Francesco Maestrelli, esordio da sogno agli Australian Open: chi è il tennista italiano

L’Italia del tennis ha trovato un nuovo beniamino. Agli Australian Open 2026, primo Slam che apre la stagione 2026 del circuito, brilla la stella di Francesco Maestrelli, alla sua prima apparizione in un torneo major in carriera. L’azzurro, nato a Pisa nel 2002 e approdato nel main draw grazie al successo nelle qualificazioni contro Dusan Lajovic, ha eliminato al primo turno il francese Terence Atmane, 64esimo del mondo, in cinque set dopo una battaglia di quasi tre ore e mezza con il punteggio di 6-4, 3-6, 6-7, 6-1, 6-1. Ora potrebbe affrontare sulla Rod Laver Arena Novak Djokovic, che ha sollevato il trofeo per 10 volte in carriera, l’ultima nel 2023.

Chi è Francesco Maestrelli, il piccolo Medvedev del tennis italiano

Classe 2002 di Pisa, Francesco Maestrelli è un ragazzone di un metro e 93 centimetri. Dotato di una battuta fulminea che il più delle volte supera i 220 chilometri orari, per il suo stile di gioco e per le movenze è soprannominato il “piccolo Medvedev” in quanto ricorda molto da vicino il tennista russo ex numero uno del mondo. Figlio di un commercialista, ha impugnato la prima racchetta a quattro anni assieme alla sorella Valentina. Eppure, fino ai 12 anni, ha affiancato al tennis anche la passione per il calcio, giocando nelle giovanili del Pisa di cui oggi è sfegatato tifoso. Alla fine, tuttavia, non ha resistito al richiamo della racchetta. Dopo aver iniziato sotto la guida di Claudio Galoppini, ex storico coach di Paolo Lorenzi, nel 2022 ha vinto il Challenger di Verona issandosi al 149esimo posto della classifica Atp. Salvo scivolare dopo due anni al numero 240.

Grazie al lavoro duro e con l’aiuto del coach Giovanni Galuppo, ex di Andrea Pellegrino, ha risalito la china e nel 2025 ha conquistato tre titoli Challenger che gli hanno permesso di tornare nuovamente nei primi 150 posti del ranking Atp. Ora il successo contro Atmane alla prima apparizione in uno Slam. «Un sogno che si avvera», aveva già postato sul suo profilo Instagram, che al momento conta poco più di 7.500 follower destinati inevitabilmente ad aumentare, dopo essere entrato nel main draw. «Mi alleno dalle 9 alle 18 per cercare di salire ad alti livelli», ha dichiarato in alcune interviste. «Tutto questo impegno mi ha portato a credere di potercela fare. L’esempio di Sinner e dello stesso Musetti mi hanno dato una carica anche quando le cose non andavano come volevo».

Trump alla Norvegia: «Non mi sento più obbligato a pensare alla pace»

Nelle ultime ore Donald Trump ha inasprito lo scontro politico con i leader europei, in una mossa che sembra preparare il terreno per il controllo della Groenlandia. L’ultima trovata del presidente americano è una lettera scritta al premier norvegese Jonas Gahr Store, che sembra un avvertimento a tutti i leader del continente: «Considerato che il tuo Paese ha deciso di non assegnarmi il premio Nobel per la pace per aver fermato 8 guerre più altre, non mi sento più obbligato a pensare esclusivamente alla pace». Fa nulla se il Nobel non lo assegna il governo ma un board indipendente con base a Oslo, la missiva è un pretesto per inviare un messaggio chiaro: «Anche se il pensiero della pace resterà sempre predominante, ora posso pensare a ciò che è giusto per gli Stati Uniti».

Trump alla Norvegia: «Non mi sento più obbligato a pensare alla pace»
Uno scorcio della Groenlandia (Ansa).

Trump: «Gli europei si adegueranno all’ombrello degli Stati Uniti»

Trump e altri membri senior della Casa Bianca hanno rilanciato le minacce sul controllo della Groenlandia poche ore dopo che i leader europei hanno iniziato a lavorare a controdazi per un valore di 93 miliardi di euro, dopo che gli Stati Uniti hanno annunciato nuove tariffe per i Paesi che ostacolano l’annessione dell’isola. In un post su Truth il presidente americano ha scritto: «Da 20 anni la Nato dice alla Danimarca che deve allontanare la minaccia russa dalla Groenlandia», ma «la Danimarca non può proteggere quella terra, e perché mai dovrebbe avere un “diritto di proprietà”? Non esistono documenti scritti, solo il fatto che una barca vi sia arrivata centinaia di anni fa, ma anche noi avevamo barche che arrivavano lì». Poi una frase che risuona come un avvertimento: «I leader europei si adegueranno e capiranno di dover stare sotto l’ombrello di sicurezza degli Stati Uniti. Cosa accadrebbe in Ucraina se gli Stati Uniti ritirassero il loro sostegno? Tutto crollerebbe». Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha poi rincarato la dose: «Gli europei proiettano debolezza, gli Stati Uniti proiettano forza», ha detto all’Nbc. «Il presidente ritiene che una sicurezza rafforzata non sia possibile senza che la Groenlandia faccia parte degli Stati Uniti».

