La polemica, algida nella sua ferocia, è tra titani della moda: Giancarlo Giammetti, socio di Valentino Garavani (che fu, dopo la casalinga, il più famoso cittadino di Voghera) contro Brunello Cucinelli, umbro doc, apologeta del cashmere francescano in tutto, tranne che nel prezzo. Si sa che quando litigano i poveri è tragedia, se invece a farlo sono i ricchi è intrattenimento. Se non ci fosse di mezzo la triste circostanza, una goduria.
Giancarlo Giammetti (Imagoeconomica).
Se la tentazione di mettere in scena l’ego batte la dignitosa riservatezza
In un mondo codificato come quello del fashion, le controversie tra signori del lusso dovrebbero risolversi con una telefonata, mai filtrare in superficie, ovvero diventare materia su cui la strabordante fame dei social si avventa. Ma di codificato oramai resta poco, visto che la tentazione di mettere in scena il proprio ego è sempre più forte di una dignitosa riservatezza. Così, mentre a Roma si celebravano i funerali dell’ultimo imperatore, a rubare la scena è piombato il piccato battibecco tra Brunello e Giancarlo a intaccare la compunta aura dell’evento. Ovviamente chi ha ragione è sempre chi sta zitto, e in questo caso il primo ha infranto palesemente la regola (solo per farsi pubblicità, sostiene il secondo), raccontando di come Valentino, amante dei suoi maglioni, gli avesse chiesto scherzosamente lo sconto. Richiesta che pronunciata dalla succitata casalinga di Voghera non fa un plissé. Diverso, tanto da apparire inverosimile, che a farlo sia il sarto che vestiva dive e principesse. E non si può fare a meno di immaginare la scena del genio della couture che scende dal piedistallo per bussare allo spaccio aziendale del filosofo del borgo umbro, quel Solomeo dove il capitalismo selvaggio scolora in mistico umanesimo.
Brunello Cucinelli (Imagoeconomica).
Nell’empireo della moda, la materia prima è la narrazione
Ma guai a derubricare l’episodio a mera scaramuccia tra signori ben vestiti. Si tratta di un probante esempio di come nel Made in Italy i conti siano globali, ma le suscettibilità restino di provincia. Siamo nel campo del glocal, insomma, dove la nomea mondiale non offusca beghe e gelosie da provincia. Da qui l’inevitabile deriva social, l’ipertesto che dagli umori dei protagonisti allarga la querelle alle reazioni della piazza. Da una parte un imprenditore troppo affezionato alle proprie parabole, dall’altra un socio fieramente geloso della leggenda creata dal suo partner. Si potrebbe liquidare il tutto come un incidente di percorso, l’effrazione della regola per cui le questioni private non dovrebbero mai riverberarsi in campo pubblico. In realtà la polemica ci fa capire che nell’empireo della moda la materia prima non sono vestiti e tessuti, ma la narrazione. Chi padroneggia il racconto controlla il valore. E sulla gestione del racconto di Valentino, Giammetti non è per nulla disposto a concedere lo sconto evocato da Cucinelli.
Che genere sia è difficile dirlo. Dramma istituzionale, commedia regolatoria o teatro dell’assurdo? Di certo la trattativa con cui Delfin valuta la cessione della sua quota nel Monte dei Paschi di Siena a UniCredit non è una normale operazione di mercato. Il 17 per cento non è un di cui, ma una leva che forza molte porte del sistema.
UniCredit pronta a tornare al centro del risiko
Partiamo dalle conseguenze, che almeno sono più chiare delle sin qui confuse intenzioni. Se UniCredit entrasse in Mps, la banca guidata da Andrea Orcel tornerebbe al centro del risiko che nell’ultimo anno ha ridisegnato gli equilibri della finanza italiana. Non per amore improvviso di Rocca Salimbeni, ma per ciò che essa oggi incorpora: Mediobanca e, suo tramite, la posizione chiave in Assicurazioni Generali. Un perimetro che vale più della banca senese in quanto tale, che in questo schema è il mezzo, non il fine. Il che però rende inevitabile il confronto con quanto accaduto solo pochi mesi fa. Quando Orcel aveva provato a muoversi su Bpm, era stato fermato bruscamente. Il Mef aveva sfoderato il golden power, il governo con l’eccezione di Forza Italia aveva fatto quadrato, e nella foga qualcuno (indovinate chi?) si era spinto a definire UniCredit una banca straniera, come se la geografia potesse supplire alle argomentazioni. Risultato: operazione congelata, interesse nazionale messo in vetrina e salvaguardato nonostante le sopracciglia alzate di Bruxelles e Bce.
Andrea Orcel (Imagoeconomica).
Perché Siena è accettabile mentre Bpm non lo era?
Oggi lo scenario è diverso, ma non per questo più lineare. L’acquirente è lo stesso. Cambia l’asset. E cambia soprattutto ciò che quell’asset consente di controllare indirettamente. La domanda, a questo punto, sorge spontanea e invoca una risposta logica che noi non abbiamo trovato: perché Siena è accettabile dove Bpm non lo era? Il Mef, peraltro ancora titolare di una quota residua di Mps, osserva e tace. Non per distrazione, ma per calcolo. Qualunque parola rischierebbe di riattizzare il putiferio. Evocare di nuovo il golden power significherebbe riaprire il fronte già bollente con Francoforte e Bruxelles. Non farlo espone a un altro interrogativo imbarazzante: davvero si è forzato quello strumento per fermare Orcel a Milano, salvo poi consentirgli un ingresso a Siena che, per effetti e ricadute, pesa molto di più?
Luigi Lovaglio, ceo Mps (Imagoeconomica).
L’inchiesta milanese suggerisce a Delfin prudenza
Lo stesso senso di straniamento si avverte guardando alla controparte, ovvero gli eredi di Del Vecchio. Ufficialmente la possibile uscita da Mps risponde a una valutazione industriale. In concreto è il contesto che conta. Francesco Milleri guida un gruppo che produce e vende occhiali in tutto il mondo: un’industria globale, poco incline a restare agganciata a dossier giudiziari i cui riverberi non controlla. L’inchiesta della Procura di Milano sulla vendita da parte del Mef delle azioni Mps a Francesco Gaetano Caltagirone, Delfin e Anima Holding non è una sentenza, ma è sufficiente a suggerire prudenza. In questi casi ridurre l’esposizione è una forma elementare di gestione del rischio.
L’ad di Essilorluxottica Francesco Milleri (Imagoeconomica).
Due pesi e due misure?
Il risultato finale è che UniCredit rientra nel grande gioco bancario rilanciando alla grande dopo l’operazione che le era stata negata. Bpm resta fuori, alle prese con un azionista forte, Crédit Agricole, che punta a ispessire il suo ruolo di azionista di riferimento. Mentre Siena è sul tavolo, con tutto ciò che si porta dietro, compresa la nomina di un nuovo cda che non vede i soci andare d’amore e d’accordo. Ma cercare una contraddizione esplicita alla fine serve poco. Il sistema funziona così, per spostamenti laterali, per asset che contano più di quanto dichiarano, per decisioni politiche dettate dalla foga del momento e che come tali sono sempre pronte a passare in cavalleria. Forse il governo ha altre priorità, forse Salvini è concentrato sul Ponte e Giorgetti si guarda bene dall’alzare nuovi polveroni. Però resta lo sconcerto: l’ops di Unicredit su Bpm era una operazione di mercato lecita quanto potrebbe essere quella su Mps. Due pesi e due misure? Veti o via libera della politica che rispondono alla convenienza del momento?
Ognuno ha il suo destino. Quello di Goffredo Bettini (come definirlo? Insigne esponente del Pd la cui vita è divisa tra Roma e la Thailandia) è di provocare sconquassi. Questa volta il fiammifero lo ha acceso con un’intervista a Il Fatto Quotidiano, che nelle intenzioni voleva essere un contributo alla discussione, ma che è stata letta come un plateale cedimento alle ragioni del nemico Vladimir Putin con cui, dice Bettini, è ora di cominciare a parlare. Ma si sa che, in tempi come questi, anche le migliori intenzioni (ammesso che ci fossero) vengono prese come dichiarazioni di guerra. Come se non bastasse, l’ideologo della sinistra romana ne ha anche per l’Europa, la cui governance targata von der Leyen non starebbe più in piedi.
Goffredo Bettini (Imagoeconomica).
I riformisti insorgono, la sinistra dem mette la testa sotto la sabbia
Nel Pd questo e altri passaggi a supporto della sua tesi hanno fatto da detonatore riacutizzando contrapposizioni interne la cui sintesi diventa sempre più ardua. I riformisti, incarnati dalla triade Sensi, Picierno e Gori (un consiglio all’ex sindaco di Bergamo è di non farsi coinvolgere dalla comunicazione social della moglie) sono insorti come se Bettini avesse messo in discussione l’appartenenza all’Occidente, più che la necessità di ravvivare la diplomazia. La sinistra del partito, invece, ha fatto quello che fa sempre in questi casi: testa sotto la sabbia, sperando di troncare e sopire la polemica sul nascere, magari appellandosi al fatto che la realtà è molto più scomoda e complicata di un’intervista che ambisce velleitariamente a padroneggiarla.
Filippo Sensi (Imagoeconomica).
