Hillary Clinton, nella sua dichiarazione iniziale nella testimonianza alla Commissione di vigilanza a New York, ha affermato di non aver mai incontrato Jeffrey Epstein e di non aver avuto idea dei crimini del finanziere, che invece il marito Bill frequentava. «Non sono mai salito sul suo aereo, né ho mai messo piede nella sua casa», ha aggiunto l’ex first lady, dicendosi «inorridita» da quanto fatto da Epstein, «come qualsiasi persona normale».
L’attacco di Clinton alla stessa Commissione di vigilanza
Clinton è poi andata oltre. «Non si tratta di un caso isolato, né di uno scandalo politico. È una piaga globale con un costo umano inimmaginabile», ha affermato nella sua deposizione. «Una Commissione che ambisce alla trasparenza dovrebbe andare a fondo della vicenda dei file spariti dal sito del dipartimento di Giustizia in cui una vittima accusa Donald Trump di crimini disgustosi», ha inoltre aggiunto: «Chiederebbe a Marco Rubio e Pam Bondi di spiegare perché hanno abbandonato le vittime. E invece ha costretto me a testimoniare».
Musi lunghi. Silenzi. Porte sbattute. Qualche telefonata “calda” tra Sanremo e Via Asiago. E Carlo Conti che, si dice, non voglia sentire nessuno e parli unicamente con Giampaolo Rossi e Stefano Coletta. Questa è la situazione in Rai dopo le prime due serate del Festival, con gli ascolti parecchio in calo rispetto alle prime due dell’edizione 2025.
Carlo Conti e Laura Pausini (Ansa).
Dopo il calo delle prime due serate è scattato l’allarme rosso
In particolare, nella serata di martedì la kermesse canora ha raggiunto 9 milioni e 600 mila telespettatori pari al 58 per cento di share, mentre l’anno scorso al debutto si erano registrati 12,6 milioni di telespettatori con il 65,3 per cento di share. Ben sette punti in meno. La serata di mercoledì ha raggiunto 9 milioni e 53 mila telespettatori pari al 59,5 per cento contro gli 11 milioni e 800 mila pari al 64,6 per cento di share della passata edizione, quasi cinque punti in meno. E in Rai è scattato l’allarme rosso, perché l’amministratore delegato in questo momento di problemi ne ha da vendere e una sbandata su Sanremo proprio non ci voleva. Ma del resto era prevedibile: con un Festival edulcorato, sterilizzato da ogni possibile polemica, senza comici e personaggi di peso, senza una vera idea di spettacolo, il risultato, come molti critici stanno facendo notare, è una kermesse noiosissima. Non accade nulla e per uno show televisivo non c’è niente di peggio.
Carlo Conti (Ansa).
Nel mirino sono finiti Di Liberatore e Stefano Coletta
Sul banco degli imputati è finito soprattutto il direttore del prime time Williams Di Liberatore, fortemente voluto in quel ruolo dalla Lega e da Antonio Marano. Ma nel mirino c’è pure il direttore del coordinamento generi, Stefano Coletta, cui Rossi, che non si fida di Di Liberatore, aveva affidato il compito di supervisione sulla kermesse.
Stefano Coletta (Imagoeconomica).
«Festival in ottima salute, con numeri importanti. Mercoledì sera è stato registrato il quarto miglior risultato dal 1995 a oggi. Possiamo essere soddisfatti anche dal punto di vista editoriale perché la serata è stata piena di momenti di grande spettacolo», ha affermato Di Liberatore in conferenza stampa, parole che a molti sono sembrate quasi una barzelletta. Insomma, il Festival super democristiano voluto da Carlo Conti non scalda i cuori e nemmeno il pubblico. Mentre lui, il conduttore e direttore artistico, è riuscito a spedire la palla in tribuna pure sul referendum. «Se voterò? Non lo so…», ha risposto a precisa domanda sul tema. Vabbè.
Williams Di Liberatore e Carlo Conti (Ansa).
Un guaio per la raccolta pubblicitaria
C’è però uno spettro che si aggira sulla testa di Rossi. Quest’anno la raccolta pubblicitaria si è aggirata sui 70 milioni di euro, un vero record, una cifra mai raggiunta, contro i 65 milioni dello scorso anno, anche grazie a un aumento dell’8 per cento del costo degli spot. Per esempio, un’inserzione pubblicitaria nel prime time (dalle 21 alle 23.30) può arrivare a costare fino a 4.900 euro al secondo. Per una telepromozione all’interno dello show si possono raggiungere addirittura i 2 milioni. Il problema, però, è che Rai Pubblicità ha venduto gli spot dell’edizione 2026 con un listino prezzi plasmato sui dati di share del 2025. Ma se si scende sotto una certa soglia, la Rai è costretta a restituire una parte dei soldi incassati. Qui, poiché trattasi di temi sensibili e coperti dal segreto industriale, non sono noti numeri ufficiali, ma si può ipotizzare verosimilmente che, se lo share è inferiore di almeno cinque punti rispetto alle previsioni, la tv pubblica si veda costretta a risarcire gli inserzionisti di un 20-30 per cento. Una restituzione sotto forma di spot gratuiti sui canali di mamma Rai nella medesima fascia oraria, quindi in prime time. Una batosta in fatto di mancati introiti. È questo il tema che non sta facendo dormire sonni tranquilli a Giampaolo Rossi e all’amministratore delegato di Rai Pubblicità, Luca Poggi. Che, se si continua con questo andazzo, non solo nei prossimi mesi sarà costretto a risarcire gli inserzionisti, ma per l’edizione del 2027 dovrà rivedere al ribasso i listini degli spot all’interno delle serate del Festival.