Giappone, Takaichi annuncia elezioni anticipate

La prima ministra nipponica Sanae Takaichi, in carica da tre mesi, ha annunciato che scioglierà la Camera dei rappresentanti della Dieta del Giappone venerdì 23 gennaio, in vista di elezioni anticipate che riguarderanno il rinnovo dei suoi 465 membri. La decisione era nell’aria: la leader conservatrice Takaichi, diventata premier dopo le dimissioni di Shigeru Ishiba, conta di ottenere un mandato più forte per poter mettere in atto il suo programma politico. La coalizione di governo Partito Liberal Democratico- Nippon Ishin al momento detiene infatti una maggioranza risicata alla Camera dei rappresentanti (la camera bassa), ottenuta solo grazie all’appoggio di tre parlamentari indipendenti. Alla Camera dei consiglieri (la camera alta) resta in minoranza e perciò deve negoziare con le opposizioni per l’approvazione di qualsiasi provvedimento. «Takaichi è adatta alla carica di primo ministro? Volevo lasciare che fosse il popolo sovrano a decidere», ha dichiarato in conferenza stampa. Il voto si terrà l’8 febbraio.

David Guggina è il nuovo Ceo di Walmart per gli Usa

Walmart Inc. ha annunciato una serie di cambiamenti ai vertici della propria organizzazione in vista del passaggio di consegne al nuovo Ceo e presidente John Furner. Deliberate dal cda entreranno in vigore a partire dal primo febbraio, puntando a rafforzare la struttura per affrontare le sfide future e sfruttare le potenzialità offerte dall’intelligenza artificiale. In primo luogo, David Guggina diventerà Ceo della divisione Walmart US, dove prenderà proprio il posto di Furner. Attuale Chief eCommerce Officer e vice presidente esecutivo, gestirà le piattaforme globali dell’azienda tra cui Walmart Data Ventures, Walmart Connect, Walmart+, Vizio, Sam’s Club MAP e il marketplace globale.

David Guggina è il nuovo Ceo di Walmart per gli Usa
Una sede di Walmart (Imagoeconomica).

Non solo David Guggina, le altre nomine di Walmart

Parallelamente, Walmart ha anche nominato Chris Nicholas Ceo della divisione International da 100 miliardi di dollari: subentrerà a Kathryn McLay, che ha deciso di lasciare l’azienda. Con una carriera costruita in più di 10 nazioni che l’ha visto anche ricoprire le cariche di Coo e Cfo di Walmart US e Cfo di Walmart International, attualmente era alla guida della catena Sam’s Club, dove sarà sostituito dalla responsabile del merchandising di Walmart US, Latriece Watkins. Inoltre, Seth Dallaire, attualmente Chief Growth Officer di Walmart US, amplierà le sue responsabilità a livello globale in qualità di Chief Growth Officer di Walmart Inc. «Questi cambiamenti nella leadership segnano un passo fondamentale nel modo in cui ci organizziamo per il futuro», ha spiegato Furner in una nota. «Anche le squadre migliori hanno bisogno della giusta struttura per vincere».

David Guggina è il nuovo Ceo di Walmart per gli Usa
Chris Nicholas di Walmart (da LinkedIn).

Fedele Usai lascia Dolce&Gabbana e passa a Kering

Fedele Usai ha lasciato il ruolo di Managing Director Group di Dolce&Gabbana, posizione che ricopriva dal 2021. Adesso lo attende una nuova avventura professionale in Kering, dove ritroverà l’amico Luca De Meo, ex ceo di Renault nominato a giugno 2025 amministratore delegato del colosso francese del lusso. I dettagli sulla nuova posizione di Usai all’interno di Kering non sono ancora stati resi noti.

Chi è Fedele Usai

De Meo e Usai avevano lavorato insieme già in Fiat durante l’era Marchionne, quando il secondo era a capo della comunicazione globale. Usai dal 2013 al 2017 è stato poi deputy managing director del gruppo Condé Nast. All’inizio del 2021 aveva assunto la guida di Tenderstories, azienda specializzata nella creazione di contenuti originali e nella produzione audiovisiva, per poi passare poco dopo a Dolce&Gabbana. All’inizio della carriera Usai ha lavorato in agenzie di pubblicità come Bgs poi in Bates, Leo Burnett e Tbwa, di cui nel 2009 è stato amministratore delegato assieme a Marco Fanfani.

Coppa d’Africa, Brahim Diaz e i dubbi sul rigore sbagliato di proposito in Marocco-Senegal

La verità la sa solamente lui e chissà se deciderà mai di raccontarla al mondo. Sta di fatto che Brahim Diaz, per il momento, si è chiuso in silenzio anche sui social. L’ex numero 10 del Milan, oggi al Real Madrid e pilastro del Marocco, ha fallito all’ultimo secondo della Coppa d’Africa un calcio di rigore che avrebbe consegnato il trofeo alla sua Nazionale, permettendo di spezzare una maledizione lunga 50 anni. Invece il suo cucchiaio, comodamente parato dal portiere del Senegal Edouard Mendy, ha dato ai Leoni della Teranga la possibilità di giocarsela, e poi vincerla, ai supplementari. Fin qui tutto normale, come è accaduto e forse accadrà altre volte nella storia del calcio, se non fosse che prima di quel penalty a Rabat si è assistito a una serata di straordinaria follia: 20 minuti in cui a perdere è stato solamente il calcio. Facciamo un passo indietro.

Coppa d’Africa, Brahim Diaz e i dubbi sul rigore sbagliato di proposito in Marocco-Senegal
Sadio Mane festeggia con la Coppa d’Africa 2025 (Ansa).

