Il prossimo maggio scadrà il mandato del Comandante generale della Guardia di Finanza e la macchina che ne determinerà il successore è già da tempo in movimento. L’attuale numero uno, Andrea De Gennaro, sembra destinato a una presidenza di peso nel giro delle partecipate pubbliche, segnatamente Leonardo, secondo una tradizione che rispetta un copione già visto. La scorsa tornata di nomine era toccato a Giuseppe Zafarana, traslocato senza soluzione di continuità alla guida di Eni. Oggi il film si rimette in moto, con gli stessi registi che si dividono tra Palazzo Chigi, Mef, segreterie dei partiti, ma con un cast ancora da definire.
Andrea De Gennaro, Alfredo Mantovano, Matteo Piantedosi e Antonio Tajani (Imagoeconomica).
Buratti, Sirico e Greco tra i favoriti
Sul tavolo ci sono nomi, correnti, sponsor e qualche silenzio molto eloquente. Il primo papabile è l’attuale vice di De Gennaro, il generale Bruno Buratti: profilo solido, competenza indiscussa, ma carattere introverso. Uno che se entra nella stanza dei bottoni non lascia impronte. È il candidato che rassicura l’istituzione, meno la politica che preferisce figure più malleabili o quantomeno più estroverse.
Bruno Buratti (Ansa).
Il secondo è Umberto Sirico, ora comandante dei reparti speciali della Gdf, sostenuto apertamente da Giancarlo Giorgetti. Appoggio pesante quello del titolare dell’Economia, ma non risolutivo. Sirico si porta dietro un rapporto complicato con Giovanni Melillo, il procuratore nazionale Antimafia, uomo chiave del sistema giudiziario in ottimi rapporti con il sottosegretario Alfredo Mantovano. Sullo sfondo, come un dossier che nessuno vuole intestarsi ma che resta comunque dirompente, ilcaso Striano: una di quelle vicende che non esplodono, ma sedimentano. E che vede indagati, oltre all’ex luogotenente della Gdf Pasquale Striano, il magistrato in pensione Antonio Laudati e alcuni giornalisti.
Umberto Sirico (Imagoeconomica).
Il terzo nome è quello di Francesco Greco, attuale comandante interregionale dell’Italia meridionale. Profilo operativo, come conferma il suo curriculum, opera in un territorio difficile. Piace a chi pensa che la Guardia di Finanza debba limitarsi a fare il suo mestiere, meno a chi la immagina come lo snodo di una rete di potere più ampia.
Francesco Greco (Ansa).
Cuzzocrea, il candidato della continuità
Questi i tre favoriti per sedersi sulla poltrona di De Gennaro. Ma i papabili non si fermano qui. Più di palazzo, nel senso romano del termine, è Leandro Cuzzocrea, oggi vicedirettore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. È il candidato della continuità, fortemente appoggiato dallo stesso De Gennaro. Un passaggio di testimone che somiglia però più a una tutela che a una svolta autonoma.
Leandro Cuzzocrea (Ansa).
La rosa degli outsider
E poi ci sono gli outsider, quelli che compaiono sempre nelle liste dei partecipanti ma raramente tagliano il traguardo da vincitori. Vito Augelli, comandante dei reparti d’istruzione, e Fabrizio Cuneo, alla guida dell’interregionale dell’Italia centrale. Nomi che servono a ricordare che l’istituzione è più larga delle sue correnti, anche se non sempre decide da sé i suoi destini. Ma la partita non si chiuderà nelle caserme e nemmeno nei corridoi di via XX Settembre. La scelta verrà fatta a Palazzo Chigi, dove i partiti della maggioranza porteranno come sempre le loro preferenze, col sorriso di circostanza ma il coltello in mano, pronti a battersi per i propri candidati.
Vito Augelli (Ansa).
Mantovano e Fazzolari sono i veri kink maker
Alla fine la partita, prima che sui nomi, si chiuderà sul metodo. I veri king maker restano i due sottosegretari alla presidenza del Consiglio. Mantovano, che conosce a memoria gli equilibri fragili tra sicurezza e giustizia, e Giovanbattista Fazzolari, che delle trame della politica è diventato un interprete finissimo, capace di tradurre rapporti di forza in atti apparentemente neutri. Tutto il resto è liturgia: nomi che circolano, voci che si inseguono, curriculum che si sovrappongono come fogli di carta.
Giovanbattista Fazzolari e Alfredo Mantovano (Ansa).
In vista delle nomine di aprile delle grandi partecipate pubbliche, la giostra dei nomi ha già iniziato a girare. Il governo Meloni, almeno stando ai desiderata che si raccolgono nei corridoi di Palazzo Chigi, punta alla riconferma dei capi azienda nominati tre anni fa, ma lascia intendere grandi cambiamenti sulle presidenze.
Agnes a Terna per uscire dallo stallo Rai
Per quella di Terna, il colosso delle reti elettriche, circola il nome di Simona Agnes, pronta a lasciare in anticipo il consiglio di amministrazione della Rai, in scadenza nel 2027. Un passaggio strategico che risolverebbe un altro annoso problema: lo stallo in viale Mazzini, dove Agnes non ha mai trovato i numeri in Commissione Vigilanza per farsi eleggere presidente, nonostante la robusta sponsorizzazione di Forza Italia e il tacito consenso di Fratelli d’Italia. Agnes si siederebbe dunque nella poltrona attualmente occupata in quota Lega da Igor De Biasio: quasi una sliding door, visto che per sei anni è stato consigliere d’amministrazione proprio della tivù di Stato.
