Perché Trump vuole la Groenlandia

Dopo l’operazione l’Absolute Resolve condotta il 3 gennaio in Venezuela, Donald Trump è tornato a minacciare la Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca di cui gli Stati Uniti «hanno assolutamente bisogno» per motivi di «sicurezza nazionale». Con il dichiarato obiettivo di annettere il territorio artico, il 22 dicembre il presidente americano ha annunciato sul suo social Truth di aver nominato un inviato speciale per la Casa Bianca: Jeff Landry, dal 2024 governatore repubblicano della Louisiana. Ecco perché Trump vuole la Groenlandia.

Trump insiste sulla sicurezza, citando Cina e Russia

Perché Trump vuole la Groenlandia
Donald Trump (Ansa).

Parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, Trump ha detto che la Groenlandia «in questo momento ha navi russe e cinesi dappertutto». Il tycoon ha insomma citato il doppio spauracchio. Ma gli Usa hanno un accordo di difesa con la Danimarca dal 1951 e da allora sulla costa nord-occidentale della Groenlandia sorge la Pituffik Space Base (dove è stato in visita JD Vance con la moglie Usha), che gestita dalla United States Air Force si occupa di rilevamento missilistico e sorveglianza spaziale. Secondo gli esperti, Washington ha già l’appoggio di sicurezza di cui ha bisogno in Groenlandia.

L’isola fa gola a Trump anche per la posizione strategica

Perché Trump vuole la Groenlandia
Protesta contro gli Stati Uniti all’esterno del consolato Usa a Nuuk (Ansa).

Non ci sono solo questioni di sicurezza dietro alle mire di Trump. La Groenlandia si trova in una posizione strategica, in mezzo a importanti rotte di navigazione. E con l’avanzare del riscaldamento globale, probabilmente, se ne apriranno altre ancora attraverso l’Artico, rendendo l’isola più grande del pianeta sempre più cruciale.

La Groenlandia inoltre è ricca di materie prime

Dalle terre rare all’uranio, fino al ferro e allo zinco. Senza dimenticare petrolio e gas. La Groenlandia ha un ricco sottosuolo e, nel corso degli anni, ha concesso oltre 50 permessi per esplorazione mineraria ad aziende provenienti dalla Cina. Pechino ha provato anche a costruire infrastrutture mancanti come aeroporti e porti, ricevendo il rifiuto da parte di Copenaghen. Ma dalle parti di Washington temono che la proiezione cinese possa assumere connotati sempre più strategici.

Trump mette le mani sul petrolio del Venezuela: pronto lo sgambetto alla Cina

Nicolas Maduro arrestato e presto processato a New York. Gli Stati Uniti decisi a gestire il Venezuela finché non ci sarà una «transizione giusta e appropriata». Delcy Rodriguez, numero due dell’ormai ex presidente, posta intanto a capo del governo dalla Corte Suprema. María Corina Machado senza il sostegno di Donald Trump, che probabilmente non gli ha perdonato il “furto” del Nobel. Il futuro del Venezuela è quantomai nebuloso e lo stesso vale per il suo petrolio, il vero motivo per cui Washington voleva un cambio di regime, con buona pace del pretesto della lotta al narcotraffico, su cui Trump è tornato insistere in conferenza stampa.

Trump è tornato a parlare di «petrolio rubato»

Il reale obiettivo di Trump non è mai stato smantellare il narcotraffico o esportare la democrazia, quanto installare un governo amico a Caracas per mettere le mani sul suo greggio: il Venezuela siede su 303 miliardi di barili di riserve provate, primo patrimonio petrolifero al mondo, più di Arabia Saudita e Stati Uniti messi insieme. In conferenza stampa a Washington, Trump ha affermato che le principali compagnie Usa torneranno nel Paese sudamericano con «miliardi di dollari» di investimenti, «per sistemare le infrastrutture danneggiate e iniziare a produrre ricchezza», ponendo il rilancio della sua industria energetica: «Non lasceremo il Venezuela andare all’inferno come hanno fatto altri. Lo gestiremo come si deve». Interpellato sulle dichiarazioni di Trump riguardo al fatto che saranno gli Stati Uniti a gestire il Venezuela fino alla fine della transizione, il segretario alla Difesa (ops, Guerra) Pete Hegseth ha detto: «Significa che saremo noi a stabilire le condizioni. Significa che la droga smetterà di fluire. Significa che il petrolio che ci è stato sottratto verrà alla fine restituito e che i criminali non saranno mandati negli Stati Uniti. Alla fine, saremo noi a controllare quanto accadrà in futuro». Lo stesso The Donald, per giustificare la rimozione di Maduro, aveva parlato a più riprese di «petrolio rubato».

Trump mette le mani sul petrolio del Venezuela: pronto lo sgambetto alla Cina
Stazione di servizio Chevron (Ansa).

La capacità di Caracas di aumentare la produzione in tempi brevi appare limitata

A cosa si riferiscono Trump e Hegseth? A quanto accaduto nella seconda metà degli Anni 70, quando il governo di Caracas fondò la PDVSA (Petróleos de Venezuela Sociedad Anónima), nazionalizzando l’industria petrolifera. E poi allo strappo avvenuto tra il 2002 e il 2003 con Hugo Chavez, che cacciò le major petrolifere Usa interrompendo ogni tipo di collaborazione, inizialmente mantenuta. Trump ha appunto invocato la necessità di risarcire le compagnie espropriate in passato. ExxonMobil e ConocoPhillips, ad esempio, attendono ancora il pagamento di risarcimenti arbitrali rispettivamente da 1,6 miliardi e 8,37 miliardi di dollari. Con la rimozione di Maduro si dovrebbe concretizzare la riapertura del mercato, con possibilità per Exxon e Conoco di tornare e per Chevron, unica compagnia statunitense presente in Venezuela (grazie a una licenza speciale concessa dalla Casa Bianca) di espandersi. Ad oggi, l’embargo sulle esportazioni venezuelane resta formalmente in vigore e la capacità di Caracas di aumentare la produzione in tempi brevi appare limitata. Questo perché, nonostante le promesse, gli investimenti necessari per rilanciare l’industria petrolifera venezuelana sono enormi. Secondo la società di consulenza Rystad, servirebbero almeno 65 miliardi di dollari per mantenere la produzione ai livelli attuali fino al 2040 e oltre 100 miliardi per riportarla a 2 milioni di barili al giorno.

Trump mette le mani sul petrolio del Venezuela: pronto lo sgambetto alla Cina
Rifornimento in Venezuela (Ansa).

Gli Stati Uniti non hanno bisogno del greggio venezuelano, la Cina invece sì

Calcolatrice alla mano, il Venezuela dispone del 18 per cento delle riserve mondiali di petrolio, di cui gli Stati Uniti sono tra i maggiori produttori. Fino al 2019 il partner privilegiato di Caracas era proprio Washington, a cui andava quasi metà dell’export. Poi le sanzioni della prima Amministrazione Trump stravolsero il mercato: oggi gli Stati Uniti – che ormai producono più di quanto consumano – non hanno bisogno del petrolio di Caracas. A differenza della Cina, principale importatore con circa 600 mila barili di greggio al giorno dal Venezuela, pari a circa il 70 per cento del suo export. La rimozione di Maduro, nei giochi della geopolitica, darà modo a Trump di fare uno sgambetto a Pechino, che finora ha acquistato grandi quantità di greggio venezuelano – di scarsa qualità e da raffinare in adeguate infrastrutture – a prezzi molto bassi, ottenendo indiscutibili vantaggi.

Cosa è la dottrina Monroe che ha ispirato Trump per l’attacco in Venezuela

Nei mesi che hanno portato ai raid su Caracas e all’arresto di Nicolas Maduro, gli Stati Uniti di Donald Trump avevano assunto un atteggiamento molto aggressivo nei confronti del Venezuela, rispolverando dal cassetto la cosiddetta “dottrina Monroe”. Ecco di cosa si tratta.

I principi di politica estera enunciati da Monroe nel 1823

Con dottrina Monroe ci si riferisce ad alcuni principi di politica estera, enunciati appunti dal presidente Usa James Monroe davanti al Congresso il 2 dicembre 1823, in un contesto in cui molte colonie latinoamericane stavano ottenendo l’indipendenza dalle potenze europee. Monroe dichiarò che qualsiasi interferenza del Vecchio Continente nelle Americhe sarebbe stata considerata un atto ostile, impegnandosi allo stesso tempo, a non interferire nelle questioni politiche e nei conflitti europei. Presentata formalmente come una dottrina difensiva, diventò nel tempo uno strumento ideologico per giustificare l’ingerenza statunitense negli affari interni dell’America Latina.