Su Israele la frattura tra i due Pd è antropologica
Ma Putin è solo un lato del problema. Il secondo, forse più tossico e gravido di conseguenze, si chiama Israele. Qui la frattura tra i due Pd non è solo politica, è antropologica. Da una parte c’è chi considera la sua difesa un riflesso automatico, identitario, non negoziabile. Dall’altra chi insiste sul diritto internazionale, sulle responsabilità, sulla sproporzione della reazione a Gaza, e finisce immediatamente nel recinto degli ambigui, quando non dei sospetti. Se l’Ucraina divide sulle parole, Israele divide sulle emozioni, che in politica purtroppo sono sempre più potenti delle analisi. Nel Pd convivono due lessici che non comunicano. Uno parla di sicurezza: alleanze, deterrenza, lealtà al contesto atlantico. L’altro di diritti: le vittime, le asimmetrie di forza, il diritto internazionale come metro morale prima che giuridico. Il risultato è che ogni presa di posizione sembra un tradimento per qualcuno, mai una scelta condivisa.
Giorgio Gori e Pina Picierno (Imagoeconomica).
Elly Schlein costretta a un equilibrismo permanente
In mezzo, con l’aria di chi cerca una sintesi in un puzzle a cui mancano sempre dei pezzi, c’è Elly Schlein. Alla segretaria si chiede di tenere insieme un partito che ormai non discute più per trovare una linea, ma per certificare le distanze interne. Sulla guerra in Ucraina deve evitare l’accusa di tiepidezza con l’aggressore. Su Israele deve schivare quella, ancora più infamante, di mancata chiarezza morale. Una segreteria trasformata in esercizio di equilibrio permanente.
Elly Schlein (Imagoeconomica).
Torna lo spettro di una scissione
Così non si va avanti, o meglio, la sola cosa che avanza è lo spettro di una clamorosa scissione. Il paradosso è che nel Pd tutti giurano di volerla evitare. Ma nella realtà dei fatti si comportano come se fosse già avvenuta. I riformisti parlano a un elettorato che immaginano solido, occidentale, rassicurato dalla continuità. La sinistra si rivolge a una base che chiede di non tradire l’ideologia fondativa e il suo ancoraggio internazionalista che identifica nel capitale, ancorché declinato nelle sue formule innovative, il nemico da battere. E nessuno dei due mondi sembra davvero interessato a farsi capire dall’altro. La politica italiana, del resto, ha una lunga tradizione di separazioni presentate come atti di maturità. Ogni scissione viene raccontata come una scelta inevitabile, mai come il fallimento di una convivenza. Se il Pd arriverà all’ennesima rottura, la formula sarà sempre la stessa: non c’erano più le condizioni per continuare insieme. Un modo elegante per dire che nessuno ha voluto pagare il prezzo dell’ambiguità finché era ancora gestibile.
A Crans-Montana, nella notte che doveva essere teatro dell’allegria di Capodanno, l’incendio della discoteca Le Constellation ha provocato una tragedia: un bar che brucia, ragazzi che muoiono. E un dettaglio che, più di ogni altro, definisce un’epoca. Alle prime avvisaglie del fuoco che aveva intaccato il soffitto, molti dei presenti, invece che allontanarsi subito dal pericolo, si sono precipitati a rappresentarlo. Hanno filmato le fiamme che si allargavano, come se la priorità fosse immortalare l’evento, non sottrarvisi il prima possibile.
La reazione istintiva a uno shock non è scappare, ma riprendere col cellulare
In questi casi l’equivoco più diffuso è pensare che il virtuale conti più della vita reale. Non è così. Conta più del corpo. Che è mortale, mentre la sua immagine sopravvive. E se sei cresciuto in un mondo che ti chiede continuamente di mostrare dove sei, cosa provi, cosa accade intorno a te, la reazione istintiva a uno shock non è scappare, ma riprendere col cellulare quanto sta accadendo per trasferirlo sulle piattaforme social. È un automatismo culturale prima che tecnologico: documentare per rendere l’evento incontestabile, perché se non entra nello schermo dello smartphone non entra nel mondo.
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Another terrifying video from last night's club fire in Switzerland, where 47 people have died so far pic.twitter.com/psWOodiFZJ
Una volta si restava immobili per impotenza, oggi per fare un video
Il virtuale ha abolito la gerarchia delle urgenze non negando la realtà, ma trasformandola in materia narrativa. Le fiamme non vengono ignorate: vengono montate in un racconto istantaneo. Il pericolo fisico diventa una scena di pericolo: non mi brucio, ma sto riprendendo qualcosa che brucia. L’emergenza non spezza la narrazione, le fornisce l’abbrivio. E così l’istinto di sopravvivenza non punta alla salvezza, ma alla testimonianza. Una volta, per shock o impotenza, si restava immobili davanti a un disastro. Oggi si resta immobili perché si è impegnati a fare un video. Il dito scorre. Il corpo, a differenza del fuoco, attende.
Des personnes prises au piège par les flammes dans le bar de Crans-Montana tentent désespérément de s’échapper par la seule issue, qui est bloquée. (témoins) pic.twitter.com/aBQXtKRME9
Il reale si consuma alle tue spalle. E, purtroppo, a tue spese
Viviamo nell’era della Fomo (Fear of missing out) evoluta: non più la paura di perdere l’evento, ma quella di non poterne diventare il tramite. L’importanza non risiede nel vivere il momento, ma nell’essere riconosciuti mentre il momento accade. La tragedia diventa atto pubblico che ti assegna un ruolo: testimone, narratore, regista del tuo video. Solo che, mentre ti attribuisci il ruolo, il reale si consuma alle tue spalle. E purtroppo, come dimostra la tragedia di Capodanno, a tue spese.
Le feu se propageant à grande vitesse dans le bar de Crans-Montana (VS) filmé par de nombreuses personnes, qui tentent ensuite de s’échapper. (témoins) pic.twitter.com/MrXD537KVh
Il dramma di Crans-Montana non è la vittoria del virtuale sul reale. È qualcosa di più sottile e più amaro: è il reale che deve diventare immagine per essere percepito come tale. La discoteca teatro dell’immane tragedia ha bruciato non solo un soffitto, ma l’ordine delle priorità: prima la prova, poi l’esperienza. Prima la testimonianza, poi la fuga. Prima l’io visibile, poi l’io in carne e ossa. Non è che quei ragazzi non sapessero che il fuoco uccide. Ma alcuni stavano verificando se si sviluppava in modo tale da meritare un pubblico fatto dai loro follower. Fornendo così un ritratto disilluso e spietatamente nitido di un tempo che non cancella la realtà, ma la riconosce tale solo quando è pronta per la condivisione.
A leggere Nella carne, vincitore del Booker Prize e salutato come il miglior romanzo del 2025, viene un censurabile sospetto. Ovvero che il romanzo del canadese-ungherese David Szalay lo si stia celebrando più per il prestigio che si porta addosso che per ciò che lascia dentro al lettore. È l’evento editoriale dell’anno, che sembra confezionato per esserlo: un libro che vince uno dei premi internazionali più importanti ma che, per stare al titolo, non entra “nella carne” di chi lo legge. Parla di corpi, descritti come veicoli di una sessualità che risponde più al bisogno che al desiderio. Ma lo fa come certi ristoranti stellati descrivono i piatti nel menu: tutto è lì sulla carta, preciso e raffinato, ma all’assaggio difettano di sapore. I personaggi e gli eventi, anche i più drammatici, restano in superficie, controllati, levigati, impeccabili. L’involucro è perfetto, ma il contenuto emotivo lascia pochi segni.
La copertina di Nella carne (Adelphi).
L’unica forma di sopravvivenza è non trattenere nulla
Il paradosso è un libro che parla sì della carne, ma non la scalfisce. Brilla molto, ma morde poco. István, il protagonista, attraversa la guerra in Iraq, il carcere minorile, l’alta società londinese, il ritorno in Ungheria. La sua postura è quella di chi ha deciso che l’unica forma di sopravvivenza sia nel non trattenere nulla. È dotato di un firewall emotivo che risponde «Okay» a tutto: ai conflitti globali come ai piccoli o grandi accadimenti della vita quotidiana. Gli muoiono gli affetti più stretti: figlio, moglie, madre, lungo una sequenza che dovrebbe essere tragica e invece risulta solo cronologica. Le loro morti restano elementi della trama, non macigni interiori che aprono voragini. Non per cinismo, ma per uno stile che predilige l’ellissi allo scavo interiore.
David Szalay (dal profilo Fb).
Il minimalismo di Szalay risulta asettico
Szalay sceglie la distanza invece dell’impatto, il tocco leggero invece del colpo secco. Il suo penultimo libro, Turbolenza, aveva già questa impostazione: una serie di racconti legati tra loro che scivolavano via senza lasciare tracce profonde, senza creare vera inquietudine. Qui almeno l’ambizione di pesare c’è. L’effetto però raramente è raggiunto. Il minimalismo come stile: sottrarre interiorità per costringere il lettore a completare il disegno. L’operazione potrebbe essere raffinata, ma appare solo asettica. Il personaggio di István resta irrisolto non perché sia un enigma profondo, ma perché il testo non si decide mai a entrargli dentro. Vuole mostrarci come un uomo (e un autore) possano arrivare all’ultima pagina con il guscio lucido, senza ammaccature che non siano piccoli quasi invisibili graffi.
David Szalay alla premiazione del Booker Prize 2025 (da Fb).
