Trump non licenzia più nessuno: che fine ha fatto Mr Apprentice?

Il Donald Trump di The Apprentice sembra scomparso. Il celebre «You’re fired!», «sei licenziato», marchio distintivo del reality trasmesso dalla NBC, ma anche del suo primo mandato alla Casa Bianca, pare non trovare posto in questa amministrazione. I fatti di Minneapolis hanno segnato profondamente la presidenza. Al netto della sicumera ostentata da The Donald, le morti di Renee Good e Alex Pretti lo hanno costretto a correre ai ripari. E così, in poco meno di 24 ore, è stata scavalcata la segretaria per l’Homeland Security, Kristi Noem, che gestiva il dossier ed è stato rispedito in California il capo dell’operazione Metro Surge a Minneapolis, Greg Bovino. Ma nessuno dei due ha seriamente rischiato il posto. Nemmeno la poltrona di Stephen Miller, consigliere ombra responsabile di moltissime policy repressive dell’amministrazione e ispiratore della stessa Noem, traballa. Insomma, nonostante il flop dei suoi fedelissimi e i sondaggi a picco, Trump non sembra intenzionato a licenziare proprio nessuno.

Trump non licenzia più nessuno: che fine ha fatto Mr Apprentice?
Gregory Bovino (Ansa).

Da Pam Bondi a Waltz, Trump ha perdonato tutti

Il dossier Minnesota è solo l’ultimo esempio. Nel suo primo anno di mandato spesso e volentieri ha graziato chi lo aveva ‘deluso’. Eppure le occasioni per far rotolare teste non sono mancate. A partire dalla segretaria alla Giustizia Pam Bondi che ha pasticciato non poco sulla questione Epstein. Per settimane il fantasma del miliardario pedofilo ha perseguitato Trump proprio a causa delle mosse del dipartimento che prima ha fatto credere che milioni di file sarebbero stati pubblicati, poi ha ingranato la retromarcia e infine ha smentito di nuovo. Un tira e molla che ha offerto munizioni ai democratici e fatto infuriare la base più oltranzista del popolo MAGA

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Pam Bondi (Ansa).

Discorsi analoghi valgono anche per altri pezzi dell’amministrazione. Come nel caso di Susie Wiles, potentissima capa del gabinetto. In un suo profilo pubblicato lo scorso dicembre da Vanity Fair le sono state attribuite frasi choc su JD Vance definito un «complottista» e pure su Trump, un essere vendicativo con una «personalità da alcolizzato ad alto funzionamento». Una bomba che si è auto disinnescata senza conseguenze.

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La capa dello staff presidenziale Susie Wiles (Ansa).

Persino chi ha davvero commesso errori, come Mike Waltz, è stato semplicemente ricollocato. Il consigliere per la sicurezza nazionale è finito nel cosiddetto Signalgate, ovvero la diffusione di dati sensibili sulle operazioni speciali Usa ai giornalisti attraverso l’app di messaggistica Signal. Trump lo ha rimosso ma solo per “promuoverlo” ambasciatore presso le Nazioni Unite. Pure Elon Musk è uscito di scena senza lo stigma di un vero licenziamento. Accolto in pompa magna nell’amministrazione come uomo “taglia sprechi” del DOGE, si è via via scontrato con Trump su dossier come i dazi o i visti negati ai lavoratori qualificati. Eppure tra i due non si è mai consumata davvero una rottura. Certo, è volata qualche parola forte sui social, ma nessun «You’re fired!». Mr Tesla si è allontanato senza particolari scossoni. 

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Elon Musk a Davos (Ansa).

Cos’è cambiato dal Trump I al Trump II?

Eppure il primo mandato di Trump era stato molto simile a una stagione extra di The Apprentice. Come scrive Axios, solo nei primi 12 mesi le epurazioni si sono sprecate: via il capo gabinetto Reince Priebus (a fine mandato The Donald ne ha cambiati quattro) e il suo vice, via il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn (anche qui altri quattro cambi), via il capo stratega Steve Bannon (rimasto in carica solo sette mesi) e via ben tre capi della comunicazione tra cui Anthony Scaramucci, cacciato dopo appena 10 giorni.  Cos’è cambiato dal primo e secondo mandato? Come mai Mr Apprentice sembra aver perso uno dei suoi tratti distintivi?

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Steve Bannon (Ansa).

I rimpasti sono sintomo di instabilità

La prima ragione, nota Axios, ha a che fare con l’idea che sia necessario esprimere stabilità. Il primo mandato del tycoon viene ricordato per l’enorme caos. Lo staff della Casa Bianca sempre in subbuglio, mancanza di chiarezza sulla catena di comando e un’immagine di presidenza instabile. Ora Trump vuole evitare di ripetere quella stagione cercando di mantenere un gabinetto solido. Non solo. Il presidente, evitando di cedere alla pressione dell’opinione pubblica, degli alleati e degli avversari politici, è convinto di apparire come un leader sicuro di sé e forte.

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Trump non licenzia più nessuno: che fine ha fatto Mr Apprentice?
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Trump non licenzia più nessuno: che fine ha fatto Mr Apprentice?

Alcune nomine devono passare dal Senato dove i numeri ballano

Ma al di là di questioni simboliche, ci sono altre ragioni. La prima è che ogni licenziamento ha delle conseguenze. Escludendo i consiglieri come Waltz e Miller che sono di diretta nomina presidenziale, gli altri hanno un vincolo rispetto al Senato. Se Trump dovesse licenziare Noem o Bondi, il sostituto dovrebbe passare attraverso un voto di conferma. E in questa delicatissima fase politica potrebbero mancare i numeri. La maggioranza è risicata, ma soprattutto ci si trova in un anno elettorale. Seppur limitata, c’è una fronda di senatori repubblicani critica nei confronti delle ultime mosse dell’amministrazione. Come Thom Tillis della Carolina del Nord che proprio sui fatti di Minneapolis ha attaccato Trump. Imbarcarsi in una nomina al Senato con audizioni fiume rischia di trasformarsi in un boomerang sul piano della comunicazione e del ciclo delle news. 

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Il senatore Thom Tillis (Ansa).