La dottrina Monroe fu rafforzata da Roosevelt nel 1904

L’accezione della dottrina Monroe come un’affermazione dell’egemonia statunitense nel continente americano fu rafforzata e resa esplicita nel 1904 da Theodore Roosevelt e con l’omonimo corollario. «Stante la dottrina Monroe, comportamenti cronici sbagliati nel continente americano richiedono l’intervento di polizia internazionale da parte di una nazione civilizzata», disse il presidente statunitense: nel 1902 alcune potenze europee (su tutti Regno Unito e Germania) avevano minacciato un intervento armato in Venezuela. Gli Usa, insomma, non solo avevano il diritto di opporsi all’intervento europeo nel continente americano, ma anche il dovere di intervenire direttamente in America Latina nei Paesi ritenuti incapaci di garantire stabilità politica, ordine interno o il rispetto degli interessi economici internazionali. In questo quadro si sviluppò quella che venne definita “diplomazia delle cannoniere“, fondata sull’impiego esplicito della forza militare. Trump ha di fatto seguito la dottrina Monroe, presentato l’attacco a Caracas come un atto di difesa contro il regime di Maduro, che avrebbe tentato di destabilizzare gli Usa attraverso l’esportazione di droga e di criminali.

Il calendario delle elezioni del 2026, dagli Usa alla Russia

Il 2026 sarà un anno di elezioni chiave, con grandi tornate in America Latina e passaggi delicati in Europa, così come negli Stati Uniti dopo si terrà il voto di midterm. Ecco il calendario con i principali appuntamento elettorali dell’anno.

Uganda

In Uganda le elezioni si terranno il 15 gennaio. Il presidente Yoweri Museveni, che nella tornata precedente con il suo National Resistance Movement ha mantenuto una solida maggioranza parlamentare, si prepara a ottenere il settimo mandato consecutivo. L’opposizione più dinamica è rappresentata dalla National Unity Platform guidata dal musicista Bobi Wine (vero nome Robert Kyagulanyi).

Costa Rica

Il primo febbraio sono in programma le elezioni generali in Costa Rica, dove saranno membri del parlamento, due vicepresidenti e il nuovo presidente. Per l’incarico più importante ci sono 20 candidati, tra cui cinque donne. Per essere eletto al primo turno, il vincitore dovrebbe avere più del 40 per cento, in caso contrario ci sarà il ballottaggio (fissato al 5 aprile).

Bangladesh

Il 12 febbraio si terranno elezioni generali in Bangladesh, le prime da quando proteste di massa hanno rovesciato Sheikh Hasina, che aveva governato il Paese in maniera autoritaria dal 2009 al 2024. A fine dicembre è arrivata la notizia della morte a 80 anni dell’ex premier Khaleda Zia, storica leader del Partito Nazionalista del Bangladesh: era considerata la grande favorita per la vittoria.

Colombia

La Colombia sarà chiamata al voto l’8 marzo, quando i cittadini sceglieranno senatori e rappresentanti della Camera dal 2026 al 2030. Il 31 maggio sarà poi la volta delle presidenziali, con l’attuale capo di Stato Gustavo Petro per legge non ricandidabile. Il Patto Storico di sinistra, partito del presidente uscente, candida il senatore Iván Cepeda, favorito nei sondaggi. Tra gli sfidanti ci sono il centrista Sergio Fajardo e il conservatore Abelardo de la Espriella.

Ungheria

Il calendario delle elezioni del 2026, dagli Usa alla Russia
Viktor Orban (Ansa).

Il 2026 potrebbe segnare la fine del più lungo periodo di potere ininterrotto da parte di un primo ministro nell’Unione europea: quello di Viktor Orbán in Ungheria, Paese chiamato al voto il 12 aprile. L’opposizione è guidata dal partito Tisza di Péter Magyar, ex alleato del governo di Orbán. I sondaggi indicano un testa a testa tra Fidesz dell’attuale premier e Tisza i due, se non il secondo partito addirittura in vantaggio.

Perù

In Perù si terranno elezioni generali il 12 aprile (con il probabile ballottaggio il 7 giugno). Questa tornata vedrà un numero record di aspiranti presidenti. Due i favoriti: Rafael Lopez Aliaga (Popular Renewal), leader di Renovación Popular ed ex sindaco di Lima – si è dimesso per rispettare i requisiti di legge – e Keiko Fujimori (Fuerza Popular), alla quarta candidatura.

Etiopia

Il primo giugno si terranno le elezioni generali in Etiopia. I sondaggi danno come largamente favorito il Prosperity Party del premier Abiy Ahmed. Il voto sarà un test cruciale per la stabilità del secondo Paese più popoloso d’Africa, segnato da conflitti interni.

Armenia

In Armenia il premier Nikol Pashinyan e il suo partito Contratto Civile cercano la riconferma il 7 giugno, sullo sfondo dei negoziati di pace con l’Azerbaigian e il progressivo distacco dalla Russia. La popolarità di Pashinyan è però ai minimi: a suo favore gioca la frammentazione dell’opposizione. Occhio alle interferenze di Mosca.

Zambia

In Zambia si vota il 13 agosto. Verranno scelti il presidente (in un sistema a due turni), i membri dell’Assemblea nazionale, consiglieri e presidenti di consiglio. Il presidente Hakainde Hichilema e l’UPND partono dall’assetto uscito dalle ultime elezioni, con 82 seggi contro i 60 del Patriotic Front.

Svezia

Il 13 settembre occhi puntati sulla Svezia: le elezioni generali definiranno i 349 membri del Riksdag, che a loro volta eleggeranno il premier. Il governo di centrodestra del blocco Tido, guidato da Ulf Kristersson, è dato in leggero svantaggio contro l’opposizione di centrosinistra,

Russia

Entro il 20 settembre si terranno in Russia le elezioni legislative per la Duma di Stato. Russia Unita, il partito di Vladimir Putin, che controlla 7 seggi su 10, è nettamente favorito per mantenere la maggioranza assoluta: i sondaggi lo danno oltre il 50 per cento.

Brasile

Il 4 ottobre gli occhi del mondo saranno puntati sul Brasile, dove verranno eletti presidente e membri del parlamento. Luiz Inácio Lula da Silva correrà per un quarto mandato, mentre Jair Bolsonaro è escluso per motivi giudiziari.

Israele

Il calendario delle elezioni del 2026, dagli Usa alla Russia
Benjamin Netanyahu (Ansa).

Entro il 27 ottobre le elezioni alla Knesset chiuderanno il mandato del governo di Benjamin Netanyahu, formato dopo le elezioni del 2022. L’attuale primo ministro di Israele punta a ricandidarsi per consolidare la coalizione di destra-religiosa, nonostante le critiche per la gestione della guerra a Gaza.

Danimarca

Entro il 31 ottobre si svolgeranno le elezioni generali in Danimarca. Dopo aver perso Copenaghen per la prima volta dal 1938, Mette Frederiksen e i socialdemocratici dovranno ora affrontare un voto nazionale, sullo sfondo delle mire espansionistiche degli Usa di Donald Trump nei confronti della Groenlandia.

Stati Uniti

A proposito di Stati Uniti, il 3 novembre negli Usa si terranno le elezioni di midterm: i cittadini voteranno per i 435 seggi della House of Representatives e 35 seggi (su 100) del Senato. Al momento il quadro a Washington è quello di una maggioranza repubblicana risicata alla Camera (220-213, con seggi vacanti) e di un Senato con 53 repubblicani, 45 democratici e 2 indipendenti.

Nuova Zelanda

In Nuova Zelanda si terranno elezioni generali entro il 19 dicembre: i cittadini sono chiamati a cittadini eleggere i 120 membri della Camera dei rappresentanti.

Mondo Convenienza, Filippo Palombini alla guida delle Risorse Umane

Mondo Convenienza, leader nel settore arredamento e distribuzione organizzata, ha nominato Filippo Palombini come nuovo direttore delle Risorse Umane. Prima di entrare in Mondo Convenienza, Palombini ha ricoperto per nove anni il ruolo di Responsabile Risorse Umane e Organizzazione in TPER SpA, azienda del trasporto pubblico emiliano. In precedenza aveva ricoperto lo stesso ruolo per SDA Express Courier e PosteMobile. Parallelamente ha operato come consigliere di amministrazione in realtà come TPB Scarl e Fondo Salute Trasporto Pubblico Locale.