Senegal-Marocco: i 20 minuti di follia nella finale di Coppa d’Africa

Minuti di recupero della finale di Coppa d’Africa, Senegal e Marocco sono inchiodate sullo 0-0. Tutto lascia pensare ai tempi supplementari, quando il fischietto congolese Jean Jaques Ngambo Ndala, negli otto minuti di recupero, scatena il caos per un arbitraggio molto rivedibile. Al 91’ annulla un gol regolare ai Leoni della Teranga per una spinta – molto leggera – di Ismaila Sarr. Passano soltanto pochi secondi e viene richiamato al Var per assegnare un rigore inesistente ai padroni di casa per una trattenuta – ancora una volta, molto leggera – su Brahim Diaz. Da qui, scoppia l’inferno. Risse tra giocatori, tafferugli sugli spalti e invasione di campo da parte di alcuni tifosi del Senegal. Poi accade qualcosa di imprevedibile: il tecnico dei senegalesi Pape Thiaw invita i suoi a lasciare il campo in segno di protesta.

Escono tutti, tranne Sadio Mané, bandiera della squadra, che ha più testa degli altri. Sa benissimo che in caso di abbandono della finale, il Senegal avrebbe rischiato una squalifica di due anni, tanto da perdere anche il Mondiale 2026. L’ex Liverpool chiama i suoi a raccolta, li fa ragionare e tornare in campo per giocarsela fino alla fine. Sul dischetto, al 24’ minuto di recupero, va Brahim Diaz, fin lì protagonista di una serata molto distante dalle sfavillanti prove dei match precedenti. Il madridista, ex Milan, sceglie di calciare con un telefonato cucchiaio: il portiere Mendy resta fermo, ringrazia e tiene in vita i suoi. Che nei supplementari andranno a vincerla con una fucilata sotto l’incrocio dei pali di Pape Gueye, centrocampista del Villareal. Per Brahim, sostituito quattro minuti dopo la rete, una serata da incubo su cui subito dopo si alza una bufera: ha sbagliato di proposito?

Il presunto accordo con Mané per salvare la Coppa d’Africa

Sono in tanti a pensare che l’ex rossonero – che ha scelto il Marocco e non la Spagna per onorare le origini di suo padre – lo abbia fatto apposta. «Ha sacrificato sé stesso per salvare la Coppa d’Africa», scrivono in tanti sui social. Le telecamere lo hanno inquadrato mentre parlava al centro del campo con i compagni, coprendosi la bocca con la mano. Un’immagine che ha alimentato le indiscrezioni di un possibile accordo fra l’ex rossonero e il senegalese Mané: far rientrare il Senegal, salvando così la reputazione del torneo, e sbagliare il rigore di proposito. Ad appoggiare questa tesi, si racconta, una riunione del Marocco a centrocampo prima del tiro e la non esultanza dei giocatori del Senegal sulla parata di Mendy. Diaz tuttavia chiude con gli occhi lucidi tra lacrime e pioggia, secondo alcuni anche insultato dai suoi stessi compagni, inconsolabile anche mentre ritira il premio di capocannoniere del torneo

Groenlandia, l’Ue valuta controdazi nei confronti degli Usa

L’Unione europea sta lavorando a controdazi per un valore di 93 miliardi di euro in risposta a Donald Trump, che ha maggiorato le tariffe doganali al 10 per cento da febbraio e al 25 per cento da giugno per i Paesi che stanno ostacolando l’annessione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti. L’ipotesi alternativa è quella di limitazioni all’accesso delle aziende americane al mercato europeo. Lo riporta il Financial Times, citando alcune fonti: tra i Ventisette per ora prevale la linea diplomatica e durante la riunione d’urgenza che si è tenuta nella serata del 18 gennaio è stato deciso di rinviare fino a febbraio l’eventuale introduzione delle controtariffe. Ma si fa strada l’interventismo: Bruxelles intende attrezzarsi in vista degli incontri tra i leader Ue con il presidente Usa che si terranno al World Economic Forum di Davos.

Presidenziali in Portogallo, al ballottaggio il socialista Seguro e l’ultradestra di Ventura

In Portogallo il ballottaggio delle elezioni presidenziali sarà tra un candidato socialista e uno di estrema destra. Il candidato del Partito Socialista António José Seguro ha ottenuto il 31,1 per cento dei voti, mentre il leader di Chega!, André Ventura, ha raccolto il 23,5 per cento. Il secondo turno si terrà l’8 febbraio. Al terzo posto si è classificato João Cotrim de Figueiredo, leader del partito liberale e pro-mercato Iniciativa Liberal, con circa il 16 per cento. Seguono l’indipendente conservatore Henrique Gouveia e Melo, già noto per aver guidato la campagna vaccinale anti-Covid, con il 12,3 per cento, e Luís Marques Mendes, candidato dei socialdemocratici di centrodestra, con l’11,3 per cento.

Presidenziali in Portogallo, al ballottaggio il socialista Seguro e l’ultradestra di Ventura
Andre Ventura (Ansa).

Nel 2025 Chega! è diventato il principale partito di opposizione in Portogallo

Alle presidenziali nessun candidato ha superato la soglia del 50 per cento necessaria per l’elezione diretta: una situazione che non si verificava dal 1986, segnalando una forte frammentazione del quadro politico e il peso crescente dell’estrema destra. A maggio del 2025 Chega!, che è stato fondato solo sette anni fa, è diventato il principale partito di opposizione alle elezioni legislative, superando i Socialisti con il 22,8 per cento dei voti. Come avvenuto in altri Paesi europei, l’ascesa dell’estrema destra ha influenzato verso una posizione più restrittiva le politiche migratorie del governo di centrodestra, guidato da Luís Montenegro. Tuttavia, i sondaggi più recenti mostrano che Ventura, un ex telecronista sportivo, potrebbe perdere il ballottaggio a causa della sua impopolarità nel 60 per cento degli elettori.