È sempre più difficile trovare dei fedelissimi con il cv giusto

Trump cerca sempre di circondarsi di fedelissimi. La lealtà è l’unico requisito richiesto. In questa fase, poi, contare su adepti che condividono al 100 per cento la visione trumpiana e per di più dotati di un profilo nazionale (in fondo Noem è stata una governatrice) è sempre più difficile. Dopo il 2021 e i fatti del 6 gennaio, grosse fette dell’establishment repubblicano si sono allontanate e quindi gli “esperti” della macchina pubblica a disposizione sono sempre meno.

Le voci di declino cognitivo

Ma il guanto di velluto del presidente potrebbe avere anche altre spiegazioni. Da qualche settimana nei corridoi di Washington si rincorrono voci sul declino cognitivo del presidente. Michael Wolff, giornalista e autore di saggi sulla prima presidenza Trump, in un’intervista al Daily Beast è arrivato a parlare di demenza: «Sembra sempre più squilibrato e disinibito. E l’altro sintomo che spesso appare con la demenza è la megalomania. Non posso fare a meno di pensare che la determinazione di Trump di apporre il suo nome su ogni singolo monumento sia slegata dalla realtà» Sorge quindi il dubbio che anche Trump si trovi in una situazione simile a quella di Joe Biden, con lo staff costretto a sopperire alle carenze del presidente dovute all’età.

Trump non licenzia più nessuno: che fine ha fatto Mr Apprentice?
Donald Trump (Ansa).

In questo scenario il cerchio magico di consiglieri e segretari avrebbe quindi un peso decisionale maggiore, inclusa la possibilità di preservare il proprio ruolo evitando licenziamenti.  Con ogni probabilità, nei prossimi mesi si tornerà a parlare della salute di The Donald visto che anche in Europa c’è chi comincia a nutrire qualche sospetto. Come ha scritto Politico Europe, il primo ministro slovacco Robert Fico avrebbe raccontato ad altri leader Ue di aver avuto un incontro strano con Trump a Mar-a-Lago. Stando ad alcuni funzionari, il premier sarebbe rimasto scioccato dallo stato in cui ha trovato il tycoon apparso «pericoloso» e «fuori di testa». Fico dal canto suo ha smentito la ricostruzione, ma il dubbio rimane.

Trump non licenzia più nessuno: che fine ha fatto Mr Apprentice?
Robert Fico (Imagoeconomica).

Gli Stati Uniti impongono nuove sanzioni all’Iran

Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha reso noto di aver imposto nuove sanzioni «contro i funzionari iraniani responsabili della brutale repressione del regime nei confronti del suo stesso popolo», prendendo di mira sette cittadini iraniani e due entità. Tra essi Eskandar Momeni, ministro dell’Interno che «sovrintende alle letali forze repressive della Repubblica Islamica, un’entità chiave responsabile della morte di migliaia di manifestanti pacifici», e Babak Morteza Zanjani, imprenditore che «in passato si era appropriato indebitamente di miliardi di dollari di proventi petroliferi iraniani» e che «ha fornito sostegno finanziario a importanti progetti a sostegno del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica». Scott Bessent, segretario del Tesoro, ha affermato: «Invece di costruire un Iran prospero, il regime ha scelto di sperperare ciò che resta delle entrate petrolifere della nazione nello sviluppo di armi nucleari, missili e terroristi in tutto il mondo».

La minaccia di Teheran: «Gli eserciti europei saranno considerati terroristi»

L’Iran ha lanciato un avvertimento all’Unione europea dopo la recente risoluzione contro il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. In un messaggio pubblicato su X, il segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale Ali Larijani ha affermato che «l’Unione Europea sa certamente che, secondo la risoluzione dell’assemblea consultiva islamica, gli eserciti dei Paesi coinvolti nella recente risoluzione dell’Ue contro il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica sono considerati terroristi», aggiungendo che «pertanto, le conseguenze ricadranno sui Paesi europei che hanno adottato tali misure». Intanto, dagli Stati Uniti è arrivato un nuovo pacchetto di sanzioni nei confronti di Teheran: nel mirino sono finiti il ministro dell’Interno Eskandar Momeni, alcuni comandanti delle Guardie Rivoluzionarie e le società di servizi finanziari Zedcex Exhange e Zedxion Exchange. «Continueremo a colpire le reti iraniane e l’elite dell’Iran», ha dichiarato il segretario al Tesoro Scott Bessent.

Welo, chi è il cantante del jingle di Sanremo 2026

Il pubblico ha imparato a conoscerlo come il ragazzo con la valigia durante Sanremo Giovani. Welo, nome d’arte del salentino Manuel Mariano, non è riuscito a conquistare uno dei due posti disponibili fra le Nuove Proposte (tra cui ci saranno Angelica Bove e Nicolò Filippucci), ma ha trovato comunque un suo posto al Festival. La sua Emigrato è infatti stata selezionata per il jingle del Festival 2026: sarà una rielaborazione, in chiave sanremese, del brano con cui ha partecipato alla selezione di Sanremo Giovani spingendosi fino alla finale Sarà Sanremo. La voce e la musica dell’artista leccese saranno in tutte le case degli appassionati per tutte le cinque serate della kermesse.

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Chi è Welo, salentino autore del jingle di Sanremo 2026

Welo, chi è il cantante del jingle di Sanremo 2026
Welo durante le registrazioni di Sanremo Giovani 2025 (Ansa)

Al secolo Manuel Mariano, Welo è nato in Salento nel 1999 e nel tacco d’Italia ha trascorso anche la sua adolescenza e prima parte di carriera. Avvicinatosi giovanissimo al rap e alle sonorità dell’urban tanto da fondare nel 2017 il collettivo 23.7. Cinque anni dopo ha deciso tuttavia di intraprendere un percorso come solista incidendo il brano Pass e aprendo una nuova fase artistica della sua carriera. Da allora hanno fatto seguito diverse canzoni fino alla svolta nel 2023 con Malessere, traccia che lo ha consacrato come voce emergente di riferimento nel settore. Caratterizzata da temi molto vicini all’attualità, la sua musica è una cronaca sociale della sua generazione, che ogni giorno deve trovare spazio tra precarietà e voglia di riscatto.

La consacrazione è arrivata invece nel 2024 con l’uscita del primo Ep, Welo WE 23, in cui ha riaccolto il percorso degli ultimi anni. Nel disco sono presenti anche collaborazioni con Enzo Dong e Mikush. A settembre dello stesso anno un altro passo in avanti con il featuring My Boo con Guè. E nel 2025 l’approdo a Sanremo Giovani con Emigrato, intriso di spaccati di vita quotidiana: ci sono i valori tramandati dai nonni, il vino come emblema di convivialità e unione e il lavoro nero come una piaga purtroppo quotidiana.

