Perché la distruzione di infrastrutture e centrali elettriche in Iran può essere un crimine di guerra

Il tempo stringe: Donald Trump ha fissato alle 20 ora di New York (le 2 in Italia) di martedì 7 aprile (sarà già mercoledì da noi) la nuova scadenza entro la quale l’Iran dovrà raggiungere un accordo e riaprire lo Stretto di Hormuz. Altrimenti, ha spiegato, gli Stati Uniti faranno «saltare in aria» tutti i ponti e le centrali elettriche del Paese. Un evento bellico che costituirebbe un crimine di guerra, anche se al tycoon, parole sue, «non interessa per niente».

L’avvertimento dell’IDF: «Non prendete treni»

In previsione di attacchi su larga scala, l’esercito israeliano ha avvisato tutti i cittadini iraniani di non viaggiare in treno fino alle 21 (ora della Repubblica Islamica). Inoltre un funzionario iraniano, identificato dalla tv di Stato come segretario del Consiglio Supremo della Gioventù e degli Adolescenti, ha invitato «tutti i giovani, gli atleti, gli artisti, gli studenti, gli universitari e i professori» a «formare catene umane» attorno alle centrali elettriche, «a prescindere da qualsiasi opinione politica, in quanto appartengono al futuro dell’Iran e alla gioventù iraniana».

Cosa dice la Convenzione di Ginevra

Gli oggetti indispensabili alla sopravvivenza di una popolazione, ad esempio gli impianti di depurazione delle acque, sono vietati come obiettivi militari dalle Convenzione di Ginevra. Un’infrastruttura civile come una ferrovia potrebbe essere considerata un obiettivo legittimo se avesse una duplice utilità per l’esercito iraniano. Ma Trump ha minacciato non solo di distruggere tutte le infrastrutture: ferrovie, appunto, ma anche i ponti, oltre alle varie centrali elettriche del Paese. Un portavoce di Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato all’Associated Press che il diritto internazionale vieta di attaccare tali infrastrutture «anche se dovessero essere considerate obiettivi militari», in quanto ciò potrebbe comportare il rischio di «eccessivi danni collaterali alla popolazione civile».

La condanna della Mezzaluna Rossa

In una dichiarazione pubblicata su X la Mezzaluna Rossa iraniana, denunciando come crimini di guerra gli ultimi attacchi condotti da Stati Uniti e Israele che hanno colpito 17 obiettivi civili, che «non c’è alcuna giustificazione per attaccare civili indifesi e che farlo costituisce un crimine di guerra».

Gli appelli dei Paesi del Golfo a Trump

Preoccupate che l’Iran possa colpire le loro infrastrutture civili per rappresaglia, diversi Paesi del Golfo avrebbero contattato privatamente l’Amministrazione Trump per tentare di far desistere gli Usa. Teheran ha già accusato Washington e Tel Aviv di aver preso di mira infrastrutture civili, con il bombardamento del nuovo ponte B1, appena fuori dalla capitale iraniana, e della centrale nucleare di Bushehr.

Nuove regole sullo smart working: ora le aziende rischiano sanzioni

Al via, da martedì 7 aprile 2026, le nuove regole per lo smart working in Italia introdotte dalla Legge annuale per le piccole e medie imprese (Legge pmi). Le misure puntano a garantire che il lavoro da remoto avvenga nel pieno rispetto delle tutele previste dal Testo unico sulla sicurezza. Riguardano infatti principalmente la sicurezza sul lavoro e prevedono sanzioni severe per i datori di lavoro inadempienti. Le multe scatteranno in caso di mancata consegna dell’informativa scritta al lavoratore e al Rls (Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza) sui rischi connessi alla prestazione lavorativa svolta fuori dai locali aziendali. Le sanzioni vanno dall’arresto da due a quattro mesi fino ad ammende da 1.708,61 euro fino a 7.403,96 euro.

Cosa deve contenere l’informativa

Non si tratta di un documento formale. L’informativa in questione deve indicare i rischi generali e specifici connessi al lavoro agile, con particolare attenzione all’utilizzo dei videoterminali e agli effetti correlati – affaticamento visivo, problemi posturali, stress. E deve essere fornita almeno una volta all’anno, in modo da restare aderente alle modalità concrete di svolgimento dell’attività.