Metro C, i «mammozzoni» e il palazzo Generali: perché Caltagirone attacca Salini


Una volta lo spirito era collaborativo, tra Francesco Gaetano Caltagirone e Pietro Salini. Sempre nello stile della casa dell’Ingegnere: ossia il primo comanda e il secondo esegue. Punto. Ora tutto è cambiato, e Il Messaggero venerdì ha inserito il patron di Webuild tra gli «ometti». Definendolo un personaggio che entra «in una situazione senza che quella situazione l’avesse creata o gli appartenesse e poi, aggiuntasi, quella persona si è volutamente piazzata al centro, si è sistemata e ha preteso di essere riconosciuta molto più di quanto il suo ruolo le consentisse».

Metro C, i «mammozzoni» e il palazzo Generali: perché Caltagirone attacca Salini
Francesco Gaetano Caltagirone (Imagoeconomica).

Salini «il complementare»

Tutta colpa della Metro C di Roma, ma non solo. Il testo della fatwa pubblicata dal quotidiano di via del Tritone recita: «Salini il complementare rilevò con la sua Webuild la società Astaldi, che era nel progetto della metro, ed entrò così, per combinazione, in seconda battuta, non per caso ma come subentrante della società acquisita, nella realizzazione di questa infrastruttura cruciale per la modernizzazione della Capitale. Ma si sa come sono fatti gli ultimi arrivati. C’è un detto popolare che spiritosamente li descrive: “Si trasut ‘e spighetto e ti si mis ‘e chiatto”. Significa che una persona è entrata in una situazione senza che quella situazione l’avesse creata o gli appartenesse e poi, aggiuntasi, quella persona si è volutamente piazzata al centro, si è sistemata e ha preteso di essere riconosciuta molto più di quanto il suo ruolo le consentisse».

Metro C, i «mammozzoni» e il palazzo Generali: perché Caltagirone attacca Salini
Pietro Salini (Imagoeconomica).

Quei «mammozzoni» di piazza Venezia…

Tutti hanno subito pensato all’archeostazione del Colosseo, presentata in pompa magna con tanto di ministri, ma c’è altro. «Ci mancavano pure i mammozzoni a piazza Venezia», si è sentito dire dalle parti di Calta. Il riferimento è ai silos piazzati a pochi passi dal balcone mussoliniano che, ciclicamente, vengono adornati con opere d’arte realizzate su grandi tele. Iniziative pure costose, che Salini ama presentare presso la Coffee House di Palazzo Colonna, con ingresso dal Museo delle Cere, con tanto di lunch. Che poi, per i casi della vita, nel comitato che sceglie gli artisti c’è pure Renata Cristina Mazzantini, ora a capo della Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, quella di Valle Giulia, che fu pure testimone di nozze di Azzurra Caltagirone e Pier Ferdinando Casini. Questi «mammozzoni», visibilissimi anche a causa del traffico micidiale che ingorga tutta la zona di piazza Venezia e che obbliga a guardarli anche per un quarto d’ora, fanno il paio con la mostra Evolution che Salini ha proposto nel mese di ottobre all’Ara Pacis, con il suo comunicatore Gigi Vianello ancora dolorante e con il tutore. Dal palazzo delle Assicurazioni Generali di piazza Venezia i silos si vedono benissimo, e guardando come sta andando l’avventura con il Leone di Trieste è chiaro che l’animosità nei confronti di Salini cresca sempre di più.

Metro C, i «mammozzoni» e il palazzo Generali: perché Caltagirone attacca Salini
La nuova opera a rivestimento dei silos del cantiere della Metro C di piazza Venezia (Ansa).

I lavori sotto l’edificio di Generali

A proposito: dato che Vianini, società di Caltagirone, e Salini sono costretti a lavorare insieme nel cantiere della Metro C, qualcuno si chiede cosa succederebbe se, per un malaugurato caso, la talpa danneggiasse l’edificio delle Generali, che è stato costruito seguendo l’esempio dei palazzi veneziani. Come si legge nei volumi del gruppo triestino, «la Compagnia riesce a inserirsi nelle vicende di demolizione del palazzo Torlonia a piazza Venezia e di ricostruzione di un immobile nell’area, progetto non portato avanti dai precedenti proponenti per motivi finanziari. Il palazzo è posto come quinta scenografica e pendant del quattrocentesco palazzo Venezia di Paolo II Barbo, ai piedi dell’Altare della Patria, rappresentando entrambi i due propilei che introducono la celebrazione del nuovo stato e richiamano le glorie antiche e moderne della cultura veneziana». L’immobile ha un valore stratosferico, e danneggiarlo avrebbe conseguenze inenarrabili per chi guida il cantiere. «Per un curioso paradosso, se riuscisse a terminare la scalata che vede come bersaglio le Generali, Caltagirone subirebbe da una parte un danno e dall’altra si troverebbe insieme agli autori, vestendo contemporaneamente i panni della vittima e del colpevole, un classico ‘caso di scuola’ per gli appassionati del diritto», sussurra un vecchio avvocato. Intanto, Luigi Lovaglio, l’ad di Montepaschi che voleva fondere Mediobanca con l’istituto senese, sarebbe stato giubilato da Caltagirone. E Piazzetta Cuccia ha il 13 per cento della compagnia triestina. 

