra di 28 morti per il raid «dell’aviazione di Haftar» è stata accreditata da una fonte ufficiale del ministero della Sanità libico. La “divisione informazione di guerra” delle forze del generale ha però sostenuto che «l’aviazione ha preso di mira un raggruppamento di cento miliziani presso l’Accademia militare che si preparavano a partecipare ai combattimenti in corso e almeno 70 fra loro sono stati uccisi».

RAPPRESAGLIA CONTRO UN PRESUNTO RAID TURCO

L’incursione viene presentata come una rappresaglia per un «bombardamento turco» compiuto all’alba contro la «brigata salafita 210». Immagini diffuse da “Vulcano di collera” mostrano un piazzale con una decina di corpi a terra, pozze di sangue e quattro automezzi bianchi oltre a feriti che vengono curati in una struttura sanitaria. Il raid, assieme a un altro che avrebbe colpito di nuovo l’aeroporto internazionale Mitiga, è stato condotto mentre l’Italia e le altre potenze europee lavorano a una missione diplomatica che eviti un’escalation militare in Libia.

LA JIHAD DI HAFTAR CONTRO ERDOGAN

Il raid è stato sferrato poche ore dopo che Haftar, il quale da aprile cerca di conquistare Tripoli, ha lanciato una drammatica chiamata alle armi: un appello a tutti i libici contro un eventuale intervento militare di Ankara, dove il parlamento ha autorizzato il presidente Recep Tayyip Erdogan a inviare soldati per rafforzare il governo di Tripoli sostenuto dall’Onu. «Noi accettiamo la sfida e dichiariamo il jihad e una chiamata alle armi», ha attaccato Haftar in un discorso trasmesso in tv, invitando «uomini e donne, soldati e civili, a difendere la nostra terra e il nostro onore». L’uomo forte di Bengasi ha quindi insultato Erdogan dandogli dello «stupido sultano» e ha accusato Ankara di essere intenzionata a «riprendere il controllo della Libia», che è stata una provincia dell’Impero Ottomano fino alla conquista coloniale italiana nel 1911.

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Auto contro pedoni in Valle Aurina, sei morti in Alto Adige

Un veicolo ha centrato un gruppo di turisti tedeschi nei pressi di Lutago. Nell'impatto ferite anche 11 persone, tre in modo grave. Fermato il guidatore trovato positivo all'alcol test.

È di 6 morti e 11 feriti il bilancio di un tragico incidente stradale avvenuto la scorsa notte a Lutago, in Valle Aurina in Alto Adige. Secondo le prime informazioni, verso le ore 1.15 un’auto ha centrato a grande velocità un gruppo di persone che si trovava sul bordo della strada.

ALMENO TRE FERITI GRAVI

Le vittime sono giovani cittadini tedeschi. Dopo aver passato la serata in un locale, la comitiva si trovava accanto a un pullman turistico quando è stata centrata in pieno dell’automobile. Sei sono morti sul colpo, mentre 11 hanno riportato ferite. Tre sono in gravi condizioni. Tra loro una donna che è stata trasferita d’urgenza di notte con l’elicottero del Aiut Alpin alla clinica universitaria di Innsbruck, in Austria. L’automobilista, un uomo del posto di 28 anni, di Chienes, è stato fermato. Secondo le prime informazioni, avrebbe avuto un tasso alcolemico molto elevato.

KOMPATSCHER: «IL NUOVO ANNO INIZIA CON UNA TRAGEDIA»

«Il nuovo anno inizia con una tragedia», ha commentato il governatore altoatesino Arno Kompatscher che a Lutago ha partecipato alla conferenza stampa sull’incidente stradale con sei morti. Le vittime facevano parte di una comitiva di turisti della Germania settentrionale, che si trovava in valle Aurina per la settimana bianca. Kompatscher ha spiegato che subito dopo l’incidente è partita la macchina dei soccorsi. Dei sopravvissuti si stanno occupando degli psicologi. Trattandosi di una comitiva molto grande, complessivamente un’ottantina di persone, è stata istituita una hotline che fornisce informazioni ai parenti in Germania. «In questo triste momento siamo vicini alle vittime e ai loro parenti», ha ribadito Kompatscher.

