Baijiu, whisky e vino: il nuovo boom alcolico della Cina

La Cina si sta silenziosamente trasformando in una nuova potenza alcolica. E non solo grazie al baijiu, il distillato più bevuto nel Paese e adesso sempre più apprezzato anche all’estero. Se il tradizionale “liquore bianco” cinese amato dagli imperatori e da Mao sta conquistando il Sud-est asiatico, allo stesso tempo risultano in forte crescita anche le industrie locali di vino e whisky.

Il whisky recupera terreno

Nel mercato cinese degli spirits, le vendite di whisky restano marginali (circa l’1,2 per cento) rispetto a quelle del baijiu, che domina la scena con una quota del 93 per cento e un giro d’affari di 171 miliardi di dollari. Eppure, tra il 2020 e il 2024, i ricavi sono aumentati di quasi il 33 per cento – raggiungendo i 2,1 miliardi di dollari – a fronte di un più modesto +11 per cento registrato dal distillato autoctono. Non solo: secondo la Scotch Whisky Association le spedizioni di Scotch in Cina sono aumentate di quasi l’80 per cento tra il 2019 e il 2023.

Baijiu, whisky e vino: il nuovo boom alcolico della Cina
Whisky alla Hong Kong Food Expo (Ansa).

Gli investimenti esteri e le distillerie locali

I giganti occidentali del whisky hanno fiutato l’affare. Negli ultimi anni Pernod Ricard e Diageo hanno investito circa 300 milioni di dollari per aprire nuove distillerie in Cina. La multinazionale francese, che nel 2023 aveva lanciato The Chuan, il primo whisky Made in China, ha investito 150 milioni per aprire una struttura nel Sichuan. La rivale britannica ne ha invece inaugurata una da 120 milioni nello Yunnan. Ma in pista ci sono anche le aziende cinesi. Due i casi emblematici: Tsingtao Brewery sta realizzando una distilleria di whisky nella città di Qingdao, mentre Bacchus Liquor sta potenziando la sua base operativa di Qionglai. Persino i produttori di baijiu si stanno diversificando in questo settore. Langjiu, per esempio, ha avviato i lavori per realizzare una distilleria di whisky a Emeishan.

Baijiu, whisky e vino: il nuovo boom alcolico della Cina
Una distilleria di baijiu (Ansa).

Non solo baijiu: la crescita del mercato vinicolo

Il rallentamento dell’economia di Pechino e il trasferimento di ricchi consumatori cinesi nel Sud-est asiatico hanno spinto l’attenzione delle aziende di baijiu verso i mercati esteri. Nel 2024 l’export regionale di questo distillato ha così raggiunto i 149 milioni di dollari (+25 per cento su base annua), mentre le esportazioni complessive, contando anche gli Stati Uniti (erano il principale importatore con 57,6 milioni di dollari), hanno toccato quota 966 milioni (+20 per cento). Punta all’espansione globale anche il settore vinicolo del Dragone. La maggior parte del vino di qualità del Paese (118.000 chilolitri totali nel 2024) viene prodotta nella provincia del Ningxia. I ricavi delle aziende del capoluogo Yinchuan hanno raggiunto i 5 miliardi (+20 per cento), con Silver Heights e Xige che insieme rappresentano oltre il 60 per cento delle esportazioni totali di vino della provincia. Il loro obiettivo? Conquistare i pregiati palati occidentali.   

