Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente

Re, Superman, premio Nobel per la pace, addirittura papa. Sono tutte le megalomani versioni di sé che Donald Trump spamma sui suoi account social, Truth in testa. Di contro, ovviamente, oppositori politici e critici vengono ritratti come criminali o ubriaconi. Funziona così la comunicazione ai tempi del controverso presidente ex palazzinaro e, soprattutto, nell’era dell’intelligenza artificiale (usata male). L’IA al servizio dell’ego dell’uomo più potente del mondo genera mostri, realizzando contenuti su “Trump che fa cose”.

Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente

Le feci contro i cittadini che protestano e l’invasione della Groenlandia

Una volta indossa una corona, un’altra pilota un jet e scarica feci sui cittadini colpevoli di protestare contro la sua leadership. E così via, una spacconata dopo l’altra, fino al post del 20 gennaio in cui, accompagnato dai sodali J.D. Vance e Marco Rubio, si appresta a invadere il terreno della Groenlandia impugnando la bandiera americana.

I tre obiettivi della sua strategia di comunicazione

L’IA è quindi diventata un’arma nelle mani dello staff del presidente per inondare i social di meme e fake news tramite post che per qualcuno risultano persino divertenti, ma in realtà sviliscono il discorso politico, soprattutto se a diffonderli è l’inquilino della Casa Bianca. Da un’analisi condotta sulle “creazioni” che l’account Truth di Trump ha pubblicato nel 2025, il sito di fact-checking PolitiFact ha individuato i tre obiettivi principali di questa strategia di comunicazione: promuovere fino al sensazionalismo l’immagine di Donald e del suo staff, sminuire gli antagonisti e rafforzare il suo messaggio politico. Alcuni contenuti creati dall’intelligenza artificiale finiti sulle pagine di Trump sono semplici repost da altri account, come quello in cui è ritratto dietro a una scrivania con pile di denaro. Altri invece vengono caricati direttamente dai social media manager senza specificarne la paternità.

Immagini che anticipano crociate politiche

Una delle prime immagini pubblicate una volta preso possesso dello Studio Ovale ritrae il presidente Usa ruggente accanto a un leone. Un mesetto dopo invece lo si vede impegnato a dirigere l’orchestra al Kennedy Center, in un’anticipazione della crociata che ha portato all’aggiunta del suo cognome al nome dello storico centro culturale americano di Washington.

Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump in versione direttore d’orchestra.

Il video su Gaza è stato il punto più basso?

Poi è arrivato il video che mostrava come sarebbe diventata Gaza se a gestire la ricostruzione, o per meglio dire occupazione, fosse stato Trump. La clip, in cui si vedono soldi che piovono dal cielo, resort di lusso, spiagge sabbiose ed edifici brandizzati col nome del presidente sopra a quella che è stata di fatto una grande fossa comune per così tanti mesi, ha fatto discutere, per usare un eufemismo.

La stessa cosa è successa a luglio col video che mostrava l’ex presidente Barack Obama trascinato e ammanettato dalle forze dell’ordine sotto lo sguardo sorridente di Trump.

È passato invece più sottotraccia il repost di una foto con la scritta «Watch the water» (Guarda l’acqua) chiaro e inquietante riferimento ai cospirazionisti di QAnon.

Tra i contenuti più virali postati fino a oggi c’è il deepfake del 29 settembre. Musica mariachi in sottofondo, il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer dice: «A nessuno piacciono i democratici». Accanto a lui il suo omologo alla Camera, Hakeem Jeffries, con baffi a manubrio e un sombrero in testa.

Repostato più di 19 mila volte, il video accusa i dem di aver voluto lo shutdown per dare assistenza sanitaria gratuita a tutti gli immigrati clandestini. Una fake news condivisa anche sugli account della Casa Bianca.

Anche le pagine istituzionali della Casa Bianca ci si mettono

Perché il trend ha contagiato anche le pagine istituzionali della White House, che solo su X conta 2,9 milioni di follower. Lì possiamo trovare, tra gli altri, un Trump decisamente più in forma di quanto non sia nella realtà con addosso la strizzante tutina di Superman accompagnata dalla modestissima didascalia: «Il simbolo della speranza. Verità. Giustizia», alla faccia delle vittime dello squadrismo dell’Ice, l’agenzia federale statunitense che si occupa del controllo delle frontiere e dell’immigrazione, sempre più criticata dopo l’omicidio a sangue freddo di Renée Good.

