Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?

Per Giorgia Meloni è arrivato il momento delle decisioni più o meno irrevocabili: esserci. L’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran è il battito d’ali che scatena un tornado politico anche in Italia. La presidente del Consiglio ha accuratamente evitato di presentarsi in Parlamento e giovedì ha mandato in Aula i due ministri titolari di Esteri e Difesa a spiegare quello che abbiamo capito bene da prima che ce lo dicessero Crosetto&Tajani: Donald Trump fa quello che vuole senza condividere informazioni e obiettivi con nessuno (sempre che l’obiettivo effettivamente ci sia, il che non è detto).

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Guido Crosetto e Antonio Tajani in Parlamento (Imagoeconomica).

Non si fida soprattutto degli europei, anche se poi ha bisogno delle basi militari che sono sparse per il continente. Se muove guerra all’Iran, prima lo fa e poi lo twitta, lasciando ai Paesi alleati il compito di raccogliere i cocci e spiegare alle rispettive popolazioni che cosa sta succedendo. Il ragionamento ha una sua pragmatica forza e si fonda su un assunto granitico e strategico: nessuno si mette a discutere per davvero, in Europa, con gli Stati Uniti. È la dottrina di Stephen Miller, feroce vice capo dello staff di Trump. 

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Il capo dello staff di Trump, Stephen Miller (Ansa).

Meloni alla fine parlerà alle Camere prima del Consiglio europeo

Sulla cordialità atlantica Meloni ha scommesso parte della sua politica estera, andando ben oltre le evidenti necessità di un Paese come l’Italia che, insieme al resto d’Europa, mantiene un rapporto di interdipendenza con l’America, «impero irresistibile» per dirla con Victoria de Grazia. Giovedì in Parlamento le opposizioni hanno avuto gioco facile nel chiedere insistentemente a Meloni di intervenire alla Camera e al Senato e il risultato è che mercoledì prossimo, l’11 marzo, la leader di Fratelli d’Italia parlerà, anticipando le comunicazioni in programma il 18 marzo in vista del Consiglio europeo, allargandole anche alla situazione in Medio Oriente.

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Giorgia Meloni (Ansa).

Pesa l’assenza della premier su Iran e campagna per il Sì

Si inizia a sentire la mancanza della presidente del Consiglio nei momenti topici; i comitati del Sì, persino quelli in cui c’è un po’ di sinistra, sperano in un’accelerazione meloniana sul referendum sulla giustizia. Speranza forse vana, perché Meloni, a parte qualche polemica chissà quanto produttiva con i magistrati sul post-Sea Watch, si guarda bene dal fare la figura di Matteo Renzi, che offrì la sua testa al grande pubblico che non vide l’ora di punirlo ormai 10 anni fa. Il referendum costituzionale del 2016 è la pietra di paragone fortissima per tutti i leader di governo che non vogliono fare una brutta fine. Questa settimana si è sentita la sua mancanza parlamentare anche sulla questione iraniana, proprio nella settimana in cui Guido Crosetto ha sentito il bisogno di mettersi nei guai con qualche sorprendente dichiarazione di troppo («Da tre anni non viaggio mai con la scorta quando sono con la famiglia, mai», è entrata nella top ten delle cose da NON dire).

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Guido Crosetto (Ansa).

Meloni paga l’amicizia con Trump e la polarizzazione sul referendum

Il problema è che da un lato – fronte esterno/estero – Meloni paga il suo rapporto con Trump e dall’altro – fronte interno – paga la polarizzazione dello scontro sul referendum gestita e organizzata da altri. A furia di avere paura di fare come Renzi, Meloni rischia di perdere come Renzi senza aver fatto Renzi. La leader di Fratelli d’Italia è l’unica a poter spostare voti sul sì al referendum, ma fin qui ha prevalso la cautela (chiamiamola così). Una cautela che rischia di ritorcersi contro le intenzioni di chi ha promosso la separazione delle carriere: l’Iran rischia di oscurare la già non particolarmente nutrita possibile partecipazione elettorale.

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Donald Trump e Giorgia Meloni alla Casa Bianca (Imagoeconomica).

La guerra potrebbe oscurare pure la vittoria del Sì, ma meglio non farci affidamento

Le guerre d’altronde non fanno bene agli affari, creano speculazione montante (come si vede già alle pompe di benzina) e distraggono un elettorato già abbastanza pigro da non volersi alzare dal divano, come ha spiegato Nando Pagnoncelli sul Corriere, nemmeno quando favorevole alla riforma. Quasi che desse per scontato il risultato, quando invece il fronte del No ha trovato la chiave giusta per interpretare questa campagna elettorale, come dimostrano le sortite populiste di Nicola Gratteri e Tomaso Montanari contro i sostenitori del Sì.

È anche per questo che potrebbe vincere chi vuole affossare la riforma. Certo, la guerra in Iran, che potrebbe non essere breve, così come oscura il referendum potrebbe oscurarne anche il risultato eventualmente negativo, ma se fossimo in Giorgia Meloni non ci faremmo troppo affidamento, diciamo. 

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos

Non di solo referendum costituzionale vive l’elettore. A maggio 2026 sono in programma anche le elezioni amministrative, eh già. Vanno al voto alcuni importanti capoluoghi di provincia, come Venezia, Reggio Calabria, Salerno, ma per il centrosinistra la partita più divertente sarà in Toscana, soprattutto con Arezzo, Pistoia e Prato, senza dimenticare però Sesto Fiorentino, che non fa capoluogo ed è autorevolmente conosciuta come Sestograd per via della sua storia politica di Comune socialista.

Giani e Funaro non si sono mai piaciuti troppo

In queste città regna sovrano il caos nel campo largo. Finito il dopo-sbornia per la (prevedibile) vittoria di Eugenio Giani alla Regione Toscana, ormai ampiamente superato dall’inerzia di governo, il Partito democratico toscano ha deciso di mettersi nei guai da solo. Anzitutto, extra voto amministrativo, c’è un sontuoso scazzo fra Giani e la sindaca di Firenze, Sara Funaro, che fin qui è stata abbastanza impalpabile, non fosse per quella sortita di qualche mese fa contro Francesca Albanese per bloccarne la cittadinanza onoraria.

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Eugenio Giani e Sara Funaro (foto Imagoeconomica).

Le grane sul rifacimento dello stadio di Firenze

Giani e Funaro non si sono mai piaciuti troppo, ora però l’idiosincrasia si è palesata. Una rarità per il narcotizzato Pd fiorentino e toscano, almeno dai mitologici tempi delle Primarie a sindaco vinte da Matteo Renzi, allora versione rottamatore. C’è la questione dello stadio Franchi, il cui rifacimento non affronta momenti facili: dopo la ben nota questione dei quattrini del Pnrr, si è verificato un problema tecnico, visto che la seconda trave in acciaio della struttura che sorreggerà i gradoni della nuova curva Fiesole non entra nelle strutture in calcestruzzo armato per via di un’imprecisione; e il problema non è nella trave.

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Lo stadio Franchi di Firenze (foto Ansa).

La discussione attorno al famigerato “cubo nero”

Poi non è mancato il caso del “cubo nero” di cui si parla – se non straparla – da mesi in città: c’è un’inchiesta in corso per via di una ormai famigerata struttura, il cubo nero, per l’appunto, realizzata a seguito della ristrutturazione del Teatro Comunale di Firenze, al centro di duelli e polemiche e interventi pubblici. Si è scatenato persino un manipolo di agguerriti nobili del centro storico: il punto chiave è il suo impatto sul paesaggio urbano fiorentino. «È figlio di padre incerto, rigenerazione infelice», ha detto Giani facendo accigliare la sindaca Funaro.

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Il “cubo nero” di Firenze (foto Ansa).

Urge scegliere il candidato sindaco a Prato

Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd che sente il fiato sul collo del commissario ombra Marco Furfaro, responsabile iniziative politiche del Pd nazionale, deve mediare. Ma non solo lì. C’è da mediare un po’ dappertutto, in Toscana. Per esempio urge scegliere il candidato sindaco a Prato dopo le dimissioni dell’anno scorso della sindaca Ilaria Bugetti. Furfaro ha unilateralmente indicato Matteo Biffoni, mister 22 mila preferenze, che ci sta pensando. Per lui si è sempre parlato di un ruolo presidenziale, nel senso di presidente della Regione Toscana, fin qui c’era però Giani e la situazione era inamovibile; al prossimo turno, chissà.

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos

Intanto però è appena arrivato il commissario del Pd a Prato, il deputato Christian Di Sanzo. Ha preso il posto del dimissionario Marco Biagioni, ex segretario SOC (Schleiniano di origine controllata), travolto anche lui dalla caduta della sindaca Bugetti. Si vota a maggio eh, 24 e 25 per la precisione, non fra un anno, e ancora le idee non sono proprio chiarissime.

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos

A Pistoia Primarie di coalizione o corsa in autonomia?

Poi c’è Pistoia, dove sembrava fatta e invece no: il Pd regionale aveva dato indicazione di convergere sul civico Giovanni Capecchi, docente di Letteratura italiana all’università per Stranieri di Perugia, vicino ad Alleanza Verdi e Sinistra, ma il Pd pistoiese ha indicato come candidata sindaco Stefania Nesi, consigliera comunale, presidente della commissione consiliare urbanistica, docente di Diritto ed Economia politica. Ancora non è chiaro che cosa accadrà: Primarie di coalizione o corsa in autonomia?

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos

Sesto Fiorentino: continuiamo così, facciamoci del male

Infine c’è il caos o caso Sesto. Sesto Fiorentino detta Sestograd. Lorenzo Falchi, esponente di punta di Sinistra Italiana, si è candidato in Regione ed è stato eletto, dunque è decaduto ed è entrata in carica come sindaca facente funzione la sua vice Claudia Pecchioli, Pd. C’è da scegliere anche in questo caso il candidato sindaco della coalizione: a chi tocca? La candidatura naturale sarebbe quella di Pecchioli, sostenuta dal 40 per cento degli iscritti del Pd, ma la segreteria locale, capeggiata da Sara Bosi, l’ha stoppata. Il tempo scarseggia e il Pd vive sempre in un film di Nanni Moretti: continuiamo così, facciamoci del male.

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos

Referendum sulla Giustizia, adesso Meloni deve metterci la faccia

Non può non scendere in campo per il referendum, Giorgia Meloni. È la sua riforma, è il suo governo, è la sua consultazione. Il No cresce anche perché la presidente del Consiglio – la cui popolarità è intatta nonostante gli assist di Carlo Nordio all’opposizione – non ha fin qui fatto campagna elettorale per il Sì. Anche se giovedì sera ha concesso un’intervista a SkyTg24 che pareva il trailer di un marzo impegnativo dal punto di vista pubblico. Da Sergio Mattarella sono arrivate «parole giuste e doverose», ha detto Meloni, perché «è molto importante che questa campagna referendaria rimanga sul merito». Il 22 e il 23 marzo «si vota sulla giustizia, non sul governo», ha ricordato, precisando che le elezioni politiche saranno fra un anno, sarà quello il momento per eventualmente mandarla a casa. «Vedo un tentativo di trascinare la campagna referendaria in una sorta di lotta nel fango, mi pare che sia più un tentativo di quelli che hanno difficoltà ad attaccare una riforma che in passato, in vario modo, hanno sostenuto e proposto». 

Lo spettro di Renzi e del referendum del 2016

Lo spettro di Matteo Renzi del 2016 aleggia un po’ per tutti, si sa, quando c’è da cambiare la Costituzione o anche quando c’è da rischiare l’osso del collo per un provvedimento giudicato epocale, fondamentale, esiziale. Renzi, c’è da dire, 10 anni fa si giocò la faccia e la poltrona; fu lui il primo a personalizzare il referendum costituzionale che gli costò le dimissioni.

Referendum sulla Giustizia, adesso Meloni deve metterci la faccia
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Meloni, memore di quel che hanno fatto i suoi predecessori, si è tenuta bene alla larga da promettere che andrebbe a casa in caso di sconfitta. C’è chi glielo ha già preventivamente chiesto, come lo stesso Renzi. Non Elly Schlein, che giovedì sera a Dritto e rovescio su Rete4 ha spiegato perché secondo lei Meloni non si dovrebbe dimettere: «Ha i numeri per arrivare alle prossime elezioni e noi li batteremo alle prossime elezioni. Noi stiamo costruendo una coalizione non contro Meloni, ma su quello che vogliamo fare insieme». Sarà.

Referendum sulla Giustizia, adesso Meloni deve metterci la faccia
Elly Schlein (Imagoeconomica).

