Nomine, chi è la donna in corsa per Leonardo

Sarà una tornata di nomine pesante quella primaverile. Anche per Leonardo, dove ad aprile scade il mandato del presidente Stefano Pontecorvo. E, com’è naturale, è partita la solita girandola di nomi e relativi incastri. Con una possibile sorpresa.

Cossiga jr non dispiacerebbe a Crosetto

Tra i papabili, come riportato dal Fatto Quotidiano, c’è Giuseppe Cossiga, figlio dell’ex presidente della Repubblica. Classe 1963, laureato in Ingegneria aeronautica, Cossiga jr ha dalla sua un cv invidiabile: ex parlamentare di Forza Italia e sottosegretario alla Difesa nel Berlusconi IV, nel 2012 ha aderito a Fratelli d’Italia, suo main sponsor nella corsa alla poltrona. Dal 2017 è direttore delle relazioni istituzionali di Mdba, gruppo missilistico europeo controllato da Airbus, BAE Systems (entrambe con il 37,5 per cento) e la stessa Leonardo (25 per cento) e nel 2022 è subentrato a Guido Crosetto alla guida dell’Aiad, la Federazione aziende italiane per l’Aereospazio, la Difesa e la Sicurezza.

Nomine, chi è la donna in corsa per Leonardo
Giuseppe Cossiga (Imagoeconomica).

I desiderata di Forza Italia

Forza Italia, dal canto suo, spingerebbe per Stefano Cuzzilla, attuale presidente di Trenitalia. Ma le sue chance sono al lumicino, visto che i Berlusconi difficilmente rinunceranno alla presidenza di Paolo Scaroni all’Enel.

Nomine, chi è la donna in corsa per Leonardo
Stefano Cuzzilla (Imagoeconomica).

Della rosa fa parte anche Andrea De Gennaro, capo della Guardia di Finanza in scadenza a maggio. Le sue quotazioni sono in salita, anche se occupare la poltrona che fu del fratello Gianni (presidente di Leonardo dal 2013 al 2020) potrebbe sembrare poco ortodosso. Infine il jolly: il generale Francesco Paolo Figliuolo, ex commissario straordinario alla ricostruzione nei territori colpiti dall’alluvione in Emilia-Romagna, Toscana e Marche.

Nomine, chi è la donna in corsa per Leonardo
Andrea De Gennaro (Imagoeconomica).

Torna a circolare il nome di Belloni

Fin qui i profili noti. Ma Lettera43 conferma che nella corsa alla presidenza del colosso italiano della Difesa c’è anche una donna. E non una qualunque, perché si tratta di Elisabetta Belloni, il cui nome riappare puntualmente ogni volta che spunta una poltrona strategica da assegnare come nel caso di Eni. C’è però un “ma” che non riguarda certo le competenze, semmai la funzione che Belloni andrebbe a ricoprire: Leonardo oggi gioca nel mondo delle guerre, delle fratture geopolitiche, delle tensioni UeUsa e dei dossier Nato. La presidenza non è un ruolo prettamente istituzionale e contro Belloni potrebbero giocare le frizioni che si porta dietro. La sua uscita dal DIS, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, è arrivata in un clima tutt’altro che lineare, con retroscena di attriti nel perimetro di Palazzo Chigi. E il passaggio a Bruxelles nello staff di Ursula von der Leyen si è chiuso dopo appena sei mesi, senza che restasse l’immagine di un addio “sereno”. In altre parole Belloni non è una figura neutra, ma porta con sé un carico politico già acceso, e in questo momento storico è un lusso che Leonardo non può permettersi. Perciò la domanda non è se Belloni “meriti” la poltrona. La domanda è se davvero “serva”.

Nomine, chi è la donna in corsa per Leonardo
Elisabetta Belloni con l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone (Imagoeconomica).