Nel mirino del profilo della Casa Bianca è finita anche la senatrice democratica del Massachusetts Elizabeth Warren. Rea di aver criticato il sostegno finanziario dell’amministrazione Trump al presidente argentino Javier Milei, è diventata protagonista di un’immagine in cui viene ritratta vestita come Madonna in Evita, il film biografico del 1996 sull’ex first lady del Paese sudamericano Eva Perón.

E poi ancora le vignette sugli arresti e le deportazioni di immigrati, una copertina che ricorda quelle del Time con Trump incoronato (di nuovo!) e il titolo «Lunga vita al re».

Tra uno scatto del presidente vestito da Jedi e uno in cui cammina in una polverosa arena in stile romano, il profilo X della Casa Bianca si è preso anche la briga di difendere questa strategia social fatta di offese e bufale con un paio di post a luglio. «Da nessuna parte nella Costituzione c’è scritto che non possiamo pubblicare meme di successo».

E ancora: «I meme continueranno». È una minaccia?

Bipartidismo Stream e gli altri tentacoli mediatici di Vox

«Siamo l’alternativa alle palesi menzogne dei media mainstream del sistema bipartitico». A sostenerlo non sono i soliti complottisti che si spacciano per nuovi profeti, ma le pagine social e YouTube di Bipartidismo Stream, il canale aperto a inizio 2025 da Fundación Disenso, think tank presieduto dal leader di Vox Santiago Abascal. L’obiettivo dell’operazione è meno nobile di quanto reciti lo slogan. Si tratta, semplicemente, di diffondere l’ideologia di estrema destra con un’estetica che strizza l’occhio ai più giovani. Gli under 45, d’altronde, sono il cuore dell’elettorato del partito tanto caro a Giorgia Meloni. Le recenti intenzioni di voto suddivise per età parlano chiaro: Abascal e i suoi avrebbero l’appoggio del 31 per cento dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni. E se la giocano bene sia nella fascia dai 25 ai 34 sia in quella tra i 35 e i 44. In entrambi i casi con il 23 per cento delle preferenze. 

Bipartidismo Stream e gli altri tentacoli mediatici di Vox
Giorgia Meloni con Santiago Abascal a Atreju 2023 (Imagoeconomica).

Con Abascal il canale macina visualizzazioni

Bipartidismo Stream ha chiarito il suo dna fin dal primo video pubblicato. Il contenuto includeva una clip rubata da Don’t Look Up in cui il il dottor Mindy (interpretato da Leonardo DiCaprio) critica l’uso di termini come “estrema destra”, “ultradestra” o “fascismo”: «Aprite gli occhi», perché coloro che criticano il fascismo «non sono la soluzione, ma il problema». Chi ha visto il film sa bene che il messaggio è stato totalmente travisato. Anzi, Don’t Look Up si prende gioco del negazionismo climatico che tanto piace proprio ai partiti come Vox. A macinare visualizzazioni sono soprattutto le lunghe interviste ad Abascal, presenza fissa. È solo grazie a lui che i numeri crescono. A gennaio 2026, a meno di un anno dal lancio del canale, viaggiano verso i 12 milioni. Cifra che, escludendo i video con gli interventi del leader di Vox, crollerebbe miseramente visto che alcune clip non arrivano nemmeno a quota 500. Gli iscritti hanno invece superato la soglia dei 35 mila in linea col numero di follower su Instagram (quasi 36 mila).

Bipartidismo Stream e gli altri tentacoli mediatici di Vox
Santiago Abascal (Ansa).

