Perché l’Iran colpisce gli Emirati più degli altri Paesi del Golfo?

Il dato è difficile da ignorare. Su 3.916 attacchi iraniani registrati tra il 28 febbraio e l’11 marzo 2026 contro gli Stati del Golfo e Israele, 1.728- il 44,1 per cento del totale – hanno colpito gli Emirati Arabi Uniti. Il Kuwait, secondo nella classifica, ne ha subiti 942. Israele, il Paese che insieme agli Stati Uniti ha lanciato l’offensiva contro l’Iran, 550. Perché Teheran scarica quasi la metà della propria potenza di fuoco su un Paese che ufficialmente non è in guerra? La risposta non è semplice e non si esaurisce nella prossimità geografica o nella presenza di basi americane. Gli Emirati sono il bersaglio principale perché sono, contemporaneamente, la piattaforma operativa della guerra, il portafoglio del presidente americano, il centro nevralgico dell’intelligence che ha portato all’eliminazione di Khamenei, e il simbolo di un modello politico che l’Iran considera una minaccia esistenziale. Colpire Dubai e Abu Dhabi dunque è una scelta strategica che opera su cinque livelli simultaneamente.

Perché l’Iran colpisce gli Emirati più degli altri Paesi del Golfo?
Una esplosione nella zona di Palm Jumeirah a Dubai (Ansa).

Al Dhafra e il sistema nervoso della guerra

Al Dhafra Air Base, a 30 chilometri a sud di Abu Dhabi, non è una base americana tra tante. È la base. Ospita la 380th Air Expeditionary Wing dal 2002, con un arsenale che include caccia F-22 Raptor e F-35 Lightning II, aerei spia U-2 Dragon Lady, droni da ricognizione Global Hawk, e cisterne KC-10 per il rifornimento in volo. Il personale ammonta a circa 1.200 unità tra militari in servizio attivo, riservisti e Guardia Nazionale. I partner di missione includono un battaglione di difesa aerea dell’esercito e forze di coalizione multiple. Non è un caso che l’Iran abbia colpito chirurgicamente il radar AN/TPY-2, un sistema di allerta precoce del valore di mezzo miliardo di dollari, e le strutture che ospitano i droni MQ-9 Reaper e gli U-2. Non ha puntato ai dormitori o alle mense: ha puntato al sistema nervoso della sorveglianza e del targeting americano. Quel radar alimenta i sistemi THAAD e Patriot. Gli U-2 e i Global Hawk sono gli occhi che guidano le operazioni di strike su tutto il teatro del Golfo. Distruggerli significa accecare la macchina da guerra.

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Un RQ-4 Global Hawk alla base di Al Dhafra (Ansa).

Gli altri obiettivi emiratini

Oltre ad Al Dhafra, l’Iran ha colpito Al Minhad, base emiratina che ospita la RAF britannica e Camp Baird, il quartier generale australiano nel Medio Oriente. Ha colpito il porto di Jebel Ali, struttura commerciale utilizzata sistematicamente dalla logistica militare americana. Ha colpito il consolato statunitense a Dubai. Non si tratta di attacchi sparsi: è un assalto coordinato al nodo operativo più denso della coalizione anti-iraniana nella regione.

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Il consolato americano di Dubai dopo l’attacco con droni, il 3 marzo 2026 (Ansa).

Per capire perché gli Emirati e non altri, bisogna guardare cosa è successo altrove. La Quinta Flotta americana, con quartier generale in Bahrain, ha svuotato i moli di Manama già il 26 febbraio: immagini satellitari mostravano i pontili deserti, con tutte le navi spostate in mare aperto. Il Bahrain è stato colpito, ma le operazioni navali si coordinano ormai dal mare. Il Qatar ospita Al Udeid, la più grande base americana in Medio Oriente con 8-10 mila effettivi, ma Doha ha posto condizioni precise: ha ribadito che non vuole che gli Stati Uniti lancino attacchi contro l’Iran dal suo territorio. Il Qatar mantiene un rapporto diplomatico con Teheran, ha ospitato la leadership politica di Hamas, ha mediato nei negoziati nucleari. L’Iran lo punisce, ma lo punisce meno, perché Doha è un interlocutore, non un avversario strategico. Gli Emirati, al contrario, sono la punta della lancia.

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Gli attacchi iraniani contro le basi militari statunitensi sul territorio del Bahrein (Ansa).

Dahlan, il Mossad, la CIA e l’eliminazione di Khamenei

Gli Emirati sono il centro nevralgico dell’intelligence che ha portato all’eliminazione della Guida Suprema Ali Khamenei il 28 febbraio scorso. Il New York Times ha rivelato che la CIA ha tracciato Khamenei per mesi, passando intelligence «ad alta fedeltà» sulla sua posizione a Israele prima dell’attacco. I tempi dello strike sono stati calibrati sulla base di informazioni che indicavano la presenza simultanea di figure politiche e militari di vertice nel compound della leadership a Teheran. L’agenzia iraniana Fars ha indicato la sede CIA a Dubai tra gli obiettivi colpiti. I media iraniani hanno riportato l’uccisione di sei ufficiali CIA in un attacco missilistico negli Emirati. Le conferme indipendenti mancano, ma la narrazione è indicativa di come Teheran percepisca il ruolo di Dubai: non una città di transito, ma la piattaforma operativa dell’intelligence che ha decapitato il regime.

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Ali Khamenei (Ansa).

La storica cooperazione tra Emirati e Israele in materia di intelligence

Per comprendere questa percezione bisogna risalire più indietro. La cooperazione tra Emirati e Israele in materia di intelligence, in particolare sull’Iran, non è nata con gli Accordi di Abramo del 2020. L’ex ambasciatore americano in Israele Dan Shapiro ha confermato che il rapporto era «principalmente sull’intelligence riguardante l’Iran e i gruppi jihadisti» e che si trattava di «un processo a lungo termine iniziato prima dell’amministrazione Obama». Fonti di intelligence riportavano già nel 2012 che il commercio tra i due Paesi nel settore sicurezza sfiorava i 300 milioni di dollari l’anno. Al centro di questa rete c’è una figura che merita attenzione: Mohammed Dahlan, l’ex capo della sicurezza preventiva palestinese a Gaza, in esilio ad Abu Dhabi dal 2011 e consigliere di fiducia di Mohammed bin Zayed. Documenti dell’intelligence serba lo descrivono come amico stretto dell’ex direttore CIA George Tenet, dell’ufficiale israeliano Amnon Shahak e dell’ex direttore del Mossad Yaakov Perry, con i quali avrebbe condotto operazioni congiunte in Europa orientale. Wikileaks ha pubblicato documenti che lo descrivono come agente del Mossad. Le indagini della polizia di Dubai sull’assassinio del dirigente di Hamas Mahmoud al-Mabhouh nel 2010 portarono all’arresto di due palestinesi impiegati in un’azienda edile di proprietà di Dahlan, accusati di aver fornito supporto logistico al commando del Mossad. Dahlan opera come connettore tra i servizi americani, israeliani e il vertice emiratino. Abu Dhabi non è un Paese che “collabora” con l’intelligence occidentale: è un Paese dove i servizi occidentali sono di casa. Per l’Iran, ogni missile su Dubai è un missile sull’infrastruttura che ha reso possibile l’eliminazione di Khamenei.

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Manifestanti palestinesi calpestano le foto del principe Mohammed bin Zayed al-Nahyan e di Mohammed Dahlan (Ansa).

Colpire Dubai per colpire il portafoglio di Trump

C’è un livello di questa guerra che non si combatte con i missili ma con i numeri. Gli Emirati Arabi Uniti non sono semplicemente un alleato degli Stati Uniti: sono un investitore diretto nel patrimonio personale del presidente americano. Quattro giorni prima dell’insediamento di Trump, una società controllata da Sheikh Tahnoon bin Zayed Al Nahyan — fratello del presidente emiratino, consigliere per la sicurezza nazionale, gestore del più grande fondo sovrano degli UAE — ha acquistato una partecipazione del 49 per cento in World Liberty Financial, la società crypto della famiglia Trump, per 500 milioni di dollari. L’accordo è stato firmato da Eric Trump.

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Tahnoon bin Zayed Al Nahyan, Abdullah bin Zayed Al Nahyan e Yousef Al Otaiba durante un incontro con Marco Rubio (Ansa).

Due membri dell’entourage di Tahnoon sono entrati nel consiglio di amministrazione della società. Mesi dopo, MGX, il fondo di investimento tecnologico presieduto dallo stesso Tahnoon, ha usato la stablecoin USD1 creata da World Liberty per finanziare un investimento da 2 miliardi di dollari nella piattaforma crypto Binance. Poco dopo, la Casa Bianca ha approvato l’esportazione di 500 mila chip AI Nvidia verso gli Emirati, un quinto dei quali destinati a G42, l’azienda di intelligenza artificiale di Tahnoon. Tahnoon è conosciuto nei circoli diplomatici come lo «Spy Sheikh». Non è un soprannome affettuoso: riflette decenni di attività nella zona grigia tra intelligence, finanza e diplomazia. Il Wall Street Journal ha ricostruito la catena degli investimenti. La senatrice Elizabeth Warren l’ha definita «corruzione, pura e semplice».

Teheran vuole distruggere la credibilità degli Emirati come hub finanziario globale

Ma al di là del dibattito interno americano, il punto strategico è un altro: ogni missile che cade su Abu Dhabi erode il valore degli investimenti emiratini negli Stati Uniti e la credibilità degli Emirati come hub finanziario globale. L’Iran non ha bisogno di leggere i documenti del Wall Street Journal per capire che colpire Dubai significa colpire il portafoglio di Trump. Il commercio bilaterale Iran-UAE valeva 28 miliardi di dollari nel 2024. Gli iraniani conoscono il sistema emiratino dall’interno, hanno operato a Dubai per decenni aggirando le sanzioni e sanno che Dubai è la capitale mondiale del riciclaggio, sanno che i flussi finanziari che collegano gli Emirati alla Casa Bianca sono il tessuto connettivo di un’alleanza che va molto oltre la diplomazia. Distruggere la credibilità di Dubai come piazza finanziaria significa tagliare quel tessuto. I dati lo confermano. Jet privati in partenza dagli Emirati a 250 mila dollari per posto. Aziende che evacuano dipendenti. I data center Amazon colpiti, con il banking telefonico fuori uso in tutto il Paese. L’aeroporto di Dubai — il più trafficato al mondo per voli internazionali — colpito da un drone. La raffineria di Ruwais (922 mila barili al giorno di capacità ADNOC) incendiata. Il Burj Al Arab danneggiato dai detriti. L’IRGC (il corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica) ha dichiarato di usare il 60 per cento della propria potenza di fuoco contro basi e «interessi strategici» Usa nei Paesi arabi vicini. Ma «interessi strategici» non significa solo caserme: significa porti, aeroporti, raffinerie, hotel, centri finanziari. Significa l’intero modello economico emiratino.

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Il centro di Dubai (Ansa).

Gli Accordi di Abramo e la guerra ideologica

C’è un ultimo livello, forse il più profondo. Per la Repubblica Islamica, gli Emirati non sono solo una piattaforma militare o un hub finanziario: sono un’eresia. Rappresentano la confutazione più riuscita della narrativa dell’Islam politico e della «resistenza» che ha legittimato il regime iraniano per 47 anni. Gli Accordi di Abramo firmati nel 2020 hanno formalizzato la normalizzazione con Israele. Ma come confermato da molteplici fonti, la cooperazione tra Abu Dhabi e Tel Aviv era in corso da almeno un decennio prima, alimentata da un nemico comune — l’Iran — e da interessi convergenti in materia di sicurezza, tecnologia e intelligence. Abu Dhabi e Teheran avevano mantenuto per anni un gentlemen’s agreement: non confrontarsi direttamente, basato anche sugli interessi finanziari iraniani a Dubai. Quell’accordo è stato polverizzato il 28 febbraio. Mohammed bin Zayed non è un semplice capo di stato del Golfo. È un architetto regionale che ha proiettato gli Emirati dalla Libia allo Yemen, dal Corno d’Africa ai Balcani, usando Dahlan come operatore e la ricchezza sovrana come leva. Per l’Iran, MBZ e il suo circolo sono i cavalli di Troia della penetrazione israeliana e americana nel mondo arabo. Non semplici alleati: strateghi, pianificatori, facilitatori.

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Il presidente degli Emirati Mohammed bin Zayed Al Nahyan a Mosca (Ansa).