Perché il mercato dell’usato piace tanto ai cinesi

Vestiti, prodotti di elettronica, oggetti per la casa e persino borse di lusso. In Cina il mercato dell’usato ha spiccato il volo. Nel 2024 il valore delle transazioni di beni di seconda mano ha raggiunto i 240 miliardi di dollari con un aumento del 28 per cento su base annua. E negli ultimi sei anni il settore ha mantenuto un tasso di crescita del 12 per cento. Oltre la Muraglia il cosiddetto thrifting – la caccia al capo griffato di seconda mano – è dovuto alla rapida espansione di piattaforme di rivendita online e negozi second hand, unita a un generalizzato rallentamento dei consumi. La stagnazione dei salari (che in numerose aree sono addirittura diminuiti del 5 per cento tra il 2022 e il 2024) e la conseguente incertezza economica hanno infatti spinto un numero crescente di persone a risparmiare. E optare per l’usato. Una tendenza che riguarda soprattutto i più giovani. Stando al database QuestMobile quasi la metà dei 178 milioni di utenti delle piattaforme cinesi di e-commerce di seconda mano ha infatti meno di 30 anni. Una generazione che si muove a suo agio in Rete e sui social. Non a caso l’app Xiaohongshu, una sorta di Instagram, ha lanciato una funzione di acquisto e vendita. Il colosso del settore resta però Xianyu, app da 180 milioni di utenti attivi al mese lanciata nel 2014 da Alibaba.

Perché il mercato dell’usato piace tanto ai cinesi
App di e-commerce vintage.

La campagna di Pechino per i consumi sostenibili

Nell’ultimo decennio, le politiche di Pechino hanno promosso consumi sostenibili e incentivato la rivendita di beni inutilizzati. Il ministero del Commercio, per esempio, ha scelto 10 città pilota per sviluppare centri di riciclo dell’usato standardizzati, tra cui Hefei, nell’Anhui, e Hangzhou, nello Zhejiang, con l’obiettivo di creare modelli replicabili nel resto del Paese e un quadro normativo chiaro. Le app, intanto, hanno aperto numerosi negozi fisici. Xianyu conta oltre 20 Xianyu Recycle Shops in tutta la Cina. ZZER, una piattaforma di lusso di seconda mano con sede a Shanghai, ha fatto altrettanto, così come la sua rivale Hongbulin: entrambe vendono prodotti di lusso second-hand con sconti fino all’80 per cento sul prezzo al dettaglio. Secondo Daxue Consulting, nel 2025 il mercato cinese del lusso vintage ha raggiunto i 30 miliardi, rispetto agli 8 miliardi del 2020. Si tratta di un balzo del 275 per cento che certifica la portata trasversale del thrifting.  

Perché il mercato dell’usato piace tanto ai cinesi
Mercato delle pulci a Pechino (Ansa).

Camel Cup, il reality show estremo che sta facendo impazzire la Cina

Definirlo un reality sarebbe riduttivo. Qixing Mountain Challenge, conosciuto anche come Camel Cup, è una gara di sopravvivenza senza esclusione di colpi. Trasmesso in diretta streaming dall’impervio monte Qixing, nel Parco forestale nazionale di Zhangjiajie – lo stesso che ha ispirato le vette fluttuanti di Avatar – in Cina è diventato uno degli show più virali. Il format è tanto brutale quanto avvincente: 100 concorrenti vengono lasciati nella natura selvaggia, equipaggiati con un machete e pochi altri strumenti. Chi resiste fino alla fine vince un premio di 200 mila yuan (oltre 28 mila dollari). Gli spettatori assistono in tempo reale alle imprese dei partecipanti e possono interagire con loro su Douyin, la versione cinese di TikTok. 

Camel Cup, il reality show estremo che sta facendo impazzire la Cina
da Douyin.

Nessun copione e nessun protocollo di sicurezza

I concorrenti trascorrono le giornate a raccogliere funghi, a cercare patate selvatiche e a dormire in rifugi di fortuna. Ma a catalizzare l’interesse del pubblico online sono le scorpacciate di maiale crudo e lumache. Clip che macinano miliardi di visualizzazioni. Ovviamente, chi non riesce a resistere si ritira. Non è previsto alcun copione e non ci sono chiari protocolli di sicurezza. Nella prima stagione, per esempio, con l’arrivo dell’inverno, alcuni partecipanti sono stati messi ko da congelamenti, disidratazione e persino malnutrizione. Mentre la seconda, iniziata lo scorso ottobre, è appena stata interrotta a causa di un’ondata di freddo. Come se non bastasse nessuno sa con esattezza quanto tempo dovrà sopravvivere in montagna. Contano solo la resistenza e la conoscenza della natura. Chi sa identificare radici e frutti commestibili, tessere il bambù per costruire recinti e conosce la medicina tradizionale cinese ha un enorme vantaggio rispetto ai rivali.

