8 marzo, Poste italiane pioniera dell’emancipazione femminile

Nel 2026, a 80 anni dal referendum del 1946, l’8 marzo richiama una svolta storica, vale a dire il primo voto delle donne italiane, tappa fondamentale dell’emancipazione femminile. Un cammino al quale il Paese è giunto anche grazie a un sempre maggiore ruolo delle donne nel mondo del lavoro. E, in questa storia, le Poste italiane hanno avuto un ruolo significativo.

Le prime telegrafiste nel 1863

L’esordio del lavoro femminile nelle Poste risale al 1863, quando le donne iniziarono a operare come ausiliarie telegrafiste. Già dal 1865 furono impiegate negli uffici postali come portalettere e gerenti di ricevitorie, inizialmente nei piccoli centri rurali e poi anche nelle città, dove il mestiere della portalettere divenne quasi “alla moda”. L’ingresso delle donne nelle Poste rappresentò un fatto innovativo, uno dei primi accessi strutturati delle donne al lavoro statale. Non mancavano, tuttavia, le limitazioni imposte dalla cultura dell’epoca. Tra queste l’obbligo di nubilato, perché si riteneva che il ruolo di moglie e madre fosse incompatibile con un’attività lavorativa. Anche dopo l’abolizione di questo vincolo, alla fine dell’Ottocento, il lavoro della donna sposata restava subordinato all’autorizzazione del marito (come previsto dall’istituto dell’autorizzazione maritale presente nel primo Codice civile del Regno d’Italia del 1865). Eppure, la presenza femminile continuò a crescere, soprattutto nel ruolo di telegrafista, attività ritenuta più “consona” perché svolta in ambienti separati e sotto la direzione di altre donne. Tra il 1874 e il 1877 anche la scrittrice e giornalista Matilde Serao lavorò come telegrafista alle Poste centrali di Napoli, esperienza che ispirò la novella Telegrafi dello Stato – sezione femminile.

Le guerre e la svolta

Durante la Prima guerra mondiale, le donne furono chiamate a sostituire gli uomini partiti per il fronte, assumendo anche la responsabilità di uffici postali e telegrafici di rilievo. L’efficienza dimostrata contribuì a un cambiamento normativo importante, ovvero l’abolizione dell’autorizzazione maritale (1919). Un processo che si consolidò durante la Seconda guerra mondiale, quando le donne tornarono a ricoprire ruoli chiave nelle Poste, mantenendo spesso le loro posizioni anche dopo il rientro degli uomini dal fronte. Negli Anni 50 la presenza femminile aumentò ulteriormente, accompagnando la modernizzazione del Paese. Da lì in poi iniziarono a ricoprire ruoli sempre più importanti.

La presenza femminile oggi

Oggi la forte presenza femminile è uno dei tratti identitari di Poste Italiane. Il 53 per cento degli oltre 120 mila dipendenti è donna, così come il 46 per cento dei quadri e dirigenti e il 44,5 per cento dei componenti del consiglio d’amministrazione. È donna il 60 per cento dei direttori dei quasi 13 mila uffici postali presenti in Italia, la rete capillare su cui l’azienda ha costruito nel tempo la propria storia e la propria forza. Anche tra i neoassunti la presenza femminile è significativa, tanto che il 47 per cento dei nuovi ingressi è composto da donne. Per sostenere il lavoro femminile, Poste Italiane ha introdotto diverse policy tra cui la politica di sostegno alla genitorialità attiva, che offre anche percorsi di sostegno e sviluppo per il benessere individuale e organizzativo. Nell’ambito del welfare, il Gruppo garantisce misure avanzate per la genitorialità tra cui congedi più ampi di quelli previsti dalla legge, un’indennità pari al 100 per cento dello stipendio durante maternità e paternità e programmi di coaching dedicati alle neomamme. La politica sulla genitorialità mira anche a promuovere la genitorialità condivisa, coinvolgendo i padri e potenziando i meccanismi di conciliazione famiglia-lavoro.

I riconoscimenti ottenuti

Negli ultimi anni, il Gruppo Poste Italiane ha ottenuto riconoscimenti che lo collocano ai vertici del panorama nazionale, dall’attestazione ISO 30415 sulla Diversity & inclusion all’Equal salary per l’equità retributiva fino alla UNI/PdR 125 per la parità di genere.

Ddl stupri, quote rosa, femminismo: i diritti delle donne nell’era Meloni

Dimenticate la stretta di mano tra la segretaria del Pd Elly Schlein e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Quella foto, in cui si impegnavano entrambe a dar corso alla legge sul consenso libero e attuale, rimarrà l’immagine di un fallimento del dialogo fra le donne più rappresentative di questa legislatura, e con essa anche il crollo delle speranze di tante, troppe donne vittime di violenza. Negli ultimi giorni il cosiddetto ddl stupri, tornato al centro del dibattito politico, ha riacceso uno scontro che va ben oltre il perimetro tecnico della riforma dell’art. 609-bis del Codice penale. A infiammare ulteriormente il confronto sono state anche le dichiarazioni di Meloni, che ha criticato apertamente una parte del movimento femminista e il sistema delle quote rosa, definendoli strumenti spesso «ideologici» e non sempre efficaci nel garantire una reale parità.

