Tre persone sono state uccise mercoledì a Mosca dall’esplosione di un ordigno, in un’area vicina al luogo in cui due giorni prima è stato ucciso il generale russo Fanil Sarvarov. Lo riporta Reuters, citando le autorità della Federazione Russa. Secondo il Comitato investigativo russo, due agenti di polizia si erano avvicinati a un uomo che mostrava un comportamento sospetto quando è esploso un dispositivo. Nell’esplosione sono morti entrambi i poliziotti e una terza persona, la cui identità non è stata resa nota. Alcuni canali Telegram russi non ufficiali hanno riferito che l’uomo fermato sarebbe stato l’attentatore e che avrebbe fatto detonare la bomba al momento del controllo. Reuters precisa di non essere stata in grado di verificare in modo indipendente queste informazioni. La Russia ha indicato l’intelligence ucraina come responsabile dell’omicidio di Sarvarov, senza che da Kyiv sia arrivato un commento ufficiale.
Natale si avvicina. Anche per i nostri politici. Ma quali sono i regali che i leader vorrebbero trovare sotto l’albero?
Giorgia Meloni non vuole più colleghi di partito e ministri porta guai
Quasi condotta in porto la “manovrina” economica da appena 18,5 miliardi (incassato l’ok del Senato, è atteso solo il via libera “blindato” della Camera, che dovrà approvarla senza modifiche), che cosa può chiedere la premier Giorgia Meloni a Babbo Natale, visto che un notebook da quasi 10 mila euro lo riceverà dai parlamentari di Fratelli d’Italia, che hanno fatto una colletta da 50 euro a testa? Il primo desiderio forse sarà quello di avere una classe dirigente più all’altezza della situazione, perché la sensazione è che lei agisca in una magnifica solitudine. I suoi colleghi di partito (vedi, ultima in ordine di tempo, Elisabetta Gardini, autrice di una contestata proposta per riformare i condomini e la legge sui morosi) e i suoi ministri (come Matteo Salvini) sembrano portare solo guai che si potrebbero tranquillamente evitare. Il primo scoglio sarà ancora sulle armi a Kyiv, naturalmente. Per Meloni, poi, sarà fondamentale il referendum sulla giustizia, anche se lei, a differenza di Matteo Renzi, sta cercando di politicizzarlo il meno possibile. Infine, forse chiederà pure che la provvidenza conservi in salute Elly Schlein e Giuseppe Conte che, con il loro rapporto altalenante e schizofrenico, per la premier rappresentano una sorta di assicurazione sulla vita.
Giorgia Meloni, presidente del Consiglio (Imagoeconomica).
Matteo Salvini chiede il Ponte e una sistemazione tranquilla per Zaia
È Matteo Salvini la vera spina nel fianco di Meloni, come si è capito anche nell’evoluzione della manovra economica, che ha visto il Capitano contrapporsi addirittura al “suo” ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Sotto l’albero, però, Salvini si aspetta di trovare soprattutto un ruolo per Luca Zaia, tale da non mettere in discussione la sua leadership alla guida del Carroccio. Per adesso l’ex governatore si accontenterà di fare il presidente del Consiglio regionale veneto, ma si sa che la sua ambizione è quella di guidare una sorta di Csu padana, sul modello tedesco, cui Salvini si opporrebbe strenuamente poiché ne dimezzerebbe il potere sul Nord. Il regalo più grande, però, per lui sarebbe la partenza del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, vedendo così superate tutte le criticità, a partire dai rilievi della Corte dei conti. Su questo come ministro delle Infrastrutture si gioca tutto. Con uno sguardo al futuro: tornare al Viminale in caso di conferma del centrodestra alle Politiche. Non ne ha mai fatto mistero, ora più che mai.
Luca Zaia e Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Antonio Tajani punta a fermare la scalata di Roberto Occhiuto dentro Forza Italia
Poteva essere un Natale tranquillo, quello del ministro degli Esteri Antonio Tajani. E invece no, è arrivato Roberto Occhiuto a rompergli le uova nel paniere: il governatore calabrese si è addirittura messo in testa di scalare Forza Italia e sfidarlo al prossimo congresso. Roba da matti. Il problema, per Tajani, è che Occhiuto è assai ben visto della “famiglia”. Piace a Marina e Pier Silvio Berlusconi perché la pensa come loro sulla necessità di rinnovare il partito, cacciare le vecchie facce e aprire alle nuove, rielaborando la versione aggiornata della rivoluzione liberale. Finora, di fronte alle lamentele di Marina e Pier Silvio, Tajani ha fatto orecchie da mercante. E così loro sembrano aver deciso di puntare su un altro cavallo. E Antonio, c’è da giurarci, non ci dorme la notte.
Antonio Tajani (Imagoeconomica).