Sanità militare, tutte le ombre della riforma

Non è una riforma sanitaria. È un riordino di potere. Il governo la presenta come una modernizzazione interforze, una razionalizzazione necessaria, persino come un contributo alla sanità pubblica. Ma leggendo lo schema di decreto e i documenti interni alle Forze Armate, emerge un quadro molto diverso: la nascita di un Corpo sanitario autonomo, con una propria catena di comando, vertici dedicati e canali economici separati. Di fatto, una quinta Forza Armata sanitaria. Non è una definizione polemica, ma il modo in cui la riforma presentata il 21 novembre con un decreto legislativo viene descritta da sindacati e osservatori qualificati, quando si prende atto che il futuro assetto sanitario militare dipenderà direttamente dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, svuotando le sanità di Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri della loro autonomia funzionale.

Sanità militare, tutte le ombre della riforma
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Si scrive modello interforze, si legge corpo unico

Un modello interforze coordina, armonizza, mette in rete strutture che restano all’interno delle rispettive Forze Armate. Un corpo unico, invece, assorbe personale, carriere, progressioni, identità. Ed è esattamente questo il nodo sollevato da USMIA Interforze (l’unione sindacale militare Interforze associati) e SAM (il sindacato autonomo dei militari) che hanno contestato sia il metodo sia lo schema di decreto, denunciando l’assenza di un confronto reale e la mancanza di chiarimenti su criteri di transito, effetti economici e trattamento previdenziale del personale sanitario. Alle stesse criticità si è aggiunta USIC/ USICC, che rappresenta il mondo dell’Arma dei Carabinieri, evidenziando il rischio concreto di una perdita dell’identità ordinamentale e dello status per il personale entrato nell’Arma tramite concorso. È, nei fatti, un trasferimento ordinamentale mascherato da coordinamento. Ed è qui che nasce il primo problema giuridico serio: una delega pensata per razionalizzare lo strumento militare può spingersi fino a creare un corpo autonomo con una propria catena di comando, assimilabile a una nuova Forza Armata? 

La riforma promette risparmi ma crea nuove gerarchie

Il governo parla di efficienza e di invarianza di spesa. Ma i numeri raccontano un’altra storia. Secondo le ricostruzioni basate sulle tabelle allegate allo schema, il ruolo normale degli ufficiali della sanità militare arriverebbe a 1.443 unità, contro le 1.008 attuali dei ruoli normali dei corpi sanitari di Esercito, Marina e Aeronautica: un aumento di 435 ufficiali. Non solo. Crescono anche i gradi apicali: cinque brigadieri generali e 25 colonnelli in più. Quando una riforma che promette risparmi produce una nuova piramide gerarchica, il punto non è quanto costerà. Il punto è perché serve. Se l’obiettivo fosse davvero sanitario, non si partirebbe dall’alto.

Sanità militare, tutte le ombre della riforma
Il policlinico militare del Celio (Imagoeconomica).

Il vertice blindato per due anni con richiamo in servizio

C’è poi una disposizione che chiarisce il metodo seguito dal legislatore delegato. L’articolo 3, comma 1, lettera d dello schema prevede che il comandante del nuovo Corpo sanitario rimanga in carica per almeno due anni e che, qualora raggiunga il limite di età, venga richiamato in servizio dall’autorità fino al termine del secondo anno di mandato. È una clausola eccezionale, che non risponde a esigenze organizzative ordinarie ma serve a blindare il vertice, anche in barba all’anagrafe. Ed è legittimo chiedersi se questa previsione non delinei, di fatto, una figura già individuata: il generale di Corpo d’armata Carlo Catalano, che – secondo quanto risulta – maturerebbe il pensionamento il 28 agosto 2026. È solo un dubbio che però una riforma trasparente dovrebbe evitare di generare.

Sanità militare, tutte le ombre della riforma
Il generale Carlo Catalano (Imagoeconomica).

I conti dell’operazione

Per comprendere davvero la riforma bisogna seguire i flussi finanziari. La Corte dei Conti ha quantificato la spesa sanitaria a carico del ministero della Difesa, per il 2018, in 367.818.354 euro. Una cifra coerente con le stime che collocano il costo annuo della sanità militare tra 340 e 370 milioni di euro. Oggi, dunque, la sanità militare è finanziata dal bilancio della Difesa. Il progetto che emerge dal decreto, però, va oltre e prevede ristrutturazione di strutture, il loro accreditamento, l’apertura all’utenza civile intercettando flussi del Servizio Sanitario Nazionale. Non per rafforzarlo dall’interno, ma per costruire un canale parallelo.