Al Bano ancora contro Sanremo: «Io un re, con il Festival ho chiuso»

Al Bano torna nuovamente ad attaccare il Festival di Sanremo e il direttore artistico Carlo Conti dopo l’esclusione dall’edizione 2025. Il cantautore pugliese ne ha parlato in un’intervista al Corriere della Sera, in cui ha spiegato di non voler più tornare sul palco dell’Ariston. «Nel 2017 avevo una canzone meravigliosa, ma mi cacciarono la prima sera. Ora basta, non propongo più niente. Carlo Conti? Da lui ho ricevuto solo scorrettezze, pazienza: la rabbia non fa bene. Non abbiamo un buon rapporto. Io sono un re della musica italiana, non mi mischio con dei semplici Conti». Giorni prima, parlando in diretta al programma Un giorno da Pecora, aveva già affrontato la questione: «Ero abituato a Pippo Baudo, un signore e un fratello. Amadeus e Conti mi hanno dimostrato che il mondo è cambiato. Sul Festival ho messo una croce».

Al Bano ancora contro Sanremo: «Io un re, con il Festival ho chiuso»
Al Bano Carrisi (Imagoeconomica).

Al Bano e le critiche a Romina: «Le stroncature a Felicità? Meglio se sto zitto»

Parlando con il Corriere, Al Bano ha anche avuto modo di parlare della sua carriera, concentrandosi sui brani emblematici. «Felicità? Appena l’ho ascoltata ho chiamato il discografico dicendogli che avrebbe venduto almeno un milione di copie. Siamo arrivati a 20, è un inno». Eppure Romina Power, che con l’artista di Cellino ha inciso il brano, l’ha stroncata definendola «banale» tanto da non volerla nemmeno cantare. «Meglio se sto zitto», ha puntualizzato Al Bano. «È come sputare nel piatto in cui mangi. Ci ha guadagnato bei soldi, grazie a me. Avercene canzoni così, è tutto meno che banale».

Al Bano ancora contro Sanremo: «Io un re, con il Festival ho chiuso»
Al Bano e Romina ospiti a Sanremo nel 2020 (Ansa)

L’aneddoto con Claudio Villa a Sanremo 1982

Al brano Felicità, cantato sul palco dell’Ariston nel 1982, si lega anche un aneddoto di Al Bano riguardante Claudio Villa, quell’anno alla sua prima partecipazione al Festival di Sanremo dal 1970. «Portò una canzone bruttissima, pur di esserci: un peccato», ha raccontato l’artista. «Lo dissi a un giornale e lui si infuriò. Io però ero un suo fan, mi dispiaceva per lui». I due hanno infatti condiviso diversi momenti di amicizia. «Nel 1974 giravamo sul treno con il Cantaeuropa. Lui ogni mattina correva su e giù per il corridoio del vagone in mutande e maglietta. Durante una sosta alla stazione di Ginevra, mi sfidò: “Vediamo chi arriva primo. Sei pronto a perdere?”. Solo che io ero velocissimo. Claudio inciampò e cadde. “T acci tua, proprio adesso che nun ce sta manco un fotografo!».

Spagna, deragliano due treni ad Adamuz: decine di morti

Domenica sera in Spagna un treno ad alta velocità è deragliato ad Adamuz, in Andalusia, invadendo il binario opposto e scontrandosi con un altro convoglio che viaggiava in direzione contraria. L’incidente ha provocato almeno 39 morti e 75 feriti, di cui 15 in condizioni gravi, secondo l’ultimo bilancio diffuso dal ministero dell’Interno spagnolo. Il treno Iryo, una compagnia privata partecipata da Ferrovie Italiane, era partito da Málaga alle 18.40 ed era diretto a Madrid con circa 300 passeggeri a bordo. A dieci minuti dalla partenza, diversi vagoni sono usciti dai binari e hanno colpito un treno Renfe che procedeva verso Huelva con 184 persone. Dopo l’impatto, alcune carrozze del secondo convoglio sono precipitate da un terrapieno di circa quattro metri, rendendo più complessi i soccorsi. Le squadre di emergenza hanno lavorato per tutta la notte tra lamiere contorte e vagoni rovesciati. Il capo dei vigili del fuoco di Cordoba, Paco Carmona, ha spiegato che i soccorritori stanno operando in spazi molto stretti e che «ci sono ancora persone intrappolate».

Il ministro dei Traporti Puente: «Incidente estremamente strano»

Il ministro dei Trasporti, Óscar Puente, ha dichiarato che «l’incidente è stato estremamente strano», perché avvenuto «su un tratto retto, su una linea rinnovata di recente» e ha coinvolto un treno Iryo «praticamente nuovo», aggiungendo che «lo stato della via ferroviaria era buono». Le cause dello schianto restano al momento sconosciute. Secondo la stampa spagnola, si tratta del primo incidente ferroviario con vittime dalla liberalizzazione del settore nel 2020. Adif ha sospeso tutti i collegamenti ferroviari tra Madrid e l’Andalusia. Il premier Pedro Sánchez ha parlato di «una notte di profondo dolore» e ha cancellato tutti gli impegni ufficiali. Anche i reali Felipe VI e Letizia hanno sporto «le più sentite condoglianze ai familiari e ai cari delle vittime», hanno scritto dal profilo della Casa Reale su X.