De Laurentiis: «Conte alla Nazionale? Se me lo chiedesse non direi di no»

Aurelio De Laurentiis è pronto a lasciar andare Antonio Conte in caso di chiamata come allenatore della Nazionale. Lo ha detto lo stesso presidente del Napoli a Los Angeles, dove si trova per la proiezione di Ag4in, il documentario sullo scudetto conquistato dai partenopei la scorsa stagione, proprio con Conte in panchina. In un’intervista a Calcionapoli24, De Laurentiis ha dichiarato: «Se Conte mi chiedesse di liberarlo per tornare ct, penso che gli direi di sì. Ma, poiché è molto intelligente, fino a quando non esiste un interlocutore serio, e fino ad ora non ce ne sono stati, penso che lui desisterebbe nell’immaginarsi a capo di una cosa completamente disorganizzata».

«Malagò in Figc sarebbe perfetto»

Il presidente del Napoli è tornato anche a parlare del futuro del calcio italiano dopo la disfatta contro la Bosnia e la raffica di dimissioni che ne è seguita, ribadendo il suo supporto nei confronti di Giovanni Malagò come successore di Gabriele Gravina alla guida della Figc: «È la persona perfetta per fare il commissario prima e il presidente poi di una nuova federazione». Un altro punto che ha toccato è la maggior centralità che per lui dovrebbe avere la Lega Serie A: «Il calcio italiano è la Serie A che viene considerata come una cenerentola, ha soltanto il 18 per cento federativamente parlando, mentre i dilettanti e i calciatori hanno la maggioranza. Questa è un’assurdità considerando che senza la Serie A la federazione non esisterebbe, considerando che noi la finanziamo con ben 130 milioni all’anno. Bisogna rimodulare tutto, azzerare il sistema e dare alla Serie A la maggioranza assoluta. Perché altrimenti potrebbe anche capitare che la Serie A decida di non appartenere più al mondo federativo e di crearsi autonomamente la sua lega e la sua federazione in casa. Tutto è possibile». E infine: «Ci sono troppi galli a cantare nel calcio, bisogna mettersi d’accordo con la Uefa, con la Fifa, poi con la politica italiana che però è molto lontana dal calcio. Tutti quanti vogliono partecipare, chiedono biglietti, fanno il tifo ma di positività e di cambiamento non apportano mai nulla. Questo è grave».

La controproposta dell’Iran in 10 punti al piano Usa per la tregua

L’Iran ha comunicato al Pakistan la sua risposta in 10 punti al piano statunitense per una tregua, «respingendo il cessate il fuoco e sottolineando la necessità di una fine definitiva del conflitto», come ha spiegato l’agenzia Irna. La controproposta di Teheran – che non è stata ancora resa ufficiale – include una serie di richieste, tra cui lo stop ai conflitti nella regione, un protocollo per il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz, risarcimenti e la revoca delle sanzioni. Ecco quali dovrebbero essere i 10 punti.

  1. Fine permanente della guerra, con la cessazione totale degli attacchi congiunti da parte di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
  2. Revoca immediata delle sanzioni con l’eliminazione totale di tutte le restrizioni economiche e commerciali imposte dagli Stati Uniti e dalle Nazioni Unite.
  3. Riparazioni per danni di guerra: l’Iran chiede indennizzi finanziari per le distruzioni subite durante il conflitto.
  4. Un protocollo per lo Stretto di Hormuz, con la definizione di nuove regole di transito e il riconoscimento dell’autorità iraniana sulla gestione della rotta.
  5. Riconoscimento del ruolo geopolitico dell’Iran in Medio Oriente, accompagnato dalla fine delle interferenze esterne negli affari dei Paesi alleati della Repubblica Islamica (come Iraq e Siria).
  6. Garanzie formali e vincolanti che non ci saranno ulteriori aggressioni militari una volta raggiunto l’accordo.
  7. Riconoscimento del diritto dell’Iran a sviluppare energia nucleare per scopi pacifici.
  8. Garanzie di sicurezza per Hezbollah con l’impegno formale di Israele di cessare gli attacchi contro il gruppo libanese.
  9. Stop all’armamento dei Paesi considerati ostili dall’Iran nella regione.
  10. Quadro per la sicurezza regionale con una proposta di governance collettiva del Medio Oriente che includa formalmente l’Iran e i suoi partner.