Il ruolo di Difesa Servizi spa

Nel documento circolato tra i Carabinieri compare una previsione che non dovrebbe comparire in una riforma sanitaria se l’obiettivo fosse esclusivamente assistenziale: la possibilità di attivare sinergie con operatori pubblici e privati del settore sanitario «anche per il tramite di Difesa Servizi spa». Qui il punto è strutturale. Difesa Servizi è uno strumento di valorizzazione economica del perimetro Difesa. Inserirlo esplicitamente nel decreto significa trasformare la sanità in asset, non in servizio. Il meccanismo è evidente: oggi lo Stato finanzia la sanità militare con risorse della Difesa, domani, attraverso accreditamenti e convenzioni, fondi del SSN possono affluire in un perimetro con governance militare ed economica separata. In un Sistema Sanitario Nazionale già sottofinanziato, questo non è integrazione: è spostamento di risorse.

Sanità militare, tutte le ombre della riforma
Il logo di Difesa Servizi.

A rischio l’identità professionale dell’Arma

Il fronte più esplosivo è quello dell’Arma dei Carabinieri. Qui la riforma non incide solo sull’organizzazione, ma sull’identità professionale costruita tramite concorso, ordinamento e carriera. Nei documenti interni la posizione è netta: interforze sì, ma ognuno deve restare nella propria Forza Armata, conservando uniforme, status, trattamento economico e previdenziale. Il transito forzato in un Corpo unico non significa solo cambiare comando: significa modificare il regime pensionistico, le indennità e le prospettive di fine carriera. È una perdita secca di diritti acquisiti, non una riorganizzazione neutra.

Sanità militare, tutte le ombre della riforma
Berretti dell’Arma dei Carabinieri (Imagoeconomica).

Mancano accordi chiari con le Regioni

Il governo promette di aiutare i cittadini e ridurre le liste d’attesa utilizzando la sanità militare. Ma, allo stato degli atti, non esiste alcun piano pubblico verificabile che spieghi come questa promessa dovrebbe tradursi in prestazioni reali. Non sono stati indicati il numero degli specialisti effettivamente impiegabili, il monte ore trasferibile senza compromettere la sanità operativa delle Forze Armate, le discipline coinvolte, le strutture interessate né i volumi misurabili di prestazioni aggiuntive in grado di incidere concretamente sulle liste d’attesa. Mancano, soprattutto, accordi chiari con le Regioni e un modello di integrazione con i sistemi di prenotazione e con la programmazione sanitaria territoriale. Senza numeri, senza programmazione e senza un impianto operativo trasparente, la promessa resta uno slogan. E quando una riforma sanitaria prende forma aumentando i vertici, blindando il comando e introducendo nel testo strumenti economici come Difesa Servizi spa, lo slogan smette di essere credibile.

L’obiettivo non è curare i cittadini, ma concentrare comando e flussi

Insomma, questa riforma ha un problema di sostanza. Crea un Corpo autonomo sotto comando centrale, amplia le gerarchie, introduce deroghe sul vertice, apre a sinergie pubblico-private tramite una società economica della Difesa e promette aiuto al Servizio Sanitario Nazionale senza un piano verificabile. Non è una riforma per curare i cittadini. È una riforma per concentrare comando e flussi, spostando pezzi di sanità pubblica in un recinto militare-economico. Nella prossima puntata dell’inchiesta entreremo nel dettaglio di ciò che questa riforma significa per l’Arma dei Carabinieri: concorsi, status giuridico, trattamento pensionistico e perché, per l’Arma, questa non è una riorganizzazione ma un esproprio.