Dolly Parton compie 80 anni: dalle canzoni più famose alla parentela con Miley Cyrus

Oggi 19 gennaio compie 80 anni una vera e propria leggenda vivente della musica internazionale. È il compleanno infatti di Dolly Parton, classe 1946 e incontrastata regina del country americano con più di 40 album all’attivo e centinaia di successi pubblicati in sei decenni di carriera. Per festeggiare in anticipo, la diva ha rilasciato online da qualche giorno Light of a Clear Blue Morning, una versione della sua hit del 1977 con la collaborazione di Lainey Wilson, Reba McEntire, Queen Latifah e della sua figlioccia Miley Cyrus. «Mentre festeggio il mio 80esimo compleanno, questa nuova versione è il mio modo di usare ciò di cui sono stata benedetta per far brillare un po’ di luce, condividendola con alcune donne davvero incredibili», ha spiegato in una nota. Il ricavato sarà devoluto interamente in beneficenza per la ricerca sul cancro pediatrico.

Dolly Parton: quella volta che disse no a Elvis Presley

Dolly Parton compie 80 anni: dalle canzoni più famose alla parentela con Miley Cyrus
La regina del country Dolly Parton (Instagram).

Icona della musica mondiale, Dolly Parton è passata alla storia quando, ancora giovanissima, disse di no persino al re del rock Elvis. Nei primi Anni 70, dopo aver già iniziato a costruire il suo status di regina del country, incise due brani che avrebbero cambiato per sempre la sua carriera, ossia la hit celebre Jolene e I Will Always Love You, dedicata alla sua rottura con Porter Wagoner, cantante con cui aveva mosso i primi passi nella musica. Quando arrivò alle orecchie di Presley, quest’ultimo la apprezzò talmente tanto da volerne incidere una cover.

Durante la trattativa, però, il colonnello Tom Parker – manager di Elvispretese la metà dei diritti. Al che Parton, come raccontato nel libro Una forza della natura di Sarah Smarsh, bloccò tutto: «Dissi che la canzone aveva già avuto successo: era tutto ciò che avrei lasciato alla mia famiglia». E così, dopo un «mi dispiace molto» e molte lacrime versate nella notte, la cover andò in fumo. La traccia avrebbe ottenuto tuttavia il successo internazionale proprio con una cover, realizzata nel 1992 dall’indimenticabile Whitney Houston come tema portante del film Guardia del corpo.

Le canzoni più famose della sua carriera

Dolly Parton compie 80 anni: dalle canzoni più famose alla parentela con Miley Cyrus
La regina del country Dolly Parton (Ansa).

Jolene, di cui una Dolly Parton ormai ultrasettantenne ha inciso una bella cover con i Maneskin, è solo uno dei tanti successi indimenticabili della regina del country. Celebre, oltre a Light of a Clear Blue Morning e I Will Always Love You, è anche 9 To 5, inno che racconta la continuità lavorativa e denuncia le disparità di genere, presente nella colonna sonora di Dalle 9 alle 5… orario continuato, film di Colin Higgins in cui Parton ha recitato al fianco di Jane Fonda, Lily Tomlin e Dabney Coleman interpretando l’ingenua segretaria Doralee tanto da venir candidata ai Golden Globes del 1981. Tra i grandi successi dell’artista si ricordano anche Cost of Many Colors, There Was Jesus e Rockin’ Years, oltre a Powerful Women, Here You Come Again e Islands in the Stream.

Capolavori che hanno spinto il governatore del Tennessee – è nata a Pittman Center, nella contea di Sevier – a decretare il 19 gennaio Dolly Parton Day. «La sua vita e la sua carriera sono intrecciate con la musica, la cultura e la ricca storia del Tennessee», ha affermato Bill Lee. «Il suo talento e la sua generosità hanno avuto un impatto duraturo sul mondo ed è giusto che onoriamo il suo 80esimo compleanno celebrando la sua straordinaria eredità e la sua dedizione allo Stato». Appassionata filantropa, nel corso della sua carriera ha fatto molto per favorire l’alfabetizzazione e sostenere con ogni mezzo l’istruzione dei bambini. Proprio per la sua beneficenza, nel 2025 è stata insignita del Jean Hersholt Humanitarian Award, Oscar umanitario alla carriera.

La parentela con Miley Cyrus, di cui è anche madrina

«Stare con Miley (Cyrus, ndr.) è come stare in famiglia», ha più volte detto Dolly Parton della star di Hannah Montana, di cui è madrina. Non a caso, analizzando il loro albero genealogico, le due artiste hanno scoperto di essere veramente parenti, seppur alla lontana. Ad unirle un antenato comune del XVIII secolo di nome John Brickey, vissuto attorno al 1740 e che lasciò la Virginia con la sua famiglia per andare a vivere nella contea di Blount, nel Tennessee. Le due hanno collaborato diverse volte, duettando sulle note di Wreaking Ball, I Will Always Love You, I Love Rock and Roll e, recentemente, Light of a Clear Blue Morning.

Anguillara, è di Federica Torzullo il corpo ritrovato nell’azienda del marito

Il corpo di Federica Torzullo è stato ritrovato all’interno dell’azienda del marito Claudio Carlomagno. Il rinvenimento, avvenuto nella mattinata del 18 gennaio, mette fine alle ricerche avviate dopo la scomparsa della donna, funzionaria delle Poste di 41 anni, di cui si erano perse le tracce dall’8 gennaio ad Anguillara Sabazia. L’identificazione ufficiale sarà completata solo dopo il riconoscimento formale da parte dei familiari, ma nelle ore successive al ritrovamento parenti e conoscenti hanno indicato come riconducibili a Federica alcuni indumenti e accessori trovati sul corpo. Nel frattempo Claudio Carlomagno si trova presso la caserma dei carabinieri di Anguillara Sabazia, dove sono in corso gli accertamenti investigativi: al momento l’uomo non risulta sottoposto a fermo.