I riformisti per il Sì sperano in Giorgia

Fra i sostenitori del Sì, anche fra quelli di centrosinistra, c’è chi spera che ora la presidente del Consiglio – sulla quale pende tuttavia il severo giudizio del Capo dello Stato, dopo la sortita nordiana – si faccia sentire, spenda la propria popolarità per fermare la crescita del No, che sta dando molte speranze ai vari Gratteri, teorici e pratici della propaganda televisiva, convinti che i confronti pubblici vadano evitati ma non le intemerate catodiche. C’è poco da fare: i riformisti per il Sì hanno bisogno della leader di Fratelli d’Italia per bloccare l’avanzata. 

Referendum sulla Giustizia, adesso Meloni deve metterci la faccia
Carlo Nordio e, sullo schermo, Nicola Gratteri (Imagoeconomica).

Dopo Salvini, ora la premier deve frenare Nordio

Al referendum manca poco più di un mese; il No ha dimostrato di saper mobilitare l’elettorato in una campagna elettorale in cui ormai il merito della riforma s’è perduto. Un po’ per responsabilità di tutti, ma anche per via di quei magistrati che hanno trasformato la contesa in una lotta per la democrazia, che verrebbe stravolta – dicono – dalla torsione costituzionale imposta da Meloni. Certo, Nordio con quelle parole improvvide sul metodo «para-mafioso» delle correnti del Csm ha regalato aiuto all’opposizione che può tornare a gridare un po’ dappertutto che questa riforma nasce per punire magistrati e avversari.

Referendum sulla Giustizia, adesso Meloni deve metterci la faccia
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Fin qui la leader di Fratelli d’Italia si è dovuta preoccupare delle intemerate di un altro ministro, Matteo Salvini, la cui nemesi ciarliera, G.i.p Vannacci, lo sta mettendo nei guai. Ora però c’è da disattivare Nordio, anche lui loquace, fin troppo, ma poco efficace nella mobilitazione dell’elettorato. A meno che non sia quello degli avversari, beninteso, galvanizzato dalla possibilità di battere il duo Meloni-Nordio, Melordio, alle urne. 

Referendum sulla Giustizia, adesso Meloni deve metterci la faccia
Giorgia Meloni e Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr

Una viaggiatrice polacca dell’Internet, Karosolotravel, ha scatenato il putiferio a Bologna dicendo che la città semplicemente fa schifo: «C’è puzza di urina dappertutto e sembra che non venga pulita da anni. Perché le autorità cittadine non puliscono le strade e i palazzi, che da arancioni sono diventati neri? Perché la gente su TikTok consiglia Bologna? È disgustosa».

Sotto le torri si respira già clima pre-elettorale

Boom. Il post sui social è diventato virale, rilanciato dagli sfidanti del sindaco Matteo Lepore, Pd, alle prossime Amministrative del 2027: Alberto Forchielli (sì, lui), Giovanni Favia (sì, sì, proprio lui) e Alberto Zanni (il presidente di Confabitare) sono candidati civici alle elezioni bolognesi dell’anno prossimo. La città è già in clima pre elettorale, c’è una vibrante tensione, basta poco per scatenare le teorie del complotto, come quella del sindaco Lepore, secondo cui «la destra ha scelto dei finti candidati civici, finanziandoli, per correre alle prossime elezioni e per attaccare e insultare il sindaco, parlare male di Bologna e diffondere false notizie tutti i giorni, senza alcun timore». Ri-boom. I tre civici non l’hanno presa bene. «Il sindaco di Bologna Matteo Lepore sta dando segni evidenti di nervosismo», ha commentato Zanni, candidato della lista Una Nuova Bologna. «Definire i candidati civici “non veri” e “pagati dal centro-destra” significa non voler discutere nel merito. È un modo per accendere la tifoseria invece di affrontare i problemi»

Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr
Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr
Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr
Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr

La battaglia sul Cpr tra De Pascale e Lepore (appoggiato dal Nazareno)

E i problemi in Emilia-Romagna, Bologna compresa, non mancano. Uno riguarda la vicenda del Cpr, di cui ci siamo già occupati. Nelle ultime ore, negli ultimi giorni, sta andando in scena un duello fra il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele De Pascale, e il Pd bolognese. Il presidente, che già si è esposto, ha rilanciato il dialogo con il governo sulla sicurezza: «Sul tema dell’espulsione dei soggetti socialmente pericolosi», ha detto intervenendo in Assemblea legislativa, «le istituzioni si devono parlare e l’Emilia-Romagna, al tavolo col governo, si deve sedere e portarci tutti gli elementi e le proposte di miglioria e critica». Perché se i Cpr oggi «hanno un problema di umanità e di efficacia», ha continuato il successore di Stefano Bonaccini, si può «entrare nel merito» per modificarli, a patto però «che la volontà non sia quella di fare propaganda politica». De Pascale poi rilancia: sulla falsariga degli stati generali dem sulla sanità che si terranno a Milano, propone un momento di confronto anche sulla sicurezza, perché «ci sono tante voci da ascoltare, a partire dai sindacati di polizia, sono certo che il Pd lo farà».

Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr
Michele De Pascale (Imagoeconomica).

Lepore dal canto suo ribadisce il suo no: finché il sindaco è lui, non si faranno centri a Bologna. A dargli manforte è arrivato anche lo stop del Nazareno: «Non riteniamo necessaria la costruzione di nuovi Cpr», ha tagliato corto Igor Taruffi, responsabile organizzazione e braccio destro di Elly Schlein. «Il Pd nazionale in queste settimane è impegnato in un importante e prezioso percorso di ascolto del Paese incentrato su vari temi. La sicurezza è uno di questi», ha spiegato. Un tema complesso che «mal si presta a semplificazioni e a spot propagandistici».

Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr
Elly Schlein e Igor Taruffi (Imagoeconomica).

Il destra-centro approfitterà delle spaccature?

Con a Palazzo d’Accursio il vulcanico Forchielli le cose, dice lui, sarebbero diverse: «L’aggressore dell’ultimo accoltellamento, irregolare con precedenti, è stato portato in un Cpr. Ma quale? In Emilia-Romagna non ce n’è nemmeno uno, perché l’Amministrazione locale si è sempre opposta alla loro realizzazione. Si chiede fermezza, ma si negano gli strumenti per applicarla», ha scritto qualche giorno fa su Facebook. Quella di Bologna sarà inevitabilmente una campagna elettorale sulla sicurezza. I dati peraltro sembrano dare ragione a chi dice che quantomeno un problema c’è e non va sottovalutato. Secondo l’ultimo report sulla qualità della vita del Sole24 Ore, per quanto riguarda la voce “Giustizia e sicurezza”, la provincia di Bologna è al 102° posto su 107, mentre nell’indice di criminalità è al quarto. Al che viene da chiedersi se il Pd possa davvero rischiare qualcosa nel capoluogo di un’altra (ex) Regione rossa. «Fino a che Unipol e Coop sostengono il centrosinistra non succederà niente», ci dicono da Bologna, dove comunque c’è un’aria frizzante ancorché un po’ acida. Il destra-centro potrebbe approfittare della situazione, del caos, ma Galeazzo Bignami e Marco Lisei, due campioni della destra meloniana bolognese, mica hanno voglia di rischiare di fare una figuraccia.

Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr
Galeazzo Bignami (Imagoeconomica).

Prato, la trappola di Schlein a Biffoni vale la Toscana?

Mentre Roma, a parte qualche ardita vannacciata, è tutto sommato un posto noioso che si prepara nevroticamente alle elezioni politiche del 2027, il resto dell’Italia offre spunti notevoli, pittoreschi, scintillanti. Vedi Prato, la Gotham degli Anni 20, che in questi mesi ha regalato sontuosi complotti, dimissioni eccellenti, trame massoniche, eccetera eccetera.

Per non perdere la città serve Mr preferenze

L’ex capitale del tessile continua a essere una sorta di parco giochi della cronaca politica. Quest’anno va al voto anticipato, per via delle dimissioni dell’ex sindaca Ilaria Bugetti, e il centrosinistra ha da individuare il suo campione per non perdere la città che in passato è già stata amministrata dal centrodestra. Ed è qui, proprio qui, che gli schleiniani hanno approntato una discreta trappola per Matteo Biffoni, riformista non bonacciniano, ex sindaco di Prato per due mandati, oggi sbarcato in Consiglio regionale con 22 mila preferenze, record personale ma anche toscano. 

Prato, la trappola di Schlein a Biffoni vale la Toscana?
Ilaria Bugetti (Imagoeconomica).

Furfaro candida Biffoni a sua insaputa

Il luogotenente di Elly Schlein in Toscana, il potente Marco Furfaro, deputato e membro autorevole della segreteria nazionale, nonché commissario ombra di Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd messo sotto tutela dal Nazareno, ha deciso che il candidato del campo largo lo debba fare proprio Biffoni, che è appena entrato in servizio come consigliere regionale. Già una volta è tornato da Roma, Biffoni, dove era deputato ai tempi di Matteo Renzi. Stavolta la strada da fare sarebbe più breve, anche se col terribile traffico toscano di questi tempi persino prendere l’autostrada e fare Firenze-Prato potrebbe essere più complicato del previsto. C’è però un dettaglio non secondario: nessuno sembra averne parlato con il diretto interessato. Che ora dice: «Ringrazio Marco Furfaro, che è un dirigente nazionale, come ringrazio il presidente Giani e il segretario Fossi che si preoccupano del mio futuro. Lo prendo come attestato di stima, di affetto, di vicinanza. Mi piacerebbe essere coinvolto in queste decisioni perché, lo dico onestamente, vorrei poter dire la mia».

Prato, la trappola di Schlein a Biffoni vale la Toscana?
Marco Furfaro e sullo sfondo Elly Schlein (Imagoeconomica).

La richiesta (inascoltata) di congresso locale

La sua, a essere sinceri, Biffoni detto Biffo l’ha detta diverse volte in questi mesi, proprio su Prato: ha difeso la sua città dagli attacchi, sfoderando un orgoglio pratese che in campagna elettorale gli è servito a conquistare numerosi consensi, ma anche chiesto più volte un congresso locale per sostituire il segretario Marco Biagioni, prototipo del SOC, schleiniano di origine controllata, politicamente travolto dalle dimissioni della sindaca (simul stabunt, simul cadent). Quel congresso finora non c’è stato e anzi pochi giorni fa il Pd ha trovato il verso di scantonare, rinviando la decisione irrevocabile diventata però facilmente revocabile. «Io è da un po’ che lo sto dicendo», mette in chiaro parlando alla Nazione Biffoni. «Ho chiesto il congresso subito dopo quello che è avvenuto in Comune a Prato con il commissariamento, continuo a pensare che se non sciogliamo i nodi che ci sono dentro il Partito Democratico rischiamo di scaricare queste tensioni sulle Amministrative ed è pericolosissimo, io ci sono già passato. È bene che fra di noi ci sia una discussione, nei partiti le discussioni sono sane, fatte vis-à-vis, senza infingimenti, fanno bene». L’importante, ha aggiunto ancora l’ex sindaco di Prato, «è che non ci siano giochini di potere, o di altro genere, e che tutti vengano riconosciuti come interlocutori necessari e fondamentali, senza voler far fuori nessuno, senza tagli di gole, senza niente di particolare».

Prato, la trappola di Schlein a Biffoni vale la Toscana?
Matteo Biffoni (Imagoeconomica).

Con Biffoni in Comune si eliminerebbe un competitor per le Regionali 2030

I «giochini di potere», come li chiama Biffoni, sono però alla luce del sole; non c’è bisogno di retroscena, basta la scena. Con la sua eventuale candidatura a sindaco (parola che invero a Biffoni piace sentir pronunciare), la maggioranza del Pd si assicurerebbe la vittoria a Prato e in più pensa di poter liberare il Consiglio regionale da un possibile competitor in vista delle prossime elezioni Regionali. Eugenio Giani è già al secondo mandato, non potrà farne un terzo, il Pd ha l’occasione di mettere uno schleiniano alla guida della Regione Toscana, o quantomeno di poterlo candidare. Il calcolo però potrebbe non tenere conto di alcuni elementi. Anzitutto, anche da sindaco di Prato Biffoni potrebbe aspirare al salto successivo. In più, le prossime Regionali in Toscana ci saranno nel 2030 e prima, nel 2027, ci saranno le Politiche. Domanda che ci domandiamo: che cosa succederebbe nel Pd se Schlein & soci perdessero le elezioni? 

Prato, la trappola di Schlein a Biffoni vale la Toscana?
Matteo Biffoni con Eugenio Giani nel 2023 (Ansa).

Sicurezza, il fronte riformista dei sindaci Pd sfida Meloni

Dice Matteo Renzi, parlando al Tg3, che quello della sicurezza è un «problema enorme che riguarda i cittadini, non il governo: è il ragazzino ucciso a scuola a La Spezia; il capotreno ucciso a Bologna. Basta con gli slogan sulle Brigate Rosse, è un errore drammatizzare la questione della sicurezza dal punto di vista ideologico, destra e sinistra devono stare insieme». Concetti simili in passato li aveva espressi l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, accusato spesso a sinistra di protofascismo per via delle note vicende libiche.