È iniziato a Ginevra il terzo round di colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran sul nucleare, mediati dall’Oman, probabilmente ultimo tentativo diplomatico per evitare un attacco Usa alla Repubblica Islamica. Il nodo resta la questione sul programma nucleare di Teheran, che il regime degli ayatollah intende portare avanti sostenendo abbia solo scopi civili.
Le richieste dei negoziatori Kushner e Witkoff
Axios riporta che i negoziatori americani Jared Kushner e Steve Witkoff si sono presentati ai colloqui in Svizzera chiedendo all’Iran sottoscrivere un accordo sul nucleare di durata illimitata, che preveda la rinuncia da parte di Teheran alle sue circa 10 tonnellate di uranio arricchito. Il Wall Street Journal aggiunge che tra le condizioni poste da Kushner e Witkoff ci sia lo smantellamento dei tre siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan.
Le possibili concessioni americane sull’uranio
L’Iran, come detto, vorrebbe mantenere il diritto ad arricchire l’uranio: gli Stati Uniti potrebbero concedere qualcosa in tal senso, a patto che Teheran dimostri in modo convincente di non perseguire in alcun modo la costruzione dell’atomica. In particolare gli Usa potrebbero proporre un allentamento delle sanzioni che stanno stritolando l’economia della Repubblica Islamica, se l’Iran accettasse di limitarsi a un arricchimento molto basso dell’uranio e solo per scopi sanitari. Sul tavolo anche programma missilistico iraniano, su cui il regime continua a fare muro.
Byd, leader mondiale nella mobilità a nuova energia, ha presentato il nuovo spot dedicato alla tecnologia DM-i Super Hybrid. Una comunicazione diretta, distintiva e fuori dagli schemi, perfettamente in linea con il posizionamento del brand e con una visione orientata all’innovazione tecnologica. Lo spot nasce come una creatività tailor made, sviluppata in occasione della settimana di Sanremo. L’obiettivo è coinvolgere l’audience attraverso una storia che va oltre il mondo automotive, raccontando l’evoluzione della tecnologia attraverso lo sguardo di Byd.
Come la tecnologia DM-i Super Hybrid ridefinisce il concetto di ibrido plug-in
Il concept creativo è chiaro: ogni specie ha la sua evoluzione. Lo spot si apre in un museo della tecnologia, dove oggetti che hanno segnato un’epoca – dal floppy disk all’autoradio estraibile, fino alla televisione a tubo catodico – sono esposti come reperti ormai superati. Tra questi compare anche il motore plug-in tradizionale, presentato come una tecnologia destinata a lasciare il passo alla nuova era Super Hybrid Dual Mode Intelligent di Byd. Il messaggio è netto: l’innovazione non si ferma e ciò che ieri rappresentava un progresso, oggi può essere superato.
Con il DM-i, Byd dichiara l’inizio di una nuova fase per l’elettrificazione. Protagonista è la tecnologia DM-i Super Hybrid, sistema proprietario che ridefinisce il concetto di ibrido plug-in. Non un semplice ibrido alla spina, ma un’architettura avanzata capace di garantire trazione elettrica costante e un’esperienza di guida molto vicina a quella di un veicolo 100 per cento elettrico. Diversamente dagli ibridi plug-in tradizionali, con la tecnologia Super Hybrid Dual Mode Intelligent la batteria non va mai a zero anche in assenza di ricarica tramite spina. Il motore termico interviene principalmente come generatore o in caso di richiesta di potenza elevata, consentendo nella quotidianità di viaggiare prevalentemente in elettrico, senza ansia da ricarica e con un’autonomia complessiva superiore ai 1.500 km nel caso di Seal 6 DM-i.
Il new entry Atto 2 DM-i
La tecnologia DM-i rappresenta di fatto “due auto in una”, dove i vantaggi della mobilità elettrica per l’utilizzo urbano e quotidiano si uniscono alla libertà e alla flessibilità del motore termico per le lunghe percorrenze. Un posizionamento che intercetta un pubblico ampio e trasversale, offrendo una soluzione concreta a chi desidera elettrificare la propria mobilità senza compromessi. La gamma DM-i di Byd in Italia si è recentemente ampliata con l’arrivo di Atto 2 DM-i, suv compatto che ha già registrato 8 mila ordini prima del lancio ufficiale. L’offerta include poi Seal U DM-i, che ha già superato il milione di unità vendute a livello globale, e Seal 6 DM-i. Quest’ultima, secondo modello Super Hybrid lanciato da Byd in Europa, rappresenta un benchmark per efficienza e autonomia.
La prima ministra danese Mette Frederiksen, leader dei Socialdemocratici che dal 2022 guida un governo di coalizione, ha indetto elezioni anticipate. Si terranno il 24 marzo: il termine della legislatura è tra meno di un anno e il voto era previsto entro il 31 ottobre. La decisione di anticipare le elezioni è dovuta all’aumento di popolarità che Frederiksen e il suo partito hanno riscosso – almeno nei sondaggi – per il modo deciso in cui sono state gestite le rivendicazioni di Donald Trump sulla Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca.
Mette Frederiksen a Nuuk assieme al premier groenlandese Jens-Frederik Nielsen (Ansa).