Nella carne riflette perfettamente quest’epoca
È un romanzo fisico solo nelle intenzioni. E proprio per questo funziona come diagnostica perfetta di quest’epoca: non vince perché ferisce, ma perché non si lascia ferire. La letteratura come superficie riflettente: brillante, stilosa, certificabile, instagrammabile. István attraversa la storia senza mai cambiare, come avesse la consapevolezza che il destino è ineluttabile. Gli affetti più cari gli muoiono accanto, i conflitti gli esplodono intorno, il Covid non gli stravolge la vita ma è solo un banale incidente di percorso. Tutto resta in una specie di camera a pressione controllata, dove il dolore non diventa deformazione, i legami non diventano fratture, gli eventi non lasciano cicatrici. È il vero tratto distintivo di Szalay: scrivere di un uomo che resiste al mondo, che al tempo stesso non riesce mai a entrare in attrito con lui. Questa mancanza, che molti hanno scambiato per profondità, è in realtà il suo stile: una narrativa che accade, osserva, sfiora, e passa oltre. Bellissima da leggere, difficile da afferrare, impossibile da odiare perché alla fine ti ha lasciato addosso l’impronta della sua manieristica perfezione.
Suona l’allarme ai piani alti di Mediaset. E non è una semplice esercitazione cui segue il ritorno alla normalità. Lo scandalo Corona–Signorini non è un inciampo reputazionale né un fastidio giudiziario da gestire con la consueta liturgia delle distanze e delle smentite. È qualcosa di più profondo: la crisi di una narrazione che per anni ha protetto Mediaset più di quanto abbia mai potuto fare la sua solidità industriale.
In discussione il modo in cui Mediaset ha raccontato il potere
È la prova più dura che Pier Silvio e Marina Berlusconi si trovano ad affrontare da quando hanno preso in mano le redini dell’azienda, e ora la stanno traghettando oltre i confini di Cologno, con l’ambizione di farla diventare un broadcaster europeo. Perché qui non è in discussione un volto o un programma, ma il modo stesso in cui Mediaset ha raccontato il potere. E la discontinuità di quel racconto che ora sarà necessariamente chiamata ad affrontare.
Alfonso Signorini non era solo un conduttore o un giornalista vicinissimo alla famiglia di Arcore. Era una funzione che incarnava un ruolo fondante, quello di raccontare il potere come sentimento, la politica come costume, l’opacità come intimità innocua, tutto ricondotto a salvaguardare l’aura di integrità dei suoi padroni. Che peraltro lo ricompensavano del lavoro condividendo con lui i loro segreti. La sua narrazione non serviva a difendere Mediaset dagli attacchi, ma a evitare che certi attacchi prendessero forma. Mentiva, ma più spesso addolciva. Non indagava, normalizzava. Trasformava il conflitto in feuilleton e la responsabilità in serialità patinata.
Chi non è mai stato un semplice settimanale di costume
In questo schema Chi non è stato un semplice settimanale di costume, ma l’infrastruttura editoriale del sistema. Il luogo dove la narrazione veniva testata, raffinata e resa permanente. Chi ha svolto un compito cruciale: spostare il baricentro del racconto dal fatto alla relazione, dall’atto al sentimento, dalla responsabilità pubblica alla comprensione privata. Non un giornale che raccontava il potere, ma uno spazio che lo depotenziava nell’apologia di una storia familiare additata come esemplare.
Dentro Chi la famiglia Berlusconi non appariva mai come centro di un sistema di influenza, ma come saga affettiva permanente, esposta ma non vulnerabile, mai messa in discussione. Era il cuore morbido di Mediaset: non informazione, ma ambientazione. Un settimanale che non costruiva notizie, ma contesti emotivi in cui le notizie venivano depotenziate.
Chiunque proponeva una contro-narrazione era un «povero comunista»
Quel sistema ha retto finché il berlusconismo mediatico ha potuto permettersi un privilegio raro: essere narrato sempre dall’interno con indulgenza, l’epopea di una famiglia come esempio virtuoso che esibiva i suoi modelli comportamentali in chiave emulativa. Un racconto dotato di una forza evocativa tale da rendere irrilevante qualsiasi contro-narrazione, sempre respinta come astio, pregiudizio o ossessione ideologica di chi restava irriducibilmente un «povero comunista».
Se è bastato il detonatore Corona, significa che l’architettura era già logora
L’irruzione di Fabrizio Corona ha fatto saltare tutto non perché abbia portato verità definitive – Corona non è un testimone, è un detonatore – ma perché ha mostrato la fragilità del meccanismo. In due puntate del suo Falsissimo ha fatto più danni all’impianto simbolico di Mediaset di quanto non siano riusciti a fare trent’anni di opposizione politica e critica culturale. Non perché sia più credibile, ma perché parla lo stesso linguaggio del sistema cui appartiene geneticamente, solo senza il filtro dell’ipocrisia. E quando basta una voce borderline per provocare il collasso, significa che l’architettura era già logora. Il confine tra informazione, confidenza e spettacolo era evaporato da tempo. Restava solo un cortocircuito buono a coprire l’immagine di un gruppo che d’altro canto aveva trovato nello scudo della politica un riparo ai suoi affari.
Fabrizio Corona al Palazzo di Giustizia di Milano per l’interrogatorio, da lui richiesto, nell’inchiesta che lo vede indagato per revenge porn, sulla base della denuncia di Alfonso Signorini (foto Ansa).
La domanda più scomoda per Marina e Pier Silvio: che cosa fare adesso?
Qui sta il vero problema per Marina e Pier Silvio. Non possono limitarsi a una presa di distanza rituale né a un sacrificio simbolico. Signorini non è stato una figura accessoria, è stato un pilastro. E Chi non è stato un semplice contenitore, ma il luogo dove quella grammatica è diventata senso condiviso. Rinnegarli implica spiegare perché erano centrali. Ma soprattutto costringe a rispondere alla domanda più scomoda: che cosa fare adesso?
Il vecchio frame è imploso, ma il nuovo non esiste ancora
Mediaset da questa vicenda non patisce soltanto una crisi d’immagine. Si trova improvvisamente a dover fare i conti con un vuoto di racconto. Il vecchio frame fatto di affetti amorevoli, leggerezza e assoluzione preventiva, è imploso. Ma il nuovo non esiste ancora. E inventarlo significa rinunciare a un’abitudine profonda: usare il racconto come protezione. Accettare che l’informazione non sia più carezza, ma attrito. Che la credibilità non si costruisca con il silenzio, ma con una discontinuità visibile.
Quell’epoca dell’epopea sentimentale ormai è finita
Il punto non è ripulire Mediaset, come se fosse solo una questione cosmetica. È decidere se restare in un ambiente protetto, dove le domande entrano solo se innocue, o diventare un’azienda normale: esposta, discutibile, giudicabile. Passare da media che assolve a media che regge il conflitto. Il sistema Signorini non è caduto per colpa di Corona. È caduto perché apparteneva a un’epoca in cui il potere poteva ancora permettersi di essere raccontato come epopea sentimentale. Quell’epoca è finita.
Una foto di Silvio Berlusconi coi figli (manca Barbara) e nipoti su Chi.
Ora i Berlusconi hanno davanti una scelta che non riguarda solo il destino di un volto televisivo o di un settimanale di gossip, ma la natura stessa di Mediaset: possono continuare a gestire l’eredità del padre, smussandola ed edulcorandola come sin qui fatto, o accettare che crescere significhi, finalmente, rinunciare all’indulgenza.
C’è il sovranismo alimentare, quello semplice, digeribile, da scaffale del supermercato. Il suo cantore è Matteo Salvini, che per anni ha riempito i social di selfie masticanti: qualunque cosa, purché rigorosamente prodotta entro i confini del sacro suolo. Una di queste esternazioni riguardava la Nutella, orgoglio tricolore delle cioccolate spalmabili, conquistatrice dei mercati globali. Un’ode piena alla Ferrero, salvo poi storcere il naso davanti alla rivelazione blasfema: per produrla, la multinazionale di Alba usa anche nocciole turche. Elogio del made in Italy, ma con riserva. Patriottismo a scadenza, da etichetta nutrizionale.
Matteo Salvini (foto Ansa).
Dipende sempre da cosa globalizzi: se sono i giornali va bene
Oggi quel sovranismo si è fatto adulto, cosmopolita, con frequentazioni migliori. Il turbamento per le nocciole dell’Anatolia è un ricordo sbiadito. E infatti Salvini plaude senza esitazioni all’iniziativa dell’imprenditore greco che vuole comprare la Repubblica. Evidentemente la globalizzazione, anche quella editoriale, non è più una minaccia, ma una risorsa. Dipende sempre da cosa globalizzi: se sono i giornali va bene, se sono gli ingredienti un po’ meno. La coerenza non è obbligatoria, la tracciabilità nemmeno.
L’editoria italiana sembra un rutilante gioco di società
Nel frattempo, mentre l’armatore greco finalizza lo sbarco a Roma, l’editoria italiana assume l’aspetto di un rutilante gioco di società. Entra in scena Leonardo Maria Del Vecchio, deciso a fare sul serio. Il progetto è ambizioso: mettere le mani su Gedi. Ma la porta è già chiusa. Exor ha concesso l’esclusiva a Theo Kyriakou, che fa di tutto per mostrarsi all’altezza dell’acquisto (si tratta pur sempre del secondo e del quarto quotidiano italiano) rischiando però di strafare. Succede quando si lancia in un peana sulla stabilità del Paese e del governo che lo guida, proprio mentre la Repubblica e La Stampa ne sono fieramente antagoniste. Dettagli, evidentemente.
Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).