L’estrema destra è venduta come unica alternativa al PP e al PSOE

Chi, spinto dall’algoritmo e dallo scrolling, si imbatte nei contenuti di Bipartidismo Stream potrebbe pensare di essere finito su un semplice canale di interviste. Il set è minimalista: sfondo nero, tavolo di legno e microfoni. Insomma, sembra un podcast qualunque. Il mimetismo digitale scompare quando cominciano le ‘trasmissioni’. Il programma di punta si intitola El bolso de Soraya, un riferimento alla borsa dell’ex vicepresidente del governo Rajoy, Soraya Sáenz de Santamaría, poggiata sul seggio del primo ministro durante la discussione che portò alla sfiducia dell’esecutivo. Un simbolo di decadenza, secondo Bipartidismo Stream, perché poi sarebbe arrivato Pedro Sánchez. E una dimostrazione plastica del sistema bipartitico da combattere. Le cui vittime, sempre secondo la vulgata voxiana, sono gli elettori. In particolare quelli del Partito Popolare con cui Vox è alleato in molte amministrazioni locali. Ecco allora che l’estremismo è dipinto come l’unica alternativa al PP di Alberto Núñez Feijóo e al PSOE: due facce della stessa medaglia. «Solo una cosa li differenzia: il livello di menzogna», tuona Abascal.

Bipartidismo Stream e gli altri tentacoli mediatici di Vox
Alberto Nunez Feijóo, presidente del PP (Imagoeconomica).

La battaglia contro i media mainstream

Nel mirino di Bipartidismo Stream c’è ovviamente anche l’immigrazione che non solo genera criminalità ma sarebbe addirittura la causa della crisi immobiliare. Un tema usato per attirare i giovani. «Vediamo costantemente servizi giornalistici che si chiedono se gli under 35 siano davvero diventati fascisti e franchisti. La verità è che sono stanchi di avere persone al governo impegnate a disseppellire cadaveri e parlare di una guerra civile di un secolo fa», dice Abascal. Con buona pace dei familiari degli oltre 110 mila desaparecidos. L’obiettivo non dichiarato è far sì che la Gen Z (e dintorni) convinca genitori e parenti a votare per Vox. Che, attenzione, non è come la dipingono i «corrotti e traditori» giornalisti mainstream al servizio dell’establishment. Quella è solo una caricatura, spiegano nel tentativo di seminare sfiducia nei confronti dei media tradizionali. La soluzione a tutto questo? I social, naturalmente. Un ambiente in cui l’estrema destra non viene demonizzata ed è libero da ogni intermediazione.

I tentacoli mediatici di Vox

Bipartidismo Stream è, però, solo il tentacolo mediatico più recente di Vox che su Instagram vanta oltre un milione di follower, mentre PSOE, PP e Sumar non superano i 200 mila. Attraverso Fundación Disenso – su cui la Corte dei Conti ha acceso un faro per presunto dirottamento di fondi dal gruppo parlamentare – il partito controlla anche il quotidiano La Gaceta de la Iberosfera e la rete transnazionale Foro Madrid che organizza conferenze sui temi cari ad Abascal. Poi c’è il supporto dell’imprenditore Julio Ariza Irigoyen. Proprietario del gruppo Intereconomía che possiede due radio e un canale tv, il controverso imprenditore è considerato il patron mediatico di Vox.

Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga

«Classici comunisti: regole per te, ma non per loro». La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, è solo una delle tante partite all’attacco a testa bassa contro la nuova first lady di New York, Rama Duwaji. Colpevole di quale “reato”? Aver indossato stivali da 630 dollari alla cerimonia di insediamento del marito Zohran Mamdani il giorno di Capodanno.

Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
L’addetta stampa della Casa Bianca Karoline Leavitt (foto Ansa).

Negli Stati Uniti i quotidiani e l’opinione pubblica, anche a distanza di giorni, continuano a essere divisi sul guardaroba sfoggiato dall’artista 28enne. Per alcuni è stata una lezione di stile, altri si sono accodati all’opinione di Leavitt che nella sua invettiva tramite story di Instagram ha aggiunto: «Vogliono che i newyorkesi versino in tasse più della metà del loro reddito, mentre lei indossa stivali firmati che valgono il tuo stipendio settimanale. Ci sono ragioni per cui il comunismo ha fallito ovunque sia stato sperimentato. Buona fortuna, New York».

Nelle ore precedenti era sembrato che gli stivali di pelle artigianale Shelley del brand Miista avessero addirittura distratto quegli invasati dei Maga (Make America great again) dalle critiche a Mamdani. Né la first lady newyorkese né il gruppo di moda con sede in Spagna e Portogallo hanno voluto rilasciare commenti. L’ha fatto però la stylist di Duwaji, Gabriella Karefa-Johnson, che il New York Post ha definito «controversa anti-Israele».

Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga

Alcuni capi indossati sono stati concessi in prestito

L’ex redattrice di Vogue ha chiarito che le calzature e gli altri capi indossati sono stati concessi in prestito dai marchi, cosa che regolarmente succede con popstar e attori quando partecipano a eventi mediatici importanti. Una dichiarazione che non ha sedato le polemiche, alimentate dall’analisi dei look che l’illustratrice ha sfoggiato nelle precedenti apparizioni pubbliche. Sempre il New York Post ha segnalato per esempio gli orecchini portati durante il discorso tenuto da Mamdani dopo l’elezione di novembre: «I pendenti sono del raffinato designer di gioielli newyorkese Eddie Borgo. Le sue creazioni superano anche i 46 mila dollari».

Non è comunque la prima volta che Duwaji finisce nel mirino dell’opinione pubblica. A fine anno è uscita la sua intervista su The Cut, la prima dopo la vittoria del marito alle urne. Nella chiacchierata accompagnata da un servizio molto glamour, con abiti in prestito, la giovane ha parlato degli svantaggi di «avere improvvisamente un milione di occhi puntati sul proprio lavoro». Per fortuna, dice lei, «vivo nella negazione. Cerco di non pensare a Instagram come al mio pubblico, ma piuttosto a me e ai miei colleghi artisti». Non l’avesse mai detto.

«Forse potrebbe fare un podcast con Michele Obama»

«Per me è una stronzata. Adora l’attenzione. Sarà la nuova beniamina di Vogue», ha commentato per esempio un livoroso utente su X. «L’improvvisa allergia alla fama di Rama Duwaji? Per favore. Ha passato anni a costruire il marchio attivista-chic di Mamdani… e a posare per Vogue mentre lui sventrava i fondi della polizia di New York. Ora è scioccata che la gente la noti? L’intero regime di Mamdani è narcisismo performativo», gli ha fatto eco un altro. Si sono lette anche cose del tipo: «Non sembra che abbia problemi ad aprirsi» o «forse potrebbe fare un podcast con Michele Obama e insieme potrebbero condividere quanto siano dure le loro vite e quanto sia orribile questo Paese».

La sua arte impegnata e le posizioni anti-Israele

Nonostante il basso profilo mantenuto durante la campagna elettorale del marito, Duwaji già all’epoca aveva subito critiche dopo che i media erano andati a scandagliare la sua arte e i suoi canali social. Illustrazioni e post che rivelerebbero posizioni ferme sulla politica estera americana e di condanna delle azioni di Israele a Gaza. A metà ottobre ha pubblicato in una story su Instagram quattro emoji a forma di cuore spezzato con una foto di Saleh Al-Jafarawi. Ucciso da una milizia israeliana alcune ore prima, l’uomo era descritto dal governo Netanyahu come un attivista pro-Hamas.

Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Mamdani e Duwaji nel giorno delle nozze (da X).

Un’illustrazione del 2024 mostra imponenti pile di denaro contante con la scritta «crimini di guerra israeliani». Inserita in un reel, la creazione è stata postata da Mamdani con la didascalia: «Le organizzazioni benefiche di New York inviano oltre 60 milioni di dollari ogni anno per finanziare i crimini di guerra israeliani. È ora di mettere fine a tutto questo».

Nel 2020 ha disegnato due donne e una bambina sotto il fumo di un aereo in lontananza. Il tutto accompagnato dalla didascalia: «I presidenti vanno e vengono, ma l’imperialismo americano non cambia mai. Pensando ai palestinesi che soffrono. Non importa chi è in carica. Ho realizzato questa immagine per un articolo sulla guerra ambientale che Israele sta facendo sugli agricoltori palestinesi e sulle loro colture».

Sono tante le illustrazioni contestate dai repubblicani e dagli attivisti Maga che accusano Duwaji di fare propaganda. Il profilo Instagram dell’artista è un rifiorire di post che hanno lo scopo di sensibilizzare su ciò che è accaduto (e sta accadendo) nella Striscia. Le parole chiave? Genocidio, crisi umanitaria e l’immancabile Global Sumud Flotilla. Il cocktail perfetto per triggerare i trumpiani più svalvolati.