AfD parteciperà alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza del 2026

Cambio di rotta dopo le esclusioni negli ultimi due anni: i parlamentari di Alternative für Deutschland sono stati invitati a partecipare a febbraio alla prossima Conferenza di Monaco sulla sicurezza, incontro annuale di alti funzionari della difesa internazionale che si tiene in Baviera dal 1963. Come sottolinea il Guardian, in un duro discorso tenuto in occasione della Conferenza del 2025, il vicepresidente americano J.D. Vance aveva criticato gli organizzatori per aver vietato la partecipazione «ai parlamentari che rappresentano i partiti populisti», accusando la Germania di soffocare la libertà di parola tramite l’emarginazione dell’AfD, formazione di ultradestra filorusso e anti-migranti. Contattato dal giornale britannico, un portavoce della Conferenza di Monaco ha spiegato che «è stato deciso di invitare parlamentari di tutti i partiti rappresentati nel Bundestag», in particolare membri delle commissioni Affari esteri e Difesa, di cui fanno parte alcuni parlamentari di AfD. Inoltre ha ricordato che la Conferenza è gestita da una fondazione privata e indipendente, che «non ha alcun obbligo in merito agli inviti ai suoi eventi».

AfD parteciperà alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza del 2026
J.D. Vance alla Conferenza di Monaco del 2025 (Ansa).

Icona nazionale o paladina dell’estrema destra? Brigitte Bardot divide la Francia

Attrice simbolo della Nouvelle Vague, icona sexy, cantante, attivista per i diritti degli animali. Brigitte Bardot, morta a 91 anni, è stata tutto questo. Ma anche altro: una paladina dell’estrema destra francese, molto vicina alla famiglia Le Pen e addirittura sposata (in quarte nozze) con un consigliere del patriarca Jean-Marie. Acclamata come la Marilyn Monroe francese, dopo il suo ritiro dalle scene BB fu la prima grande star del cinema a sfruttare fascino e fama per sostenere l’estrema destra transalpina, di cui ha poi appoggiato le istanze per oltre tre decenni.

Icona nazionale o paladina dell’estrema destra? Brigitte Bardot divide la Francia
Brigitte Bardot negli Anni 60 (Ansa).

Fu condannata cinque volte per incitamento all’odio razziale

Le idee politiche di Brigitte Bardot, come lei stessa non ha mai nascosto, erano fortemente orientate a destra. Pure troppo, considerate le cinque condanne per incitamento all’odio razziale, in particolare verso i musulmani e contro quella che lei definiva una «invasione di stranieri» in Francia. Nel 2001, per esempio, pagò una multa di 4 mila euro per i contenuti di una lettera alla Francia pubblicata nel libro Le carré de Pluton (uscito nel 1999), in cui aveva puntato il dito contro l’immigrazione islamica, il gran numero di moschee esistenti nel Paese e le pratiche halal di macellazione degli animali. Nel mirino di BB erano però finiti anche gli abitanti dell’isola di Réunion, dipartimento francese nell’Oceano Indiano, che arrivò a definire «selvaggi» per il trattamento riservato agli animali.

Icona nazionale o paladina dell’estrema destra? Brigitte Bardot divide la Francia
Icona nazionale o paladina dell’estrema destra? Brigitte Bardot divide la Francia
Icona nazionale o paladina dell’estrema destra? Brigitte Bardot divide la Francia
Icona nazionale o paladina dell’estrema destra? Brigitte Bardot divide la Francia
Icona nazionale o paladina dell’estrema destra? Brigitte Bardot divide la Francia
Icona nazionale o paladina dell’estrema destra? Brigitte Bardot divide la Francia
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Icona nazionale o paladina dell’estrema destra? Brigitte Bardot divide la Francia
Icona nazionale o paladina dell’estrema destra? Brigitte Bardot divide la Francia

Il quarto marito conosciuto tramite i Le Pen e il sostegno a Marine

All’inizio degli Anni 90, nel contesto della crescente presenza dell’estrema destra in Costa Azzurra, dove viveva, a una cena organizzata a Saint-Tropez BB incontrò il futuro quarto marito Bernard d’Ormale, consigliere di Jean-Marie Le Pen, fondatore del partito di estrema destra francese Front National, poi diventato Rassemblement National. Nel 2004 smentì di essere elettrice del Front National. Ma nel 2017, in vista del ballottaggio delle elezioni presidenziali, invitò pubblicamente i francesi a votare per Marine Le Pen (che fu sconfitta da Emmanuel Macron), definendola «l’unica donna con le palle». Questo dopo averla già sostenuta in occasione delle candidature presidenziali del 2012.

Icona nazionale o paladina dell’estrema destra? Brigitte Bardot divide la Francia
Icona nazionale o paladina dell’estrema destra? Brigitte Bardot divide la Francia
Icona nazionale o paladina dell’estrema destra? Brigitte Bardot divide la Francia
Icona nazionale o paladina dell’estrema destra? Brigitte Bardot divide la Francia
Icona nazionale o paladina dell’estrema destra? Brigitte Bardot divide la Francia
Icona nazionale o paladina dell’estrema destra? Brigitte Bardot divide la Francia

Nell’ultimo libro ha esaltato il RN come «unico rimedio all’agonia della Francia»

La stima, d’altra parte, era reciproca. Nel 2016 Le Pen, che esaltò BB come simbolo per eccellenza della francesità, nel mezzo di una controversia politica sul divieto di indossare costumi da bagno integrali in spiaggia ricordò che la Costa Azzurra un tempo era stata la “patria” di Bardot in bikini. Questo il ricordo della leader dell’ultradestra transalpina su X: «La scomparsa di Brigitte è una profonda perdita. La Francia ha perso una donna eccezionale, straordinaria per il suo talento, il suo coraggio, la sua sincerità e la sua bellezza. Una donna che ha scelto di concludere una carriera incredibile per dedicarsi agli animali, che ha difeso fino all’ultimo respiro con energia e amore inesauribili. Era la quintessenza della Francia: uno spirito libero, indomito e intransigente».

Icona nazionale o paladina dell’estrema destra? Brigitte Bardot divide la Francia
Brigitte Bardot (foto Ansa).

A BB non piaceva solo Le Pen, ma anche il suo delfino Jordan Bardella: dopo le elezioni anticipate indette da Macron nel 2024, Bardot lo aveva definito «molto capace». Da parte sua, il presidente del RN l’ha omaggiata dopo la morte ricordandola come «un’ardente patriota». BB ha sostenuto la destra francese fino all’ultimo: nel libro Mon BBcédaire, pubblicato poche settimane fa, si legge che il Rassemblement National rappresenterebbe «l’unico rimedio urgente all’agonia della Francia», Paese diventato «noioso, triste, sottomesso, malato, rovinato, devastato, ordinario e volgare».

La Francia si divide su una commemorazione nazionale per l’attrice: c’è chi dice no

Eric Ciotti, leader del piccolo partito Udr e alleato del RN, ha invitato Macron a organizzare una commemorazione nazionale per l’attrice, come quella riservata nel 2017 al cantante Johnny Hallyday. L’ipotesi è stata però respinta dal segretario socialista Olivier Faure. «Brigitte Bardot è stata un’attrice emblematica della Nouvelle Vague. Solare, ha segnato il cinema francese. Ma ha anche voltato le spalle ai valori repubblicani ed è stata pluricondannata dalla giustizia per razzismo», ha scritto su X. A dimostrazione di quanto sia divisiva la figura di Bardot (che voleva essere ricordata solo come attivista per i diritti degli animali) c’è anche la chiusura del thread su Reddit in memoria di BB, dove quasi tutti i commenti erano pesanti insulti all’attrice, definita “nazi” da molti utenti.

Fabio Ciarla nuovo direttore del Corriere Vinicolo

A partire da gennaio Fabio Ciarla assumerà l’incarico di direttore del Corriere Vinicolo, rivista ufficiale dell’Unione Italiana Vini, ovvero l’associazione di rappresentanza più importante delle imprese italiane del settore. Succede a Giulio Somma, che ha guidato la testata per sette anni. Giornalista professionista dal 2008, Ciarla proviene da una famiglia storicamente legata al mondo del vino e ha già ricoperto il ruolo di caporedattore del Corriere Vinicolo.