Del Vecchio però non è tipo da tornare a mani vuote. Incassato il no torinese, cambia tavolo, cambia musica, ma resta nel locale dove evidentemente destra o sinistra per lui pari sono. Compra una quota di minoranza del Giornale da Paolo Berlusconi. Ma la minoranza è spesso una posizione strategica: non comandi e non governi, ma orienti e talvolta suggerisci. È il potere soffuso, quello che non finisce nei titoli ma pesa nelle riunioni di redazione. A suggellare l’operazione arriva l’intesa con gli Angelucci, che del Giornale detengono la maggioranza. Più che editori, la famiglia romana è un ecosistema stabile della destra editoriale.
Antonio Angelucci (foto Imagoeconomica).
Riffeser, presidente della Fieg, non crede più nel settore che rappresenta
E siccome l’appetito viene mangiando, Del Vecchio presenta anche un’offerta per i quotidiani di Andrea Riffeser, altro nome che difficilmente verrebbe scambiato per un campione del progressismo. Riffeser, tra l’altro, è anche presidente della Fieg, la Confindustria degli editori. Se vuol vendere evidentemente non crede nemmeno lui nel settore che rappresenta. Anche questi dettagli, evidentemente. A questo punto il disegno è chiaro: non una concentrazione industriale, ma una mappa politica. Non una linea editoriale, ma una ideologica linea Maginot.
Andrea Riffeser, presidente della Fieg (foto Imagoeconomica).
La domanda non è più chi compra cosa, ma perché
Se è così, la domanda non è più chi compra cosa, ma perché. E la risposta resta sempre la stessa: perché i giornali non servono più a informare, ma a posizionare. Sono badge di accesso, strumenti di relazione, leve di trattativa. Non li si compra per leggerli, ma per esserci. Come in certi club dove conta poco di cosa si parla, molto chi è seduto al tavolo. Il risultato è un sovranismo editoriale a geometria variabile: nazionale quando conviene, internazionale quando serve, ideologico quando rassicura. Un sovranismo che non difende confini, ma interessi, che non teme lo straniero, ma l’irrilevanza. E che, alla fine, non si chiede più da dove arrivino le nocciole, purché il barattolo resti saldamente nelle mani giuste.
La scena si ripete ormai con una regolarità che delinea un fenomeno: ogni volta che un fatto scivola fuori dal perimetro del dicibile, ossia ciò che è consentito raccontare senza pagare pegno, a parlare sono i social, mentre i media tradizionali tacciono. Non per pudore, né per improvvisi scrupoli deontologici. Ma perché intervenire significherebbe disturbare un equilibrio di relazioni, conoscenze e convenienze che rischierebbe di ritorcersi contro. È accaduto con la violenta campagna condotta da Fabrizio Corona contro Alfonso Signorini: accuse pesanti di abuso di potere, chat esibite come prova, un sottotesto che richiama il baratto più antico dello show business, sesso in cambio di lavoro e notorietà.
Un’immagine di Fabrizio Corona – Io Sono Notizia, la docuserie in cinque episodi, in arrivo su Netflix.
Toccherà alla magistratura, e alle immancabili querele, il compito di stabilire se Corona dica il vero o se stia semplicemente recitando l’ennesimo numero da fustigatore morale a gettone. Il punto è un altro. Ed è più scomodo perché mette in crisi un intero ecosistema: la frattura ormai strutturale tra l’informazione tradizionale e quella che viene generata e prospera sulle piattaforme. Una divaricazione che non è più solo tecnologica, ma culturale, etica, persino antropologica.
Per i giornali il costo potenziale supera qualsiasi beneficio
Le clip di Corona nascono su YouTube, migrano su Instagram e TikTok, vengono sezionate, criticate, difese, rilanciate. Vivono di commenti, reazioni, polarizzazioni. I giornali invece, salvo rarissime eccezioni, scelgono di ignorare: non riportare, non citare, non approfondire. Nemmeno rifugiarsi nella formula pigra del caso diventato virale sul web. E non perché manchino gli elementi narrativi che al contrario abbondano, ma perché il costo potenziale supera qualsiasi beneficio.
Alfonso Signorini fuori dalla casa del Grande Fratello Vip (foto Ansa).
L’autocensura, la forma più elegante e ipocrita del silenzio
Querele, inserzionisti, rapporti di filiera, incroci di interessi: l’editoria è diventata un esercizio quotidiano di sopravvivenza dentro un settore i cui numeri sono in drammatica contrazione. Da qui nasce l’autocensura, la forma più elegante e ipocrita del silenzio. Non servono telefonate intimidatorie: basta attenersi alle tacite regole che sovrintendono al mercato editoriale. Chi scrive le conosce, e chi dirige un giornale ancora meglio.
L’informazione ha rinunciato al conflitto per preservare se stessa
Ed è proprio in questo spazio lasciato vuoto che si infilano figure come Corona, che non sono giornalisti ma nemmeno semplici provocatori. Sono sintomi della metamorfosi in atto. Occupano il territorio abbandonato da un’informazione che ha rinunciato al conflitto per preservare se stessa. Quando Corona rivendica di fare vera informazione mente. Ma non quando dice che oggi i giornali certe cose non se le possono più permettere. Non perché siano false, ma perché incompatibili con il sistema di relazioni che ne garantisce la sopravvivenza.
Fabrizio Corona in tribunale a Milano (foto Ansa).
Corona gioca apertamente su questa frattura. Si nutre del silenzio dei media tradizionali per accreditarsi come l’unico che osa parlare, l’unico non condizionato da editori, pubblicità, equilibri di palazzo, amichettismi. È una narrazione interessata, ma efficace. E soprattutto resa credibile dall’esiguità di voci alternative.
Non è libertà contro responsabilità, è esposizione contro protezione
Il risultato è paradossale. Le piattaforme, nate come luoghi del rumore, diventano sedi di discussione pubblica. I giornali, nati per illuminare, scelgono l’ombra. Non è libertà contro responsabilità, come piace raccontarsi nelle redazioni. È esposizione contro protezione. I social non hanno capitale relazionale da difendere. I giornali sì. E lo fanno restringendo il campo d’intervento.
Se nessuno è del tutto innocente, nel silenzio tutti sono complici?
Il caso Corona pone una domanda che comprensibilmente crea più di un imbarazzo: se le accuse toccano il nervo scoperto del potere opaco, trasversale, che governa carriere e ambizioni, perché per l’informazione tradizionale è diventato quasi impossibile anche solo nominarlo? Forse perché quel nervo attraversa anche le redazioni, gli uffici stampa, i salotti televisivi dove tutti si conoscono e dove, proprio perché nessuno è del tutto innocente, nel silenzio tutti sono complici?
Alfonso Signorini (foto Imagoeconomica).
Luoghi meno presentabili ma meno permeabili ai condizionamenti
Difficile dire se siamo all’inizio di un #MeToo all’italiana. Intanto però siamo davanti a qualcosa di più rivelatore: la certificazione che il racconto del potere si è spostato altrove, in luoghi meno presentabili ma meno permeabili ai condizionamenti. Non è una buona notizia. Ma è una notizia. E il fatto che a darla siano gli algoritmi, mentre i giornali abbassano lo sguardo, dice molto sullo stato dell’informazione. E forse ancora di più sul sistema che dovrebbe raccontare.
Dopo grandi tira e molla, fatti di vani tentativi di trovare qualche banca che se lo comprasse, lo Stato vende poco meno della metà della sua quota nel Monte dei Paschi. Lo ha deciso per il disperato bisogno di fare cassa, anche se i proventi dalla cessione di asset pubblici dovrebbero andare a riduzione del debito e non a ingrossare la spesa corrente. Ma anche per battere un colpo dopo aver annunciato un ambizioso piano di privatizzazioni che sulla carta dovrebbe fruttargli una ventina di miliardi. Ovviamente saranno molti di meno.
Lo Stato non porterà a casa i 9 miliardi investiti
Alla fine però la sua uscita dalla banca senese sarà comunque in perdita, nel senso che mai il Mef, titolare delle azioni, porterà a casa i 9 miliardi e passa che vi aveva investito per tenerla in piedi. Ma chi si accontenta gode, anche se ci sarebbe da fare un ragionamento sul come mai all’estero, soprattutto in America, i salvataggi dei grandi istituti di credito da parte dei governi si sono spesso trasformati in un lucroso affare.
Rocca Salimbeni, sede di Monte dei Paschi di Siena (Imagoeconomica).
Ita giace spersa nella terra di nessuno
Il Mef ha rotto gli indugi quando ha capito, nonostante le numerose proroghe generosamente concesse da Bruxelles, che un’altra banca italiana che si prendesse sulle spalle Mps non la avrebbe mai trovata. E l’idea del terzo polo da affiancare a Intesa e Unicredit sarebbe rimasta al palo. La banca guidata da Andrea Orcel, per lungo tempo l’indiziato numero uno all’acquisto, aveva giustamente preteso una dote importate, specie dopo quella che era stata data a Intesa quando rilevò le popolari venete sull’orlo della bancarotta. Significava un esborso di altri 4/5 miliardi da aggiungere ai capitali già profusi. Troppo anche per chi non vedeva l’ora di togliersi la grana senese e dedicarsi alle altre, ossia la privatizzazione di Ita, che al momento giace spersa nella terra di nessuno (in realtà un protettorato francese) dell’Antitrust europeo.