Come un progetto a basso budget è diventato un successo

È proprio questo realismo nudo e crudo ad aver reso Camel Cup, un reality amatoriale a basso budget – spesso girato con semplici smartphone – un fenomeno virale. «Oggi le persone sottovalutano quanto sia difficile sopravvivere in natura. Questa gara ha lo scopo di ripristinare il senso di stupore e insegnare sia agli spettatori sia ai partecipanti come salvarsi quando le cose vanno male», uno dei creatori del format. «I partecipanti non cercano emozioni estreme. Cercano di riscoprire se stessi», ha aggiunto il collega Tian Lei, al quotidiano Young Pai. Quasi il 90 per cento dei concorrenti prima di mettersi alla prova non ha alcuna formazione sulle tecniche di sopravvivenza. Si tratta per lo più di giovani sfiniti dalla vita nelle grandi città o persone di mezza età che vogliono dimostrare quanto valgono. Visto il successo, le autorità temono il rischio emulazione. Secondo la China Adventure Association, nel 2024 si sono verificati 335 incidenti legati alle attività all’aria aperta, con un bilancio di 84 morti e 11 dispersi. Nel frattempo sono iniziate le iscrizioni per partecipare alla terza stagione di Camel Cup. Il montepremi è stato portato a 500 mila yuan. Centinaia di persone sono già in lista d’attesa. 

Ahmad’s Fried Chicken, la sfida malese a McDonald’s

In Malesia da qualche tempo McDonald’s ha un rivale, piccolo ma agguerrito. Nel Paese del Sud-est asiatico, sta facendo parlare di sé un fast food locale. Ahmad’s Fried Chicken è nato nell’estate del 2024, quasi per caso, per offrire ai malesi hamburger e pollo fritto locale e di qualità rispetto a quelli della catena americana. E, perché no, un’alternativa “Gaza Friendly” visto che in molti Paesi a maggioranza musulmana – in Malesia, il 60 per cento dei 34 milioni di abitanti è di religione islamica – la grande M è finita al centro di dure campagne di boicottaggio per le sue posizioni filo-israeliane e i (presunti) legami finanziari con Tel Aviv.

Ahmad’s Fried Chicken, la sfida malese a McDonald’s
dal profilo Fb di Ahmad’s Fried Chicken.

Com’è nata l’idea di Ahmad’s Fried Chicken

L’idea di aprire la catena Ahmad’s Fried Chicken è nata qualche anno fa. Lailatul Sarahjana Mohd Ismail e suo marito Mohd Taufik Khairuddin gestivano una panetteria. Quando con la pandemia l’attività è fallita, i due non si sono persi d’animo. Dopo mesi di ricerche e analisi di mercato, si sono lanciati nel business del pollo fritto per intercettare il crescente interesse dei loro connazionali per i prodotti locali. Hanno cominciato con un chiosco al Mydin Senawang, un grande ipermercato della catena malese di supermercati MYDIN, a Senawang. Vista l’ottima risposta hanno deciso di aprire un fast-food. Ahmad’s Fried Chicken oggi conta 35 punti vendita e 17 chioschi sparsi in tutta la Malesia. L’obiettivo del gruppo è arrivare a quota 110 entro la fine del 2026, consolidare la propria presenza in patria ed espandersi all’estero. «La questione del boicottaggio potrebbe aver attirato l’attenzione, ma alla fine è la qualità a determinare il successo. Vogliamo entrare nei mercati internazionali come l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti», ha ammesso Lailatul.

Ahmad’s Fried Chicken, la sfida malese a McDonald’s
Un chiosco di Ahmad’s Fried Chicken (da Fb).

