Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace

Scatenare nuove guerre è uno strano modo per portare la pace nel mondo. Eppure per Donald Trump sembra essere l’unica strada percorribile. Durante la campagna elettorale del 2024 assicurava che avrebbe sfruttato le sue capacità di mediatore per porre fine ai molteplici conflitti globali iniziati sotto l’amministrazione del suo predecessore Joe Biden. Genocidio a Gaza e invasione russa dell’Ucraina prima di tutto. «Non inizierò alcuna guerra. Fermerò quelle in corso», disse nel discorso pronunciato davanti ai suoi sostenitori dopo la vittoria alle urne. Due mesi dopo si è spinto ancora oltre: «Misureremo il nostro successo non solo in base alle battaglie che vinceremo, ma anche in base alle guerre a cui porremo fine e, forse ancora più importante, in base alle guerre in cui non saremo mai coinvolti».

«La migliore politica estera di Trump? Non iniziare nessuna guerra»

Trump alla sua base di infervorati MAGA prometteva anche un dorato isolazionismo economico. Una narrazione portata avanti pure dal partito repubblicano e dal cerchio magico di Donald. A fine 2023, quando non era ancora stato scelto per il ruolo di candidato vicepresidente, J.D. Vance scrisse un editoriale sul Wall Street Journal, intitolato «La migliore politica estera di Trump? Non iniziare nessuna guerra». Si è visto.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Donald Trump e JD Vance (Ansa).

Il presidente americano non ha mai nascosto il sogno di ritagliarsi il suo posto tra i vincitori del Nobel per la Pace, assieme a figure come Nelson Mandela, il Dalai Lama e Martin Luther King. Ha scritto il Guardian: «Forse avremmo dovuto farla finita a dicembre. Ogni Paese occidentale avrebbe dovuto inviare una sua delegazione in Norvegia per implorare il Comitato che assegna il premio di destinarlo al presidente Usa. Ora è determinato a vincere il premio Nobel per la guerra».

In un anno Trump ha attaccato sette Paesi

Sappiamo tutti, infatti, come è andata a finire. Nel primo anno del suo secondo mandato, Trump ha bombardato sette Paesi: Yemen, Siria, Iran, Iraq, Nigeria, Somalia e Venezuela. In un crescendo che ha raggiunto il suo apice la mattina del 28 febbraio, quando ha lanciato la sua campagna militare più estesa e rischiosa finora: l’attacco all’Iran, che si è già trasformato in un conflitto regionale, soprattutto perché il regime teocratico che governa il Paese vede questa offensiva congiunta UsaIsraele come una lotta per la sua sopravvivenza.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Una protesta a Seul contro l’operazione di Donald Trump in Venezuela (foto Ansa)

Nelle precedenti sei settimane, mentre il presidente americano ordinava il più grande rafforzamento militare statunitense in Medio Oriente dall’invasione dell’Iraq nel 2003, non ha fatto praticamente alcuno sforzo per spiegare al popolo americano o al Congresso se l’Iran rappresenti una minaccia per gli interessi statunitensi tale da giustificare i rischi di una guerra senza fine. Che, come rilevano i sondaggi, trova l’opposizione del 70 per cento degli americani, compresi quei MAGA che si erano aggrappati alle sue ripetute promesse di porre fine alla bellicosa fama degli Stati Uniti.

«Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano dalle minacce iraniane»

Nelle sue argomentazioni per spiegare l’iniziativa militare in Medio Oriente, Trump ricicla decenni di denunce statunitensi sulle attività nefaste di Teheran nell’area: il programma nucleare, lo sviluppo di missili balistici e il sostegno a milizie regionali come Hezbollah in Libano, Hamas nella Striscia di Gaza e gli Houthi in Yemen. «Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano eliminando le minacce imminenti del regime iraniano. Le sue attività mettono direttamente in pericolo gli Stati Uniti, le nostre truppe, le nostre basi all’estero e i nostri alleati in tutto il mondo», ha detto il presidente.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Un ritratto di Ali Khamenei (Ansa).

I precedenti interventi militari non sono stati risolutivi

Certo, guardando alle conseguenze, i suoi precedenti interventi militari sembrano tutt’altro che risolutivi. A metà marzo l’uccisione dell’iracheno Abdallah al Rifai non ha debellato la minaccia del Califfato. Gli Houthi dello Yemen continuano a rappresentare un pericolo per i mercantili che attraversano il Mar Rosso, nonostante i bombardamenti della primavera 2025. Per non parlare dell’Iran, che era già stato colpito a giugno dello scorso anno nell’operazione Midnight Hammer. Poi è toccato ai Caraibi, alla Siria e alla Nigeria, fino alla cattura del presidente Nicolás Maduro dopo una serie di iniziative per destabilizzare il Venezuela.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
La cattura di Maduro (Ansa).

Trump ha messo la parola fine a otto conflitti? I conti non tornano

Cozza con la realtà anche la roboante narrazione secondo la quale Trump avrebbe messo la parola fine a otto conflitti. Se qualcosa ha fatto è stato supervisionare intese temporanee o parziali. Tra questi lo scontro tra Etiopia ed Egitto e le tensioni tra Cambogia e Thailandia. La crisi tra Serbia e Kosovo che The Donald avrebbe risolto durante il suo primo mandato appare tutt’altro che finita, nonostante l’accordo di normalizzazione economica del 2020.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Donald Trump in visita alle truppe a Fort Bragg (Imagoeconomica).

Non convince nemmeno il ruolo (smentito da Nuova Delhi) dell’amministrazione statunitense nell’accordo raggiunto tra India e Pakistan dopo gli scontri di maggio 2025. Giova poi ricordare che la chiusura di un’intesa non corrisponde per forza alla fine delle violenze o alla cancellazione dei reali motivi del conflitto. Basta guardare a Gaza, dove l’esercito israeliano continua a sparare sulla popolazione.

L’eterna ossessione per Obama e il suo Nobel per la Pace

Come mostra un’infografica di Al Jazeera, nei suoi due mandati Trump ha bombardato Afghanistan, Iraq, Yemen, Pakistan, Somalia, Libia, Siria, Venezuela, Nigeria e Iran. In tutto 10 Paesi. Tre più di quelli finiti nel mirino di Barack Obama, l’ultimo presidente americano a vincere un premio Nobel per la Pace, nel 2009, a meno di un anno dall’insediamento alla Casa Bianca, con il merito di aver «creato un nuovo clima» nei rapporti internazionali attraverso il dialogo con il mondo musulmano, e «per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli».

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Donald Trump e Barack Obama.

La rivalità con Obama, che spesso sfocia in ossessione, è uno dei motivi per cui Trump è così fissato con il Nobel, che voleva ottenere nel 2025: «Se non mi assegnano quel premio sarà un insulto per gli Usa», aveva detto. Attaccando poi, tanto per cambiare, il riconoscimento dato a Obama, definito «una barzelletta»: «Ottenne un premio e nemmeno sapeva per cosa. Lo elessero e gli diedero il Nobel per non aver fatto assolutamente nulla, anzi, per aver distrutto il nostro Paese».