Paolo Tavian non è più presidente della Federazione Italiana Sport Invernali Paralimpici

Paolo Tavian non è più presidente della Federazione Italiana Sport Invernali Paralimpici (Fisip). Lo ha deliberato all’unanimità la Giunta del Comitato Italiano Paralimpico (Cip). La decisione di commissariare la Fisip arriva a meno di tre mesi dall’avvio dei Giochi Paralimpici Invernali di Milano-Cortina 2026: come emerso da indagini condotte dal procuratore federale Stefano Comellini, Tavian (che era stato deferito) si sarebbe reso responsabile di abusi psicologici, molestie e minacce contro alcune donne che lavoravano con lui, e in particolare nei confronti dell’ex segretaria generale Sonia Nolli. Marco Giunio De Sanctis, presidente del Cip, ha dichiarato che la misura mira esclusivamente a «tutelare il percorso sportivo e istituzionale in vista dell’appuntamento olimpico».

Le sparate e le posizioni più controverse di Milei, nuovo presidente dell’Argentina

Occhi di ghiaccio, capelli scompigliati da rockstar, motosega (spesso) tra le mani, atteggiamenti costantemente sopra le righe. Il candidato dell’estrema destra e ultraliberista Javier Milei, dichiaratamente antisistema, quel sistema adesso proverà a scardinarlo dall’interno, visto che “El Loco” è appena stato eletto presidente dell’Argentina, tra l’altro col margine più ampio dal ritorno alla democrazia nel 1983. Il Paese sudamericano, attanagliato da una gravissima crisi economica, tra inflazione alle stelle e povertà sempre più diffusa, ha scelto di cambiare affidandosi per l’appunto a un economista. Ma non il solito economista.

Le sparate e le posizioni più controverse dell'anarcocapitalista Javier Milei, nuovo presidente dell'Argentina.
Sostenitori di Mieli celebrano la vittoria elettorale (Getty Images).

La notorietà come personaggio radiofonico e televisivo antisistema

Figlio di un autista e di una casalinga, Milei è stato portiere nelle giovanili del Chacarita Juniors e si è cimentato pure come cantante con gli Everest, una sorta di cover band dei Rolling Stones. Più che a Mick Jagger (capigliatura a parte), nella vita si è ispirato soprattutto agli economisti della scuola austriaca, punto di riferimento della sua carriera accademica iniziata dopo la laurea conseguita all’Università di Belgrano. Docente per oltre vent’anni in vari atenei argentini, Milei ha acquisito notorietà come personaggio radiofonico e televisivo antisistema, riuscendo a farsi eleggere al Congresso nel 2021. La sua ascesa alla Casa Rosada è stata perciò rapidissima.

Dalla dollarizzazione all’eliminazione della Banca centrale: i suoi cavalli di battaglia

Apprezzato soprattutto dai giovani (in Argentina si può votare a 16 anni), Mieli è su posizioni iperliberiste in economia – si autodefinisce anarcocapitalista – e conservatrici nel sociale. Iniziamo dalle prime. Il fondatore di La Libertad Avanza, coalizione che lo ha sostenuto in queste elezioni, auspica un regime di libero scambio con il resto del mondo da realizzare tramite il ritiro l’Argentina dal Mercosur, il mercato comune dell’America meridionale. Tra i suoi cavalli di battaglia ci sono l’adozione del dollaro statunitense come valuta, l’eliminazione della Banca centrale, la privatizzazione delle aziende statali. Così come il taglio della spesa pubblica, tramite la soppressione di vari ministeri (tra cui Sanità, Istruzione, Sviluppo sociale), l’eliminazione dei sussidi sociali e di buona parte degli impieghi statali. Sullo sfondo c’è poi la questione del Brics. L’Argentina è uno dei Paesi che ha annunciato di voler entrare formalmente nell’alleanza geopolitica composta (al 2023) da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Milei ha promesso che, se fosse diventato presidente, avrebbe cancellato l’adesione del Paese.

Le sparate e le posizioni più controverse dell'anarcocapitalista Javier Milei, nuovo presidente dell'Argentina.
Tra i cavalli di battaglia di Milei c’è la dollarizzazione (Getty Images).

Milei è antiabortista, contrario all’eutanasia, favorevole alla vendita degli organi

Per quanto riguarda invece le idee nel sociale, Milei è antiabortista, anche in caso di stupro, e contrario all’eutanasia. Scettico rispetto al riconoscimento sociale del matrimonio, sia etero sia tra persone dello stesso sesso, ha detto che sarebbe opportuno trasformarlo in un contratto tra privati. Come detto, il nuovo presidente dell’Argentina è un seguace della scuola di Vienna, che proclama una stretta aderenza all’individualismo metodologico, ossia alla corrente di pensiero secondo cui ogni fenomeno è riconducibile a un’azione individuale. Il che si traduce nella minimizzazione dell’intervento statale e in una prospettiva liberale in relazione a una vasta gamma di questioni sociali. Insomma, per Milei lo Stato deve farsi gli affari suoi. Da qui il suo motto: «Viva la libertà, maledizione». Vorrebbe così liberalizzare le droghe, la vendita degli organi e delle armi da fuoco, senza dimenticare la prostituzione.

Le sparate e le posizioni più controverse dell'anarcocapitalista Javier Milei, nuovo presidente dell'Argentina.
Javier Milei festeggia con la sorella Karina (Getty Images).

Fautore di grossi tagli, Mieli si è fatto notare per la sua teatrale campagna elettorale, durante la quale è salito sul palco di numerosi comizi imbracciando una motosega. Ma non è certo l’unica bizzarria di un presidente soprannominato El Loco e accostato più volte a Donald Trump (così come al brasiliano Jair Bolsonaro). Amante dei cani, possiede quattro mastini inglesi battezzati tutti in onore di famosi economisti: Murray per Murray Rothbard, Milton per Milton Friedman, Robert e Lucas per Robert Lucas. Ce n’era anche un quinto, Conan, che però è morto: Milei ha raccontato di parlarci attraverso una medium. Il nuovo presidente argentino considera i cani dei figli ed è a loro che ha dedicato la vittoria elettorale. Un pensiero anche alla sorella Karina, la sua spin doctor, e alla compagna Fátima Florez, comica che annovera tra le sue imitazioni quella all’ex presidente Cristina Fernández Kirchner. In un’intervista a Fox News, Milei ha dichiarato che il cambiamento climatico fa parte dell’agenda socialista, esprimendo poi dubbi sui vaccini anti-Covid. Non finisce qui: se da una parte ha individuato il Al Capone il prototipo del «benefattore sociale», dall’altra ha puntato il dito contro il connazionale papa Francesco, definendo Bergoglio «incarnazione del comunismo». Milei è inoltre apparso più volte in pubblico travestito da Generale Ancap (contrazione di “anarcocapitalista”), il suo alter ego da supereroe.

«Oggi inizia la fine della decadenza argentina. Iniziamo a ricostruire e a voltare la pagina della nostra storia», ha commentato dopo la vittoria, destinata a «mettere fine alla casta parassitaria, ladra e inutile del Paese» e arrivata con il 56 per cento al ballottaggio contro il candidato peronista progressista Sergio Massa. Nei piani di Milei sarà una ricostruzione rapidissima: «I cambiamenti che servono al nostro Paese saranno drastici, non ci sarà spazio per la gradualità», ha detto il neo presidente, promettendo che «tra 35 anni l’Argentina sarà una potenza mondiale». Non resta che aspettare. Nel frattempo, auguri.

Nel 2024 la Russia organizzerà un concorso musicale in risposta all’Eurovision

Nel 2024 Mosca ha intenzione di organizzare un concorso musicale dal respiro internazionale, una sorta di risposta all’Eurovision Song Contest dal quale la Russia è stata esclusa a partire dal 2022, a causa dell’invasione dell’Ucraina. Il nome c’è già: Intervision, nome già utilizzato per una kermesse tenutasi nella seconda metà degli Anni 70 in Polonia, allora parte del blocco sovietico.

Nel 2024 la Russia organizzerà un proprio concorso musicale in risposta all’Eurovision. C’è già il nome: Intervision.
Loreen, vincitrice dell’Eurovision Song Contest nel 2023 (Getty Images).