Chi alla presidenza di Leonardo dopo l’ambasciatore Pontecorvo?
Due i nomi in ballo per Leonardo, leader nel settore della difesa: una posizione, visto il contesto internazionale, particolarmente delicata. In sostituzione dell’ambasciatore Stefano Pontecorvo i papabili sono Andrea De Gennaro, in scadenza a maggio dall’incarico di comandante generale della Guardia di Finanza, e l’onnipresente Elisabetta Belloni, data in corsa anche per la presidenza di Eni al posto di Giuseppe Zafarana. Su di lei pesa però il fatto che i rapporti con Palazzo Chigi si sono raffreddati dopo il suo addio anticipato al Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza: nell’orbita di chi ruota intorno al potere nulla gela più del mancato allineamento con la premier.
Enel, avanza Maione di Montepaschi
Capitolo Enel. Data per certa l’uscita di Paolo Scaroni, la candidatura più accreditata per sostituire il manager, su cui si impuntò Silvio Berlusconi nella precedente tornata di nomine, è quella di Nicola Maione, attuale presidente di Montepaschi, uomo di fiducia della Lega.
A proposito della banca senese, le possibilità di riconferma dell’attuale amministratore delegato Luigi Lovaglio si stanno molto assottigliando, tenuto anche conto che il banchiere è sotto indagine della procura di Milano per la vicenda della vendita di azioni della banca senese detenute dal Tesoro a Francesco Gaetano Caltagirone, Delfin e Anima.
Luigi Lovaglio, ceo Mps (Imagoeconomica).
Palermo è un’opzione: ma preferirebbe non lasciare Acea
Come alternativa, c’è chi scommette su Fabrizio Palermo, nome molto gradito a Caltagirone che lo ha voluto nel cda di Generali. Ma il manager al momento non sembra entusiasta all’idea di lasciare Acea, la municipalizzata di Roma alla cui guida si è insediato nel settembre del 2022.
Fabrizio Palermo (Imagoeconomica).
Descalzi e Cingolani hanno la fiducia del governo
Nessuna sorpresa invece dovrebbe arrivare dal fronte degli amministratori delegati, che sembrano incastonati nel marmo delle loro poltrone. In Eni, Claudio Descalzi gode della granitica stima della premier. In Leonardo, Roberto Cingolani non solo ha anch’egli la sua fiducia, ma ha rinsaldato il legame con il ministro della Difesa Guido Crosetto, riorganizzando l’azienda come una sorta di ministero parallelo, ma con più efficienza e meno carte bollate. E creando una squadra di comando che vede in Filippo Maria Grasso, Carlo Gualdaroni, Antonio Liotti e Simone Ungaro gli uomini chiave dell’organigramma, come ricordato dallo stesso Cingolani durante il tradizionale brindisi di Natale del gruppo alla presenza di autorità istituzionali e vertici delle Forze armate.
Ci sono personaggi che, per anni, hanno vissuto fuori dal rischio. Hanno attraversato scandali, processi, tempeste mediatiche come se fossero stati protetti da una campana di vetro. Alfonso Signorini, lo storico direttore di Chi, è stato uno di questi. Sempre presente. Sempre centrale. Eppure raramente è finito nell’occhio del ciclone. Era (è) la cassaforte dei segreti della famiglia Berlusconi, come di tanti altri vip e potenti nell’Italia degli ultimi due decenni. Oggi, per la prima volta, quella campana però sembra essersi incrinata.
Alfonso Signorini (foto Imagoeconomica).
Le accuse di Fabrizio Corona non sono certo una sentenza. E non hanno nemmeno dato il via (per il momento) a un atto giudiziario. Sono un racconto. Confuso. Iperbolico. Spesso eccessivo. Arrivano in un momento in cui il network attorno a Signorini è meno compatto, di sicuro più fragile di una volta. E questo fa la differenza.
Un frame del trailer di Fabrizio Corona – Io Sono Notizia, la docuserie in cinque episodi in arrivo su Netflix dal 9 gennaio (foto Ansa).
Signorini, il centro di un sistema che gestiva relazioni, accessi, possibilità
Per la prima volta, infatti, Signorini non appare solo come il narratore del potere mediatico. Ma come uno dei suoi ingranaggi più visibili. È questo il salto che rende la vicenda diversa dalle molte polemiche che lo hanno riguardato negli anni, senza scalfirlo. Corona non lo attacca per una copertina, per una frase, per una scelta editoriale. Lo accusa di essere parte nevralgica di un sistema. Di gestire relazioni, accessi, possibilità. Di avere esercitato un potere non solo narrativo, ma selettivo. Un potere che passa dal decidere chi entra in televisione, chi ottiene visibilità, chi resta fuori. È un’accusa che non ha ancora riscontri giudiziari, ma che colpisce il cuore di quell’immagine di personaggio pubblico che Signorini si è costruito negli ultimi anni.
Le accuse non riguardano ciò che Alfonso racconta. Ma cosa rappresenta
La risposta, da parte di “Alfonsina la pazza” (copyright Dagospia), è stata al momento misurata. Nessuna sceneggiata. Nessuna contro-narrazione social. Nessun tentativo di ribaltare il racconto sul piano emotivo. Solo una frase asciutta: «Ho dato mandato ai miei legali». È una frase che chiude. Ma non spegne. Perché intorno, questa volta, il rumore non è solo gossip. È il suono di una domanda che, come mai accaduto prima, non riguarda ciò che Signorini racconta. Ma cosa rappresenta.