Un repubblicano non ottiene quel riconoscimento da 120 anni…

Oltre a Barack, nella storia solo altri tre presidenti americani hanno vinto il Nobel per la Pace: Theodore Roosevelt nel 1906, Woodrow Wilson nel 1919 e Jimmy Carter nel 2002, assegnato 21 anni dopo la fine del suo mandato. Di questi, solo Roosevelt era repubblicano. Sono quindi 120 anni che un membro del Gop non ottiene il premio. Per adesso, Trump si può consolare col ridicolo premio Fifa per la pace che gli ha assegnato il grottesco Gianni Infantino, capo del calcio mondiale e gaffeur di professione.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Donald Trump davanti a un ritratto del 26esimo presidente americano Theodore Roosevelt, Premio Nobel per la Pace (foto Ansa).

Midterm, la carta dem contro Trump: tre outsider senza niente da perdere

Non è da tutti essere un politico e ritrovarsi circondato da persone che vogliono un selfie. Certo, magari aiuta essere un volto noto della musica che ha appena scelto di scendere in campo. È quello che è successo lo scorso autunno a Washington, come raccontato dal New York Times, a Bobby Pulido, 52enne star della musica Tex-Mex. Uno che sul comodino ha non uno, ma ben due Latin Grammy. E ora ha deciso di stoppare la carriera da cantante per tentare l’impresa di conquistare con il Partito democratico il 15esimo distretto del Texas, dal forte dna repubblicano. Non è l’unico profilo che sorprende tra gli outsider dem in vista delle elezioni di metà mandato in programma a novembre del 2026. Oltre a Pulido ci sono anche un agricoltore e un 31enne paracadutista antincendio. Tutti in corsa in circoscrizioni dove nel 2024 Donald Trump ha (stra)vinto con almeno una decina di punti percentuali di vantaggio. Mission impossible. O forse no.

«Poca esperienza? Non è un problema in un’elezione come questa…»

Per qualcuno la scarsa esperienza di questi candidati potrebbe diventare un’arma a favore. Il deputato newyorkese Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera, ha detto al Nyt: «Questo aspetto non è un problema in un’elezione che privilegia il cambiamento. Anzi, potrebbe essere un punto di forza». Il suo ottimismo si basa sulla serie di risultati positivi che i dem hanno ottenuto alle urne negli ultimi mesi. Alcuni davvero a sorpresa, come la performance di Taylor Rehmet che alle elezioni speciali di fine gennaio si è portato a casa un seggio al Senato del Texas, vincendo in una circoscrizione in cui nel 2024 Trump aveva battuto Kamala Harris di 17 punti. E mentre i repubblicani parlano di «campanello di allarme», i democratici appaiono galvanizzati e convinti dell’opera di scouting iniziata subito dopo le Presidenziali del 2024 per inquadrare profili adatti a competere in aree dove sembravano spacciati.

Midterm, la carta dem contro Trump: tre outsider senza niente da perdere
Il democratico Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera (foto Ansa).

Proprio come quella in cui si presenta Pulido. Il Texas è uno Stato profondamente e storicamente conservatore. Una condizione che i repubblicani hanno provato a blindare ridisegnando i collegi elettorali nel 2025. Nonostante questo, gli strateghi del partito democratico credono che il cantante abbia tutte le carte in regola per mettere in discussione il colore di un seggio che Trump ha vinto con 18 punti di scarto.

Pulido ha chiamato il figlio come il suo fucile preferito

Cinque candidature e due vittorie ai Latin Grammy, Pulido è figlio di un bracciante agricolo immigrato, ha appoggiato l’espulsione dei criminali dal Paese e ha chiamato il suo primogenito Remington, in omaggio al suo fucile preferito tra le decine e decine di armi che possiede. Insomma, un po’ lontano dallo stereotipo del classico dem. E ancora di più da quello del neosocialista sulla scia di Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez.

Midterm, la carta dem contro Trump: tre outsider senza niente da perdere
Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez (da Fb).

«Mi ascolterà anche chi ha sempre votato i repubblicani, perché abbiamo un legame culturale», ha spiegato lui in attesa della formalità delle Primarie di marzo. Effettivamente la sua fama e la sua musica potrebbero rappresentare una sorta di lasciapassare di cui i dem non avevano mai goduto in terra texana.

Ager, l’agricoltore che «non ha l’aspetto giusto»

Anche Jamie Ager, 47 anni, a una prima occhiata non matcha granché con l’immagine del dem per antonomasia. «Non sono tanti i democratici tra gli agricoltori bianchi delle zone rurali», ha ammesso lui stesso, super favorito alle Primarie per la candidatura in un distretto della Carolina del Nord. Gli elettori di quell’area da vent’anni premiano solo i repubblicani e sono rimasti sorpresi quando Ager ha svelato a quale partito appartiene: «Dicono che non ho l’aspetto giusto», ha aggiunto prima di ricordare la storica militanza politica della sua famiglia: il fratello è un deputato statale, mentre il nonno, decenni fa, è stato eletto al Congresso. «Fa parte di ciò che sono», ha concluso riferendosi alla sua casacca blu dell’Asinello.

Forstag, il paracadutista contro i tagli voluti da Musk

E se Ager pensa di ottenere la poltrona facendo leva sul malcontento della gestione repubblicana dopo l’uragano Helene, nel Montana (dove Trump ha battuto Harris di una ventina di punti percentuali) Sam Forstag, un paracadutista antincendio poco più che trentenne, ha deciso di fare il grande passo perché frustrato dall’attuale amministrazione dopo i tagli nel settore forestale voluti da Elon Musk quando era al Dipartimento per l’efficienza governativa (Doge). «Sono i poveri lavoratori che vengono fregati mentre qualcun altro si arricchisce. È sempre la solita dannata storia», ha attaccato Forstag, che è anche leader sindacale.

Secondo il già citato deputato Jeffries, il progressivo calo dell’approvazione nei confronti di Trump darebbe un’ulteriore spinta ai candidati democratici: «Fin dall’inizio, la nostra teoria era che ci sarebbero state opportunità di espansione. Sapevamo che il presidente e la sua amministrazione si sarebbero spinti troppo oltre e così stanno facendo», ha spiegato al New York Times. La vede diversamente Mike Marinella, portavoce della sezione elettorale dei repubblicani alla Camera: «Inseguono miraggi politici. Fantasticano di conquistare distretti in cui non vinceranno mai, mentre sprecano soldi per difendere una lunga lista di seggi, molto vulnerabili, su cui siedono i loro membri più radicali». Basta aspettare nove mesi per scoprire chi ha ragione.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump

«Quello che stiamo facendo è la reazione a un regime». Non usa mezzi termini l’irlandese Dominick Skinner, creatore di ICE List. Put ICE on ice è il claim che riassume l’obiettivo del sito: porre fine alle operazioni della United States Immigration and Customs Enforcement. «Si tratta di un progetto di open journalism con il fine di raccogliere e condividere informazioni che possano essere utili per perseguire legalmente gli agenti dell’agenzia», viene spiegato. Tutto è cominciato a giugno 2025, con le minacce della segretaria alla Sicurezza Usa, Kristi Noem: chiunque negli States avesse reso pubblica l’identità degli uomini dell’ICE sarebbe stato arrestato. «Ho rilanciato la notizia e mi sono detto: “Beh, non siamo negli Stati Uniti, quindi mandateli da noi”», ha raccontato al Guardian il 31enne. Subito contattato da alcuni investigatori privati, Skinner ha cominciato a ragionare su come muoversi. Poi sono arrivati i volontari e le visualizzazioni.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump
Alcuni agenti dell’Ice in Minnesota (Ansa).