La Gen Z sfida il potere: un anno di proteste

Immobili, ipnotizzati davanti a uno smartphone, pigri. Della Gen Z si è detto e scritto di tutto in questi anni. Nel 2025, però, gli zoomer hanno avuto una rivincita mediatica dando vita a movimenti di protesta che, grazie al tam tam sui social, hanno riempito le piazze di decine di Paesi dall’America all’Asia, passando per l’Europa e l’Africa. Sopra le loro teste ha sventolato virtualmente, e non solo, la bandiera di One Piece, un teschio sorridente con un cappello di paglia. E come i pirati del celebre manga si sono battuti contro il Governo Mondiale.

Le piazze serbe contro Vučić

«La corruzione uccide». Lo sostengono gli studenti universitari che, insieme ai colleghi più giovani, da novembre 2024 manifestano in Serbia. Tutto è iniziato con il crollo di una pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad che ha causato la morte di 16 persone. Chi scende in piazza chiede elezioni anticipate per cacciare il presidente Aleksandar Vučić e il partito Sns, al timone da oltre un decennio. Un’ondata di contestazioni che nei mesi è cresciuta raggiungendo un livello che nel Paese non si registrava dai tempi di Milošević. 

La Gen Z sfida il potere: un anno di proteste
Corteo a Novi Pazar, in Serbia (Ansa).

In Bulgaria l’onda travolge il governo

Se Vučić per ora resiste, il governo della Bulgaria ha ceduto dopo settimane di proteste contro una legge di bilancio considerata iniqua. Il tutto alla vigilia dell’ingresso del Paese nell’Eurozona. L’esecutivo guidato da Rossen Zhelyazkov, passato indenne da ben sei voti di sfiducia in un anno, alla fine è capitolato. Il governo aveva provato a fare marcia indietro, ma ormai era troppo tardi. Anche perché la manovra era solo la punta dell’iceberg di un sentimento di insoddisfazione generale nei confronti di un sistema politico accusato di nepotismo, corruzione e inefficienza che costringe i giovani ad andarsene: «Dateci una ragione per restare», recitavano alcuni striscioni nelle piazze. Insieme con gli slogan: «Fuori la mafia», «Ladri!», «Maiali!».

La Gen Z sfida il potere: un anno di proteste
Una manifestazione a Sofia, in Bulgaria, 10 dicembre 2025 (Ansa).

La Gen Z turca contro Erdogan dopo l’arresto di İmamoğlu

Anche la Turchia è stata colpita da quest’onda. La causa scatenante, in questo caso, è stato l’arresto di Ekrem İmamoğlu. Il sindaco di Istanbul e principale oppositore di Recep Tayyip Erdoğan è finito dietro le sbarre con l’accusa di corruzione dopo un’indagine a cui un pezzo di Paese non crede affatto. Secondo i manifestanti l’inchiesta avrebbe come unico obiettivo quello di neutralizzare il più pericoloso avversario del presidente e del suo partito, l’Akp. E mentre nelle strade scattava la repressione delle forze dell’ordine, online gli account “ribelli” venivano chiusi con un’ulteriore stretta autoritaria.

Dal Nepal alle Filippine sotto la bandiera di One Piece

È però in Asia l’esempio più emblematico delle proteste a trazione Gen Z. In Nepal, lo scorso settembre, l’esecutivo era arrivato a oscurare i social network. Una scintilla che ha fatto esplodere la rabbia contro la classe dirigente. La dura reazione della polizia – 70 morti, centinaia di feriti e decine di arresti – non è bastata a evitare al presidente Sharma Oli le dimissioni e lo scioglimento del parlamento. I giovani volevano di più e l’hanno ottenuto, ricoprendo un ruolo centrale nella nomina della prima donna premier del Paese, Sushila Karki. Il nome dell’ex giudice (classe 1952) è emerso da un voto online sull’app gratuita di messaggistica Discord. Considerata un simbolo della lotta alla corruzione, Karki guiderà il Nepal fino alle elezioni previste a marzo 2026. È invece di otto morti e migliaia di arresti il bilancio delle mobilitazioni della Gen Z indonesiana. Scatenate da un controverso bonus destinato ai deputati dal governo di Prabowo Subianto nonostante i tagli alla sanità e le misure di austerità, le manifestazioni sono letteralmente esplose a settembre dopo la morte di un rider 21enne, travolto da un blindato delle forze dell’ordine. Qualche giorno dopo è toccato alle Filippine. Il clima inizialmente pacifico delle proteste per uno scandalo di appropriazione indebita di fondi pubblici destinati alla lotta contro le inondazioni è presto deflagrato: auto incendiate, vetrine distrutte, polizia in assetto anti sommossa, lacrimogeni.