Fast food e non solo: il successo dei marchi locali in Malesia

Il logo di Ahmad’s Fried Chicken è un bambino sorridente in versione cartoon. Il layout della catena richiama vagamente quello di McDonald’s. E pure il menù è simile. I prezzi sono però più bassi e i prodotti interamente halal. Per esempio il Big Mad’s, la versione malese del Big Mac, con un soft drink e patatine fritte costa 18,50 ringgit, poco meno di 4 dollari, contro i 3 dollari del panino originale. Ovviamente Ahmad’s Fried Chicken non può ancora competere con McDonald’s e Kfc – che in Malesia contano rispettivamente 370 e 600 punti vendita – anche se gli affari stanno andando a gonfie con incassi che si aggirano sui 730 mila dollari al mese. E il futuro promette bene visto il successo dei marchi locali sulle grandi multinazionali. Un esempio su tutti? ZUS Coffee. Quello che nel 2019 era un semplice chiosco di caffè ora è la più grande catena della Malesia. Una realtà che ha superato per punti vendita persino un gigante come Starbucks (743 contro 320). Che sia questo il destino di Ahmad’s Fried Chicken?

Ahmad’s Fried Chicken, la sfida malese a McDonald’s
Un hamburger di Ahmad’s Fried Chicken (da Fb).

Materiali critici, terre rare, rapporti con Cina e Usa: così l’Indonesia punta a diventare la prossima tigre asiatica

Investimenti mirati per sviluppare il business delle terre rare e dei minerali critici. Un inserimento programmato nei settori chiave dell’economia globale, in primis quello delle auto elettriche. Una posizione geografica strategica, a metà strada tra l’Oceano Indiano e il Pacifico, a due passi dal tumultuoso Mar Cinese Meridionale epicentro di possibili conflitti. L’Indonesia di Joko Widodo, presidente del quarto Paese più popoloso al mondo (273 milioni di abitanti) e prossimo alla fine del suo mandato, è questo e molto altro. È, ad esempio, la terza democrazia più grande del Pianeta dopo Stati Uniti e India, nonché una nazione desiderosa di scalare i vertici dell’economia globale. Candidandosi a essere la prossima Tigre asiatica.

Materiali critici, terre rare, rapporti con Cina e Usa: così l'Indonesia punta a diventare la prossima tigre asiatica
Il presidente dell’Indonesia Joko Widodo (getty Images).

Nel 2022 il Pil indonesiano ha segnato un +5,31 per cento, la crescita più rapida dal 2013

Già nel 2015, considerando il Pil complessivo e a parità di potere d’acquisto l’Indonesia risultava essere l’ottava economia del Pianeta. Nel 2022 ha fatto registrare un Pil pari a 1.391 miliardi di dollari, in aumento su base annua del 5,31 per cento, la crescita più rapida dal 2013. Per la cronaca, soltanto il Vietnam (+6,2 per cento) era riuscito a far meglio. Per quanto riguarda il 2023, secondo i dati riportati da BPS-Statistics Indonesia, l’economia nazionale ha continuato a crescere pur mostrando timidi segnali di rallentamento: +4,94 per cento annuo nel trimestre luglio-settembre, al di sotto della crescita del 5,17 per cento rilevata nel periodo compreso tra aprile e giugno. Sono tuttavia le proiezioni future a tratteggiare un futuro ancora più brillante per il sistema economico dell’Indonesia. Il report The Path to 2075 di Goldman Sachs, per esempio, ipotizza che Giacarta possa trasformarsi nella quarta potenza mondiale nell’arco dei prossimi 50 anni, dietro a Cina, India e Stati Uniti. La stessa banca statunitense ha inserito lo Stato indonesiano nei cosiddetti Next Eleven, ovvero gli 11 Paesi emergenti considerati ad alto potenziale di sviluppo economico mondiale grazie al binomio di stabilità politica e investimenti diretti esteri.

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Una moschea a Giacarta (Getty Images).