La rottura con Parpiglia e una perdita di copertura e protezione reciproca
Il tempismo è stato tutto in questa vicenda. Le accuse di Corona sono arrivate dopo la rottura con Gabriele Parpiglia con Signorini. Collaboratore storico di Alfonso. Firma riconoscibile. Uomo di fiducia. Un sodalizio durato anni, cresciuto tra redazioni e retroscena, e finito in modo pubblico, ruvido, non pacificato. Quando una coppia professionale di questo tipo si separa così, nel mondo del gossip non è mai solo una questione di caratteri. È una perdita di copertura. Di protezione reciproca. Di silenzi condivisi. È in questo spazio che Corona entra in scena.
Gabriele Parpiglia nel 2017 (foto Imagoeconomica).
Non colpisce Signorini come conduttore. Né come personaggio televisivo. Colpisce il ruolo. L’autorità che si occupa della selezione. L’idea che esista una soglia. E che Signorini sia stato, per anni, uno dei custodi di quella soglia. Non è un caso che Parpiglia stia cavalcando la questione sui social, raccontando come lui per anni abbia denunciato il sistema Signorini, senza ricordarsi di essere stato un suo prodotto e di aver alimentato quel meccanismo per decenni.
Negli anni di Vallettopoli Signorini era già una figura centrale
Per capire perché questa accusa pesa più di altre bisogna tornare indietro. Molto indietro. A quando il potere di Signorini non era televisivo, ma editoriale. E passava dalle fotografie. Negli anni di Vallettopoli, quando il gossip italiano venne messo sotto processo e il mondo dei paparazzi finì nei fascicoli giudiziari, Signorini era già una figura centrale. Non però l’uomo simbolo dell’inchiesta. Quello era Fabrizio Corona. Ma il settimanale Chi era il luogo dove le immagini arrivavano. Dove venivano valutate. Dove si decideva se una storia sarebbe diventata pubblica o meno. Dove si sceglieva anche se scavalcare i paparazzi che avevano inviato gli scatti, usando i propri fotografi per scovare in autonomia la notizia, evitando così di pagare.
Inchiesta del 2009 sui vip, Signorini in aula con alcune foto di Barbara Berlusconi, che gli vennero proposte da Fabrizio Corona (foto Ansa).
Nei processi il nome di Signorini compariva solo come testimone. Un interlocutore. E punto di snodo. Le cronache raccontavano di foto visionate in redazione. Di telefonate per avvertire i protagonisti. Di interviste organizzate. Di rapporti professionali con Corona che, riletti oggi, restituiscono il clima di un’epoca in cui il confine tra informazione, mediazione e pressione era labile.
Uomo di fiducia dei Berlusconi, non solo direttore di rotocalco
Ma è nel rapporto con la famiglia Berlusconi che la forza di Signorini ha assunto una forma più profonda. Per anni, Alfonso è stato considerato un uomo di fiducia. Non solo un direttore di rotocalco. Ma un interprete affidabile dell’universo berlusconiano. Un giornalista capace di maneggiare storie delicate senza farle esplodere. Abile a difendere. Schermare. Scegliere il tono giusto. Del resto, negli anni sulla sua scrivania è passato di tutto, anche le foto dei figli più piccoli del Cavaliere, che all’inizio degli Anni 2000 frequentavano discoteche come tanti altri calciatori beccati in flagranza di baldoria dai paparazzi.
Silvio Berlusconi su una copertina di Chi nel 2009 (foto Ansa).
Durante gli anni delle “cene eleganti” ad Arcore, Signorini è stato tra i pochi che pubblicamente ha difeso Silvio Berlusconi con convinzione. In tivù, sui giornali, spiegando che si trattava, secondo lui, di attacchi politici. Che la vita privata non poteva essere messa sotto processo. Una linea chiara. E coerente.
Un consigliere informale di Silvio, capace di leggere l’opinione pubblica
In ambienti giornalistici si racconta — da sempre — che Signorini fosse ascoltato. Che fosse considerato un consigliere informale. Non un stratega politico, ma un uomo capace di leggere l’opinione pubblica. Di capire cosa far uscire e cosa no. Di suggerire prudenza o reazione. Non è mai stato un ruolo ufficiale. Ma in quel mondo i ruoli più importanti non sono mai quelli negli organigrammi.
L’universo Mondadori e il rapporto sempre solido con Marina
Con Marina Berlusconi il rapporto è sempre stato solido. Di fiducia reciproca. Signorini ha diretto Chi, il cuore editoriale del gruppo Mondadori, per 17 anni, dal 2006 fino a marzo 2023. Poi ha lasciato la direzione operativa a Massimo Borgnis per assumere il ruolo di direttore editoriale e dedicarsi a nuovi progetti. Di certo è sempre stato affidabile. Uno che non sgarrava mai. Non tradiva. E soprattutto sapeva maneggiare un materiale che, per la famiglia, non è mai stato solo gossip. Era reputazione. Politica. Potere.
Alfonso Signorini durante la registrazione di una puntata di “Kalispera” nel 2011 (foto Ansa).
Perché per i Berlusconi il confine tra privato e pubblico è sempre stato politico. E lo è ancora di più oggi. Negli ultimi anni, l’ipotesi di una discesa in politica di Pier Silvio Berlusconi — evocata, smentita, lasciata fluttuare — o di Marina (ipotizzata da Corona) ha riacceso l’attenzione sull’immagine degli eredi del Cavaliere. In questo scenario, ogni scossa mediatica può trasformarsi potenzialmente in un problema politico. E ogni figura simbolo del potere mediatico del gruppo diventa sensibile.