La risalita dei Socialdemocratici dopo la disfatta a Copenaghen
A novembre i Socialdemocratici avevano clamorosamente perso le elezioni a Copenaghen, città di cui avevano espresso il sindaco ininterrottamente dal 1903. Poi Trump ha rimesso nel mirino la Groenlandia e da lì è cominciata la risalita del partito, con Frederiksen capace di radunare gli alleati europei a Copenaghen e Nuuk, nonostante le minacce di tariffe di ritorsione da parte di Washington. Secondo l’ultimo sondaggio i Socialdemocratici sono ora al 22-23 per cento, un notevole balzo in avanti rispetto al 18 per cento di dicembre: quasi il doppio rispetto alla seconda forza politica del Paese, il Partito Popolare Socialista.
Mette Frederiksen a colloquio con la stampa danese (Ansa).
Frederiksen dal 2022 guida un governo di larghissime intese
L’attuale governo danese, formato nel 2022, è espressione di una maggioranza trasversale e di larghe intese, formata dai Socialdemocratici, dal centrodestra liberale di Venstre e dai Moderati centristi. Una coalizione interpartitica piuttosto insolita e con visioni molto diverse su questioni cruciali, come quella dell’imposta patrimoniale, che sarà al centro della campagna elettorale di Frederiksen. Altri temi caldi le pensioni, l’immigrazione, le politiche abitative e, ovviamente, la Groenlandia.
Sono stati trasferiti i quattro poliziotti indagati nell’ambito dell’inchiesta che ha portato all’arresto di Carmelo Cinturrino, l’agente arrestato per l’omicidio volontario del pusher Abderrahim Mansouri, avvenuto il 26 gennaio nel ‘boschetto’ di Rogoredo. I quattro, indagati per omissione di soccorso e favoreggiamento, su disposizione del questore di Milano Bruno Megale sono stati assegnati a incarichi non operativi in sedi diverse dal Commissariato Mecenate in cui prestavano servizio.
La commissione Economia del Parlamento europeo ha approvato le nomine di Boris Vujcic, attualmente governatore della Banca centrale croata, a vicepresidente della Banca centrale europea (Bce), e del francese François-Louis Michaud a presidente dell’Autorità bancaria europea (Eba). Vujcic ha ottenuto 38 voti favorevoli, quattro contrari e sette astensioni. Michaud è stato approvato con 44 voti favorevoli, cinque contrari e nessuna astensione.
Chi è Boris Vujcic
Classe 1964, Boris Vujcic è un economista croato, professore universitario e governatore della Banca nazionale croata dal 2012. Ha iniziato la sua carriera professionale nel 1989 come assistente presso la Facoltà di Economia di Zagabria, nella quale anni prima si è laureato e ha conseguito anche un dottorato. Nel 1996 è stato nominato capo del dipartimento di ricerca della Banca nazionale croata. Successivamente, nel 1997, è diventato docente presso la Facoltà di Economia di Zagabria e nel 2003 professore associato. Dal 2000 ha ricoperto la carica di vicegovernatore della Banca nazionale croata e nel 2012 ha assunto la carica di governatore. Nel gennaio 2026, il governo del primo ministro Plenkovic l’ha presentato come candidato per succedere a Luis de Guindos nella carica di vicepresidente della Banca centrale europea, ruolo che ha ottenuto.
Boris Vujcic (Ansa).
Chi è François-Louis Michaud
Direttore esecutivo dell’Eba dal settembre 2020, il francese François-Louis Michaud ha iniziato la sua carriera presso la Banca di Francia nel 1996, dove ha ricoperto ruoli di supervisione, politica e stabilità finanziaria, prima di essere distaccato presso la Federal Reserve Bank di New York (2004-2005). Laureato in Economia, Finanza e Filosofia, fa parte di diversi organismi finanziari. Dal 2014 al 2020 è stato anche vicedirettore generale della Banca centrale europea.
La procura di Milano ha ribadito la sua convinzione di un «concerto occulto» tra Delfin e Caltagirone sull’acquisizione di azioni Mediobanca. L’ha indicato il procuratore capo Marcello Viola nel corso dell’audizione davanti alla commissione Banche del Senato alla quale ha partecipato anche il magistrato milanese Roberto Pellicano. Secondo Viola, tra Delfin e Caltagirone c’era una «volontà comune di ottenere il controllo delle Generali» fin dal 2019. In occasione dell’ops Mediobanca da parte di Mps, per lui c’è stato un «saldarsi di interessi di vecchia data con quelli più recenti di Mps senza rendere trasparente al mercato la saldatura di questi interessi». Viola ha consegnato al presidente della commissione, Pierantonio Zanettin, una copia elettronica del decreto di perquisizione e sequestro che ha riguardato Milleri, Caltagirone e Lovaglio.