Sicurezza, il fronte riformista dei sindaci Pd sfida Meloni
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

L’apertura di De Pascale sul Cpr agita la sinistra

Intanto però un primo segnale d’ascolto alle parole di Renzi arriva dall’Emilia-Romagna, Regione che sarebbe pronta ad accogliere un Centro di permanenza per rimpatri (Cpr). Almeno così ha detto il presidente Michele De Pascale, riformista bonacciniano del Pd, qualche giorno fa parlando al Corriere di Bologna: «Certo, non vedo perché la Regione non dovrebbe sedersi a discuterne. Io lo farei. Tra l’altro non si capisce perché a Brindisi va bene e qui no. I Cpr però devono essere strumenti esclusivi per l’espulsione di persone pericolose socialmente». Apriti cielo. Avs e M5s si sono subito agitati. «Riteniamo un errore ogni forma di legittimazione a strutture che negano i diritti fondamentali e confinano persone in centri di detenzione amministrativa in condizioni inumane e degradanti», ha scritto Avs Emilia-Romagna. Contrario anche il partito di Conte, che pure parla di sicurezza un giorno sì e l’altro pure.

Sicurezza, il fronte riformista dei sindaci Pd sfida Meloni
Il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale (Imagoeconomica).

Il fronte dei sindaci dem, da Salis a Manfredi

A mettere ordine però in questa cacofonia sul tema in cui tutti dicono la loro senza che ci sia un coordinamento sulle iniziative (e soprattutto armonia nell’offerta politica del campo largo), ci stanno pensando i sindaci di centrosinistra, forse la vera novità degli ultimi mesi sulla sicurezza. Sarà che spesso si incolpano i sindaci di responsabilità che spettano al prefetto, sarà che effettivamente per anni si è pensato che fosse tutta una questione di percezione, ma i primi cittadini, dalla genovese Silvia Salis al napoletano Gaetano Manfredi, intervengono spesso per denunciare le mancanze del governo. E della sinistra stessa.

Sicurezza, il fronte riformista dei sindaci Pd sfida Meloni
Silvia Salis (Imagoeconomica).

Il governo stretto tra Vannacci e (forse) i riformisti Pd

Di recente lo ha ben spiegato Giorgio Gori, europarlamentare del Pd, riformista non bonacciniano, ex sindaco di Bergamo: «Quello della sicurezza è un tema che la sinistra, nonostante l’impegno concreto dei suoi sindaci, ha dato in passato l’idea di non tenere nella dovuta considerazione. È quindi urgente occuparsene in modo serio: senza cedere alla propaganda della destra, cui spesso non corrisponde alcun fatto concreto, ma con la capacità di tenere insieme prevenzione e repressione». I fatti dicono «che il problema esiste, soprattutto per quello che riguarda i reati commessi da giovanissimi, e che le persone più esposte sono quelle più fragili, a partire da donne e anziani». Sul tema insomma il governo – alle prese con l’ennesimo decreto sicurezza in risposta agli scontri di Torino – è accerchiato da più parti. Da una parte c’è Roberto-generale-in-pensione Vannacci, con la sua proposta di remigrazione; dall’altra c’è la sinistra riformista che accusa l’esecutivo di non fare abbastanza. La campagna elettorale per le elezioni politiche del 2027 è cominciata.

Sicurezza, il fronte riformista dei sindaci Pd sfida Meloni
Giorgio Gori (Imagoeconomica).

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza

Come sanno anche i sampietrini, il campo largo è alla ricerca di un leader per le prossime elezioni politiche. E come non tutti i sampietrini sanno, Giuseppe Conte è uno che potrebbe anche farcela. Il suo partito, intendiamoci, incidentalmente il M5s, è sempre aspirazionale, nel senso che aspira a ricoprire un ruolo centrale laddove il populismo non funziona più come una volta. Quindi, renzianamente, è immerso in un passato mitologico, in una retrotopia perenne. Conte invece, ed è un mistero misterioso, sembra essere sempre competitivo; competitivo dentro il campo largo, ma pure fuori. È più forte Conte del M5s. Sembra aver persino trovato il registro giusto: nella politica estera quello del pacifismo irenico, nella politica interna, invece, c’è un ritorno di fiamma sulla sicurezza

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Giuseppe Conte tra Nicola Fratoianni ed Elly Schlein (Imagoeconomica).

Il battage quotidiano del M5s

Sicché gli interventi del M5s sull’argomento sono quasi quotidiani, quasi un’ossessione paraleghista: Giorgia Meloni, ha detto Chiara Appendino, ex sindaca di Torino, deputata, dopo l’approvazione del nuovo decreto sicurezza, «ha tradito gli italiani, siamo al settimo decreto sicurezza e abbiamo superato il terzo anno di governo: a essere aumentati sono i reati. È la loro Caporetto». Dovrebbero ascoltare, ha detto Appendino, «le nostre proposte: ripristiniamo la procedibilità d’ufficio per scippi e borseggi, aumentiamo gli stipendi e gli organici delle forze dell’ordine, eliminiamo la norma Nordio che permette agli indagati di dileguarsi, finanziamo i patti con i Comuni, la sicurezza integrata». A tratti spiritoso, persino, lo stesso Conte: «Cercasi vere misure per la sicurezza nelle strade delle nostre città: con le loro norme i ladri continuano a scappare perché li avvertono dell’arresto e non si fa nulla di concreto e rilevante per investire e aumentare gli agenti, i presidi e i controlli nelle strade». Questa «è la sicurezza che ci chiedono le persone dopo anni di governo in cui sono aumentati furti, scippi e rapine». E poteva mancare Riccardo Ricciardi, sarcastico capogruppo dei cinquestelle alla Camera? «Nel nostro Paese ci sono evidenti problemi di sicurezza che vivono tutti i giorni i pendolari, che arrivano nelle stazioni e si trovano in situazioni veramente critiche, che si vivono nelle metropolitane, nelle periferie, sui luoghi di lavoro. Non crediamo assolutamente che si possa andare verso un ‘modello Ice’ e una svolta repressiva sul diritto sacrosanto a manifestare».

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Chiara Appendino (Ansa).

L’obiettivo è colpire il portafoglio elettorale di Meloni

Insomma, è diventato l’argomento del giorno, per il M5s, quello della sicurezza. Memore forse dei bei decreti ai tempi del Conte 1 e di Matteo Salvini ministro dell’Interno. Anche in quel caso, come in altre circostanze, tuttavia, non mancarono i ripensamenti tardivi: «I decreti sicurezza contenevano delle buone novità e molte soluzioni, si pensi alla gestione più efficace delle procedure di regolarizzazione presso le prefetture, mentre qualche altro profilo obiettivamente non ha funzionato, che già mi aveva lasciato perplesso», ammise nel 2021 Conte. Ma questo è il passato. E ora? E ora c’è da colpire Meloni nel portafoglio elettorale; d’altronde la linea securitaria è prevalente nel governo, far notare agli elettori che tutto questo fascismo promesso non c’è potrebbe essere sì un modo per sollevare le contraddizioni in seno al governo, ma potrebbe anche fornire una copertura allo stesso esecutivo: non è allora tutto stato di polizia quel che tintinna; tutto sommato persino l’Italia è una democrazia!

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Giuseppe Conte e sullo schermo Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Conte sa che al campo largo non c’è alternativa

Il problema principale però Conte ce l’ha con gli alleati di sinistra. Tutto questo parlare di sicurezza a chi la sicurezza non la vede, non la vuole e pensa sia una parolaccia fascista crea scompensi. Ma il centrosinistra non ha altre alternative a sé stesso, a questa impostazione, a questo campo largo; si regge sulle proprie idiosincrasie, nessun partito può fare a meno dell’altro. Questo in fondo lo sa persino Conte, che punta a ottenere il massimo seppur con un terzo dei voti rispetto al passato, ma senza strappare per davvero. Perché nessuno, nell’Italia del 2026, ha la forza di poter stare da solo. 

Attenzione: Calenda è entrato nella fase pannelliana

Carlo Calenda è in una nuova fase. Dopo quella montezemoliana (Periodo Blu), c’è stata la fase montiana, con Scelta Civica (Periodo Rosa), poi c’è stata la fase terzopolista (sempre picassianamente, il Periodo Africano) dunque è arrivato il Cubismo che ha rivoluzionato la prospettiva, quantomeno la sua: Azione, seppur mossa dal calendacentrismo, era partita bene ma ha perso pezzi pregiati nel corso del tempo (Mara Carfagna, Enrico Costa, Mariastella Gelmini; e ora occhio a Matteo Richetti, che non gradisce le interlocuzioni, contianamente parlando, con il governo). 

Attenzione: Calenda è entrato nella fase pannelliana
Matteo Richetti con Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Nonostante le percentuali, Calenda è sempre al centro dei giochi

La fase di ora assomiglia sempre di più a una impazzita scheggia radicale, nel senso del Partito Radicale. Fase pannelliana, insomma. Il partito, Azione, vale il 3 per cento o su di lì, ma Calenda è sempre al centro dei giochi. Catechizza giornali e giornalisti, cerca di dettare l’agenda pubblica, va a parlare con (quasi) tutti. Parla con Forza Italia, fanno il suo nome come possibile candidato sindaco di Roma per conto del centrodestra (o destra-centro), anche se lui smentisce. Ma ormai chi ci crede più alle smentite, pensate al povero Matteo Salvini (lui è fermo da tempo al Periodo Marrone, perché la situazione non è entusiasmante) che si è dovuto bere o ha fatto finta di doversi bere la favola di Roberto Vannacci quale salvatore della patria leghista (lui è Periodo Nero, senz’altro, con tutti quegli occhieggiamenti alla X Mas).

Attenzione: Calenda è entrato nella fase pannelliana
Da sinistra, Carlo Calenda, Antonio Tajani e Letizia Moratti (Imagoeconomica).

Sicché, Calenda fa e disfa, con delle fissazioni certamente salutari, come quando ripete che lui con i cinque stelle non ci vuole avere niente a che fare, mentre Elly Schlein vola sulle ali dell’entusiasmo e campolargheggia, perdonando a Giuseppe Conte qualsiasi riposizionamento sulla politica estera e sulla sicurezza, memore forse dei bei tempi dei decreti Salvini. 

Attenzione: Calenda è entrato nella fase pannelliana
Elly Schlein con Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Le rovine del Terzo Polo con Renzi fumano ancora

Certe volte, in tutto questo fare e disfare, Calenda si autodisfa, persino. La vicenda del Terzo Polo, fu Terzo Polo anzi, è ancora lì che fumiga. Ogni tanto riemerge. Anche se ad autodisfarsi sono stati senz’altro in due (c’è anche Matteo Renzi, va da sé). L’altro giorno lui e il suo vecchio socio se ne sono dati di nuovo di santa ragione via social dopo un’intervista dell’ex presidente del Consiglio a Repubblica: «Calenda non va a destra, perché non lo seguono nemmeno in famiglia. Persino Richetti ha minacciato di andarsene», ha detto Renzi. Calenda «aveva un gruppo di 10 al Senato, adesso è solo al Misto. Per il momento sta in mezzo, ma arriverà l’ora in cui gli verrà detto: hic Rhodus, hic salta. O stai di qua o di là. Altrimenti fa la fine del pinguino che sbaglia strada e va verso la montagna andando incontro a una fine ingloriosa».

Attenzione: Calenda è entrato nella fase pannelliana
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Al che Calenda ha replicato, serenamente: «Caro Matteo Renzi sei un campione di chiacchiere. I fatti sono semplici. Noi siamo rimasti e rimarremo dove gli elettori del terzo polo ci hanno messo, tu stai supplicando per essere caricato a bordo da Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni dopo esserti vantato di aver mandato a casa Conte e aver promesso mai con i 5S. Noi siamo andati in Ucraina ogni anno perché sappiamo che li si combatte per l’Europa, tu non hai mai trovato il tempo di andare, mentre ti scapicolli alla corte di Jared Kushner e dei tuoi datori di lavoro sauditi». E via così.

Attenzione: Calenda è entrato nella fase pannelliana
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Alle Politiche la priorità come sempre sarà mantenere il posto

Non è chiaro fin dove possa spingersi Calenda adesso, visto che è arrivato quasi alla fine delle varie fasi possibili. La campagna elettorale per le elezioni politiche è già iniziata e alla fine anche a lui toccherà, come un Renzi qualsiasi, cercare di capire come essere rieletto in Parlamento. 