La Gen Z sfida il potere: un anno di proteste
Scontri a Kathmandu, in Nepal, 22 dicembre 2025 (Ansa).

Le proteste in Centro e Sud America

Scontri con le forze dell’ordine e decine di arresti si sono registrati anche dall’altra parte del Pacifico, in Messico dove la Gen Z è scesa in piazza a novembre contro le politiche di Claudia Sheinbaum. Al potere da un anno, la prima donna presidente non ha convinto per le sue scelte in tema sicurezza in un Paese percepito come sempre più in mano ai narcotrafficanti. Anche in Perù dopo mesi di proteste il 9 ottobre la presidente Dina Boluarte è stata destituita da un voto di impeachment per «incapacità morale permanente». La Gen Z ha dato vita a un’insurrezione pacifica, ultimo atto di una crisi politica ormai cronica di cui la presidente era diventata il simbolo. Tra autoritarismo, repressione violenta del dissenso e scandali, Boluarte ha dimenticato la promessa di accompagnare il Paese a nuove elezioni ristabilendo l’ordine istituzionale e la fiducia della popolazione. «Fuera Dina, asesina», urlavano le piazze transgenerazionali già nel 2023. La nomina ad interim del 38enne José Jerí, in attesa delle elezioni di aprile 2026, non ha comunque calmato gli animi. Le manifestazioni sono proseguite con la richiesta di un azzeramento ancora più drastico del sistema.

La Gen Z sfida il potere: un anno di proteste
Manifestazione a Lima, Peru, 14 novembre 2025 (Ansa).

L’occasione persa del Madagascar e gli altri focolai in Africa

La stessa istanza è arrivata dai giovani del Madagascar che, tra settembre e ottobre, hanno occupato le piazze per manifestare contro i tagli all’acqua e all’elettricità, la corruzione, il nepotismo, le disuguaglianze. Disordini che hanno spinto alla fuga il presidente Andry Rajoelina portando al potere il colonnello Michael Randrianirina che ha promesso discontinuità con il passato e maggiore coinvolgimento della Gen Z. Un golpe militare che rischia però di soffocare le istanze di un vero rinnovamento. Autoritarismo, cattiva gestione economica, misure impopolari come l’innalzamento delle tasse su alcuni beni essenziali sono la benzina degli zoomer kenyoti che protestano ormai da più di un anno. Durante il quale il blogger 31enne, Albert Ojwang, ha perso la vita dopo essere stato arrestato per aver diffamato un poliziotto sui social. In Marocco la Gen Z si è addirittura ribattezzata: ora si fa chiamare Generazione Z 212, come il prefisso telefonico nazionale. Da settembre i ragazzi lottano per ottenere diritti, giustizia sociale e trasparenza della politica. D’altronde nel Paese nordafricano si finanziano le ristrutturazioni degli stadi per la Coppa del mondo e non quelle di scuole e ospedali. La morte di otto donne nel giro di poche settimane nel reparto di ostetricia dell’ospedale pubblico di Agadir è diventata la miccia delle proteste.

La Gen Z sfida il potere: un anno di proteste
Manifestazione ad Antananarivo, in Madagascar, 11 ottobre 2025 (Ansa).

L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta

La giornalista investigativa del Washington Post Beth Reinhard se n’era accorta per la prima volta a gennaio 2025. Le gelide temperature avevano obbligato lo spostamento al chiuso della cerimonia di insediamento di Donald Trump come 47esimo presidente degli Stati Uniti. Migliaia di spettatori vennero lasciati fuori al freddo, nonostante fossero in possesso del biglietto. Ma «almeno 17 miliardari, con un patrimonio complessivo di oltre mille miliardi di dollari», avevano il loro posto a sedere, al caldo, dentro il Campidoglio. C’erano l’immancabile (all’epoca) Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg e Bernard Arnault, tra gli altri. «Una storica concentrazione di ricchezza che sembrava annunciare una nuova classe di oligarchi americani», ha scritto il Washington Post confermando di fatto l’avvertimento lanciato da Joe Biden alla fine del suo mandato.