Tacere non è segno di indifferenza, ma controllo del danno
Le accuse di Corona, in questo senso, sono una polpetta avvelenata difficile da gestire. Non colpiscono direttamente i Berlusconi. Ma se la prendono con uno degli uomini che meglio ha incarnato, per anni, il loro universo mediatico. Un direttore Mondadori. Un volto Mediaset. Un garante del racconto. Finora la reazione è stata principalmente il silenzio. Nessuna presa di distanza. Nessuna smentita pubblica. Nessun segnale di nervosismo. Ma tacere, in certi ambienti, non è segno di indifferenza. È controllo del danno.
Il Grande Fratello Vip assegna ruoli e distribuisce notorietà
Il ruolo di Signorini negli anni ha cambiato forma. Dalla carta è passato alla televisione. Dalle copertine al prime time. Dal racconto alla selezione. Il Grande Fratello Vip è diventato il nuovo ombelico di quel mondo. Non solo un reality. Ma una macchina di visibilità. Un dispositivo che crea personaggi. Assegna ruoli. E distribuisce notorietà.
Alfonso Signorini (foto Imagoeconomica).
In questo contesto, il conduttore non è solo un presentatore. È il custode morale del format e garante delle regole. Proprio lì Corona ha affondato il colpo. Non sul passato. Ma sul presente. Non sulle foto. Ma sulle opportunità. Non sulla carta. Ma sull’accesso.
L’apparenza è sostanza e la crepa conta quanto il crollo
Per questo oggi la storia pesa di più. Non perché Corona sia improvvisamente diventato affidabile. Ma perché il contesto è cambiato. Perché Signorini è più potente che mai. E perché ha appena perso una parte della sua rete di protezione. Nel mondo che lui conosce meglio di chiunque altro – quello dello spettacolo e del potere mediatico – l’apparenza è sostanza. E la crepa conta quanto il crollo. Per la prima volta, l’idea che Alfonso Signorini sia intoccabile non appare più granitica. E quando l’uomo che per anni ha gestito il racconto finisce dentro la storia, nulla è più davvero sotto controllo.
Una sigla, dal significato a tutta prima incomprensibile, messa sui fogli con la lista degli ospiti dei talk show politici che vengono approvati dalla direzione generale dell’informazione Mediaset, da anni dominio incontrastato di Mauro Crippa, manager di lunga data del Biscione: VSM. Che mai vorrà dire? L’arcano non regge molto: VSM è infatti l’acronimo di Villa San Martino, ossia la magione di Arcore dove, negli ultimi anni con la compagna Marta Fascina, ha vissuto Silvio Berlusconi, tanto da diventare un luogo simbolico del suo potere.
Mauro Crippa, direttore generale dell’informazione Mediaset (Imagoeconomica).
Le partecipazioni a Stasera Italia e Quarta Repubblica erano fissate
Ma facciamo un passo indietro. Il 30 maggio esce I potenti al tempo di Giorgia, il libro di Luigi Bisignani e Paolo Madron (direttore di questo giornale) edito da Chiarelettere. Giornali e tivù ne parlano diffusamente, e a Mediaset non vogliono essere da meno. Così la casa editrice aveva concordato con la produzione di Stasera Italia, il programma condotto da Barbara Palombelli che va in onda su Rete 4 dal lunedì al venerdì, l’esclusiva della prima uscita televisiva del libro: gli accordi con Chiarelettere prevedono un’intervista faccia a faccia con la giornalista della durata di 12 minuti. Nel contempo un altro talk politico di punta della rete si fa avanti. Così che Quarta Repubblica, la trasmissione del lunedì sera condotta da Nicola Porro, invita Bisignani, per altro più volte ospite del programma, nella puntata di lunedì 12 giugno. Tutto deciso dunque.
Luigi Bisignani (Imagoeconomica).
Poi la doppia cancellazione arrivata per ordini aziendali
Quand’ecco una prima sorpresa: il 5 giugno la produzione di Stasera Italia chiama Bisignani e a malincuore gli dice di essere costretta per ordini aziendali a cancellare la sua partecipazione. Qualche giorno dopo stesso copione per Quarta Repubblica, dopo che domenica 11 Bisignani, come da accordi intercorsi con la produzione, aveva ricevuto un sms che gli dava le coordinate, ora e luogo (22.40 agli studi del Palatino) chiedendogli addirittura la targa dell’auto per predisporre il pass d’ingresso agli studi. Videonews, la testata cui fanno riferimento tutti i programmi di approfondimento giornalistico sempre alle dipendenze di Crippa, poi avrebbe completamente sconvolto la scaletta del suo e di tutti i programmi delle reti per la morte del Cavaliere, avvenuta proprio la mattina del 12 giugno.
Niet implacabile da Videonews: sarà anche perché nel libro si rivelano dei retroscena sul ruolo di Andrea Giambruno, lanciatissimo conduttore del Biscione nonché compagno di Giorgia Meloni?
La produzione di Quarta Repubblica comunque avvisava Bisignani di voler provare a inserire la sua partecipazione nelle ultime due puntate prima della pausa estiva. Proposito però frustrato dall’ennesimo niet implacabilmente arrivato da Videonews: di quel libro non si deve parlare. Sarà perché rivela per la prima volta i dettagli del patto tra Giorgia Meloni e Marina Berlusconi per garantire l’appoggio delle televisioni e la fine della fronda di Forza Italia al governo? Sarà perché il libro racconta nel dettaglio l’irresistibile ascesa di Marta Fascina da meteorina a finta moglie di Silvio? Sarà perché si rivelano dei retroscena sul ruolo di Andrea Giambruno, lanciatissimo conduttore del Biscione nonché compagno della presidente del Consiglio?