Scontri tra ultras di Fiorentina e Roma in autostrada

Scontri in autostrada tra ultrà della Fiorentina e della Roma. I gruppi si stavano spostando verso due diverse destinazioni: i tifosi viola erano diretti a Bologna, dove alle 15 era in programma il derby dell’Appennino, disputato a poche ore dalla scomparsa del presidente Rocco Commisso, mentre i romanisti viaggiavano verso Torino, dove alle 18 la squadra di Gasperini avrebbe affrontato i granata. L’episodio si è verificato poco dopo l’ora di pranzo, lungo l’A14, all’altezza del chilometro 195, sulla corsia di emergenza in direzione Ancona.

Secondo le prime ricostruzioni, numerose auto si sono fermate improvvisamente e da diversi veicoli sono scesi tifosi con il volto coperto, alcuni incappucciati e altri mascherati, in parte armati di mazze e bastoni. La maggioranza sarebbe appartenuta agli ultras della Fiorentina, che avrebbero preso di mira un mezzo sul quale viaggiava un piccolo gruppo di sostenitori romanisti. In breve tempo sarebbero arrivati rinforzi anche dall’altra tifoseria e lo scontro è degenerato in una rissa, durante la quale si è tentato di sottrarre striscioni e bandiere agli avversari. Nel caos sono state danneggiate anche diverse automobili di utenti estranei ai fatti. Al momento non risultano feriti; sul posto sono intervenuti la Polizia stradale e la Digos.

Groenlandia, media: «Le forze armate tedesche hanno lasciato l’isola»

Le forze armate tedesche avrebbero lasciato la Groenlandia in modo improvviso e senza alcuna comunicazione ufficiale. A riferirlo è la Bild, che spiega come l’ordine di rientro sarebbe stato trasmesso da Berlino «solo questa mattina molto presto» e «nessuna spiegazione è stata data alle truppe sul campo», costringendo alla cancellazione immediata di tutti gli impegni in programma. La partenza, precisa ancora il quotidiano, sarebbe avvenuta intorno a mezzogiorno del 18 gennaio.

La nota degli otto Paesi: «Siamo impegnati a difendere la nostra sovranità»

Intanto cresce la tensione tra Europa e Stati Uniti dopo la decisione di Trump di imporre nuovi dazi ai Paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia. In una nota congiunta, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Regno Unito avvertono che «le minacce tariffarie minano le relazioni transatlantiche e rischiano di innescare una pericolosa spirale discendente. Continueremo a rispondere in modo unito e coordinato. Siamo impegnati a difendere la nostra sovranità». Da Parigi, fonti vicine all’Eliseo riferiscono che il presidente Emmanuel Macron sarebbe pronto a chiedere l’attivazione dello strumento anti-coercitivo dell’Unione europea in caso di nuovi dazi statunitensi.

Schlein: «Ci aspettavamo una presa di posizione netta dal governo»

In Italia invece la segretaria del Partito democratico Elly Schlein critica la linea del governo, affermando che «la politica estera di un grande paese come l’Italia non può ridursi all’attesa e all’interpretazione di quello che dirà o farà Donald Trump» e aggiungendo: «Ci saremmo aspettati una presa di posizione netta da Meloni: la Groenlandia non si tocca, non si vende e non si compra, difendiamo l’integrità territoriale di uno Stato membro dell’Unione europea». Secondo Schlein «per la prima volta l’Italia appare politicamente incapace di esprimere una vera solidarietà europea» e «se la tua unica ambizione è essere il governo più trumpiano d’Europa è inevitabile scivolare nella marginalità ed entrare in contraddizione con il resto dell’Ue».

Saras da raffineria a deposito? Sarroch e il rischio deindustrializzazione

Il nuovo anno, in Sardegna, è iniziato con il timore di una nuova crisi industriale. Secondo alcune fonti, lo storico impianto Saras di Sarroch, comune a una ventina di km a sud-ovest di Cagliari, potrebbe mettere fine alle attività di raffinazione del petrolio per diventare un semplice magazzino di stoccaggio. A un anno e mezzo dal passaggio di proprietà dalla famiglia Moratti alla multinazionale olandese con passaporto svizzero Vitol, il destino del polo pare segnato: deindustrializzazione. Il colosso energetico, che ha rilevato la Saras a giugno 2024, potrebbe così mettere mano alla strategia industriale dell’impianto, uno dei più importanti del Mediterraneo, da cui arriva un quinto dei carburanti usati in Italia.

Saras da raffineria a deposito? Sarroch e il rischio deindustrializzazione
Gli impianti della SARAS a Sarroch (Ansa).

Il passaggio dai Moratti alla Vitol

Fondata nel 1962 da Angelo Moratti, la Saras – Società Anonima Raffinerie Sarde – con l’inaugurazione dello stabilimento di Sarroch segnò l’industrializzazione della Sardegna diventando uno dei simboli dell’Italia del boom economico.

Saras da raffineria a deposito? Sarroch e il rischio deindustrializzazione
Il lancio della Saras in una foto d’archivio degli Anni 60 (Ansa).