L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta
Da sinistra Priscilla Chan, Mark Zuckerberg (Meta), Lauren Sanchez, Jeff Bezos (Amazon), Sundar Pichai (Google) ed Elon Musk (Tesla) alla cerimonia di insediamento di Trump (foto Ansa).

Nei mesi successivi, Reinhard e alcuni colleghi hanno scoperto che l’investimento totale dei 100 americani più ricchi sulle elezioni del 2024 aveva superato per la prima volta la soglia del miliardo di dollari: un dollaro su 13 spesi nella campagna per le Presidenziali è arrivato quindi da una manciata di cittadini con importanti interessi economici. Una crescita vertiginosa, se si pensa che il contributo di questi Paperoni è passato dallo 0,25 per cento di inizio millennio al 7,5 del 2024.

Democrazia rimodellata, se non addirittura minata nelle sue fondamenta

I miliardari non solo hanno fatto lievitare i costi delle campagne elettorali, ma potrebbero rimodellare la democrazia americana, come fa notare Reinhard. Se non addirittura minarla nella sue fondamenta. Queste donazioni, infatti, spesso si allineano con interessi personali che finiscono per influenzare le decisioni politiche anche su temi di interesse collettivo, come il cambiamento climatico e l’assistenza sanitaria. L’esempio più lampante riguarda, tanto per cambiare, Musk: con donazioni da oltre 290 milioni ai Repubblicani si è “comprato” un posto nella classe dirigente trumpiana, con gli alti e bassi a cui abbiamo assistito in questi mesi.

«Se sei un miliardario, vuoi rimanere tale»

«Se sei un miliardario, vuoi rimanere tale», ha dichiarato al Washington Post il newyorkese John Catsimatidis. Da tempo impegnato in politica, il magnate del petrolio e dell’immobiliare nel 2024 ha fatto la sua donazione più grande di sempre: 2,4 milioni di dollari a sostegno di Trump, quasi il doppio rispetto alla cifra versata nel 2016. Catsimatidis, il cui patrimonio ammonta a 4,5 miliardi di dollari, ha spiegato di sentire la necessità di provare a influenzare il corso della politica negli Stati Uniti il ​​più rapidamente possibile, date le ampie divergenze tra i due principali partiti. Ma, a detta sua, non è solo una questione di soldi: «Mi preoccupo per l’America e per lo stile di vita che abbiamo».

L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta
John Catsimatidis, uomo d’affari.

La Corte suprema nel 2010 ha aperto la strada a donazioni illimitate

Gli esempi, però, ci sono anche tra i democratici. L’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, per esempio, ha sborsato più di 60 milioni. Alle urne americane dunque non si consuma soltanto il confronto tra i due principali partiti, ma anche una battaglia tra super ricchi, legittimata da una sentenza della Corte suprema del 2010 che ha aperto la strada a donazioni illimitate. In cambio di potere politico, in alcuni casi direttamente con ruoli di prestigio da occupare: almeno 44 dei 902 americani presenti nella lista dei miliardari del 2025 di Forbes, o i loro coniugi, hanno ricoperto importanti cariche federali o statali nell’ultimo decennio. Tra questi, personaggi come Howard Lutnick, segretario al Commercio, e J. B. Pritzker, governatore dell’Illinois.

L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta
Michael Bloomberg in mezzo fra Joe Biden e Donald Trump (foto Ansa).

Emblema dei tempi che cambiano, fa notare Forbes, è proprio l’ultimo governo Trump il più ricco della storia degli Stati Uniti: il patrimonio netto complessivo dell’intero gabinetto, pari a 7,5 miliardi di dollari, è più del doppio di quello del Trump I (3,2 miliardi di dollari) e 64 volte superiore a quello dell’esecutivo Biden.