Su Tim il Mef dovrà scucire altri 2 miliardi
E infine Tim, perché la pubblicizzazione della rete dell’ex monopolista dei telefoni era un caposaldo del programma del centrodestra una volta entrato a Palazzo Chigi. Solo che per fare l’operazione, su cui dopo la decisione di vendere a Kkr pesa l’incognita dei soci francesi, il Mef dovrà scucire altri 2 miliardi. Insomma, soldi che entrano e soldi che escono, con il saldo ahinoi pesantemente negativo (si pensi solo alla quantità di denaro pubblico pompato nelle casse della spompatissima Alitalia/Ita).
Nelle mani dei fondi stranieri di private equity
Sono tutte operazioni che celano grandi ambizioni, ma che si devono scontrare con l’endemica penuria di risorse che un debito pubblico destinato a sfondare la soglia dei 3 mila miliardi brucia con voracità. Tradotto: il governo vorrebbe essere parte attiva nella creazione di campioni industriali nazionali, ma per farlo deve mettersi nelle mani dei fondi stranieri di private equity che i soldi sì ce li mettono, ma se li fanno pagare cari. La vicenda Autostrade, ma anche quella di Open Fiber che ha appena chiesto alle banche altri 2 miliardi, e quella di Tim sono lì a mostrare che i fondi sono tutt’altro che enti benefici felici di compiacere Giorgia Meloni, Giancarlo Giorgetti e compagnia cantante. Infatti sul capitale investito impongono rendimenti che sfiorano le due cifre. Quindi i governi, e non solo questo così fieramente sovranista, sono costretti a fare buon viso a cattivo gioco. Del resto nella sua lungimiranza il vecchio Enrico Cuccia lo aveva profetizzato che meglio non si poteva: per il fondatore di Mediobanca l’Italia era un Paese pieno di capitalisti e di aziende senza capitali. Che è esattamente la situazione con cui Palazzo Chigi deve fare in conti adesso.
Destino cinico e baro. Era un momento di bonaccia, tutti alle prese con i propri guai, la politica col premierato e relativi litigi, la finanza con la partita Tim di cui ancora non si riesce a scrivere il finale, fatto sta che di Cdp si erano dimenticati un po’ tutti. Compreso il suo amministratore delegato, quel Dario Scannapieco che sta tenendo un profilo bassissimo, e che nell’ultima uscita pubblica veniva ritratto mestamente accoccolato all’ombra della mole larger than life di Fabrizio Palenzona, vecchia volpe che ha attraversato indenne molte ere geologiche dell’italica finanza. E sul quale forse il banchiere ex Bei punta per prolungare la sua permanenza alla guida della Cassa, pur sapendo che se te lo ritrovi in casa anche se presidente non tocchi più palla.
Fabrizio Palenzona (Imagoeconomica).
Un articolo censurato internamente ma rimbalzato su siti e social
Questo è il momento buono, devono aver pensato in via Goito, per piazzare una paccata di miliardi di obbligazioni con tanto di relativa sontuosa campagna pubblicitaria, che oltretutto sarebbe venuta buona nel momento in cui i giornali avrebbero ricominciato a occuparsi di Cassa depositi e prestiti che, assieme a Ferrovie, costituisce il boccone più ghiotto delle nomine di aprile 2024. Invece ci ha pensato il Foglio di sabato 18 novembre a rovinare il fine settimana di Scannapieco e co., con un articolo sapientemente perfido, che l’affollato ufficio comunicazione (sono più di 60 persone, un paradosso per una gestione che all’inizio del suo mandato teorizzava il fatto che Cassa non dovesse comunicare) ha pensato bene di rimuovere dalla rassegna stampa interna, ignaro del fatto – imperdonabile errore di valutazione – che ci avrebbero pensato siti e social, anche quelli ironia della sorte beneficiati dai suoi investimenti pubblicitari, a farlo rimbalzare ovunque mostrando l’inutilità della grottesca censura.
Dario Scannapieco (Imagoeconomica).
Palazzo Chigi, Mef e le Fondazioni vogliono mettere il becco su Cdp
Così sono stati riportati al centro della scena i destini dell’ente che dovrebbe essere il perno della politica industriale dei governi. Ossia l’ineludibile scadenza di primavera, dove le rondini del potere vorrebbero nidificare, in una sfida che si preannuncia sapida e intricata. Perché sugli assetti di Cdp sono in tanti a mettere becco: Palazzo Chigi, Mef, le Fondazioni, e tutte con idee e uomini alcuni in cerca d’autore, altri invischiati in una matassa di relazioni che sovente cozzano tra di loro. Scannapieco in questi mesi ha cercato in tutti i modi di ingraziarsi Giorgia Meloni intrecciando solide relazioni con Giovanbattista Fazzolari, spugna per gli amici, uno che da sempre tiene il posto fisso nel suo cuore. Non importa che la vicenda Tim e la decisione di vendere la rete agli americani di Kkr se la sia gestita il capo di gabinetto Gaetano Caputi senza che Cdp venisse filata di pezza.
Giovanbattista Fazzolari con Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Al Tesoro piace Turicchi, occhio però anche al banchiere Daffina
Invece il ministero dell’Economia, cui spetta la nomina dell’ad e che vede l’attuale numero uno come Superman la criptonite, punta le sue carte su Antonino Turicchi, sempre che si riesca a risolvere per tempo la sfinente vicenda Ita, di cui è presidente, che somiglia alla tela d Penelope, con l’Antitrust di Bruxelles impegnato a disfare di notte ciò che le controparti intessono di giorno. Ma la lista dei pretendenti è molto più lunga: c’è anche Alessandro Daffina, banchiere Rothschild e cuore a destra fin dai tempi della sua giovinezza (suo fratello Antonio, attivista della sezione Parioli del Fronte della Gioventù, eseguì l’autopsia sul corpo di Nanni De Angelis, figura di riferimento nel pantheon meloniano, ucciso dalla polizia).
Antonino Turicchi, presidente di Ita (Imagoeconomica).
E buone possibilità ha pure Stefano Donnarumma, il più gettonato per le nomine di aprile 2023, alla fine rimasto inopinatamente a bocca asciutta. Non gli hanno dato Enel, come si pensava, e gli hanno tolto anche Terna dove stava, dovendo fare tassativamente posto a un’amica della sorella della premier.
Stefano Donnarumma (Imagoeconomica).
Ce n’è abbastanza per capire che la partita sui vertici di Cassa sarà l’ennesimo capitolo della rivalità tra Fratelli d’Italia e Lega, che tra l’altro arriverà a maturazione alla vigilia delle elezioni europee, quindi con i due partiti impegnati a darsele di santa ragione. Scannapieco, che ha subito il peggior scorno che può toccare a una manager pubblico, cioè essere nominato da un governo e poi dover fare i conti con un altro, confida di essere stato annesso nel novero della ristretta cerchia meloniana: dio patria famiglia, ma anche famigli. I dirigenti di Cassa non la pensano così e già stanno cercando di riposizionarsi altrove sconfessando in parole e azioni il loro attuale dante causa. Onestamente, non ce la sentiamo di dar loro torto.
Coldiretti, che per mano del suo presidente Ettore Prandini voleva prendere a ceffoni i mansueti Riccardo Magi e Benedetto Della Vedova che protestavano contro la legge che vieta produzione e uso delle carni coltivate, è la comfort zone dei Fratelli d’Italia e della sua leader Giorgia Meloni. Un rapporto talmente organico che spesso se ne confondono i confini, tale è la contaminazione di idee, uomini e battaglie identitarie nel nome del sovranismo alimentare. Il sindacato dei contadini è un esercito con oltre 1,6 milioni di iscritti, e dai tempi della Dc è sempre stato un formidabile serbatoio di consenso per chi governava o aspirava a farlo. È chiaro dunque che qualunque inquilino di Palazzo Chigi debba tenerne in massimo conto le istanze, coccolarlo e magari aizzarlo nel momento in cui ha bisogno di maggior sostegno.
Carne coltivata, rissa sfiorata davanti Palazzo Chigi tra i deputati di #PiùEuropa Riccardo #Magi e Benedetto #DellaVedova e il presidente di Coldiretti Ettore Prandini. I due parlamentari erano lì per manifestare contro il provvedimento che introduce il divieto di carne… pic.twitter.com/ksQKlXFYTv
Lollobrigida non sarebbe ministro senza Coldiretti
Per contro, chi nell’esecutivo si occupa delle sorti dell’agricoltura deve essere il portato di una nomina condivisa con l’organizzazione. Per intenderci, Francesco Lollobrigida non sarebbe diventato ministro solo in forza del fatto di essere cognato della premier se il suo rapporto con Coldiretti non fosse stato di amorosi sensi. Tant’è che giovedì, dopo aver tiepidamente criticato il minaccioso agitar di mani di contro i due ex Radicali, si è poi subito allineato alla teoria giustificazionista della provocazione evocata dal riottoso Prandini. Niente e nulla può incrinare la consustanzialità tra Coldiretti e governo che deve essere totale, senza alcun distinguo.
Francesco Lollobrigida con Ettore Prandini (Imagoeconomica).