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini

Roberto Vannacci è «un’anomalia» dentro la Lega, dice Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, convinto come altri – Luca Zaia, Gian Marco Centinaio – che il generale in pensione, europarlamentare nonché vicesegretario leghista debba essere accompagnato alla porta. Lo pensano in diversi, lo pensano in tanti, lo pensano persino in troppi; lo pensa, tra gli altri, Roberto Marcato, già potente assessore di Luca Zaia e oggi consigliere regionale in Veneto, che ricorda che c’è chi è stato cacciato dalla Lega per molto meno. 

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini
Attilio Fontana e Luca Zaia (Imagoeconomica).

Salvini ora non sa che pesci pigliare

La via dell’espulsione potrebbe anche essere pronta per il creatore di Futuro Nazionale, il partito non partito con il simbolo non simbolo della fiamma non fiamma; il problema è che non è chiaro che cosa voglia fare davvero Matteo Salvini, che ha contribuito a creare il mostro politico di Vannacci, dandogli un palcoscenico europeo per esibirsi, e ora non sa che pesci pigliare. Lui, come ricompensa, ha iniziato a spaccare la Lega. E adesso che ha appena depositato il logo di FN con la scritta “Vannacci” e un’ala tricolore in bella evidenza diventa complicato tenere a bada chi vorrebbe vedere Gip Vannacci «föra di ball». Vannacci assicura che è solo un simbolo, ma in questi mesi di “simboli” ce ne sono stati parecchi, tra la nascita dell’associazione Il mondo al contrario, il cui portavoce è Massimiliano Simoni, fin qui assistente parlamentare di Vannacci e da qualche mese consigliere regionale in Toscana, peraltro unico leghista presente, i team Vannacci – che pure, aveva ribadito Salvini a ottobre, «non possono diventare un soggetto politico alternativo alla Lega» – e dunque con il nuovo, centro studi Rinascimento Nazionale, che ha sede nel Castello Sforzini di Castellar Ponzano. 

Le possibili fuoriuscite e il convegno sulla remigrazione

La sensazione è dunque che Vannacci voglia provare a farsi cacciare, magari in compagnia di qualche parlamentare leghista. Come il deputato pisano Edoardo Ziello, che alla Camera ha votato no agli aiuti all’Ucraina pochi giorni fa e passa le giornate a rilanciare sortite e iniziative vannacciane. O il deputato Rossano Sasso, che è al lavoro per una proposta di legge sulla “remigrazione”, parola magica degli estremisti di destra alla Vannacci, che per l’appunto venerdì, alle 11.30, si sono dati appuntamento a Montecitorio per il convegno dal titolo “Remigrazione e riconquista. Presentazione della raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare”, ospiti del leghista Domenico Furgiuele. Presenti anche CasaPound e Forza Nuova. Il convegno è stato organizzato nonostante le proteste delle opposizioni e l’intervento del presidente della Camera, il leghista Lorenzo Fontana. «Ritengo inopportuna la conferenza stampa di domani. Spero che il deputato ci ripensi. Ho fatto quanto era nelle mie possibilità in questi giorni», ha detto giovedì. Il deputato però non ci ha ripensato, anzi. 

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini
Domenico Furgiuele (Imagoeconomica).

Una grana in più per Giorgia Meloni

La nuova invenzione di Vannacci insomma solleva ancora una volta critiche e perplessità nel Carroccio ma anche nel governo. Giorgia Meloni infatti si trova a gestire non soltanto Salvini ma pure la Lega alle prese con il problema Vannacci. Di fatto, la Lega è due volte un problema, ancorché di natura diversa. Il caos di Salvini alla fine è funzionale alla propaganda della Lega ma non è mai diventato esiziale per il governo. Vannacci è invece un generale con scarsa predisposizione per eseguire gli ordini, un impolitico incapace di stare in un partito. Ha usato la Lega come un taxi e a sua volta la Lega voleva usare lui come un TomTom per orientarsi nell’elettorato insoddisfatto da questo destra-centro così tradizionale. Il risultato è che Vannacci si è fatto la sua associazione, il suo centro studi, il suo partito, la sua caserma. Salvini dovrà decidere se vuole aiutarlo, sì, ma a casa sua. 

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini
Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Il ritorno di Ermini in Valdarno e l’incognita Renzi

Un ritorno all’antico; sarà un progresso. David Ermini, già vicepresidente del Csm (vice dunque del presidente della Repubblica Sergio Mattarella), già parlamentare del Partito Democratico, avvocato penalista con il no alla riforma della giustizia in tasca, in ottimi rapporti con la responsabile giustizia del Pd Debora Serracchiani, sarà il candidato sindaco del centrosinistra alle elezioni amministrative di Figline e Incisa Valdarno, nato nel 2014 dalla fusione di due Comuni del Valdarno fiorentino (c’è anche un valdarno aretino e ovviamente fra i due territori contigui esiste un’accigliata contesa).

Il ritorno di Ermini in Valdarno e l’incognita Renzi
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con David Ermini e Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Sulla candidatura si allunga l’ombra di Renzi

L’annuncio ufficiale è stato dato questa settimana dopo una riunione serale del Pd locale, ma la notizia era nell’aria da tempo. Almeno dalle dimissioni del precedente sindaco, Valerio Pianigiani, che i conterranei descrivono come ingenuo e impolitico (non il massimo per guidare una comunità), avvenute nel novembre del 2025 ad appena un anno dal voto. Ermini, un tempo compagno di classe dell’allenatore Maurizio Sarri, sarà dunque il candidato sindaco del centrosinistra e torna nel suo Valdarno: l’esordio in politica fu infatti da consigliere comunale a Figline (tra il 1980 e il 1985, incarico che poi ha ricoperto anche tra il 2001 e il 2006). Tutto semplice, tutto chiaro, tutto risolto? Naturalmente no. Ermini è appena tornato ma deve già affrontare un enigma proveniente dal suo passato politico: che farà Italia Viva? Che farà Matteo Renzi, con cui ci sono stati cospicui e stranoti scazzi a mezzo stampa? L’ex presidente del Consiglio è in una fase ecumenica, va d’accordo con tutti nel campo largo, ha buone parole per chiunque (da Elly Schlein in giù), ha favorito anche alleanze in ogni dove alle Regionali. Ha accettato di buon grado l’idea di farsi perdonare qualcosa (l’essere Renzi, a occhio). Ma chissà se riuscirà a sostenere anche l’ex amico Ermini, considerato nientemeno che un traditore sia da Renzi sia da un altro ex membro autorevole del vecchio Giglio Magico, Luca Lotti (ma anche con lui Renzi ha avuto non pochi problemi; c’è qualcuno che ancora non ha litigato con il fondatore di Italia Viva?). 

Il ritorno di Ermini in Valdarno e l’incognita Renzi
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

La rottura tra Ermini e il leader di Italia viva

Il problema è che il renzismo vive di superlativi, tutto è bellissimo o bruttissimo. Nella renziana guerra dei superlativi – un giorno sei un genio, quello dopo uno sfigato – Ermini è rimasto sempre sulla linea mediana. Non una parola di troppo, non un bercio, mai una parola contro il Capo, neanche quando ci rimase male perché nel 2017 Renzi fece un rimpasto della segreteria e lui rimase fuori. Sempre basso profilo, anche sui social dove basta un “ciaone” a far deragliare. Questo però era vero un tempo. Nel senso che la rottura con Renzi è conclamata, aspra, superlativa appunto. Una bellissima rottura (dipende dai punti di vista; giornalisticamente, lo è). Ermini tuttavia non sembra essere troppo preoccupato, alle persone con cui ha parlato in queste ore spiega di non aver bisogno di Italia Viva, che può anche farne a meno. Per il momento, comunque, non sono arrivate dichiarazioni di Francesco Bonifazi, parlamentare di primo piano di Italia Viva, che di solito viene mandato in avanscoperta quando c’è da tirare una legnata a qualche avversario. 

Il ritorno di Ermini in Valdarno e l’incognita Renzi
Francesco Bonifazi (Ansa).

Il mite avvocato diventato battagliero

Aver fatto il vice di Mattarella ha dunque dato non poco coraggio a questo mite avvocato, ex mite, oggi piuttosto battagliero. Si è pure messo a scrivere un libro, Ermini, ma chissà se a questo punto vedrà mai la luce. «Arriva un momento nella vita in cui chi ha avuto l’onore di ricoprire incarichi di grande prestigio come ho avuto l’onore di ricoprire io, può dimostrare che le Istituzioni, le proprie idee e i propri valori si possono servire provando a mettersi al servizio e a disposizione della Comunità di cui si è figli». È questo un modo anche per rintuzzare chi non lo voleva, tipo appunto Italia Viva: io ho fatto il vice di Mattarella, dice Ermini, che altro volete di più da me?

Il ritorno di Ermini in Valdarno e l’incognita Renzi
David Ermini (Imagoeconomica).

Perché il Pd di Schlein non riesce a liberarsi del viceré De Luca

Il Mezzogiorno è sempre stato un notevole problema per il segretario di turno del Partito Democratico. Matteo Renzi annunciò un improbabile lanciafiamme, ma perse la guerra con viceré e cacicchi vari. Ma i Michele Emiliano, i Vincenzo De Luca, i Marcello Pittella non sono un’invenzione recente. Mauro Calise, politologo illustre, li conosce tutti molto bene e per loro ed epigoni vari, ancorché in formato minore, aveva coniato il termine di «micronotabili».

Perché il Pd di Schlein non riesce a liberarsi del viceré De Luca
Vincenzo De Luca con Michele Emiliano (Imagoeconomica).

Il caso Salerno e le rivendicazioni di De Luca

Il caos campano di questi giorni però supera la fantasia politologica. De Luca, finito il mandato da presidente di Regione, dopo aver avallato Roberto Fico in cambio di un grosso grasso accordo con Pd e M5s (sì a Fico in cambio del figlio Piero segretario regionale, posti in Giunta e candidature in consiglio attraverso la sua lista civica regionale) vuole tornare a Salerno, dove ha fatto il sindaco a più riprese guadagnandosi il titolo di sceriffo, con tutta quella prosopopea sui «cafoni zero». L’attuale sindaco, Vincenzo Napoli, si è dimesso venerdì scorso e ha iniziato le operazioni di trasloco per facilitare il rientro deluchiano. Ha 20 giorni di tempo per poter ritirare le dimissioni, come gli ha chiesto Sandro Ruotolo, viceré pure lui, ma solo di Michele Santoro prima e ora di Elly Schlein nel Mezzogiorno, terra di conquista del primo cacicco che passa. A parole sembrano essere tutti (l’europarlamentare Ruotolo, il deputato Marco Sarracino, la stessa Schlein) sempre molto decisi, pronti a spezzare le reni agli ex presidenti di Regione che non si sentono pronti per la pensione, salvo poi accorgersi che di quei voti e di quei lasciapassare hanno bisogno per ottenere qualche risultato. Senza l’avallo politico di De Luca, Fico sarebbe rimasto a fare quello che faceva prima (qualunque cosa fosse). Quindi ora l’ex presidente di Regione passa all’incasso, evidentemente infischiandosene delle sortite di Ruotolo («C’è aria di nuovo feudalesimo») e compagni, pronto com’è a farsi largo contro chi non lo vuole. Per ora infatti non c’è traccia di campo largo a Salerno. Quantomeno non a sostegno di De Luca, che potrebbe presentarsi in autonomia.

Perché il Pd di Schlein non riesce a liberarsi del viceré De Luca
Sandro Ruotolo (Imagoeconomica).

Lo sbarco dei riformisti a Napoli

Il fermento campano, comunque, è trasversale. Non ci sono infatti soltanto gli schleiniani della prima ora a cercare una bussola per orientarsi nel marasma scatenato da De Luca. Anche la battaglia fra riformisti si arricchisce di un nuovo capitolo territoriale, stavolta geolocalizzato a Napoli. Dopo la scissione di Giorgio Gori, Lorenzo Guerini, Pina Picierno e Filippo Sensi, che da tempo sono in tour per l’Italia, con le due iniziative di lancio a Milano e a Prato, Energia Popolare – la corrente di Stefano Bonaccini che è entrata in maggioranza a sostegno di Schlein – ha organizzato un incontro proprio nel capoluogo campano, il prossimo 31 gennaio.

Perché il Pd di Schlein non riesce a liberarsi del viceré De Luca
Elly Schlein e Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).

Siccome è una iniziativa istituzionale, organica al Pd, riconosciuta e di origine controllata, in questo caso non mancherà la presenza della segretaria; ma ci sarà anche tutto l’organigramma riformista, quello fedele alla linea della segretaria, va da sé. I presidenti di Regione Antonio Decaro (Puglia), Michele de Pascale (Emilia-Romagna), Eugenio Giani (Toscana) e Stefania Proietti (Umbria). Presenti anche i sindaci di Roma Roberto Gualtieri e di Torino Stefano Lo Russo, insieme alle due nuove stelle del firmamento campolarghista: il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e la sindaca di Genova Silvia Salis. La fedeltà a Schlein è garantita, infatti non è la segreteria nazionale il bersaglio di questa iniziativa bonacciniana: casomai un modo per dire a Guerini e ai suoi che la patente di riformisti col botto è ancora un’esclusiva di Energia Popolare.