Finale maschile Australian Open 2026, quando si gioca Alcaraz-Djokovic e dove vederla

Appuntamento con la storia. Comunque vada, la finale maschile degli Australian Open 2026 resterà indelebile nelle memorie degli appassionati di tennis per sempre. Sì, perché i due contendenti si giocheranno un record che difficilmente potrà essere battuto. In campo, il numero uno del mondo Carlos Alcaraz e l’eterno Novak Djokovic, capace a 38 anni di eliminare dopo quattro ore di gioco Jannik Sinner che già pregustava il terzo successo di fila. Lo spagnolo scenderà in campo per diventare il più giovane a conquistare i quattro Slam, il serbo per vincere il 25esimo e diventare ancor più leggenda di questo sport. La data da cerchiare in rosso sul calendario è il primo febbraio, alle 9.30 del mattino italiano. Il match sarà visibile sui canali Eurosport, in streaming su Dazn, Tim Vision, Prime Video Channels e HBO Max.

Alcaraz-Djokovic, come arrivano i due tennisti e i record all’orizzonte

Finale maschile Australian Open 2026, quando si gioca Alcaraz-Djokovic e dove vederla
Djokovic agli Australian Open 2026 (Ansa).

A 22 anni e 272 giorni, Carlos Alcaraz si avvicina a un nuovo, incredibile record della sua giovane ma già brillante carriera. Vincendo a Melbourne contro Djokovic, il murciano conquisterebbe il suo primo Australian Open, diventando il più giovane di sempre a completare il Career Grand Slam, ossia a conquistare almeno una volta tutti e quattro i major della stagione. In bacheca vanta infatti già due Roland Garros consecutivi (2024-2025), due Wimbledon di fila (2023-2024) e due US Open (2022 e 2025). Lo spagnolo arriva in finale dopo aver vinto agevolmente i primi turni, superando il padrone di casa Adam Walton, il tedesco Yannick Hanfmann e il francese Corintin Moutet in tre set. Nette le vittorie su Tommy Paul e Alex De Minaur, prima della battaglia da cinque ore e mezza contro Sasha Zverev. A un passo dalla sconfitta e in preda ai crampi, ha vinto 7-5 al quinto.

Decisamente più riposato, almeno considerando il computo totale di ore sul terreno di gioco, Novak Djokovic. Il serbo ha eliminato Pedro Martinez, Francesco Maestrelli e Botic van de Zandschulp senza cedere un set. Poi il walk over per il ritiro di Jakub Mensik agli ottavi prima di affrontare ai quarti di finale Lorenzo Musetti. Avanti due set a zero, l’azzurro ha dovuto lasciare il campo per un infortunio alla coscia, liberando la strada a Nole per la semifinale. «Ero sulla via di casa», avrebbe detto il serbo dopo la partita. «Oggi sono stato fortunato». Contro Jannik Sinner ha però dato prova ancora una volta della sua infinita classe: sotto di un set sia sull’1-0 sia sul 2-1, ha rialzato la testa combattendo colpo su colpo e raggiungendo l’11esima finale a Melbourne. All’orizzonte il record di 25 Slam in carriera per staccare definitivamente Margareth Smith Court ferma a 24.

I confronti diretti tra i due finalisti degli Australian Open

Finale maschile Australian Open 2026, quando si gioca Alcaraz-Djokovic e dove vederla
Carlos Alcaraz agli Australian Open 2026 (Ansa).

Agli Australian Open 2026 andrà in scena il decimo scontro diretto tra Alcaraz e Djokovic, con il serbo avanti 5-4 nei precedenti. L’ultimo match tra i due risale agli Us Open dello scorso anno, quando si impose lo spagnolo in tre set con il punteggio di 6-4, 7-6, 6-2. Nel 2025 si erano affrontati anche a Melbourne, nei quarti di finale dello Slam, con il fuoriclasse di Belgrado capace di spezzare il sogno del Career Grand Slam di Carlitos in rimonta per 4-6, 6-4, 6-3, 6-4. La sfida è valsa anche due finali di Wimbledon consecutive fra il 2023 e il 2024, entrambe vinte da Alcaraz. Il 22enne di Murcia aveva anche trionfato nel primo match, valido per la semifinale di Madrid 2022 dopo una lunga battaglia terminata 6-7, 7-5, 7-6.

Ex Ilva, il Mimit dà mandato ai commissari di negoziare con Flacks

Il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha conferito mandato ai commissari di Ilva e di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria di dar corso alla negoziazione in vista della cessione del complesso siderurgico a Flacks Group, «avendo riguardo al consolidamento di possibili partenariati industriali e nel rispetto delle procedure previste dall’art.47 della Legge 428/1990 in merito alle consultazioni sindacali». È quanto si legge in una nota del Mimit.

Morte Omerovic, poliziotto rinviato a giudizio con l’accusa di tortura

Il tribunale di Roma ha disposto il rinvio a giudizio del poliziotto Andrea Pellegrini, imputato per tortura e falso nell’inchiesta sulla morte di Hasib Omerovic, precipitato da una finestra il 25 luglio 2022 durante un intervento degli agenti del commissariato di Primavalle nell’abitazione di via Gerolamo Aleandro. Nello stesso procedimento, definito in parte con rito abbreviato, il giudice ha condannato l’agente Alessandro Sicuranza a un anno e quattro mesi per falso, mentre per la medesima accusa è stata pronunciata l’assoluzione di Maria Rosa Natale. Per Pellegrini, in servizio all’epoca dei fatti nel distretto Primavalle, l’udienza di apertura del processo è stata fissata al 2 novembre 2026. Nel fascicolo figura anche il ministero dell’Interno in qualità di responsabile civile.