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I partiti pro e contro Salvini sul caso Gregoretti

L'ex ministro è in minoranza. Anche Italia Viva voterà contro lui. Il centrodestra non basta a evitare l'autorizzazione a procedere.

L’inizio del confronto in Senato sul caso Gregoretti che riguarda Matteo Salvini si avvicina. Mercoledì 8 gennaio inizia nella Giunta per le immunità l’esame della richiesta di autorizzazione a procedere, su cui il voto è fissato per il 20 gennaio. E gli schieramenti che ormai sembrano essersi delineati non portano certo buone notizie per l’ex ministro dell’Interno.

SALVINI IN MINORANZA

Dalla parte di Salvini si schiera solo il centrodestra, una minoranza tanto nella Giunta per le immunità quanto in Aula. Persino l’ipotesi di un voto favorevole da parte di Italia Viva è sfumata il 4 gennaio, con le dichiarazioni del coordinatore nazionale, Ettore Rosato. «Salvini nella sua memoria ci ha spiegato che il caso Gregoretti è identico a quello della Diciotti. Quindi noi ci comporteremo in modo identico, votando anche stavolta a favore dell’autorizzazione al processo contro Salvini». Linea identica per il Pd, tesi opposta ma stessa conclusione per il Movimento 5 stelle, secondo il quale «il caso Gregoretti è completamente diverso da quello della Diciotti, quando votammo a favore di Salvini, quindi ora voteremo contro di lui». Anche l’ex M5s, Gregorio De Falco, membro della Giunta, ha spiegato in punta di diritto la diversità dei due casi appoggiando per una volta le tesi del movimento in cui ha militato.

FORZA ITALIA CON L’EX MINISTRO

Dalla parte di Salvini c’è Forza Italia. «Le piroette di Renzi tra garantismo e giustizialismo non ci sorprendono più, ma qui c’è in ballo una questione più grande: consegnare infatti un ex ministro dell’Interno nelle mani della magistratura per aver seguito la linea della fermezza sulla immigrazione clandestina che faceva parte del programma di governo significherebbe la capitolazione finale della politica», ha affermato la capogruppo azzurra in Senato Anna Maria Bernini. Per la presidente dei deputati forzisti Mariastella Gelmini, invece, il M5s usa «due pesi e due misure sulla base della convenienza» e «non è quello di cui l’Italia ha bisogno». Per solidarizzare con il leader leghista, Francesco Giro ha proposto il doppio tesseramento Fi-Lega, ma sui social è stato insultato dal responsabile dei Giovani di Fi e amministratore milanese, Marco Bettetti. Tra la base di Forza Italia, infatti, non tutti salverebbero Salvini, a cui viene attribuita la colpa di aver fagocitato il partito di Berlusconi.

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Haftar invoca il jihad contro l’intervento turco in Libia

Il generale si scaglia contro Erdogan: «Stupido sultano turco». E invita il popolo a combattere contro l'invio di truppe a sostegno di Sarraj.

L’ingresso delle truppe turche, col voto del parlamento di Ankara favorevole all’invio di soldati in sostegno di Fayez Al-Sarraj, è destinato a spostare gli equilibri del conflitto libico. Una mossa che ha spiazzato l’Italia e l’Unione europea, che da tempo cercano una soluzione diplomatica, ma anche gli Stati Uniti, con Donald Trump che ha chiamato Erdogan per esprimergli la sua contrarietà all’intervento. E che ha spinto il generale Khalifa Haftar a lanciare la sua invettiva contro il presidente turco: «Questo stupido sultano turco ha scatenato la guerra in tutta la regione dichiarando che la Libia è una propria eredità», ha detto nel discorso con cui il 3 gennaio ha lanciato un appello ai libici ad armarsi contro la Turchia. A riportare le parole di Haftar è il sito Libya Akhbar.