Il momento d’oro di Giuseppe Conte, Commander in Pochette del campo largo

Giuseppe Conte, va detto, è in splendida forma. Ci sono sondaggi che lo presentano competitivo nei confronti di Giorgia Meloni, probabilmente il più competitivo del campo largo. Al che verrebbe pure da pensare che il Commander in Pochette del M5s sarebbe pronto, prontissimo, per le primarie del centrosinistra, e chissà se mai si faranno. Ha tutto quello che desidera, l’ex presidente del Consiglio: un’opposizione interna che garantisce un minimo di democrazia (Chiara Appendino, ex sindaca di Torino, è il corrispettivo dei riformisti per il Pd); una pattuglia parlamentare che risponde a lui, che parla come lui, che è a sua immagine e somiglianza, basta ascoltare gli interventi del deputato Marco Pellegrini, ingegnere di Foggia nonché cosplayer di Conte («Avete portato avanti soltanto l’opzione bellicista, quindi invio di armi sempre più letali», si è lanciato giovedì in Aula, durante le comunicazioni del ministro della Difesa Guido Crosetto. «Sempre più armi, sempre più sostegno e null’altro: questo avete deciso di fare. Era una strategia sbagliata, lo dimostrano i fatti, lo dimostra, purtroppo, l’andamento della guerra, lo dimostrano le centinaia di migliaia di morti ucraini»). E degli alleati che fondamentalmente lo adorano e che forse non vedrebbero l’ora di diventare come lui, così amato dai catto-comunisti.

Il momento d’oro di Giuseppe Conte, Commander in Pochette del campo largo
Giuseppe Conte (Ansa).

La battaglia continua contro il «furore bellicista»

E dire che lui e il suo M5s ne combinano parecchie, specie sulla politica estera. Questa settimana è stato il trionfo della denuncia del «furore bellicista», anche quando di bellicismo impenitente ce n’è poco: l’Ucraina ha bisogno di aiuti, militari e non solo, per difendersi, c’è poco da fare. La popolazione iraniana avrebbe bisogno di una mano esterna, ché da sola contro gli ayatollah può riempire le piazze ma finisce imprigionata, torturata, uccisa, repressa. I cinquestelle dopo essersi astenuti in Senato su una risoluzione unitaria alla camomilla, in cui c’era lo spazio per tutta l’azione diplomatica e multilaterale del globo, giovedì hanno portato in commissione Esteri della Camera un’altra risoluzione – firmata anche da Nicola Fratoianni di Avs – in cui si impegna il governo a «scongiurare azioni militari unilaterali fuori dal quadro del diritto internazionale, promuovendo tutte le necessarie iniziative diplomatiche e di carattere sanzionatorio da parte della comunità internazionale e degli organismi internazionali». L’obiettivo polemico sottinteso è, va da sé, l’America di Donald Trump che potrebbe avere voglia di fare il bis dopo il Venezuela con l’Iran.

Il momento d’oro di Giuseppe Conte, Commander in Pochette del campo largo
Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni (Imagoeconomica).

Il Pd è costretto a inseguire il M5s

Il Pd, come al solito, è costretto a inseguire, perché Conte sorpassa tutti a destra, a sinistra, al centro. Dipende da quello che gli conviene. Un Conte tendenza Marx (Groucho): «Questi sono i miei principi. Se non ti piacciono ne ho degli altri». Sulla sicurezza, per dire, sembra tornato quello del governo Conte con Matteo Salvini (e pure sulla politica estera, visto che la «corsa al riarmo» è uno strumento di propaganda caro anche al leghismo che però si ferma un attimo prima del voto sugli aiuti all’Ucraina). Ripete che quando si parla con lui non si sta parlando con la sinistra, dice che la patrimoniale è un’idea da rifiutare, dice che le città sono insicure e servirebbe la mano più ferma. Dice che l’alleanza non è scontata, quella del campo largo si intende, che per la coalizione di centrosinistra adda passà ‘a nuttata. Insomma, poi si vedrà. Sempre quando conviene, beninteso. 

Il momento d’oro di Giuseppe Conte, Commander in Pochette del campo largo
Elly Schlein con Giuseppe Conte (Ansa).

L’alleanza non sarà strutturale, ma le poltrone sì

Nel frattempo però, è qui sta la magia del Mago Conte, il M5s anche laddove elettoralmente vale poco, conquista posti nelle Regioni in virtù dell’alleanza con il Pd, generoso come pochi altri al mondo. Nella nascente Giunta Decaro il M5s si siede con il 7,22 per cento: Cristian Casili è stato indicato da Conte come rappresentante del M5s nella nuova squadra di governo pugliese; nella Giunta Giani il M5s si è installato forte del suo 4,34 per cento, ottenendo nientemeno che l’assessorato all’Ambiente con David Barontini. Questo perché l’alleanza non sarà pure strutturale, a sentire Beppe Conte, ma le famigerate poltrone eccome se lo sono.  

Il momento d’oro di Giuseppe Conte, Commander in Pochette del campo largo
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Sulla politica estera Pd e campo largo sono davvero al punto di rottura?

È diventata un caso l’ennesima intervista di Goffredo Bettini – signore al quale viene spesso concesso un abnorme spazio mediatico – al Fatto Quotidiano. Le chiacchiere dell’ex europarlamentare del Pd come al solito sono molte, sempre impreziosite da una autocandidatura a intellettuale massimo della sinistra, ma una riga è sufficiente a capire l’impostazione bettiniana: «La Rus­sia intende pro­teg­gere i suoi enormi con­fini, improv­vi­da­mente avvi­ci­nati dalla Nato, con qual­siasi mezzo». Siamo insomma in zona Orsini o Putin (d’altronde la propaganda sulla Nato brutta, sporca e cattiva è quella).

Sulla politica estera Pd e campo largo sono davvero al punto di rottura?
Goffredo Bettini (Imagoeconomica).

La rivolta dei riformisti contro l’appiattimento sul M5s

Ma qui il punto non è prendersela con Bettini, che è e rimane un problema del Pd. Quanto effettivamente notare che sulla politica estera il maggior partito di opposizione riesce, ancora una volta, a spaccarsi in maniera esiziale. È sempre la politica estera la linea di frattura maggiore dentro il campo largo. Lo si è già visto sul Venezuela (Matteo Renzi dice una cosa, Giuseppe Conte ne dice un’altra) e, di nuovo, lo si vede sulla Russia. L’intervista ha fatto accigliare, non poco, i riformisti del Pd, come Giorgio Gori («Totale sovrapposizione coi 5 stelle ed epurazione di chi non ci sta. Non vedo l’ora che inizi, questo confronto “rispettoso, schietto”… ma risolutivo») e Filippo Sensi («Un importante dirigente del mio partito oggi teorizza – a parte cacciare quelli come me, ma poco importa – di trasformare il Pd sul tema Ucraina nella Lega o nei cinque stelle»).

Sulla politica estera Pd e campo largo sono davvero al punto di rottura?
Giorgio Gori (Imagoeconomica).

Il 2026 pre-elettorale sarà ostaggio della propaganda

Il 2026 è un anno pre-elettorale, e paradossalmente di politica si parlerà poco, perché tutto sarà ostaggio della propaganda di partito o di governo. Giorgia Meloni si radicalizzerà, come gli altri leader del suo esecutivo, e lo stesso accadrà per il centrosinistra, le cui pulsioni elettorali sono già attive. L’assenza di un leader riconosciuto non farà altro che peggiorare la situazione (problema, come spiegato altre volte, che invece non ha il destra-centro). Oltretutto, i sondaggi – l’ultimo di YouTrend è sufficientemente chiaro: Conte è l’unico in grado di insidiare la leadership di Meloni – restituiscono l’immagine di un campo largo in preda all’irenismo. Mentre la rivolta in Iran contro gli ayatollah infiamma il Paese, tra Conte e Schlein è tutto un parlare di diplomazia e dialogo. Come se fosse possibile abbattere un regime con il tè delle cinque. L’offerta politica di Conte si riduce alla critica unilaterale del «furore bellicista», nel quale ci finisce anche la legittima resistenza contro invasori e dittatori. Verosimilmente, Schlein non potrà lasciare in mano a Conte l’opzione ultra pacifista e quindi schiaccerà il Pd sulle posizioni bettiniane, per la gioia di tutti quelli che pensano che le guerre si combattano con la solidarietà internazionale limitata alle storie su Instagram.

Sulla politica estera Pd e campo largo sono davvero al punto di rottura?
Elly Schlein (Imagoeconomica).

I sostenitori del pensiero bettiniano

C’è però un punto sostanziale: il Pd con le scissioni ha già dato, tra Pier Luigi Bersani e Renzi; qualcuno peraltro è rientrato, qualcun altro no. Ma la politica estera potrebbe essere davvero il punto di rottura. Oltretutto, a sinistra, il pensiero bettiniano è condiviso. Basti andare a rileggersi che cosa disse tre anni fa Rosy Bindi, oggi in prima fila per il No al referendum sulla giustizia, dopo l’elezione di Elly Schlein: «L’altra questione riguarda la guerra, argomento sul quale mi ha già delusa quando nella prima intervista da segretaria ha ribadito che l’invio di armi è l’unico modo per aiutare l’Ucraina. Dalla sua biografia, di donna con un cognome straniero e un background culturale internazionale, mi aspetto un’attenzione meno conformista non solo sulla guerra ma soprattutto in politica estera. La guerra si sta combattendo in Europa ma le sue conseguenze non sono affatto territoriali bensì globali. Si sta delineando un nuovo ordine mondiale che noi non dovremmo subire ma anzi orientare. Anche se nella campagna congressuale non le ho mai sentito spendere una parola su questa questione cruciale, adesso vorrei sentire un linguaggio nuovo, perché se vogliamo ricostruire l’identità di un Pd di sinistra, in questo momento bisogna ripartire dalla politica estera». La campagna elettorale per le elezioni politiche potrebbe rendere più felice anche lei, Rosy.

Sulla politica estera Pd e campo largo sono davvero al punto di rottura?
Rosy Bindi (Imagoeconomica).

Trump e l’equilibrismo impossibile dell’amica Meloni

Essere amici di Donald Trump è assai difficile. Ne sanno qualcosa i vari Giuseppi che, pur vantando solide relazioni presidenziali con il padrone della Casa Bianca, sono stati costretti a venire a patti con la Realpolitik americana. Il Giuseppi del 2026 si chiama, come noto, Giorgia Meloni. È lei ad aver definito «legittima» la cattura di Nicolás Maduro perché trattasi, ha detto la presidente del Consiglio, di un intervento di «natura difensiva».

Trump e l’equilibrismo impossibile dell’amica Meloni
Donald Trump con Giorgia Meloni, in occasione della firma dell’accordo di pace su Gaza, al vertice di Sharm el-Sheikh (Ansa).

E se Trump attaccasse la Groenlandia?

Il problema per gli amici di Trump di casa nostra è che dopo il Venezuela potrebbe arrivare la conquista della Groenlandia, ancora non è chiaro se via intervento militare o tramite regolare acquisto con fattura, come potrebbe voler fare invece il presidente americano, abituato a trattare tutto come se fosse la compravendita di un palazzo di New York (Marco Rubio, segretario di Stato, l’ha già comunicato ai parlamentari americani: pin e tasto verde). Il problema, dunque, sempre per gli amici di Trump, è che uno si trova invischiato in cose di cui forse vorrebbe fare a meno. La destituzione di un dittatore è, invero, sempre una buona notizia, ma Trump non si sa fin dove potrebbe spingersi. E se davvero attaccasse la Groenlandia, che fa parte della Danimarca, la quale a sua volta fa parte della Nato? Stephen Miller, vice capo dello staff alla Casa Bianca e mastino trumpiano, dice che gli «Stati Uniti dovrebbero avere la Groenlandia come parte degli Stati Uniti» e che nessuno vorrà mai avere militarmente a che fare con gli Stati Uniti. Che dirà Meloni nel caso in cui Trump non riuscisse a comprare, giocando al Monopoli internazionale, la Groenlandia? Che cosa farà Antonio Tajani, ministro degli Esteri?

Trump e l’equilibrismo impossibile dell’amica Meloni
Giorgia Meloni e Antonio Tajani (Ansa).