Il direttore di Pervyj kanal: «Non ci saranno restrizioni o influenze politiche»

«Non ci saranno restrizioni o influenze politiche in questa competizione. Tutti i Paesi potranno presentare esponenti della loro musica popolare. Contiamo sulla partecipazione attiva dei Brics e invitiamo tutti gli altri Paesi ad aderire all’iniziativa», ha dichiarato Konstantin Ernst, direttore generale di Pervyj kanal, la principale emittente televisiva pubblica della Russia che trasmetterà l’evento.

Nel 2024 la Russia organizzerà un proprio concorso musicale in risposta all’Eurovision. C’è già il nome: Intervision.
Coro cinese durante un’esibizione in Russia (Getty Images).

Le quattro edizioni dell’Intervision “originale”, più il revival del 2008

Il Concorso Intervision della Canzone è stato un concorso canoro organizzato dal 1977 al 1980, a cui prendevano parte Paesi del blocco sovietico e Stati neutrali (come la Finlandia). Equivalente orientale dell’Eurovision Song Contest, di fatto in quel periodo sostituì il Festival internazionale della canzone di Sopot, in Polonia, la cui prima edizione risaliva al 1961, e che ancora oggi è uno dei più grandi concorsi canori in Europa. Nel 1981 la manifestazione venne cancellata a seguito dell’avanzata del movimento sindacale Solidarność, giudicato contro-rivoluzionario dalle altre nazioni del blocco sovietico. Nel 2008 si è svolta un’edizione-revival, ospitata dalla Russia.

In programma nel 2024 anche un festival cinematografico eurasiatico

«Allo scopo di promuovere la diversità delle culture in un mondo multipolare», ha spiegato la ministra della Cultura russa Olga Lyubimova, le autorità russe vogliono proporre, oltre al concorso musicale Intervision, anche un festival cinematografico eurasiatico. Lo aveva già annunciato il capo dell’Unione dei cineasti della Russia, il regista premio Oscar e diventato sostenitore di Putin Nikita Mikhalkov.

Il ruolo della Siria nella guerra tra Israele e Hamas

Il contagio nell’intera regione mediorientale del conflitto tra Hamas e Israele è più di un rischio. In Cisgiordania, territorio amministrato da Fatah di Abu Mazen, si moltiplicano gli scontri con l’esercito di Tel Aviv che, al confine settentrionale, sta affrontando un conflitto a bassa intensità con i miliziani di Hezbollah, formazione libanese foraggiata dall’Iran. Proprio come i ribelli yemeniti Houthi che hanno lanciato droni e missili contro lo Stato ebraico. Inoltre sono state colpite basi statunitensi in Iraq. E poi c’è la Siria, da dove transitano i rifornimenti di Hezbollah e per questo nel mirino di Israele.

Il ruolo della Siria di Assad nella guerra in Medio Oriente tra Israele e i miliziani palestinesi di Hamas.
Bashar al-Assad e il presidente iraniano Ebrahim Raisi (Getty Images).

La Siria non ha mai stipulato accordi di pace con Israele

Martoriata da 12 anni dalla guerra civile, a differenza di altri vicini come Egitto e Giordania, la Siria non ha mai stipulato accordi di pace con Israele, né riconosce lo Stato ebraico con cui si contende le alture del Golan, territorio conquistato dalle forze israeliane nel 1967 nell’ambito della Guerra dei sei giorni e poi annesso unilateralmente nel 1981. Nel Paese, dove il dittatore Bashar al-Assad è sopravvissuto alla sollevazione popolare del 2011 e alla successiva guerra civile grazie all’appoggio di Russia e Iran, sono operative diverse milizie legate a Teheran, compresi miliziani di Hezbollah. L’Idf ha colpito infrastrutture militari nella zona di Daraa, nel sud della Siria, in risposta al lancio di missili verso il Golan. Più “corposa” la campagna aerea di Israele, che in realtà al pari di quella di terra va avanti da anni, sempre con l’obiettivo di impedire i rifornimenti ai combattenti sostenuti dall’Iran: dall’attacco di Hamas, ad esempio, sono stati colpiti più volte gli aeroporti internazionali di Damasco e Aleppo.

Il ruolo della Siria di Assad nella guerra in Medio Oriente tra Israele e i miliziani palestinesi di Hamas.
Siria, manifesto contro il presidente Assad (Getty Images).

Siria-Hamas, storia di un rapporto lungo e complesso

Il rapporto della Siria con Hamas è lungo e complicato. L’organizzazione palestinese trae infatti origine dai Fratelli Musulmani, formazione politica che si richiama al dovere di fedeltà ai valori islamici tradizionali e per questo punto di riferimento per molti integralisti. Anzi, come specificato nel suo stesso statuto del 1988, nacque come suo braccio palestinese. In Siria, i Fratelli Musulmani si sono sempre opposti al potere della famiglia Assad. Nel 1982, mentre era al potere Hafiz al-Assad, padre dell’attuale presidente, le truppe siriane repressero una rivolta guidata proprio dai Fratelli Musulmani ad Hama, uccidendo almeno 10 mila abitanti. Più tardi, il governo di Damasco ha sostenuto con forza la causa palestinese, ospitando circa mezzo milione di rifugiati provenienti da Israele. Tra essi anche uno dei leader di Hamas in esilio, Khaled Mashaal. E questo nonostante la famiglia Assad si trovasse spesso in contrasto con l’organizzazione palestinese. I rapporti si sono davvero inaspriti a partire dal 2011, quando Hamas evitò di schierarsi con Damasco nella guerra civile: l’anno successivo Mashaal riparò in Qatar, dove vive ancora oggi. Successivamente l’esercito regolare prese di mira i civili del distretto di Yarmouk, area che da campo profughi si era trasformata in quartiere a maggioranza palestinese controllata dai ribelli: le forze di Assad nel 2015 assediarono il campo, impedendo l’ingresso di cibo, energia, medicine e altri rifornimenti. Una piccola Gaza.

Il ruolo della Siria di Assad nella guerra in Medio Oriente tra Israele e i miliziani palestinesi di Hamas.
La devastazione di Yarmouk dopo l’assedio (Getty Images).

Altamente improbabile il coinvolgimento diretto di Damasco 

Nel discorso tenuto al vertice della Lega araba che si è svolto a Riad, Assad ha criticato gli accordi di normalizzazione tra altri Paesi del Medio Oriente e lo Stato ebraico, accusando Israele di crimini di guerra contro i civili di Gaza, allineandosi agli altri leader nel chiedere l’immediato cessate il fuoco e la fine dell’assedio della Striscia. Parole che però non possono non suonare ipocrite, considerati gli attacchi chimici di Ghūṭa prima e Khan Shaykhun poi, sferrati dalle forze governative durante la guerra civile siriana. E quanto accaduto a Yarmouk. È altamente improbabile che Damasco entri nel conflitto in corso, cosa che invece potrebbero fare le varie milizie operanti all’interno del Paese sostenute dall’Iran e indipendenti dal governo siriano. Da parte sua, anche Israele finora ha evitato di colpire obiettivi prettamente siriani, concentrandosi sui rifornimenti a Hezbollah. E pure gli Stati Uniti si sono limitati a colpire le presunte basi iraniane in Siria. «Nonostante il susseguirsi di attacchi e contrattacchi, nessuna delle due parti – gli Usa e Israele, da un lato, e l’Iran e i gruppi che sostiene, dall’altro – sembra volere una grande escalation regionale», hanno spiegato i ricercatori del think tank International Crisis. Group. Ma se la guerra a Gaza dovesse continuare, avvertono, «il rischio che proprio ciò accada potrà aumentare».

Cameron, a Kyiv il primo viaggio da ministro degli Esteri britannico

Prima visita ufficiale del nuovo ministro degli Esteri britannico David Cameron, tornato in pista dopo la batista delle Brexit e le conseguenti dimissioni da premier del 2016. L’ex primo ministro del Regno Unito si è recato a Kyiv, dove ha incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

David Cameron, a Kyiv il primo viaggio da ministro degli Esteri britannico: l'incontro con Volodymyr Zelensky.
David Cameron (Getty Images).

Zelensky: «Grati per il costante sostegno da parte del Regno Unito»

Zelensky si è congratulato con Cameron per la nomina e lo ha ringraziato per aver scelto Kyiv come meta della sua prima visita ufficiale all’estero. «È molto importante, soprattutto ora che il mondo sta prestando attenzione non solo alla situazione sul campo di battaglia in Ucraina», ha detto Zelensky, alludendo al Medio Oriente. «Siamo grati per il costante sostegno all’Ucraina da parte del Regno Unito. Siamo grati per la calorosa accoglienza che hanno ricevuto i cittadini ucraini nel Regno Unito. E siamo lieti che lei sia venuto in Ucraina».