La retorica muscolare di MBZ

La retorica dello stesso MBZ tradisce, sotto la sfida, qualcosa di diverso. La dichiarazione di questi giorni — in cui ha evocato la «pelle spessa e la carne aspra» degli Emirati — è stata accolta con perplessità anche tra gli analisti più benevoli. È una metafora da macelleria, non da statista. È il linguaggio di chi non ha una risposta strategica e ricorre alla retorica muscolare per mascherare l’assenza di opzioni. Gli Emirati non hanno risposto militarmente all’Iran. Non lo faranno, perché come hanno osservato alcuni analisti, non c’è nulla che gli Emirati possano portare alla guerra che americani e israeliani non abbiano già. La loro funzione è un’altra: essere la piattaforma, il portafoglio, il nodo intelligence. E per questo sono il bersaglio principale. Il consigliere presidenziale emiratino Anwar Gargash ha accusato l’Iran di mentire quando dichiara di colpire basi americane: il volume di fuoco, ha detto, «rivela una realtà diversa». Ha ragione, ma non nel senso che intende. L’Iran non sta mentendo sui bersagli: sta ridefinendoli. Per Teheran, «base americana» non è solo una caserma con una bandiera. È Al Dhafra, ma anche Jebel Ali. È il consolato, ma anche il Burj Al Arab. È il radar THAAD, ma anche il flusso finanziario tra Tahnoon e la famiglia Trump. L’intero sistema emiratino, nella visione iraniana, è una base americana. E come tale va colpito.

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Da sinistra l’ex segretario di Stato Usa Mike Pompeo, il consigliere diplomatico emiratino Anwar Gargash, e il ceo dell’Atlantic Council Frederick Kempe (Ansa).

La logica del bersaglio

Quando si analizza la distribuzione del fuoco iraniano, la domanda non è «perché gli Emirati?». La domanda è: «Perché non gli Emirati?». Sono il Paese che ospita la piattaforma ISR (ntelligence, Surveillance, and Reconnaissance) e di strike più avanzata degli Stati Uniti nella regione. Sono il Paese dove la CIA e il Mossad operano con la massima libertà d’azione, e da dove è partita l’intelligence che ha portato all’eliminazione della Guida Suprema. Sono il Paese il cui establishment finanziario ha investito centinaia di milioni direttamente nel patrimonio della famiglia del presidente americano, creando un legame di interessi che rende ogni attacco a Dubai un attacco indiretto alla Casa Bianca. Sono il Paese che ha normalizzato le relazioni con Israele e ha fatto di questa normalizzazione un modello per l’intera regione. Sono il Paese che per decenni ha servito da hub di riciclaggio globale, facilitando anche flussi iraniani, e che ora viene punito per aver messo quell’infrastruttura al servizio del nemico. Il 44,1 per cento del fuoco iraniano non è un’anomalia statistica. È la radiografia perfetta delle priorità strategiche di Teheran. E Mohammed bin Zayed, con la sua retorica sulla «pelle spessa» e la «carne aspra», può parlare quanto vuole da una posizione che non è di forza ma di impotenza. Gli Emirati non possono rispondere militarmente. Possono solo assorbire i colpi e sperare che americani e israeliani finiscano il lavoro. Quella di MBZ non è la voce di un leader che controlla la situazione. È la voce di chi scopre, in tempo reale, il prezzo di essere stati i cavalli di Troia di qualcun altro.

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio

Il giorno dopo l’inizio dei raid sul suolo iraniano, come rivelato dal New York Times, emissari del ministero dell’Intelligence di Teheran avevano cercato un contatto indiretto con la CIA, passando attraverso i servizi di un Paese terzo. Un segnale di disponibilità a discutere una via d’uscita dal conflitto. Apertura poi ritrattata il 5 marzo. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha infatti chiarito a NBC News che l’Iran non ha chiesto un cessate il fuoco: «Non vediamo alcun motivo per cui dovremmo impegnarci di nuovo con coloro che lo hanno fatto, che non sono onesti nei negoziati, e non lo fanno e non entrano nei negoziati in buona fede». La posizione americana era già stata chiarita su Truth Social. Donald Trump aveva scritto che ormai era «troppo tardi» per trattare. E ha aggiunto una frase che dice più di qualsiasi briefing dell’intelligence: «La maggior parte delle persone che avevamo in mente sono morte». Non è retorica. È una descrizione letterale.

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio
Il post di Donald Trump su Truth Social.

La CIA stessa ha fornito a Israele l’intelligence ad alta fedeltà sulla posizione della Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso in un raid insieme ad altri vertici del regime. Tel Aviv ha esortato Washington a proseguire con una campagna progettata per indebolire drasticamente le capacità militari dell’Iran. Tutto chiaro. Ma se elimini gli interlocutori, con chi negozi?

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio
Ali Khamenei (Ansa).

Il rischio dell’annientamento dei vertici

Le guerre di decapitazione – che comportano cioè l’azzeramento dei vertici di un regime – hanno sempre lo stesso problema. Più distruggi la catena di comando (ora tra i possibili successori dell’Ayatollah c’è il figlio 56enne Mojtaba Khamenei) più il potere si ridistribuisce verso il basso, verso chi ha le armi, non verso chi ha l’autorità politica per firmare e far rispettare un accordo. «Vogliamo ripulire tutto», ha ribadito Trump in un’intervista all’Nbc. Aggiungendo di avere in mente nomi per un «buon leader». «Non vogliamo qualcuno che porti avanti la ricostruzione per 10 anni. Abbiamo persone che penso farebbero un buon lavoro». Il tycoon ha quindi paragonato lo scenario iraniano al Venezuela, suggerendo un modello in cui la pressione militare produce un esito politico controllabile. Tanto che ha bocciato l’ipotesi della nomina di Khamenei jr: «Stanno sprecando il loro tempo. Il figlio di Khamenei è un peso piuma. Devo essere coinvolto nella nomina, come nel caso di Delcy (Rodriguez, ndr) in Venezuela», ha dichiarato ad Axios. Ignorando che in Iran non c’è un solo uomo da sostituire, ma un intero apparato. La Repubblica islamica ha infatti catene di comando parallele, istituzioni ideologiche radicate e un apparato di sicurezza progettato per sopravvivere all’azzeramento della leadership ridistribuendo l’autorità verso il basso.

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Mojtaba Khamenei, figlio della Guida suprema uccisa il 28 febbraio (Ansa).

I Pasdaran, lo Stato dentro lo Stato

Si può immaginare il potere iraniano come un sistema a doppia elica. Da un lato c’è la struttura politica formale: presidente, parlamento, leadership religiosa. È la facciata istituzionale, quella con cui l’Occidente ha sempre cercato di negoziare. Dall’altro c’è un apparato parallelo che è il vero scheletro del Paese: i Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran. Non sono soltanto un corpo militare. Sono contemporaneamente esercito, servizio segreto, conglomerato industriale e sistema finanziario. Lo dimostra il fatto che stiano spingendo per la successione forzata del figlio di Khamenei. Le stime occidentali gli attribuiscono il controllo di una quota dell’economia iraniana che va da un terzo a quasi due terzi del Pil. Telecomunicazioni, energia, costruzioni, import-export, cantieristica, finanza. Il loro budget militare, stimato tra 6 e 9 miliardi di dollari, rappresenta circa il 40 per cento della spesa militare ufficiale del Paese. Ecco il punto che cambia tutto. L’Iran di oggi non è quello del 1979. La maggioranza dei giovani iraniani è secolarizzata, distante dall’ideologia religiosa della rivoluzione, connessa al mondo. Chiedono solo la normalità. Ma il sistema costruito dai Pasdaran non si regge sull’ideologia. Si regge sull’organizzazione. Controlla reti di sicurezza, catene logistiche, posti di lavoro, infrastrutture. È un sistema clientelare armato. Cosa succede quando una guerra distrugge la leadership politica — i mullah, i diplomatici, gli interlocutori — ma lascia intatto quest’apparato? Succede che il baricentro del potere si sposta. Non verso una transizione democratica. I giovani iraniani la vorrebbero, ma non hanno gli strumenti per imporla. Il potere si sposta verso chi controlla reti, infrastrutture e uomini armati. Verso i Pasdaran, appunto. L’esito più probabile, se la traiettoria attuale continua, non è un Iran libero. È un Iran più militarizzato, più nazionalista e più imprevedibile. Un regime dove la componente ideologica religiosa cede il passo a un nazionalismo militare che potrebbe rivelarsi ancora più difficile da contenere.

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Maxi manifesti contro Stati Uniti e Israele a Teheran (Ansa).

La vulnerabilità delle monarchie del Golfo e la strategia di Teheran

Dall’altro lato dello Stretto c’è un’altra fragilità che la narrazione ufficiale nasconde con cura. Le monarchie del Golfo possiedono arsenali tecnologicamente avanzatissimi. L’immagine pubblica è quella di potenze invulnerabili. La realtà operativa è diversa. Per ogni dollaro speso dall’Iran in droni, gli Emirati ne hanno spesi tra 20 e 28 per abbatterli. In un solo fine settimana, i costi di intercettazione hanno superato i due miliardi di dollari.

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Immagini satellitari di un attacco in Bahrain (Ansa).

La guerra nello Yemen lo aveva già dimostrato: superiorità tecnologica schiacciante, risultati sul campo modesti. Oggi quella lezione si ripresenta su scala più ampia, con un avversario più sofisticato. La strategia iraniana sfrutta esattamente questa vulnerabilità. Teheran non deve vincere una guerra convenzionale. Deve rendere il conflitto economicamente insostenibile per gli alleati regionali di Washington. Gli Houthi dallo Yemen hanno ripreso le minacce nel Mar Rosso, aprendo un secondo fronte. Non è conquista. È coercizione multilivello: se il prezzo della solidarietà con Washington diventa troppo alto, saranno le monarchie stesse a chiedere che l’escalation si fermi.

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Elicotteri a Doha, Qatar (Ansa).

Le tre variabili da tenere d’occhio

Lo scenario che si sta consolidando non è una guerra lampo né un cessate il fuoco imminente. È qualcosa di più insidioso: un conflitto a bassa intensità e lunga durata, senza un obiettivo politico finale definito. Le variabili da monitorare sono tre. Il canale negoziale Iran-Usa. L’apertura iraniana verso la CIA è stata ritrattata, ma Trump l’ha respinta e Israele preme per continuare. Finché la campagna di decapitazione elimina gli interlocutori potenziali, la finestra diplomatica resta chiusa. E con essa qualsiasi prospettiva di de-escalation controllata. La tenuta delle monarchie del Golfo. I costi di difesa sono nell’ordine dei miliardi a settimana. La strategia iraniana punta a trasformare la solidarietà con Washington da scelta strategica a peso insostenibile. Il giorno in cui Riad o Abu Dhabi decideranno che il prezzo è troppo alto, l’intera architettura della coalizione cambierà. Il futuro del potere in Iran. Se la leadership politica continua a essere eliminata e i Pasdaran consolidano il controllo, l’Occidente si troverà di fronte un interlocutore più opaco, più militarizzato e meno interessato a negoziare. Un Iran dei generali, non dei diplomatici. Le guerre senza strategia non producono ordine. Producono il vuoto. E il vuoto, in Medio Oriente, non resta mai vuoto a lungo.

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Guerra all’Iran: perché l’Europa paga il prezzo più alto

C’è un momento preciso in cui una guerra smette di riguardare solo chi la combatte. Non è quando cadono le bombe. Non è quando si contano i morti. È quando il prezzo del gas europeo esplode del 54 per cento in una seduta. Quando il più grande terminale GNL al mondo viene spento da uno sciame di droni che costa meno di un caccia in manutenzione. Quando un armatore di Rotterdam guarda i premi assicurativi per Hormuz e decide che oggi la sua petroliera non parte. Quel momento è adesso.

Guerra all’Iran: perché l’Europa paga il prezzo più alto
Una nave container nello Stretto di Hormuz (Ansa).

Hormuz: il collo di bottiglia del mondo

Lo Stretto di Hormuz — 33 chilometri nel punto più stretto — è il passaggio attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota cruciale del GNL globale. L’Iran lo ha chiuso il primo marzo. I transiti di petroliere, che fino a quel giorno erano in media 24, sono crollati a quattro. Non serviva una chiusura formale per produrre effetti sui mercati. Ma una chiusura reale li ha moltiplicati. Il Brent è balzato a 82 dollari al barile, con un rialzo del 9 per cento in una singola seduta. Goldman Sachs stima che se i volumi attraverso Hormuz restano ai livelli attuali per altre cinque settimane, il greggio raggiungerà i 100 dollari. UBS non esclude picchi sopra i 120. Barclays si attesta sui 100. Ma il vero detonatore non è il petrolio. È il gas.