Marta Fascina, Silvio e Marina Berlusconi (Imagoeconomica).
Una grave e pesante censura, anche controproducente
Ma qualunque sia la motivazione, resta il caso di pesante e grave censura da parte di un gruppo il cui fondatore si è professato fino all’ultimo paladino di libertà e tolleranza. Un libro messo all’indice come nei più nefasti regimi dittatoriali dove la libertà di pensiero e di opinione fanno paura. Oltretutto una decisione controproducente, perché a Mediaset nel momento in cui l’hanno presa avranno immaginato anche che la cosa sarebbe diventata pubblica. Infatti ne ha scritto Carmelo Caruso sul Foglio del 21 giugno. L’ordine di cancellare le due partecipazioni porta un marchio d’autore, VMS, Villa San Martino, e viene direttamente da Arcore. Non da Berlusconi, che stava male e che non avrebbe mai preso una simile iniziativa, ma dalla sua quasi moglie Marta Fascina.
Fedele Confalonieri e Pier Silvio Berlusconi (Imagoeconomica).
Pier Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri sono stati informati?
Mediaset si è adeguata, perché sulla perversa dialettica tra partito e azienda ha prevalso il partito, ossia Fascina, la donna che in quel momento l’aveva in pugno tanto che aveva già cominciato a ridisegnarne gli organigrammi mettendo dei suoi fedelissimi nelle posizioni di comando. Ubi maior, devono aver pensato a Videonews Crippa e i suoi fedelissimi vicedirettori (ma hanno informato Pier Silvio e Fedele Confalonieri?): di quel libro non s’ha da parlare. Una scelta che, pur forzata dall’obbedienza a un diktat della donna del capo, certo non fa onore all’azienda di Cologno Monzese. E non rende un buon servizio nemmeno alla memoria del suo fondatore, perché Berlusconi da liberale qual era, sicuramente non l’avrebbe mai presa.
L’ultimo Cavaliere. Con questo titolo a tutta pagina il Giornale ha salutato Silvio Berlusconi nell’edizione speciale del 13 giugno 2023: 38 pagine dedicate all’uomo che entrò nel capitale del quotidiano fondato da Indro Montanelli già nel 1976, ne prese la proprietà e lo controllò per oltre 40 anni. Proprio finora quando, ironia della sorte se ce n’è una, Berlusconi ha scelto di andarsene, a pochi giorni dall’arrivo programmato della famiglia Angelucci, nuovo editore del Giornale con il 70 per cento del capitale, in attesa del via libera dell’autorità Antitrust, stimato per il 18 luglio.
La prima pagina de il Giornale dopo la morte di Silvio Berlusconi.
Redazione ormai ridotta da 200 giornalisti a 50
Trentotto pagine composte dalla redazione guidata da Augusto Minzolini che, in poche ore, le ha pensate, impaginate e realizzate da zero, non essendoci al Giornale niente di preparato: i “coccodrilli” su Berlusconi, di qualsiasi natura, erano vietati, fin dai tempi del suo ricovero per il Covid. Una redazione composta ormai da 50 giornalisti, così ridotta dagli oltre 200 che popolavano via Negri fino a 25 anni fa, quando, dopo Montanelli, Berlusconi aveva chiamato Vittorio Feltri a dirigere il Giornale. E ora che succederà?
Alessandro Sallusti e Augusto Minzolini con Silvio Berlusconi (Imagoeconomica).
Addio via Negri: destinazione scalo Farini, via dell’Aprica
Nella redazione sanno ben poco del loro futuro. Nessuno ha fornito loro informazioni. Scontato solo il ritorno di Alessandro Sallusti, atteso in luglio, con Minzolini che tornerà a sua volta a scrivere di politica. Con Sallusti verrebbe anche Feltri. Ma gli Angelucci non hanno ancora fatto sapere quale sarà il progetto editoriale per la testata montanelliana. Anche se da qualche giorno la redazione è in fibrillazione perché gira voce che tra i primi atti della nuova gestione ci sarà un trasferimento di sede: addio a via Negri, “la via Solferino” del Giornale, destinazione scalo Farini, via dell’Aprica, palazzo di LaPresse, dove gli Angelucci intendono trasferire anche la redazione di Libero, quelle dei siti web delle due testate, e pure la radio del gruppo. Il tutto a partire dal gennaio 2024. Risparmi e sinergie di costi in una zona destinata a svilupparsi nei prossimi anni, ma che al momento risulta un po’ isolata e lontana dai palazzi del potere meneghino della politica e della finanza. Un bel cambiamento rispetto a Cordusio e Porta Venezia.
Vittorio Feltri (Imagoeconomica).
In arrivo il manager di Rcs Spagna, Nicola Speroni
A livello aziendale, solo dopo l’ok dell’Antitrust si può procedere a nominare il prossimo Consiglio. E pare che per guidare il Giornale sia stato scelto un manager di Rcs, Nicola Speroni, che arriva dalla Spagna, e come direttore finanziario una dirigente donna, anch’essa da Rcs Spagna, e cioè Stefania Bedogni. La famiglia del Cavaliere, tramite la See spa di Paolo Berlusconi, ha tenuto il 30 per cento del capitale. Ma ora, con la scomparsa del patriarca, la cosa assume un significato molto diverso, anche in vista della futura governance.
Paolo Berlusconi (Imagoeconomica).