Roma e Parigi sempre più ai ferri corti. Tra i tanti dissapori politici che dividono francesi e italiani (ultima la piccata reazione di Emmanuel Macron al commento di Giorgia Meloni sulla morte dell’attivista di destra Quentin Deranque) ora c’è di mezzo un dossier finanziario che definire un inciampo è un eufemismo. Al centro della contesa la governance di Borsa Italiana, diventata terreno simbolico di un braccio di ferro tra sovranità nazionale e logica paneuropea. Da una parte Cassa depositi e prestiti, azionista rilevante del gruppo; dall’altra i francesi di Euronext, che nel 2021 hanno acquisito Piazza Affari promettendo integrazione e sviluppo. Il nodo è il rinnovo dell’amministratore delegato di Borsa Italiana, Fabrizio Testa; Cdp spinge per un cambio al vertice chiedendo discontinuità: prima che sulla persona, ne fa una questione di rispetto del peso della componente italiana come azionista di riferimento di Euronext. Il suo attuale ceo nonché presidente Stéphane Boujnah difende invece Testa al punto da avergli già garantito la riconferma, anche in assenza della delibera formale dell’assemblea di aprile. La questione non è certo di lana caprina, visto che in ballo ci sono il controllo e l’influenza su un’infrastruttura strategica per il mercato dei capitali italiani. Per Roma, Piazza Affari non è una semplice filiale di un network europeo, mentre secondo i francesi l’integrazione funziona solo se le regole sono comuni e le scelte non rispondono a spinte domestiche. E l’attuale ad Testa che fa? Tace, facendo così ancora più irritare i soci italiani che in privato lo accusano senza mezzi termini di essere passato dalla parte dei soci d’Oltralpe. Se, come tutto fa pensare, non si arriverà a una soluzione concordata, da Roma fanno sapere che saranno i tribunali a doversene occupare.
L’archeovino pompeiano affascina Londra
La strana coppia. Gabriel Zuchtriegel, archeologo, e Antonio Capaldo, imprenditore del vino, sono stati avvistati a Londra. Il direttore degli scavi di Pompei, il sito archeologico più famoso al mondo, e il presidente della cantina Feudi San Gregorio, figlio di Pellegrino Capaldo – già presidente della Banca di Roma, che nel 1986 decise di in vestire in Irpinia fondando l’attività vitivinicola – hanno intrattenuto una folla di britannici in estasi all’Istituto Italiano di Cultura diretto da Francesco Bongarrà, presentando l’affascinante progetto di un archeovino. Grazie a un partenariato pubblico-privato, la casa vinicola, una delle più grandi del Sud d’Italia con 30 milioni di euro di fatturato, ha stretto un accordo con il parco archeologico per piantare vigneti autoctoni all’interno delle ville di Pompei, riprendendo un’attività di 2 mila anni fa. L’obiettivo del gruppo Tenute Capaldo (Cantine Feudi di San Gregorio e Basilisco) è creare una realtà unica al mondo e produrre 30 mila bottiglie l’anno. Il pubblico, entusiasta, ha poi brindato con bottiglie di Cutizzi, il Greco di Tufo edizione riserva di Feudi.
Chi si rivede, Tarak Ben Ammar
Alla presentazione romana di Berlusconi, il mondo secondo lui, il libro di Giovanni Castellaneta e Marco Carnelos, alla Camera di Commercio di Roma, è apparso anche Tarak Ben Ammar. L’influente finanziere tunisino, protagonista del mondo della finanza francese ed ex socio proprio del Cavaliere, con cui aveva rapporti strettissimi, si è messo in prima fila, a poca distanza da Gianni Letta, per ascoltare il lungo dibattito sulla politica estera. Letta, come ha dimostrato nella prefazione, conserva idee chiare sul Cav: «Oggi Silvio Berlusconi osserverebbe, affranto, l’America che aveva sempre ammirato, e per la quale provava un profondo debito di riconoscenza, resa irriconoscibile e ostile da una classe politica che sembra aver smarrito la consapevolezza delle basi di una comune civiltà; lo sarebbe altrettanto nel vedere Europa e Russia sull’orlo di uno scontro epocale. Non avrebbe avuto le forze per contribuire a ricucire questi strappi, nel farsi concavo e convesso, come soleva dire, per trovare una soluzione giusta e duratura a crisi così inquietanti, ma avrebbe sicuramente sperato che la sua lezione di politica estera, improntata al dialogo, al realismo, e al buon senso, potesse costituire, in questo incredibile disordine globale, un punto di riferimento per ritrovare la strada della pace; sempre con il fine ultimo della tutela degli autentici interessi dell’Italia». Carnelos ha rivelato particolari curiosi, come i retroscena sui dialoghi tra Berlusconi e i big mondiali in tema di televisione, con il pallino di Silvio di evitare ogni paragone tra lui e Donald Trump. E Castellaneta ha svelato che il piano di costruzione edilizia di Gaza è vecchio di almeno vent’anni, e ha le sue origini proprio con Berlusconi, perché l’obiettivo era creare ricchezza per la popolazione palestinese…
Tarak Ben Ammar (foto Imagoeconomica).
Per Bocchino e Arianna fila in Galleria Sordi
Per Italo Bocchino e Arianna Meloni, protagonisti in Galleria Sordi per parlare dell’ennesimo libro sulla premier Giorgia, blindatura con poliziotti in assetto da guerriglia. Tanto che i fotografi hanno dovuto penare: lo sa bene Umberto Pizzi, che nel caos si è beccato due forti colpi al fianco, tanto da urlare per il dolore. Si è fatta notare la presenza di Francesca Pascale, storica compagna di Silvio Berlusconi. Gigi Marzullo controllava la situazione. C’era l’ex ministro della Difesa Cesare Previti, l’ex presidente della Camera Gianfranco Fini, l’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, oltre a Fabrizio Tatarella e Giampaolo Angelucci. Sul palco, insieme con Bocchino e “sister” Meloni, ecco Ignazio La Russa e Hoara Borselli, a fare da moderatrice. «La parità di genere è stata assicurata», si è sentito dire dalla platea.