Dal petrolio al gas, dal gas naturale al nichel e al carbone: l’export di Giacarta

Il successo economico dell’Indonesia non è certo casuale. Il Paese dispone infatti di un numero enorme di materie prime. Dal petrolio al gas naturale, dall’olio di palma al caucciù, dal carbone al nichel rappresentano la maggior parte dell’export. Peraltro cresciuto in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina, e di pari passo all’aumento delle tensioni internazionali. Scendendo nei dettagli, a trainare le esportazioni di Giacarta troviamo i bricchetti di carbone, con un giro d’affari annuo di circa 28,4 miliardi di dollari secondo i dati Oec e una quota pari all’11,5 percento dell’export nazionale, gas di petrolio liquefatto (8,06 miliardi, 3,25 percento), ferroleghe (7,16 miliardi, 2,89 percento), olio di palma (27,3 miliardi, 11 percento) e acciai inossidabili laminati di grandi dimensioni (6,68 miliardi, 2,7 percento). In uno scenario del genere, nel bel mezzo del braccio di ferro tra Usa e Cina, l’Indonesia è stata abile a ritagliarsi uno spazio d’azione economico, iniziando a sfruttare anche la carta delle terre rare. Secondo le stime, le riserve del Paese si aggirano sulle 300 mila tonnellate, al momento concentrate tra Bangka Belitung, Kalimantan e Sulawesi. Nel frattempo, l’Indonesia dispone già l’80 per cento dei minerali necessari per produrre batterie al litio. Per questo il governo punta a potenziare l’industria dei veicoli elettrici.

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Uno stabilimento per la lavorazione del nichel nel Sulawesi (Getty Images).

L’equidistanza tra Cina e Usa e l’incognita del futuro politico

Sul fronte politico, l’Indonesia mantiene una posizione equidistante tra Stati Uniti e Cina, attenta a non farsi risucchiare in una contesa che le farebbe smarrire ogni possibilità di guadagnarsi un posto al sole. Recentemente, prima di incontrare Xi Jinping, il presidente statunitense Joe Biden ha accolto alla Casa Bianca Widodo. Forte della presidenza indonesiana del G20 nel 2020 e di quella dell’Asean nel 2023, il leader di Giacarta ha firmato con Washington un accordo di cooperazione in materia di Difesa, consentendo così agli Usa di aggiungere un’altra intesa alla collezione dei patti stipulati con i partner asiatici per contrastare l’influenza cinese nell’Indo-Pacifico. Durante l’incontro sono stati discusse modalità per portare avanti la cooperazione sul fronte dei minerali critici, così da aprire il mercato indonesiano del nichel alle aziende Usa. Attenzione però, perché da quando Widodo è entrato in carica, la Cina è diventata il principale partner commerciale e investitore dell’Indonesia. Secondo il database Comtrade delle Nazioni Unite, le importazioni cinesi verso Giacarta sono passate da meno di 40 miliardi di dollari del 2014 a 71,32 miliardi di dollari nel 2022. Le prossime elezioni presidenziali indonesiane sono in programma il prossimo 14 febbraio. Sarà importante capire cosa avrà intenzione di fare il successore di Widodo: continuare a promuovere una sorta di terza via economica o avvicinarsi a una delle due superpotenze.

L’incontro tra Biden e Xi Jinping visto dall’Asia

Più ombre che luci. in Asia, il vertice tra Joe Biden e Xi Jinping andato in scena a San Francisco ha destato molte perplessità. Se è vero che Stati Uniti e Cina hanno ristabilito le comunicazioni militari e deciso di rafforzare la cooperazione in materia di contrasto al fentanyl, sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale e nella lotta al cambiamento climatico, è pur vero che i dossier più delicati sono rimasti, irrisolti, sul tavolo delle trattative. A partire dal futuro di Taiwan.