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Una nave carica di Gnl del Qatar (Ansa).

Lo shock che l’Europa non si può permettere

Il 2 marzo il Qatar ha chiuso l’impianto di Ras Laffan — il più grande terminale di esportazione di GNL al mondo — dopo un attacco con droni iraniani. Goldman Sachs stima che la chiusura riduca l’offerta globale di GNL del 19 per cento nel breve termine. Il Qatar fornisce tra il 12 e il 14 per cento delle importazioni europee di gas naturale liquefatto. I futures europei del gas, il Dutch TTF, sono esplosi: +54 per cento in una seduta, +76 per cento nell’arco della settimana, superando i 60 euro per megawattora — il livello più alto degli ultimi tre anni. Le riserve di stoccaggio dell’Unione Europea sono sotto il 30 per cento della capacità, al termine della stagione invernale. Se lo Stretto resta chiuso per un mese, Goldman Sachs prevede un raddoppio dei prezzi del gas europeo. Non sono proiezioni accademiche. Sono scenari che i mercati stanno già scontando.

L’effetto della guerra non si ferma alla bolletta

Quando il prezzo dell’energia sale e resta alto, l’effetto non si ferma alla bolletta. Si propaga lungo l’intera catena industriale. Cemento, acciaio, alluminio, chimica di base: settori che divorano energia. Il cemento richiede forni a oltre 1.400 gradi. La chimica di base usa il gas come materia prima, non solo come fonte energetica. Il bitume — le strade che calpestiamo — è un derivato diretto della raffinazione petrolifera. Il rame, termometro dell’economia globale, ha raggiunto quasi 13 mila dollari a tonnellata. Con energia cara, trasporti costosi e tassi d’interesse ancora elevati, i progetti infrastrutturali si rinviano. Non per scelta politica. Per aritmetica. Strade, ferrovie, porti, edilizia: tutto dipende da materiali il cui costo sta salendo rapidamente.

La strategia di logoramento dell’Iran

Per capire perché questo scenario non si risolverà in fretta, bisogna capire cosa vuole l’Iran. Non vincere una guerra convenzionale contro gli Stati Uniti — sarebbe impossibile. L’obiettivo è rendere il conflitto economicamente insostenibile per gli alleati regionali di Washington. Per ogni dollaro speso dall’Iran in droni, gli Emirati ne spendono tra 20 e 28 per abbatterli. In un solo fine settimana, i costi di intercettazione hanno superato i due miliardi di dollari. Gli Houthi dallo Yemen hanno ripreso le minacce nel Mar Rosso, aprendo un secondo fronte sulle rotte globali. Non è conquista. È coercizione economica. E funziona.

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Il lancio di un missile iraniano (Ansa).

Perché l’economia europea è la più vulnerabile

Gli Stati Uniti possono permettersi questa guerra: hanno energia domestica, valuta di riserva, leve che nessun altro possiede. Israele persegue obiettivi securitari propri. L’Iran deve solo reggere abbastanza a lungo. Nel mezzo resta l’Europa. Che non ha deciso questa guerra, non ne controlla l’escalation, non ne definirà la fine. Ma ne paga le conseguenze. Il nostro modello economico dipende da energia importata, rotte commerciali aperte e stabilità nei punti di transito. Tutte e tre sono sotto attacco simultaneo. Le guerre senza un vero obiettivo politico finale non producono ordine. Producono incertezza. E nei mercati globali l’incertezza non è mai neutrale. È un costo. Questa volta il conto sta arrivando a noi.

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?

Nei giorni scorsi Lettera43 ha posto una serie di domande sul viaggio negli Emirati Arabi Uniti del ministro della Difesa Guido Crosetto. Le spiegazioni fornite nelle ultime ore hanno chiarito alcuni passaggi, ma ne hanno aperti altri: soprattutto sul piano dei protocolli istituzionali, del coordinamento tra apparati dello Stato e della natura reale della trasferta.

«Come ministro forse avrò sbagliato»: un’ammissione che pesa

La vicenda di Dubai non è una polemica estiva finita male. Non è un errore di comunicazione. Non è nemmeno soltanto un problema di opportunità politica. È un cortocircuito istituzionale che tocca il cuore della catena di comando della Difesa italiana. Guido Crosetto davanti alle Commissioni riunite ha pronunciato una frase che merita di essere presa sul serio: «Come ministro forse avrò sbagliato». È un’ammissione che pesa più di molte polemiche. Perché se l’errore è stato «da ministro», allora il viaggio non era un fatto privato. Le due dimensioni non sono intercambiabili a seconda della convenienza narrativa.

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?
Guido Crosetto alla Camera (Imagoeconomica).

Chi ha fatto la valutazione del rischio?

Le versioni che si sono succedute nell’arco di 48 ore raccontano una storia che si fatica a tenere insieme. Prima il viaggio esclusivamente privato per riportare in Italia la famiglia. Poi l’emergere di un incontro istituzionale ad Abu Dhabi. Poi la valutazione del rischio «non fatta da solo». Poi l’attacco «non prevedibile». Ogni passaggio apre un nodo ulteriore. Se era solo un viaggio familiare, perché c’era un incontro ufficiale? Se c’era un incontro ufficiale, perché non attivare una missione istituzionale formale, con i protocolli previsti per un ministro della Difesa in un’area sensibile? Se l’attacco non era prevedibile, perché nei giorni precedenti risultavano NOTAM, avvisi e tensioni che perfino il mercato assicurativo aveva già trasformato in premi maggiorati e procedure di cancellazione? E soprattutto: se la valutazione è stata fatta «non da solo», con chi è stata fatta? Con l’AISE, che raccoglie informazioni all’estero? Con il DIS, che coordina e analizza? Con il sottosegretario Alfredo Mantovano, che ha la delega ai Servizi? In ogni caso, la responsabilità politica resta in capo al ministro. E lasciare intendere che l’eventuale sottovalutazione non fosse sua significa, implicitamente, spostare il peso sugli apparati che non possono replicare pubblicamente.

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?
Alfredo Mantovano con Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’incontro con Al Mazrouei, ma l’omologo di Crosetto è Al Martoum

C’è poi il capitolo Abu Dhabi. Il ministero della Difesa degli Emirati ha comunicato l’incontro con Mohammed bin Mubarak bin Fadhel Al Mazrouei che ricopre il ruolo di ministro di Stato per gli Affari della Difesa. Negli Emirati Arabi Uniti il ministro della Difesa è una figura distinta e gerarchicamente superiore (dal 2024 è lo sceicco Hamdan bin Mohammed bin Rashid Al Maktoum).

Il ministro di Stato per gli Affari della Difesa è membro del governo con delega specifica, ma non coincide con il titolare pieno del dicastero: si tratta di una figura assimilabile, per ordinamento comparato, a un ministro senza portafoglio con delega settoriale o a un sottosegretario di rango elevato. Non esercita la funzione di vertice politico-militare nel senso proprio del termine. Assimilarlo all’“omologo” del ministro della Difesa italiano non è tecnicamente corretto. Un ministro della Difesa di un Paese G7 e NATO rappresenta il vertice politico-militare. La simmetria istituzionale negli incontri non è un dettaglio.

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, con il suo omologo emiratino, lo sceicco Hamdan bin Mohammed bin Rashid Al Maktoum, a bordo dell’Amerigo Vespucci, ormeggiato al porto di Abu Dhabi, il 30 dicembre 2024 (Ansa).

L’incontro (privato?) con l’ambasciatore Fanara

Anche il fatto che la comunicazione dell’incontro sia arrivata dal lato emiratino, con un certo ritardo e non con una nota tempestiva del ministero italiano, contribuisce ad alimentare interrogativi sul perimetro reale dell’impegno. Il nodo più delicato, però, riguarda l’ambasciatore italiano ad Abu Dhabi, Lorenzo Fanara. È stato riferito che Crosetto avrebbe cenato con lui venerdì sera. Se questo è avvenuto, la questione non è conviviale ma istituzionale. Un ambasciatore non è un amico che si incontra a titolo personale. È il rappresentante dello Stato italiano nel Paese ospitante. Se incontra il ministro della Difesa, quell’incontro non può essere considerato irrilevante. A questo punto le possibilità sono due. O la Farnesina e gli apparati competenti erano informati della presenza del ministro e quindi il viaggio non era affatto «invisibile», oppure non lo erano, e allora occorre chiedersi come sia possibile che un ambasciatore riceva o frequenti il titolare della Difesa senza informare la propria amministrazione e i vertici politici.

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?
Lorenzo Fanara (Imagoeconomica).

Una questione di fiducia e di responsabilità politica

Esiste una terza ipotesi, ancora più problematica: che vi sia stata una richiesta di mantenere l’incontro fuori dai circuiti informativi ordinari. In ogni caso, la questione non è secondaria. Perché ad Abu Dhabi è presente anche un rappresentante dell’AISE. Se i Servizi sostengono di non essere stati informati, e l’ambasciatore era a conoscenza della presenza del ministro, si crea una frattura difficilmente spiegabile nella catena istituzionale. Il tema, allora, non è solo Dubai. È il principio di comando. Il ministro della Difesa coordina le Forze armate, interagisce con NATO e alleati, riceve analisi di intelligence, prende decisioni in un quadro internazionale che oggi è tra i più instabili degli ultimi decenni. In questo contesto, evocare “deviazioni” dello Stato, suggerire che le valutazioni non fossero proprie, creare un cortocircuito tra Farnesina, Servizi e Palazzo Chigi è un problema strutturale di fiducia. Se un ministro non si fida degli apparati che deve dirigere, o lascia intendere che quegli apparati abbiano sbagliato senza assumersene la responsabilità politica, si pone una questione di coerenza istituzionale. È una richiesta di chiarezza.

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?
GUIDO CROSETTO, MINISTRO DELLA DIFESA

La guida della Difesa nazionale non può poggiare su versioni sovrapposte, gerarchie improprie e responsabilità che si spostano di volta in volta. In un momento di tensione globale, la credibilità del vertice politico-militare è parte integrante della sicurezza del Paese. La responsabilità non si diluisce. Si assume. E se si ammette di aver «forse sbagliato come ministro», allora occorre spiegare fino in fondo dove è stato l’errore, chi ne ha condiviso le valutazioni e quale sia oggi il rapporto di fiducia tra il ministro e gli apparati che coordina. Uno Stato serio non vive di narrazioni. Vive di catene di comando chiare e di responsabilità politiche nette. Quando queste si incrinano, il problema non è mediatico. È istituzionale. Le domande restano quindi sul tavolo. Alcune hanno ricevuto risposte, altre no. Ma soprattutto le spiegazioni finora fornite non hanno chiuso la vicenda: hanno semmai reso più evidente la necessità di chiarire, fino in fondo, la catena delle decisioni e delle responsabilità istituzionali.

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte

«Motivi personali». È la formula con cui il ministro della Difesa Guido Crosetto ha inquadrato il viaggio negli Emirati Arabi Uniti che lo ha visto partire da Roma venerdì, restare bloccato a Dubai nel pieno dell’escalation regionale e rientrare poi in Italia su un velivolo militare, lasciando la famiglia negli Emirati. Ma c’è un problema di fondo che precede ogni dettaglio tecnico: un ministro della Difesa non diventa un privato cittadino per auto-dichiarazione. Non in un’area geopoliticamente sensibile. Non in una settimana in cui la tensione regionale era documentata e mentre altri Paesi aggiornavano i propri avvisi di viaggio raccomandando spostamenti solo per motivi di estrema urgenza o necessità. A Palazzo Chigi, nelle ore di giovedì, si era comunque lavorato a scenari di sicurezza interna e protezione di obiettivi sensibili, come accade in ogni escalation regionale. Ma se davvero esistevano elementi così stringenti da far scattare pianificazioni rafforzate già tra giovedì e venerdì, com’è possibile che il ministro della Difesa fosse in volo ‘per motivi personali’ proprio in quelle ore?