La società è rimasta nelle mani della famiglia milanese per 62 anni, scanditi nel 2006 da una a dir poco sfortunata quotazione in Borsa e poi da un mesto addio a Piazza Affari nel settembre 2024, con la scalata di Vitol a un prezzo da saldo di 1,75 euro per azione. Gli svizzeri-olandesi hanno pagato meno di 2 miliardi di euro, mentre Saras era sbarcata in Borsa a un valore di 6 miliardi.

Saras da raffineria a deposito? Sarroch e il rischio deindustrializzazione
Massimo Moratti nel 2013 (Imagoeconomica).

Posti di lavoro a rischio

Finanza a parte, se davvero Vitol decidesse di chiudere le attività di raffinazione o ridimensionarle, per la Sardegna e per l’Italia l’impatto sarebbe pesantissimo. A Sarroch lavorano 1.500 dipendenti, la maggior parte dei quali si trasformerebbero automaticamente in esuberi, perché l’impianto fa perlopiù raffinazione (15 milioni di tonnellate di petrolio lavorato all’anno) oltre a produrre energia elettrica (più di 3,5 miliardi di kWh/anno nel 2023, pari a circa il 42 per cento dei consumi della Sardegna). Un deposito, anche avanzato, richiederebbe una forza lavoro ridotta (circa 3/400 unità). In più c’è tutto l’indotto attorno alla raffineria: si stima che la Saras dia indirettamente lavoro a circa 8 mila persone. Per Cagliari e la Sardegna sarebbe drammatico e per il governo Meloni un nuovo fronte aperto.

La nota del Comitato Nobel: «Il premio non può essere ceduto, neanche simbolicamente»

Il Comitato Nobel era già intervenuto per chiarire che «una medaglia può cambiare proprietario, ma il titolo di Nobel per la Pace non può essere condiviso né trasferito». Nella giornata del 18 gennaio l’ente ha nuovamente criticato la decisione di Machado di donare la sua medaglia a Donald Trump, specificando attraverso una nota come «una delle missioni principali della Fondazione Nobel è tutelare la dignità dei Premi Nobel e la loro amministrazione. La Fondazione rispetta il testamento di Alfred Nobel e le sue disposizioni. Essa stabilisce che i premi saranno assegnati a coloro che “hanno apportato il massimo beneficio all’umanità” e specifica chi ha il diritto di assegnare ciascun premio. Un premio non può pertanto essere ceduto o ulteriormente distribuito, nemmeno simbolicamente».

Meloni sui nuovi dazi imposti da Trump: «Un errore»

Giorgia Meloni dice no all’inasprimento dei dazi annunciato dagli Stati Uniti nei confronti dei Paesi europei impegnati in Groenlandia, definendo la scelta «un errore che non condivido». La premier ha spiegato di aver già avviato contatti diretti con i principali interlocutori internazionali coinvolti: «Ho sentito sia Donald Trump a cui ho detto quello che penso e ho sentito il segretario della Nato, sentirò anche i leader europei ma credo che sia molto importante parlarsi ed evitare una escalation». Secondo Meloni, alla base della vicenda ci sarebbe «un problema di comprensione e comunicazione» e l’iniziativa dei Paesi dell’Unione europea non dovrebbe essere interpretata in chiave «anti-americana».

Meloni tra il Board of peace di Gaza e le tensioni con la Lega

La presidente del Consiglio ha poi ridimensionato le tensioni emerse nelle ultime ore, affermando che «non c’è un problema politico con la Lega», dopo che il partito guidato da Matteo Salvini aveva diffuso una nota in cui definiva alcuni governi europei «deboli d’Europa», accusandoli di avere la «smania» di inviare soldati e di raccoglierne i «frutti amari». Meloni è intervenuta anche sul dossier internazionale relativo a Gaza, confermando l’invito dell’Italia a partecipare al Board of peace: «Siamo stati invitati anche noi a farne parte. Penso che l’Italia possa giocare un ruolo di primo piano, siamo pronti a fare la nostra pace nella costruzione del piano di pace». Infine, sul pacchetto sicurezza in preparazione da parte dell’esecutivo, la premier ha annunciato «una riunione per fare il punto sul provvedimento» al suo rientro, precisando: «Non so se sarà pronto per martedì ma ci stiamo lavorando».

Anguillara, trovato un cadavere nell’azienda del marito di Federica Torzullo

Un cadavere è stato rinvenuto all’interno del deposito di via comunale San Francesco, sede operativa dell’azienda di Claudio Carlomagno, e gli accertamenti in corso dovranno stabilire se si tratti di Federica Torzullo, la funzionaria delle Poste di 41 anni scomparsa l’8 gennaio ad Anguillara Sabazia. L’uomo, marito della donna, è da alcuni giorni indagato a piede libero per omicidio: le verifiche del Ris, effettuate con il luminol, avevano evidenziato tracce di sangue sui suoi vestiti da lavoro, nell’abitazione, sui veicoli in uso e in una cava. Le indagini si erano concentrate su di lui già dal 9 gennaio, giorno della denuncia di scomparsa, anche in ragione di una ricostruzione ritenuta illogica e contraddittoria. Dalle verifiche è emerso inoltre che la coppia stava attraversando una fase di crisi: era infatti prevista a breve la prima udienza per la separazione e per l’affidamento del figlio di dieci anni, nonostante Carlomagno avesse riferito ai militari di un rapporto definito normale, con alti e bassi.