Con The Donald ogni equilibrismo diventa impossibile

Il problema di essere amici di Trump è che il mondo in cui vive il presidente degli Stati Uniti non consente sfumature. È un mondo polarizzato come la stessa società americana, dove il ricorso alla violenza politica è strategico e sovrastrutturale. O si è con Trump o si è contro Trump. O si è con l’Ice, la polizia anti-immigrazione, o si è contro l’Ice, e ci si becca una pallottola in testa, come la 37enne Renee Nicole Good. E questa polarizzazione imposta a chiunque, amico, nemico, passante della storia, rende impossibile il mestiere in cui Meloni eccelle: quello di equilibrista. La presidente del Consiglio è il collante di cui il governo ha bisogno, non quello che si merita, ma l’equilibrio vale entro certi limiti. E soprattutto Trump fa perdere l’equilibrio a tutti. Persino Matteo Salvini si è risentito per l’operazione venezuelana (sarà che l’amico Vladimir Putin, un altro che ti mette in brutte situazioni, si è accigliato) e si è ritrovato a citare il Papa. Ha detto che «nessuno avrà nostalgia di Maduro, responsabile di aver affamato e oppresso per anni il suo popolo», ma «per la Lega la strada maestra per risolvere le controversie internazionali e chiudere i conflitti in corso deve tornare a essere la diplomazia, rispettando il diritto dei popoli a decidere del proprio futuro». Sicché, ha detto ancora Salvini, «illuminanti al proposito le parole del Papa, che chiede di garantire la sovranità nazionale del Venezuela e assicurare lo stato di diritto». Il Papa notoriamente viene citato dai politici solo quando fa comodo; anche se fosse una volta ogni 10 prese di posizione che prende. Illuminante dunque, sì, ma soprattutto sui tic di alcuni leader di partito che fanno cherry picking tra le molte dichiarazioni papesche per darsi cristianamente un tono. 

Trump e l’equilibrismo impossibile dell’amica Meloni
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Il filo-atlantismo italiano rischia di diventare una gabbia

Trump è in carica da un anno e più passa il tempo e più mena fendenti sui capisaldi liberaldemocratici. L’Italia non può rinunciare certamente a posizioni filo-atlantiste, lo dice la sua storia, che poi è una storia di co-dipendenza sentimentale ma anche culturale, non solo italiana ma in fondo europea; così però facendo rischia di accettare senza battere un sopracciglio qualsiasi decisione di Trump, pronto come in una canzone di Calcutta a fare una svastica a Bologna solo per litigare. Pronto a conquistare la Groenlandia solo per litigare. 

Perché per questo campo largo Giorgia Meloni è imbattibile

Se c’è un punto di riferimento fortissimo a Palazzo Chigi, beh, quello è la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. È lei l’adulta nella stanza, il collante di una maggioranza di governo che sarebbe altrimenti andata in frantumi da tempo, fra incomprensioni sugli aiuti a Kyiv, gli “extra profitti” delle banche da tassare e tanti altri controversi dossier che agitano e hanno agitato il destra-centro.

Perché per questo campo largo Giorgia Meloni è imbattibile
Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini (Ansa).

La ricetta renziana per archiviare Giorgialand

Meloni è tutto ciò che manca all’opposizione: al contempo è leader riconosciuta, fonte di stabilizzazione e garanzia che i fisiologici elementi di frizione possano essere riassorbiti da chi è a capo di un’organizzazione complessa in virtù del proprio carisma o charisma, per dirla in termini weberiani. «Vi è soltanto questa scelta: o una democrazia subordinata a un capo e organizzata mediante la ‘macchina’, oppure una democrazia senza capi, vale a dire il potere dei ‘politici di professione’ senza vocazione, senza le intime qualità carismatiche che per l’appunto fanno un capo», scrive Max Weber ne La politica come professione. Questa è la differenza fra destra-centro e campo largo, oggi: da una parte c’è un capo, dall’altra una democrazia senza capi.

Se n’è accorto anche Matteo Renzi, uno che ha fiuto per queste cose. E infatti, di recente, sul Foglio, ha ricordato che i due punti per costruire un programma credibile sono quelli «su cui Meloni ha perso totalmente il contatto con la realtà: le tasse e la sicurezza». Insomma per vincere è necessario «costringere Meloni a stare su questo terreno anziché scivolare nella lotta nel fango dell’ideologismo senza limitismo: perché quando Meloni scappa dalla realtà, vince. Ma se la inchiodi sulla concretezza perde. E soprattutto si perde». Perché a «Giorgialand nessuno ha il coraggio di dire una semplice verità: l’economia è il tasto dolente del melonismo. Ed è sull’economia – non sulla giustizia, non sulla politica estera, non sull’ideologia – che l’opposizione dovrà incalzarla per mandarlo a casa».

Perché per questo campo largo Giorgia Meloni è imbattibile
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Nel campo largo si gioca in difesa

Nel centrosinistra, o campo largo che dir si voglia, invece è tutto un giocare in difesa. Lo si è visto recentemente con le accuse di simpatizzare con i presunti “fiancheggiatori” di Hamas in Italia. Oppure ci si diletta nei soliti teatrini morettiani – «Mi si nota di più…» – come quelli andati in scena ad Atreju, con Elly Schlein che ha declinato l’invito a un confronto con Meloni e Giuseppe Conte. La mossa italofraterna è stata politicamente efficace: alla fine il duello non c’è stato e Meloni si è confrontata soltanto con sé stessa, mentre Conte ha partecipato a un panel per fatti propri nel corso del quale ha ribadito un concetto già fatto proprio da tempo: «Noi non siamo alleati con nessuno». A questo si aggiunge la carica di federatore-to-be, da Gaetano Manfredi a Silvia Salis, fino al solito Ernesto Maria Ruffini. Su questo la destra è nettamente avanti. Può permettersi di portare avanti le sue battaglie e i suoi programmi senza preoccuparsi troppo degli assetti politici o delle ambizioni personali. Anche perché, tutto sommato, l’incertezza più consistente da quelle parti è stabilire chi arriverà secondo fra Forza Italia e Lega.

Perché per questo campo largo Giorgia Meloni è imbattibile
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Le baruffe tra Lega e Forza Italia

Non che a destra i protagonismi manchino. Anzi. Si pensi soltanto al duello costante fra Lega e Forza Italia e ai problemi al loro interno. Dopo anni, anche l’ultimo partito leninista rimasto ha mostrato qualche crepa. Prima con la sollevazione contro l’ex generale vicesegretario Roberto Vannacci, poi con il protagonismo indiscusso e indiscutibile di Luca Zaia. Sussulti e malumori che Matteo Salvini è riuscito ancora una volta a neutralizzare. Un po’ come ha fatto Antonio Tajani. Nonostante l’ennesima punzecchiatura da parte degli eredi del Cav – questa volta è toccato a Pier Silvio ribadire la necessità di facce nuove – il ministro degli Esteri resiste. Anche la corrente Occhiuto non rappresenta per lui una vera insidia. La vera partita si giocherà ai prossimi congressi. E finora all’orizzonte non si vedono alternative credibili alla leadership azzurra. Anche se la spinta della «forza tranquilla», dopo il sorpasso della Lega, pare essersi esaurita.

Perché per questo campo largo Giorgia Meloni è imbattibile
Paolo Barelli e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La sindrome di accerchiamento e l’arma del complotto

Anche Fratelli d’Italia ha i suoi stati d’agitazione. Ma le battaglie – a partire da quella sull’asse Roma-Milano – restano sotterranee. Nessuno osa contestare la leadership di Giorgia Meloni, nemmeno off the record. È per questo che quando un intellettuale di destra come Marcello Veneziani si smarca, diventa subito notizia. Alla presidente del Consiglio tuttavia non mancano i problemi. Meloni soffre di sindrome di accerchiamento. Vede (o vuole vedere) complotti e nemici ovunque. Addirittura tra i corridoi del Quirinale. E così FdI, nonostante negli ultimi tre anni si sia fagocitato il fagocitabile (compresi Gramsci e Pasolini) con la scusa di scippare alla sinistra l’egemonia culturale, continua a comportarsi come un partitino al 4 per cento (sindrome opposta a quella di Renzi e Carlo Calenda). «L’ossessione del complotto ha trovato sempre un terreno favorevole nella subcultura di massa e nella oggettiva complessità dei fenomeni economici, sociali e politici, che sfuggono all’immediata comprensione degli individui», scrive Zeffiro Ciuffoletti in Retorica del complotto. «La politica, il potere, sono stati sempre percepiti con un senso di estraneità e persino con ostilità dal popolo. Ed è relativamente facile, con i mezzi di comunicazione attuali, scagliare la ‘piazza’ contro il ‘palazzo’, agitando l’idea di trame oscure, di intrecci, di misteri». Anche quando in quel Palazzo si è comodamente seduti.

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Carceri: un disastro senza risposte tra numeri impietosi e immobilismo

Il 2025 si è chiuso con 80 suicidi nelle carceri italiane. Non è per fortuna un record; quello appartiene al 2024, quando si tolsero la vita 91 persone. In complesso i morti in prigione, secondo i dati di Ristretti Orizzonti, sono 241, appena cinque in meno dell’anno scorso. Il bilancio di fine anno è dunque tragico e niente fa sperare per un 2026 migliore. «Alla fine di novembre 2025 nelle carceri italiane erano detenute 63.868 persone, quasi 2 mila in più rispetto a un anno fa, a fronte di una capienza effettiva di soli 46.124 posti (700 in meno di quelli che vi erano all’inizio dell’anno)», scrive Antigone nel suo ultimo rapporto. Sono oltre 180 persone in più ogni mese. «Il tasso di sovraffollamento nazionale ha raggiunto il 138,5 per cento, con 72 istituti oltre il 150 per cento e punte superiori al 200 per cento». Nel 42,9 per cento delle 120 carceri visitate – e delle 71 schede di cui sono già stati elaborati i dati – non sono garantiti i tre metri quadrati di spazio vitale per persona (nel 2024 questa percentuale si fermava al 32,3 per cento); oltre la metà delle carceri ha celle senza doccia e nel 45,1 per cento mancano acqua calda o si registrano scarse condizioni igieniche.

Carceri: un disastro senza risposte tra numeri impietosi e immobilismo
Detenuti e guardie carcerarie a San Vittore (foto Ansa).

Amnistia: la parola che il governo non vuole sentire pronunciare

Tutti reclamano soluzioni adeguate. Anche Papa Leone XIV. «Sono molti a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare», ha detto il pontefice domenica 14 dicembre nella messa del Giubileo dei detenuti, rilanciando alle «istituzioni» l’appello fatto da Francesco nella Bolla di indizione per «forme di amnistia o di condono della pena»: «Confido che in molti Paesi si dia seguito al suo desiderio». Il Papa si riferiva soprattutto a problemi come «il sovraffollamento, l’impegno ancora insufficiente di garantire programmi educativi stabili di recupero e opportunità di lavoro». Il governo però non vuole sentire pronunciare quel termine, amnistia. Nonostante le parole del presidente del Senato Ignazio La Russa. «Occorre incarnarla la speranza affinché non sia foriera di illusioni», ha detto la presidente di Nessuno Tocchi Caino, Rita Bernardini, all’Unità. «Amnistia e indulto sono provvedimenti costituzionali di ‘buon governo’ per affrontare il sovraffollamento dei detenuti e quello dei procedimenti penali pendenti che a milioni ingolfano la nostra giustizia i cui tempi sono irragionevolmente lunghi come certificato da almeno 30 anni dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa». Una giustizia che arriva troppo tardi è una giustizia negata sia per le vittime del reato sia per il reo: «Provvedimenti di clemenza dovrebbero essere obbligatori per uno Stato che non riesca ad assicurare un’esecuzione penale e un’amministrazione della giustizia ‘legali’. Pannella e il Presidente Napolitano (con il suo messaggio alle Camere del 2013) parlavano di ‘obbligo’ di intervento immediato per uno Stato che voglia definirsi ‘di diritto’. Se si transige su questo, si è pronti a fare qualsiasi scempio della democrazia nella sua accezione più alta».

Carceri: un disastro senza risposte tra numeri impietosi e immobilismo
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

Il carcere italiano è ridotto a un «contenitore di corpi»

Gravissime, dice Antigone, sono le carenze di spazi per lavoro, scuola e socialità. «Il carcere italiano è ormai ridotto a un contenitore di corpi», dice il presidente Patrizio Gonnella, «e ha abdicato alla funzione di reinserimento sociale prevista dalla Costituzione». «È sempre doloroso tirare le somme di un altro anno di carcere in Italia ma il bilancio di fine 2025 è forse il più cupo degli ultimi anni. Perché restituisce l’immagine di un sistema penitenziario che è sempre più in crisi, con tensioni in costante crescita e un silenzio assordante da parte delle istituzioni che rifiutano qualsiasi ipotesi di riforma e qualsiasi intervento che permetterebbe di alleggerire il peso delle carceri, a beneficio delle persone detenute, che vivono ammassate l’una sull’altra e degli operatori che, già sotto organico, denunciano un pesante e crescente stress lavorativo». 

