Ilva, qualche domanda su spese, rimborsi e sul piano-non piano Flacks

È tutto in una tabella. Date, causali, importi. E poi una cifra che fa scattare la miccia: 49.174.987 euro. Open il 2 febbraio la raccontava così: tra il primo luglio e il 24 dicembre 2025 la gestione commissariale di Ilva avrebbe versato ad ArcelorMittal — mentre è in causa con il gruppo per cifre enormi — quasi 50 milioni di euro per attività di decontaminazione previste dal contratto d’affitto degli impianti (articolo 20.4). A stretto giro è arrivata la smentita dei commissari che ha spento la prima fiamma: non è stata pagata ArcelorMittal, dicono. Il destinatario è Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, cioè la società che oggi gestisce gli impianti. La confusione è nata da un refuso rimasto in un allegato, dove comparirebbe ancora la vecchia denominazione “ArcelorMittal Italia”.

Passi per il refuso, ma quei rimborsi esistono

Fine? No. Perché il punto non è il nome sbagliato. Il punto è che quei pagamenti esistono, sono ricorrenti e si inseriscono in un assetto che assomiglia a un paradosso amministrativo: due amministrazioni straordinarie che si incastrano. Da un lato Ilva, commissariata, che gestisce un conto pubblico destinato a spese ambientali e voci collegate (il “conto speciale 6055”). Dall’altro Acciaierie d’Italia, commissariata, che gestisce gli impianti e riceve rimborsi e sostegni per non fermare tutto. I documenti ufficiali del conto 6055 parlano chiaro. Nel secondo semestre 2022 risultano rimborsi per «decontaminazione» ex art. 20.4 pari a 47.184.785 euro. Nel secondo semestre 2023 la stessa voce vale 39.129.067 euro. Nel secondo semestre 2024 cambia il beneficiario, coerentemente con la nuova gestione, e compaiono «rimborsi ad Acciaierie d’Italia in A.S.» per 33.003.520 euro. Sempre nel 2024 appare un’altra riga che pesa più di molte dichiarazioni pubbliche, perché tradotta in italiano corrente significa: tenere in piedi l’autorizzazione ambientale senza la quale lo stabilimento non può operare. Sono 23.594.600 euro per la garanzia finanziaria legata all’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA).

Ilva, qualche domanda su spese, rimborsi e sul piano-non piano Flacks
L’ex Ilva (Imagoeconomica).

Dove sono finiti esattamente i soldi?

A questo punto però sorgono tre domande. Questi soldi, voce per voce, che cosa hanno pagato? “Decontaminazione” non è una parola magica. Vuol dire cantieri, fornitori, stati di avanzamento, controlli, collaudi, tempi. Vuol dire anche risultati misurabili. Se esiste un elenco dettagliato — e deve esistere — la domanda è semplice: perché non pubblicarlo in modo leggibile, progetto per progetto? In seconda battuta, chi certifica che ogni tranche corrisponda a lavori reali e verificati? Chi valida, con quale procedura e con quali responsabilità? Finché la risposta resta nei circuiti chiusi, ogni cifra diventa opaca, anche quando è formalmente “vincolata”. Infine: che effetto ha prodotto tutto questo sulla crisi complessiva? Perché il conto speciale è un binario; l’altro binario è la sopravvivenza industriale. Nel luglio 2024 il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha annunciato l’ok europeo al prestito ponte da 320 milioni per Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, con tasso annuo 11,6 per cento, presentandolo come un passaggio chiave per la continuità. Eppure a febbraio 2026 si torna a parlare di proroga della cassa integrazione straordinaria fino a 4.450 lavoratori. Se questa è la traiettoria dopo rimborsi, garanzie e prestiti, la domanda non è ideologica, è industriale: dov’è il piano che chiude il cerchio tra produzione, investimenti, ambiente e lavoro? E dov’è scritto con date, soldi e obiettivi verificabili? A rendere tutto più fragile c’è poi lo scontro legale: richiesta di danni da 7 miliardi contro ArcelorMittal e amministratori, e contro-pretesa da 1,8 miliardi contro l’Italia. Cause enormi mentre la gestione quotidiana continua a bruciare cassa.