Marina & Pier Silvio spingono per facce nuove e un partito più moderno
Marina non ci pensa proprio a scendere in politica, ma molti invece ci sperano. Pier Silvio invece ci si butterebbe, tanto più che avrebbe praticamente gli stessi anni del padre Silvio versione 1994 (57 anni), ma lo sconsigliano e lui temporeggia. I due figli più grandi del Cav non la pensano politicamente allo stesso modo su tutto, ma su molte cose sì. Per esempio sono convinti che il potenziale bacino elettorale di Forza Italia sia del 20 per cento, ma che con l’attuale segretario Tajani e i suoi fidati colonnelli non ci si arriverà mai. Per loro nel partito molti dovrebbero essere pensionati per fare spazio ai giovani, in primis Paolo Barelli e Maurizio Gasparri, grazie e arrivederci. Inoltre soprattutto Marina vorrebbe una Forza Italia più liberale, riformista e aperta sui diritti civili, dallo ius scholae ai diritti della comunità Lgbtq+. Insomma, sotto l’albero di Natale Marina e Pier Silvio vorrebbero trovare una Forza Italia rinnovata, frizzante, moderna e spostata un filo… più a sinistra. «Un Psi craxiano rivisitato e corretto in versione 2.0», sussurrano da Arcore. Per questo lasciano trapelare il loro appoggio a Occhiuto, partito lancia in resta alla conquista del partito. Se andrà bene sarà anche merito loro (che detengono sempre 100 milioni di fideiussioni a credito di Forza Italia), se andrà male sarà colpa di Occhiuto.
Marina e Pier Silvio Berlusconi.
Elly Schlein spera di trovare sotto l’albero un Conte rabbonito e controllabile
Non ci sono dubbi su ciò che Elly Schlein possa voler trovare sotto l’albero: un Giuseppe Conte rabbonito e controllabile. Dall’incidente sulla presenza ad Atreju i due nemmeno si parlano e la segretaria dem sa bene che il problema è sempre lo stesso: la sfrenata ambizione di Conte di tornare a Palazzo Chigi. Ma Schlein, sempre “testardamente unitaria”, non molla. Secondo lei a Chigi dovrebbe andarci il leader del primo partito della coalizione, cioè del Partito democratico, dunque se stessa. La soluzione più logica. Oppure si decida con le Primarie, anche se in questo caso Elly qualcosa rischia, dato che Conte piace pure a qualche frangia dem. Ma ci sarebbe anche la concorrenza interna di Silvia Salis, che per i sondaggi risulta terza, a un’incollatura dai primi due. Il 2026, comunque, sarà decisivo per confermare la sua leadership. Vincere il referendum sulla giustizia sarebbe già un bel passo in avanti, ma non basterà. Dovrà sempre guardarsi dai tranelli e dalle trappole che le vengono gettate tra i piedi dall’Avvocato del popolo. Che lei, forse, dovrebbe cominciare a “filarsi” di meno. Sul fronte interno, invece, la nascita del correntone di Montepulciano, se da una parte la commissaria, dall’altra la rafforza. Almeno fino a quando Dario Franceschini, Andrea Orlando & co. continueranno a stare dalla sua parte.
Elly Schlein (Ansa).
Ma “Giuseppi” ha in mente solo una cosa: tornare a Palazzo Chigi
Cosa vorrebbe trovare Giuseppe Conte sotto l’albero di Natale? Ma naturalmente un bel pacchetto con dentro l’assicurazione di essere lui, alle Politiche, il candidato del campo largo a Palazzo Chigi. Del resto, volete mettere: ha l’aplomb e l’esperienza, visto che al timone del Paese c’è già stato, oltretutto in tempo di emergenza Covid. L’Avvocato del popolo punta a quello e altro in testa non ha, anche perché non ha mai digerito la sua cacciata da Chigi a opera di Mario Draghi (e Matteo Renzi). Certo, poi c’è la non secondaria questione di mettere in campo una coalizione credibile soprattutto sulla politica estera e sugli armamenti, dove Pd e Movimento 5 stelle sono agli antipodi. Una grossa mano in tal senso potrebbe arrivare da un percorso verso la pace tra Russia e Ucraina, che toglierebbe dal tavolo almeno un elemento divisivo. Ma il tema del riarmo europeo in chiave orfani della Nato e anti-Putin continuerà a dividere i due partiti. Per il resto, “Giuseppi” ha azzerato qualsiasi tipo di dissenso interno: nessuno nel movimento gli fa ombra. Molto più lui di Schlein, però, si giocherà molto sul referendum, perché la battaglia contro la separazione delle carriere è da sempre un caposaldo del M5s e dei suoi parlamentari ex magistrati, come Roberto Scarpinato e Federico Cafiero De Raho.