Cancellazione della conferenza stampa sulla remigrazione, Vannacci: «Morta la democrazia»

Roberto Vannacci ha detto la sua sulla cancellazione della conferenza stampa alla Camera del comitato ‘Remigrazione e riconquista’, durante la quale avrebbero dovuto prendete la parola alcuni esponenti di CasaPound. «Oggi a Montecitorio è morta la democrazia», ha scritto su Facebook l’ex generale, oggi vicesegretario della Lega, fresco del lancio del marchio “Futuro Nazionale”. L’evento è stato annullato per motivi di ordine pubblico, dopo la protesta delle opposizioni che hanno occupato la sala stampa. «Mi auguro un deciso intervento del capo dello Stato che è garante e custode della nostra Costituzione», ha aggiunto, esortando a una riprogrammazione dell’incontro.

Vannacci: «Massima solidarietà all’onorevole Furgiuele»

«A un parlamentare della Repubblica è stato impedito con la forza di poter democraticamente esprimere le sue opinioni in uno spazio della Camera dei deputati e in un evento regolarmente autorizzato, programmato e pianificato. Una formazione chiassosa di parlamentari di sinistra, guidati da Angelo Bonelli, ha occupato l’aula causando problemi di sicurezza e facendo annullare non solo quella ma tutte le conferenze stampa organizzate nella giornata di oggi», ha scritto Vannacci. «Quando si lascia decidere a una sola fazione del Parlamento chi può parlare e chi no, la democrazia è morta e la tirannia impera». Quanto al tema della remigrazione, il numero due del Carroccio ha affermato che «è un problema di attualità, è una necessità di sopravvivenza e parlarne non viola alcuna legge». E poi: «I primi a violare uno dei principi fondamentali della nostra carta costituzionale sono stati questi sgangherati parlamentari che, evidentemente, non conoscono l’articolo 21 oppure lo applicano solo a loro uso e consumo secondo una rodata consuetudine della sinistra (puoi parlare solo se la pensi come me)». Infine Vannacci ha espresso «massima solidarietà all’onorevole Domenico Furgiuele che ha avuto il coraggio e la determinazione di far valere i diritti di cittadini che legittimamente e democraticamente vogliono rappresentare le loro istanze».

Australian Open, Djokovic è in finale: Sinner ko dopo quattro ore

Spettacolo puro sul cemento di Melbourne. Dopo le cinque ore e mezza del match tra Carlos Alcaraz e Sasha Zverev, vinto dallo spagnolo per 7-5 al quinto, è show anche tra il campione in carica Jannik Sinner e il 10 volte vincitore degli Australian Open Novak Djokovic. Con una prova da vero fenomeno, tra le migliori della sua carriera, il fuoriclasse serbo si regala la finale contro Carlos Alcaraz dopo una battaglia di quattro ore finita ben oltre l’1 di notte. Il punteggio finale è di 3-6, 6-3, 4-6, 6-4, 6-4. Sfuma per l’altoatesino il terzo successo di fila a Melbourne e il quinto Slam in carriera. La finale è in programma domenica primo febbraio nella mattinata italiana.

Sinner-Djokovic, la cronaca della semifinale

Sinner si presenta alla semifinale degli Australian Open contro Djokovic forte dei cinque successi di fila contro il campione serbo e dei due titoli vinti a Melbourne negli ultimi anni. Pronti via ed è subito break per l’altoatesino che mette il piede sull’acceleratore e sale rapidamente 3-0. Nole evita poco dopo di cedere la battuta per la seconda volta di fila, ma non riesce a rientrare nel parziale, che va a Sinner per sei giochi a tre. Quasi diametralmente opposto l’andamento del secondo set. Il 10 volte campione agli Australian Open (24 a livello Slam) parte forte e strappa la battuta all’azzurro salendo 3-1 e difendendosi dal suo tentativo di rientro immediato. Nole annulla una palla break anche nel settimo gioco prima di chiudere al nono e “restituire” il 6-3 a Sinner. Un set pari.

Australian Open, Djokovic è in finale: Sinner ko dopo quattro ore
Jannik Sinner nella semifinale degli Australian Open 2026 (Ansa).

Si riparte nel terzo con grande equilibrio, tanto che il primo a dover fronteggiare palla break è Sinner nel quinto game. Forte delle ottime prestazioni al servizio (a fine partita sarà record di ace in carriera in un match dello Slam), l’azzurro tiene a zero la battuta sul 3-3 e sul 4-4. Fatali per Djokovic le prime due palle break concesse in tutto il parziale: Jannik sfrutta tre errori del serbo e piazza il break nel momento più opportuno, chiudendo 6-4. La riscossa del campione è immediata: con due dritti di pregevole fattura, Djokovic strappa il servizio a Sinner alla seconda occasione e riaccende gli spalti della Rod Laver Arena. Sarà l’unico break del parziale, con Nole costretto a salvare due palle break nell’ottavo gioco. Grinta e classe, sorretti da un’ottima prima, sono sufficienti per portare la sfida al quinto: come nei primi due set, risultato speculare: 6-4 Djokovic.

Il quinto set

Con una resilienza invidiabile, Djokovic tiene botta anche nel quinto: salva due palle break nel primo game al servizio in cui si è trovato sotto 15-40 e resta aggrappato alla partita. Sinner tiene la battuta con il 22esimo e il 23esimo ace della partita e, in risposta, si procura altre due palle break di fila sul 15-40: due lungolinea spettacolari di Djokovic cancellano le chance, ma Jannik ne ha una terza: va a segno Nole e tiene la parità. Nonostante le quattro possibilità, è proprio l’azzurro a cedere per primo la battuta: nel settimo game Nole porta il numero due del mondo ai vantaggi con un diritto fulmineo che gli vale la palla break: è passata ormai l’una di notte ed è 4-3 per lui.

L’azzurro reagisce subito e sale 0-40 procurandosi tre palle break consecutive: come avvenuto nella finale contro Alcaraz al Roland Garros 2025, Sinner non riesce a sfruttarle. Un rovescio largo di un dito dell’azzurro regala a Nole la palla per il 5-3, sfruttata con l’ace. Il game successivo è interlocutorio e l’azzurro lo domina tenendo la battuta a zero, sapendo di doversi giocare tutto in quello in risposta. Un ottimo servizio esterno e un grave errore di dritto di Sinner fanno scappare il serbo sul 30-0. Sul secondo match point Nole però sbaglia un incredibile colpo dal centro del campo e si va ai vantaggi. Se ne procura un terzo con un servizio vincente e lo sfrutta, facendo esplodere la Rod Laver Arena. Sono quasi le 2 del mattino e alza le braccia al cielo: a 38 anni ha compiuto un’impresa.