Taiwan, la volontà di riunificazione cinese e le resistenze di Taipei

Xi l’ha definita la questione «più pericolosa» nelle relazioni bilaterali con gli Usa e, non a caso, ha tracciato una chiara linea rossa. Da un lato, il leader cinese ha provato a rassicurare Biden, spiegando di non aver piani di imminenti aggressioni militari nei confronti di Taiwan. Dall’altro ha però chiesto all’omologo statunitense di smettere di armare l’isola. Il South China Morning Post si è concentrato sul punto citando alcuni funzionari americani. A quanto pare, Xi avrebbe rimarcato la volontà di Pechino di ottenere una riunificazione pacifica con Taipei, pur sottolineando le condizioni per cui il Dragone potrebbe usare la forza per realizzare il tanto agognato obiettivo. Secondo l’agenzia di stampa cinese Xinhua, Xi avrebbe insomma ribadito la sua posizione, dichiarando che «la Cina inevitabilmente sarà riunificata». In tutto ciò, il ministero degli Esteri taiwanese ha risposto ai commenti di Xi affermando che l’isola continuerà a rafforzare la propria capacità di difesa e a prepararsi per qualsiasi potenziale attacco da Pechino. «Non sapremo mai se la Cina attaccherà Taiwan o quando lo farà. La politica del governo è però abbastanza chiara: continueremo a rafforzare la nostra capacità di difesa», ha nel frattempo dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri taiwanese, Jeff Liu, in una conferenza stampa a Taipei.

L'incontro tra Biden e Xi Jinping visto dall'Asia
Le delegazioni cinesi e statunitensi all’incontro di San Francisco (Getty Images).

I media giapponesi e sudcoreani si concentrano sulla ripresa delle comunicazioni militari tra Usa e Cina

I media giapponesi e sudcoreani si sono invece soffermati sulla ripresa delle comunicazioni militari tra Stati Uniti e Cina. Secondo quanto riportato dall’agenzia nipponica Kyodo News, Xi avrebbe accettato di creare non meglio specificati meccanismi di dialogo tra le parti affinché le autorità della Difesa dei due Paesi possano tenere colloqui sia a livello politico che operativo. Il tutto, va da sé, per evitare il rischio di incomprensioni militari, ovvero incidenti o provocazioni nel complesso scenario dell’Indo-Pacifico che potrebbero sfociare in un conflitto aperto. Biden e Xi avrebbero inoltre accettato di aprire un canale tra il segretario alla Difesa Usa, Lloyd Austin, e la controparte cinese (in attesa di capire chi sostituirà l’epurato Li Shangfu). In particolare, quest’ultimo accordo è stato considerato significativo data la preoccupazione di Washington e dei suoi partner asiatici per le frequenti manovre pericolose di navi e aerei da guerra cinesi in vari scenari regionali. Il quotidiano sudcoreano Chosun Ilbo, pur citando la ripresa dei colloqui militari, ha sottolineato l’assenza di progressi rilevanti tra Usa e Cina. Non solo: i pochi progressi effettuati da Biden e Xi rischiano di essere messi a dura prova dalle stesse questioni che, nel corso degli ultimi anni, hanno portato i due Paesi sull’orlo di una guerra.

L'incontro tra Biden e Xi Jinping visto dall'Asia
Bandiere degli Usa e della Cina esposte a San Francisco (Getty Images).

L’incontro di San Francisco visto dalla Cina

Diversa, invece, è la ricostruzione dell’incontro Xi-Biden offerta dai media cinesi. Il Global Times ha evidenziato l’ospitalità e il rispetto che gli Usa hanno mostrato nell’accoglienza riservata a Xi: «La cerimonia di benvenuto prima del vertice è stata breve, ma ha mostrato segni di scrupolosa preparazione» e «(la scelta di un luogo separato diverso dalla sala conferenze dell’Apec) indica che gli Stati Uniti hanno attribuito un alto grado di importanza all’incontro». Il Quotidiano del popolo, il principale quotidiano cinese, ha dedicato ampio risalto al vertice tra i due leader, rimarcando le questioni strategiche affrontate da Biden e Xi definite cruciali non solo per le relazioni tra Cina e Usa ma anche per il mondo intero. La narrazione offerta dai media di Pechino segue tuttavia lo stesso copione, con il leader cinese descritto desideroso di tracciare un percorso di pace e prosperità per attenuare le tensioni con gli Stati Uniti. Sotto la superficie emergono però questioni irrisolte e dossier scottanti. Gli stessi che preoccupano gli alleati asiatici di Washington.