Davos, le minacce di Trump e la vera partita dell’Europa

Il forum di Davos, che ha aperto i battenti lunedì 19 gennaio e li chiuderà il 23, ha come tema ufficiale A Spirit of Dialogue. Il problema è che il dialogo quest’anno entra in sala con un’arma puntata sul tavolo: la coercizione economica. Donald Trump ha minacciato di applicare dazi del 10 per cento ai Paesi che intendono difendere la Groenlandia dalle mire americane (Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Finlandia). Il presidente Usa, ancora una volta, tratta una questione di sovranità territoriale alla stregua di un’operazione di mercato.

Davos, le minacce di Trump e la vera partita dell’Europa
Donald Trump (Ansa).

Il bazooka europeo contro le pressioni economiche

A preoccupare, oltre alla sovranità groenlandese e alle ripercussioni che avrebbe una possibile annessione sulla tenuta della Nato, è il precedente che verrebbe a crearsi. Se passa l’idea che un alleato possa usare il commercio come clava per ottenere concessioni territoriali o politiche, allora il problema non è l’Artico: è il metodo. È la normalizzazione del ricatto. In teoria l’Europa avrebbe già da tempo dovuto vaccinarsi contro questa logica. In pratica lo sta facendo adesso, perché dal 2023 esiste uno strumento fatto apposta per rompere il meccanismo del ricatto: l’Anti-Coercion Instrument (ACI), il cosiddetto bazooka. È un regolamento UE (Reg. 2023/2675) entrato in vigore il 27 dicembre 2023, pensato per proteggere l’Unione e gli Stati membri da pressioni economiche che mirano a forzare scelte sovrane, attraverso minacce o misure su commercio e investimenti. Che oggi a Bruxelles se ne parli come possibile risposta alla mossa di Trump è una forma elementare di autodifesa. Altro che escalation.  

Davos, le minacce di Trump e la vera partita dell’Europa
Ursula von der Leyen (Ansa).

La narrazione trumpiana sulla debolezza dell’Europa

Il bisogno di sicurezza con cui Trump giustifica le mire sull’isola artica è solo un alibi. Gli Stati Uniti in Groenlandia ci sono da decenni, con una presenza militare permanente e una base – la Pituffik Space Base – che è un nodo strategico per missile warning, missile defense e sorveglianza spaziale. E soprattutto tra Stati Uniti e Danimarca nel 1951 è stato siglato un accordo di Difesa che consente la costruzione di infrastrutture militari in Groenlandia per la difesa dell’area Nato. A cui vanno aggiunte le intese successive, come l’accordo del 2004 che integra e aggiorna il quadro. Per questo la Groenlandia, così come viene agitata oggi, è un simbolo di potere, di prestigio, di ownership.

Davos, le minacce di Trump e la vera partita dell’Europa
Una bandiera danese in Groenlandia (foto Ansa).

E Davos diventa il palcoscenico perfetto: molto rumore, tanta teatralità, una parola-chiave per spostare l’attenzione. Il rumore serve anche a comprimere tutto il resto dell’agenda dentro una narrazione unica: l’America è forte, l’Europa è debole. Mentre si parla di Groenlandia, si possono così lasciare ai margini dossier più scomodi o più divisivi: il rapporto con l’Ucraina, la crisi mediorientale, la gestione del Venezuela, e – soprattutto – le contraddizioni interne americane che la narrazione trumpiana cerca di coprire. Qui entra in gioco la seconda partita, quella culturale, che in Italia trova sempre un pubblico pronto: la tesi secondo cui l’Europa tende a mitizzare la propria superiorità, mentre l’America sarebbe la prova che contano solo crescita e durezza. È un frame comodo, perché maschera da realismo una mera ideologia: la riduzione del benessere a Pil e della politica a rapporto di forza. C’è poi un punto che riguarda noi direttamente, e che rende grottesca l’amata retorica dell’Europa debole. Gli Stati Uniti hanno da decenni una rete di basi e installazioni nel Vecchio Continente, Italia compresa. Eppure nessuno sano di mente sosterrebbe che quelle basi (sette sul nostro territorio nazionale) implicano la “proprietà” del territorio. Il Congressional Research Service, ad esempio, descrive il ruolo di siti come Sigonella e l’homeporting della Sesta Flotta nell’area di Gaeta/Napoli, insieme al quadro più ampio della presenza Usa in Italia e in Europa. È un esempio utile perché traccia la linea rossa: cooperare non significa essere disponibili al ricatto. Oggi tocca alla Groenlandia, domani potrebbe toccare a noi. Ogni Paese europeo rischia di diventare negoziabile come una voce di bilancio.