Referendum giustizia, le posizioni dei partiti: chi vota sì e chi vota no

Il 22 e 23 marzo gli elettori saranno chiamati a esprimersi sul referendum sulla riforma della Giustizia, che introduce la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la nascita di due Consigli superiori della magistratura e un’Alta corte disciplinare. Con l’avvio ufficiale della campagna referendaria, i partiti hanno già chiarito le loro posizioni tra sostenitori del Sì e schieramenti per il No.

La maggioranza compatta sul Sì alla riforma

Referendum giustizia, le posizioni dei partiti: chi vota sì e chi vota no
Giorgia Meloni e Carlo Nordio (Imagoeconomica).

La maggioranza di governo si presenta compatta a favore della riforma, voluta e firmata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Fratelli d’Italia sostiene il Sì, Forza Italia considera la separazione delle carriere il punto di arrivo di una battaglia storica di stampo garantista, mentre la Lega parla di un’occasione per liberare la magistratura dal peso delle correnti interne. Anche Noi Moderati appoggia il
Sì, respingendo le osservazioni dei critici secondo cui la riforma potrebbe ridurre l’autonomia dei magistrati.

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Le posizioni delle opposizioni

Sul fronte delle opposizioni, la linea prevalente è il No, con alcune eccezioni. Il Partito democratico, il Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi e Sinistra si schierano contro la riforma: contestano l’assenza di interventi su tempi dei processi, carenze di organico e condizioni delle carceri, vedendo anche un rischio per l’equilibrio tra i poteri dello Stato e l’indipendenza della magistratura. Italia Viva invece lascia libertà di coscienza, mentre Azione e +Europa sostengono il Sì.

Bankitalia, Paolo Angelini nuovo direttore generale

Il Governatore e il Consiglio Superiore della Banca d’Italia, riuniti il 30 gennaio, hanno preso atto della decisione del direttore generale Luigi Federico Signorini di concludere in anticipo il proprio mandato per ragioni personali, con effetto dal 31 marzo. Nella stessa giornata, in una seduta straordinaria convocata su proposta del Governatore, il Consiglio Superiore ha deliberato la nomina di Paolo Angelini, attuale vice direttore generale, alla carica di direttore generale, e di Gian Luca Trequattrini, funzionario generale e segretario del direttorio, a vice direttore generale. Con l’assunzione del nuovo incarico, Angelini subentra inoltre alla guida dell’Ivass, prendendo il posto lasciato da Signorini.

Del Vecchio dalla Gruber tra cringe, piani sull’editoria e quella domanda non fatta

Sui social non si parla d’altro. A tenere banco è la non riuscitissima (eufemismo) apparizione televisiva di Leonardo Maria Del Vecchio, ospite a Otto e mezzo da Lilli Gruber, nella serata di giovedì 29 gennaio su La7, incastrato fra Italo Bocchino e Massimo Giannini. Nessuno ne ha capito l’utilità (dell’apparizione, non di Leonardo jr): se doveva servire alla reputazione, è stata un boomerang, considerando i balbettii, le imbarazzanti pause con ritmi non certo televisivi, e addirittura un momento in cui maldestramente LMDV ha provato a leggere quello che stava cercando di dire a fatica, sulla questione giudiziaria dell’incidente con la Ferrari. Qualcuno l’ha già ribattezzato il re del cringe (copyright Socialisti gaudenti), in molti lo hanno definito il miglior sponsor possibile per una super tassa di successione (in Italia c’è, ma è la più bassa se confrontata con quella degli altri grandi Paesi d’Europa). Giannini, che l’ha fissato perplesso per tutta la puntata, avrà pensato che forse con l’imprenditore greco a quelli di Repubblica non è andata poi così male. Perché Del Vecchio era interessato a Gedi (c’è chi dice con l’ombra di Francesco Gaetano Caltagirone alle sue spalle), ma John Elkann non l’ha fatto nemmeno sedere al tavolo delle trattative. Il 31enne rampollo però non si è fatto scoraggiare e allora si è accontentato del Giornale, cambiando completamente sponda politica (sulla totale mancanza di coerenza tra i due progetti non ha saputo rispondere alla Gruber, aggrappandosi a generici concetti di pluralismo dell’informazione), e ne ha acquistato il 30 per cento dagli Angelucci. Poi si è pappato la maggioranza della società che edita Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino e QN. D’altronde ha fondato apposta Lmdv Media per investire nell’editoria (per farci cosa o con quale visione non si è capito). A proposito invece di risiko bancario, ha detto che «su MpsMediobanca non c’è mai stato nessun concerto», nonostante le accuse di aggiotaggio e ostacolo alle autorità di vigilanza mosse dalla procura di Milano a Caltagirone, Milleri e Lovaglio (anche se qui la giustizia rischia di arrivare fuori tempo massimo). Tra le numerose domande poste, ovviamente nessuno ha chiesto lumi sulla causa intentata da Solos Technology, società specializzata in “occhiali AI”, contro Meta e EssilorLuxottica, con in ballo un risarcimento danni di svariati miliardi di dollari per una storia di brevetti. Molto più facile porre qualche quesito sulla successione e il rapporto con la famiglia allargata, che alla fine gli ha permesso pure di elogiare Silvio Berlusconi per come ha saputo gestire il passaggio degli asset patrimoniali. Visto il risultato della performance, qualcuno si è chiesto chi abbia sciaguratamente consigliato a Del Vecchio jr di esporsi in quella maniera in prima serata, all’interno di un salotto televisivo seguitissimo. Quel che si sa, come già scritto da Lettera43, è che Leonardo Maria ha provato a puntare forte sulla comunicazione, grazie anche all’arrivo, da gennaio, di Raffaella Mangini, che ha curato per oltre 23 anni la comunicazione di Urbano Cairo e di La7, una veterana che lavora a stretto contatto col patron di Rcs (e dunque forse è lei la vera artefice dell’ospitata apparecchiata giovedì). Segno evidente che il giovin ereditiero non vuole parlare solo ai mercati, ma anche a chi quei mercati li racconta. Magari in modo più efficace, dalla prossima volta. Alla fine, tra quel che resta c’è anche un soprannome che rischia di restargli appiccicato addosso. Qual è? Guardate bene il suo volto: a quelli “di una certa età” ha evocato un celebre personaggio della televisione in bianco e nero della Rai, con protagonista Walter Chiari, ossia “il Sarchiapone”. Il nasone, gli occhiali, tutto coincide: mancava solo il cappello “rincalcagnato”, che però viene sostituito dalla folta capigliatura, e la somiglianza sarebbe stata quasi totale.