Galli della Loggia, Orsina, Ricolfi, Battista: firme da dream team
Per quanto riguarda gli organici, le indicazioni arrivano da voci giornalistiche. In ordine sparso sono circolati i nomi di: Daniele Capezzone, Giacomo Amadori, Osvaldo De Paolini, Salvatore Merlo, Francesco Verderami e poi editorialisti quali Ernesto Galli della Loggia, Giovanni Orsina, Luca Ricolfi, Pigi Battista. Se oltre a questo dream team ci sia anche qualcuno che andrà a rimpolpare la redazione nulla è dato sapere.
L’editore Antonio Angelucci (Imagoeconomica).
Via lo smart working, in scadenza il contratto integrativo dei giornalisti
Quello che appare certo invece è la volontà dei nuovi editori di smantellare lo smart working, che oggi al Giornale è utilizzabile al 50 per cento con un accordo sindacale che scade a fine 2023. In scadenza c’è anche il contratto integrativo dei giornalisti, conquistato e consolidato negli anni grazie alle relazioni sindacali che non sono mai venute meno. E che ora si preparano ad affrontare la nuova era. Il primo assaggio sarà già mercoledì 21 giugno, con la prima assemblea di redazione convocata nell’era del dopo Cavaliere.
A poco più di un mese dall'inizio del Festival, manca ancora un accordo fra tutti i soggetti coinvolti. E la Federazione industria musicale italiana potrebbe decidere di non far partecipare i propri artisti. Il retroscena.
Dopo l’eloquente passaggio sulla Rai da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha rammentato ruolo e funzioni del servizio pubblico, il 2020 della tivù di Stato non è iniziato bene. Stavolta la grana si chiama Sanremo ed è scoppiata a poco più di un mese dall’inizio del Festival, da sempre punto di forza della Rai e della sua rete ammiraglia.
RIUNIONE AD ALTA TENSIONE
Secondo quanto risulta a Lettera43, il 23 dicembre si è tenuta una riunionemolto tesa, coordinata via telefono dal Direttore generale Corporate Alberto Matassino, per tentare di recuperare e risolvere l’ultima crisi nata in azienda: si tratta del nuovo regolamento della kermesse musicale. Su alcune delle regole legate ai diritti dei cantanti che si esibiranno, non è stato ancora trovato l’assenso di tutti i soggetti coinvolti.
In particolare la Fimi (Federazione industria musicale italiana), per bocca del suo presidente Enzo Mazza, non avrebbe ancora dato il semaforo verde al nuovo regolamento, in quanto non sarebbero state soddisfatte alcune sue richieste. Da qui l’ipotesi di non far partecipare i cantanti legati alla Federazione. Sono ore convulse e di comprensibile agitazione, perché il Festival in questo momento è privo di un regolamento ufficiale che stabilisca con chiarezza le regole della competizione.
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Dopo la causa civile a Calabresi, Gatti e Pier Luca Santoro per un articolo del 2018 ritenuto diffamatorio, il fondatore dell’Osservatorio Giovani-Editori sta valutando l’azione penale.
Un inizio anno non dei migliori per Claudio Gatti, Mario Calabresi e Pier Luca Santoro, fondatore del sito Datamedia hub. A guastare le feste dei due giornalisti di Repubblica e di Santoro ci ha pensato un vecchio articolo dedicato all’Osservatorio Permanente Giovani-Editori apparso nel marzo 2018 sul Venerdì di Repubblica, considerato fin da subito gravemente diffamatorio dagli interessati, e ripreso poi sul sito online del quotidiano romano.
SCENDONO IN CAMPO I PENALISTI
Inizialmente Andrea Ceccherini, fondatore e anima dell’Osservatorio, sembrava voler limitare la propria azione contro i due giornalisti e Santoro al classico ambito civile. Perciò aveva messo in pista un pool di avvocati di rango, guidato dal professor Guido Alpa, balzato agli onori della cronaca per essere stato storico sodale del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Tuttavia qualcosa di nuovo deve essere emerso se solo qualche giorno fa i civilisti sono stati affiancati da un pool di penalisti dai nomi eccellenti (tra cui lo studio fiorentino Taddeucci-Sassolini) cui è stato dato l’incarico di verificare se, nell’ambito della conduzione dell’indagine giornalistica, si siano consumate fattispecie di reati o se invece tutto si sia svolto correttamente. I penalisti dovranno riferire nei primi mesi dell’anno le loro valutazioni, per permettere all’Osservatorio di decidere se procedere o limitarsi all’originaria causa civile.
NO COMMENT DA FIRENZE
L’Osservatorio, che fin dall’inizio aveva reagito al servizio di Gatti con durezza, sembra oggi intenzionato ad alzare ulteriormente il livello dello scontro, probabilmente consigliato dagli stessi legali. Anche se, secondo quanto risulta a Lettera43, sembra che Ceccherini voglia approfondire adeguatamente i fatti e gli atti, prima di muovere un ulteriore passo. Quello che è certo è che il recente cambio di proprietà del giornale, passato dalla famiglia De Benedetti alla Exor di John Elkann, non sembra abbia indotto il manager fiorentino a recedere. Anzi. Interpellati sulle indiscrezioni raccolte da questo giornale, al quartier generale di Firenze hanno preferito non rilasciare dichiarazioni in materia. L’unica cosa di cui sono disposti a parlare è la grande soddisfazione per la partnership strategica con Apple, celebrata in pompa magna a Firenze lo scorso 13 ottobre, che ha contribuito a ispessire il profilo internazionale dell’Organizzazione, tanto da meritare il plauso del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
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Viale Mazzini perde l'uomo a cui era stata affidata la direzione per la messa in opera del piano industriale. Un'altra tegola per l'azienda, già scossa dalle tensioni tra Foa e Salini.