«GUERRA AL COLONIALISTA»

Haftar ha sostenuto che la battaglia in corso per la conquista di Tripoli, riporta inoltre il sito fuori virgolette, «si amplia per divenire una guerra feroce a un colonialista brutale che vede la Libia come un’eredità storica e sogna di far rivivere un impero costruito dai suoi avi sulla povertà e l’ignoranza». Il generale ha esortato i libici a mettere da parte i propri contrasti, a rafforzare la fiducia nell’esercito e a difendere la loro terra e il loro onore. «Il nemico ha dichiarato guerra e ha deciso di invadere il Paese», ha affermato ancora Haftar secondo quanto riporta il sito, «sostenendo che l’amico popolo turco, con il quale la Libia ha legami fraterni grazie all’islam, si rivolterà inevitabilmente contro questo insensato avventuriero che spinge il proprio esercito a morire e aizza la discordia fra i musulmani».

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La situazione tra Iran e Usa dopo l’uccisione di Soleimani

Il Pentagono nega nuovi raid, ma manda 2.800 soldati in Medio Oriente. Teheran assicura di non volere una escalation, ma promette vendetta. Razzo su un aeroporto di Baghdad che ospita truppe americane.

Due razzi hanno colpito la superprotetta Green Zone di Baghdad, vicino all’ambasciata americana e dei missili Katyusha hanno centrato la base aerea di Balad, che ospita truppe americane. La rappresaglia iraniana, promessa dal presidente Rohani, sembra già essere arrivata. L’ambasciata americana è stata circondata dalle forze speciali e la strada è stata chiusa. Non vi sono al momento notizie di morti e non è chiaro se gli eventi siano collegati. Almeno cinque persone sarebbero rimaste ferite, secondo la Reuters, da alcuni colpi di mortaio caduti nel quartiere Jadriya di Baghdad.

FERITI CIVILI E SOLDATI IRACHENI

Secondo fonti dei canali di Al-Arabiya e Al-Hadath, una prima esplosione a Baghdad è avvenuta nella piazza della Celebrazione nel mezzo della Green Zone, mentre una seconda si è verificata vicino all’hotel Babylon sul lato opposto dell’ambasciata americana. Un terzo missile è caduto fuori dalla Green Zone, ferendo tre civili. Tre i razzi sulla base aerea di Balad, che ospita le forze americane a nord della capitale. Secondo il comando della base sono rimasti feriti tre soldati iracheni.

AVVISO AGLI IRACHENI: «ALLONTANATEVI DAGLI AMERICANI»

Kataeb Hezbollah, fazione filo-iraniana della rete militare irachena Hashed al-Shaabi, ha esortato le truppe irachene ad allontanarsi dalle forze statunitensi nelle basi militari. «Chiediamo alle forze di sicurezza nel Paese di allontanarsi di almeno 1.000 metri dalle basi statunitensi a partire da domenica alle 17 (le 19 ora italiana)», ha detto il gruppo. Un avviso che lascia prevedere nuovi attacchi sugli obiettivi militari americani.

IL PENTAGONO ESCLUDE NUOVI RAID PER IL MOMENTO

In giornata il Pentagono aveva assicurato che, almeno per il momento, non erano previsti altri raid aerei degli Stati Uniti contro le milizie filo-iraniane. Ma la situazione in Medio Oriente, nel giorno in cui il feretro dell’eroe nazionale iraniano Qassem Soleimani è sfilato per le vie di Baghdad accompagnato dalla folla che gridava «morte all’America», sembra quella di una pentola a pressione pronta a esplodere. Gli Stati Uniti hanno deciso di inviare circa 2.800 soldati a protezione delle sedi diplomatiche e degli interessi Usa nell’area, i punti nevralgici più sensibili a una rappresaglia iraniana che è impossibile pensare non arrivi. D’altra parte l’ambasciata americana a Baghdad era già stata assaltata da migliaia di manifestanti pochi giorni prima dell’uccisione di Soleimani.

INCONTRO IRAN-QATAR

Intanto il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha ricevuto a Teheran il suo omologo del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani. Zarif ha definito l’attacco Usa un «atto terroristico» che ha portato al «martirio» del comandante, ma ha anche aggiunto che «l’Iran non vuole tensioni nella regione, ed è la presenza e l’interferenza di forze straniere che causa instabilità, insicurezza e aumento della tensione nella nostra delicata regione».