Le fonti, la verifica dei dati e la pubblicazione

Attualmente ICE List funziona come una piattaforma di crowdsourcing: gli utenti inviano informazioni che poi vengono valutate dai collaboratori del sito. Attualmente sono 500, ma ci sono almeno altre 300 persone che si sono rese disponibili. Una volta verificati i dati, nomi, posizioni, foto di agenti e di altri soggetti coinvolti nella linea dura dell’amministrazione Trump in materia di immigrazione sono messi online. Tranne il domicilio e il numero di telefono. Le fonti, spiega Skinner, sono molteplici: fughe di notizie, vicini di casa, personale di bar e hotel. A una piccola percentuale di nominativi si è arrivati grazie all’intelligenza artificiale e al riconoscimento facciale (gli stessi strumenti utilizzati dall’ICE per localizzare i suoi ‘obiettivi’). La verifica, invece, avviene attraverso dati open source: «Abbiamo identificato il 90 per cento degli agenti attraverso informazioni che loro stessi avevano reso pubbliche sui social network. Noi ci limitiamo a renderle disponibili a un un pubblico più ampio». Certo, il team ha commesso qualche errore e alcuni elenchi sono stati rimossi perché inesatti o perché comprendevano persone che avevano lasciato l’agenzia.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump
Un’operazione ICE a Minneapolis (Ansa).

I dem contro lo strapotere dell’ICE

L’anonimato e l’impunità con cui gli uomini dell’ICE e della U.S. Customs and Border Protection (responsabili dell’uccisione lo scorso gennaio di Renée Good e Alex Pretti) si muovono nelle strade di Minneapolis indossando maschere e passamontagna è oggetto di un acceso dibattito politico negli Usa. Al Congresso i democratici hanno minacciato di bloccare i finanziamenti al dipartimento per la Sicurezza interna (DHS) se non saranno apportati cambiamenti radicali: gli agenti dovranno “togliersi la maschera”, indossare bodycam, portare con sé un documento d’identità valido. Il leader dem al Senato, Chuck Schumer, ha ribadito la necessità di «tenere a freno l’ICE e porre fine alla violenza». Richieste che il DHS finora ha rispedito al mittente perché, a suo dire, esporrebbero gli agenti a troppi rischi.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump
Il leader democratico al Senato Chuck Schumer (Getty).

Il boicottaggio di Meta

Gli americani però hanno le idee più chiare: secondo un sondaggio Ipsos/Reuters di fine gennaio, il 58 per cento degli intervistati giudica le tattiche utilizzate dall’ICE eccessivamente sproporzionate e il 53 per cento non approva la linea dura di Trump sugli immigrati. Solo il 39 per cento continua a sostenere il governo di Washington anche sugli arresti e le espulsioni. Per questo ICE list può funzionare anche da deterrente: secondo Skinner, infatti, ciò che gli agenti vogliono evitare è l’esclusione dalla vita sociale, che sarebbe quasi inevitabile una volta identificati. Per ora, però, a essere boicottato è stato solo il sito. Meta, infatti, ha iniziato a bloccare la condivisione dei link su Instagram, Facebook e Threads (su Whatsapp non sono stati registrati problemi). Una ‘censura’ che non ha certo sorpreso Skinner visto che come ha ricordato Mark Zuckerberg sedeva alle spalle di Trump durante il suo insediamento.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump
Mark Zuckerberg e Donald Trump (Ansa).

La faida tra primedonne nel mondo Maga

Mentre negli Stati Uniti continuano le proteste contro l’Ice, nel variegato mondo MAGA si sta consumando una faida tra primedonne, fiere portabandiera della womanosphere. Da una parte c’è l’influencer Candace Owens, famosa in Europa per avere diffuso la teoria secondo cui la première dame Brigitte Macron sarebbe un uomo. Bufala che le è costata una causa di diffamazione da parte del presidente francese e signora. Dall’altra invece c’è la vedova più famosa d’America: Erika Kirk.

La faida tra primedonne nel mondo Maga
Donald Trump e Erika Kirk (Ansa).

L’attacco di Candace Owens a Erika Kirk

In una puntata del suo podcast su YouTube, Owens ha diffuso un audio in cui Kirk si beava dell’impennata delle vendite del merchandising di Turning Point Usa, l’organizzazione fondata dal marito Charlie. Non ci sarebbe nulla di strano, si dirà. Ma ad avvelenare l’influencer è stata la tempistica. L’audio sarebbe infatti stato registrato meno di due settimane dopo l’uccisione dell’attivista di estrema destra alla Utah Valley University, nel settembre 2025.

«Il fatto che siamo riusciti a realizzare un evento che rimarrà nella storia di questo secolo è semplicemente pazzesco», commenta Mrs. Kirk riferendosi al funerale del marito a cui hanno partecipato, tra gli altri, Donald Trump, Elon Musk e J.D. Vance. «Abbiamo avuto oltre 275 mila spettatori e lo stadio era stracolmo», aggiunge ringraziando tutte le persone che hanno contribuito a organizzare e promuovere la cerimonia. Funzione-evento che avrebbe dato una spinta notevole alle vendite di cappellini, t-shirt, shopper, felpe, sticker col logo di Turning Point Usa: «Abbiamo superato le 200 mila unità», sottolinea la vedova soddisfatta. Un tono che Owens definisce «sgradevole». Fuori luogo sarebbe, in particolare, una risata che si sente nella clip di due minuti: «Non sono passate nemmeno due settimane dall’assassinio di suo marito e stiamo già parlando di numeri e obiettivi commerciali oltre le aspettative», sottolinea. Per poi aggiungere: «Sappiamo che ognuno affronta il lutto in modo diverso, ma mi aspettavo di sentirla più turbata».

La faida tra primedonne nel mondo Maga
Candace Owens (Ansa).

La vedova Kirk nel mirino degli haters

Owens non è comunque la prima a dubitare del dolore della vedova. Basta cercare Erika Kirk su X, Instagram e TikTok per essere sommersi dai meme. Molti si concentrano sul suo arrivo ad AmericaFest, la convention annuale di Turning Point Usa, a dicembre. «Manco fosse Katy Perry», scrivono i più gentili commentando la passerella della donna fasciata in un abito scintillante tra i fuochi d’artificio. Tra i tanti, si segnala la parodia della drag queen Erika Qwerk, con dollari in mano, che ha fatto imbestialire il popolo MAGA.