Il rispetto di Gualtieri per la Corte dei conti
Corte dei conti ingabbiata: a Roma la “presa di possesso” dell’area di cantiere della metro C per la fermata “Mazzini” è stata calendarizzata aspettando l’apertura dell’anno giudiziario della magistratura contabile, il 24 febbraio, ma il giorno dopo tutto è cominciato. Sì, il sindaco Roberto Gualtieri ha dovuto attendere la celebrazione, però ora le ruspe sono pronte. Le foto scattate documentano la scomparsa del grande parcheggio al centro di viale Mazzini, e il cartello indica la durata del cantiere, ossia 4.078 giorni. Praticamente, un supplizio lungo addirittura 11 anni…
Abete, virata a destra con elogi a Giuli e Mazzi
Incredibile ma vero: Luigi Abete, classe 1947, 79 anni compiuti il 17 febbraio, elogia il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il sottosegretario Gianmarco Mazzi. Una virata a destra che scuote il panorama dei salotti romani, e chissà cosa ne pensano i suoi vecchi amici Franco Bassanini e Fabiano Fabiani: fatto sta che Abete ha preso carta e penna, parlando in qualità di presidente di Confindustria Cultura Italia (sì, ha anche quest’incarico) per accogliere «con soddisfazione l’annuncio del sottosegretario Mazzi della firma da parte del ministro della Cultura, Alessandro Giuli del decreto di adeguamento delle tariffe da copia privata, come previsto dalla legge». Perché «troppo spesso ci dimentichiamo che senza tutela del diritto d’autore non esiste diffusione della cultura, perché proprio la garanzia di essere remunerati per la propria attività intellettuale costituisce il presupposto che consente a scrittori, musicisti, autori in generale, editori in qualsiasi forma di poter esistere e vivere del loro lavoro». E Abete poi si ripete: «Ringraziamo il ministro Giuli, il sottosegretario Mazzi e il comitato consultivo per il diritto d’autore per avere congiuntamente trovato una sintesi capace di rafforzare questo strumento essenziale per la tutela dell’intero settore culturale italiano in un ecosistema troppo spesso dominato dalla tecnologia». Manca solo un «evviva il governo di Giorgia Meloni»…
Come Stalin ai tempi dell’Urss era solito a eliminare (anche) dalle foto ufficiali personaggi scomodi, una sorta di Photoshop ante litteram, allo stesso modo nella Rai meloniana si è deciso di cancellare la testata L’Unità dalla foto sulla vittoria della repubblica al referendum del 1946 proiettata durante la prima serata del Festival di Sanremo. La slide era già finita nel mirino per ilrefuso “Repupplica”, ma ora si aggiunge un altro elemento. Osservando le foto d’epoca con le copie de L’Unità del 5 giugno 1946 e il titolo “Viva la Repubblica!”, si nota come la testata del giornale risulta cancellata. Una censura bella e buona, che però nulla ha potuto davanti al “ciao ciao fascisti” della 105enne Gianna Pratesi, testimone di quel voto storico presente all’Ariston.
Slide con il nome de “L’Unità” cancellato (X). La foto originale (X).
La nuova Supermedia Agi/YouTrend vede il centrodestra in difficoltà, sia per quanto riguarda l’intenzione di voto degli italiani, sia per la scelta degli elettori in ottica referendum. La coalizione al governo in due settimane ha perso infatti l’1,2 per cento. E continua ad assottigliarsi il margine di vantaggio del “sì” (posizione della maggioranza) in vista della consultazione referendaria relativa alla riforma della giustizia.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Le intenzioni di voto: scende il centrodestra
Per quanto riguarda le intenzioni di voto, Fratelli d’Italia è dato al 29 per cento (-0,6), Forza Italia all’8,9 per cento (-0,2) e la Lega al 7 per cento (-0,4). Il Partito democratico è stabile al 22,1 per cento. Leggero calo per il Movimento 5 stelle all’11,8 per cento (-0,2). Avanza Alleanza Verdi e Sinistra al 6,7 per cento (+0,4). Su anche Azione al 3,4 per cento (+0,2). Frenano Italia Viva al 2,2 per cento (-0,1) e +Europa all’1,6 per cento (-0,1). Futuro Nazionale, neonato partito di Roberto Vannacci, è dato al 3 per cento (+0,1), dunque in leggera ripresa.
Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni (Imagoeconomica).
Referendum: cala il vantaggio del “sì”
La Supermedia Agi/YouTrend relativa al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo vede il “sì” in vantaggio di 2,4 punti: un margine sempre più esiguo nei confronti del “no” su cui spingono le opposizioni (anche se non del tutto compatte). Il “sì” è ora dato al 51,2 per cento (-1,7) e il “no” al 48,8 per cento.
Contrariamente agli annunci fatti dal ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot, la Francia ha rinunciato a chiedere le dimissioni di Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i Territori palestinesi, nel corso del Consiglio tenutosi il 25 febbraio a Ginevra. Parigi, tramite la sua rappresentante Céline Jurgensen, ha infatti optato per un semplice richiamo denunciando «dichiarazioni ripetute ed estremamente problematiche» da parte di Albanese, come riporta Politico. Jurgensen ha quindi invitato tutti i relatori speciali a dar prova della «sobrietà, moderazione e discrezione» richieste dal loro mandato. Il portavoce del ministero degli Esteri francese, Pascal Confavreux, ha detto che «Albanese dovrebbe avere ladignità di dimettersi».