Carceri: un disastro senza risposte tra numeri impietosi e immobilismo
Patrizio Gonnella, presidente di Antigone (Imagoeconomica).

Il piano carceri si è rivelato un nulla di fatto

Il 2025 è stato l’anno del lancio del piano carceri da parte del governo Meloni. Secondo quanto riportato dallo stesso governo già nel 2025, i nuovi posti sarebbero dovuti essere 864. «Ciò a cui si è assistito è stata invece una perdita di 700 posti effettivi, con un dato registrato ai primi giorni di dicembre che non conteggia i circa 250 posti persi nel solo incendio di San Vittore di alcuni giorni fa», fa notare sempre Antigone. «Restano altissimi anche gli eventi critici: negli istituti visitati si registrano in media 16,7 atti di autolesionismo ogni 100 detenuti, 2,6 tentati suicidi e 16,4 isolamenti disciplinari ogni 100 persone detenute. La sofferenza psichica è una delle grandi emergenze del carcere italiano». Dalle oltre 100 visite effettuate nel 2025 da Antigone è emerso come l’8,9 per cento delle persone detenute presentava una diagnosi psichiatrica grave al momento delle visite. A fronte di ciò, il 20 per cento assumeva regolarmente stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi, mentre il 44,4 per cento faceva uso di sedativi o ipnotici. «Gli psicofarmaci continuano a rappresentare uno degli strumenti principali di gestione dell’ordine interno e del disagio sociale, spesso in assenza di reali necessità e percorsi terapeutici e di supporto. E mentre il carcere si riduce a spazio di mera custodia, lavoro, formazione e istruzione restano largamente marginali», ribadisce l’associazione presieduta da Gonnella. «Lavora per l’amministrazione penitenziaria circa il 30 per cento delle persone detenute, mentre solo il 3,7 per cento ha un impiego con datori di lavoro esterni. Frequenta la scuola il 30,4 per cento dei presenti, ma solo il 10,4 per cento è coinvolto in percorsi di formazione professionale. Strumenti che dovrebbero essere centrali nel reinserimento sociale diventano invece eccezioni. Tutto questo avviene nonostante il 38 per cento delle persone detenute abbia una pena residua inferiore ai tre anni e potrebbe accedere a misure alternative alla detenzione, che non rappresentano una rinuncia alla pena ma una modalità più efficace e costituzionalmente orientata di esecuzione, capace di ridurre drasticamente la recidiva e aumentare la sicurezza collettiva». Fin qui però niente è servito per far cambiare idea al governo. Nemmeno i diari dal carcere dell’“amico” Gianni Alemanno. 

La riforma della giustizia spacca anche i riformisti dem

“La sinistra che vota sì” si ritroverà a Firenze il prossimo 12 gennaio, alla Palazzina Reale Firenze di Santa Maria Novella. Il sì ovviamente è alla riforma della giustizia che separa le carriere dei magistrati e introduce due Csm. A organizzare l’incontro è LibertàEguale, storica associazione di cultura riformista presieduta da Enrico Morando e Stefano Ceccanti. Al convegno sarà presente un pezzo del riformismo italiano favorevole alla modifica costituzionale: Anna Bucciarelli, Anna Paola Concia, Benedetto Della Vedova, Carlo Fusaro, Claudia Mancina, Giovanni Pellegrino, Claudio Petruccioli, Cesare Salvi. Presenti anche Enrico Costa, deputato di Forza Italia, e Francesco Petrelli, presidente delle Camere Penali.

La riforma della giustizia spacca anche i riformisti dem
La locandina del convegno di LibertàEguale a Firenze.

La lettera di dissenso di Parrini e Verini

Non tutti però sono convinti, tra i riformisti, che il sì sia giusto. Come i senatori del Pd, Dario Parrini e Walter Verini, che nelle scorse settimane hanno inviato una lettera di dissenso ai vertici di LibertàEuguale: «Dissenso serio, per il merito delle posizioni e anche per l’attivismo, con il quale si promuovono iniziative per il sì, quasi surclassando per impegno e determinazione quelle del ministro Nordio e della destra. Se vincessero i sì, non sarebbe una vittoria del ‘sì di sinistra’, ma di questa destra». Ma non è questo il punto principale del dissenso, hanno messo in chiaro Parrini e Verini: «Nel merito noi pensiamo alcune cose che necessariamente ricordiamo per titoli. Una moderna cultura della giurisdizione può trarre giovamento dalla circolazione di funzioni e ruoli dei magistrati. Un magistrato che ha svolto funzioni requirenti svolgerà meglio quelle giudicanti e viceversa. Con maggiore equilibrio e consapevolezza di interpretazione. Sono posizioni, queste, sostenute anche da componenti autorevoli e consapevoli dell’Avvocatura». Un corpo separato di pm – con un suo autoreferenziale Csm – «sarà vocato solo all’accusa», continuano i due dem, «alla esclusiva ricerca di prove a carico (oggi compito di un procuratore è quello di cercare tutti gli elementi – a carico e a discarico – in grado di portare ad una richiesta di rinvio a giudizio – se c’è previsione più che ragionevole di condanna – o alla archiviazione. Chi, oggi, denuncia lo ‘strapotere dei pubblici ministeri’, con questa riforma lo genererà davvero. A indebolirsi, così, rischiano di essere diritti e garanzie di indagati e imputati. Altro che ‘garantismo’».

La riforma della giustizia spacca anche i riformisti dem
Walter Verini (Imagoeconomica).

LibertèEguale difende la separazione delle carriere

Non si è fatta attendere la replica dei vertici dell’associazione, che hanno accusato i due colleghi riformisti di usare «argomenti pregiudiziali contro qualsiasi separazione delle carriere, ma su quelli vale la nostra elaborazione di 25 anni che ha sempre ritenuto infondate le costruzioni ideologiche della comune cultura della giurisdizione che sono incompatibili col modello accusatorio. A noi non riesce che essere coerenti con noi stessi». Ci sono poi argomenti puntuali contro la separazione, tra cui i maggiori poteri ai pubblici ministeri. Un argomento «che stupisce alquanto avendo visto nelle Aule vari parlamentari delle opposizioni con cartelli contro lo strapotere che verrebbe ad avere il governo, critica di segno opposto. Visti i dati relativi alle indagini preliminari, con più del 95 per cento di richieste dei pm accolte dai gip, ci sembra che francamente accumulare più poteri, anche volendo, risulti sostanzialmente impossibile. I dati rilevanti sono nella fase preliminare, dove il processo mediatico sostituisce quello reale e il cittadino spesso non può poi sentirsi vendicato, ove accusato ingiustamente, dalle fasi ulteriori, che spesso non fanno notizia. Né l’appello né la Cassazione possono riparare a quanto avviene prima in termini di lesa dignità di tanti cittadini».

La riforma della giustizia spacca anche i riformisti dem
Dario Parrini (Imagoeconomica).

Anche lo schleiniano Bettini per il sì

La giustizia insomma divide il centrosinistra e nello specifico spacca anche i riformisti, che di recente si erano già spaccati sull’ingresso nella maggioranza di Elly Schlein, con il contestato sbarco di Stefano Bonaccini fra i sostenitori della segretaria del Pd. Ora c’è il nuovo fronte sulla giustizia, destinato ad agitare più il centrosinistra – dove non mancano i favorevoli alla modifica costituzionale, anche tra gli amici di Schlein – che il centrodestra. D’altronde persino Goffredo Bettini, certamente un sostenitore di Schlein, al Congresso delle Camere Penali a Catania qualche settimana si è detto favorevole alla separazione: «Se la separazione delle carriere è un segnale verso la terzietà del giudizio per me ben venga. Se c’è l’imputato e due giudici è meglio che i giudici non si sommino ma, al contrario, si distinguano. Non due contro uno. Ma uno e uno. E se c’è un modo per evitare che qualche tipo di sentenza sia al riparo di reciproche convenienze, di scambio di favori, di un clima politicamente intossicato ben venga il superamento delle correnti di potere nella magistratura, affidandosi a altre vie per la costituzione del Csm. Ed evitando che i Pm rispondessero al potere politico che in quel momento comandava». La giustizia, come la politica estera, si conferma una bella grana per dem e affini.

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi

Toh, è tornato Matteo Renzi. Vabbè, ma quando mai se n’è andato via, si dirà. E in effetti è vero. Renzi c’è anche quando non c’è. Le trattative di Gedi con i greci? «C’è Renzi dietro!». Silvia Salis? «C’è Renzi dietro!». La Fiorentina è in vendita? «C’è Renzi dietro!». C’è un po’ di retorica del complotto, ad accompagnare l’ex presidente del Consiglio, visto come l’artefice di qualsiasi sommovimento politico-editorial-sportivo. Nemmeno fosse Dario Franceschini, che diamine.

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi
Silvia Salis, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi (Imagoeconomica).

La nuova fase politica del leader di Iv

Il fondatore di Italia Viva è alle prese con una nuova fase politica. Un po’ per convinzione, un po’ per convenienza, Renzi è il nuovo portavoce del campo largo. Ci crede più lui di Giuseppe Conte, per dire. È più in sintonia con Elly Schlein sulla logica testardamente unitaria dell’alleanza di quanto non lo siano gli alleati a cinque stelle. Lo dice in ogni intervista che fa, e ne fa sempre parecchie: solo uniti si vince contro Giorgia Meloni. Solo con la sacra alleanza TTG, Tutti Tranne Giorgia, il centrosinistra può sperare di battere la destra nel 2027. Ma se Meloni perde il referendum sulla giustizia, beh, se ne deve andare a casa, ripete sempre Renzi facendo però leva su esperienze personali e su un’impostazione del dibattito pubblico che la presidente del Consiglio però non ha dato. Perché lei, a differenza di Renzi nel 2016, non ha mai detto «se perdo vado a casa».

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi
Matteo Renzi con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Quella sintonia (interessata) con Bonaccini

È così in buoni rapporti ormai con Schlein che le facilita pure il compito di tenere insieme testardamente anche il Pd, diviso finora fra maggioranza schleiniana e riformisti. Ora però questi ultimi si sono scissi e Stefano Bonaccini ha dichiarato sostegno alla segretaria. Sicché l’ex presidente del Consiglio sembra persino provare simpatia per i riformisti bonacciniani. Il presidente del Pd è stato anche ospite all’ultima edizione della Leopolda, dov’è stato molto applaudito per il suo intervento contro il governo. E il motivo forse non è così complicato da intuire: Renzi ci tiene ad avere un buon rapporto con Schlein, non fosse altro perché deve tenere i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole del campo largo. Quindi Bonaccini, accusato non a caso di un atteggiamento troppo consociativo nei confronti della segreteria nazionale dai riformisti che lo hanno appena salutato, è perfetto: non è uno che disturba il manovratore, in questo caso la manovratrice, e lascia il campo ad altri per intestarsi una eventuale futura battaglia riformista. Per Renzi, insomma, Giorgio Gori, Pina Picierno e Matteo Biffoni sono soprattutto dei competitor. E il leader di Italia Viva vuole essere certo di poter occupare quello spazio appena lasciato libero da Bonaccini con la sua piroetta verso Schlein.  

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi
Matteo Renzi con Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).

L’invenzione di Casa Riformista e il tentativo di restare in Parlamento

Ordunque, Renzi da rottamatore è diventato muratore, costruttore, architetto, ingegnere edile, cercate voi il mestiere che vi garba di più. Nel centrosinistra è rimasto tra i pochissimi a saper fare politica, il suo problema è che tutt’ora rimane inviso all’elettorato. In molti non lo sopportano al di là dei propri demeriti politici. Sicché ha capito che Italia Viva non poteva andare più da nessuna parte, avendo saturato l’opinione pubblica dopo averla saturata già lui stesso. Al che si è inventato Casa Riformista, con cui cerca di dare una risposta civica alla insoddisfazione dell’elettorato per tutto ciò che proviene dai partiti. In Toscana ha funzionato, grazie anche alla collaborazione di Eugenio Giani, in Calabria anche. Non è tuttavia diventato un buon samaritano gratis. Attacca Meloni, anche sulla legge elettorale, ma solo perché è pronto a sedersi attorno al tavolo principale per poter negoziare un accordo. D’altronde prima o poi si porrà il tema di come fare per rientrare in Parlamento. C’è anche il rischio che non ce la faccia, ma se c’è una cosa che ci ha insegnato Renzi è che non va sottovalutato. Anche se da Andreotti del prossimo secolo alla fine si è trasformato nel Fanfani dei prossimi decenni. 

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi
Il siparietto di Guido Crosetto e Matteo Renzi ad Atreju, insieme con Fabio Rampelli e Bruno Vespa (Imagoeconomica).

