Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Re, Superman, premio Nobel per la pace, addirittura papa. Sono tutte le megalomani versioni di sé che Donald Trump spamma sui suoi account social, Truth in testa. Di contro, ovviamente, oppositori politici e critici vengono ritratti come criminali o ubriaconi. Funziona così la comunicazione ai tempi del controverso presidente ex palazzinaro e, soprattutto, nell’era dell’intelligenza artificiale (usata male). L’IA al servizio dell’ego dell’uomo più potente del mondo genera mostri, realizzando contenuti su “Trump che fa cose”.
Le feci contro i cittadini che protestano e l’invasione della Groenlandia
Una volta indossa una corona, un’altra pilota un jet e scarica feci sui cittadini colpevoli di protestare contro la sua leadership. E così via, una spacconata dopo l’altra, fino al post del 20 gennaio in cui, accompagnato dai sodali J.D. Vance e Marco Rubio, si appresta a invadere il terreno della Groenlandia impugnando la bandiera americana.
I tre obiettivi della sua strategia di comunicazione
L’IA è quindi diventata un’arma nelle mani dello staff del presidente per inondare i social di meme e fake news tramite post che per qualcuno risultano persino divertenti, ma in realtà sviliscono il discorso politico, soprattutto se a diffonderli è l’inquilino della Casa Bianca. Da un’analisi condotta sulle “creazioni” che l’account Truth di Trump ha pubblicato nel 2025, il sito di fact-checking PolitiFact ha individuato i tre obiettivi principali di questa strategia di comunicazione: promuovere fino al sensazionalismo l’immagine di Donald e del suo staff, sminuire gli antagonisti e rafforzare il suo messaggio politico. Alcuni contenuti creati dall’intelligenza artificiale finiti sulle pagine di Trump sono semplici repost da altri account, come quello in cui è ritratto dietro a una scrivania con pile di denaro. Altri invece vengono caricati direttamente dai social media manager senza specificarne la paternità.
Immagini che anticipano crociate politiche
Una delle prime immagini pubblicate una volta preso possesso dello Studio Ovale ritrae il presidente Usa ruggente accanto a un leone. Un mesetto dopo invece lo si vede impegnato a dirigere l’orchestra al Kennedy Center, in un’anticipazione della crociata che ha portato all’aggiunta del suo cognome al nome dello storico centro culturale americano di Washington.

Il video su Gaza è stato il punto più basso?
Poi è arrivato il video che mostrava come sarebbe diventata Gaza se a gestire la ricostruzione, o per meglio dire occupazione, fosse stato Trump. La clip, in cui si vedono soldi che piovono dal cielo, resort di lusso, spiagge sabbiose ed edifici brandizzati col nome del presidente sopra a quella che è stata di fatto una grande fossa comune per così tanti mesi, ha fatto discutere, per usare un eufemismo.
La stessa cosa è successa a luglio col video che mostrava l’ex presidente Barack Obama trascinato e ammanettato dalle forze dell’ordine sotto lo sguardo sorridente di Trump.
È passato invece più sottotraccia il repost di una foto con la scritta «Watch the water» (Guarda l’acqua) chiaro e inquietante riferimento ai cospirazionisti di QAnon.
Tra i contenuti più virali postati fino a oggi c’è il deepfake del 29 settembre. Musica mariachi in sottofondo, il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer dice: «A nessuno piacciono i democratici». Accanto a lui il suo omologo alla Camera, Hakeem Jeffries, con baffi a manubrio e un sombrero in testa.
Repostato più di 19 mila volte, il video accusa i dem di aver voluto lo shutdown per dare assistenza sanitaria gratuita a tutti gli immigrati clandestini. Una fake news condivisa anche sugli account della Casa Bianca.
Anche le pagine istituzionali della Casa Bianca ci si mettono
Perché il trend ha contagiato anche le pagine istituzionali della White House, che solo su X conta 2,9 milioni di follower. Lì possiamo trovare, tra gli altri, un Trump decisamente più in forma di quanto non sia nella realtà con addosso la strizzante tutina di Superman accompagnata dalla modestissima didascalia: «Il simbolo della speranza. Verità. Giustizia», alla faccia delle vittime dello squadrismo dell’Ice, l’agenzia federale statunitense che si occupa del controllo delle frontiere e dell’immigrazione, sempre più criticata dopo l’omicidio a sangue freddo di Renée Good.
Nel mirino del profilo della Casa Bianca è finita anche la senatrice democratica del Massachusetts Elizabeth Warren. Rea di aver criticato il sostegno finanziario dell’amministrazione Trump al presidente argentino Javier Milei, è diventata protagonista di un’immagine in cui viene ritratta vestita come Madonna in Evita, il film biografico del 1996 sull’ex first lady del Paese sudamericano Eva Perón.
E poi ancora le vignette sugli arresti e le deportazioni di immigrati, una copertina che ricorda quelle del Time con Trump incoronato (di nuovo!) e il titolo «Lunga vita al re».
Tra uno scatto del presidente vestito da Jedi e uno in cui cammina in una polverosa arena in stile romano, il profilo X della Casa Bianca si è preso anche la briga di difendere questa strategia social fatta di offese e bufale con un paio di post a luglio. «Da nessuna parte nella Costituzione c’è scritto che non possiamo pubblicare meme di successo».
E ancora: «I meme continueranno». È una minaccia?




