Un rapporto che Fratelli d’Italia ha sottratto all’egemonia della Lega
Sono molti i segnali che indicano la granitica solidità del rapporto. Per esempio il fatto che all’indomani delle Politiche del 2022, con i voti ancora caldi nelle urne, Meloni si sia precipitata al Villaggio Coldiretti di Milano ringraziare/omaggiare l’organizzazione firmando la loro petizione contro il cibo sintetico. Una visita che si è ripetuta uguale un anno dopo, allo stesso evento stavolta però ospitato nella cornice romana del Circo Massimo. E con lo stesso mantra: difendere l’eccellenza dell’italico mangiare dal rischio omologazione e la minaccia delle multinazionali e che a suon di ogm lo vogliono snaturare. Ma soprattutto difendere un rapporto che Fratelli d’Italia non può consentirsi di perdere, dopo averlo sapientemente sottratto all’egemonia della Lega e del suo segretario, ossia il partito che dai tempi della rivolta dei Forconi ne costituiva il naturale megafono, e che solo dopo una ferocia trattativa durante la composizione del governo si è rassegnato a lasciare l’Agricoltura nelle mani degli alleati rivali. Grossa perdita. Perché non c’è organizzazione sindacale, dalla trimurti confederale a Confindustria, il cui peso e relativo potere di rappresentanza sia così forte. C’è persino chi arriva a dire che senza Coldiretti dalla propria parte non si governa il Paese. Se poi a questa si aggiungono tassisti e balneari, chi siede Palazzo Chigi sta in una botte (vino italiano, ovviamente) di ferro.
Giorgia Meloni alla fiera di Coldiretti (Imagoeconomica).
Quando le grandi battaglie finanziarie si incrudeliscono, ci sono uomini che danno il meglio di sé, rivelando doti fino a quel momento nascoste. Ce ne sono altri che invece rivelano, per citare quella che fu la fortunata rubrica di un noto settimanale, il loro lato debole. Prendi la vicenda Tim, i cui incerti destini stanno tenendo banco da oltre un anno, complice un governo dove l’elevata schiera di ministri e sottosegretari che hanno voluto metterci becco ha creato una babele. E un azionista di riferimento, Vivendi, che di mosse incomprensibili ne ha fatte, inclusa quella di ritirare i suoi rappresentanti dal consiglio d’amministrazione salvo poi cercare di condizionarlo dall’esterno con una campagna acquisti (sia detto in senso puramente metaforico) che non ha dato i frutti sperati, se è vero che nella decisione di vendere la rete agli americani di Kkr, cosa che i francesi hanno sempre visto come l’aglio i vampiri, s’è ritrovata dalla sua parte solo tre consiglieri rispetto agli 11 che gli hanno votato contro.
Bolloré e soci impantanati anche sul fronte Mediobanca e Mediaset
Insomma, qualcosa non ha funzionato. Premesso che è difficile per chiunque muoversi in un Paese che non è il tuo, Vincent Bolloré e soci non hanno fatto tesoro della passata esperienza che ha visto i loro obiettivi sviliti per ben due volte, prima in Mediobanca e poi in Mediaset, dove sono tuttora impantanati senza che alle viste ci sia un onorevole e non oneroso disimpegno. E anche gli uomini su cui avevano puntato per difendere le loro ragioni in cda, o sono caduti sotto la controffensiva del governo, vedi l’ex capo dell’Aise Luciano Carta, mossa che nelle intenzioni avrebbe dovuto ammorbidire l’ostilità di Palazzo Chigi che però al generale ha sbarrato la strada. O sono passati dalla parte nel nemico e nel momento cruciale hanno voltato le spalle. Come ha fatto l’ineffabile Massimo Sarmi, manager di lunghissimo corso, di cui nella carriera non si contano, tanti sono, gli incarichi svolti.
Massimo Sarmi (Imagoeconomica).
Per Sarmi un posto in cda e la presidenza di FiberCop
Era soprattutto a lui che Vivendi aveva affidato la difesa delle sue ragioni, prima favorendo il suo ingresso nel cda al posto del suo candidato dimessosi. Poi, per dimostrare quanto fosse per loro importante, dandogli la presidenza di FiberCop, la società che possiede le chiavi della rete secondaria. Il 75enne Sarmi poteva vantare anche un pedigree politicamente corretto per i tempi che corrono, visto che da sempre il suo cuore batte forte a destra. In teoria aveva dunque tutte le caratteristiche per essere abile e arruolabile sotto le insegne d’oltralpe.
Massimo Sarmi col ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso (Imagoeconomica).
Il doppio salto carpiato in cambio di una poltrona di indubbio prestigio
Ma poi ci sono gli uomini con le loro ambizioni, e con quelle è difficile fare i conti a tavolino. Fatto sta che nel momento cruciale, quello in cui era chiamato a schierarsi con i suoi dante causa francesi, con un doppio salto carpiato il manager è passato dall’altra parte. Si dice che governo e Kkr non ci abbiano messo molto a fargli cambiare idea, promettendogli la presidenza della nuova società che gestirà, una volta scorporata, la rete. Una poltrona in più delle cento su cui si è seduto, ma di indubbio prestigio e visibilità. Di sicuro maligne insinuazioni che l’interessato respingerà con sdegno. Ci saranno sicuramente nobili ragioni alla base della sua giravolta, sulle quali però solo lui può illuminarci.
Si sta dando un gran da fare l’amministratore delegato di Ita AirwaysFabio Lazzerini. Per portare a buon fine la vendita a Lufthansa? Speriamo di sì, visto che tra quando si chiamava ancora Alitalia e la nuova compagnia nata dalle sue ceneri i contribuenti italiani hanno visto bruciare oltre 13 miliardi dei loro soldi per tenerla in piedi. Lazzerini non fa solo questo, ma anche altre cose. Per esempio querelarci perché si è sentito diffamato da alcuni articoli che denunciavano una certa chiamiamola freddezza nel liberare lo Stato italiano, che controlla Alitalia-Ita al 100 per cento, dell’oneroso fardello.
L’amministratore delegato di Ita Fabio Lazzerini (Imagoeconomica).
Le intercettazioni e l’ipotesi di spionaggio illegale
Cosa dice nella sua querela, cui alcuni giornali e siti hanno dato conto? In soldoni che avremmo agito in combutta con l’ex presidente Alfredo Altavilla per scrivere male di lui. Per avvalorare la sua tesi acclude una serie di intercettazioni di alcuni dirigenti, di cui il Garante della Privacy sta indagando per possibili attività di spionaggio illegale in cui sembrerebbe avere un ruolo rilevante l’ad stesso, in cui accusa Tag43 e chi lo dirige di essere stato al soldo dell’ex presidente: 25 mila euro il prezzo pagato per il servizio reso. Senza dimenticare la famosa registrazione della riunione del board aziendale su cui penderebbe una denuncia penale sempre a carico dell’ad.
Fabio Lazzerini e Alfredo Altavilla (Imagoeconomica).
Quei 25 mila euro? Regolare contratto col centro media di Ita
Ma si sa, ormai nessuno più verifica niente e dunque tutti a prendere per buona l’insinuazione sul fatto che il nostro sito sarebbe prezzolato. Peccato, perché non occorreva un grande sforzo investigativo per scoprire che quei soldi erano l’ammontare del contratto per inserzioni pubblicitarie display da noi sottoscritto e totalmente intermediato dalla nostra concessionaria di allora, Newsonline, e Mindshare, il centro media di Ita. E che una successiva decisione della compagnia di ridurre il budget pubblicitario ha tagliato di un buon terzo la cifra da noi incassata. Tutto regolare, tutto tracciato e pronto a essere esibito a chiunque ce ne faccia richiesta. Bastava farsi dare dal centro media i fogli excel che documentano fino all’ultimo euro le transazioni, invece l’ad di Ita ha preferito definire quell’accordo una consulenza di 25 mila euro pagata «per una non meglio specificata collaborazione annuale». Ma la sua natura era specificata, specificatissima: doveva solo chiedere ai suoi numerosi consulenti e collaboratori e avrebbe trovato contezza del rapporto.
Ita è la compagnia nata dalle ceneri di Alitalia (Imagoeconomica).
Abbiamo scritto oltre 30 articoli sulla privatizzazione
Noi però immaginiamo l’obiezione di Lazzerini: quell’accordo pubblicitario era il prezzo chiesto da Altavilla per scrivere articoli che mettessero l’ad in cattiva luce. Se davvero lo pensa, Lazzerini non deve avere una grande considerazione di noi. Abbiamo scritto oltre 30 articoli sulla tribolata vicenda della privatizzazione di Ita, e quando Lufthansa e Msc fecero cordata offrendo quasi 1 miliardo di euro per rilevarla abbiamo sostenuto in tutti i modi possibili che di fronte a quell’offerta portata su richiesta di Palazzo Chigi da Altavilla, il Mef avrebbe dovuto non aspettare neanche un secondo per accettarla. Si liberava dell’80 per cento della compagnia, non avrebbe più dovuto pompare capitale (cioè soldi dei contribuenti) nelle sue casse. Invece, inspiegabilmente – ma noi qualche idea nel merito ce la siamo fatta – quell’offerta non è stata presa in considerazione e si è deciso di dare l’esclusiva a quella fantomatica del fondo Certares – che tra l’altro dialogava con Lazzerini, il quale non aveva deleghe in materia – che lasciando allo Stato la maggioranza delle azioni era infinitamente meno conveniente.
Lufthansa ha rilevato il 41 per cento di Ita Airways (Imagoeconomica).
L’accordo rimandato e altri 650 milioni messi dal Mef
Come è finita è cronaca recente. L’inconsistente Certares è uscito di scena, e il Mef è tornato sui suoi passi richiamando Lufthansa, non la Msc di Gianluigi Aponte, che sentitosi preso in giro si era chiamato fuori dalla partita. Il 25 maggio l’accordo in base al quale i tedeschi rilevano il 41 per cento della compagnia per 325 milioni è fatto, anche perché non c’erano altri compratori e Ita di questo passo avrebbe presto portato i libri in tribunale. Nel frattempo il Mef, facendo passare tempo, ha messo dentro altri 400 milioni per tenere in piedi la baracca e ne metterà altri 250.