Cosa sta accadendo alla Fiorentina: i motivi della crisi, in campo e non solo

La Fiorentina è ultimissima in classifica, a un passo dalla serie B, a pochi mesi dai teorici festeggiamenti per l’anno del centenario (1926-2026). I giornalisti esperti di statistiche, come Andrea Trapani, sono lapidari: «Al momento siamo a otto punti dalla salvezza, quattro o cinque partite in cui le altre (almeno cinque squadre) dovrebbero iniziare a perdere sempre o quasi per farsi superare». Il cielo fiorentino è plumbeo come l’animo dei tifosi che non sanno più come prenderla. Rassegnazione, rabbia, sarcasmo. Le hanno provate tutte. È persino arrivata, qua e là, la richiesta di soccorso della politica, come se la politica potesse farci qualcosa. Sembra essere tuttavia una richiesta preventiva, in caso di fallimento della società. Ci pensi il Comune, ci pensi la Regione, ci pensino i parlamentari.

Cosa sta accadendo alla Fiorentina: i motivi della crisi, in campo e non solo
La Fiorentina dopo la sconfitta contro l’Hellas Verona, il 14 dicembre 2025 (Ansa).

Le voci di una cessione imminente smentite da Commisso

Già una volta la Fiorentina fu salvata dalla politica. Fu l’allora sindaco Leonardo Domenici a guadagnarsi un posto nella hall of fame della squadra che fu di Batistuta e Rui Costa: «Il primo agosto 2002, giorno della cancellazione della Fiorentina, il sindaco di Firenze, assieme all’assessore allo Sport Eugenio Giani, costituì la società “Fiorentina 1926 Florentia srl” per salvare il titolo sportivo della Fiorentina e consentire l’arrivo di una nuova proprietà», ricorda il sito Museo Viola, ricco di dettagli interessanti sulla storia della squadra. Le cose oggi sono un po’ diverse, ma la città e la sua tifoseria sono cadute in una profonda depressione, sicché qualsiasi argomento o ragionamento semi-razionale non trova sponda. Nemmeno le parole del patron, Rocco Commisso, sono servite. L’imprenditore italoamericano ha problemi di salute che lo tengono lontano da Firenze (e che si sono aggiunti all’improvvisa scomparsa, nel 2024, del direttore generale Joe Barone), ma questo non gli impedisce di aggiornarsi su quel che succede. Comprese le voci che danno per imminente la cessione della Fiorentina. Più un desiderio di parte della tifoseria, politica compresa, che non dello stesso Commisso. «Queste voci non fanno altro che destabilizzare ulteriormente l’ambiente quando, invece, ci vorrebbe una grande compattezza da parte di tutti», ha detto l’imprenditore di origine calabrese a La Nazione. «Se avessi ragionato in questa maniera ogni volta che mi sono trovato in difficoltà con una mia azienda, oggi Mediacom non rappresenterebbe l’eccellenza che è! Tutte le aziende attraversano momenti di difficoltà ma la lungimiranza di chi guida una società sta proprio nel trarre insegnamento dai momenti bui per poter uscirne più forti. Io non ho mai mollato in nessuna delle mie attività e a maggior ragione non lo farò adesso».

Cosa sta accadendo alla Fiorentina: i motivi della crisi, in campo e non solo
Rocco Commisso (Ansa).

Un campionato disastroso nonostante gli investimenti

Intanto la Viola continua a perdere. Domenica 2 a 1 in casa contro l’Hellas Verona. In campionato non ha ancora vinto una partita, ha appena sei punti. Un vero disastro, impensabile a inizio stagione. Soprattutto dopo tutti i soldi spesi da Commisso in questo anno. Prima per fare il Viola Park, un gioiello alle porte di Firenze, a Bagno a Ripoli, costato 121 milioni di euro. Poi per il calciomercato di quest’anno. Novanta milioni di euro spesi per riscattare e comprare giocatori. Un allenatore di esperienza come Stefano Pioli, rientrato in Italia dopo due anni a Riad, al posto di Raffaele Palladino.

Cosa sta accadendo alla Fiorentina: i motivi della crisi, in campo e non solo
Stefano Pioli (Ansa).

Pioli, che non ha mai legato davvero con lo spogliatoio, è stato esonerato ma resta sotto contratto fino al 2028. «Per provare a capire cosa c’è dietro la crisi bisogna ripartire dall’inizio», ha detto l’ex portiere Giovanni Galli al Corriere della Sera. «L’ingaggio di Stefano, un tecnico esperto che ha vinto uno scudetto meraviglioso con il Milan, ha liberato inconsciamente i dirigenti. Avranno pensato che dopo due allenatori bravi ma giovani, come Italiano e Palladino, era arrivato il momento di rilassarsi. Una società non può mai abbassare la guardia». Ora c’è Paolo Vanoli, a rischio esonero pure lui.

Cosa sta accadendo alla Fiorentina: i motivi della crisi, in campo e non solo
Paolo Vanoli (Ansa).

«Firenze non merita questo scempio», ha twittato Matteo Renzi, ex sindaco, ex presidente del Consiglio, tifoso della Fiorentina.

La surreale vicenda del Franchi

C’è d’altronde una forte identificazione fra la città e la sua squadra di calcio. Un orgoglio di strapaese che talvolta rischia di non far vedere i limiti sia della città sia della squadra. Però questo sembrava davvero l’anno della Fiorentina, candidata ad arrivare fra le prime sei. Le motivazioni andranno scandagliate, prima o poi si capirà che cos’è successo. C’è chi ritiene che le motivazioni extracalcistiche abbiano pesato non poco. E qui si torna alla politica. Come la vicenda della ristrutturazione dello stadio Artemio Franchi. Surreale, certo.

Cosa sta accadendo alla Fiorentina: i motivi della crisi, in campo e non solo
Lo stadio Artemio Franchi di Firenze (Ansa).

Breve recap: Commisso avrebbe voluto pagare di tasca sua il nuovo stadio, portandolo fuori da Campo di Marte, quartiere di Firenze che da sempre ospita il Franchi. Il problema è che la politica – Comune e Regione – hanno sempre detto no. Lo stadio della Fiorentina in mano ai privati? Giammai. Per giustificare il diniego tutti, compreso a suo tempo Eugenio Giani, citavano l’eccesso di presunta megalomania di Commisso, che sul Viola Park ha messo un insegna gigantesca con il suo nome: “Rocco B. Commisso”. E allora? Uno spende 120 milioni di euro e non può neanche metterci il nome sopra? Sarà pure un’americanata, come dice qualcuno, ma Firenze ci campa con le americanate da sempre. La città è un’immensa Disneyland da visitare in un giorno e mezzo, da troppi scambiata per un immaginario gabinetto a cielo aperto per espellere i propri malesseri, che male avrebbe fatto una scritta sul nuovo Franchi o come si sarebbe chiamato? Sicché i lavori di ristrutturazione, necessari per rendere più sicuro lo stadio, sono cominciati senza i soldi di Commisso. La Fiorentina, che paga l’affitto al Comune per giocare al Franchi, affronta gli avversari in uno stadio che è un cantiere e ha la metà dei posti rispetto ai 40 mila previsti (gli altri sono inagibili). Il che non è certo un aiuto allo spirito di una squadra che avrebbe bisogno del sostegno dei suoi tifosi non a mezzo servizio. L’anno scorso, con lo stadio mezzo vuoto per via dei lavori, la squadra arrivò sesta con 65 punti. Sembra un’altra epoca, quando la Fiorentina sembrava avere ancora una prospettiva solida.

Il Pd di Schlein si scopre allergico alle primarie: i casi della Sardegna e di Firenze

Dicono dalle parti di largo del Nazareno, Roma, sede del Pd, che i confronti col governo si fanno in parlamento. Ed è per questo che Elly Schlein non andrà a dialogare, ma che dico, a duellare, alla convention nazionale di Fratelli d’Italia, Atreju. Meglio non fare la fine di Enrico Letta, che prima si prese gli applausi dai meloniani alla loro festa, e poi lanciò l’allarme fascismo e il rischio deriva autoritaria alle elezioni politiche (con noti risultati).

Pd in difficoltà tra sondaggi in calo, iperattivismo di Conte e una linea politica poco cristallina

Sarà che i conti dei sondaggi non tornano e che il Pd è sempre sotto il 20 per cento, nonostante piazza del Popolo e i 50 mila scesi a manifestare contro «le destre», come garba dire ai vertici dei democratici; sarà che le elezioni europee incombono e Beppe Conte imperversa sontuoso come nel 2022, per le Politiche, quando sembrava che dovesse diventare il capo di una forza politica extraparlamentare, e invece sopravvisse a tutto, persino a se stesso; sarà che serve urgentemente una linea politica chiara e il ‘no’ è sempre una risposta sufficientemente cristallina. Sarà insomma quel che sarà, ma tra i progressisti va fortissimo il Frontismo Democratico. Con i fascisti non ci si parla, nientemeno, perché il dialogo rivela debolezza.

Il Pd di Schlein si scopre allergico alle primarie: i casi della Sardegna e di Firenze
Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Il ritorno del centralismo democratico e l’allergia per le primarie: il caso sardo

Per la verità, il Pd non sembra interessato a parlare nemmeno con i suoi e tra i suoi, sui territori, in giro per l’Italia. Eppure ne avrebbe di cose di cui occuparsi un partito che è all’opposizione e quindi ha la possibilità di ristrutturarsi senza la preoccupazione di governare. L’anno prossimo non ci sono, d’altronde, solo le elezioni europee ma pure quelle locali, dalle Amministrative alle Regionali, e con il passare del tempo si scopre che il Pd non ama solo il frontismo, ma pure il vecchio centralismo democratico: i candidati si scelgono nelle segrete stanze, come ai vecchi tempi. Il professor Arturo Parisi da giorni si sgola su X, ex Twitter, per spiegare quanto sarebbero necessarie le primarie in Sardegna, dove l’ex presidente di Regione e fondatore di Tiscali Renato Soru se n’è appena andato, dopo la scelta di candidare la candidata unica-unitaria di Pd e M5s, Alessandra Todde, contiana col turbo nonché vicepresidente del M5s. «Non si è capito che le primarie rappresentano il principale strumento disponibile per costruire la coalizione», ha detto Parisi all’AdnKronos.

Il Pd di Schlein si scopre allergico alle primarie: i casi della Sardegna e di Firenze
Arturo Parisi (Imagoeconomica).

Il gran caos fiorentino per il dopo Nardella

E dire che Schlein stessa è stata scelta con le primarie, ed è grazie alle primarie che è diventata segretaria, dopo che gli iscritti durante la fase congressuale avevano premiato il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini. Senza le primarie insomma Schlein non avrebbe potuto lanciare un OccupyPd di successo. Anche a Firenze, città fondamentale per gli equilibri politici del sinistra-centro dei prossimi anni, il Pd sta decidendo di non fare le primarie per scegliere l’aspirante successore di Dario Nardella alla guida del Comune di Firenze nel 2024. La città è così strategica che anche a Roma e Milano si parla di quel che sta succedendo nel capoluogo toscano. In parlamento, sui divanetti del Transatlantico, si ragiona del gran casino fiorentino. Il Pd locale non vorrebbe fare le primarie, appunto, e avrebbe individuato – per interposto Nardella – la candidata giusta, Sara Funaro, attuale assessore in Comune. Funaro, qualora fosse candidata, non romperebbe mai le scatole a Nardella, che si giocherà l’elezione alle Europee in un collegio molto competitivo, quello dell’Italia Centrale, dove c’è anche il popoloso Lazio (e dove abbondano agguerriti aspiranti europarlamentari che conoscono bene le dinamiche del potere romano, tra cui Nicola Zingaretti). Il problema di Nardella, già coordinatore nazionale della mozione Bonaccini, si chiama però Cecilia Del Re. Ex assessora, cacciata da Nardella per alcune sue dichiarazioni favorevoli al passaggio della linea della tramvia dal Duomo di Firenze (un tabù della politica locale), Del Re, che è figlia di un avvocato del lavoro molto potente e che non dimentica gli spregi fatti alla figlia, ha organizzato, mercoledì scorso, una serata al Tuscany Hall da oltre 1000 persone, arrivate nonostante il boicottaggio dei vertici del Pd. Un boicottaggio denunciato dalla stessa possibile candidata sindaca: «C’è chi ha avuto paura stasera a venire qua, chi è stato impaurito a venire da telefonate e non è venuto, e ci dispiace», ha detto Del Re nel suo intervento. «Anche il rifiuto delle primarie nasce dalla paura di un confronto, di un movimento che non si governa, che può togliere la palla di mano a chi vuole mantenerla, e per questo si fa finta che non esista, tanto da spingerci a creare oggi questa iniziativa. Nessuno di noi è stato mai chiamato in questi mesi per un confronto, mentre chi chiedeva primarie è stato sempre disponibile al dialogo». Insomma a Elly Schlein, fra Sardegna e Toscana, fischieranno non poco le orecchie.