Francesca Albanese (Ansa).
Perché Barrot voleva le dimissioni di Albanese
Intervenendo in Parlamento il 18 febbraio, Barrot aveva condannato la «lunga lista di provocazioni» della relatrice dell’Onu, che più volte si è espressa contro Israele facendo anche paragoni con il Terzo Reich, riferimenti alla “lobby ebraica” o giustificazioni del 7 ottobre. Nel mirino, in particolare, era finito il suo intervento all’Al Jazeera Forum dove Albanese, alla presenza di un dirigente di Hamas e del ministro degli Esteri iraniano, aveva definito lo Stato ebraico «un nemico comune dell’umanità». Parole che il ministro degli Esteri di Parigi aveva definito «oltraggiose e colpevoli». «La Francia condanna senza riserve le dichiarazioni oltraggiose e colpevoli della signora Francesca Albanese che prendono di mira non il governo israeliano, di cui è lecito criticare la politica, ma Israele come popolo e come nazione, il che è assolutamente inaccettabile», aveva detto. Secondo Barrot, Albanese non può rivendicare lo status di “esperta indipendente” delle Nazioni Unite, perché «non è né un’esperta né indipendente, ma un’attivista politica che diffonde discorsi d’odio». Di qui l’annuncio che la Francia avrebbe chiesto le sue dimissioni durante la successiva sessione del Consiglio per i diritti umani dell’Onu, cosa che però non è avvenuta.
Jean-Noel Barrot (Ansa).
Cosa può fare davvero la Francia
Sul piano pratico, in realtà, il margine di manovra della Francia è molto limitato. Gli Stati membri dell’Onu non dispongono infatti di meccanismi per costringere un relatore o una relatrice speciale a dimettersi prima del termine del mandato. Quello di Albanese arriverà a compimento nel 2028, salvo adozione di una specifica risoluzione da parte del Consiglio dei diritti umani (ipotesi ritenuta poco probabile). Dal canto suo, Albanese ha già fatto sapere che non ha alcuna intenzione di lasciare l’incarico.
Børge Brende si è dimesso da presidente e amministratore delegato del World Economic Forum di Davos a causa dello scandalo suscitato dalla sua amicizia con Jeffrey Epstein, emersa dalla pubblicazione dei file delle indagini sul finanziere. «Dopo un’attenta riflessione, ho deciso di dimettermi. Il mio periodo qui, durato otto anni e mezzo, è stato estremamente gratificante», ha dichiarato Brende.
Børge Brende (Ansa).
Cosa è emerso dagli Epstein Files
Dagli Epstein Files risultano tre cene di lavoro tra i due e almeno 100 messaggi scambiati, nei quali Brende chiamava «amico» il finanziere morto poi suicida in carcere nel 2019, affermando di sentire la sua mancanza. Nei confronti dell’ex ministro degli Esteri norvegese, che si è dichiarato «completamente ignaro del passato e delle attività criminali» di Epstein, a inizio febbraio il WEF ha aperto un’inchiesta interna e indipendente, che si è conclusa senza evidenziare ulteriori criticità. La direzione del World Economic Forum è stata affidata ad interim a Alois Zwinggi.
I documenti su Epstein continano a mietere vittime
La passata vicinanza a Epstein continua a fare vittime. Com’è noto, l’ex principe Andrea è stato arrestato per cattiva condotta in pubblico ufficio per aver condiviso informazioni riservate col finanziere quando era emissario commerciale del governo di Londra. Il fratello minore di re Carlo III è stato poi rilasciato. Stessa sorte per Peter Mandelson, ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti ed eminenza grigia del New Labour. A questa vicenda sono legate le dimissioni di Morgan McSweeney, capo di gabinetto di Keir Starmer, che aveva fortemente insistito col premier affinché Mandelson ottenesse l’incarico diplomatico. Pluricitato negli Epstein Files poi Bill Gates: il cofondatore di Microsoft si è scusato con lo staff della sua fondazione per i legami col finanziere, ammettendo di aver avuto relazioni extraconiugali con due donne russe, che però non erano vittime dei suoi traffici sessuali. E, sotto pressione, ha disertato un summit sull’IA in India, dove era atteso come relatore principale. Larry Summers, ex segretario al Tesoro di Bill Clinton – altro vecchio amico di Epstein – ha lasciato l’incarico di docente alla prestigiosa università di Harvard. L’attuale segretario al Commercio Howard Lutnick, invece, è rimasto al suo posto nonostante abbia ammesso di aver mentito sui rapporti con Epstein.
La guardia costiera cubana ha ucciso a colpi di arma da fuoco quattro persone che viaggiavano su un motoscafo immatricolato negli Stati Uniti, intercettato a un miglio dalla costa settentrionale dell’isola caraibica. Sei i feriti. Secondo L’Avana i 10 uomini a bordo dell’imbarcazione avevano intenzione di «compiere un’infiltrazione con fini terroristici». L’incidente è avvenuto in un contesto di crescenti tensioni tra gli Stati Uniti e Cuba: ora si teme l’escalation.