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Gli alert e le segnalazioni sulla regione

Nei giorni precedenti alla partenza di Crosetto, risultavano NOTAM (acronimo che sta per Notice to Airmen, termine con cui si indicano gli avvisi utilizzati dai piloti velivoli per essere aggiornati sulla situazione in cui operano) e segnalazioni operative nella regione, tra restrizioni e attività particolari nello spazio aereo. Parallelamente, diverse ambasciate occidentali avevano invitato i propri cittadini a viaggiare nel Golfo solo se strettamente necessario. Di più: nel mercato assicurativo londinese esiste un termometro ufficiale di settore: la lista delle Listed Areas del Joint War Committee (Lloyd’s/London Market), che identifica zone a rischio aumentato per pericoli di guerra, terrorismo e affini. Quando un’area è listed, il rischio non è un dettaglio: diventa clausola, premio e obbligo di notifica agli underwriter. In parallelo, i P&I Club hanno iniziato a emettere notice of cancellation sulle estensioni war risk con preavvisi minimi (tipicamente 72 ore), segnale che per il settore la regione era già entrata in modalità ‘shock operativo’.

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Esplosione nella zona di Palm Jumeirah a Dubai (Ansa).

Se i «motivi personali» erano così urgenti, andrebbero resi noti

In questo contesto, quali erano i «motivi personali» così urgenti da giustificare la partenza per di più di un ministro proprio in quel momento? Il termine «personale» è una categoria fumosa. Ma per chi guida la Difesa è anche scivolosa, perché può coprire tutto e il contrario di tutto. Se i motivi non erano così urgenti, la scelta di partire appare imprudente. Se invece lo erano, allora dovrebbero essere resi noti. Se perfino a livello politico-istituzionale emergono ricostruzioni secondo cui la presidente del Consiglio sarebbe rimasta sorpresa dall’assenza del ministro in Italia durante il vertice d’urgenza, la questione smette di essere cronaca di viaggio e diventa un problema di Stato. E se il ministro degli Esteri Antonio Tajani è arrivato a dire: «Io personalmente non lo sapevo» riferendosi alla presenza di Crosetto a Dubai, la gravità raddoppia, perché la catena di coordinamento tra Difesa e Farnesina, in una crisi internazionale, non può funzionare a posteriori. Raggiunto telefonicamente a Dubai da Repubblica, Crosetto dopo aver accennato a un «impegno istituzionale ad Abu Dhabi», ha dichiarato: «Io non sono andato di nascosto, ma essendo una questione familiare non ho voluto scorte, né codazzi e ho usato una compagnia aerea civile. Cosa che faccio da tre anni sempre. Anche quando avevo sulla testa una taglia della Wagner. Nulla di segreto. Secondo me è un esempio semmai virtuoso». Virtuoso o meno, sicuramente inopportuno.

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Il ministro della Difesa Guido Crosetto con il ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani durante l’audizione sulla situazione in Iran e Golfo Persico davanti alle Commissioni Esteri e Difesa del Senato e della Camera (Ansa).

Un ministro non è mai solo un italiano in vacanza

Va poi sottolineato che Crosetto (come qualsiasi altro ministro o carica dello Stato) non è mai “un italiano in vacanza”. È il titolare della Difesa di uno dei principali Paesi NATO. Anche quando viaggia per ragioni personali, porta con sé un profilo di rischio nazionale: esposizione informativa, vulnerabilità, ricattabilità, necessità di canali protetti, prassi di coordinamento con sedi diplomatiche e servizi. Quindi nemmeno per “per motivi personali”, il viaggio può essere sottratto alle regole implicite ed esplicite della funzione ricoperta. Stando a quanto rivelato dal direttore di Domani, Emiliano Fittipaldi, Crosetto avrebbe mandato la famiglia a Dubai perché secondo l’entourage del ministro è il posto più sicuro al mondo. Visto che il ministro, ha spiegato Fittipaldi a In Onda, aveva ricevuto minacce ha preferito mandare i suoi cari a Dubai piuttosto che in un altro Paese europeo.

Le domande di Lettera43 al ministro Guido Crosetto

L’organizzazione del viaggio e la valutazione dei rischi

Quali erano i “motivi personali” in modo preciso e verificabile? Perché era necessario partire proprio in quella finestra temporale, verso gli Emirati e con un volo di linea? Esisteva un piano? Volo di ritorno, prenotazioni? Prima della partenza è stata fatta una valutazione di rischio? C’è stato un briefing sicurezza sui NOTAM e sugli alert regionali? È stata coinvolta l’intelligence o la Farnesina nella valutazione preventiva? Se le risposte sono dei no, allora c’è un problema. Se invece sono dei sì viene da pensare che il viaggio non fosse una semplice questione privata ma che magari comprendesse anche attività istituzionali. Delle quali, almeno stando alla reazione ufficiale di Meloni, il governo era all’oscuro.

L’acquisto dei biglietti e il costo del viaggio

Il denaro, in questi casi, non è curiosità morbosa: è prevenzione del conflitto d’interessi e del rischio di condizionamento. Chi e come è stato pagato il biglietto aereo del ministro? (Carta personale, carta di servizio, agenzia…). Chi ha pagato l’hotel Jumeirah Marsa al Arab dove risulta aver pernottato (dove il costo di una camera arriva a oltre 1200 euro a notte) e le spese in loco e con quali strumenti? Sono disponibili ricevute e documenti che dimostrino che non ci sono terzi pagatori né facilitazioni?

Ambasciata e Stato ospitante: era stato informato qualcuno?

L’ambasciata italiana negli Emirati ad Abu Dhabi e il consolato a Dubai erano stati informati dell’arrivo e della presenza del ministro?
Sono state comunicate sede di soggiorno, contatti di emergenza ed eventuali misure di protezione? Lo Stato ospitante è stato informato in modo formale della presenza di un ministro della Repubblica italiana (e della Difesa)?

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Fumo sullo skyline di Dubai (Ansa).

La conference call d’urgenza: la polemica sul device e la necessità di canali protetti

Il dibattito sul “telefono” (in molti hanno notato che nei videocollegamento con Palazzo Chigi appariva la scritta “iPhone di Guido”) è folclore. La domanda seria è un’altra: dove e come si è comunicato in una fase delicata, dall’estero, in un Paese terzo, mentre la regione viveva una crisi militare? Non è un dettaglio: quando parla la Difesa, non parla un cittadino. Parla lo Stato.

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Giorgia Meloni in riunione a Palazzo Chigi con Guido Crosetto in videocollegamento (Ansa).

Da dove si è collegato il ministro? (Hotel, residenza privata, sede diplomatica). Quali canali tecnici sono stati utilizzati? Rete mobile locale, Wi-Fi, VPN istituzionale, sistemi cifrati, satcom. Esistono log e attestazioni tecniche (anche sintetiche senza dettagli operativi) che dimostrino l’uso di canali adeguati? Perché non effettuare il collegamento da una sede protetta (ad esempio il consolato), se la riunione aveva natura d’urgenza?

Il valico omanita: documenti, status, procedura

Il passaggio utilizzato da Crosetto per raggiungere l‘Oman e l’aeroporto di Muscat è il punto che, più di ogni altro, può chiarire se davvero si trattasse di viaggio “privato” o se si sia invece operato con strumenti e corsie ministeriali. Se il viaggio era realmente “personale”, allora il ministro dovrebbe essere entrato negli Emirati Arabi Uniti con passaporto ordinario. Ma se ha utilizzato un passaporto di servizio o diplomatico, allora l’ingresso è avvenuto in qualità titolare di una funzione pubblica, con conseguente attivazione di procedure e status. Non si possono tenere insieme le due cose: non si può dire «ero lì come privato» e allo stesso tempo operare con strumenti e prerogative da carica istituzionale. Dunque: Con quale documento è entrato negli Emirati? Con quale documento è uscito? Con quale documento ha attraversato il valico omanita? È stato accompagnato da personale d’ambasciata o da autorità locali?

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Gli eventuali incontri durante il soggiorno

Il ministro Crosetto durante la sua seppur breve permanenza negli Emirati, ha incontrato rappresentanti di istituzioni finanziarie, banche, private banker, fondi o advisory? Ha incontrato soggetti collegabili, direttamente o indirettamente, al perimetro della Difesa? (Industria, intermediari, consulenti…) Ha svolto incontri anche ad Abu Dhabi e, se sì, con chi e per quale ragione?

La questione “tariffa ospite” e il costo reale dell’operazione

Parlando del volo di rientro in Italia, Crosetto ha sostenuto di aver bonificato «il triplo» della tariffa prevista per gli ospiti dei voli di Stato.   La polemica si è incollata ai numeri (1.500, 5.000 euro) e alla retorica del «pago io».

Ma la domanda che conta davvero è un’altra: qual è il costo reale di mobilitare un jet istituzionale su una missione dedicata? Il 31° Stormo – che gestisce il trasporto di Stato – ha in linea i Gulfstream VC-650A (G650ER). E per circa 13 ore complessive (andata-ritorno su una tratta come Muscat–Italia e rientro del velivolo), il costo operativo reale di un long-range business jet, a valori di mercato, non è né 1.500 né 5.000, na va tra i 95 mila e i 130 mila euro, a seconda di criteri di calcolo (ore di volo, equipaggio, pianificazione, supporto, stand-by, autorizzazioni, sicurezza). Resta un passaggio da spiegare: la tariffa ospite non è il costo della missione. E il bonifico “triplo” può essere un gesto politico, ma non risponde alla domanda sul costo reale dell’operazione.

La polemica serve a poco: occorrono risposte verificabili

Al ministro non si sta chiedendo nulla di straordinario. Si sta chiedendo la chiarezza che dovrebbe valere sempre, a maggior ragione per un ministro della Difesa che si muove in un contesto di crisi: le motivazioni precise del viaggio; la tracciabilità delle spese; l’eventuale coordinamento con l’ambasciata o il consolato, l’uso di canali protetti e verificabili, l’elenco degli incontri, il costo reale dell’operazione. E soprattutto una cosa: se il viaggio era “personale”, allora non può essere coperto da una nebbia di eccezioni, allusioni e risposte “a sentimento”. Perché se era così personale da non essere noto – a sentire alcune dichiarazioni – nemmeno ai vertici del coordinamento politico e diplomatico, allora il problema non è la polemica: è il metodo. Perché in gioco c’è la credibilità delle istituzioni. E la credibilità, in una fase di guerre e crisi, si regge su una cosa sola: risposte verificabili.

Attacco all’Iran: lo shock petrolifero e l’impatto sull’economia europea

Ci sono momenti in cui la geopolitica diventa immediatamente economia. Non tra mesi. Non tra settimane. Subito. La chiusura – anche solo parziale – dello Stretto di Hormuz seguita all’attacco su larga scala lanciato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran (tra le vittime anche la Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei anche se Teheran smentisce) è uno di quelli. Da quel tratto di mare passa circa un quinto del petrolio mondiale e una quota rilevante del gas naturale liquefatto. Quando quel passaggio diventa instabile, il mercato non aspetta di verificare quanti barili mancheranno davvero. Reagisce prima. Prezzi, assicurazioni, noli marittimi, tempi di consegna: tutto si muove all’istante. Ed è esattamente ciò che sta accadendo.

Attacco all’Iran: lo shock petrolifero e l’impatto sull’economia europea
Nella combo, la residenza della Guida Suprema dell’Iran AlÏ Khamenei distrutta negli attacchi israeliani, Teheran, 28 febbraio 2026 (Ansa).

Il costo dell’incertezza sulle assicurazioni

Secondo Reuters, diversi operatori e trader hanno sospeso o rallentato spedizioni di greggio, prodotti raffinati e Gnl attraverso Hormuz dopo i raid statunitensi e israeliani; immagini satellitari mostrano navi ferme nei pressi degli hub del Golfo, mentre alcune metaniere hanno rallentato o modificato rotta. Non serve un blocco totale per generare uno shock: basta l’incertezza. A questo si aggiunge il costo del rischio. Il Financial Times riporta che gli assicuratori marittimi stanno rinegoziando al rialzo le coperture “war risk” e in alcuni casi cancellando polizze. Significa una cosa molto semplice: anche se formalmente il traffico non fosse completamente interrotto, il costo marginale dell’energia salirebbe comunque. E se sale il costo marginale, sale il prezzo finale. Nei giorni precedenti l’escalation, Reuters aveva già segnalato un balzo dei noli petroliferi ai massimi da sei anni, tra charter anticipati e timori di conflitto. Quando il rischio geopolitico incontra una capacità navale limitata, la bolletta si paga due volte: nel prezzo della materia prima e nel costo per trasportarla. Ma Hormuz è solo il primo collo di bottiglia. Il secondo si chiama Bab el-Mandeb, lo stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e quindi al Canale di Suez. Se anche quel passaggio tornasse stabilmente sotto attacco – come già accaduto nel 2024 con il crollo dei flussi energetici nel Mar Rosso documentato dall’EIA statunitense – le rotte verso l’Europa si allungherebbero di settimane passando attorno all’Africa, con un ulteriore aumento dei costi logistici e assicurativi. In quel caso il sistema globale entrerebbe in modalità di stress prolungato.