Davos, le minacce di Trump e la vera partita dell’Europa
Donald Trump e JD Vance (Ansa).

Quanto vale davvero la sovranità europea?

Ecco perché Davos, per l’Europa, non può essere foto di rito e diplomazia “morbida” che spera di evitare lo scontro cedendo un pezzo alla volta. Davos dovrebbe essere il luogo in cui l’Ue dice una cosa semplice: la Groenlandia è un dossier che si gestisce entro i confini della Nato e del diritto internazionale. E se la minaccia tariffaria viene usata per forzare una scelta sovrana, allora l’Ue invece di fare la parte dell’offesa deve usare gli strumenti che ha a disposizione, a partire dall’ACI, nato proprio per impedire che la coercizione diventi prassi. Ma Davos dovrebbe essere anche l’occasione per ribaltare la narrazione dell’Europa irrilevante. L’Unione è una potenza di mercato e regolatoria, e deve comportarsi come tale. Accesso al mercato unico, servizi, appalti, supply chain sono le leve che contano davvero, soprattutto quando l’altra parte pensa di poter trasformare la politica in un’asta con tariffario. E mentre difende la sovranità, l’Europa deve difendere anche ciò che la rende forte: un modello sociale che riduce la caduta, trasforma ricchezza in protezione, rende la società meno fragile e quindi meno manipolabile. Dentro questo quadro, l’Italia ha una responsabilità doppia. Da un lato perché è una frontiera strategica (Mediterraneo, sicurezza, energia, migrazioni), dall’altro perché è il Paese che più rischia quando scambia la postura sovranista per sovranità reale. L’Italia se si isola diventa un bersaglio. Se resta all’interno dell’Europa è una gamba di un blocco che può negoziare da pari. La vera domanda che Davos pone non è come evitare l’ennesima crisi con Trump. È: quanto vale la sovranità europea, se basta una minaccia di dazi per metterla all’asta? Se questa chiarezza manca, Davos smette di essere un forum e diventa un banco di prova della resa. La scenografia perfetta in cui il rumore copre la sostanza e la sovranità europea viene trattata come una variabile di prezzo. E a quel punto non stiamo più discutendo di Groenlandia: stiamo accettando che Davos diventi una borsa valori del diritto internazionale.

Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo

C’è un dato che andrebbe scolpito all’ingresso di Palazzo Chigi, prima ancora di qualsiasi discussione su Mercosur, agricoltura, Francia o sovranismo d’accatto: l’Italia vive di export. E oggi l’export italiano è sotto pressione come non lo era da anni. Gli Stati Uniti, dopo il ritorno di una politica commerciale schizofrenica fatta di dazi annunciati, ritirati, rimessi e ricalibrati – inclusi quelli su settori sensibili come la farmaceutica – non sono più il mercato affidabile e lineare che erano. L’Europa cresce poco, la domanda interna ristagna e la produzione industriale italiana è in calo da oltre un anno, con una dinamica negativa quasi continua nel 2024 e nel 2025. In questo contesto, il Pil italiano viaggia su una previsione di crescita attorno allo 0,4 per cento: una cifra che non consente né illusioni né sprechi di opportunità. È dentro questo quadro che va letto l’accordo Ue–Mercosur, negoziato per oltre 20 anni e diventato oggi una cartina di tornasole della capacità europea – e italiana – di scegliere se stare nel mondo o chiudersi per paura. Non come una bandiera ideologica, ma come uno strumento economico.

Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo
La protesta degli agricoltori francesi contro l’accordo Ue-Mercosur (Ansa).