Ilva, qualche domanda su spese, rimborsi e sul piano-non piano Flacks
Adolfo Urso (Imagoeconomica).

L’Ilva secondo Flacks

Nel frattempo si apre la partita della vendita. Il Mimit ha dato mandato ai commissari di Ilva e di Acciaierie d’Italia di negoziare in esclusiva con Flacks Group, citando anche possibili partenariati industriali. Qui non è una questione di tifoserie. È una questione di numeri, garanzie, scadenze. Ed è qui che l’ultima intervista di Michael Flacks alla Gazzetta del Mezzogiorno diventa utile. Flacks dice di voler cominciare da una produzione di 4 milioni di tonnellate di acciaio per arrivare a 6 milioni, legando tutto alla ripartenza del «secondo forno». Dice di voler «elettrificare due forni in due anni». Parla di «una nuova fonte di approvvigionamento energetico» da costruire a Taranto confrontandosi con il governo. Manca però un vero piano con costi, tempi, permessi, fabbisogni energetici, tappe obbligate. Anche sull’occupazione si limita a snocciolare qualche numero: all’inizio ci saranno 6.500 dipendenti, poi 8 mila e 10 mila. Bene. Ma dove sono le basi? Quali assunzioni, quali profili, quali tempi, quale formazione? Anche qui siamo a semplici slogan, senza un cronoprogramma. Sul rapporto con la città propone un comitato «indipendente» con esponenti politici e la Chiesa; dice che bisogna capire «perché ci si ammala» e garantire che non accada più. Parole che intercettano una ferita reale, ma senza dati, monitoraggi terzi, obiettivi e scadenze restano teatro. E poi ci sono frasi che, in un negoziato di questo livello, non sono folclore: sono un test di credibilità. Evoca i Beatles (Quando visiterò Taranto? «Se ve lo dicessi, succederebbe come quando i Beatles sono andati in America, accolti da folle oceaniche. Quando avrò le chiavi dal governo, verrò in visita») e Dio («Non si tratta di fortuna, è Dio che decide […] voglio solo che tra tutti noi ci sia il dialogo, che siamo tutti amici»). È comunicazione, si dirà. Ma quando i numeri mancano, la comunicazione non basta.

Ilva, qualche domanda su spese, rimborsi e sul piano-non piano Flacks
L’intervista di Michael Flacks alla Gazzetta del Mezzogiorno.

Sui soldi serve chiarezza

Infine, la questione più semplice: i soldi. Flacks afferma che lo Stato non farà parte della società, salvo ipotizzare un piccolo ingresso futuro di partner industriali. Benissimo. Allora la domanda pubblica è aritmetica: quanta equity cash mette il privato, quando, con quali garanzie? E quali obblighi vincolanti accetta su produzione, investimenti, ambiente e occupazione? E cosa succede se non li rispetta? Il refuso ha acceso la miccia. Ma la sostanza resta lì: dal conto 6055 escono decine di milioni da anni; dal bilancio pubblico arrivano prestiti ponte; e intanto la cassa integrazione ritorna. Fino a prova contraria, questa non è strategia: è gestione del tempo. E il modo per smentirlo è uno solo: trasparenza operativa, rendicontazione comprensibile e un piano industriale verificabile mese per mese.

Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica

Papa Leone XIV, il primo pontefice statunitense, deve vedersela con un presidente megalomane e per alcuni pericoloso come Donald Trump. Forse anche per questo è stato eletto dai suoi confratelli cardinali l’8 maggio scorso, un po’ come avvenne con Giovanni Paolo II all’epoca della Cortina di ferro. Il paragone non è azzardato, considerati gli attriti crescenti fra la Chiesa cattolica e la Casa Bianca, e la posizione assunta dalla Santa Sede sulla politica estera Usa, sulla quella migratoria e sui tagli agli aiuti internazionali, al settore sanitario e ai servizi sociali. Fra l’altro il gelo fra Chiesa cattolica e Casa Bianca rischia di diventare un serio problema per il partito repubblicano in vista delle elezioni di midterm, soprattutto se si tiene presente che il voto cattolico favorì in modo determinante Trump nella corsa elettorale del 2024. 

Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica
Donald Trump (Ansa).

I richiami del Papa: da Cuba al trattato sulle armi nucleari

Il clima insomma è tutt’altro che sereno. Lo si è visto anche domenica scorsa quando all’Angelus il Papa ha parlato della crisi fra gli Stati Uniti e Cuba, invitando «tutti i responsabili a promuovere un dialogo sincero ed efficace per evitare la violenza e ogni azione che possa aumentare le sofferenze del caro popolo cubano». Il riferimento era alla decisione della Casa Bianca di impedire a qualsiasi petroliera di raggiungere Cuba. Una stretta che sta mettendo in ginocchio la già fragile economia dell’isola caraibica. Trump ha successivamente accennato a un possibile accordo con L’Avana, ma di certo dopo l’operazione Maduro, la preoccupazione Oltretevere che si possa arrivare a un’escalation militare con conseguenze pesanti per la popolazione civile è tangibile. Tanto che nelle prossime settimane i vescovi cubani saranno ricevuti in visita ad limina apostolorum da Leone. Pressoché inascoltato è stato poi l’appello del pontefice per il rinnovo del New Start, l’ultimo trattato sulle armi nucleari rimasto in vigore tra Russia e Stati Uniti. Giovedì 5 febbraio è scaduto, anche se ci sarebbero ancora margini per una proroga. «È quanto mai urgente sostituire la logica della paura e della diffidenza con un’etica condivisa capace di orientare le scelte verso il bene comune e di rendere la pace un patrimonio custodito da tutti», aveva detto Leone.

Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

Parolin in difesa del diritto internazionale

Non solo. Il Segretario di Stato Pietro Parolin aveva chiesto a più riprese ai leader mondiali di rispettare il diritto internazionale e di non rinunciare al multilateralismo, considerati requisiti essenziali per risolvere le crisi globali. L’esatto opposto della politica trumpiana, volta ad affermare la supremazia americana in termini economici e militari. Anche la richiesta arrivata dagli Usa al Vaticano di entrare a far parte del board of pace ha lasciato piuttosto fredda la Santa Sede, non ultimo per via del progetto – in sé discutibile – di trasformare la Striscia in una riviera turistica di lusso. 

Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica
Il cardinale Pietro Parolin (Imagoeconomica).

Le critiche della Chiesa dopo le violenze dell’Ice

Al di là dei problemi internazionali, è all’interno degli Stati Uniti che il conflitto con la Chiesa sta diventando dirompente, in particolare dopo le operazioni condotte dall’Ice (Immigration and Customs Enforcement) a Minneapolis. Le violenze hanno suscitato proteste in tutto il Paese, e la voce di vescovi, cardinali ed esponenti del laicato cattolico si è levata con decisione contro la Casa Bianca, tanto che 300 leader cattolici hanno chiesto al Congresso che l’agenzia paramilitare non venga rifinanziata. Un appello che si aggiunge alla critica di tre cardinali statunitensi – Robert McElroyBlase Cupich e Joseph Tobin, arcivescovi di Washington, Chicago e Newark – contro l’aggressiva politica estera del tycoon. «È chiaro che dobbiamo tornare a comprendere cosa significhi la dignità umana», ha affermato Cupich all’emittente Ms Now affrontando poi il nodo della crisi interna degli Stati Uniti scaturita dalle violenze dell’Ice contro i migranti o chiunque è sospettato di esserlo in base al colore della pelle. «Insultare, riferirsi alle persone come parassiti, animali o spazzatura», ha aggiunto il porporato, «ci mette davvero in una posizione molto difficile in questo Paese». Il cardinale si è quindi spinto a un parallelo con il nazismo. Parlando in occasione del Giorno della Memoria, ha ricordato che l’Olocausto «non è iniziato con i campi di concentramento, ma con le parole. Penso che dobbiamo tenerlo a mente e imparare dalla storia che le parole contano».

Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico

Già si parla di «figuraccia olimpica». Il commento della cerimonia delle Olimpiadi Milano Cortina affidato al direttore di RaiSport – ipermeloniano – Paolo Petrecca sta diventando un caso politico. Nonostante il successo di pubblico: hanno seguito la diretta 9 milioni e 272 mila spettatori, per uno share del 46,2 per cento pari.

Vigilanza Rai: l’attacco dei cinquestelle

Le gaffe, le battute fuori luogo e le “censure” – leggi Ghali – non sono sfuggite al pubblico dei social. Ma nemmeno agli esponenti del M5s in commissione di Vigilanza Rai. «Se la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano Cortina è stata spettacolare», sottolineano i cinque stelle, «la telecronaca Rai è sembrata la parodia dell’evento che avrebbe dovuto raccontare. Alla guida del racconto il direttore di RaiSport Paolo Petrecca, protagonista di una sequenza di errori e gaffe culminate con lo scambio tra lo Stadio Olimpico e San Siro, tra Matilda De Angelis e Mariah Carey e quello tra la presidente del Cio e la figlia di Mattarella, momento che riassume perfettamente il livello di preparazione mostrato in diretta». Insomma, per i cinque stelle la prima medaglia d’oro di questi giochi diffusi va proprio a Petrecca. Specialità? «Sciatteria televisiva». «Come tutti sanno in azienda, sarebbe bastato non prepensionare Franco Bragagna per avere un commento all’altezza dello spettacolo», continuano i 5s. «In un’Olimpiade organizzata in casa, il servizio pubblico riesce nell’impresa di essere l’anello più debole dello spettacolo. D’altronde Petrecca non è nuovo alle polemiche ed è stato destinatario di proteste prima dalla relazione di RaiNews e poi proprio da quella di RaiSport. In un Paese normale si sarebbe già dimesso, purtroppo invece Giampaolo Rossi continuerà a difendere Petrecca demolendo la reputazione della Rai. Quand’è che questo amministratore delegato deciderà di assumersi la responsabilità dei suoi errori? L’amichettismo è lo strumento per dimostrare che il privato sia meglio del pubblico. Noi la pensiamo diversamente, che il servizio pubblico, la principale azienda culturale del Paese, vada affidato ai migliori».

Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico
Paolo Petrecca (Imagoeconomica).

Usigrai: «Petrecca ci metta la faccia fino in fondo»

Un’indignazione condivisa da Usigrai. «L’importante è partecipare, ma fino a un certo punto. Petrecca e vertici aziendali sono responsabili della figuraccia Rai alla cerimonia di apertura dei Giochi», commentano il sindacato, il CdR e il fiduciario di Milano di RaiSport. «Ai vertici dell’azienda non sarà sfuggita l’impressione generale offerta dalla telecronaca della cerimonia di Apertura dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina. Autoassegnarsi un incarico e poi rivelarsi completamente inadatti a portarlo a termine è solo l’ultima fallimentare iniziativa di un Direttore sfiduciato dalla sua precedente testata e, nonostante questo, premiato dalla Rai in vista dell’importantissimo appuntamento olimpico affidandogli la guida di RaiSport, dove è stato sfiduciato altre due volte» si legge nella nota. Insomma il motto “l’importante è partecipare”, secondo l’Usigrai, non può valere per chi «invece di premiare il merito, con la sua iniziativa ha causato una bruciante sconfitta per l’immagine del Servizio Pubblico e di chi ci lavora. I vertici aziendali, che da tempo continuano a difenderlo nonostante le ripetute mobilitazioni delle redazioni, sono consapevoli dei danni causati alla reputazione della Rai da questa iniziativa? Alla vigilia della cerimonia di apertura dei Giochi, a fronte dei dubbi del Cdr per la sua auto assegnazione dell’incarico di telecronista, Petrecca ha risposto ‘io ci metto sempre la faccia’. Sarebbe ora di farlo fino in fondo».