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La stretta di mano tra Elly Schlein e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Perché il ddl stupri è così divisivo

Il disegno di legge interviene sulla disciplina dei reati di violenza sessuale con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la tutela delle vittime, accelerare i tempi delle indagini e irrigidire alcune misure cautelari. In realtà, ancora una volta, l’onere della prova ricade sulla vittima. Non si affrontano in modo strutturale e culturale quelle che sono le radici della violenza maschile contro le donne. Non ci sono investimenti adeguati in formazione, scuola, servizi sociali, con il risultato che avrà un impatto limitato sul fenomeno, spingendo le donne a non denunciare più le violenze subite. Il governo sostiene che il provvedimento rappresenti un passo avanti concreto contro la violenza di genere, mentre parte delle opposizioni e diverse associazioni lo giudicano, oltre che insufficiente, sbilanciato su una logica esclusivamente repressiva. «Senza consenso è stupro» è lo slogan attorno al quale decine di migliaia di donne e uomini si sono radunati nelle piazze italiane.

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Giulia Bongiorno in Aula al Senato (Ansa).

Meloni all’attacco delle femministe

Nel pieno delle polemiche, Giorgia Meloni ha contestato poi quella che ha definito una narrazione ideologica di una parte del femminismo italiano. La premier ha rivendicato un approccio concreto e istituzionale al tema della violenza di genere, sostenendo che la lotta non debba essere monopolizzata da una sola visione culturale. D’altronde, Meloni ha più volte affermato di non sentirsi rappresentata da certo femminismo contemporaneo, pur riconoscendo la centralità del tema dei diritti delle donne. E c’è chi legge nelle sue dichiarazioni un tentativo di delegittimare il ruolo storico dei movimenti femministi nel conquistare diritti fondamentali. Una interpretazione frutto anche delle critiche della presidente del Consiglio alla questione delle quote rosa, che in Italia hanno trovato applicazione in diversi ambiti, dalla rappresentanza politica ai consigli di amministrazione delle società quotate. Per Meloni le quote non sono la soluzione strutturale al problema della sottorappresentanza femminile ma, anzi, sostiene che si possano trasformare in un meccanismo «imposto dall’alto», anziché frutto di un cambiamento culturale e meritocratico. Eppure, senza le quote – nate per riequilibrare un sistema storicamente sbilanciato – il divario tenderebbe a perpetuarsi.

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Corteo contro la violenza maschile sulle donne e di genere organizzato da Non Una Di Meno a Torino (Ansa).

L’eliminazione delle Consigliere per la parità

Il confronto sul ddl stupri appare quindi come la punta dell’iceberg di una frattura più ampia: da un lato un governo che rivendica un approccio pragmatico e normativo; dall’altro movimenti e opposizioni che chiedono un intervento più radicale e culturale. Ma non finisce qui perché, mentre al Parlamento europeo è stata presentata la Strategia di genere 2026-30, l’Italia resta all’ultimo posto tra i Paesi Ue sul divario occupazionale di genere. A ciò aggiungiamo l’ultima idea avuta dal duo Meloni-Roccella che, alla vigilia delle celebrazioni dell’8 Marzo, in commissione Affari costituzionali alla Camera dei deputati hanno presentato un decreto-legge per cancellare le Consigliere per la parità di genere in ambito lavorativo. Un istituto su base regionale che forma, tutela e aiuta donne lavoratrici vittime di discriminazione, accentrando tutto in un unico organismo con sede a Roma e condannando, così, migliaia di donne all’invisibilità.

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Giorgia Meloni con Eugenia Roccella (Imagoeconomica).

Femminile Sovranista: tre P che ci condannano al passato

Nel frattempo, il dibattito continua a polarizzare l’opinione pubblica, confermando che i temi dei diritti e della parità di genere restano uno dei terreni più sensibili e divisivi. Non a caso è diventato oggetto di numerosi libri, uno dei quali dedicato proprio alle politiche di genere messe in atto dal primo governo guidato da una donna in 80 anni di storia repubblicana. In Femminile Sovranista, Giorgia Meloni e il corpo delle donne (Tab edizioni), l’autrice Caterina D’Ambrosio mette insieme una serie di provvedimenti che riguardano la popolazione femminile del nostro Paese per raccontare come il corpo delle donne sia diventato terreno di scontro politico.

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Femminile sovranista di Caterina D’Ambrosio (Tab edizioni).

Dal lavoro alla famiglia, dai femminicidi agli attacchi alla legge 194, D’Ambrosio spiega attraverso la regola delle tre P (patria, populismo, pena) un approccio anacronistico rispetto alla realtà fatta ancora di donne costrette ad accettare part-time involontario, o a fare zig-zag tra le poche e insufficienti misure a sostegno delle famiglie che non sono più solo in bianco e nero ma che hanno mille colori. Il carico di cura continua a pesare soprattutto sulle loro spalle e le costringe a un funambolismo quotidiano nel raggiungimento della piena emancipazione. Il lavoro è un miraggio, il fenomeno (tutto culturale) dei femminicidi occupa le prime pagine dei giornali per poche ore tra slogan e dichiarazioni di intenti, ma il metodo scelto dal governo per combatterlo è solo punitivo. Una cassetta degli attrezzi per comprendere, al di là degli slogan, le trasformazioni del mondo in cui le donne italiane cercano di muoversi, costruire e affermarsi.

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Manifestazione in difesa della legge 194 (Imagoeconomica).