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Matteo Renzi tra maggioranze allargate e rebranding di Italia viva
L’ex premier Matteo Renzi ha solo una cosa da chiedere a Babbo Natale: qualche voto in più per Italia viva che, nonostante la sua debordante presenza sui media, non riesce a schiodarsi dal 2,5 per cento. Da quando il governo Meloni gli ha stoppato per legge il suo secondo lavoro di conferenziere pagato a peso d’oro nel mondo arabo, l’ex rottamatore si è ributtato anima e corpo sulla politica nostrana iniziando una strenua battaglia contro la premier. A volte sembra lui il capo dell’opposizione, aiutato anche da buona stampa, visto il numero di interviste in tivù e sui giornali. Spesso è ago della bilancia nelle elezioni locali, dove il suo apporto è stato decisivo nelle vittorie del campo largo in Toscana e al Comune di Genova. E ora i renziani sono anche pronti ad allargare la maggioranza che sostiene il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Per molti Renzi è l’unico nel centrosinistra a saper fare davvero politica e resta un fuoriclasse. Con tutti i limiti che il suo ego ipertrofico gli pone. Per prendere più voti si è affidato al marketing, ribattezzando Iv “Casa Riformista“. Schlein lo considera un valido alleato e pure Conte ormai se lo fa andar bene. Comunque vada, Renzi ha già fatto bingo.
Matteo Renzi (Imagoeconomica).
Carlo Calenda deve decidere cosa fare da grande
Il regalo non richiesto per Carlo Calenda è un centro di gravità permanente che gli faccia finalmente decidere da che parte stare. Dopo la fine del Terzo Polo, infatti, Carletto, forte del suo 3 per cento, è basculante: un po’ di qua e un po’ di là. Anche se lui giura che non appoggerà mai questa maggioranza di governo, in realtà su diversi provvedimenti Azione s’è schierata col governo. E flirta con Forza Italia un po’ ovunque, specie a Milano, dove per Palazzo Marino potrebbe schierarsi col centrodestra. Di sicuro buca il video e parla chiaro. Per contro è un po’ troppo volubile e irascibile. Anche lui, come Renzi, gode di buona stampa: sta sempre dappertutto. Resta solo una domanda: che vuol fare Calenda da grande?
Carlo Calenda (Imagoeconomica).
Bonelli & Fratoianni: alla “coppia di fatto” della sinistra sta andando tutto benone
Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni sono la “coppia di fatto” della politica italiana e i sondaggi finora danno loro ragione, perché Alleanza verdi e sinistra (Avs) viene sempre data intorno al 6 per cento. Come gemelli diversi, la pensano alla stessa maniera su molto ma non su tutto. E soprattutto tra i due sono toni e atteggiamenti a essere differenti. Il duro e puro Fratoianni, per esempio, ad Atreju non ci è voluto andare, Bonelli invece sì perché «bisogna dialogare con tutti, anche con i nemici». Pure loro, egoisticamente, si avvantaggiano delle divisioni tra Conte e Schlein. Dimenticati gli scivoloni “Soumahoro” e “Tesla”, a Babbo Natale possono chiedere solo di continuare così, con opposizione verace e sondaggi in crescita. Cosa desiderare di più?
Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli (Imagoeconomica).
Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha imposto un divieto di ingresso nel paese a cinque cittadini europei, tra cui Thierry Breton, ex commissario europeo per il Mercato interno. La decisione è stata annunciata dal segretario di Stato Marco Rubio, che ha accusato i destinatari del provvedimento di aver esercitato pressioni sulle grandi piattaforme tecnologiche americane per limitare o sopprimere contenuti e opinioni statunitensi. La notizia arriva dopo che, il 5 dicembre, la Commissione europea ha sanzionato la piattaforma X (ex Twitter) con una multa di 120 milioni di euro per violazioni del Digital Services Act (DSA), la normativa europea entrata in vigore nel 2023 e fortemente sostenuta da Breton.
La vicepresidente della Commissione europa per i valori e la trasparenza Vera Jourova e il logo di X (Ansa).
Il Dsa impone alle grandi aziende digitali obblighi stringenti contro la disinformazione e i contenuti d’odio, prevedendo sanzioni fino al 6 per cento del fatturato globale in caso di violazioni. L’amministrazione Trump considera però questa legge uno strumento di censura che colpisce soprattutto le aziende tecnologiche americane. Oltre a Breton, il divieto riguarda Imran Ahmed, Anna-Lena von Hodenberg, Josephine Ballon e Clare Melford, tutti attivi in organizzazioni che contrastano odio e notizie false online. I nomi sono stati resi pubblici dalla sottosegretaria Sarah Rogers, che ha parlato di una presunta strategia coordinata per influenzare il dibattito pubblico americano.