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Ok a Freni, ma in cambio…

Il via libera a Federico Freni alla guida della Consob pare sia stato raggiunto, al termine di una faticosa trattativa che ha visto protagonista Forza Italia, con Antonio Tajani capace di dire la sua e rinviare la decisione con la scusa di volere «un tecnico e non un politico» alla presidenza, dove ora c’è Paolo Savona. Gli spifferi di Palazzo Chigi indicano una contropartita di peso: ai forzisti sarebbe stato concesso di poter dire l’ultima parola sull’ambitissima carica di presidente di Leonardo.

Del Vecchio dalla Gruber tra cringe, piani sull’editoria e quella domanda non fatta
Il sottosegretario leghista all’Economia Federico Freni (Imagoeconomica).

Rutelli day

La famiglia Rutelli al lavoro. Due giornate per Francesco Rutelli, impegnato il 29 e 30 gennaio con la settima Soft Power Conference a Roma: presenti decine di esponenti della politica e dell’economia, tra cui il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, il ministro della Cultura Alessandro Giuli, e poi Federico Mollicone, presidente della commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera, Alberto Tripi, presidente di Almaviva, monsignor Vincenzo Paglia (onnipresente) in qualità di presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, Valeria Sandei, ceo di Almawave, Alessandra Santacroce, responsabile Affari Governativi e Regolamentari Ibm Italia e vicepresidente Unindustria, e molti altri ancora. Nel pomeriggio di venerdì c’è spazio per il figlio dell’ex sindaco di Roma, ossia per Giorgio Rutelli, vicedirettore dell’agenzia Adnkronos, che nel Mondadori Bookstore della galleria intitolata ad Alberto Sordi si occuperà delle sorti del Venezuela.

La magistratura asfalta

Inaugurazione dell’anno giudiziario: si comincia con la Corte di Cassazione, nel “Palazzaccio”, nella giornata di venerdì, e a cascata, dopo poche ore, nel giorno successivo, il tradizionale sabato, nelle Corti di Appello sparse in tutta Italia. Tecnicamente si chiama «assemblea generale della Corte Suprema di Cassazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario», con la classica parata degli ermellini. A Roma tutti parlano dei giganteschi mezzi impegnati al rifacimento delle strade nella zona di piazzale Clodio, e in particolare la circonvallazione, nelle ultime notti, con camion enormi e tecnologicamente modernissimi che hanno lavorato dalla tarda serata e fino alle cinque del mattino, tenendo tutti svegli per il rumore prodotto, e rovinando il meritato riposo notturno di chi abita in quelle vie, per rifare l’asfalto proprio dove passeranno le auto delle autorità. «La magistratura asfalta», è la battuta che circola tra avvocati e “clienti” del tribunale romano: di certo, il sindaco Roberto Gualtieri sembra aver concesso i lavori “con un occhio di riguardo” nei confronti dei giudici, facendo lavorare all’impazzata il cantiere per tirare a lucido le strade che portano alla Corte d’Appello.

Finale femminile Australian Open 2026, quando si gioca Sabalenka-Rybakina e dove vederla

Sarà ancora una volta Aryna Sabalenka contro Elena Rybakina, che si confermano le due tenniste più in forma del periodo nel circuito Wta. La bielorussa e la kazaka si affronteranno per la quindicesima volta in carriera a distanza di poche settimane dalla loro ultima sfida, valsa il titolo alle Wta Finals di Riyad. A novembre 2025 si impose la numero cinque del mondo, qualificatasi per ultima al torneo, in due set. La finale degli Australian Open si giocherà sabato 31 gennaio, in diretta dalla Rod Laver Arena alle 9.30 italiane: match disponibile sui canali Eurosport, visibili su Dazn, Tim Vision, Amazon Prime Channels e HBO Max. Prima toccherà ai doppi: alle 2 italiane della notte tra il 30 e il 31 ci sarà la sfida femminile tra Mertens e Zhang, numero quattro del seeding, e la coppia Danilina-Krunic. A seguire il maschile: Polmans/Kubler-Harrison/Skupski.

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Sabalenka-Rybakina: come arrivano le tenniste alla finale degli Australian Open 2026

Finale femminile Australian Open 2026, quando si gioca Sabalenka-Rybakina e dove vederla
Aryna Sabalenka agli Australian Open 2026 (Ansa).

Aryna Sabalenka, indiscussa numero uno del ranking Wta (più di 2 mila i punti di vantaggio su Iga Swiatek seconda), si presenta alla finale degli Australian Open per la quarta volta consecutiva: è la prima a riuscirci dai tempi di Martina Hingis, a cavallo tra la fine Anni 90 e i primi 2000. Ci è arrivata tra l’altro senza aver ancora mai lasciato un set alle sue avversarie. Dopo aver liquidato nei primi due turni la francese Tiantsoa Rakatomanga Rajaonah e la cinese Bai Zhouzhan agevolmente, la 27enne di Minsk ha faticato contro la polacca Anastasija Potapova, battuta in due tiebreak (tirato soprattutto il secondo, chiuso 9-7). Più rapide poi le vittorie su Victoria Mboko e Iva Jovic, che nel suo cammino aveva eliminato la nostra Jasmine Paolini. In semifinale netto 6-2, 6-3 all’ucraina Elina Svitolina.

Elena Rybakina, certa di chiudere gli Australian Open da numero tre al mondo, giocherà sul cemento di Melbourne appena la terza finale Slam in carriera, la prima dal 2023 quando perse a Melbourne proprio da Sabalenka. Anche per lei un percorso netto da inizio torneo, in cui non ha ancora perso nemmeno un set. Battute in sequenza Kaya Juvan, Varvara Gracheva e Tereza Valentova nei primi tre turni. Poi netto 6-1, 6-3 alla belga Elise Mertens e un altrettanto deciso 7-5, 6-1 alla numero due del mondo Iga Swiatek. Combattuta invece la semifinale contro l’americana Jessica Pegula, battuta in due set con il punteggio di 6-3, 7-6 (9-7 nel tiebreak).