Quando scade l’ultimatum di Trump all’Iran e cosa può succedere

Il presidente Donald Trump ha concesso all’Iran fino alle 20 di martedì 7 aprile 2026 (ora americana) per trovare un accordo ed evitare un attacco su larga scala «che potrebbe annientare il Paese in una sola notte». «Vedremo cosa succederà, stanno negoziando, credo in buona fede», ha detto il presidente degli Stati Uniti rispondendo a una domanda dei giornalisti alla Casa Bianca. «Dopo di che non avranno più ponti né centrali elettriche, torneranno all’età della pietra». Gli Usa, ha continuato, hanno infatti un piano per distruggere «in quattro ore» tutti i ponti e le centrali elettriche in Iran. Teheran, preoccupata per la minaccia, ha invitato giovani, studenti, atleti, universitari e professori a formare catene umane intorno alle infrastrutture energetiche per scongiurare che vengano annientate.

Trump potrebbe estendere l’ultimatum…

Ma cosa può succedere, qualora non si trovi un accordo entro il tempo concesso dal tycoon? Secondo un alto funzionario dell’amministrazione americana citato da Axios, Trump potrebbe estendere l’ultimatum all’Iran perché riapra lo Stretto di Hormuz, se riscontrerà progressi verso un accordo. «Se il presidente vede un accordo in arrivo, probabilmente si tratterrà. Ma lui e solo lui prende questa decisione», ha dichiarato la fonte. Un’altra ha invece espresso «scetticismo» nei confronti della possibilità di una proroga. Il vicepresidente JD Vance e i due inviati Steve Witkoff e Jared Kushner starebbero invece spingendo per raggiungere un’intesa subito, se possibile.

Quando scade l’ultimatum di Trump all’Iran e cosa può succedere
Donald Trump (Ansa).

… o attaccare subito dopo la scadenza

Scenario opposto quello delineato da Wall Street Journal, secondo cui cresce il pessimismo tra i negoziatori sulla possibilità che l’Iran accetti la richiesta di Trump di riaprire lo Stretto di Hormuz entro la scadenza fissata dalla Casa Bianca. Secondo quanto riferito al quotidiano da fonti a conoscenza dei colloqui, funzionari statunitensi ritengono che il divario tra Stati Uniti e Iran sia ancora troppo ampio per essere colmato nei tempi previsti, alimentando il timore di un’escalation militare. Un eventuale ordine di attacco contro infrastrutture energetiche iraniane, spiegano le fonti, potrebbe arrivare subito dopo la scadenza fissata dal presidente. Politico ha aggiunto che il Pentagono sta ampliando l’elenco dei siti energetici iraniani che potrebbe colpire, includendovi strutture che forniscono energia e carburante sia ai civili sia alle forze armate, in quella che è ritenuta una via per aggirare le eventuali accuse di crimini di guerra. La convenzione di Ginevra concede infatti un margine di manovra quando i siti oggetto di attacchi sono usati sia dai civili sia dai militari. Prendere di mira infrastrutture civili critiche potrebbe essere considerato crimine di guerra, ma i bersagli potrebbero essere considerati validi se hanno un duplice uso (non solo civile ma anche militare).

La posizione dell’Iran: no cessate il fuoco ma fine della guerra

Intanto l’Iran ha respinto la proposta di un cessate il fuoco di 45 giorni, chiedendo invece la fine definitiva della guerra. Teheran ha comunicato la sua posizione agli Stati Uniti tramite il Pakistan, che funge da intermediario chiave. Il messaggio includerebbe una risposta in 10 punti con proposte di ricostruzione e la revoca delle sanzioni. «Accettiamo la fine della guerra solo con la garanzia di non essere attaccati di nuovo», ha dichiarato all’Associated Press Mojtaba Ferdousi Pour, capo della missione diplomatica iraniana al Cairo.

Per l’intelligence Usa e israeliana Mojtaba Khamenei «è ricoverato a Qom in stato di incoscienza»

Mojtaba Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, è «a Qom in condizioni gravi, incapace di essere coinvolto in qualsiasi processo decisionale del regime». Lo indica un memorandum diplomatico basato su valutazioni dell’intelligence israeliana e statunitense, citata dal quotidiano Times. Secondo il documento il figlio di Ali Khamenei, che ne ha preso il posto dopo la sua morte, verserebbe in stato di incoscienza. Si tratta della prima volta che un rapporto rivela pubblicamente, dall’inizio della guerra, il luogo in cui si troverebbe Khamenei, rimasto ferito il 28 febbraio negli attacchi in cui è rimasto ucciso il padre. Teheran, da allora, sostiene che la Guida Suprema abbia solo riportato ferite dalle gambe: ma da quei raid non è mai apparso in pubblico e i suoi pochi discorsi sono stati letti da speaker. Nell’ultimo, Khamenei avrebbe condannato i continui attacchi alle infrastrutture civili nella Repubblica Islamica, «crimini contro l’umanità commesso dal governo statunitense e dal sanguinario regime israeliano», puntando il dito contro «le istituzioni internazionali rimangono in silenzio e indifferenti, e forse persino complici dell’aggressione, diventando partner nell’alimentare questo fuoco».