Candace Owens non ha comunque intenzione di mollare il colpo. Qualche ora dopo l’uscita del podcast su YouTube, ha pubblicato su TikTok una videocall di Erika Kirk con i dipendenti di TPUsa. Sono passati cinque giorni dalla morte del marito e la donna, in lacrime, promette che nessuno rischia il licenziamento: «Siamo una famiglia, sono molto legata a voi», assicura. Clip seguita a ruota dalla storia di una dipendente fatta fuori senza alcuna spiegazione dall’organizzazione.

Il complottismo sull’assassinio di Charlie Kirk

Che i rapporti tra Owens e la vedova Kirk non siano dei migliori non è certo un segreto. L’influencer non è stata invitata ad AmericaFest, nonostante sia tanto apprezzata da Donald Trump. Nonostante l’assenza, è stata comunque attaccata da alcuni ospiti. D’altronde la podcaster non ha mai sposato la versione ufficiale sull’assassinio di Charlie Kirk: ipotizza, infatti, che potrebbero essere coinvolti Francia, Israele ed Egitto e che l’attivista conservatore sia stato vittima di un complotto e “tradito” da persone di Turning Point Usa a lui vicine. Una verità scomoda che le forze dell’ordine starebbero insabbiando. Voci, insinuazioni e teorie assurde che hanno infiammato i MAGA tanto da da ‘costringere’ le due donne a un lungo faccia a faccia. Che però non pare essere stato risolutivo. Se Erika Kirk ha definito l’incontro «molto costruttivo», Owens non ha cambiato idea: per lei il 22enne Tyler Robinson non sarebbe l’unico responsabile dell’omicidio.

Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente

Re, Superman, premio Nobel per la pace, addirittura papa. Sono tutte le megalomani versioni di sé che Donald Trump spamma sui suoi account social, Truth in testa. Di contro, ovviamente, oppositori politici e critici vengono ritratti come criminali o ubriaconi. Funziona così la comunicazione ai tempi del controverso presidente ex palazzinaro e, soprattutto, nell’era dell’intelligenza artificiale (usata male). L’IA al servizio dell’ego dell’uomo più potente del mondo genera mostri, realizzando contenuti su “Trump che fa cose”.

Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente

Le feci contro i cittadini che protestano e l’invasione della Groenlandia

Una volta indossa una corona, un’altra pilota un jet e scarica feci sui cittadini colpevoli di protestare contro la sua leadership. E così via, una spacconata dopo l’altra, fino al post del 20 gennaio in cui, accompagnato dai sodali J.D. Vance e Marco Rubio, si appresta a invadere il terreno della Groenlandia impugnando la bandiera americana.

I tre obiettivi della sua strategia di comunicazione

L’IA è quindi diventata un’arma nelle mani dello staff del presidente per inondare i social di meme e fake news tramite post che per qualcuno risultano persino divertenti, ma in realtà sviliscono il discorso politico, soprattutto se a diffonderli è l’inquilino della Casa Bianca. Da un’analisi condotta sulle “creazioni” che l’account Truth di Trump ha pubblicato nel 2025, il sito di fact-checking PolitiFact ha individuato i tre obiettivi principali di questa strategia di comunicazione: promuovere fino al sensazionalismo l’immagine di Donald e del suo staff, sminuire gli antagonisti e rafforzare il suo messaggio politico. Alcuni contenuti creati dall’intelligenza artificiale finiti sulle pagine di Trump sono semplici repost da altri account, come quello in cui è ritratto dietro a una scrivania con pile di denaro. Altri invece vengono caricati direttamente dai social media manager senza specificarne la paternità.

Immagini che anticipano crociate politiche

Una delle prime immagini pubblicate una volta preso possesso dello Studio Ovale ritrae il presidente Usa ruggente accanto a un leone. Un mesetto dopo invece lo si vede impegnato a dirigere l’orchestra al Kennedy Center, in un’anticipazione della crociata che ha portato all’aggiunta del suo cognome al nome dello storico centro culturale americano di Washington.

Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump in versione direttore d’orchestra.

Il video su Gaza è stato il punto più basso?

Poi è arrivato il video che mostrava come sarebbe diventata Gaza se a gestire la ricostruzione, o per meglio dire occupazione, fosse stato Trump. La clip, in cui si vedono soldi che piovono dal cielo, resort di lusso, spiagge sabbiose ed edifici brandizzati col nome del presidente sopra a quella che è stata di fatto una grande fossa comune per così tanti mesi, ha fatto discutere, per usare un eufemismo.

La stessa cosa è successa a luglio col video che mostrava l’ex presidente Barack Obama trascinato e ammanettato dalle forze dell’ordine sotto lo sguardo sorridente di Trump.

È passato invece più sottotraccia il repost di una foto con la scritta «Watch the water» (Guarda l’acqua) chiaro e inquietante riferimento ai cospirazionisti di QAnon.

Tra i contenuti più virali postati fino a oggi c’è il deepfake del 29 settembre. Musica mariachi in sottofondo, il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer dice: «A nessuno piacciono i democratici». Accanto a lui il suo omologo alla Camera, Hakeem Jeffries, con baffi a manubrio e un sombrero in testa.

Repostato più di 19 mila volte, il video accusa i dem di aver voluto lo shutdown per dare assistenza sanitaria gratuita a tutti gli immigrati clandestini. Una fake news condivisa anche sugli account della Casa Bianca.

Anche le pagine istituzionali della Casa Bianca ci si mettono

Perché il trend ha contagiato anche le pagine istituzionali della White House, che solo su X conta 2,9 milioni di follower. Lì possiamo trovare, tra gli altri, un Trump decisamente più in forma di quanto non sia nella realtà con addosso la strizzante tutina di Superman accompagnata dalla modestissima didascalia: «Il simbolo della speranza. Verità. Giustizia», alla faccia delle vittime dello squadrismo dell’Ice, l’agenzia federale statunitense che si occupa del controllo delle frontiere e dell’immigrazione, sempre più criticata dopo l’omicidio a sangue freddo di Renée Good.

Nel mirino del profilo della Casa Bianca è finita anche la senatrice democratica del Massachusetts Elizabeth Warren. Rea di aver criticato il sostegno finanziario dell’amministrazione Trump al presidente argentino Javier Milei, è diventata protagonista di un’immagine in cui viene ritratta vestita come Madonna in Evita, il film biografico del 1996 sull’ex first lady del Paese sudamericano Eva Perón.

E poi ancora le vignette sugli arresti e le deportazioni di immigrati, una copertina che ricorda quelle del Time con Trump incoronato (di nuovo!) e il titolo «Lunga vita al re».

Tra uno scatto del presidente vestito da Jedi e uno in cui cammina in una polverosa arena in stile romano, il profilo X della Casa Bianca si è preso anche la briga di difendere questa strategia social fatta di offese e bufale con un paio di post a luglio. «Da nessuna parte nella Costituzione c’è scritto che non possiamo pubblicare meme di successo».

E ancora: «I meme continueranno». È una minaccia?