Tra Ue e Mercosur c’è una relazione complementare, non una sovrapposizione distruttiva

Il Mercosur – composto da Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay – significa oltre 260 milioni di consumatori, una classe media in crescita (soprattutto in Brasile) e una domanda strutturale proprio dei prodotti di punta del sistema industriale italiano: macchinari, automazione, tecnologia, chimica e farmaceutica, automotive, beni industriali complessi e agroalimentare di qualità. I numeri sono chiari. Oggi l’Unione Europea esporta verso il Mercosur circa 55 miliardi di euro l’anno e ne importa poco più di 56. Ma conta la composizione, non solo il saldo. Quasi il 90 per cento dell’export europeo verso il Mercosur è composto da manifattura: macchinari, veicoli, prodotti chimici e farmaceutici. Al contrario, oltre il 70 per cento delle importazioni dal Mercosur sono materie prime e prodotti agricoli: soia, mangimi, zucchero, carne, minerali, energia. È una relazione complementare, non una sovrapposizione distruttiva.

Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo
Ursula von der Leyen (Ansa).

Per il nostro Paese il Mercosur è solo un’opportunità di crescita

Per l’Italia, il Mercosur vale oggi circa 7–8 miliardi di export annuo. Non una cifra enorme, ed è proprio questo il punto: c’è spazio per crescere. L’eliminazione progressiva dei dazi – che oggi arrivano fino al 35 per cento su auto e componentistica, intorno al 20 per cento sui macchinari e penalizzano pesantemente vino, farmaceutica e agroalimentare trasformato – aprirebbe un mercato che oggi è artificialmente chiuso proprio ai nostri prodotti di eccellenza. Le stime più prudenti indicano che, a regime, l’export italiano verso il Brasile potrebbe crescere del 35–40 per cento nel prossimo decennio. Parliamo di 3–4 miliardi di euro aggiuntivi di vendite estere, in una fase storica in cui ogni punto di export conta.

Perché bloccare o rinviare l’accordo equivale a colpire l’Italia due volte

Ma c’è un secondo livello, che a Roma fanno finta di non vedere: la Germania. Berlino spinge sull’accordo Mercosur per un motivo banale quanto decisivo: la sua industria ha bisogno di mercati di sbocco. Se l’export tedesco cresce verso il Sud America, cresce anche la domanda tedesca di componenti, semilavorati e subfornitura italiana. È la solita, solida simbiosi industriale italo-tedesca. Bloccare o rinviare l’accordo con il Mercosur significa colpire l’Italia due volte: direttamente sul nostro export extra-UE e indirettamente sulle filiere europee. Il tema agricolo, agitato come uno spauracchio, è quello su cui la propaganda supera sistematicamente la realtà. L’accordo non apre le porte senza limiti: prevede quote, dazi residui, clausole di salvaguardia e meccanismi di sospensione in caso di squilibri di mercato. Inoltre, il modello agricolo francese – estensivo, iper-sussidiato, orientato ai volumi – non è il modello italiano. Per molte filiere nazionali, a partire dal vino, il Mercosur è un’opportunità commerciale, non una minaccia. Persino nella zootecnia esiste un effetto positivo: mangimi a costi più bassi significano filiere più competitive.

Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo
Giorgia Meloni e Friedrich Merz (Imagoeconomica).

FdI non riesce a esprimere una linea chiara

Sul Pil nessuno promette miracoli. L’impatto stimato dell’accordo Ue–Mercosur per l’Italia è limitato ma positivo: qualche decimale in più. Ma in un Paese che cresce dello 0,4 per cento, ogni decimale conta, soprattutto se arriva da export e industria, non da debito e bonus. Ed è qui che emerge l’inadeguatezza politica di Fratelli d’Italia, incarnata dal capodelegazione al Parlamento europeo Carlo Fidanza. La sua linea sul Mercosur è un esercizio di confusione permanente: un giorno l’accordo è pericoloso per l’agricoltura, il giorno dopo «un rinvio non sarebbe un dramma», quello successivo si parla di vigilanza e garanzie senza mai arrivare a una posizione chiara.

Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo
Carlo Fidanza (Imagoeconomica).