I tre scenari possibili

Gli scenari possibili sono tre. Il primo è uno shock breve. Il premio al rischio esplode, i prezzi salgono, ma il traffico riprende in tempi relativamente rapidi. Il mercato riassorbe. Restano però assicurazioni più care, scorte ricostituite a prezzi maggiori e un livello strutturale di volatilità più elevato. Il secondo scenario è una disruption di settimane, con traffico a singhiozzo. Qui inizia il problema serio. L’Asia – Cina e Giappone in testa – compete per garantirsi continuità nelle forniture. La Cina assorbe la quasi totalità delle esportazioni iraniane via mare; il Giappone dipende in modo massiccio dal Medio Oriente per alimentare le sue raffinerie. Se questi giganti devono sostituire o garantire volumi, pagheranno il premio necessario. L’Europa diventa price-taker. Energia più cara, Gnl più caro, prodotti raffinati più cari. Il terzo scenario è quello più destabilizzante: un conflitto prolungato. Reuters ha già evidenziato il rischio che un’escalation estesa nel tempo possa trasformare uno shock in un cambio di regime. Se l’orizzonte si allunga, l’energia cara smette di essere un picco e diventa un nuovo equilibrio.

Attacco all’Iran: lo shock petrolifero e l’impatto sull’economia europea
Manifestazione anti Stati Uniti in Iran (Ansa).

Perché l’Europa rischia grosso

Ed è qui che l’Europa si fa male. Gli Stati Uniti dispongono di una significativa produzione domestica di energia. L’Europa no. L’Europa importa, paga in dollari e, se l’euro si indebolisce, paga ancora di più. Ogni aumento del prezzo del petrolio o del gas si traduce in bollette più alte, carburanti più costosi, costi industriali crescenti. Si sente spesso dire che la perdita dei barili iraniani potrebbe essere compensata dall’OPEC. È vero che esiste una certa “spare capacity”, concentrata soprattutto in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Ma trasformare questa possibilità teorica in barili effettivamente consegnati è un’altra questione. La spare capacity non è un interruttore che si accende in 24 ore. Servono decisioni politiche coordinate, tempi tecnici, valutazioni strategiche. Non tutta la capacità inutilizzata è immediatamente attivabile e non tutta è perfettamente sostituibile in termini qualitativi. Le raffinerie non possono cambiare miscela dall’oggi al domani. Ma soprattutto, anche ammesso che si produca di più, resta il problema logistico. Se Hormuz è instabile, il vero collo di bottiglia non è solo quanto si pompa, ma quanto si riesce a spedire e a quale costo. Produzione e trasporto non sono la stessa cosa. In un contesto di rischio militare, assicurazioni e noli possono diventare il limite reale dell’offerta effettiva.

Energia e logistica più care si riflettono sulle materie prime

C’è poi un elemento geopolitico che raramente viene evidenziato: un rialzo strutturale dei prezzi avvantaggia in modo diretto chi esporta fuori dal teatro del conflitto. In questo contesto, la Russia sarebbe tra i principali beneficiari, vedendo aumentare i ricavi senza subire direttamente il rischio logistico del Golfo. Lo shock, inoltre, non si ferma al petrolio. Energia più cara e logistica più costosa si riflettono sui costi delle materie prime industriali. Il rame, essenziale per reti elettriche, trasformatori, data center e infrastrutture digitali, è già sostenuto da una domanda strutturale legata all’elettrificazione e all’intelligenza artificiale. Se a questo si aggiunge un contesto di tensione energetica e shipping più caro, i costi dei grandi progetti industriali salgono ulteriormente. Il risultato è una parola che l’Europa conosce bene: stagflazione. Crescita che rallenta mentre l’inflazione resta elevata. Prezzi dei beni importati in aumento. Potere d’acquisto che si riduce. Investimenti rinviati perché il costo del capitale resta alto in un contesto di incertezza. Industria energivora sotto pressione. Spazio fiscale che si restringe mentre aumentano le richieste di sostegno pubblico.

Attacco all’Iran: lo shock petrolifero e l’impatto sull’economia europea
Un data center (Ansa).

Le conseguenze di una incertezza prolungata

Il tempo è il vero moltiplicatore. Uno shock si assorbe. Un’incertezza prolungata cambia il regime economico. Se l’operazione militare durerà a lungo, come è stato dichiarato, l’Europa non si troverà davanti a una semplice fiammata dei prezzi, ma a un equilibrio più costoso e più instabile. E in questo equilibrio, per un continente strutturalmente importatore di energia e già esposto a tensioni commerciali e industriali, il conto rischia di essere particolarmente pesante. Non è una questione ideologica. È una questione di struttura economica. Quando i grandi choke point globali entrano in crisi, l’Europa paga più di altri. Perché importa energia. Perché compete con giganti asiatici per le stesse molecole. Perché ha meno margini per assorbire shock ripetuti. La domanda ora non è soltanto cosa accadrà nei prossimi giorni. La domanda è quanto a lungo il mondo resterà in questa zona di rischio. Perché se l’incertezza diventa permanente, il conto non sarà una fiammata. Sarà un nuovo equilibrio più costoso. E per l’Europa – e per l’Italia in particolare – sostenerlo sarà molto più difficile.

Trump e il miraggio americano della jobless growth

Nel 1996 Paul Krugman pubblicò su Harvard Business Review un saggio dal titolo tanto semplice quanto rivoluzionario: A Country Is Not a Company. Un Paese non è un’azienda. Dietro quella formula c’era un avvertimento preciso: applicare alla gestione di uno Stato la logica di una corporation porta a errori sistemici. Un’impresa massimizza il profitto, difende quote di mercato, chiude stabilimenti improduttivi. Una nazione no. Una nazione deve massimizzare redditi reali, occupazione diffusa, stabilità sociale e crescita sostenibile nel tempo. Krugman metteva in guardia contro la tentazione di leggere il deficit commerciale come una “perdita” e la bilancia dei pagamenti come un conto economico. In macroeconomia, spiegava, il saldo commerciale riflette equilibri tra risparmio e investimento, non la bravura o l’incapacità di un leader nel negoziare. Eppure, 30 anni dopo, la politica economica di Donald Trump sembra costruita proprio su quella fallacia: trattare gli Stati Uniti come se fossero una società impegnata in una trattativa permanente.

Trump e il miraggio americano della jobless growth
Paul Krugman (Ansa).

Il boomerang dei dazi e lo stop della Camera

I dazi ne sono l’esempio più evidente. Quando si colpiscono a livello tariffario partner come Canada e Messico, non si sta punendo un concorrente esterno, ma si stanno aumentando i costi di una filiera profondamente integrata. L’industria automobilistica, l’energia, la componentistica nordamericana funzionano come un ecosistema unico. Introdurre barriere significa rendere più costosa la produzione interna. Non a caso la questione è diventata così controversa da portare, l’11 febbraio, la Camera dei Rappresentanti a bloccare i dazi al Canada, un gesto politico raro che segnala quanto l’impatto economico sia percepito come problematico anche dentro gli Stati Uniti.

Trump e il miraggio americano della jobless growth
Il Congresso degli Stati Uniti d’America (Ansa).

Gli Stati Uniti nella trappola della jobless growth

Quando i costi salgono e l’incertezza aumenta, le imprese reagiscono in modo prevedibile: rallentano le assunzioni. È qui che si inserisce il secondo grande elemento di questa fase economica, la cosiddetta febbre da investimenti nell’intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti stanno vivendo un’ondata massiccia di CapEx (investimenti in conto capitale per acquistare o mantenere immobili, macchinari ma anche software e brevetti) destinata a data center, semiconduttori, infrastrutture energetiche e reti. JPMorgan stima che la spesa in data center possa aggiungere fino a 20 punti base al Pil, mentre Bridgewater parla di un impatto macroeconomico significativo nel biennio 2026-27. Ma la crescita degli investimenti non coincide automaticamente con la crescita dell’occupazione. Gran parte di questa spesa è capital intensive, non labour intensive. Molti miliardi finiscono in hardware, chip, supply chain globali. Barron’s e analisti di JPMorgan hanno parlato apertamente di un disaccoppiamento tra investimenti e lavoro: CapEx in aumento, assunzioni in rallentamento. È la dinamica della jobless growth, cioè crescita senza occupazione diffusa. Finché la costruzione di data center e infrastrutture procede a ritmo sostenuto, il Pil appare solido. Ma se il mercato del lavoro non accelera, l’economia si regge su una base fragile.

Trump e il miraggio americano della jobless growth
Un’agenzia per il lavoro a Los Angeles (Ansa).

Il mix fatale di lavoro stagnante ed elevato costo della vita

La fragilità diventa evidente guardando le famiglie. Negli Stati Uniti i tassi medi sulle carte di credito si aggirano attorno al 21 per cento. Significa che milioni di famiglie finanziano la spesa quotidiana a costi finanziari estremamente elevati. Se i prezzi dei beni restano alti, anche per effetto dei dazi e delle tensioni commerciali, e le assunzioni non crescono in modo significativo, il reddito reale si erode. Non è necessario che si verifichi una disoccupazione di massa per generare stress economico. È sufficiente una combinazione di lavoro stagnante e costo della vita elevato per comprimere i consumi. Quando i consumi rallentano, le imprese iniziano a tagliare davvero. Ed è qui che si materializza la hard landing. Non come un crollo improvviso e spettacolare, ma come una sequenza progressiva e non lineare. I costi aumentano, le assunzioni si congelano, le famiglie riducono la spesa, il ciclo degli investimenti rallenta, e ciò che sembrava semplice prudenza si trasforma in contrazione occupazionale. La transizione da poche assunzioni a licenziamenti può avvenire in pochi trimestri se la fiducia si incrina. A complicare il quadro contribuisce il contesto geopolitico. Politiche commerciali aggressive, tensioni con alleati storici, frizioni nel Nord America e posture internazionali controverse aumentano il premio di rischio. In un’economia moderna la fiducia è un moltiplicatore potente. Se l’incertezza cresce, gli investimenti diventano più cauti e le decisioni di assunzione più conservative.

Trump e il miraggio americano della jobless growth
Un supermercato a New York (Ansa).

Cosa succede se la spinta si ferma?

Krugman non sosteneva che il commercio fosse irrilevante. Sosteneva che interpretarlo come una gara tra aziende fosse un errore concettuale. Governare una nazione come se fosse un’azienda può produrre politiche che alzano i costi interni, comprimono i redditi reali e aumentano la vulnerabilità sistemica. Oggi gli Stati Uniti non sono formalmente in recessione. Ma mostrano segnali di squilibrio: investimenti concentrati e poco intensivi di lavoro, mercato occupazionale che non accelera, famiglie fortemente indebitate a tassi elevati, politiche tariffarie che aumentano i costi domestici. Questa combinazione può reggere finché la spinta del CapEx sostiene il Pil. Il problema è cosa accade quando quella spinta si attenua. Il rischio ora non è il fallimento in senso contabile. È l’erosione progressiva della base economica e sociale che sostiene la crescita. Quando si governa una nazione come fosse un bilancio aziendale, il pericolo non è perdere una trattativa. È perdere l’equilibrio macroeconomico che tiene insieme un sistema complesso.

Ilva, qualche domanda su spese, rimborsi e sul piano-non piano Flacks

È tutto in una tabella. Date, causali, importi. E poi una cifra che fa scattare la miccia: 49.174.987 euro. Open il 2 febbraio la raccontava così: tra il primo luglio e il 24 dicembre 2025 la gestione commissariale di Ilva avrebbe versato ad ArcelorMittal — mentre è in causa con il gruppo per cifre enormi — quasi 50 milioni di euro per attività di decontaminazione previste dal contratto d’affitto degli impianti (articolo 20.4). A stretto giro è arrivata la smentita dei commissari che ha spento la prima fiamma: non è stata pagata ArcelorMittal, dicono. Il destinatario è Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, cioè la società che oggi gestisce gli impianti. La confusione è nata da un refuso rimasto in un allegato, dove comparirebbe ancora la vecchia denominazione “ArcelorMittal Italia”.