IL QATAR PROVA A MEDIARE

Il Qatar, un alleato chiave degli Stati Uniti nella regione, ospita la più grande base militare di Washington in Medio Oriente , e Al-Thani ha definito la situazione nella regione «delicata e preoccupante» e ha invitato a trovare una soluzione pacifica che porti a una de-escalation. Il ministro del Qatar ha incontrato anche il presidente iraniano Hassan Rohani, che aveva giurato vendetta per il sangue di Soleimani. L’Arabia Saudita, il Bahrain, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto hanno interrotto ogni rapporto con il Qatar nel 2017, accusando Doha di appoggiare l’estremismo e promuovere legami con l’Iran, accuse che il Qatar ha sempre respinto.

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La proposta di Paola Pisano su username e password statali

La ministra della Pubblica amministrazione propone l'identità digitale unica. Per accedere ai servizi pubblici ma anche a quelli privati. Sui social scoppia la polemica. E lei prova a fare chiarezza con un tweet.

Un’unica e sola user e password per accedere a tutti i servizi digitali. Della pubblica amministrazione ma non solo, anche al proprio conto in banca, per acquistare un biglietto del cinema, per prenotare un’auto. La proposta lanciata dalla ministra della Pa Paola Pisano al programma Eta Beta di Radio1 ha fatto discutere parecchio, muovendo non poche perplessità.

MADIA CRITICA

L’iniziativa ha però trovato le critiche di Marianna Madia, ex titolare dello stesso ministero occupato dalla Pisano: «Sono molto perplessa per le posizioni espresse oggi dalla ministra Pisano relative all’identità digitale», ha affermato la deputata del Partito democratico. «Credo occorra un confronto urgente sulle scelte complessive del governo in materia di digitale e dati. Si tratta di un tema strategico per i diritti dei cittadini, la democrazia e la competitività del Paese. Alcune scelte meritano un approfondimento e un confronto ampio e non possono essere rilasciate ad improvvisazioni estemporanee».

SENSI E ATTIVISSIMO PREOCCUPATI

Quella della Madia non è stata l’unica voce critica. In tanti, sui social, hanno espresso dubbi e timori in termini di privacy e sicurezza. «Una sola password e pure di Stato?», ha commentato il debunker Paolo Attivissimo, «significherebbe collegare le attività private (che non devono interessare a uno Stato) a quelle che riguardano lo Stato (tasse, certificati, atti pubblici)». Ancora più netto e duro Filippo Sensi: «A me questa cosa mette i brividi e mi fermo per carità di patria».

IL CHIARIMENTO DELLA MINISTRA

La polemica è montata rapidamente sui social, tanto che la titolare della Pa è dovuta tornare sull’argomento con un tweet: «Vediamo di sgombrare il campo da ogni equivoco: l’identità digitale sarà rilasciata dallo Stato e servirà a identificare il cittadino in modo univoco verso lo Stato stesso. In futuro, per aziende e cittadini che lo vorranno, potrebbe essere un ulteriore sistema di autenticazione».

IL MINISTERO PER L’INNOVAZIONE PRECISA: «PARLAVA SOLO DELLO SPID»

A intervenire con un’ulteriore chiarimento è stato anche il ministero dell’Innovazione. «Nessuna nuova proposta, né nuova password di Stato», si legge in un tweet rilanciato dalla stessa ministra Pisano. «Il ministro Paola Pisano a Eta Beta Radio1 si riferiva alla Spid già usata da 5 milioni di italiani. L’intenzione da discutere con tutti gli interlocutori istituzionali competenti è solo quella di affidarne la gestione direttamente allo Stato». Semplice equivoco o retromarcia dettata dal polverone sollevato da una proposta perlomeno controversa?

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Vertice a sorpresa tra Di Maio e Zingaretti

Incontro di 45 minuti a Palazzo Chigi. Sul tavolo i prossimi obiettivi di governo. Mentre Conte ammette: «C'è preoccupazione per i nostri soldati in Medio Oriente».

Incontro di 45 minuti a Palazzo Chigi tra il leader del Movimento 5 stelle Luigi Di Maio e il segretario del Pd Nicola Zingaretti. Stando a quanto si legge in una nota congiunta degli staff dei due leader, nel corso del colloquio si è parlato della situazione politica generale e si è fatto un primo confronto sul percorso da avviare per definire i prossimi obiettivi di governo. Il clima è stato definito come molto positivo e costruttivo.