Nel frattempo Giorgia Meloni balla sul palco di Atreju, letteralmente. Balla mentre la produzione industriale cala, mentre l’export rallenta, mentre l’Italia fatica a crescere. La politica economica diventa così uno spettacolo grottesco, condito da una retorica dell’odio permanente: contro l’Europa, contro i partner commerciali, contro chiunque non rientri nel perimetro del nemico del giorno. In questo quadro surreale l’unico a far trapelare un barlume di buonsenso è paradossalmente il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Quello con «il Mercosur è un buon accordo, può diventare ottimo se dopo 25 anni si riesce a fare un passo definitivo sulla reciprocità», ha dichiarato. «Quello che viene imposto ai nostri produttori europei, che a nostro avviso è corretto, deve essere anche garantito sui prodotti che arrivano. Riteniamo che questo passo in avanti si possa fare». Parole che sembrano provenire da un altro partito. Lollobrigida dice una cosa banalmente vera: gli accordi si migliorano, non si affossano.

Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo
Francesco Lollobrigida (Imagoeconomica).

Mentre lui ammette che l’impianto dell’accordo è valido, il suo stesso partito continua però a sabotarlo a colpa di ambiguità e dichiarazioni contraddittorie. Dopo oltre 20 anni di negoziati, proseguire a parlare di rinvii sull’accordo Mercosur non è difesa dell’interesse nazionale: è un atto di autolesionismo. In un momento di produzione industriale in calo, export sotto pressione e crescita anemica, l’accordo farebbe bene all’Italia. Non firmarlo – o tenerlo ostaggio di slogan e paure – significa scegliere l’isolamento mentre il mondo si muove. E il prezzo, come sempre, lo pagheranno le imprese. Non chi balla sui palchi.

La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto

La Juventus non la si perde solo in campo. La si perde soprattutto quando il club smette di essere un progetto e diventa una pratica amministrativa: un faldone con la scritta “contenimento”, una riga di bilancio da raddrizzare, un marchio da non far sfigurare. È per questo che l’ultima puntata della saga ExorTether è più importante di qualunque conferenza stampa: perché mette a nudo una domanda semplice, brutale, da tifoso prima ancora che da analista: dove stiamo andando?

La valutazione complessiva della Juventus è poco sopra il miliardo

Il fatto nuovo è l’offerta. Tether ha presentato una proposta per comprare cash il 65,4 per cento della Juventus detenuto da Exor e poi lanciare un’Offerta pubblica di acquisto (Opa) sul resto, allo stesso prezzo. Che, secondo Reuters, è 2,66 euro per azione, con un premio di circa il 21 per cento sulla chiusura precedente (2,19 euro). La valutazione complessiva della Juventus è poco sopra il miliardo. E qui arriviamo al primo punto da chiarire bene, senza parlare ai commercialisti (promesso): quanto entrerebbe a Exor?

La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto
La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto
La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto
La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto
La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto
La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto
La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto

Se la Juve vale poco sopra 1,1 miliardi di capitalizzazione (equity value) e Exor ne possiede il 65,4 per cento, l’incasso teorico sarebbe di circa 720 milioni di euro (1,1 × 0,654). Non «un miliardo». Un numero enorme lo stesso, ma va detto bene: l’offerta è sul capitale, non sull’azienda “al netto dei debiti”. Il debito — e ogni altra passività — resta nella società; Exor incassa vendendo le proprie azioni.

Elkann non ha risposto con un piano, una visione, una roadmap…

Secondo punto. Tether non si è limitata al prezzo. Ha aggiunto una promessa che, da sola, spiega perché questa vicenda non è folklore da social, ma materia industriale: un impegno a investire 1 miliardo di euro nello sviluppo del club, qualora l’operazione andasse in porto. A quel punto, la risposta di Exor è stata: no. «Nessuna intenzione di vendere». E fin qui, in astratto, è legittimo. Il problema è come lo racconti. Perché John Elkann non ha risposto con un piano, una visione, una roadmap. Ha risposto con un video “valoriale”: «storia e valori non sono in vendita», «famiglia bianconera di milioni di tifosi», «costruire un futuro vincente». Valori che evidentemente non valgono per la svendita dei giornali di proprietà, come hanno sottolineato i giornalisti de La Stampa.