«Mi sembra di aver riconosciuto Egonu»: le gaffe di Petrecca

Ma vediamo l’elenco parziale degli strafalcioni inanellati da Petrecca & Co durante la cerimonia di apertura.

Calma olimpica. «Buonasera dallo Stadio Olimpico». Tecnicamente anche la pagina ufficiale dei Giochi definisce il Meazza «San Siro Olympic Stadium», ma detta così pareva l’Olimpico di Roma. Per dovere di cronaca, “Stadio Olimpico” era già stato usato dalla TgR nell’edizione delle 19 e 30.

Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico
dal profilo Instagram Milano Cortina.

Scambi di persona. «Ecco Mariah Carey», mentre la telecamera inquadra Matilda De Angelis. «Inquadrati ora Sergio Mattarella con la figlia», ma l’obiettivo è su Kirsty Conventry, presidente del Cio.

Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico
Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico
Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico

Indovina il tedoforo. Uno degli ultimi passaggi della fiaccola olimpica a San Siro è stato affidato ai campioni del volley tra cui la capitana della nazionale femminile Anna Danesi e il capitano della maschile Simone Giannelli. Entrambi campioni del mondo in carica. Ma l’unica a essere riconosciuta (e a malapena: «Mi sembra di aver riconosciuto…») è Paola Egonu mentre Danesi e Giannelli sono liquidati con «alcuni tedofori».

Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico
Il passaggio della fiaccola a Simone Giannelli.

Sul palco anche i non citati Carlotta Cambi, Simone Anzani e Luca Porro. E per fortuna che Petrecca dirige RaiSport. Giannelli ha reagito con ironia: «Grazie ai telecronisti, solo Paola Egonu è famosa. Ma non prendiamocela… è stato bello lo stesso», ha commentato sotto un post Instagram. Non per essere esterofili a tutti i costi ma la telecronaca della Bbc ha nominato correttamente tutti e sei i nostri campioni.

Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico
Il commento di Simone Giannelli.

Figli delle stelle. Toccante l’omaggio durante la cerimonia a Margherita Hack con Samantha Cristoforetti. L’astrofisica «ci sta guardando», il commento. Una cosa è certa: la signora delle stelle si è sempre dichiarata atea e non le avrebbe fatto piacere essere evocata sotto forma di spirito immortale o angelo. Forse invece le avrebbe strappato una risata la somiglianza che molti commentatori hanno con il “mascherone’ di Gioacchino Rossini. Del resto Puccini pareva Massimo D’Alema e Verdi Beppe Vessicchio.

Battute cringe. Restando ai su citati mascheroni, non è sfuggita la freddura cringe: «Se Puccini si fosse chiamato Bianchini avremmo avuto Rossini, Bianchini e Verdi a rappresentare i colori della nostra bandiera». Nemmeno all’asilo.

Ghali e dispari. Qui non si tratta di gaffe o di errore, ma di una scelta editoriale. Durante la performance di Ghali su Promemoria di Gianni Rodari, il rapper (che aveva animato le polemiche della vigilia), non solo non è stato citato ma nemmeno inquadrato a dovere (a differenza di Sabrina Impacciatore, incensata come star internazionale ma a detta di molti assolutamente fuori luogo nel musical revival dei Giochi che furono).

Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico
La performance di Ghali (Ansa).

Logorrea: Petrecca ha ben pensato di parlare pure sopra l’esibizione di Andrea Bocelli. Mentre Fabio Genovesi, suo compagno di sventura, raccontava dei suoi problemi cervicali. Lo stesso è accaduto per il delizioso momento di Brenda Lodigiani. Un bel tacer…