UN GENNAIO DI FUOCO PER IL GOVERNO

Per il governo, il mese di gennaio si annuncia pieno di insidie e sfide delicate, in un contesto appesantito dalle tensioni interne al Movimento 5 stelle. Il 20 gennaio è previsto il voto della Giunta per l’Immunità del Senato sull’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini nell’ambito del caso Gregoretti; voto da cui la maggioranza potrebbe uscire non così compatta, specie alla luce delle riserve di Italia viva. Sei giorni più tardi, sono in agenda le elezioni regionali in Calabria e soprattutto in Emilia-Romagna, dove un risultato negativo del Pd potrebbe avere effetti pesanti sul governo. Da non sottovalutare anche il dibattito sulla prescrizione, con le tensioni tra M5s e Italia viva.

I DOSSIER INTERNAZIONALI, DALLA LIBIA ALL’IRAN

C’è poi la delicata situazione internazionale, con le tensioni in Libia e quelle tra Usa e Iran. Sul primo fronte, la Farnesina ha fatto sapere che Di Maio sarà al Cairo l’8 gennaio per incontrare il collega egiziano Same Shoukry. Sul secondo fronte, dopo l’uccisione da parte degli Stati Uniti del generale iraniano Qassem Soleimani, preoccupa la sicurezza dei soldati italiani impegnati in Medio Oriente, come ammesso dal premier Giuseppe Conte, che ha fatto appello «alla moderazione, al dialogo, al senso di responsabilità delle parti».

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Il nuovo governo Sanchez trema ancor prima di nascere

Si riaccendono le tensioni con gli indipendentisti catalani, a pochi giorni dal voto per la fiducia in parlamento. Il punto.

Trema il nascente governo Sanchez dopo il riaccendersi di tensioni con gli indipendentisti catalani a pochi giorni dalla data fissata per la fiducia in Parlamento che conta su una concordata astensione di Erc, il partito della sinistra catalana. La giunta elettorale centrale spagnola ha deciso che il presidente del governo catalano Quim Torra sia estromesso dal Parlamento dopo una condanna all’interdizione dai pubblici uffici per 18 mesi, condizione che dovrebbe portarlo a lasciare anche la presidenza della Generalitat. La stessa giunta conferma che Oriol Junqueras, in carcere dal 2017 per il tentativo di secessione, non potrà ricoprire la carica di deputato al Parlamento europeo. Nello stesso giorno il Psoe, nel ratificare l’accordo con l’Erc, precisa che «non ci sarà alcun referendum per l’autodeterminazione della Catalogna».

NOVE MESI DI STALLO E DUE ELEZIONI

Quim Torra contesta la decisione, avendo già presentato ricorso contro la sentenza alla Corte suprema, e convoca per stasera un Consiglio straordinario. Davanti alla Generalitat si raccoglie intanto un migliaio di suoi sostenitori. E la Erc convoca per il 5 gennaio una riunione straordinaria del suo esecutivo nazionale per «analizzare la decisione della giunta elettorale nazionale, coordinare la risposta e valutare le conseguenze sul calendario politico immediato». La decisione su Quim Torra potrebbe essere sospesa in attesa di chiarimenti, secondo fonti giuridiche interpellate dalla stampa spagnola, e quella su Junqueras era inevitabile vista la sua condizione di detenuto in attesa di diverse decisioni da parte del potere giudiziario. Tuttavia c’è chi teme che un riesplodere delle tensioni indipendentiste possa mettere a rischio l’intesa faticosamente trovata tra Psoe e sinistra catalana per far nascere martedì 7 gennaio, dopo nove mesi di gestazione e due elezioni, il nuovo governo Sanchez.

IL CASO QUIM TORRA

Quim Torra era stato condannato per ‘disobbedienza‘, dopo essersi rifiutato di togliere dalla facciata del palazzo della Generalitat, durante il periodo elettorale, degli striscioni che invocavano la libertà per gli indipendentisti in carcere. La legge elettorale spagnola è particolarmente severa con i condannati e prevede che non possano sedere in parlamento neanche quelli con sentenze non definitive. A sollecitare la cacciata di Quim Torra sono stati Pp, Ciudadanos e Vox presentando, prima ancora del deposito della sentenza, una risoluzione per l’espulsione. Respinta giorni fa dalla Giunta elettorale catalana, è stata ora approvata dal Consiglio elettorale centrale, al termine di una lunga riunione e con una ristretta maggioranza. La sentenza per Quim Torra non è stata ancora depositata, e il presidente della Generalitat, chiamato a dimettersi in quanto la carica è per la giunta spagnola inscindibile da quella di deputato, sostiene che lo Statuto catalano non specifica se tale condizione vada mantenuta per l’intero mandato. La decisione finale sulla sua permanenza o meno al vertice della Catalogna, spetterebbe in questo caso al Parlamento di Barcellona.