Cameron: «Volevo che fosse questa la mia prima visita»

Il presidente ucraino ha pubblicato un breve filmato dell’incontro sui social media, durante il quale si può sentire Cameron dire: «Volevo che fosse questa la mia prima visita». Il nuovo ministro degli Esteri britannico ha poi dichiarato: «La mia presenza qui significa che continueremo a darvi il sostegno morale, il sostegno diplomatico, il sostegno economico e soprattutto il sostegno militare di cui avete bisogno non solo quest’anno e l’anno prossimo, ma per tutto il tempo necessario». Le parti hanno discusso della fornitura di armi destinate al fronte, del rafforzamento della difesa aerea, della protezione del popolo ucraino e delle infrastrutture critiche.

Russia, come i fratelli Rotenberg hanno protetto i loro beni dalle sanzioni

Tra i fedelissimi che hanno sostenuto Putin fin dalla sua ascesa ci sono sicuramente i fratelli Boris e Arkady Rotenberg, partner chiave del Cremlino: alle loro società sono stati affidati nel corso degli anni i progetti più ambiziosi, tra cui i lavori per i Giochi Olimpici invernali di Sochi. Oggetto di sanzioni occidentali dal 2014, i Rotenberg sono riusciti però a “salvare” yacht, palazzi, aerei e altri beni di lusso e oggi, a distanza di quasi un decennio, hanno un patrimonio stimato intorno ai 5 miliardi di dollari. Come hanno fatto? Lo rivelano i Rotenberg Files, un’inchiesta dell’Organized Crime and Corruption Reporting Project (Occrp) organizzazione giornalistica non-profit, basata sulla fuga di oltre 50 mila email e documenti dalla società russa Evocorp.

Russia, come i fratelli Rotenberg hanno protetto i loro beni dalle sanzioni occidentali e aiutato la figlia di Putin.
Vladimir Putin (Imagoeconomica).

Maxim Viktorov, la figura chiave che ha aiutato i fratelli Rotenberg

Figura chiave dello schema che ha permesso ai due oligarchi di occultare i loro beni è l’uomo d’affari moscovita Maxim Viktorov, il quale tramite il suo studio legale li ha aiutati a dribblare le sanzioni. Grazie a Viktorov, per esempio, i due hanno mantenuto a lungo la loro partecipazione nella Helsinki Halli, arena polivalente finlandese che ospita concerti, partite di hockey e altri eventi sportivi, tramite il trasferimento delle quote al figlio di Boris, Roman. Il bene è stato congelato solo nel 2022, quando anche Roman è stato raggiunto dalle sanzioni occidentali. Nel 2016, riporta il dossier, Viktorov aveva aiutato i Rotenberg quando una parte del loro impero finanziario era finito sotto la lente d’ingrandimento delle autorità di regolamentazione delle Isole Vergini Britanniche. Ma chi è Maxim Viktorov? Oggi 50enne, poco prima del collasso dell’Urss lavorò  come impiegato del dipartimento investigativo dell’ufficio del procuratore generale per passare poi al Kgb. In seguito ha iniziato a fornire servizi legali a imprenditori e funzionari. Nel 2012, è diventato consigliere dell’ex ministro della Difesa Anatoly Serdyukov. Successivamente assieme al medico Mikhail Kovalchuk, fratello del “banchiere di Putin” Yury, ha fondato l’Associazione russa per il progresso della scienza, a cui si è poi unita Maria Vorontsova, figlia maggiore del presidente. Collezionista di violini, nel 2005 Viktorov a un’asta di Sotheby’s, ne ha acquistato uno realizzato dal maestro italiano Carlo Bergonzi, precedentemente appartenuto a Niccolò Paganini, per 1,1 milioni di dollari.

LEGGI ANCHE: Un’inchiesta svela Le vere ricchezze di Putin

Lo chalet in Austria comprato dalla figlia di Putin con un prestito segreto

Studiando i file del dossier, i giornalisti dell’Occrp hanno scoperto poi che, grazie a un prestito segreto da parte dei Rotenberg (Arkady in particolare), Vorontsova sarebbe entrata in possesso di un lussuoso chalet a Kitzbühel, località sciistica austriaca. Come hanno spiegato i residenti, la primogenita dello zar è stata avvistata più volte in città assieme all’ex marito, l’olandese Jorrit Faassen. Sulla carta, a detenere la proprietà dell’immobile è la società cipriota Wayblue Investments, che l’ha acquistata nel 2013 per 10,8 milioni di euro. La Wayblue dal 2015 appartiene a Velidom Ltd. Purtroppo non è dato sapere, spiegano i giornalisti, a chi faccia riferimento quest’ultima società.

Russia, come i fratelli Rotenberg hanno protetto i loro beni dalle sanzioni occidentali e aiutato la figlia di Putin.
Il centro di Kitzbuhel, in Austria (Getty Images).

Tuttavia, è emerso che la cipriota Olpon Investments, controllata da Arkady Rotenberg, all’inizio del 2013 ha accettato di affidare 11,5 milioni di euro alla banca lettone SMP – all’epoca di proprietà dei Rotenberg che ha investito il denaro nella neonata Wayblue. A metà del 2014, i Rotenberg hanno venduto la banca che, ribattezzata Meridian Trade Bank, due anni dopo ha trasferito il prestito all’estone Cresco Securities. Wayblue non ha rimborsato il capitale del prestito. Secondo Tom Keating, direttore del Centre for Financial Crime and Security Studies con sede a Londra, il piano contorto per l’acquisto dello chalet in Austria è «tipico» degli affari che coinvolgono le persone vicine alla famiglia di Putin.

L’acquisto di un terreno nei Paesi Bassi ha invece lasciato una traccia cartacea 

Se l’acquisizione dello chalet è stata nascosta, un’altra operazione nei Paesi Bassi ha lasciato una traccia cartacea che ha condotto a Faassen. Sempre nel 2013 la società cipriota Gietrin Investments fondò la società olandese Molenkade Ontwikkeling e acquistò un terreno nella periferia di Amsterdam. I veri proprietari della Gietrin Investments sono sconosciuti, ma sono emersi legami con Wayblue Investments a cui ha prestato 750 mila euro, così come con SMP Bank. Il direttore di Molenkade era il marito della cugina di Faassen che poi ha assunto in prima persona la guida della società nel 2019. A settembre di quell’anno, dopo la fine del matrimonio con Vorontsova, l’uomo d’affari ha venduto a sé stesso il terreno, per poi chiudere l’azienda. A maggio 2023, l’ufficio del procuratore olandese ha confiscato l’appezzamento di terra.

Russia, come i fratelli Rotenberg hanno protetto i loro beni dalle sanzioni occidentali e aiutato la figlia di Putin.
Boris Rotenberg (Getty Images).

Il ruolo di Marina e Karina, le compagne dei Rotenberg

Nei documenti trapelati, i giornalisti hanno trovato numerosi altri beni di valore di proprietà di società o persone associate ai Rotenberg, a lungo nascosti grazie alle “magie” di Viktorov e soci. Oltre alla villa in Austria, ci sono due appartamenti nel centro di Riga, una villa in un resort spagnolo alla periferia di Valencia (acquistata per quasi 9 milioni di euro), un aereo Bombardier (valore 42 milioni), una villa sulla Costa Azzurra (4,25 milioni), un appartamento a Monte Carlo, un club ippico e altre residenze sparse per la Francia per un valore di quasi 16 milioni di euro. Molte di queste proprietà appartengono a una cittadina lettone di 36 anni, Maria Borodunova, che in alcuni documenti appare come Maria Rotenberg: si tratta della compagna di Arkady. Altre sono intestate a Karina, consorte di Boris, presidente della Federazione equestre di Mosca. Dai documenti trapelati è emerso che Karina, così come almeno due dei suoi tre figli, ha la cittadinanza statunitense e che questo, in diversi casi, ha permesso al marito di eludere le sanzioni.