Bipartidismo Stream e gli altri tentacoli mediatici di Vox

«Siamo l’alternativa alle palesi menzogne dei media mainstream del sistema bipartitico». A sostenerlo non sono i soliti complottisti che si spacciano per nuovi profeti, ma le pagine social e YouTube di Bipartidismo Stream, il canale aperto a inizio 2025 da Fundación Disenso, think tank presieduto dal leader di Vox Santiago Abascal. L’obiettivo dell’operazione è meno nobile di quanto reciti lo slogan. Si tratta, semplicemente, di diffondere l’ideologia di estrema destra con un’estetica che strizza l’occhio ai più giovani. Gli under 45, d’altronde, sono il cuore dell’elettorato del partito tanto caro a Giorgia Meloni. Le recenti intenzioni di voto suddivise per età parlano chiaro: Abascal e i suoi avrebbero l’appoggio del 31 per cento dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni. E se la giocano bene sia nella fascia dai 25 ai 34 sia in quella tra i 35 e i 44. In entrambi i casi con il 23 per cento delle preferenze. 

Bipartidismo Stream e gli altri tentacoli mediatici di Vox
Giorgia Meloni con Santiago Abascal a Atreju 2023 (Imagoeconomica).

Con Abascal il canale macina visualizzazioni

Bipartidismo Stream ha chiarito il suo dna fin dal primo video pubblicato. Il contenuto includeva una clip rubata da Don’t Look Up in cui il il dottor Mindy (interpretato da Leonardo DiCaprio) critica l’uso di termini come “estrema destra”, “ultradestra” o “fascismo”: «Aprite gli occhi», perché coloro che criticano il fascismo «non sono la soluzione, ma il problema». Chi ha visto il film sa bene che il messaggio è stato totalmente travisato. Anzi, Don’t Look Up si prende gioco del negazionismo climatico che tanto piace proprio ai partiti come Vox. A macinare visualizzazioni sono soprattutto le lunghe interviste ad Abascal, presenza fissa. È solo grazie a lui che i numeri crescono. A gennaio 2026, a meno di un anno dal lancio del canale, viaggiano verso i 12 milioni. Cifra che, escludendo i video con gli interventi del leader di Vox, crollerebbe miseramente visto che alcune clip non arrivano nemmeno a quota 500. Gli iscritti hanno invece superato la soglia dei 35 mila in linea col numero di follower su Instagram (quasi 36 mila).

Bipartidismo Stream e gli altri tentacoli mediatici di Vox
Santiago Abascal (Ansa).

L’estrema destra è venduta come unica alternativa al PP e al PSOE

Chi, spinto dall’algoritmo e dallo scrolling, si imbatte nei contenuti di Bipartidismo Stream potrebbe pensare di essere finito su un semplice canale di interviste. Il set è minimalista: sfondo nero, tavolo di legno e microfoni. Insomma, sembra un podcast qualunque. Il mimetismo digitale scompare quando cominciano le ‘trasmissioni’. Il programma di punta si intitola El bolso de Soraya, un riferimento alla borsa dell’ex vicepresidente del governo Rajoy, Soraya Sáenz de Santamaría, poggiata sul seggio del primo ministro durante la discussione che portò alla sfiducia dell’esecutivo. Un simbolo di decadenza, secondo Bipartidismo Stream, perché poi sarebbe arrivato Pedro Sánchez. E una dimostrazione plastica del sistema bipartitico da combattere. Le cui vittime, sempre secondo la vulgata voxiana, sono gli elettori. In particolare quelli del Partito Popolare con cui Vox è alleato in molte amministrazioni locali. Ecco allora che l’estremismo è dipinto come l’unica alternativa al PP di Alberto Núñez Feijóo e al PSOE: due facce della stessa medaglia. «Solo una cosa li differenzia: il livello di menzogna», tuona Abascal.

Bipartidismo Stream e gli altri tentacoli mediatici di Vox
Alberto Nunez Feijóo, presidente del PP (Imagoeconomica).

La battaglia contro i media mainstream

Nel mirino di Bipartidismo Stream c’è ovviamente anche l’immigrazione che non solo genera criminalità ma sarebbe addirittura la causa della crisi immobiliare. Un tema usato per attirare i giovani. «Vediamo costantemente servizi giornalistici che si chiedono se gli under 35 siano davvero diventati fascisti e franchisti. La verità è che sono stanchi di avere persone al governo impegnate a disseppellire cadaveri e parlare di una guerra civile di un secolo fa», dice Abascal. Con buona pace dei familiari degli oltre 110 mila desaparecidos. L’obiettivo non dichiarato è far sì che la Gen Z (e dintorni) convinca genitori e parenti a votare per Vox. Che, attenzione, non è come la dipingono i «corrotti e traditori» giornalisti mainstream al servizio dell’establishment. Quella è solo una caricatura, spiegano nel tentativo di seminare sfiducia nei confronti dei media tradizionali. La soluzione a tutto questo? I social, naturalmente. Un ambiente in cui l’estrema destra non viene demonizzata ed è libero da ogni intermediazione.

I tentacoli mediatici di Vox

Bipartidismo Stream è, però, solo il tentacolo mediatico più recente di Vox che su Instagram vanta oltre un milione di follower, mentre PSOE, PP e Sumar non superano i 200 mila. Attraverso Fundación Disenso – su cui la Corte dei Conti ha acceso un faro per presunto dirottamento di fondi dal gruppo parlamentare – il partito controlla anche il quotidiano La Gaceta de la Iberosfera e la rete transnazionale Foro Madrid che organizza conferenze sui temi cari ad Abascal. Poi c’è il supporto dell’imprenditore Julio Ariza Irigoyen. Proprietario del gruppo Intereconomía che possiede due radio e un canale tv, il controverso imprenditore è considerato il patron mediatico di Vox.

Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga

«Classici comunisti: regole per te, ma non per loro». La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, è solo una delle tante partite all’attacco a testa bassa contro la nuova first lady di New York, Rama Duwaji. Colpevole di quale “reato”? Aver indossato stivali da 630 dollari alla cerimonia di insediamento del marito Zohran Mamdani il giorno di Capodanno.

Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
L’addetta stampa della Casa Bianca Karoline Leavitt (foto Ansa).

Negli Stati Uniti i quotidiani e l’opinione pubblica, anche a distanza di giorni, continuano a essere divisi sul guardaroba sfoggiato dall’artista 28enne. Per alcuni è stata una lezione di stile, altri si sono accodati all’opinione di Leavitt che nella sua invettiva tramite story di Instagram ha aggiunto: «Vogliono che i newyorkesi versino in tasse più della metà del loro reddito, mentre lei indossa stivali firmati che valgono il tuo stipendio settimanale. Ci sono ragioni per cui il comunismo ha fallito ovunque sia stato sperimentato. Buona fortuna, New York».