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Nuovo raid Usa: «Ucciso un comandante delle milizie filo-Iran»

Lo riportano la tv di Stato irachena e fonti del Pentagono. Ma le Pmu smentiscono. Mentre a Baghdad in migliaia sfilano al grido di "Morte all'America".

Un nuovo raid statunitense in Iraq avrebbe ucciso un comandante del gruppo paramilitare filo-iraniano Hashed al Shaabi. Lo riportano la tv di Stato irachena e fonti del Pentagono a Newsweek, senza citare il nome del comandante preso di mira, che secondo l’emittente iraniana Press Tv sarebbe Shibl al Zaidi, leader delle Brigate Imam Ali, milizia che fa parte delle Unità di mobilitazione popolare (Pmu) allineata con l’Iran. Le Pmu hanno però smentito in una nota che tra le vittime ci sia un loro comandante. L’attacco, avvenuto la sera del 3 gennaio nel Nord di Baghdad, ha colpito un convoglio provocando sei morti e tre feriti.

ANCHE IL PREMIER IRACHENO AL FUNERALE DI SOLEIMANI

Nella capitale irachena, il 4 gennaio, migliaia di persone hanno partecipato al corteo funebre del generale iraniano Qassem Soleimani, ucciso la notte del 3 gennaio da un raid Usa, gridando – tra la sua bara e quella del suo principale luogotenente in Iraq, Abu Mehdi al Mouhandis – “morte all’America”. Il corteo ha sfilato tra le vie del distretto di Kazimiya, dove si trova un santuario sciita. Al termine, nella zona verde di Baghdad si è tenuto un funerale nazionale ufficiale alla presenza di molti leader iracheni, incluso il primo ministro Adil Abdul-Mahdi. I resti di Soleimani saranno portati in Iran dopo la cerimonia.

TEHERAN ALL’ONU: «È TERRORISMO DI STATO»

Da Teheran, intanto, l’ambasciatore iraniano all’Onu, Takht Ravanchi, ha scritto una lettera al segretario generale Antonio Guterres e al collega del Vietnam Dang Dinh Quy, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza, denunciando che «l’assassinio del generale Qassem Soleimani è un esempio evidente di terrorismo di Stato e, in quanto atto criminale, costituisce una grave violazione dei principi di diritto internazionale, compresi quelli stipulati nella Carta delle Nazioni Unite. Comporta quindi la responsabilità internazionale degli Usa».

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Com’è fatto il drone che ha ucciso Soleimani

Il velivolo, un MQ-9 Reaper, ha un'apertura alare di oltre 20 metri e supera i 400 km orari di velocità. È stato assistito da un MQ-1C Grey Eagle.

Con una gittata di 1.800 chilometri e la possibilità di raggiungere i 15 mila metri di altitudine l’MQ-9 Reaper, originariamente conosciuto come Predator B, è un drone sviluppato dalla statunitense General Atomics Aeronautical Systems (GA-ASI). È stato un velivolo di questo tipo, coadiuvato da un altro della stessa famiglia di Predator, a sparare quattro missili contro i due Suv su cui viaggiavano il generale iraniano Qassem Soleimani e altri alti ufficiali, da poco atterrati all’aeroporto internazionale di Baghdad con un volo di linea proveniente da Damasco.

Il drone – che costa circa dieci milioni di dollari, sensori compresi – è in dotazione da circa dieci anni anche all’Aeronautica Militare italiana, che lo usa disarmato, per compiti di sorveglianza e ricognizione. Uno di questi esemplari, utilizzato per la missione Mare Sicuro e appartenente al Gruppo velivoli teleguidati del 32/o Stormo dell’Aeronautica militare di Amendola (Foggia), è precipitato lo scorso novembre in Libia per cause ancora non chiarite.