Maturità 2023, gli auguri di Meloni e dei politici agli studenti

Chi c’è passato sa come sono, chi non c’è ancora arrivato può solo intuire l’emozione mista a tensione che sono capaci di provocare. E poi c’è chi li sta sostenendo a partire dal 21 giugno. Stiamo ovviamente parlando degli gli esami di maturità, cominciati con la prima prova, quella scritta di italiano. Per l’occasione sono stati diversi gli esponenti del mondo della politica, premier Meloni in primis, che hanno fatto gli auguri ai 536 mila maturandi.

Meloni: «Siate creativi, buttatevi a capofitto nel vostro sogno, qualsiasi sia»

«Ricordo ancora quei giorni carichi di tensione: lo studio a perdifiato che precedeva gli esami finali, l’adrenalina, la consapevolezza che lì si metteva, in qualche giorno, in poche ore, tutto il lavoro che era stato fatto per anni. Ma ricordo anche l’emozione, sapendo che che di lì a poco si sarebbe aperto un capitolo completamente vuoto per la propria vita. Così sarà anche per voi», detto Giorgia Meloni, parlando del suo esame di maturità, in un videomessaggio per Skuola.net.

«C’è chi proseguirà negli studi universitari, chi sceglierà di abbracciare un’esperienza lavorativa: qualsiasi sia la scelta che farete ricordate che voi siete i padroni del vostro destino. Siate creativi, buttatevi a capofitto nel vostro sogno, qualsiasi sia». E poi: «Voi siete i protagonisti di quel libro che si chiama vita. Vale la pena di vivere e di leggere quel libro con tutta l’intensità possibile».

Maturità 2023, gli auguri della premier Giorgia Meloni e dei politici agli studenti che oggi iniziano gli esami.
Studenti pronti per l’esame di maturità (Imagoeconomica).

Salvini: «Sono giorni che vi ricorderete ovunque sarete»

Anche Matteo Salvini ha voluto mandare il suo “in bocca al lupo” ai maturandi con un videomessaggio: «Se ai miei tempi avessi visto il video di uno di 50 anni (il leader della Lega è un classe 1973, ndr) che mi diceva “goditela”, lo avrei mandato a quel paese, però vi assicuro che questi sono giorni che vi ricorderete ovunque voi sarete».

Renzi: «Dateci dentro, alla grandissima»

«Un abbraccio speciale a chi sta entrando nelle aule per la maturità 2023. Sappiamo che è dura ma vi resterà addosso come uno dei momenti più intensi della vostra vita. E allora dateci dentro, alla grandissima. In bocca al lupo», ha twittato Matteo Renzi, leader di Italia Viva.

«Godetevi questi momenti, queste ore. Le ricorderete per sempre. E dopo niente sarà più come prima. In bocca al lupo ragazzi!», ha scritto su Twitter Maria Elena Boschi.

Maturità 2023, gli auguri della premier Giorgia Meloni e dei politici agli studenti che oggi iniziano gli esami.
Studentesse impegnate nell’esame di maturità (Imagoeconomica).

Valditara: «L’esame di Stato non è il giudizio divino, affrontatelo con serenità»

«Oggi abbiamo dato il via agli Esami di Stato 2023. Con l’occasione, mando un augurio alle ragazze e ai ragazzi. Un grazie particolare allo straordinario lavoro di docenti, dirigenti, personale scolastico e di tutto il Ministero dell’Istruzione e del Merito», ha twittato il titolare del Mit Giuseppe Valditara, che alla vigilia aveva detto: «L’esame di Stato non è la prova finale, non è il giudizio divino. E i commissari non sono degli inquisitori. Un consiglio: affrontatelo senza timori e con serenità».

Usa-Cina, Joe Biden definisce Xi Jinping «dittatore»

In California, durante un discorso fatto a braccio nel corso di un evento per la raccolta di fondi elettorali, il presidente americano Joe Biden è tornato sul caso dei palloni-spia definendo «dittatore» il suo omologo cinese Xi Jinping. Le parole dell’inquilino della Casa Bianca rischiano di cancellare i «progressi» confermati dal capo della diplomazia a stelle e strisce Anthony Blinken che, primo segretario di Stato a visitare la Cina in cinque anni, sta cercando di allentare le tensioni tra i due Paesi.

«Non sapeva che il pallone-spia fosse lì, è una cosa che suscita imbarazzo nei dittatori»

«Il motivo per cui Xi Jinping si è molto arrabbiato quando ho abbattuto quel pallone pieno di equipaggiamento per spionaggio perché non sapeva che fosse lì», ha detto Biden riferendosi all’incidente di febbraio. «Era andato fuori rotta. È stato portato fuori rotta attraverso l’Alaska e poi giù attraverso gli Stati Uniti e lui non lo sapeva. Quando è stato abbattuto era molto imbarazzato e ha negato che fosse anche lì. È una di quelle cose che suscita grande imbarazzo nei dittatori». E poi: «Ora siamo in una situazione in cui vuole avere di nuovo una relazione. Blinken è appena andato là. Ha fatto un buon lavoro e ci vorrà del tempo».

Usa-Cina, Joe Biden definisce Xi Jinping «dittatore». Pechino: «Giudizi assurdi e irresponsabili». A rischio i progressi diplomatici.
L’incontro tra Antony Blinken e Xi Jinping (Getty Images).

La risposta di Pechino: «Le parole di Biden violano la dignità politica della Cina»

La risposta di Pechino non si è fatta attendere: la portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning, nel corso del briefing quotidiano, ha detto che le parole di Biden sono «assurde e irresponsabili» e che violano la «dignità politica della Cina». La Repubblica Popolare, ha aggiunto, esprime «disappunto e forte disapprovazione». Le parole di Biden sono arrivate a stretto giro dalla visita di Blinken a Pechino: nella capitale cinese il segretario di Stato Usa ha anche incontrato il presidente Xi.

Blinken in Cina, gli accordi raggiunti su cinque fronti dai due Paesi

Al termine della visita di Blinken a Pechino Yang Tao, direttore generale del Dipartimento per gli Affari nordamericani e dell’Oceania del ministero degli Esteri cinese, ha dichiarato che Cina e Stati Uniti hanno raggiunto accordi su cinque fronti. In primo luogo i due Paesi attueranno le intese comuni raggiunte dai presidenti Xi e Biden a Bali nell’incontro a margine del G20 di novembre 2022, al fine di «gestire efficacemente le divergenze e di promuovere il dialogo, gli scambi e la cooperazione». Cina e Usa hanno poi concordato di mantenere interazioni «di alto livello». Al terzo punto Yang ha riferito che c’è l’impegno a continuare a portare avanti le consultazioni «sui principi guida delle relazioni bilaterali»: Al quarto, invece, che le parti continueranno a portare avanti le consultazioni attraverso il gruppo di lavoro congiunto per affrontare questioni specifiche nelle relazioni. Infine, Cina e Usa hanno concordato di incoraggiare più scambi interpersonali ed educativi, con discussioni positive sull’ipotesi di aumentare i voli passeggeri tra i due Paesi, per favorire più visite reciproche di studenti, accademici e uomini d’affari.

Usa-Cina, Joe Biden definisce Xi Jinping «dittatore». Pechino: «Giudizi assurdi e irresponsabili». A rischio i progressi diplomatici.
L’intervento di Biden al National Safer Communities Summit (Getty Images).

Biden e quel «God save the Queen» diventato virale sui social

Le parole di Biden hanno provocato un certo imbarazzo negli Stati Uniti. Ed è la seconda volta che accade nel giro di pochi giorni. Sabato 17 giugno il presidente Usa aveva chiuso il suo intervento al National Safer Communities Summit in Connecticut, dopo aver parlato per una trentina di minuti chiedendo leggi più severe sul controllo delle armi, con la frase «Alright? God save the Queen, man», forse “scambiandola” con il «God bless America» spesso usato dai presidenti Usa per congedarsi. Ovviamente, la gaffe di Biden è diventata virale sui social.

Chi è Joseph Tsai, nuovo presidente di Alibaba

Cambio al vertice del gigante cinese dell’e-commerce Alibaba. Daniel Zhang a settembre lascerà la carica di presidente e amministratore delegato, per dedicarsi alla guida della divisione cloud computing del gruppo. Come ceo sarà sostituito da Eddie Wu, ora presidente delle divisioni commerciali Taobao e Tmall, mentre come presidente dal miliardario taiwanese Joseph Tsai.

Chi è Joseph Tsai, nuovo presidente di Alibaba. Il profilo del miliardario taiwanese proprietario dei Brooklyn Nets.
La sede di Alibaba a Hangzhou (Imagoeconomica).