La versione di Cuba: gli spari e la risposta della motovedetta
L’imbarcazione, registrata in Florida, è stata intercettata a un miglio nautico (meno di due chilometri) da Cayo Falcones, che si trova lungo la costa settentrionale di Cuba. Secondo la versione dell’Avana, quando una motovedetta della guardia costiera si è avvicinata per le procedure di identificazione, dal motoscafo «sono stati esplosi colpi di arma da fuoco», che hanno ferito il comandante dell’unità cubana. A quel punto c’è stata la risposta della motovedetta. A bordo del motoscafo c’erano tutti cubani residenti negli Usa. Il sito Cubadebate riporta che a bordo erano presenti fucili d’assalto, armi corte, esplosivi artigianali, giubbotti antiproiettile, cannocchiali e uniformi mimetiche. Il governo dell’Avana, che intende restare impegnato nella «protezione delle proprie acque territoriali», ha comunicato l’arresto di un uomo – Duniel Hernández Santos – che sarebbe stato inviato dagli Stati Uniti per coordinare l’azione. Alcuni dei sospetti poi «risultavano già ricercati per terrorismo secondo la Risoluzione 1373 del Consiglio di Sicurezza Onu».
Rubio: «Accertati i fatti reagiremo di conseguenza»
Marco Rubio, segretario di Stato Usa, ha spiegato che Washington «reagirà di conseguenza» una volta accertati i fatti: «Scopriremo esattamente cosa è successo, chi è stato coinvolto, e poi prenderemo una decisione. Non ci limiteremo a ciò che ci dice qualcun altro». Rubio ha inoltre affermato che «è molto insolito vedere sparatorie in mare aperto come questa».
Il Cremlino difende l’operato della guardia costiera cubana
Sull’incidente si è espresso anche il Cremlino. Dmitry Peskov, portavoce di Vladimir Putin, ha dichiarato che la guardia costiera dell’Avana «ha fatto quello che doveva fare», anche perché «i cittadini cubani catturati, che con armi in mano hanno provato a infiltrarsi nell’isola, hanno ammesso l’intento di compiere atti terroristici». Peskov ha poi invitato le due parti alla moderazione.
È lecito licenziare un lavoratore per sostituire la sua mansione con un dispositivo robotico o con l’intelligenza artificiale. Lo stabilisce una sentenza del tribunale di Roma del 19 novembre 2025. Nell’analizzare una richiesta di reintegro da parte di un dipendente, il giudice ha stabilito che è legittimo il licenziamento per giustificato motivooggettivo fondato su una riorganizzazione aziendale, determinata anche dall’introduzione di strumenti di intelligenza artificiale, quando risulti accertato che l’innovazione tecnologica abbia comportato una stabile riduzione delle attività affidate al lavoratore e la conseguente soppressione della posizione ricoperta.
Riconosciuta l’impossibilità, da parte del datore, di ricollocare la dipendente
Il caso riguardava la graphic designer di una società di cybersecurity in difficoltà economico-finanziaria. L’azienda in questione aveva accentrato funzioni e introdotto strumenti per rendere efficienti i processi, sopprimendo il ruolo della dipendente e licenziandola. Il tribunale ha ritenuto fondate le ragioni del datore di lavoro, richiamando le reali esigenze economico-organizzative e l’impossibilità di repechage, ovvero ricollocazione interna. Nella sentenza, l’intelligenza artificiale non viene considerata una causa autonoma del licenziamento, ma uno degli strumenti della riorganizzazione.
Deve esserci un giustificato motivo oggettivoper licenziare un lavoratore
Va sottolineato che non basta che il datore di lavoro decida di preferire un chatbot a un umano, ma deve esserci un giustificato motivo oggettivo per mandare a casa un lavoratore e non ricollocarlo. Nel caso specifico, la società era in una situazione finanziaria difficile (era stata trasformata da spa a srl e aveva sulle spalle uno sfratto per morosità e una procedura per crisi d’impresa) e l’organico era stato dimezzato da 20 a 10 persone. Per motivi di sopravvivenza, ha fatto ricorso all’intelligenza artificiale per tagliare i costi e velocizzare il lavoro che prima faceva la dipendente.
Selvaggia Lucarelli affiancherà Cesara Buonamici come opinionista della prossima edizione del Grande Fratello VIP, che andrà in onda da martedì 17 marzo in prima serata su Canale 5 per sei settimane, con la conduzione di Ilary Blasi dopo la rinuncia di Alfonso Signorini. L’indiscrezione è stata confermata da un comunicato di Mediaset.
Selvaggia Lucarelli nei panni di giudice di “Ballando con le stelle” (Ansa).
Per Lucarelli la classica offerta che non si può rifiutare
Lucarelli, dal 2016 giudice di Ballando con le stelle, aveva ufficiosamente annunciato la sua partecipazione con una storia su Instagram già il 21 febbraio: «Nel cast del GF c’è un personaggio che vi farà sognare», aveva scritto, lasciando intendere che ci sarebbe stata in qualche veste anche la sua presenza. Il 25 febbraio, durante La vita in diretta, il conduttore Alberto Matano – opinionista del dance show di Milly Carlucci – le ha detto: «Possiamo dire che ti vedremo per un po’ su altri schermi? Però tornerai, l’importante è che ritorni». Per Lucarelli, che non è legata alla Rai con un’esclusiva ma da un contratto rinnovato di anno in anno, si parla di un cachet importante: la classica offerta che non poteva rifiutare. Il suo ritorno nella prossima edizione di Ballando con le stelle, comunque, è dato praticamente per certo.