I precedenti tra le due tenniste: Rybakina avanti nel computo totale

Finale femminile Australian Open 2026, quando si gioca Sabalenka-Rybakina e dove vederla
Sabalenka e Rybakina alle Wta Finals 2025 (Ansa).

La finale degli Australian Open 2026 sarà il quindicesimo confronto in carriera tra le due tenniste, che si incrociarono la prima volta nei quarti di Wuhan del 2021 (vittoria della bielorussa, all’epoca numero nove del ranking Wta). Quattro i match nel solo 2025 con due vittorie per parte: oltre alla già citata finale delle Finals di Riyad (6-3, 7-6), la kazaka aveva superato la bielorussa anche nei quarti di Cincinnati sempre in due set. La 27enne di Minsk si era invece aggiudicata i quarti di Wuhan con un doppio 6-3 e quelli di Berlino, match molto tirato chiuso con il punteggio di 7-6, 3-6, 7-6.

Maturità 2026, cambia tutto all’orale: come sarà

Dalla Maturità 2026 cambia in modo sostanziale il colloquio orale, che viene riorganizzato attorno a un impianto più disciplinare e meno aleatorio. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha definito il nuovo modello insieme alle materie della seconda prova, fissando regole valide per tutti gli indirizzi, con l’obiettivo dichiarato di rendere l’esame più chiaro e valutabile.

Come cambia la maturità: l’orale su quattro discipline

Maturità 2026, cambia tutto all’orale: come sarà
Un esame di maturità (Imagoeconomica).

Il colloquio orale non partirà più da un documento da commentare. Al suo posto, l’esame si svolgerà su quattro discipline, individuate ogni anno dal Ministero entro gennaio, insieme alle materie della seconda prova ed eventualmente della terza prova scritta per alcuni indirizzi.
La prova serve a verificare l’apprendimento in ciascuna materia, ma anche la capacità dello studente di collegare le conoscenze, argomentare in modo critico e dimostrare autonomia e maturità. Nel giudizio complessivo peseranno anche l’impegno scolastico, le attività extracurricolari coerenti con il percorso di studi e le azioni considerate particolarmente meritevoli. Per il Liceo classico le materie sono Italiano, Latino, Storia e Matematica; allo Scientifico Italiano, Matematica, Storia e Scienze naturali; al Linguistico Italiano, prima e seconda lingua straniera e Scienze naturali; alle Scienze umane Italiano, Scienze umane, lingua straniera e Storia dell’arte. Chi arriva allo scrutinio finale con sei in condotta deve discutere anche un elaborato su cittadinanza attiva e solidale, assegnato dal Consiglio di classe. L’elenco completo delle materie dell’orale è stato pubblicato sul sito del Ministero dell’Istruzione.

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Nuova commissione e punteggio

La riforma interviene anche sulla commissione d’esame: una commissione ogni due classi, composta da cinque membri — un presidente esterno, due commissari esterni e due interni — con una formazione specifica prevista per i commissari. Cambiano anche le regole sul punteggio finale: per chi raggiunge almeno 90 punti, la commissione può assegnare un’integrazione fino a tre punti. I Pcto vengono inoltre ridenominati formazione scuola-lavoro, per sottolineare il legame tra scuola e mondo del lavoro.

Maturità 2026, uscite le materie della seconda prova: quali sono

Sono state pubblicate le materie della seconda prova scritta della Maturità 2026. L’esame prenderà il via giovedì 18 giugno, con la prima prova di Italiano comune a tutti gli indirizzi, e proseguirà venerdì 19 giugno con la seconda prova sulle discipline caratterizzanti. Le scelte sono contenute nel decreto n. 13 del 29 gennaio 2026, firmato dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, che definisce nel dettaglio le materie per ciascun percorso di studio.

La seconda prova nei Licei

Maturità 2026, uscite le materie della seconda prova: quali sono
Una studentessa del classico durante la seconda prova di maturità (Imagoeconomica).

Al Liceo classico la seconda prova sarà di Latino. Al Liceo scientifico è confermata Matematica, valida anche per l’opzione Scienze applicate e per l’indirizzo sportivo. Per il Liceo linguistico la prova riguarderà Lingua e cultura straniera 1. Al Liceo delle Scienze umane la disciplina scelta è Scienze umane, mentre nell’opzione Economico-sociale la prova sarà su Diritto ed Economia politica. Per il Liceo artistico la seconda prova verterà sulle discipline progettuali proprie di ciascun indirizzo. Al Liceo musicale è prevista Teoria, analisi e composizione, mentre al Liceo coreutico la materia sarà Tecniche della danza.

Le materie negli Istituti tecnici e professionali

Negli Istituti tecnici, l’indirizzo Amministrazione, Finanza e Marketing affronterà Economia aziendale, comprese le articolazioni Relazioni internazionali per il marketing e Sistemi informativi aziendali. Per l’indirizzo Turismo la seconda prova sarà di Discipline turistiche e aziendali. Per l’indirizzo Costruzioni, Ambiente e Territorio è prevista Progettazione, costruzioni e impianti.
Nell’indirizzo Informatica e telecomunicazioni la prova sarà su Sistemi e reti, sia per Informatica sia per Telecomunicazioni.
Negli Istituti agrari la materia sarà Produzioni vegetali, con Viticoltura e difesa della vite per l’articolazione Viticoltura ed enologia.

Kevin Warsh è il nuovo presidente della Fed

Come anticipato dai media americani, Donald Trump ha annunciato la nomina di Kevin Warsh come nuovo presidente della Federal Reserve. Già membro del Consiglio dei governatori della Banca centrale degli Stati Uniti dal 2006 al 2011 (a 35 anni il più giovane di sempre), Warsh in precedenza – come ha ricordato Trump – aveva ricoperto il ruolo di assistente speciale del Presidente per la politica economica e di segretario esecutivo del Consiglio economico nazionale della Casa Bianca. Inoltre è stato membro del Dipartimento Fusioni e Acquisizioni di Morgan Stanley & Co., a New York, di cu è stato anche presidente e direttore esecutivo.

«Conosco Kevin da molto tempo e non ho dubbi che passerà alla storia come uno dei grandi presidenti della Fed, forse il migliore», ha assicurato Trump su Truth. Warsh assumerà l’incarico a maggio, quando terminerà il mandato di Jerome Powell.