Nelle ore precedenti era sembrato che gli stivali di pelle artigianale Shelley del brand Miista avessero addirittura distratto quegli invasati dei Maga (Make America great again) dalle critiche a Mamdani. Né la first lady newyorkese né il gruppo di moda con sede in Spagna e Portogallo hanno voluto rilasciare commenti. L’ha fatto però la stylist di Duwaji, Gabriella Karefa-Johnson, che il New York Post ha definito «controversa anti-Israele».

Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga

Alcuni capi indossati sono stati concessi in prestito

L’ex redattrice di Vogue ha chiarito che le calzature e gli altri capi indossati sono stati concessi in prestito dai marchi, cosa che regolarmente succede con popstar e attori quando partecipano a eventi mediatici importanti. Una dichiarazione che non ha sedato le polemiche, alimentate dall’analisi dei look che l’illustratrice ha sfoggiato nelle precedenti apparizioni pubbliche. Sempre il New York Post ha segnalato per esempio gli orecchini portati durante il discorso tenuto da Mamdani dopo l’elezione di novembre: «I pendenti sono del raffinato designer di gioielli newyorkese Eddie Borgo. Le sue creazioni superano anche i 46 mila dollari».

Non è comunque la prima volta che Duwaji finisce nel mirino dell’opinione pubblica. A fine anno è uscita la sua intervista su The Cut, la prima dopo la vittoria del marito alle urne. Nella chiacchierata accompagnata da un servizio molto glamour, con abiti in prestito, la giovane ha parlato degli svantaggi di «avere improvvisamente un milione di occhi puntati sul proprio lavoro». Per fortuna, dice lei, «vivo nella negazione. Cerco di non pensare a Instagram come al mio pubblico, ma piuttosto a me e ai miei colleghi artisti». Non l’avesse mai detto.

«Forse potrebbe fare un podcast con Michele Obama»

«Per me è una stronzata. Adora l’attenzione. Sarà la nuova beniamina di Vogue», ha commentato per esempio un livoroso utente su X. «L’improvvisa allergia alla fama di Rama Duwaji? Per favore. Ha passato anni a costruire il marchio attivista-chic di Mamdani… e a posare per Vogue mentre lui sventrava i fondi della polizia di New York. Ora è scioccata che la gente la noti? L’intero regime di Mamdani è narcisismo performativo», gli ha fatto eco un altro. Si sono lette anche cose del tipo: «Non sembra che abbia problemi ad aprirsi» o «forse potrebbe fare un podcast con Michele Obama e insieme potrebbero condividere quanto siano dure le loro vite e quanto sia orribile questo Paese».

La sua arte impegnata e le posizioni anti-Israele

Nonostante il basso profilo mantenuto durante la campagna elettorale del marito, Duwaji già all’epoca aveva subito critiche dopo che i media erano andati a scandagliare la sua arte e i suoi canali social. Illustrazioni e post che rivelerebbero posizioni ferme sulla politica estera americana e di condanna delle azioni di Israele a Gaza. A metà ottobre ha pubblicato in una story su Instagram quattro emoji a forma di cuore spezzato con una foto di Saleh Al-Jafarawi. Ucciso da una milizia israeliana alcune ore prima, l’uomo era descritto dal governo Netanyahu come un attivista pro-Hamas.

Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Mamdani e Duwaji nel giorno delle nozze (da X).

Un’illustrazione del 2024 mostra imponenti pile di denaro contante con la scritta «crimini di guerra israeliani». Inserita in un reel, la creazione è stata postata da Mamdani con la didascalia: «Le organizzazioni benefiche di New York inviano oltre 60 milioni di dollari ogni anno per finanziare i crimini di guerra israeliani. È ora di mettere fine a tutto questo».

Nel 2020 ha disegnato due donne e una bambina sotto il fumo di un aereo in lontananza. Il tutto accompagnato dalla didascalia: «I presidenti vanno e vengono, ma l’imperialismo americano non cambia mai. Pensando ai palestinesi che soffrono. Non importa chi è in carica. Ho realizzato questa immagine per un articolo sulla guerra ambientale che Israele sta facendo sugli agricoltori palestinesi e sulle loro colture».

Sono tante le illustrazioni contestate dai repubblicani e dagli attivisti Maga che accusano Duwaji di fare propaganda. Il profilo Instagram dell’artista è un rifiorire di post che hanno lo scopo di sensibilizzare su ciò che è accaduto (e sta accadendo) nella Striscia. Le parole chiave? Genocidio, crisi umanitaria e l’immancabile Global Sumud Flotilla. Il cocktail perfetto per triggerare i trumpiani più svalvolati.

La Gen Z sfida il potere: un anno di proteste

Immobili, ipnotizzati davanti a uno smartphone, pigri. Della Gen Z si è detto e scritto di tutto in questi anni. Nel 2025, però, gli zoomer hanno avuto una rivincita mediatica dando vita a movimenti di protesta che, grazie al tam tam sui social, hanno riempito le piazze di decine di Paesi dall’America all’Asia, passando per l’Europa e l’Africa. Sopra le loro teste ha sventolato virtualmente, e non solo, la bandiera di One Piece, un teschio sorridente con un cappello di paglia. E come i pirati del celebre manga si sono battuti contro il Governo Mondiale.

Le piazze serbe contro Vučić

«La corruzione uccide». Lo sostengono gli studenti universitari che, insieme ai colleghi più giovani, da novembre 2024 manifestano in Serbia. Tutto è iniziato con il crollo di una pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad che ha causato la morte di 16 persone. Chi scende in piazza chiede elezioni anticipate per cacciare il presidente Aleksandar Vučić e il partito Sns, al timone da oltre un decennio. Un’ondata di contestazioni che nei mesi è cresciuta raggiungendo un livello che nel Paese non si registrava dai tempi di Milošević. 

La Gen Z sfida il potere: un anno di proteste
Corteo a Novi Pazar, in Serbia (Ansa).

In Bulgaria l’onda travolge il governo

Se Vučić per ora resiste, il governo della Bulgaria ha ceduto dopo settimane di proteste contro una legge di bilancio considerata iniqua. Il tutto alla vigilia dell’ingresso del Paese nell’Eurozona. L’esecutivo guidato da Rossen Zhelyazkov, passato indenne da ben sei voti di sfiducia in un anno, alla fine è capitolato. Il governo aveva provato a fare marcia indietro, ma ormai era troppo tardi. Anche perché la manovra era solo la punta dell’iceberg di un sentimento di insoddisfazione generale nei confronti di un sistema politico accusato di nepotismo, corruzione e inefficienza che costringe i giovani ad andarsene: «Dateci una ragione per restare», recitavano alcuni striscioni nelle piazze. Insieme con gli slogan: «Fuori la mafia», «Ladri!», «Maiali!».

La Gen Z sfida il potere: un anno di proteste
Una manifestazione a Sofia, in Bulgaria, 10 dicembre 2025 (Ansa).