Passi per il refuso, ma quei rimborsi esistono

Fine? No. Perché il punto non è il nome sbagliato. Il punto è che quei pagamenti esistono, sono ricorrenti e si inseriscono in un assetto che assomiglia a un paradosso amministrativo: due amministrazioni straordinarie che si incastrano. Da un lato Ilva, commissariata, che gestisce un conto pubblico destinato a spese ambientali e voci collegate (il “conto speciale 6055”). Dall’altro Acciaierie d’Italia, commissariata, che gestisce gli impianti e riceve rimborsi e sostegni per non fermare tutto. I documenti ufficiali del conto 6055 parlano chiaro. Nel secondo semestre 2022 risultano rimborsi per «decontaminazione» ex art. 20.4 pari a 47.184.785 euro. Nel secondo semestre 2023 la stessa voce vale 39.129.067 euro. Nel secondo semestre 2024 cambia il beneficiario, coerentemente con la nuova gestione, e compaiono «rimborsi ad Acciaierie d’Italia in A.S.» per 33.003.520 euro. Sempre nel 2024 appare un’altra riga che pesa più di molte dichiarazioni pubbliche, perché tradotta in italiano corrente significa: tenere in piedi l’autorizzazione ambientale senza la quale lo stabilimento non può operare. Sono 23.594.600 euro per la garanzia finanziaria legata all’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA).

Ilva, qualche domanda su spese, rimborsi e sul piano-non piano Flacks
L’ex Ilva (Imagoeconomica).

Dove sono finiti esattamente i soldi?

A questo punto però sorgono tre domande. Questi soldi, voce per voce, che cosa hanno pagato? “Decontaminazione” non è una parola magica. Vuol dire cantieri, fornitori, stati di avanzamento, controlli, collaudi, tempi. Vuol dire anche risultati misurabili. Se esiste un elenco dettagliato — e deve esistere — la domanda è semplice: perché non pubblicarlo in modo leggibile, progetto per progetto? In seconda battuta, chi certifica che ogni tranche corrisponda a lavori reali e verificati? Chi valida, con quale procedura e con quali responsabilità? Finché la risposta resta nei circuiti chiusi, ogni cifra diventa opaca, anche quando è formalmente “vincolata”. Infine: che effetto ha prodotto tutto questo sulla crisi complessiva? Perché il conto speciale è un binario; l’altro binario è la sopravvivenza industriale. Nel luglio 2024 il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha annunciato l’ok europeo al prestito ponte da 320 milioni per Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, con tasso annuo 11,6 per cento, presentandolo come un passaggio chiave per la continuità. Eppure a febbraio 2026 si torna a parlare di proroga della cassa integrazione straordinaria fino a 4.450 lavoratori. Se questa è la traiettoria dopo rimborsi, garanzie e prestiti, la domanda non è ideologica, è industriale: dov’è il piano che chiude il cerchio tra produzione, investimenti, ambiente e lavoro? E dov’è scritto con date, soldi e obiettivi verificabili? A rendere tutto più fragile c’è poi lo scontro legale: richiesta di danni da 7 miliardi contro ArcelorMittal e amministratori, e contro-pretesa da 1,8 miliardi contro l’Italia. Cause enormi mentre la gestione quotidiana continua a bruciare cassa.

Ilva, qualche domanda su spese, rimborsi e sul piano-non piano Flacks
Adolfo Urso (Imagoeconomica).

L’Ilva secondo Flacks

Nel frattempo si apre la partita della vendita. Il Mimit ha dato mandato ai commissari di Ilva e di Acciaierie d’Italia di negoziare in esclusiva con Flacks Group, citando anche possibili partenariati industriali. Qui non è una questione di tifoserie. È una questione di numeri, garanzie, scadenze. Ed è qui che l’ultima intervista di Michael Flacks alla Gazzetta del Mezzogiorno diventa utile. Flacks dice di voler cominciare da una produzione di 4 milioni di tonnellate di acciaio per arrivare a 6 milioni, legando tutto alla ripartenza del «secondo forno». Dice di voler «elettrificare due forni in due anni». Parla di «una nuova fonte di approvvigionamento energetico» da costruire a Taranto confrontandosi con il governo. Manca però un vero piano con costi, tempi, permessi, fabbisogni energetici, tappe obbligate. Anche sull’occupazione si limita a snocciolare qualche numero: all’inizio ci saranno 6.500 dipendenti, poi 8 mila e 10 mila. Bene. Ma dove sono le basi? Quali assunzioni, quali profili, quali tempi, quale formazione? Anche qui siamo a semplici slogan, senza un cronoprogramma. Sul rapporto con la città propone un comitato «indipendente» con esponenti politici e la Chiesa; dice che bisogna capire «perché ci si ammala» e garantire che non accada più. Parole che intercettano una ferita reale, ma senza dati, monitoraggi terzi, obiettivi e scadenze restano teatro. E poi ci sono frasi che, in un negoziato di questo livello, non sono folclore: sono un test di credibilità. Evoca i Beatles (Quando visiterò Taranto? «Se ve lo dicessi, succederebbe come quando i Beatles sono andati in America, accolti da folle oceaniche. Quando avrò le chiavi dal governo, verrò in visita») e Dio («Non si tratta di fortuna, è Dio che decide […] voglio solo che tra tutti noi ci sia il dialogo, che siamo tutti amici»). È comunicazione, si dirà. Ma quando i numeri mancano, la comunicazione non basta.

Ilva, qualche domanda su spese, rimborsi e sul piano-non piano Flacks
L’intervista di Michael Flacks alla Gazzetta del Mezzogiorno.

Sui soldi serve chiarezza

Infine, la questione più semplice: i soldi. Flacks afferma che lo Stato non farà parte della società, salvo ipotizzare un piccolo ingresso futuro di partner industriali. Benissimo. Allora la domanda pubblica è aritmetica: quanta equity cash mette il privato, quando, con quali garanzie? E quali obblighi vincolanti accetta su produzione, investimenti, ambiente e occupazione? E cosa succede se non li rispetta? Il refuso ha acceso la miccia. Ma la sostanza resta lì: dal conto 6055 escono decine di milioni da anni; dal bilancio pubblico arrivano prestiti ponte; e intanto la cassa integrazione ritorna. Fino a prova contraria, questa non è strategia: è gestione del tempo. E il modo per smentirlo è uno solo: trasparenza operativa, rendicontazione comprensibile e un piano industriale verificabile mese per mese.

Nomine, chi è la donna in corsa per Leonardo

Sarà una tornata di nomine pesante quella primaverile. Anche per Leonardo, dove ad aprile scade il mandato del presidente Stefano Pontecorvo. E, com’è naturale, è partita la solita girandola di nomi e relativi incastri. Con una possibile sorpresa.

Cossiga jr non dispiacerebbe a Crosetto

Tra i papabili, come riportato dal Fatto Quotidiano, c’è Giuseppe Cossiga, figlio dell’ex presidente della Repubblica. Classe 1963, laureato in Ingegneria aeronautica, Cossiga jr ha dalla sua un cv invidiabile: ex parlamentare di Forza Italia e sottosegretario alla Difesa nel Berlusconi IV, nel 2012 ha aderito a Fratelli d’Italia, suo main sponsor nella corsa alla poltrona. Dal 2017 è direttore delle relazioni istituzionali di Mdba, gruppo missilistico europeo controllato da Airbus, BAE Systems (entrambe con il 37,5 per cento) e la stessa Leonardo (25 per cento) e nel 2022 è subentrato a Guido Crosetto alla guida dell’Aiad, la Federazione aziende italiane per l’Aereospazio, la Difesa e la Sicurezza.

Nomine, chi è la donna in corsa per Leonardo
Giuseppe Cossiga (Imagoeconomica).

I desiderata di Forza Italia

Forza Italia, dal canto suo, spingerebbe per Stefano Cuzzilla, attuale presidente di Trenitalia. Ma le sue chance sono al lumicino, visto che i Berlusconi difficilmente rinunceranno alla presidenza di Paolo Scaroni all’Enel.

Nomine, chi è la donna in corsa per Leonardo
Stefano Cuzzilla (Imagoeconomica).

Della rosa fa parte anche Andrea De Gennaro, capo della Guardia di Finanza in scadenza a maggio. Le sue quotazioni sono in salita, anche se occupare la poltrona che fu del fratello Gianni (presidente di Leonardo dal 2013 al 2020) potrebbe sembrare poco ortodosso. Infine il jolly: il generale Francesco Paolo Figliuolo, ex commissario straordinario alla ricostruzione nei territori colpiti dall’alluvione in Emilia-Romagna, Toscana e Marche.

Nomine, chi è la donna in corsa per Leonardo
Andrea De Gennaro (Imagoeconomica).

Torna a circolare il nome di Belloni

Fin qui i profili noti. Ma Lettera43 conferma che nella corsa alla presidenza del colosso italiano della Difesa c’è anche una donna. E non una qualunque, perché si tratta di Elisabetta Belloni, il cui nome riappare puntualmente ogni volta che spunta una poltrona strategica da assegnare come nel caso di Eni. C’è però un “ma” che non riguarda certo le competenze, semmai la funzione che Belloni andrebbe a ricoprire: Leonardo oggi gioca nel mondo delle guerre, delle fratture geopolitiche, delle tensioni UeUsa e dei dossier Nato. La presidenza non è un ruolo prettamente istituzionale e contro Belloni potrebbero giocare le frizioni che si porta dietro. La sua uscita dal DIS, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, è arrivata in un clima tutt’altro che lineare, con retroscena di attriti nel perimetro di Palazzo Chigi. E il passaggio a Bruxelles nello staff di Ursula von der Leyen si è chiuso dopo appena sei mesi, senza che restasse l’immagine di un addio “sereno”. In altre parole Belloni non è una figura neutra, ma porta con sé un carico politico già acceso, e in questo momento storico è un lusso che Leonardo non può permettersi. Perciò la domanda non è se Belloni “meriti” la poltrona. La domanda è se davvero “serva”.

Nomine, chi è la donna in corsa per Leonardo
Elisabetta Belloni con l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone (Imagoeconomica).

Sanità militare, tutte le ombre della riforma

Non è una riforma sanitaria. È un riordino di potere. Il governo la presenta come una modernizzazione interforze, una razionalizzazione necessaria, persino come un contributo alla sanità pubblica. Ma leggendo lo schema di decreto e i documenti interni alle Forze Armate, emerge un quadro molto diverso: la nascita di un Corpo sanitario autonomo, con una propria catena di comando, vertici dedicati e canali economici separati. Di fatto, una quinta Forza Armata sanitaria. Non è una definizione polemica, ma il modo in cui la riforma presentata il 21 novembre con un decreto legislativo viene descritta da sindacati e osservatori qualificati, quando si prende atto che il futuro assetto sanitario militare dipenderà direttamente dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, svuotando le sanità di Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri della loro autonomia funzionale.

Sanità militare, tutte le ombre della riforma
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Si scrive modello interforze, si legge corpo unico

Un modello interforze coordina, armonizza, mette in rete strutture che restano all’interno delle rispettive Forze Armate. Un corpo unico, invece, assorbe personale, carriere, progressioni, identità. Ed è esattamente questo il nodo sollevato da USMIA Interforze (l’unione sindacale militare Interforze associati) e SAM (il sindacato autonomo dei militari) che hanno contestato sia il metodo sia lo schema di decreto, denunciando l’assenza di un confronto reale e la mancanza di chiarimenti su criteri di transito, effetti economici e trattamento previdenziale del personale sanitario. Alle stesse criticità si è aggiunta USIC/ USICC, che rappresenta il mondo dell’Arma dei Carabinieri, evidenziando il rischio concreto di una perdita dell’identità ordinamentale e dello status per il personale entrato nell’Arma tramite concorso. È, nei fatti, un trasferimento ordinamentale mascherato da coordinamento. Ed è qui che nasce il primo problema giuridico serio: una delega pensata per razionalizzare lo strumento militare può spingersi fino a creare un corpo autonomo con una propria catena di comando, assimilabile a una nuova Forza Armata? 

La riforma promette risparmi ma crea nuove gerarchie

Il governo parla di efficienza e di invarianza di spesa. Ma i numeri raccontano un’altra storia. Secondo le ricostruzioni basate sulle tabelle allegate allo schema, il ruolo normale degli ufficiali della sanità militare arriverebbe a 1.443 unità, contro le 1.008 attuali dei ruoli normali dei corpi sanitari di Esercito, Marina e Aeronautica: un aumento di 435 ufficiali. Non solo. Crescono anche i gradi apicali: cinque brigadieri generali e 25 colonnelli in più. Quando una riforma che promette risparmi produce una nuova piramide gerarchica, il punto non è quanto costerà. Il punto è perché serve. Se l’obiettivo fosse davvero sanitario, non si partirebbe dall’alto.

Sanità militare, tutte le ombre della riforma
Il policlinico militare del Celio (Imagoeconomica).