In pochi pensano che che i super ricchi abbiano un impatto positivo sulla società

Un quadro questo che, secondo un sondaggio elaborato dal Washington Post in collaborazione con Ipsos, preoccupa l’opinione pubblica. Solo il 12 per cento degli oltre 2.500 intervistati ritiene che i miliardari abbiano un impatto positivo sulla società. Il 75 per cento dei dem e il 60 per cento degli indipendenti disapprovano le donazioni spropositate dei più ricchi in vista delle elezioni. Insieme a loro, il 42 per cento dei repubblicani. Elettori di destra e sinistra sono però nettamente divisi su quanto gli investimenti dei miliardari influenzino il modo in cui i funzionari eletti governano: quasi due repubblicani su tre pensano che i politici prestino comunque attenzione agli interessi collettivi, a prescindere dai finanziamenti dell’oligarchia. Un’identica quota di democratici sostiene, invece, l’esatto contrario.

Bernie Sanders e il tour contro gli oligarchi

Tra i primi a rilanciare l’inchiesta e il sondaggio del Washington Post c’è stato Bernie Sanders, che da febbraio sta girando gli Stati Uniti col suo Fighting Oligarchy tour: interventi pubblici e comizi in cui l’84enne senatore del Vermont accusa i miliardari di aver iniziato un processo di dirottamento della democrazia americana, subordinandola ai propri interessi e minando i principi fondamentali del governo rappresentativo: «I super ricchi possono comprare elezioni e politici», dice Sanders tappa dopo tappa.

L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta
Zohran Mamdani e Bernie Sanders (foto Ansa).

L’obiettivo è mobilitare la «classe media e i lavoratori» come contro‑forza a questo fenomeno. Una «guerra di classe» appoggiata da volti progressisti come Alexandria Ocasio-Cortez, spesso con lui sul palco, e ovviamente l’astro nascente Zohran Mamdani. Durante la campagna elettorale per la poltrona di sindaco di New York, il neosocialista ha più volte dichiarato che i miliardari non dovrebbero esistere. I ricconi ovviamente hanno risposto spendendo ingenti somme per opporsi alla sua vittoria. Inutilmente.

Taranto accende lo scontro Confindustria-Cgil sugli esuberi

Per Vincenzo Boccia sarebbe un errore tenerli e quindi finanziare la disoccupazione. Parole che secondo Maurizio Landini della Cgil sono senza senso.

Di fronte alla crisi dell’ex Ilva, che il colosso ArcelorMittal non vuole più gestire restituendola ai commissari, il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ha chiesto di agire con «buon senso e serietà» invitando a non pretendere che di fronte a «crisi congiunturali le imprese debbano mantenere i livelli di occupazione, quindi finanziare disoccupazione. Così facciamo un errore madornale». Una dichiarazione a cui hanno risposto subito i sindacati. A infiammare la polemica è il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, che prima era stato a capo delle tute blu del sindacato di Corso d’Italia.

BOCCIA: «CI SONO GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI»

Boccia ne ha parlato ad un convegno di Confindustria presso Ansaldo Energia a Genova commentando i cinquemila esuberi chiesti da ArcelorMittal per rimanere nell’ex Ilva. «Se c’è una crisi congiunturale legata all’acciaio, è inutile far finta che non ci sia. Bisogna capire come gestire questa fase permettendo di ‘costruire’, come accade in tutte le aziende del mondo», ha detto il numero uno degli industriali italiani. Ci sono gli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione «che si attivano in momenti negativi delle imprese». Secondo Bocca la soluzione è creare sviluppo in quel territorio, costruire altre occasioni di lavoro, ma non sostitutive, complementari.

LANDINI: «C’È UN ACCORDO DA FAR RISPETTARE»

Di tutt’altro avviso Landini che, durante un convegno a Firenze, ha definito «senza senso» le parole del presidente di Confindustria: «C’è un accordo da far rispettare, firmato nel 2018, che prevede degli impegni». Secondo il leader della Cgil, inoltre, «non sono cali temporanei di mercato che modificano piani strategici che prevedono quattro miliardi di investimenti. Quegli accordi lì vanno fatti rispettare: e anche lui dovrebbe chiedere alla multinazionale di rispettare il nostro Paese, e di rispettare gli accordi. Credo che l’affidabilità nel rispetto degli accordi sia una regola delle parti sociali».

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