Avevamo titolato “un 2019 da dimenticare per la Rai“, e ne abbiamo avuto conferma dopo la riunione del Cda e della Commissione di Vigilanza di giovedì 19 dicembre. Come se non bastasse, si aggiunge anche l’uscita di un dirigente di peso come Pietro Gaffuri. Ma andiamo con ordine.
IL GELO TRA FOA E SALINI
È gelo tra Marcello Foa e Fabrizio Salini sulle conseguenze della finta mail firmata Tria e spedita da un sedicente avvocato ginevrino al presidente di Viale Mazzini su cui i due hanno dato interpretazioni diametralmente opposte. Se il presidente ha lamentato la vulnerabilità informatica dell’azienda, sottolineando di aver chiesto più volte all’ad di provvedere ad alzare il livello di sicurezza, al contrario Salini ha riferito che Foa non aveva sollevato alcuna obiezione né perplessità sul contenuto della mail, che altro non era che un tentativo di estorsione attraverso una richiesta di soldi. Come se non bastasse, nel corso dell’audizione in Cda che doveva fornire un aggiornamento sullo sviluppo del piano industriale, il direttore generale Corporate Alberto Matassino e il Transformation Officer, Gaffuri, hanno ammesso che la partenza operativa del piano industriale targato Salini- Foa non potrà avvenire prima dell’autunno 2020.
LA MANCATA NOMINA DI TEODOLI
In questo quadro non desta stupore la mancata nomina di Angelo Teodoli alla direzione distribuzione dei generi che avrebbe rappresentato comunque un primo tassello per l’avvio del nuovo progetto. Ma la notizia incredibile che Lettera43.it è riuscita ad avere in via confidenziale è che Gaffuri, a cui Salini e Matassino avevano affidato la direzione cruciale per la messa in opera del piano industriale non più tardi del maggio di quest’anno, ha firmato con la Rai la sua uscita dall’azienda a far data dal 31 marzo 2020. Non sono note le ragioni dell’uscita, ma certo è che Salini e Matassino dovranno fare presto a individuare un sostituto capace di assumere l’incarico e di entrare nell’operatività immediata per evitare uno stop che allungherebbe ulteriormente i tempi di un piano che, complice la paralisi su nomine e i veti incrociati, nonostante agli inizi di ottobre abbia ricevuto il via libera del Mise, non è riuscito ancora a partire.
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Veti incrociati Pd-M5s sulle nomine alle direzioni di tg e reti. La bandiera del cambiamento già ammainata dall'ad Salini. Alle prese con la questione dei soldi da extra gettito gestita male, il caso dell'intervista ad Assad oltre che la vicenda delle società Stand by Me e Mn Italia.
È la Rai dei veti incrociati, il cui consiglio di amministrazione si ritrova per l’ennesima volta giovedì 19 dicembre, e per l’ennesima volta rischia di concludersi con un nulla di fatto.
VETI DI DI MAIO E ZINGARETTI SU ORFEO E DI MARE
Un esempio di come i veti si incrociano viene dalle tormentate nomine alle direzioni dei telegiornali e delle reti: e per un Luigi Di Maio che mette il veto su Mario Orfeo alla guida del Tg3, c’è un Nicola Zingaretti che non vuole assolutamente vedere Franco Di Mare, in quota grillina, alla direzione della rete che ospita la testata.
ANCHE IN VIALE MAZZINI CONFUSIONE POLITICA
Del resto, da sempre, Viale Mazzini è lo specchio della situazione politica: e se quest’ultima è confusa e caotica, non si può certo pensare che all’interno della tivù di Stato regnino decisionismo e chiarezza.
IL CAMBIAMENTO PROMESSO DA SALINI DOV’È?
Di questa paralisi, questa impossibilità di procedere ad avvicendamenti che si trascinano da tempo, ne paga il prezzo l’amministratore delegato Fabrizio Salini che pure era arrivato pieno di propositi brandendo la bandiera del cambiamento poi laconicamente ammainata. E a nulla serve, evidentemente, che a suo tempo gli siano stati conferiti i pieni poteri: in Rai non si muove foglia che capo partito, di corrente, o di sotto corrente non voglia.
L’ad della Rai Fabrizio Salini (a sinistra) con il presidente Marcello Foa (Ansa).
FARO DEL MISE SULLE RISORSE DA EXTRA GETTITO
L’ultima spina nel fianco dell’ad viene dal capitolo risorse da extra gettito (80 milioni in due anni) gestito in modo non proprio ineccepibile, tanto che dal ministero dello Sviluppo economico è arrivato chiaro l’avvertimento: se mai arrivassero, vogliamo sapere come vengono spesi i soldi fino all’ultimo centesimo.
IL REGOLAMENTO SOCIAL E LA GRANA MAGGIONI
In precedenza, c’è stata la bocciatura in cda del regolamento per l’uso dei social network che aveva fortemente richiesto la commissione di vigilanza sin dall’estate. Infine l’episodio, ai limiti del parossismo, del caso Monica Maggioni, grottesco rimpallo di responsabilità sull’intervista che l’ex presidente della Rai aveva fatto a Bashar al Assad, tenuta per giorni nei cassetti per poi mandarla semi clandestinamente su Rai Play senza alcuna comunicazione preventiva, dopo che i canali siriani e libanesi l’avevano trasmessa.
L’intervista di Monica Maggioni al presidente siriano Bashar al Assad.