Questo tipo di drone, come si legge sul sito ufficiale dell’Aeronautica statunitense, è specializzato nel condurre offensive mirate, contro target specifici. Il primo prototipo si è alzato in volo nel 2001. «Data la sua lunga autonomia, i sensori a largo raggio, le componenti di comunicazione e le armi di precisione – spiega il sito – fornisce una capacità unica di eseguire attacchi contro obiettivi di alto valore». Ma l’aereo, con un’apertura alare di oltre 20 metri e una velocità superiore ai 400 km orari, garantisce elevate prestazioni anche nelle operazioni di pattugliamento, ricerca e soccorso, così come in quelle di intelligence, sorveglianza, acquisizione di bersagli e ricognizione.

Nell’attacco condotto contro il generale Soleimani, è stato coadiuvato anche da un altro drone, l’MQ-1C Grey Eagle, anch’esso facente parte del sistema Predator, che è composto essenzialmente da tre elementi: il velivolo; la stazione di controllo a terra, una vera e propria cabina di pilotaggio che grazie ad un collegamento satellitare può guidare l’aereo durante le operazioni anche a centinaia di chilometri di distanza; una stazione di raccolta dati, dove vengono analizzate in tempo reale le immagini ricevute dal velivolo e, attraverso un nodo di telecomunicazioni, ritrasmesse alle unità operative. È

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I rischi per i militari italiani all’estero dopo l’uccisione di Soleimani

Libano, Iraq e Libia sono i fronti più esposti. Basi blindate e spostamenti limitati. Anche in patria innalzato il livello di vigilanza.

Il raid americano che ha ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani espone a rischi anche i militari italiani all’estero, schierati nelle aree in cui l’Iran potrebbe attuare le minacciate ritorsioni. E il ministero della Difesa ha innalzato ovunque le misure di sicurezza dei contingenti, blindando le basi e limitando al minimo gli spostamenti. La decisione è stata presa dal ministro Lorenzo Guerini, che subito dopo l’attacco si è messo in contatto con il Comando operativo di vertice interforze (Coi), la struttura che gestisce tutte le operazioni italiane all’estero, e gli organismi di intelligence. Il Coi, a sua volta, mantiene un filo diretto con i nostri contingenti potenzialmente più esposti in Libano, Iraq e Libia.

CONTROLLI POTENZIATI SU AMBASCIATE E SEDI DELLE COMPAGNIE AEREE

In queste ore l’allerta è ai massimi livelli. Anche per quanto riguarda il fronte interno, la vigilanza è altissima. Non vengono segnalate minacce specifiche, ma sono stati potenziati alcuni servizi di controllo, in particolare quelli su siti riconducibili agli interessi americani e iraniani in Italia, come le rappresentanze diplomatiche o le sedi delle compagnie aeree. Mentre il presidente del Copasir, Raffaele Volpi, si accinge a convocare i vertici dei servizi segreti per avere un quadro aggiornato della situazione.

VARCATA UNA LINEA ROSSA

Le ragioni dei rischi cui è esposta l’Italia li spiega il generale Vincenzo Camporini, ex capo di Stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica, un ufficiale che di crisi internazionali ne ha viste parecchie: «Per la prima volta target dei raid Usa è stato non un ‘semplice’ terrorista, ma un personaggio politico di altissimo spessore. E avere attaccato il livello politico dell’avversario vuol dire avere innalzato l’escalation a un gradino dove non si era mai arrivati prima. È stata varcata la linea rossa e non sappiamo cosa c’è dietro». Secondo Camporini «è difficile dire cosa succederà ora, ma di sicuro l’Iran dovrà reagire, non può perdere la faccia. In che modo? Nei confronti dei soldati americani sul terreno, forse, ma le truppe Usa sono modeste. Oppure contro Israele, che è il principale alleato degli Stati Uniti nell’area. A questo riguardo ricordiamo che in Libano la situazione politica è a dir poco confusa. gli Hezbollah sono filo iraniani ed è ipotizzabile una ritorsione contro Israele che passI attraverso la ‘linea blu’, dove sono schierati 12 mila uomini delle Nazioni unite e un migliaio di italiani che hanno il comando della missione. E poi non dimentichiamo che abbiamo 800 addestratori proprio in Iraq e 300 militari in Libia, dove c’è un nostro ospedale».