Se rifiuti un’offerta rilevante, devi spiegarlo agli azionisti

Qui scatta anche un altro tipo di ironia amara. Nel video molti hanno notato la lettura dal gobbo. E la battuta da social, inevitabile, diventa politica: un gobbo vero non legge dal gobbo. Il problema non è leggere: è dover leggere la passione. Perché la passione, quando c’è, non ha bisogno di sottotitoli. La questione non è solo l’estetica. È di sostanza. Exor è una società quotata. E se rifiuti un’offerta rilevante, con premio di mercato, non puoi cavartela solo con l’album di famiglia. Devi spiegare perché convenga agli azionisti — anche di Exor — continuare così. Reuters ricorda un dato che pesa come un macigno: in sette anni gli investitori, guidati da Exor, hanno immesso circa 1 miliardo di euro nella Juventus. E il club non fa utile da quasi un decennio.

Exor sta razionalizzando gli asset italiani, e la contraddizione è evidente

Terzo punto. Questa storia si incastra in un contesto che rende il “no” ancora più sensibile. Exor sta razionalizzando gli asset italiani: vendita di Iveco, colloqui per cedere le attività news (giornali e radio) a un gruppo greco. Quindi: si snellisce l’Italia, ma la Juve viene difesa con la retorica della “tradizione”. È una contraddizione narrativa perfetta. E un tifoso ragiona così: se davvero non vendi, allora investi e guida. Se non guidi, allora perché non vendi?

La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto
La sala riunioni del cda della Juventus (Imagoeconomica).

Ed eccoci al punto centrale: visione contro contenimento. Tether non propone “l’ennesimo sponsor”. Mette sul piatto un cambio di scala: compra, paga un premio, e promette capitale industriale. Exor risponde: no, valori.

Il simbolo operativo di questa stagione di contenimento: Damien Comolli

Ma il tifoso, in fondo, chiede una cosa molto concreta: con quale modello competitivo la squadra può tornare credibile in Europa? Ed ecco il simbolo operativo di questa stagione: Damien Comolli. Tony Damascelli, su Il Giornale, ha parlato di caos «in campo e in società» e di una governance che pesa più delle scelte tecniche. Si può essere d’accordo o no. Ma la domanda resta inevasa: qual è il progetto? Perché se il progetto è “player trading + contenimento + comunicati valoriali”, la Juve rischia di diventare un hotel di lusso solo nella targhetta: suite vendute come prestigio, gestione da residence e la reception che ti ricorda una cosa sola, con gentilezza burocratica: l’importante è rispettare il regolamento. Cioè non vincere.

La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto
La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto
La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto
La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto
La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto

Se invece vuoi essere un brand globalePremier League docet — devi investire in ecosistema: sport, academy, infrastrutture, media, piattaforme digitali. E questo, senza capitali e senza visione, semplicemente non succede. Perché il punto, ormai, è quasi imbarazzante nella sua semplicità. Se rifiuti un’offerta con premio di mercato, se non presenti un piano industriale, se governi un club globale con comunicati valoriali e dirigenti da contenimento, allora non stai difendendo la Juventus: la stai imbalsamando, trasformandola in un reperto di prestigio buono solo per raccontare il passato.

Serve qualcuno che smetta di leggere dal gobbo e parli da leader

Il calcio internazionale non aspetta chi ha paura di perdere il controllo. Lo supera. E a quel punto la scelta diventa netta anche per i tifosi: continuare a vivere di una grande insegna spenta o accettare il rischio di un progetto che prova a riaccenderla davvero. Perché nel calcio moderno non vince chi “non vende”. Vince chi investe, decide e si assume la responsabilità di guidare. La Juventus può ancora scegliere. Ma deve farlo da adulta, non da erede impaurita. I tifosi chiedono qualcuno che smetta di leggere dal gobbo e cominci a parlare da leader.