RETROMARCIA SUI CONTRATTI DI SANREMO E FIORELLO
È poi scoppiato il caso Stand by Me e Mn Italia, due società che furono vicine all’ad e a Marcello Giannotti, il direttore della comunicazione, che hanno portato la Rai alla frettolosa retromarcia sui contratti di Sanremo e Fiorello.
PRESSIONI PER “LA PORTA DEI SOGNI” DELLA VENIER
Ma nonostante la martellante campagna di Striscia la notizia, la vicenda Mn lascia ancora qualche propaggine. Per La porta dei sogni, programma condotto da Mara Venier il venerdì in prima serata su cui punta molto la rete ammiraglia, l’ufficio stampa – seppur a carico dalla società di produzione – è ancora di Mn da cui proviene l’attuale direttore della comunicazione. Non a caso Giannotti si sarebbe attivato con il Tg1 facendo una richiesta del tutto insolita: un servizio lancio su La porta dei sogni da mandare in onda dentro il telegiornale.
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Volto autorevole del made in Italy, risponde al profilo gradito ai salotti del Nord. E può sparigliare tutti i giochi fatti fin qui in viale dell'Astronomia.
In Confindustria se ne comincia a parlare molto, specie dalle parti dell’Emilia e del Veneto: per il dopo Boccia alla presidenza ci vuole un imprenditore autentico, autorevole, autonomo, con alle spalle un’azienda digrandi dimensioni, con un marchio riconoscibile e internazionale, campione dell’Italia nel mondo. Insomma, uno rappresentativo della grande manifattura italiana. E nei salotti del Nord all’identikit dell’imprenditore giusto di cui si parla è stato anche dato un nome, quello di Andrea Illy, presidente di Illycaffè e capo di un gruppo del settore alimentare di fascia altissima che fattura oltre mezzo miliardo di euro.
VOLTO DEL MADE IN ITALY E UOMO DI PENSIERO
Cinquantacinque anni, fratello più giovane di Riccardo che è stato per diversi impegnato in politica, Andrea Illy ha appena terminato i sei anni di mandato come presidente di Altagamma, che raggruppa i marchi più prestigiosi del made in Italy. Per questo chi lo frequenta racconta di una sua disponibilità a prendere un impegno importante in Confindustria. Inoltre è uomo di pensiero – ha appena scritto per Piemme un libro, Italia Felix. Uscire dalla crisi e tornare a sorridere, in cui analizza con rigore il declino italiano e, sferzando il mondo del lavoro, dell’economia e della politica, indica le strade percorribili per uscire dal tunnel prima che sia troppo tardi – e questo non guasta in un mondo come quello della rappresentanza degli interessi oggi fortemente disintermediato rispetto ai processi decisionali.
UNA CANDIDATURA CHE PUÒ SPARIGLIARE TUTTI I GIOCHI
Per ora il nome viene tenuto coperto e lui non ha ancora manifestato le sue intenzioni, ma c’è chi scommette che l’eventuale candidatura di Illy alla successione di Boccia potrebbe davvero sparigliare tutti i giochi fin qui fatti – con largo e forse eccessivo anticipo – in Confindustria. Dove, per ora, si sono candidati il numero uno di Assolombarda Carlo Bonomi, il bresciano e leader degli imprenditori locali Giuseppe Pasini, la torinese Licia Mattioli, che è il nome su cui ora puntano i romani di viale dell’Astronomia, ed Emanuele Orsini, gran capo di Federlegno.
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Accordo politico sulle due caselle più importanti della controllata del Mef. Al posto dell’uscente Tesauro potrebbe sedersi il manager Fincantieri. Confermato l’ad Domenico Arcuri. Sempre che dopo 14 assemblee si riescano a fare le nomine per il cda.
Tredici assemblee non sono state sufficienti a rinnovare i vertici di Invitalia, la holding per lo sviluppo del governo. La prima si è tenuta all’inizio di giugno. Non solo: da una decina di giorni la guida dell’azienda di proprietà del Mef e vigilata dal Mise, è affidata – come prevede la legge – al Collegio sindacale, che può occuparsi solo dell’ordinaria amministrazione.
Una situazione che di fatto ha sostanzialmente bloccato le attività dell’Agenzia e delle sue controllate, a partire da Mediocredito Centrale e Infratel, solo per citare quelle più importanti. Un dato per tutti: il gruppo, nell’ultimo anno ha movimentato circa 8 miliardi di euro in incentivi, gare e appalti pubblici. Ovvero mezzo punto di Pil. Oggi, l’ennesimo rinvio: l’assemblea si è aggiornata a venerdì 29 novembre, nella speranza che l’esecutivo trovi un’intesa.
Per la verità il tema era già arrivato a Palazzo Chigi giovedì 21 novembre, quasi al termine di una riunione del Consiglio dei ministri dedicata quasi per intero a Taranto e poco prima che il premier Giuseppe Conte invitasse a cena la squadra di governo. E, a quanto risulta, sarebbe stato raggiunto un accordo politico sulle due caselle più importanti. In particolare, sulla poltrona del presidente, al posto dell’uscente Claudio Tesauro, potrebbe sedersi un manager Fincantieri,Andrea Viero.
Confermato, invece, l’attuale amministratore delegato, Domenico Arcuri, fortemente voluto dal presidente del Consiglio, da Pd e da un’importante parte del M5s. Poi, però, tutto si è arenato quando si è passato a discutere gli altri tre nomi da scegliere per il nuovo Cda dell’Agenzia. Se ne parlerà, probabilmente, la prossima settimana. In tempo utile per la quattordicesima assemblea. Sperando che, finalmente, qualcuno decida di decidere.
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