Il vertice blindato per due anni con richiamo in servizio

C’è poi una disposizione che chiarisce il metodo seguito dal legislatore delegato. L’articolo 3, comma 1, lettera d dello schema prevede che il comandante del nuovo Corpo sanitario rimanga in carica per almeno due anni e che, qualora raggiunga il limite di età, venga richiamato in servizio dall’autorità fino al termine del secondo anno di mandato. È una clausola eccezionale, che non risponde a esigenze organizzative ordinarie ma serve a blindare il vertice, anche in barba all’anagrafe. Ed è legittimo chiedersi se questa previsione non delinei, di fatto, una figura già individuata: il generale di Corpo d’armata Carlo Catalano, che – secondo quanto risulta – maturerebbe il pensionamento il 28 agosto 2026. È solo un dubbio che però una riforma trasparente dovrebbe evitare di generare.

Sanità militare, tutte le ombre della riforma
Il generale Carlo Catalano (Imagoeconomica).

I conti dell’operazione

Per comprendere davvero la riforma bisogna seguire i flussi finanziari. La Corte dei Conti ha quantificato la spesa sanitaria a carico del ministero della Difesa, per il 2018, in 367.818.354 euro. Una cifra coerente con le stime che collocano il costo annuo della sanità militare tra 340 e 370 milioni di euro. Oggi, dunque, la sanità militare è finanziata dal bilancio della Difesa. Il progetto che emerge dal decreto, però, va oltre e prevede ristrutturazione di strutture, il loro accreditamento, l’apertura all’utenza civile intercettando flussi del Servizio Sanitario Nazionale. Non per rafforzarlo dall’interno, ma per costruire un canale parallelo.

Il ruolo di Difesa Servizi spa

Nel documento circolato tra i Carabinieri compare una previsione che non dovrebbe comparire in una riforma sanitaria se l’obiettivo fosse esclusivamente assistenziale: la possibilità di attivare sinergie con operatori pubblici e privati del settore sanitario «anche per il tramite di Difesa Servizi spa». Qui il punto è strutturale. Difesa Servizi è uno strumento di valorizzazione economica del perimetro Difesa. Inserirlo esplicitamente nel decreto significa trasformare la sanità in asset, non in servizio. Il meccanismo è evidente: oggi lo Stato finanzia la sanità militare con risorse della Difesa, domani, attraverso accreditamenti e convenzioni, fondi del SSN possono affluire in un perimetro con governance militare ed economica separata. In un Sistema Sanitario Nazionale già sottofinanziato, questo non è integrazione: è spostamento di risorse.

Sanità militare, tutte le ombre della riforma
Il logo di Difesa Servizi.

A rischio l’identità professionale dell’Arma

Il fronte più esplosivo è quello dell’Arma dei Carabinieri. Qui la riforma non incide solo sull’organizzazione, ma sull’identità professionale costruita tramite concorso, ordinamento e carriera. Nei documenti interni la posizione è netta: interforze sì, ma ognuno deve restare nella propria Forza Armata, conservando uniforme, status, trattamento economico e previdenziale. Il transito forzato in un Corpo unico non significa solo cambiare comando: significa modificare il regime pensionistico, le indennità e le prospettive di fine carriera. È una perdita secca di diritti acquisiti, non una riorganizzazione neutra.

Sanità militare, tutte le ombre della riforma
Berretti dell’Arma dei Carabinieri (Imagoeconomica).

Mancano accordi chiari con le Regioni

Il governo promette di aiutare i cittadini e ridurre le liste d’attesa utilizzando la sanità militare. Ma, allo stato degli atti, non esiste alcun piano pubblico verificabile che spieghi come questa promessa dovrebbe tradursi in prestazioni reali. Non sono stati indicati il numero degli specialisti effettivamente impiegabili, il monte ore trasferibile senza compromettere la sanità operativa delle Forze Armate, le discipline coinvolte, le strutture interessate né i volumi misurabili di prestazioni aggiuntive in grado di incidere concretamente sulle liste d’attesa. Mancano, soprattutto, accordi chiari con le Regioni e un modello di integrazione con i sistemi di prenotazione e con la programmazione sanitaria territoriale. Senza numeri, senza programmazione e senza un impianto operativo trasparente, la promessa resta uno slogan. E quando una riforma sanitaria prende forma aumentando i vertici, blindando il comando e introducendo nel testo strumenti economici come Difesa Servizi spa, lo slogan smette di essere credibile.

L’obiettivo non è curare i cittadini, ma concentrare comando e flussi

Insomma, questa riforma ha un problema di sostanza. Crea un Corpo autonomo sotto comando centrale, amplia le gerarchie, introduce deroghe sul vertice, apre a sinergie pubblico-private tramite una società economica della Difesa e promette aiuto al Servizio Sanitario Nazionale senza un piano verificabile. Non è una riforma per curare i cittadini. È una riforma per concentrare comando e flussi, spostando pezzi di sanità pubblica in un recinto militare-economico. Nella prossima puntata dell’inchiesta entreremo nel dettaglio di ciò che questa riforma significa per l’Arma dei Carabinieri: concorsi, status giuridico, trattamento pensionistico e perché, per l’Arma, questa non è una riorganizzazione ma un esproprio.

Davos, le minacce di Trump e la vera partita dell’Europa

Il forum di Davos, che ha aperto i battenti lunedì 19 gennaio e li chiuderà il 23, ha come tema ufficiale A Spirit of Dialogue. Il problema è che il dialogo quest’anno entra in sala con un’arma puntata sul tavolo: la coercizione economica. Donald Trump ha minacciato di applicare dazi del 10 per cento ai Paesi che intendono difendere la Groenlandia dalle mire americane (Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Finlandia). Il presidente Usa, ancora una volta, tratta una questione di sovranità territoriale alla stregua di un’operazione di mercato.

Davos, le minacce di Trump e la vera partita dell’Europa
Donald Trump (Ansa).

Il bazooka europeo contro le pressioni economiche

A preoccupare, oltre alla sovranità groenlandese e alle ripercussioni che avrebbe una possibile annessione sulla tenuta della Nato, è il precedente che verrebbe a crearsi. Se passa l’idea che un alleato possa usare il commercio come clava per ottenere concessioni territoriali o politiche, allora il problema non è l’Artico: è il metodo. È la normalizzazione del ricatto. In teoria l’Europa avrebbe già da tempo dovuto vaccinarsi contro questa logica. In pratica lo sta facendo adesso, perché dal 2023 esiste uno strumento fatto apposta per rompere il meccanismo del ricatto: l’Anti-Coercion Instrument (ACI), il cosiddetto bazooka. È un regolamento UE (Reg. 2023/2675) entrato in vigore il 27 dicembre 2023, pensato per proteggere l’Unione e gli Stati membri da pressioni economiche che mirano a forzare scelte sovrane, attraverso minacce o misure su commercio e investimenti. Che oggi a Bruxelles se ne parli come possibile risposta alla mossa di Trump è una forma elementare di autodifesa. Altro che escalation.  

Davos, le minacce di Trump e la vera partita dell’Europa
Ursula von der Leyen (Ansa).

La narrazione trumpiana sulla debolezza dell’Europa

Il bisogno di sicurezza con cui Trump giustifica le mire sull’isola artica è solo un alibi. Gli Stati Uniti in Groenlandia ci sono da decenni, con una presenza militare permanente e una base – la Pituffik Space Base – che è un nodo strategico per missile warning, missile defense e sorveglianza spaziale. E soprattutto tra Stati Uniti e Danimarca nel 1951 è stato siglato un accordo di Difesa che consente la costruzione di infrastrutture militari in Groenlandia per la difesa dell’area Nato. A cui vanno aggiunte le intese successive, come l’accordo del 2004 che integra e aggiorna il quadro. Per questo la Groenlandia, così come viene agitata oggi, è un simbolo di potere, di prestigio, di ownership.

Davos, le minacce di Trump e la vera partita dell’Europa
Una bandiera danese in Groenlandia (foto Ansa).

E Davos diventa il palcoscenico perfetto: molto rumore, tanta teatralità, una parola-chiave per spostare l’attenzione. Il rumore serve anche a comprimere tutto il resto dell’agenda dentro una narrazione unica: l’America è forte, l’Europa è debole. Mentre si parla di Groenlandia, si possono così lasciare ai margini dossier più scomodi o più divisivi: il rapporto con l’Ucraina, la crisi mediorientale, la gestione del Venezuela, e – soprattutto – le contraddizioni interne americane che la narrazione trumpiana cerca di coprire. Qui entra in gioco la seconda partita, quella culturale, che in Italia trova sempre un pubblico pronto: la tesi secondo cui l’Europa tende a mitizzare la propria superiorità, mentre l’America sarebbe la prova che contano solo crescita e durezza. È un frame comodo, perché maschera da realismo una mera ideologia: la riduzione del benessere a Pil e della politica a rapporto di forza. C’è poi un punto che riguarda noi direttamente, e che rende grottesca l’amata retorica dell’Europa debole. Gli Stati Uniti hanno da decenni una rete di basi e installazioni nel Vecchio Continente, Italia compresa. Eppure nessuno sano di mente sosterrebbe che quelle basi (sette sul nostro territorio nazionale) implicano la “proprietà” del territorio. Il Congressional Research Service, ad esempio, descrive il ruolo di siti come Sigonella e l’homeporting della Sesta Flotta nell’area di Gaeta/Napoli, insieme al quadro più ampio della presenza Usa in Italia e in Europa. È un esempio utile perché traccia la linea rossa: cooperare non significa essere disponibili al ricatto. Oggi tocca alla Groenlandia, domani potrebbe toccare a noi. Ogni Paese europeo rischia di diventare negoziabile come una voce di bilancio.

Davos, le minacce di Trump e la vera partita dell’Europa
Donald Trump e JD Vance (Ansa).

Quanto vale davvero la sovranità europea?

Ecco perché Davos, per l’Europa, non può essere foto di rito e diplomazia “morbida” che spera di evitare lo scontro cedendo un pezzo alla volta. Davos dovrebbe essere il luogo in cui l’Ue dice una cosa semplice: la Groenlandia è un dossier che si gestisce entro i confini della Nato e del diritto internazionale. E se la minaccia tariffaria viene usata per forzare una scelta sovrana, allora l’Ue invece di fare la parte dell’offesa deve usare gli strumenti che ha a disposizione, a partire dall’ACI, nato proprio per impedire che la coercizione diventi prassi. Ma Davos dovrebbe essere anche l’occasione per ribaltare la narrazione dell’Europa irrilevante. L’Unione è una potenza di mercato e regolatoria, e deve comportarsi come tale. Accesso al mercato unico, servizi, appalti, supply chain sono le leve che contano davvero, soprattutto quando l’altra parte pensa di poter trasformare la politica in un’asta con tariffario. E mentre difende la sovranità, l’Europa deve difendere anche ciò che la rende forte: un modello sociale che riduce la caduta, trasforma ricchezza in protezione, rende la società meno fragile e quindi meno manipolabile. Dentro questo quadro, l’Italia ha una responsabilità doppia. Da un lato perché è una frontiera strategica (Mediterraneo, sicurezza, energia, migrazioni), dall’altro perché è il Paese che più rischia quando scambia la postura sovranista per sovranità reale. L’Italia se si isola diventa un bersaglio. Se resta all’interno dell’Europa è una gamba di un blocco che può negoziare da pari. La vera domanda che Davos pone non è come evitare l’ennesima crisi con Trump. È: quanto vale la sovranità europea, se basta una minaccia di dazi per metterla all’asta? Se questa chiarezza manca, Davos smette di essere un forum e diventa un banco di prova della resa. La scenografia perfetta in cui il rumore copre la sostanza e la sovranità europea viene trattata come una variabile di prezzo. E a quel punto non stiamo più discutendo di Groenlandia: stiamo accettando che Davos diventi una borsa valori del diritto internazionale.

Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo

C’è un dato che andrebbe scolpito all’ingresso di Palazzo Chigi, prima ancora di qualsiasi discussione su Mercosur, agricoltura, Francia o sovranismo d’accatto: l’Italia vive di export. E oggi l’export italiano è sotto pressione come non lo era da anni. Gli Stati Uniti, dopo il ritorno di una politica commerciale schizofrenica fatta di dazi annunciati, ritirati, rimessi e ricalibrati – inclusi quelli su settori sensibili come la farmaceutica – non sono più il mercato affidabile e lineare che erano. L’Europa cresce poco, la domanda interna ristagna e la produzione industriale italiana è in calo da oltre un anno, con una dinamica negativa quasi continua nel 2024 e nel 2025. In questo contesto, il Pil italiano viaggia su una previsione di crescita attorno allo 0,4 per cento: una cifra che non consente né illusioni né sprechi di opportunità. È dentro questo quadro che va letto l’accordo Ue–Mercosur, negoziato per oltre 20 anni e diventato oggi una cartina di tornasole della capacità europea – e italiana – di scegliere se stare nel mondo o chiudersi per paura. Non come una bandiera ideologica, ma come uno strumento economico.

Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo
La protesta degli agricoltori francesi contro l’accordo Ue-Mercosur (Ansa).

Tra Ue e Mercosur c’è una relazione complementare, non una sovrapposizione distruttiva

Il Mercosur – composto da Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay – significa oltre 260 milioni di consumatori, una classe media in crescita (soprattutto in Brasile) e una domanda strutturale proprio dei prodotti di punta del sistema industriale italiano: macchinari, automazione, tecnologia, chimica e farmaceutica, automotive, beni industriali complessi e agroalimentare di qualità. I numeri sono chiari. Oggi l’Unione Europea esporta verso il Mercosur circa 55 miliardi di euro l’anno e ne importa poco più di 56. Ma conta la composizione, non solo il saldo. Quasi il 90 per cento dell’export europeo verso il Mercosur è composto da manifattura: macchinari, veicoli, prodotti chimici e farmaceutici. Al contrario, oltre il 70 per cento delle importazioni dal Mercosur sono materie prime e prodotti agricoli: soia, mangimi, zucchero, carne, minerali, energia. È una relazione complementare, non una sovrapposizione distruttiva.

Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo
Ursula von der Leyen (Ansa).

Per il nostro Paese il Mercosur è solo un’opportunità di crescita

Per l’Italia, il Mercosur vale oggi circa 7–8 miliardi di export annuo. Non una cifra enorme, ed è proprio questo il punto: c’è spazio per crescere. L’eliminazione progressiva dei dazi – che oggi arrivano fino al 35 per cento su auto e componentistica, intorno al 20 per cento sui macchinari e penalizzano pesantemente vino, farmaceutica e agroalimentare trasformato – aprirebbe un mercato che oggi è artificialmente chiuso proprio ai nostri prodotti di eccellenza. Le stime più prudenti indicano che, a regime, l’export italiano verso il Brasile potrebbe crescere del 35–40 per cento nel prossimo decennio. Parliamo di 3–4 miliardi di euro aggiuntivi di vendite estere, in una fase storica in cui ogni punto di export conta.

Perché bloccare o rinviare l’accordo equivale a colpire l’Italia due volte

Ma c’è un secondo livello, che a Roma fanno finta di non vedere: la Germania. Berlino spinge sull’accordo Mercosur per un motivo banale quanto decisivo: la sua industria ha bisogno di mercati di sbocco. Se l’export tedesco cresce verso il Sud America, cresce anche la domanda tedesca di componenti, semilavorati e subfornitura italiana. È la solita, solida simbiosi industriale italo-tedesca. Bloccare o rinviare l’accordo con il Mercosur significa colpire l’Italia due volte: direttamente sul nostro export extra-UE e indirettamente sulle filiere europee. Il tema agricolo, agitato come uno spauracchio, è quello su cui la propaganda supera sistematicamente la realtà. L’accordo non apre le porte senza limiti: prevede quote, dazi residui, clausole di salvaguardia e meccanismi di sospensione in caso di squilibri di mercato. Inoltre, il modello agricolo francese – estensivo, iper-sussidiato, orientato ai volumi – non è il modello italiano. Per molte filiere nazionali, a partire dal vino, il Mercosur è un’opportunità commerciale, non una minaccia. Persino nella zootecnia esiste un effetto positivo: mangimi a costi più bassi significano filiere più competitive.

Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo
Giorgia Meloni e Friedrich Merz (Imagoeconomica).

FdI non riesce a esprimere una linea chiara

Sul Pil nessuno promette miracoli. L’impatto stimato dell’accordo Ue–Mercosur per l’Italia è limitato ma positivo: qualche decimale in più. Ma in un Paese che cresce dello 0,4 per cento, ogni decimale conta, soprattutto se arriva da export e industria, non da debito e bonus. Ed è qui che emerge l’inadeguatezza politica di Fratelli d’Italia, incarnata dal capodelegazione al Parlamento europeo Carlo Fidanza. La sua linea sul Mercosur è un esercizio di confusione permanente: un giorno l’accordo è pericoloso per l’agricoltura, il giorno dopo «un rinvio non sarebbe un dramma», quello successivo si parla di vigilanza e garanzie senza mai arrivare a una posizione chiara.

Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo
Carlo Fidanza (Imagoeconomica).

Nel frattempo Giorgia Meloni balla sul palco di Atreju, letteralmente. Balla mentre la produzione industriale cala, mentre l’export rallenta, mentre l’Italia fatica a crescere. La politica economica diventa così uno spettacolo grottesco, condito da una retorica dell’odio permanente: contro l’Europa, contro i partner commerciali, contro chiunque non rientri nel perimetro del nemico del giorno. In questo quadro surreale l’unico a far trapelare un barlume di buonsenso è paradossalmente il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Quello con «il Mercosur è un buon accordo, può diventare ottimo se dopo 25 anni si riesce a fare un passo definitivo sulla reciprocità», ha dichiarato. «Quello che viene imposto ai nostri produttori europei, che a nostro avviso è corretto, deve essere anche garantito sui prodotti che arrivano. Riteniamo che questo passo in avanti si possa fare». Parole che sembrano provenire da un altro partito. Lollobrigida dice una cosa banalmente vera: gli accordi si migliorano, non si affossano.

Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo
Francesco Lollobrigida (Imagoeconomica).

Mentre lui ammette che l’impianto dell’accordo è valido, il suo stesso partito continua però a sabotarlo a colpa di ambiguità e dichiarazioni contraddittorie. Dopo oltre 20 anni di negoziati, proseguire a parlare di rinvii sull’accordo Mercosur non è difesa dell’interesse nazionale: è un atto di autolesionismo. In un momento di produzione industriale in calo, export sotto pressione e crescita anemica, l’accordo farebbe bene all’Italia. Non firmarlo – o tenerlo ostaggio di slogan e paure – significa scegliere l’isolamento mentre il mondo si muove. E il prezzo, come sempre, lo pagheranno le imprese. Non chi balla sui palchi.

La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto

La Juventus non la si perde solo in campo. La si perde soprattutto quando il club smette di essere un progetto e diventa una pratica amministrativa: un faldone con la scritta “contenimento”, una riga di bilancio da raddrizzare, un marchio da non far sfigurare. È per questo che l’ultima puntata della saga ExorTether è più importante di qualunque conferenza stampa: perché mette a nudo una domanda semplice, brutale, da tifoso prima ancora che da analista: dove stiamo andando?

La valutazione complessiva della Juventus è poco sopra il miliardo

Il fatto nuovo è l’offerta. Tether ha presentato una proposta per comprare cash il 65,4 per cento della Juventus detenuto da Exor e poi lanciare un’Offerta pubblica di acquisto (Opa) sul resto, allo stesso prezzo. Che, secondo Reuters, è 2,66 euro per azione, con un premio di circa il 21 per cento sulla chiusura precedente (2,19 euro). La valutazione complessiva della Juventus è poco sopra il miliardo. E qui arriviamo al primo punto da chiarire bene, senza parlare ai commercialisti (promesso): quanto entrerebbe a Exor?

La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto
La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto
La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto
La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto
La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto
La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto
La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto

Se la Juve vale poco sopra 1,1 miliardi di capitalizzazione (equity value) e Exor ne possiede il 65,4 per cento, l’incasso teorico sarebbe di circa 720 milioni di euro (1,1 × 0,654). Non «un miliardo». Un numero enorme lo stesso, ma va detto bene: l’offerta è sul capitale, non sull’azienda “al netto dei debiti”. Il debito — e ogni altra passività — resta nella società; Exor incassa vendendo le proprie azioni.

Elkann non ha risposto con un piano, una visione, una roadmap…

Secondo punto. Tether non si è limitata al prezzo. Ha aggiunto una promessa che, da sola, spiega perché questa vicenda non è folklore da social, ma materia industriale: un impegno a investire 1 miliardo di euro nello sviluppo del club, qualora l’operazione andasse in porto. A quel punto, la risposta di Exor è stata: no. «Nessuna intenzione di vendere». E fin qui, in astratto, è legittimo. Il problema è come lo racconti. Perché John Elkann non ha risposto con un piano, una visione, una roadmap. Ha risposto con un video “valoriale”: «storia e valori non sono in vendita», «famiglia bianconera di milioni di tifosi», «costruire un futuro vincente». Valori che evidentemente non valgono per la svendita dei giornali di proprietà, come hanno sottolineato i giornalisti de La Stampa.

Se rifiuti un’offerta rilevante, devi spiegarlo agli azionisti

Qui scatta anche un altro tipo di ironia amara. Nel video molti hanno notato la lettura dal gobbo. E la battuta da social, inevitabile, diventa politica: un gobbo vero non legge dal gobbo. Il problema non è leggere: è dover leggere la passione. Perché la passione, quando c’è, non ha bisogno di sottotitoli. La questione non è solo l’estetica. È di sostanza. Exor è una società quotata. E se rifiuti un’offerta rilevante, con premio di mercato, non puoi cavartela solo con l’album di famiglia. Devi spiegare perché convenga agli azionisti — anche di Exor — continuare così. Reuters ricorda un dato che pesa come un macigno: in sette anni gli investitori, guidati da Exor, hanno immesso circa 1 miliardo di euro nella Juventus. E il club non fa utile da quasi un decennio.

Exor sta razionalizzando gli asset italiani, e la contraddizione è evidente

Terzo punto. Questa storia si incastra in un contesto che rende il “no” ancora più sensibile. Exor sta razionalizzando gli asset italiani: vendita di Iveco, colloqui per cedere le attività news (giornali e radio) a un gruppo greco. Quindi: si snellisce l’Italia, ma la Juve viene difesa con la retorica della “tradizione”. È una contraddizione narrativa perfetta. E un tifoso ragiona così: se davvero non vendi, allora investi e guida. Se non guidi, allora perché non vendi?

La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto
La sala riunioni del cda della Juventus (Imagoeconomica).

Ed eccoci al punto centrale: visione contro contenimento. Tether non propone “l’ennesimo sponsor”. Mette sul piatto un cambio di scala: compra, paga un premio, e promette capitale industriale. Exor risponde: no, valori.

Il simbolo operativo di questa stagione di contenimento: Damien Comolli

Ma il tifoso, in fondo, chiede una cosa molto concreta: con quale modello competitivo la squadra può tornare credibile in Europa? Ed ecco il simbolo operativo di questa stagione: Damien Comolli. Tony Damascelli, su Il Giornale, ha parlato di caos «in campo e in società» e di una governance che pesa più delle scelte tecniche. Si può essere d’accordo o no. Ma la domanda resta inevasa: qual è il progetto? Perché se il progetto è “player trading + contenimento + comunicati valoriali”, la Juve rischia di diventare un hotel di lusso solo nella targhetta: suite vendute come prestigio, gestione da residence e la reception che ti ricorda una cosa sola, con gentilezza burocratica: l’importante è rispettare il regolamento. Cioè non vincere.

La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto
La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto
La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto
La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto
La Juve “non in vendita”, la retorica vuota di Elkann e l’assenza di un progetto

Se invece vuoi essere un brand globalePremier League docet — devi investire in ecosistema: sport, academy, infrastrutture, media, piattaforme digitali. E questo, senza capitali e senza visione, semplicemente non succede. Perché il punto, ormai, è quasi imbarazzante nella sua semplicità. Se rifiuti un’offerta con premio di mercato, se non presenti un piano industriale, se governi un club globale con comunicati valoriali e dirigenti da contenimento, allora non stai difendendo la Juventus: la stai imbalsamando, trasformandola in un reperto di prestigio buono solo per raccontare il passato.

Serve qualcuno che smetta di leggere dal gobbo e parli da leader

Il calcio internazionale non aspetta chi ha paura di perdere il controllo. Lo supera. E a quel punto la scelta diventa netta anche per i tifosi: continuare a vivere di una grande insegna spenta o accettare il rischio di un progetto che prova a riaccenderla davvero. Perché nel calcio moderno non vince chi “non vende”. Vince chi investe, decide e si assume la responsabilità di guidare. La Juventus può ancora scegliere. Ma deve farlo da adulta, non da erede impaurita. I tifosi chiedono qualcuno che smetta di leggere dal gobbo e cominci a parlare da leader.