La Gen Z turca contro Erdogan dopo l’arresto di İmamoğlu

Anche la Turchia è stata colpita da quest’onda. La causa scatenante, in questo caso, è stato l’arresto di Ekrem İmamoğlu. Il sindaco di Istanbul e principale oppositore di Recep Tayyip Erdoğan è finito dietro le sbarre con l’accusa di corruzione dopo un’indagine a cui un pezzo di Paese non crede affatto. Secondo i manifestanti l’inchiesta avrebbe come unico obiettivo quello di neutralizzare il più pericoloso avversario del presidente e del suo partito, l’Akp. E mentre nelle strade scattava la repressione delle forze dell’ordine, online gli account “ribelli” venivano chiusi con un’ulteriore stretta autoritaria.

Dal Nepal alle Filippine sotto la bandiera di One Piece

È però in Asia l’esempio più emblematico delle proteste a trazione Gen Z. In Nepal, lo scorso settembre, l’esecutivo era arrivato a oscurare i social network. Una scintilla che ha fatto esplodere la rabbia contro la classe dirigente. La dura reazione della polizia – 70 morti, centinaia di feriti e decine di arresti – non è bastata a evitare al presidente Sharma Oli le dimissioni e lo scioglimento del parlamento. I giovani volevano di più e l’hanno ottenuto, ricoprendo un ruolo centrale nella nomina della prima donna premier del Paese, Sushila Karki. Il nome dell’ex giudice (classe 1952) è emerso da un voto online sull’app gratuita di messaggistica Discord. Considerata un simbolo della lotta alla corruzione, Karki guiderà il Nepal fino alle elezioni previste a marzo 2026. È invece di otto morti e migliaia di arresti il bilancio delle mobilitazioni della Gen Z indonesiana. Scatenate da un controverso bonus destinato ai deputati dal governo di Prabowo Subianto nonostante i tagli alla sanità e le misure di austerità, le manifestazioni sono letteralmente esplose a settembre dopo la morte di un rider 21enne, travolto da un blindato delle forze dell’ordine. Qualche giorno dopo è toccato alle Filippine. Il clima inizialmente pacifico delle proteste per uno scandalo di appropriazione indebita di fondi pubblici destinati alla lotta contro le inondazioni è presto deflagrato: auto incendiate, vetrine distrutte, polizia in assetto anti sommossa, lacrimogeni.

La Gen Z sfida il potere: un anno di proteste
Scontri a Kathmandu, in Nepal, 22 dicembre 2025 (Ansa).

Le proteste in Centro e Sud America

Scontri con le forze dell’ordine e decine di arresti si sono registrati anche dall’altra parte del Pacifico, in Messico dove la Gen Z è scesa in piazza a novembre contro le politiche di Claudia Sheinbaum. Al potere da un anno, la prima donna presidente non ha convinto per le sue scelte in tema sicurezza in un Paese percepito come sempre più in mano ai narcotrafficanti. Anche in Perù dopo mesi di proteste il 9 ottobre la presidente Dina Boluarte è stata destituita da un voto di impeachment per «incapacità morale permanente». La Gen Z ha dato vita a un’insurrezione pacifica, ultimo atto di una crisi politica ormai cronica di cui la presidente era diventata il simbolo. Tra autoritarismo, repressione violenta del dissenso e scandali, Boluarte ha dimenticato la promessa di accompagnare il Paese a nuove elezioni ristabilendo l’ordine istituzionale e la fiducia della popolazione. «Fuera Dina, asesina», urlavano le piazze transgenerazionali già nel 2023. La nomina ad interim del 38enne José Jerí, in attesa delle elezioni di aprile 2026, non ha comunque calmato gli animi. Le manifestazioni sono proseguite con la richiesta di un azzeramento ancora più drastico del sistema.

La Gen Z sfida il potere: un anno di proteste
Manifestazione a Lima, Peru, 14 novembre 2025 (Ansa).

L’occasione persa del Madagascar e gli altri focolai in Africa

La stessa istanza è arrivata dai giovani del Madagascar che, tra settembre e ottobre, hanno occupato le piazze per manifestare contro i tagli all’acqua e all’elettricità, la corruzione, il nepotismo, le disuguaglianze. Disordini che hanno spinto alla fuga il presidente Andry Rajoelina portando al potere il colonnello Michael Randrianirina che ha promesso discontinuità con il passato e maggiore coinvolgimento della Gen Z. Un golpe militare che rischia però di soffocare le istanze di un vero rinnovamento. Autoritarismo, cattiva gestione economica, misure impopolari come l’innalzamento delle tasse su alcuni beni essenziali sono la benzina degli zoomer kenyoti che protestano ormai da più di un anno. Durante il quale il blogger 31enne, Albert Ojwang, ha perso la vita dopo essere stato arrestato per aver diffamato un poliziotto sui social. In Marocco la Gen Z si è addirittura ribattezzata: ora si fa chiamare Generazione Z 212, come il prefisso telefonico nazionale. Da settembre i ragazzi lottano per ottenere diritti, giustizia sociale e trasparenza della politica. D’altronde nel Paese nordafricano si finanziano le ristrutturazioni degli stadi per la Coppa del mondo e non quelle di scuole e ospedali. La morte di otto donne nel giro di poche settimane nel reparto di ostetricia dell’ospedale pubblico di Agadir è diventata la miccia delle proteste.

La Gen Z sfida il potere: un anno di proteste
Manifestazione ad Antananarivo, in Madagascar, 11 ottobre 2025 (Ansa).

L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta

La giornalista investigativa del Washington Post Beth Reinhard se n’era accorta per la prima volta a gennaio 2025. Le gelide temperature avevano obbligato lo spostamento al chiuso della cerimonia di insediamento di Donald Trump come 47esimo presidente degli Stati Uniti. Migliaia di spettatori vennero lasciati fuori al freddo, nonostante fossero in possesso del biglietto. Ma «almeno 17 miliardari, con un patrimonio complessivo di oltre mille miliardi di dollari», avevano il loro posto a sedere, al caldo, dentro il Campidoglio. C’erano l’immancabile (all’epoca) Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg e Bernard Arnault, tra gli altri. «Una storica concentrazione di ricchezza che sembrava annunciare una nuova classe di oligarchi americani», ha scritto il Washington Post confermando di fatto l’avvertimento lanciato da Joe Biden alla fine del suo mandato.

L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta
Da sinistra Priscilla Chan, Mark Zuckerberg (Meta), Lauren Sanchez, Jeff Bezos (Amazon), Sundar Pichai (Google) ed Elon Musk (Tesla) alla cerimonia di insediamento di Trump (foto Ansa).

Nei mesi successivi, Reinhard e alcuni colleghi hanno scoperto che l’investimento totale dei 100 americani più ricchi sulle elezioni del 2024 aveva superato per la prima volta la soglia del miliardo di dollari: un dollaro su 13 spesi nella campagna per le Presidenziali è arrivato quindi da una manciata di cittadini con importanti interessi economici. Una crescita vertiginosa, se si pensa che il contributo di questi Paperoni è passato dallo 0,25 per cento di inizio millennio al 7,5 del 2024.