Montecitorio, il restyling silenzioso di Lorenzo Fontana

Tra i funzionari c’è chi scherza e liquida l’idiosincrasia con una battuta: «È arrivata Jackie Kennedy a Montecitorio». Lorenzo Fontana non ha ideato per il Palazzo che ospita la Camera un piano di restauro conservativo così elaborato come quello ambizioso che avviò la first lady statunitense per la Casa Bianca a partire dal 1961. Per lo meno, non ha riunito un comitato composto da famosi collezionisti e decoratori e direttori di musei. Allergico a quasi ogni forma d’arte realizzata dopo il 1800, la terza carica dello Stato nel tempo ha semplicemente proceduto a una sorta di restaurazione conservativa che ha portato a un restyling senza clamore del Palazzo, con lo spostamento di quadri e opere contemporanee, anche molto belli, che ora sono meno visibili.

Montecitorio, il restyling silenzioso di Lorenzo Fontana
Lorenzo Fontana (Imagoeconomica).

Il quinto Stato di Ceroli e Orme di leggi di Lai trasferiti ai piani ‘bassi’

L’operazione ha riguardato in primo luogo l’ala berniniana di Montecitorio dove si trovano lo studio, la Biblioteca del presidente e la sala arredata come un salottino utilizzato per accogliere i suoi ospiti in occasione di brevi incontri. La maggior parte dei quadri di queste sale rispecchia il gusto dell’ospite e sono rimaste pochissime opere contemporanee, per lo più sistemate in posizioni poco visibili. Ma negli anni l’operazione si è allargata ad altre aree della Camera. Per esempio Il quinto Stato di Mario Ceroli (1984) è stato fatto traslocare ai piani ‘bassi’. L’opera si trovava in uno dei corridoi più ‘battuti’ del palazzo, quello che collega il Transatlantico e la galleria dei presidenti con l’ingresso principale, a pochi passi dall’accesso alle toilette e al barbiere, tra le poste, le spedizioni e il tabaccaio.

Montecitorio, il restyling silenzioso di Lorenzo Fontana
Il Transatlantico di Montecitorio (Imagoeconomica).

Ora, certamente parte di un progetto più ampio, il quadro è stato trasferito nell’auletta, assai meno frequentata, al piano terra del Palazzo dei gruppi parlamentari. L’opera è proposta insieme ad altre contemporanee, Orme di leggi di Maria Lai e Macchina tessile di Gino Severini. Forse valorizzata per chi frequenta occasionalmente l’auletta per convegni e riunioni, certamente tolta dalla vista quotidiana di deputati, dipendenti e assistenti di Montecitorio che amavano ammirare l’enorme tela (4×7 metri e mezzo) che ritrae sagome umane in movimento, a richiamare la marcia dei lavoratori del capolavoro di Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il quarto Stato.

Montecitorio, il restyling silenzioso di Lorenzo Fontana
Il quinto Stato di Mario Ceroli (Ansa).

“Risparmiata” Look down di Jago

Macroscopica invece è stata la tolleranza del presidente nei confronti di un’opera che dallo scorso giugno è sistemata nel cortile d’onore del Palazzo, Look down di Jago. È stato l’autore a offrire la scultura dal valore milionario in prestito a Montecitorio. L’opera in marmo ritrae un neonato nudo, raggomitolato a terra e, nelle intenzioni dell’artista, rappresenta «un invito a guardare in basso ai problemi che affliggono la società e alla paura di una situazione di povertà diffusa che si prospetta essere molto preoccupante, soprattutto per i più fragili». Il presidente l’ha accolta con gentilezza. Non che gradisca la scultura – si commenta nei corridoi, con rassegnazione – ma in questo caso, da buon cattolico, non poteva rifiutare.

Montecitorio, il restyling silenzioso di Lorenzo Fontana
Lorenzo Fontana con l’artista Jago, alla cerimonia d’inaugurazione dell’opera Look Down nel cortile di Montecitorio (Ansa).