I ragazzi di Crans-Montana e l’emergenza che non spezza la narrazione social
A Crans-Montana, nella notte che doveva essere teatro dell’allegria di Capodanno, l’incendio della discoteca Le Constellation ha provocato una tragedia: un bar che brucia, ragazzi che muoiono. E un dettaglio che, più di ogni altro, definisce un’epoca. Alle prime avvisaglie del fuoco che aveva intaccato il soffitto, molti dei presenti, invece che allontanarsi subito dal pericolo, si sono precipitati a rappresentarlo. Hanno filmato le fiamme che si allargavano, come se la priorità fosse immortalare l’evento, non sottrarvisi il prima possibile.
La reazione istintiva a uno shock non è scappare, ma riprendere col cellulare
In questi casi l’equivoco più diffuso è pensare che il virtuale conti più della vita reale. Non è così. Conta più del corpo. Che è mortale, mentre la sua immagine sopravvive. E se sei cresciuto in un mondo che ti chiede continuamente di mostrare dove sei, cosa provi, cosa accade intorno a te, la reazione istintiva a uno shock non è scappare, ma riprendere col cellulare quanto sta accadendo per trasferirlo sulle piattaforme social. È un automatismo culturale prima che tecnologico: documentare per rendere l’evento incontestabile, perché se non entra nello schermo dello smartphone non entra nel mondo.
Una volta si restava immobili per impotenza, oggi per fare un video
Il virtuale ha abolito la gerarchia delle urgenze non negando la realtà, ma trasformandola in materia narrativa. Le fiamme non vengono ignorate: vengono montate in un racconto istantaneo. Il pericolo fisico diventa una scena di pericolo: non mi brucio, ma sto riprendendo qualcosa che brucia. L’emergenza non spezza la narrazione, le fornisce l’abbrivio. E così l’istinto di sopravvivenza non punta alla salvezza, ma alla testimonianza. Una volta, per shock o impotenza, si restava immobili davanti a un disastro. Oggi si resta immobili perché si è impegnati a fare un video. Il dito scorre. Il corpo, a differenza del fuoco, attende.
Il reale si consuma alle tue spalle. E, purtroppo, a tue spese
Viviamo nell’era della Fomo (Fear of missing out) evoluta: non più la paura di perdere l’evento, ma quella di non poterne diventare il tramite. L’importanza non risiede nel vivere il momento, ma nell’essere riconosciuti mentre il momento accade. La tragedia diventa atto pubblico che ti assegna un ruolo: testimone, narratore, regista del tuo video. Solo che, mentre ti attribuisci il ruolo, il reale si consuma alle tue spalle. E purtroppo, come dimostra la tragedia di Capodanno, a tue spese.
Prima l’io visibile, poi l’io in carne e ossa
Il dramma di Crans-Montana non è la vittoria del virtuale sul reale. È qualcosa di più sottile e più amaro: è il reale che deve diventare immagine per essere percepito come tale. La discoteca teatro dell’immane tragedia ha bruciato non solo un soffitto, ma l’ordine delle priorità: prima la prova, poi l’esperienza. Prima la testimonianza, poi la fuga. Prima l’io visibile, poi l’io in carne e ossa. Non è che quei ragazzi non sapessero che il fuoco uccide. Ma alcuni stavano verificando se si sviluppava in modo tale da meritare un pubblico fatto dai loro follower. Fornendo così un ritratto disilluso e spietatamente nitido di un tempo che non cancella la realtà, ma la riconosce tale solo quando è pronta per la condivisione.


(@NicoDeSthall) 




















