COLPITO UN SIMBOLO DELLA TEOCRAZIA SCIITA

Un altro generale, Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica e presidente della Fondazione Icsa, condivide le preoccupazioni di Camporini: «Gli Usa con l’uccisione del generale Soleimani – afferma – hanno colpito un’icona, il simbolo della forza al servizio della teocrazia nata dalla rivoluzione. È uno step fondamentale e preoccupante di un’escalation che dura da tempo e che si inserisce in un quadro già esplosivo con sullo sfondo la lotta secolare tra Iran ed Arabia Saudita, sciiti e sunniti. Si tratta di un’ulteriore, dissennata destabilizzazione, dagli esiti incerti e senza apparente logica. Rabbia e odio potrebbero essere difficilmente gestibili e le reazioni potrebbero essere di natura e dimensioni imprevedibili, anche per il nostro Paese».

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La difesa di Salvini sul caso della nave Gregoretti

Il leader della Lega tira in ballo il ruolo del premier Conte e coinvolge pure i vescovi italiani. La Giunta del Senato deve decidere sull'autorizzazione a procedere per sequestro di persona.

Matteo Salvini si difende sul caso della nave Gregoretti, tenuta al largo dei porti italiani quando era ministro dell’Interno e che ha portato il leader della Lega a essere incriminato per sequestro di persona.

LEGGI ANCHE: Cosa può succedere a Salvini sul caso della nave Gregoretti

STAVOLTA LA GIUNTA POTREBBE DARE L’OK

L’autorizzazione a procedere da parte della Giunta per le immunità del Senato, venuto meno il sostegno a Salvini da parte del M5s, questa volta ha buone chance di essere concessa prima delle elezioni regionali in programma il 26 gennaio in Emilia-Romagna e Calabria. Poi sarà l’Aula di Palazzo Madama ad avere l’ultima parola.

SALVINI RIVENDICA UNA GESTIONE COLLEGIALE

Salvini ha depositato in Giunta una memoria difensiva in cui cita tutti i colleghi del governo gialloverde coinvolti nella chiusura dei porti. Ci sono dichiarazioni pubbliche e interviste di Alfonso Bonafede e Luigi Di Maio, ma il documento mette nel mirino soprattutto il premier Giuseppe Conte. Si legge infatti che «il 26 luglio 2019 la presidenza del Consiglio aveva inoltrato formale richiesta di redistribuzione di migranti ad altri Paesi europei». Il leader della Lega ha tirato in ballo pure i vescovi italiani, affermando che con la Cei era stato raggiunto un accordo per l’accoglienza dei naufraghi. «È dunque evidente come fosse il governo, in modo collegiale, a gestire tale attività», si legge ancora nella memoria difensiva.

AFFINITÀ E DIVERGENZE CON IL CASO DICIOTTI

Salvini, in sostanza, sostiene di aver agito nell’interesse dell’Italia, col pieno coinvolgimento di Palazzo Chigi e dei ministeri competenti, in modo perfettamente sovrapponibile a quanto accaduto per la nave Diciotti. Ma Conte e Di Maio sostengono che si tratti di due casi diversi, perché la decisione di lasciare la Gregoretti in mezzo al mare sarebbe stata presa in maniera autonoma dall’ex responsabile del Viminale.

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Passanti accoltellati nella città francese di Villejuif

L'aggressore, ucciso dalla polizia, mentre colpiva ha urlato «Allah Akbar!». Una vittima e due feriti gravi.

Nel parco della cittadina francese di Villejuif, comune alle porte di Parigi, un individuo non identificato ha accoltellato i passanti urlando «Allah Akbar!». L’uomo è poi fuggito in direzione di un vicino supermercato, ma è stato ucciso dalle forza di polizia. Il bilancio è pesante: una delle persone aggredite a colpi di coltello è morta, altre due sono rimaste ferite gravemente. Alcuni testimoni hanno detto ai media francesi che l’aggressore indossava una djellaba, abito tradizionale del Nord Africa, e che mentre colpiva avrebbe invocato Allah.

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