Perché nel luglio del 2022 Lazzerini si è messo di traverso a un’offerta da 960 milioni che avrebbe finalmente tolto dalle spalle dei contribuenti il fardello Alitalia-Ita?
Ora Lazzerini, che generosamente ci ha sopravvalutato considerandoci autori di un complotto ai suoi danni, che era ad di Ita quando Msc-Lufthansa presentarono la prima offerta e lo è tutt’oggi, dovrebbe avere la bontà di rispondere a una domanda che molto interessa anche all’erario: perché nel luglio del 2022 si è messo di traverso a un’offerta da 960 milioni che avrebbe finalmente tolto dalle spalle dei contribuenti il gravoso e prolungato sostegno della compagnia e meno di un anno dopo non ha battuto ciglio di fronte a un’offerta che lascia la maggioranza allo Stato e di fatto porta nelle casse di Ita solo 75 milioni?
Gianluigi Aponte di Msc Crociere (Imagoeconomica).
La vicenda dei versamenti alla True Italian Experience
In questi mesi un po’ di risposte sono già state date, come per esempio l’accordo proposto e voluto da lui, anche opponendosi al volere del Consiglio di amministrazione, con True Italian Experience (Tie). Una società vicina al mondo della Cgil che fa capo a Gianni Prandi, il comunicatore di Maurizio Landini. A fronte di 0 (zero) ricavi, Ita ha versato nelle casse di Tie 4,5 milioni. E se non fosse intervenuto il cda minacciando verso l’ad l’intervento della Corte dei conti, Ita avrebbe versato a Tie 15 milioni di euro fino al 2025. Come mai risulterebbe ancora attivo l’accordo di rete tra Tie e la compagnia nonostante le chiare indicazioni del cda di chiudere ogni rapporto?
L’invito al Forte Village organizzato da Ita.
Viaggio estivo in Sardegna: una gestione che non bada a spese
E per ultimo, ma solo in ordine di tempo, non era ancora stato firmato l’accordo definitivo per il passaggio di Ita nelle mani di Lufthansa che la compagnia con un invito a firma Lazzerini ha organizzato un viaggio estivo. «Due giorni indimenticabili nella prestigiosa cornice del Forte Village» in Sardegna, come riferisce lo stesso invito di Ita strettamente personale e valido per due persone per il fine settimana del 16-18 giugno. Non è noto chi siano stati gli invitati, ma è certo che nella sua gestione di Ita Lazzerini non badi a spese. Anche a dispetto del fatto che fino a pochi giorni fa fosse una società interamente controllata dal Mef, quindi di tutti i contribuenti italiani, compreso l’ex personale Alitalia. Chi è allora il problema: noi che abbiamo sostenuto a spada tratta l’offerta Msc-Lufthansa che ci avrebbe liberato di un incubo che dura da decenni e ci è costato l’importo di una finanziaria o Lazzerini e con lui chi dirigeva allora il Mef che lo hanno fatto saltare?
Ritorna Lettera43. Nell’editoriale di commiato dalla sua precedente vita chiudevamo dicendo che non di addio si trattava, ma di un arrivederci. Sono passati tre anni. Tanti, forse troppi. Di mezzo c’è stato il Covid e il venir meno di alcuni potenziali compratori hanno ritardato la ripartenza. Nel frattempo, maggio del 2021, abbiamo creato Tag43. Nelle intenzioni un ponte che il prima possibile ci avrebbe dovuto riportare là dove avevamo cominciato.
Lettera43, un’identità editoriale che il mercato apprezzava
Lettera43 aveva chiuso dopo 10 anni di vita (debuttammo nell’ottobre 2010) pur forte di un archivio sterminato di articoli, molti dei quali su episodi importanti della storia recente, un’identità editoriale che il mercato ci riconosceva e, viste le mumerose reazioni di rammarico all’annuncio della chiusura, apprezzava. Per ricominciare abbiamo dovuto aspettare che il vecchio editore mettesse in liquidazione la testata. In più, cosa che ci ha sorpreso non poco, combattere in un’asta competitiva per riprendercela. Ma sarebbe stato un peccato lasciare andare tutto.
La nostra filosofia: molti retroscena, attenzione agli intrecci di potere e alle zone d’ombra dove politica, economia e finanza si fondono con esiti spesso perversi
Ora torniamo, e lo facciamo restando fedeli alla filosofia delle origini: molti retroscena, che i detrattori chiamano gossip, ma che restano imprescindibili per capire cosa accade sulla scena. Attenzione agli attori, noti ma più spesso poco noti, che in essa si muovono. E agli intrecci di potere che ne condizionano decisioni e comportamenti. Formula molto semplice, che si basa su un assunto: nel continuo bulimico scorrere dei flussi, la moltiplicazione delle informazioni e delle piattaforme che le veicolano offre un parziale servizio alla loro comprensione, nascondendo complessità e dinamiche. Questo vale soprattutto per quello che è sempre stato lo specifico di Lettera43, ossia l’esplorazione di quelle zone d’ombra dove politica, economia e finanza si fondono con esiti spesso perversi.
I confini tra informazione e promozione da noi resteranno distinti
Saremo molto indiscreti, decisi, fantasiosi. Cattivi con chi lo merita. Fare un giornale che ha come centro d’attenzione quei gruppi industriali e finanziari che in molti casi sono anche suoi investitori pubblicitari è un laborioso, a volte spericolato esercizio di equilibrio. Tanto più di fronte a un panorama editoriale economicamente deteriorato che ha fiaccato i confini tra informazione e promozione. Ma quei lettori che ci hanno scelto lo hanno fatto sapendo che da noi quei confini resteranno sempre distinti.
C’è ancora spazio per un giornalismo di notizie e contenuti
L’obiettivo è di far convivere qualità e quantità, impresa che già la precedente Lettera43 aveva dimostrato possibile visto che eravamo arrivati a una media quotidiana di oltre 200 mila lettori. Sulla prima e sul posizionamento del giornale siamo confidenti, sulla seconda abbiamo scelto una concessionaria e un partner tecnologico, Evolution adv, la cui competenza e reputazione fanno ben sperare. Durante la lunga pausa seguita alla chiusura di Lettera43, e nello spettrale contesto in cui la pandemia ci aveva precipitato, ci siamo chiesti più volte se avesse un senso tornare, se un certo tipo di giornalismo basato sul primato delle notizie non fosse stato inesorabilmente superato dallo straripante predominio dei social network. E se si potesse ancora ambire a un modello di business sostenibile. La risposta sta in questo nuovo inizio. Che il viaggio dunque cominci. E scusate il ritardo.
Ritorna Lettera43. Nell’editoriale di commiato dalla sua precedente vita chiudevamo dicendo che non di addio si trattava, ma di un arrivederci. Sono passati tre anni. Tanti, forse troppi. Di mezzo c’è stato il Covid e il venir meno di alcuni potenziali compratori hanno ritardato la ripartenza. Nel frattempo, maggio del 2021, abbiamo creato Tag43. Nelle intenzioni un ponte che il prima possibile ci avrebbe dovuto riportare là dove avevamo cominciato.
Lettera43, un’identità editoriale che il mercato apprezzava
Lettera43 aveva chiuso dopo 10 anni di vita (debuttammo nell’ottobre 2010) pur forte di un archivio sterminato di articoli, molti dei quali su episodi importanti della storia recente, un’identità editoriale che il mercato ci riconosceva e, viste le mumerose reazioni di rammarico all’annuncio della chiusura, apprezzava. Per ricominciare abbiamo dovuto aspettare che il vecchio editore mettesse in liquidazione la testata. In più, cosa che ci ha sorpreso non poco, combattere in un’asta competitiva per riprendercela. Ma sarebbe stato un peccato lasciare andare tutto.
La nostra filosofia: molti retroscena, attenzione agli intrecci di potere e alle zone d’ombra dove politica, economia e finanza si fondono con esiti spesso perversi
Ora torniamo, e lo facciamo restando fedeli alla filosofia delle origini: molti retroscena, che i detrattori chiamano gossip, ma che restano imprescindibili per capire cosa accade sulla scena. Attenzione agli attori, noti ma più spesso poco noti, che in essa si muovono. E agli intrecci di potere che ne condizionano decisioni e comportamenti. Formula molto semplice, che si basa su un assunto: nel continuo bulimico scorrere dei flussi, la moltiplicazione delle informazioni e delle piattaforme che le veicolano offre un parziale servizio alla loro comprensione, nascondendo complessità e dinamiche. Questo vale soprattutto per quello che è sempre stato lo specifico di Lettera43, ossia l’esplorazione di quelle zone d’ombra dove politica, economia e finanza si fondono con esiti spesso perversi.
I confini tra informazione e promozione da noi resteranno distinti
Saremo molto indiscreti, decisi, fantasiosi. Cattivi con chi lo merita. Fare un giornale che ha come centro d’attenzione quei gruppi industriali e finanziari che in molti casi sono anche suoi investitori pubblicitari è un laborioso, a volte spericolato esercizio di equilibrio. Tanto più di fronte a un panorama editoriale economicamente deteriorato che ha fiaccato i confini tra informazione e promozione. Ma quei lettori che ci hanno scelto lo hanno fatto sapendo che da noi quei confini resteranno sempre distinti.