Maria Alessandra Gallone, ex senatrice di Forza Italia, si è insediata come nuova presidente dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra). La scelta era stata contestata dalle forze di opposizione: è infatti la prima volta che ai vertici dell’Istituto viene posto non un tecnico o uno scienziato, ma un esponente di partito. In particolare Angelo Bonelli, deputato di Avs e co-portavoce di Europa Verde, aveva dedicato alla designazione un passaggio di un’audizione in Parlamento, parlando di scelta «che rompe una tradizione di autonomia, competenza e indipendenza e che conferma una strategia ormai evidente del governo Meloni».
Chi è Maria Alessandra Gallone
Gallone alle Politiche del 2008 si era candidata al Senato tra le liste del Popolo delle Libertà, risultando la prima dei non eletti nella circoscrizione Lombardia: era poi approdata a Palazzo Madama il 6 dicembre dello stesso anno subentrando al deceduto Luigi Scotti. Successivamente ha aderito a Fratelli d’Italia, senza riottenere il seggio al Senato alle elezioni del 2013. In dissenso con la linea del partito aveva poi di abbandonato FdI per aderire alla rinata Forza Italia. Nel 2022 aveva mancato il ritorno in Parlamento. Senatrice della Repubblica per due legislature, durante cui è stata componente della Commissione Ambiente, della Commissione d’inchiesta sugli Ecoreati, della Commissione Giustizia e della Commissione Agricoltura, negli ultimi anni Gallone è stata consulente sia della ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, che del ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin.
Il regista sudcoreano Park Chan-wook è stato nominato presidente della giuria al Festival di Cannes 2026. Acclamato l’anno precedente sulla Croisette per il suo No other choice, è il primo coreano a ricoprire questo ruolo, che eredita dall’attrice francese Juliette Binoche. «La sua inventiva, maestria visiva e propensione a catturare i molteplici impulsi di donne e uomini con strani destini hanno regalato al cinema contemporaneo momenti davvero memorabili», hanno dichiarato la presidente del Festival Iris Knobloch e il direttore Thierry Frémaux. «Siamo lieti di celebrare il suo immenso talento e, più in generale, il cinema di un paese profondamente impegnato a mettere in discussione il nostro tempo». La giuria da lui presieduta sarà chiamata ad assegnare la Palma d’Oro, il riconoscimento più prestigioso del Festival, nella cerimonia di chiusura che si terrà il 23 maggio.
Dalla trilogia della vendetta a No other choice
Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico, Park Chan-wook è ritenuto tra i cineasti più importanti e influenti del cinema coreano. Ha ottenuto il successo internazionale con la trilogia della vendetta, composta da Mr. Vendetta (2002), Old Boy (2003) e Lady Vendetta. Con il secondo capitolo ha vinto il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2004, dove ha ricevuto anche il plauso del regista statunitense Quentin Tarantino che definì la pellicola come «il film che avrei voluto fare io».
Nel 2013 ha realizzato il suo primo film in lingua inglese, Stoker, con un cast che comprende Matthew Goode, Nicole Kidman e Mia Wasikowska. Tra gli altri suoi lungometraggi si ricordano Mademoiselle (2016), Decision to Leave (2022) e il sopracitato No other choice (2025).
È stata raggiunta nella notte l’intesa nella maggioranza sulla nuova legge elettorale. Il testo, già ribattezzato “stabilicum” perché punta a garantire stabilità disinnescando le minacce del Rosatellum – soprattutto nei collegi uninominali del Sud – sarà ora oggetto di alcune limature tecniche e di un ultimo passaggio coi leader dei partiti della coalizione al governo. Poi verrà depositato, forse già oggi 26 febbraio.
Cosa prevede la nuova legge elettorale
L’impianto della legge sarà proporzionale con un premio di maggioranza, che scatterebbe a favore della coalizione capace di raggiungere il 40 per cento dei voti. Il premio non farebbe ottenere automaticamente il 55 per cento dei seggi, ma garantirebbe ai vincitori 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. La nuova legge elettorale non prevede le preferenze e introdurrà l’obbligo di indicare il leader della coalizione, non sulla scheda elettorale, ma nel programma presentato agli elettori. Per quanto riguarda le soglie di sbarramento, dovrebbero restare quelle attuali: 3 per cento per le liste singole, 10 per cento per chi è in coalizione.
Ascolti in calo anche per la seconda serata di Sanremo 2026. Stando ai dati Auditel, lo share è arrivato al 59,5 per cento e gli spettatori sono stati 9 milioni e 53 mila. Rispetto alla prima serata, che era stata seguita da 9,6 milioni di persone pari al 58 per cento di share. Conti migliora dunque la percentuale ma cede sull’audience. In dettaglio, la prima parte dalle 21.46 alle 23.34 ha totalizzato il 57,8 per cento (11 milioni e 224 mila spettatori), mentre la seconda parte dalle 23.39 all’1.10 il 62,3 per cento (5 milioni e 794 mila spettatori). La seconda serata dell’anno precedente aveva registrato il 64,6 per cento per una media di 11 milioni e 800 mila teste.
Il confronto con le seconde serate degli anni precedenti
Nel 2024, quando però non c’era ancora la total audience e gli ascolti venivano misurati solo sulle televisioni (ora coinvolgono anche altri dispositivi come smartphone e tablet e piattaforme streaming come RaiPlay), la seconda serata era stata seguita da 10 milioni e 316 mila persone (60,1 per cento di share), mentre nel 2023 gli spettatori erano stati 10 milioni e 545 spettatori (62,3 per cento).