Sospeso l’autista che ha lasciato un bambino a piedi nella neve in Cadore

È stato sospeso il conducente che in Cadore ha fatto scendere dal bus un bambino di 11 anni, che era sprovvisto del biglietto olimpico da 10 euro previsto in occasione dei Giochi di Milano-Cortina, costringendolo a camminare nella neve per sei chilometri fino a casa. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, la famiglia del bambino ha sporto querela per abbandono di minore contro Dolomiti Bus e l’autista del mezzo, dipendente della società veneziana La Linea che esegue il servizio in subaffidamento: la madre ha spiegato che il figlio «è arrivato a casa con un’ipotermia, una temperatura di 35 gradi e in lacrime». I parenti sostengono che il conducente avrebbe potuto accettare come pagamento alternativo quattro titoli di viaggio dal carnet di biglietti da 2,50 euro che aveva il ragazzino. Evitando così di lasciarlo al freddo, privo tra l’altro di cellulare per contattare qualcuno e farsi venire a prendere.

Europa League, l’avversaria del Bologna nei playoff

Prende forma anche il tabellone di Europa League. Dopo la Champions, a Nyon sono stati sorteggiati anche gli accoppiamenti dei playoff della seconda competizione internazionale che si concluderà il 20 maggio a Istanbul nello stadio del Besiktas. Roma già qualificata agli ottavi grazie al pareggio per 1-1 in casa del Panathinaikos agguantato nei minuti finali, che ha permesso agli uomini di Gian Piero Gasperini di chiudere la fase campionato all’ottavo posto. Ai playoff invece il Bologna di Vincenzo Italiano, che ha chiuso il maxi girone battendo il Maccabi Tel-Aviv: troverà i norvegesi del Brann. In caso di passaggio del turno, agli ottavi potrebbe esserci il derby italiano: per i rossoblù ci saranno i giallorossi oppure i tedeschi del Friburgo. Ecco i playoff.

Europa League, tutti gli accoppiamenti dei playoff

Paok Salonicco – Celta Vigo

Lille – Stella Rossa

Panathinaikos – Viktoria Plzen

Fenerbahce – Nottingham Forest

Ludogorets – Ferencvaros

Celtic – Stoccarda

Brann – Bologna

Dinamo Zagabria – Genk

Europa League, l’avversaria del Bologna nei playoff
L’allenatore del Bologna Vincenzo Italiano (Ansa).

Mosca: «Tregua fino a domenica, lo ha chiesto Trump»

La Russia ha confermato che Donald Trump ha chiesto una sospensione dei bombardamenti su Kyiv fino a domenica 1° febbraio, con l’obiettivo di favorire condizioni più favorevoli per i negoziati di pace. A riferirlo è il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, citato dall’agenzia Ria Novosti, che ha precisato come la richiesta riguardi esclusivamente la capitale ucraina. Intanto il ministero della Difesa russo ha annunciato la «liberazione» dei villaggi di Ternovatoye, nella regione di Zaporizhzhia, e di Berestok nell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk, secondo quanto riportato dall’agenzia Tass.

Le accuse di Mosca: «Kyiv risponde con i bombardamenti ai negoziati»

L’ambasciatore straordinario del ministero degli Esteri russo per i «crimini del regime di Kyiv», Rodion Miroshnik, ha accusato l’Ucraina di aver reagito a ogni iniziativa per la pace «con un aumento dei bombardamenti su obiettivi civili o nuovi attacchi terroristici». In conferenza stampa ha sottolineato che l’intensità degli attacchi e il numero di vittime civili «sono cresciuti in modo esponenziale e sono direttamente correlati all’intensificazione del processo di mantenimento della pace». Miroshnik non ha invece fatto alcun riferimento alla presunta tregua dei bombardamenti russi sulle infrastrutture energetiche ucraine, definita ieri dal presidente Usa come un risultato positivo del dialogo con Vladimir Putin.

Separatisti dell’Alberta a Washington, Carney: «Trump rispetti la sovranità del Canada»

Nuovo capitolo delle tensioni tra Stati Uniti e Canada. Alcuni esponenti del movimento separatista della provincia dell’Alberta – ricca di petrolio – avrebbero incontrato più volte funzionari statunitensi al Dipartimento di Stato: circostanza che ha provocato la reazione del premier canadese Mark Carney, il quale ha dichiarato di aspettarsi che il presidente Usa Donald Trump «rispetti la sovranità» del suo Paese. «Sono sempre molto chiaro su questo punto nelle mie conversazioni con lui. E poi passo a ciò che possiamo fare insieme», ha detto Carney.

Ci sono stati almeno tre incontri a Washington: la richiesta dei separatisti

Secondo fonti a conoscenza degli incontri colloqui, i leader dell’Alberta Prosperity Project (App), movimento di estrema destra che promuove l’indipendenza della provincia canadese, da aprile 2025 si sarebbero recato in almeno tre occasioni a Washington. «Gli Stati Uniti sono estremamente entusiasti di un’Alberta libera e indipendente», ha detto al Financial Times Jeff Rath, consulente legale dell’App, sostenendo di avere «un rapporto molto più solido» con l’Amministrazione Trump rispetto a quella di Carney. Secondo alcune fonti, l’App intende chiedere una linea di credito da 500 miliardi di dollari, destinata a sostenere finanziariamente l’Alberta nel caso in cui venisse approvato un referendum per l’indipendenza. Dal Dipartimento del Tesoro è arrivata in tal senso una smentita, anche se il segretario Scott Bessent ha definito l’Alberta «un partner naturale per gli Stati Uniti». Un portavoce del Dipartimento di Stato ha precisato che l’Amministrazione «incontra regolarmente esponenti della società civile» e «che non è stato assunto alcun impegno». Sulla stessa linea la Casa Bianca.

In Alberta tre residenti su dieci sono a favore della separazione

In tutto questo David Eby, premier della provincia della Columbia Britannica, ha accusato «tradimento» il gruppo di attivisti per l’indipendenza dell’Alberta che ha incontrato funzionari dell’Amministrazione Trump. Secondo recenti sondaggi Ipsos, circa tre residenti su dieci in Alberta e Quebec voterebbero a favore della separazione. A differenza da quanto successo in Quebec, però, il movimento indipendentista dell’Alberta non ha mai acquisito una vera trazione politica.