Nel 2019 ha acquistato i Brooklyn Nets per la cifra record di 2,1 miliardi di dollari

Nato nel 1964 a Taipei in una famiglia fuggita a Taiwan durante l’esodo del Kuomintang dopo che il Partito Comunista Cinese aveva preso il controllo della Cina continentale, Joseph Tsai a 13 anni fu mandato negli Stati Uniti dai genitori per frequentare le scuole superiori nel New Jersey. Successivamente ha studiato giurisprudenza a Yale, università che aveva frequentato anche il padre, laureandosi in Economia nel 1986 e successivamente in legge presso la Yale Law School. Ammesso come avvocato all’ordine degli avvocati di New York nel 1991, dopo pochi anni nello studio legale Sullivan & Cromwell è passato al private equity, entrando a far parte di Rosecliff, Inc., piccola società di management buyout. Poi il salto a Hong Kong nel 1995, dove ha conosciuto Jack Ma. Colpito dall’idea di quest’ultimo di creare un mercato internazionale di importazione ed esportazione, ha lasciato il lavoro da 700 mila dollari all’anno presso Investor AB, unendosi a Ma e altri 16 co-fondatori di Alibaba. Diventato nel 2013 vicepresidente esecutivo della società oltre che secondo azionista individuale dopo Ma, nel 2019 ha acquisito i Brooklyn Nets per la cifra record di 2,1 miliardi, la più alta mai pagata per una franchigia Nba: la valutazione era stata concordata l’anno prima, quando il magnate era entrato in società con il russo Mikhail Prokhorov, proprietario della squadra dal 2010. Oggi Tsai ha un patrimonio stimato di 7,7 miliardi di dollari.

Chi è Joseph Tsai, nuovo presidente di Alibaba. Il profilo del miliardario taiwanese proprietario dei Brooklyn Nets.
Joseph Tsai (Getty Images).

Secondo cambio al vertice per Alibaba: quattro anni fa Jack Ma era stato sostituito da Daniel Zhang

Si tratta del secondo cambio al vertice di Alibaba: la multinazionale con sede ad Hangzhou dal 1999 al 2019 è stata guidata dal fondatore Jack Ma, che ora si dedica alla filantropia, a cui appunto era succeduto il già citato Daniel Zhang. Il colosso cinese sta rispondendo con un’imponente riorganizzazione alle sfide del post-Covid: a marzo ha infatti annunciato l’intenzione di dividersi in sei unità separate (tra cui cloud, e-commerce, logistica, media e intrattenimento), supervisionate da un proprio amministratore delegato, per permettere a ciascuna di esse di cercare finanziamenti indipendenti.

In Ucraina mezzi inutilizzabili e armi obsolete: cosa non va nelle forniture militari

Dall’indipendenza nel 1991, l’Ucraina nel corso degli anni ha venduto un’ampia porzione delle sue vaste scorte di armi dell’era sovietica, ottenendo grossi profitti: l’arsenale del Paese, in particolare, si è ridotto durante la presidenza del filorusso Viktor Yanukovich. Il problema della scarsità degli armamenti è venuto alla luce in occasione dell’annessione unilaterale della Crimea da parte della Federazione Russa, poi con la guerra del Donbass e, ancor di più, con l’invasione su larga scala iniziata il 24 febbraio 2022. Quando la Russia ha attaccato l’Ucraina, Kyiv si è trovata alla disperata ricerca di armi e munizioni. Come sottolineato a inizio aprile dal segretario generale della NatoJens Stoltenberg, «gli alleati hanno erogato quasi 150 miliardi di euro di sostegno all’Ucraina, inclusi 65 miliardi di euro di aiuti militari». Ma, come riporta un’inchiesta del New York Times, le autorità ucraine hanno pagato più di 800 milioni di dollari ai fornitori occidentali nel corso dell’anno passato, in base a contratti rimasti in tutto o in parte inadempiuti: moltissime le armi che non sono state consegnate, tanti i mezzi incapaci di muoversi o sparare, buoni tutt’al più per recuperare qualche pezzo di ricambio.

Mezzi inutilizzabili e armi obsolete, cosa non va nelle forniture militari all'Ucraina
La bandiera ucraina apposta su un mezzo arrivato dagli Usa (Getty Images).

Il 30 per cento dell’arsenale di Kyiv è costantemente in riparazione

Che qualcosa vada male, nella frenesia della corsa alle armi, ci sta. Molti delle forniture da parte degli alleati occidentali comprendevano armi di ultima generazione, come i sistemi di difesa aerea americani che si sono dimostrati altamente efficaci contro droni e missili russi. Ma in altri casi gli alleati hanno fornito attrezzature finite da tempo nei magazzini che, nella migliore delle ipotesi, necessitavano di ampie revisioni. Come scrive il Nyt, il 30 per cento dell’arsenale di Kyiv è costantemente in riparazione: un tasso elevato, soprattutto per un esercito che ha bisogno di tutte le armi per dare il via all’attesa controffensiva.

Il caso dei 33 obici donati dall’Italia, poi riparati (male) in Florida

L’inchiesta del quotidiano statunitense cita la consegna di 33 obici semoventi M109 messi fuori servizio alcuni anni fa, donati all’Ucraina dall’Italia, «richiesti, comunque, da parte ucraina, nonostante le condizioni, per essere revisionati e messi in funzione, vista la urgente necessità di mezzi per fronteggiare l’aggressione russa», come precisato dal ministero della Difesa. Non è tanto il fatto che gli obici fossero da revisionare: Roma lo ha messo in chiaro e Kyiv li ha voluti lo stesso. Ma quanto successo dopo. Come scrive il New York Times, il governo ucraino ha inviato i pezzi d’artiglieria alla Ultra Defense Corporation di Tampa, in Florida, pagando quasi 20 milioni di dollari per la riparazione. Quando 13 dei 33 obici sono finalmente arrivati in Ucraina, si sono rivelati «non adatti a missioni di combattimento».

Mezzi inutilizzabili e armi obsolete, cosa non va nelle forniture militari all'Ucraina. L'inchiesta del New York Times.
Un Humvee dell’esercito americano (Getty Images).

Gli Humvee arrivati in Polonia con le gomme a terra

Nell’estate del 2022 a un’unità dell’esercito americano è stato ordinato di spedire 29 Humvee in Ucraina da un deposito a Camp Arifjan, una base in Kuwait. Alla fine di agosto, gli appaltatori privati incaricati di revisionare i mezzi avevano riparato trasmissioni, batterie scariche, perdite di fluidi, luci rotte, serrature delle porte e cinture di sicurezza sugli Humvee, facendo sapere che tutti e 29 gli automezzi militare da ricognizione dell’esercito americano erano pronti per l’Ucraina. Il lavoro era stato verificato, a quanto pare, dall’unità dell’esercito Usa di stanza in Kuwait. Ma, quando gli Humvee sono arrivati in Polonia, si è scoperto che le gomme di 26 mezzi su 29 erano inutilizzabili. Ci è voluto quasi un mese per trovare abbastanza pneumatici sostitutivi, il che «ha ritardato la spedizione di altre attrezzature in Ucraina e ha richiesto manodopera e tempo significativi», ha rilevato un rapporto del Pentagono. Ma gli appaltatori si sono fatti comunque pagare a caro prezzo per il loro servizio.

Manutenzione pessima, ma pagata a caro prezzo

La stessa cosa, aggiunge il Nyt, è successa con una fornitura di obici M777, sempre da parte della stessa unità. I pezzi di artiglieria erano in condizioni talmente pessime da essere stati rimandati al mittente, che dunque li ha riparati due volte. Ma sono solo alcuni esempi, riguardanti peraltro mezzi e armi che, alla fine, sono arrivate nella disponibilità di Kyiv.

Mezzi inutilizzabili e armi obsolete, cosa non va nelle forniture militari all'Ucraina. L'inchiesta del New York Times.
Lo sparo di un obice M777 a Bakhmut (Getty Images).

Come hanno precisato gli interlocutori del New York Times, che hanno partecipato all’acquisto di armi, in diversi casi la fornitura non è nemmeno avvenuta e non sempre gli intermediari hanno restituito il denaro. Diversi i contratti che non sono stati rispettati dall’inizio della primavera 2023, come persi nella frenesia da controffensiva. Che, forse non a caso, tarda ad arrivare.