C’è ancora spazio per un giornalismo di notizie e contenuti
L’obiettivo è di far convivere qualità e quantità, impresa che già la precedente Lettera43 aveva dimostrato possibile visto che eravamo arrivati a una media quotidiana di oltre 200 mila lettori. Sulla prima e sul posizionamento del giornale siamo confidenti, sulla seconda abbiamo scelto una concessionaria e un partner tecnologico, Evolution adv, la cui competenza e reputazione fanno ben sperare. Durante la lunga pausa seguita alla chiusura di Lettera43, e nello spettrale contesto in cui la pandemia ci aveva precipitato, ci siamo chiesti più volte se avesse un senso tornare, se un certo tipo di giornalismo basato sul primato delle notizie non fosse stato inesorabilmente superato dallo straripante predominio dei social network. E se si potesse ancora ambire a un modello di business sostenibile. La risposta sta in questo nuovo inizio. Che il viaggio dunque cominci. E scusate il ritardo.
Silvio Berlusconi non c’è più. E la notizia della morte, per altro anticipata dal continuo aggravamento delle sue condizioni di salute, è qualcosa cui si stenta a credere. Perché il Cavaliere aveva costruito una buona parte della sua narrazione sulla compiaciuta mitologia del suo essere immortale, perché comunque la si giudichi la sua figura ha condizionato gli ultimi cinquant’anni della vita pubblica. Prima come imprenditore rampante, poi come politico. Infine dal 1994, anno della sua discesa in campo, come politico-imprenditore.
Berlusconi è stato ispiratore, vittima, innovatore, narciso
Molto su di lui è già stato scritto, molto detto, e ancora se ne scriverà negli anni a venire. Perché la biografia di Silvio ha le prerogative dell’interminabilità. Perché l’uomo ha inciso non solo sull’economia e poi sulla politica, ma pure sull’immaginario collettivo di un Paese che a lui deve una mutazione antropologica. Dal quartiere modello di Milanodue al partito azienda, nulla della vita pubblica di questo Paese è rimasto immune dalla sua impronta. Giocata con grandissima abilità su più registri: ispiratore, vittima, custode come nessuno mai del suo personale tornaconto, innovatore, narciso fino a rasentare la parodia di se stesso.
Forza Italia morirà con lui al termine di una diaspora già iniziata
Che succederà ora? Berlusconi lascia un impero mediatico il cui futuro è denso di interrogativi. I figli, specie Marina e Pier Silvio, lo vorranno portare avanti. Ma avranno la forza di faro senza alle spalle un padre che ne ha sempre accompagnato le mosse, anche quando sembrava che la politica e poi la malattia allontanasse il suo interesse? E lascia anche un partito, Forza Italia, sui cui destini è più facile scommettere. Una sua personale creatura, una geniale invenzione che nel 1993 si affacciò sulla scena politica sorretta da un marketing senza precedenti, che non può avere eredi, e che quindi morirà con lui al termine di una diaspora per altro già da tempo iniziata. E sulla quale Giorgia Meloni potrà ultimare la sua Opa non ostile concordata con la figlia Marina nei suoi primi giorni di governo.
La mossa con Fini e lo sdoganamento della destra missina
Per chi ne ha seguito dall’inizio l’irresistibile ascesa, viene in mente anche con una certa nostalgia il Berlusconi del Mundialito, del sole in tasca con cui pretendeva si presentassero i suoi venditori, della capacità di sparigliare la scena politica sponsorizzando Gianfranco Fini come sindaco di Roma e di fatto dando il via allo sdoganamento della destra missina che proprio con l’ingresso di Meloni a Palazzo Chigi ha avuto il suo compimento.
Silvio Berlusconi dopo la vittoria nel 2001. (Getty)
Silvio un uomo di folgoranti inizi, ma di mesti finali
Il prima e il dopo nella vita di Berlusconi hanno segnato la biografia del personaggio. I successi imprenditoriali sono innegabili, così come la sua azione dirompente in politica. Se c’è un’osservazione da fare, a caldo, prima che di lui nei prossimi anni si scrivano fiumi di inchiostro, è che è stato un maestro nell’entrare in scena, ma non uno che alla fine è stato capace di uscirvi, quando avrebbe potuto ritirarsi forte della nomea di padre nobile che nessuno avrebbe messo in discussione. Silvio un uomo di folgoranti inizi, ma di mesti finali, impaurito forse dall’idea della morte che ha cercato di arginare non come l’accettazione di un destino che la vecchiaia serenamente impone, ma sciorinando il mito di una eterna giovinezza che il suo inesausto e a volte stonato slancio vitale non ha mai fatto venire meno.
Lettera43 chiude dopo avere sfiorato i 10 anni. E senza avere mai tradito la propria vocazione. Il pessimismo della ragione porterebbe a considerare terminata questa esperienza. Ma l'insano attaccamento al mestiere lascia aperto uno spiraglio per una ripartenza.
Chiudiamo, dopo aver sfiorato i 10 anni. Li avremmo compiuti ufficialmente il prossimo 7 ottobre, il giorno in cui nel 2010 Lettera43 ha debuttato. Ricordo la temperie dell’epoca, l’entusiasmo per le magnifiche sorti e progressive dell’informazione digitale, la convinzione dell’ineluttabile declino della carta stampata. Diciamo che è andata così per la seconda, mentre per la prima non è stato il pranzo di gala che allora ci si aspettava. Piuttosto, un desco frugale.
UNA VOCAZIONE MAI TRADITA
Lettera43 è nata e cresciuta con una vocazione mai tradita: quella di dare notizie, retroscena, alzare il velo sui ben paludati mondi del potere economico-finanziario (e non solo) che certo non gradiscono di essere scandagliati oltre la superficie. Di questo, anche molti che sono stati bersaglio dei nostri articoli, ci hanno alla fine reso merito. Abbiamo sempre cercato di andare dentro e dietro le cose, i fatti e i personaggi, fedeli alla convinzione che l’apparenza nasconde i veri accadimenti, che la realtà è diversa dal racconto che la filtra, dalla sua versione dominante.
LA PRODUZIONE CONTA, LA DISTRIBUZIONE PURE
Ho sempre considerato che dare le notizie, possibilmente scrivendole bene, fosse una filosofia che prescindeva dalla specificità del mezzo. In parte è vero, in parte mi sono sbagliato: ho capito con ritardo che sul digitale, per dirla all’ingrosso, la distribuzione conta più della produzione. Il più clamoroso scoop o la più bella inchiesta possono risultare inefficaci se non sai come immetterli nel micidiale circuito dove il combinato di indicizzazione sui motori di ricerca e social media la fa da padrone. Il non averlo da subito compreso ci ha fatto perdere treni importanti e tempo prezioso. Siamo comunque stati un giornale che nei momenti più alti poteva contare, stando alle classifiche e agli Analytics, su una media quotidiana di 250 mila lettori. Purtroppo, e questo sin dal primo anno, mai su un bilancio in pareggio per via di una struttura dei costi che, ancorché progressivamente ridotta, è risultata sempre pletorica.
Il passaggio della raccolta pubblicitaria dalle campagne premium al programmatico ha ridotto i prezzi e conseguentemente i ricavi
Crudo dirlo, ma sarebbe sciocco edulcorare. Il modello di business non ha mai trovato un equilibrio anche perché la diversificazione sulla carta con l’esperienza di Pagina99ha aggravato la situazione. È stato un settimanale che tutti hanno riconosciuto di grande qualità, che ha vinto il premio della critica ma non quello dell’edicola e degli inserzionisti, indispensabile per la sua sopravvivenza. La gratuità dell’informazione online, unitamente ad una tanto invocata quanto disattesa riforma dell’editoria che prendesse in carico la peculiarità dei nuovi media e i mutamenti del mercato, hanno fatto il resto. Così come il passaggio della raccolta pubblicitaria dalle campagne premium al programmatico ha ridotto i prezzi e conseguentemente i ricavi.
Venerdì @Lettera43 sospende le pubblicazioni. Io ho lasciato la direzione. Ringrazio l'editore che mi ha dato 10 anni di assoluta libertà. E la redazione che ci ha messo grande impegno. Le storie iniziano, finiscono, talvolta si riprendono. Si vedrà.
Ciò nonostante quella di Lettera43 resta una preziosa esperienza: per la precisione e autorevolezza dell’informazione che su alcuni temi le sono state riconosciute, per aver potuto contare su un editore che ad essa ha garantito grande libertà. E per l’impegno di chi, giornalisti e non, in questi anni vi ha partecipato. Ora la casa editrice prosegue la sua attività con i periodici, Rivista Studio e Undici, che hanno saputo nel tempo trovare un equilibrio economico e un modello editoriale i cui risultati confortano e fanno sperare in un futuro di ulteriore crescita.
PORTE SOCCHIUSE PER UNA RIPARTENZA
Per quanto riguarda noi, questa non vorrebbe essere una cerimonia degli addii ma degli arrivederci. E così l’abbiamo titolata. Alla notizia della chiusura abbiamo ricevuto attestazioni di affetto e stima oltre ogni aspettativa. E parevano davvero sincere, non di circostanza o piaggeria (se pensi di aver svolto un ruolo importante sei un presuntuoso, se te lo riconoscono gli altri cominci a credere che possa essere vero). Sono stati comunque, nella buona come nella cattiva sorte, 10 anni belli e intensi. Il pessimismo della ragione, unito a un po’ di stanchezza e scoramento, porterebbe a considerarla finita qui. Ma l’ottimismo, la passione, l’insano folle attaccamento a un mestiere che ovviamente è il più bello del mondo, fanno sperare e lasciano le porte socchiuse per una ripartenza. Chissà.
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