Democrazia rimodellata, se non addirittura minata nelle sue fondamenta

I miliardari non solo hanno fatto lievitare i costi delle campagne elettorali, ma potrebbero rimodellare la democrazia americana, come fa notare Reinhard. Se non addirittura minarla nella sue fondamenta. Queste donazioni, infatti, spesso si allineano con interessi personali che finiscono per influenzare le decisioni politiche anche su temi di interesse collettivo, come il cambiamento climatico e l’assistenza sanitaria. L’esempio più lampante riguarda, tanto per cambiare, Musk: con donazioni da oltre 290 milioni ai Repubblicani si è “comprato” un posto nella classe dirigente trumpiana, con gli alti e bassi a cui abbiamo assistito in questi mesi.

«Se sei un miliardario, vuoi rimanere tale»

«Se sei un miliardario, vuoi rimanere tale», ha dichiarato al Washington Post il newyorkese John Catsimatidis. Da tempo impegnato in politica, il magnate del petrolio e dell’immobiliare nel 2024 ha fatto la sua donazione più grande di sempre: 2,4 milioni di dollari a sostegno di Trump, quasi il doppio rispetto alla cifra versata nel 2016. Catsimatidis, il cui patrimonio ammonta a 4,5 miliardi di dollari, ha spiegato di sentire la necessità di provare a influenzare il corso della politica negli Stati Uniti il ​​più rapidamente possibile, date le ampie divergenze tra i due principali partiti. Ma, a detta sua, non è solo una questione di soldi: «Mi preoccupo per l’America e per lo stile di vita che abbiamo».

L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta
John Catsimatidis, uomo d’affari.

La Corte suprema nel 2010 ha aperto la strada a donazioni illimitate

Gli esempi, però, ci sono anche tra i democratici. L’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, per esempio, ha sborsato più di 60 milioni. Alle urne americane dunque non si consuma soltanto il confronto tra i due principali partiti, ma anche una battaglia tra super ricchi, legittimata da una sentenza della Corte suprema del 2010 che ha aperto la strada a donazioni illimitate. In cambio di potere politico, in alcuni casi direttamente con ruoli di prestigio da occupare: almeno 44 dei 902 americani presenti nella lista dei miliardari del 2025 di Forbes, o i loro coniugi, hanno ricoperto importanti cariche federali o statali nell’ultimo decennio. Tra questi, personaggi come Howard Lutnick, segretario al Commercio, e J. B. Pritzker, governatore dell’Illinois.

L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta
Michael Bloomberg in mezzo fra Joe Biden e Donald Trump (foto Ansa).

Emblema dei tempi che cambiano, fa notare Forbes, è proprio l’ultimo governo Trump il più ricco della storia degli Stati Uniti: il patrimonio netto complessivo dell’intero gabinetto, pari a 7,5 miliardi di dollari, è più del doppio di quello del Trump I (3,2 miliardi di dollari) e 64 volte superiore a quello dell’esecutivo Biden.

In pochi pensano che che i super ricchi abbiano un impatto positivo sulla società

Un quadro questo che, secondo un sondaggio elaborato dal Washington Post in collaborazione con Ipsos, preoccupa l’opinione pubblica. Solo il 12 per cento degli oltre 2.500 intervistati ritiene che i miliardari abbiano un impatto positivo sulla società. Il 75 per cento dei dem e il 60 per cento degli indipendenti disapprovano le donazioni spropositate dei più ricchi in vista delle elezioni. Insieme a loro, il 42 per cento dei repubblicani. Elettori di destra e sinistra sono però nettamente divisi su quanto gli investimenti dei miliardari influenzino il modo in cui i funzionari eletti governano: quasi due repubblicani su tre pensano che i politici prestino comunque attenzione agli interessi collettivi, a prescindere dai finanziamenti dell’oligarchia. Un’identica quota di democratici sostiene, invece, l’esatto contrario.

Bernie Sanders e il tour contro gli oligarchi

Tra i primi a rilanciare l’inchiesta e il sondaggio del Washington Post c’è stato Bernie Sanders, che da febbraio sta girando gli Stati Uniti col suo Fighting Oligarchy tour: interventi pubblici e comizi in cui l’84enne senatore del Vermont accusa i miliardari di aver iniziato un processo di dirottamento della democrazia americana, subordinandola ai propri interessi e minando i principi fondamentali del governo rappresentativo: «I super ricchi possono comprare elezioni e politici», dice Sanders tappa dopo tappa.

L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta
Zohran Mamdani e Bernie Sanders (foto Ansa).

L’obiettivo è mobilitare la «classe media e i lavoratori» come contro‑forza a questo fenomeno. Una «guerra di classe» appoggiata da volti progressisti come Alexandria Ocasio-Cortez, spesso con lui sul palco, e ovviamente l’astro nascente Zohran Mamdani. Durante la campagna elettorale per la poltrona di sindaco di New York, il neosocialista ha più volte dichiarato che i miliardari non dovrebbero esistere. I ricconi ovviamente hanno risposto spendendo ingenti somme per opporsi alla sua vittoria. Inutilmente.

Taranto accende lo scontro Confindustria-Cgil sugli esuberi

Per Vincenzo Boccia sarebbe un errore tenerli e quindi finanziare la disoccupazione. Parole che secondo Maurizio Landini della Cgil sono senza senso.

Di fronte alla crisi dell’ex Ilva, che il colosso ArcelorMittal non vuole più gestire restituendola ai commissari, il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ha chiesto di agire con «buon senso e serietà» invitando a non pretendere che di fronte a «crisi congiunturali le imprese debbano mantenere i livelli di occupazione, quindi finanziare disoccupazione. Così facciamo un errore madornale». Una dichiarazione a cui hanno risposto subito i sindacati. A infiammare la polemica è il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, che prima era stato a capo delle tute blu del sindacato di Corso d’Italia.

BOCCIA: «CI SONO GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI»

Boccia ne ha parlato ad un convegno di Confindustria presso Ansaldo Energia a Genova commentando i cinquemila esuberi chiesti da ArcelorMittal per rimanere nell’ex Ilva. «Se c’è una crisi congiunturale legata all’acciaio, è inutile far finta che non ci sia. Bisogna capire come gestire questa fase permettendo di ‘costruire’, come accade in tutte le aziende del mondo», ha detto il numero uno degli industriali italiani. Ci sono gli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione «che si attivano in momenti negativi delle imprese». Secondo Bocca la soluzione è creare sviluppo in quel territorio, costruire altre occasioni di lavoro, ma non sostitutive, complementari.

LANDINI: «C’È UN ACCORDO DA FAR RISPETTARE»

Di tutt’altro avviso Landini che, durante un convegno a Firenze, ha definito «senza senso» le parole del presidente di Confindustria: «C’è un accordo da far rispettare, firmato nel 2018, che prevede degli impegni». Secondo il leader della Cgil, inoltre, «non sono cali temporanei di mercato che modificano piani strategici che prevedono quattro miliardi di investimenti. Quegli accordi lì vanno fatti rispettare: e anche lui dovrebbe chiedere alla multinazionale di rispettare il nostro Paese, e di rispettare gli accordi. Credo che l’affidabilità nel rispetto degli accordi sia una regola delle parti sociali».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it